Languore

 
 
          LANGUORE (PAUL  VERLAINE)
       
        Sono l’impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d’oro.
 
        Soletta l’anima soffre di noia densa il cuore.
Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
O non potervi, debole e così lento ai propositi,
e non volervi far fiorire un po’ quest’esistenza!
 
       O non potervi , o non volervi un po’ morire!
Ah! Tutto è bevuto!  Non ridi più, Batillo?
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!
 
      Solo, un poema un po’ fatuo che si getta alle fiamme,
solo, uno schiavo un po’ frivolo che vi dimentica,
solo, un tedio d’un non so che attaccato all’anima!
 
 
Una bella poesia di Paul Verlaine, scrittore del Decadentismo francese. Un sonetto emblematico della letteratura della crisi, in cui l’autore stabilisce un’analogia tra se stesso e la la "fine della decadenza" dell’Impero romano. Una netta reazione contro la fiducia positivistica nei cosiddetti miti del progresso sociale ed il suo conseguente trionfalismo. I  temi  affrontati ruotano attorno al concetto del "languore" dell’anima: 1) il senso della precarietà  e della malattia della società che porta alla passiva indifferenza verso gli eventi storici; 2) la poesia concepita come espressione di un profondo senso di sfiducia e di indolente languore. Non essendoci più messaggi morali o sociali da dare, essa diviene un puro artificio, diventando, così, il simbolo più evidente della crisi; 3) il tema della solitudine e della noia; 4)la vanificazione di ogni prospettiva di carattere intellettuale e il disgusto per il passato.