Appunti sul Giappone

Il Giappone

 

 

Il Giappone è un arcipelago che si estende dal versante nord – occidentale dell’Oceano Pacifico alle coste della Russia, della Cina e a quelle della Corea.

È costituito di circa tremila isole, di cui quattro sono le più importanti:

HOKKAIDO, la più settentrionale; HONSHU, quella più estesa; SHIKOKU, quella più piccola; KYUSHU, quella situata più a Sud. Il territorio, per il 75 % montuoso, presenta poche aree pianeggianti, tra cui quella del Kanto, dove insiste Tokyo, lungo la costa orientale dell’isola di Honshu, e la pianura del Kansai, nell’area centrale della medesima isola di Honshu. Tra i rilievi ricordiamo, nell’Honshu centrale, le Alpi giapponesi, con vette che superano i tremila metri. La cima più alta è quella del monte Fuji, un vulcano inattivo da alcuni secoli, che domina, con i suoi 3776 m. di altitudine, tutta l’area di Tokio.

 

 

 

 

 

Il Fuji, in passto, è stato considerato sacro. Per secoli, infatti, i Giapponesi l’hanno associato alla dimora delle loro divinità: una sorta di Olimpo dello Shintoismo, religione che insieme al Buddhismo è oggi praticata dalla stragrande maggioranza della popolazione.

 

Il Giappone è frequentemente interessato da fenomeni sismici e vulcanici, senza che ciò, in genere, faccia risentire effetti disastrosi sulla popolazione, da secoli abituata a convivere con eventi di tale portata.

 

Dal punto di vista demografico, il paese nipponico, pur avendo una superficie poco più estesa di quella italiana, presenta più del doppio della popolazione, con una densità media di 341 abitanti per Kmq. L’Italia, infatti, a fronte di una superficie di 301.338 kmq, ha una popolazione pari a 56.305.568 abitanti, mentre il Giappone, su 372.824 kmq, ha una popolazione pari a 127.435.000 di abitanti. Lungo la pianura più estesa, quella del Kanto, abbiamo la più grande megalopoli mondiale quella di Tokyo – Yokohama, con ben 30 milioni di abitanti nello spazio di 50 Km. Seguono le altre due megalopoli di Osaka – Kobe – Kyoto e quella di Nagoya.

 

 

 

 

 

Sul piano dell’economia, il Giappone, pur essendo povero di risorse minerarie ed energetiche e pur avendo dovuto affrontare, negli ultimi anni, una grave crisi oggi non del tutto superata, resta saldamente al secondo posto tra le grandi  superpotenze economiche. Il settore industriale, infatti, oltre che di aziende di piccola e media dimensione, si avvale di grandi  keiretsu, cioè di notevoli raggruppamenti di potenti associazioni industriali, bancarie, commerciali ed assicurative che operano in modo autonomo, in settori diversi dell’economia, come Mitsubishi, Mitsui, ecc. Molto sviluppato è il settore terziario, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione e la ricerca scientifica. Anzi, contrariamente a quanto accade talvolta in Europa, il Paese riserva ingenti risorse all’istruzione di ogni ordine e grado (da quella elementare a quella universitaria) e la scuola, proprio perché punta a formare dei giovani preparati ed una valida classe dirigente, è molto rigida e selettiva. Il livello culturale e tecnologico, perciò, è molto elevato. Efficientissima, sempre nell’ambito del settore terziario, è la rete dei trasporti, sia su rotaie che nei cieli, L’aeroporto di Tokyo è diventato un  punto di riferimento internazionale, non meno importante degli aeroporti di Londra o di New York.

 

 

Notevole è stato lo sviluppo del trasporto su rotaie, soprattutto se si pensa che durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti, tra cui quelli americani su Hiroshima e Nagasaki, avevano completamente distrutto un sistema ferroviario che il Paese nipponico ha saputo ricostruire in pochissimi anni ed in modo rapido ed efficace.

 

Il Giappone, inoltre, si pone all’avanguardia, rispetto ad altri grandi Paesi, anche nella progettazione dei cosiddetti “treni del futuro”, come quelli ad energia gravitazionale che viaggiano alla velocità di 500 km/h, diventando molto competitivi rispetto agli aerei.

 

Un limite allo sviluppo economico del Giappone deriva dalla scarsità dello spazio disponibile. Così, spesso, il Paese è costretto ad aprire attività industriali in Paesi vicini, mantenendole sotto il suo controllo. Ciò è avvenuto, in particolare, nella Corea del Sud e nel Sud – est asiatico. Di qui, dunque, la creazione ed il consolidamento di un vero e proprio impero economico – industriale nipponico, rafforzato dai rapporti commerciali avviati dal Giappone con i Paesi  limitrofi.

La mancanza di spazio disponibile, inoltre, ha spinto il Giappone ad attuare una politica di incentivazione dell’emigrazione volontaria che lo Stato indirizza soprattutto verso i pensionati, incoraggiandoli a trasferirsi nei diversi villaggi turistici che il Paese ha appositamente acquistato nelle più disparate realtà del Pianeta.

 

Il Paese è retto da una monarchia costituzionale: il potere è affidato al Parlamento e l’imperatore svolge solo un ruolo rappresentativo.

 

Oltre al Giappone (escludendo la Regione Cinese, che potremmo considerare un’area a sé), l’Estremo Oriente comprende la Corea del Nord (con capitale Pyongyang), Stato comunista ed economicamente arretrato, governato in modo dispotico, e la Corea del Sud (con capitale Seoul), Paese ricco e sviluppato. La spaccatura tra le due Coree è derivata dall’occupazione della penisola coreana, nel 1945, da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Nel 1948 nacquero le due repubbliche e tra il 1950 ed il 1953, questi due Paesi si combatterono aspramente. Negli ultimi anni, la Corea del Nord è stata inserita dagli U.S.A. tra gli Stati canaglia per il sempre più persistente processo di riarmo nucleare.

 

Dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone ha dovuto fronteggiare una grave situazione politica internazionale molto simile a quella in cui venne a trovarsi, nello stesso periodo, il nostro Paese.

Come l’Italia, infatti, anche il Giappone si era alleato con la Germania nazista di Hitler e, in larga misura più dell’Italia, era stato responsabile dell’escalation della seconda guerra mondiale, macchiandosi di gravi crimini di guerra, soprattutto in Cina, che occupò per alcuni anni e contro i cui soldati praticò anche crudeli esperimenti batteriologici.

Italia e Giappone, dunque, hanno dovuto rimboccarsi le maniche, subito dopo il secondo conflitto mondiale, non solo per riconquistare la dignità perduta in seguito all’alleanza con la Germania nazista, ma soprattutto per far fronte alla distruzione, ad opera dei bombardamenti, delle vie di comunicazione, delle città e delle industrie. Tuttavia, anche più dell’Italia, in virtù della grandissima dedizione e dell’operosità degli abitanti, il Giappone è riuscito non solo a conquistare un’invidiabile posizione di rispetto nel consesso delle grandi potenze internazionali, facendo anche parte del G8, come lo stesso nostro Paese, ma ha, soprattutto, saputo rendere la propria economia altamente competitiva addirittura con quella della prima grande superpotenza mondiale, nei settori del commercio, della finanza internazionale. Nella telematica e nella tecnologia internet, però, gli U.S.A hanno mantenuto la loro supremazia. Ora il Giappone, come altri Paesi industrializzati, deve fronteggiare l’agguerrita concorrenza della Cina, nazione dalla quale lo dividono anche contrasti nati dal recente passato ed, in particolare, dall’occupazione avvenuta nel 1937. Anzi, a tal proposito, negli ultimi anni è scoppiata una nuova polemica in merito alle citate violenze perpetrate dall’esercito giapponese contro i prigionieri cinesi, usati come cavie per esperimenti batteriologici, per la vivisezione o, comunque, uccisi in modo crudele ed inumano.

I documenti storici, in effetti, addossano le responsabilità soprattutto alla famigerata Unità 731.

 

Unità 731 è il nome di un reparto dell’esercito giapponese, che fu attivo dal 1936 al 1945 in Manciuria (Cina), principalmente ad Harbin.

Agli ordini del generale Ishii Shiro, l’unità (ufficialmente destinata alla purificazione dell’acqua) fu incaricata di studiare e testare armi chimiche e biologiche, violando il protocollo di Ginevra che il Giappone aveva firmato nel 1925, nel quale tali armi vennero messe al bando.

L’Unità 731 testava il frutto del proprio lavoro (agenti chimici e biologici) attraverso la diffusione tra la popolazione civile di agenti patogeni (ad esempio, liberando sciami di zanzare infette da aerei) o infettando con agenti patogeni i pozzi) ed i prigionieri.

Secondo la maggior parte degli studiosi, il numero di cavie che furono coinvolte si aggira tra le 3000 e le 12.000 unità. Ma Sheldon Harris, docente di Storia presso la California State University, ha ipotizzato che il numero di vittime (infettate) possa aver raggiunto anche le 200.000 unità.

Pochissimi membri dell’Unità, dopo la guerra, scontarono i loro crimini: una decina di loro furono processati nel 1949 da un tribunale sovietico. Gli Stati Uniti, il cui programma di ricerca su armi chimiche e batteriologiche era cominciato solo nel 1943, recuperarono il tempo perduto proteggendo ed ingaggiando molti membri dell’unità. Gli altri tornarono alla vita civile, spesso mettendo a frutto la professionalità ottenuta collaborando o con aziende farmaceutiche o con altre nazioni.

 

La polemica è riesplosa in seguito all’approvazione in Giappone, non molto tempo fa, della pubblicazione di un testo scolastico che puntava a minimizzare le crudeltà compiute sui prigionieri cinesi e le responsabilità storiche e politiche dell’esercito giapponese.

 

(lettura tratta dal periodico “Limes”)

 

1. Gli obiettivi bellici giapponese (1941-42)

2. Gli obiettivi bellici degli alleati (1941-1945)

3. Il Pacifico visto dal Giappone

4. Le vie dell’energia

 

Il Giappone non è solo un altro paese. E’ un altro mondo. Tanto altro che talvolta noi europei tendiamo a metterlo tra parentesi. Quando non è esso stesso a farlo, in una delle fasi di chiusura verso l’esterno cui il suo particolarismo culturale periodicamente tende. A ciò contribuisce la sua insularità, con le conseguenze fisiche e culturali che ne derivano. Cominciando dai codici culturali – di ardua interpretazione da parte dei gaijin (stranieri) – che contribuiscono a velare di mistero le intenzioni nipponiche e a eccitare, talvolta, teorie fantasiose sui progetti del Sol Levante.

 

Per qualche decennio il Giappone ha fatto notizia da noi quasi esclusivamente per le performance industriali o, più recentemente, per la crisi di quella che negli anni Ottanta sembrava destinata a diventare la prima economia del mondo (e che comunque resta la seconda). Oggi sarebbe davvero miope limitarsi a questa faccia del pianeta Giappone. Senza troppo apparire, Tokyo è tornata a giocare un ruolo importante negli equilibri geopolitici mondiali. Non solo: nei prossimi anni, quanto più gli Stati Uniti si distaccheranno dal Medio Oriente e dalla “guerra al terrorismo” islamico per dedicarsi alla grande partita strategica con la Cina, tanto più decisivo sarà il comportamento del Giappone.

 

L’arcipelago è considerato da Bush uno dei due pilastri asiatici destinati al contenimento dell’emergente superpotenza cinese. L’altro è l’India. Quest’ultimo però non è riducibile al rango di alleato regionale degli Usa. Lo conferma la difficoltà del governo di Delhi a far passare l’accordo sul nucleare stipulato con Washington, che secondo il punto di vista americano dovrebbe sigillare l’intesa implicitamente anticinese fra i due paesi. Il Giappone, invece, da potenza sconfitta e umiliata dopo la seconda guerra mondiale, è vincolato all’alleanza transpacifica con il vincitore/protettore a stelle e strisce. E nutre nei confronti dell’impero cinese un’avversione (complesso di superiorità) assai più consolidata – e ricambiata – di quella indiana. A sostenere l’intesa con gli Usa, ciò che resta della corrente occidentalista della geopolitica nipponica – “uscire dall’Asia per entrare in Europa” era il motto dei fautori di questa visione del mondo, tra fine Ottocento e primo Novecento.

 

Il Giappone di oggi convive con la paura della Cina – da cui rischia di essere superato quanto a prodotto interno lordo entro il decennio – e con la conseguente necessità dell’intesa transpacifica. Allo stesso tempo, la vicinanza geografica alimenta la sempre più stretta connessione con l’economia cinese e suggerisce un approccio prudente al colosso in fieri, che l’ex primo ministro Abe battezzò “rapporto di reciprocità strategica”.

 

Certo, il passato non passa. La memoria delle brutalità nipponiche in Cina è dolorosamente risvegliata, di tanto in tanto, dalle visite dei premier nipponici al santuario Yasukuni, dove si venera anche lo spirito di alcuni criminali di guerra particolarmente efferati (ma il Giappone ufficiale, ovviamente, non la vede così). A conferma che il Giappone non è la Germania, e la Cina non è la Francia. Senza una visione condivisa della storia, qualsiasi intesa appare fragile, revocabile.

 

Vi sono dissidi più concreti fra i due paesi “separati da un filo d’acqua”, come vuole un antico motto cinese. A cominciare dalle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, specie attorno al nodo delle isole Senkaku, dove la posta in gioco sono i giacimenti di idrocarburi e le rotte dell’approvvigionamento dell’arcipelago. E soprattutto la questione di Taiwan, la cui centralità geostrategica invita il Giappone a sostenerne le velleità indipendentiste, anche a costo di irritare la Cina. Per finire con l’ambizione nipponica al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, contro cui Pechino ha lavorato non troppo sotterraneamente.

 

Tuttavia, gli americani sbaglierebbero a immaginare che il patto di sicurezza con il Giappone e la sua avversione per la Cina implichino la possibilità di disporre a piacimento dell’alleato nipponico. Forse l’ipernazionalismo di chi rivendica il diritto a “dire no” non sarà maggioritario, ma esprime l’insofferenza di molti giapponesi per il modo in cui i vincitori talvolta indulgono a trattarli, relegandoli al rango di suffraganei. Con prudenza, ma con ostinazione, superando il tabù del riarmo e dell’impiego delle sue truppe nel mondo (sia pure a garanzia della pace), il Giappone appare destinato a recuperare il rango che gli spetta per dimensioni economiche, tecnologiche e culturali. E a spenderlo da swinging power nell’equazione di potenza estremorientale, segnata dalla competizione sino-americana.

 

 

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