Archivio mensile:febbraio 2008
Ricordi d’infanzia: le pesti di via Enrico Mattei!
Appunti geografia
Appunti sul Giappone
Il Giappone
Il Giappone è un arcipelago che si estende dal versante nord – occidentale dell’Oceano Pacifico alle coste della Russia, della Cina e a quelle della Corea.
È costituito di circa tremila isole, di cui quattro sono le più importanti:
HOKKAIDO, la più settentrionale; HONSHU, quella più estesa; SHIKOKU, quella più piccola; KYUSHU, quella situata più a Sud. Il territorio, per il 75 % montuoso, presenta poche aree pianeggianti, tra cui quella del Kanto, dove insiste Tokyo, lungo la costa orientale dell’isola di Honshu, e la pianura del Kansai, nell’area centrale della medesima isola di Honshu. Tra i rilievi ricordiamo, nell’Honshu centrale, le Alpi giapponesi, con vette che superano i tremila metri. La cima più alta è quella del monte Fuji, un vulcano inattivo da alcuni secoli, che domina, con i suoi 3776 m. di altitudine, tutta l’area di Tokio.
Il Fuji, in passto, è stato considerato sacro. Per secoli, infatti, i Giapponesi l’hanno associato alla dimora delle loro divinità: una sorta di Olimpo dello Shintoismo, religione che insieme al Buddhismo è oggi praticata dalla stragrande maggioranza della popolazione.
Il Giappone è frequentemente interessato da fenomeni sismici e vulcanici, senza che ciò, in genere, faccia risentire effetti disastrosi sulla popolazione, da secoli abituata a convivere con eventi di tale portata.
Dal punto di vista demografico, il paese nipponico, pur avendo una superficie poco più estesa di quella italiana, presenta più del doppio della popolazione, con una densità media di 341 abitanti per Kmq. L’Italia, infatti, a fronte di una superficie di 301.338 kmq, ha una popolazione pari a 56.305.568 abitanti, mentre il Giappone, su 372.824 kmq, ha una popolazione pari a 127.435.000 di abitanti. Lungo la pianura più estesa, quella del Kanto, abbiamo la più grande megalopoli mondiale quella di Tokyo – Yokohama, con ben 30 milioni di abitanti nello spazio di 50 Km. Seguono le altre due megalopoli di Osaka – Kobe – Kyoto e quella di Nagoya.
Sul piano dell’economia, il Giappone, pur essendo povero di risorse minerarie ed energetiche e pur avendo dovuto affrontare, negli ultimi anni, una grave crisi oggi non del tutto superata, resta saldamente al secondo posto tra le grandi superpotenze economiche. Il settore industriale, infatti, oltre che di aziende di piccola e media dimensione, si avvale di grandi keiretsu, cioè di notevoli raggruppamenti di potenti associazioni industriali, bancarie, commerciali ed assicurative che operano in modo autonomo, in settori diversi dell’economia, come Mitsubishi, Mitsui, ecc. Molto sviluppato è il settore terziario, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione e la ricerca scientifica. Anzi, contrariamente a quanto accade talvolta in Europa, il Paese riserva ingenti risorse all’istruzione di ogni ordine e grado (da quella elementare a quella universitaria) e la scuola, proprio perché punta a formare dei giovani preparati ed una valida classe dirigente, è molto rigida e selettiva. Il livello culturale e tecnologico, perciò, è molto elevato. Efficientissima, sempre nell’ambito del settore terziario, è la rete dei trasporti, sia su rotaie che nei cieli, L’aeroporto di Tokyo è diventato un punto di riferimento internazionale, non meno importante degli aeroporti di Londra o di New York.
Notevole è stato lo sviluppo del trasporto su rotaie, soprattutto se si pensa che durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti, tra cui quelli americani su Hiroshima e Nagasaki, avevano completamente distrutto un sistema ferroviario che il Paese nipponico ha saputo ricostruire in pochissimi anni ed in modo rapido ed efficace.
Il Giappone, inoltre, si pone all’avanguardia, rispetto ad altri grandi Paesi, anche nella progettazione dei cosiddetti “treni del futuro”, come quelli ad energia gravitazionale che viaggiano alla velocità di 500 km/h, diventando molto competitivi rispetto agli aerei.
Un limite allo sviluppo economico del Giappone deriva dalla scarsità dello spazio disponibile. Così, spesso, il Paese è costretto ad aprire attività industriali in Paesi vicini, mantenendole sotto il suo controllo. Ciò è avvenuto, in particolare, nella Corea del Sud e nel Sud – est asiatico. Di qui, dunque, la creazione ed il consolidamento di un vero e proprio impero economico – industriale nipponico, rafforzato dai rapporti commerciali avviati dal Giappone con i Paesi limitrofi.
La mancanza di spazio disponibile, inoltre, ha spinto il Giappone ad attuare una politica di incentivazione dell’emigrazione volontaria che lo Stato indirizza soprattutto verso i pensionati, incoraggiandoli a trasferirsi nei diversi villaggi turistici che il Paese ha appositamente acquistato nelle più disparate realtà del Pianeta.
Il Paese è retto da una monarchia costituzionale: il potere è affidato al Parlamento e l’imperatore svolge solo un ruolo rappresentativo.
Oltre al Giappone (escludendo la Regione Cinese, che potremmo considerare un’area a sé), l’Estremo Oriente comprende la Corea del Nord (con capitale Pyongyang), Stato comunista ed economicamente arretrato, governato in modo dispotico, e la Corea del Sud (con capitale Seoul), Paese ricco e sviluppato. La spaccatura tra le due Coree è derivata dall’occupazione della penisola coreana, nel 1945, da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Nel 1948 nacquero le due repubbliche e tra il 1950 ed il 1953, questi due Paesi si combatterono aspramente. Negli ultimi anni, la Corea del Nord è stata inserita dagli U.S.A. tra gli Stati canaglia per il sempre più persistente processo di riarmo nucleare.
Dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone ha dovuto fronteggiare una grave situazione politica internazionale molto simile a quella in cui venne a trovarsi, nello stesso periodo, il nostro Paese.
Come l’Italia, infatti, anche il Giappone si era alleato con la Germania nazista di Hitler e, in larga misura più dell’Italia, era stato responsabile dell’escalation della seconda guerra mondiale, macchiandosi di gravi crimini di guerra, soprattutto in Cina, che occupò per alcuni anni e contro i cui soldati praticò anche crudeli esperimenti batteriologici.
Italia e Giappone, dunque, hanno dovuto rimboccarsi le maniche, subito dopo il secondo conflitto mondiale, non solo per riconquistare la dignità perduta in seguito all’alleanza con la Germania nazista, ma soprattutto per far fronte alla distruzione, ad opera dei bombardamenti, delle vie di comunicazione, delle città e delle industrie. Tuttavia, anche più dell’Italia, in virtù della grandissima dedizione e dell’operosità degli abitanti, il Giappone è riuscito non solo a conquistare un’invidiabile posizione di rispetto nel consesso delle grandi potenze internazionali, facendo anche parte del G8, come lo stesso nostro Paese, ma ha, soprattutto, saputo rendere la propria economia altamente competitiva addirittura con quella della prima grande superpotenza mondiale, nei settori del commercio, della finanza internazionale. Nella telematica e nella tecnologia internet, però, gli U.S.A hanno mantenuto la loro supremazia. Ora il Giappone, come altri Paesi industrializzati, deve fronteggiare l’agguerrita concorrenza della Cina, nazione dalla quale lo dividono anche contrasti nati dal recente passato ed, in particolare, dall’occupazione avvenuta nel 1937. Anzi, a tal proposito, negli ultimi anni è scoppiata una nuova polemica in merito alle citate violenze perpetrate dall’esercito giapponese contro i prigionieri cinesi, usati come cavie per esperimenti batteriologici, per la vivisezione o, comunque, uccisi in modo crudele ed inumano.
I documenti storici, in effetti, addossano le responsabilità soprattutto alla famigerata Unità 731.
Unità 731 è il nome di un reparto dell’esercito giapponese, che fu attivo dal 1936 al 1945 in Manciuria (Cina), principalmente ad Harbin.
Agli ordini del generale Ishii Shiro, l’unità (ufficialmente destinata alla purificazione dell’acqua) fu incaricata di studiare e testare armi chimiche e biologiche, violando il protocollo di Ginevra che il Giappone aveva firmato nel 1925, nel quale tali armi vennero messe al bando.
L’Unità 731 testava il frutto del proprio lavoro (agenti chimici e biologici) attraverso la diffusione tra la popolazione civile di agenti patogeni (ad esempio, liberando sciami di zanzare infette da aerei) o infettando con agenti patogeni i pozzi) ed i prigionieri.
Secondo la maggior parte degli studiosi, il numero di cavie che furono coinvolte si aggira tra le 3000 e le 12.000 unità. Ma Sheldon Harris, docente di Storia presso la California State University, ha ipotizzato che il numero di vittime (infettate) possa aver raggiunto anche le 200.000 unità.
Pochissimi membri dell’Unità, dopo la guerra, scontarono i loro crimini: una decina di loro furono processati nel 1949 da un tribunale sovietico. Gli Stati Uniti, il cui programma di ricerca su armi chimiche e batteriologiche era cominciato solo nel 1943, recuperarono il tempo perduto proteggendo ed ingaggiando molti membri dell’unità. Gli altri tornarono alla vita civile, spesso mettendo a frutto la professionalità ottenuta collaborando o con aziende farmaceutiche o con altre nazioni.
La polemica è riesplosa in seguito all’approvazione in Giappone, non molto tempo fa, della pubblicazione di un testo scolastico che puntava a minimizzare le crudeltà compiute sui prigionieri cinesi e le responsabilità storiche e politiche dell’esercito giapponese.
(lettura tratta dal periodico “Limes”)
1. Gli obiettivi bellici giapponese (1941-42)
2. Gli obiettivi bellici degli alleati (1941-1945)
3. Il Pacifico visto dal Giappone
4. Le vie dell’energia
Il Giappone non è solo un altro paese. E’ un altro mondo. Tanto altro che talvolta noi europei tendiamo a metterlo tra parentesi. Quando non è esso stesso a farlo, in una delle fasi di chiusura verso l’esterno cui il suo particolarismo culturale periodicamente tende. A ciò contribuisce la sua insularità, con le conseguenze fisiche e culturali che ne derivano. Cominciando dai codici culturali – di ardua interpretazione da parte dei gaijin (stranieri) – che contribuiscono a velare di mistero le intenzioni nipponiche e a eccitare, talvolta, teorie fantasiose sui progetti del Sol Levante.
Per qualche decennio il Giappone ha fatto notizia da noi quasi esclusivamente per le performance industriali o, più recentemente, per la crisi di quella che negli anni Ottanta sembrava destinata a diventare la prima economia del mondo (e che comunque resta la seconda). Oggi sarebbe davvero miope limitarsi a questa faccia del pianeta Giappone. Senza troppo apparire, Tokyo è tornata a giocare un ruolo importante negli equilibri geopolitici mondiali. Non solo: nei prossimi anni, quanto più gli Stati Uniti si distaccheranno dal Medio Oriente e dalla “guerra al terrorismo” islamico per dedicarsi alla grande partita strategica con la Cina, tanto più decisivo sarà il comportamento del Giappone.
L’arcipelago è considerato da Bush uno dei due pilastri asiatici destinati al contenimento dell’emergente superpotenza cinese. L’altro è l’India. Quest’ultimo però non è riducibile al rango di alleato regionale degli Usa. Lo conferma la difficoltà del governo di Delhi a far passare l’accordo sul nucleare stipulato con Washington, che secondo il punto di vista americano dovrebbe sigillare l’intesa implicitamente anticinese fra i due paesi. Il Giappone, invece, da potenza sconfitta e umiliata dopo la seconda guerra mondiale, è vincolato all’alleanza transpacifica con il vincitore/protettore a stelle e strisce. E nutre nei confronti dell’impero cinese un’avversione (complesso di superiorità) assai più consolidata – e ricambiata – di quella indiana. A sostenere l’intesa con gli Usa, ciò che resta della corrente occidentalista della geopolitica nipponica – “uscire dall’Asia per entrare in Europa” era il motto dei fautori di questa visione del mondo, tra fine Ottocento e primo Novecento.
Il Giappone di oggi convive con la paura della Cina – da cui rischia di essere superato quanto a prodotto interno lordo entro il decennio – e con la conseguente necessità dell’intesa transpacifica. Allo stesso tempo, la vicinanza geografica alimenta la sempre più stretta connessione con l’economia cinese e suggerisce un approccio prudente al colosso in fieri, che l’ex primo ministro Abe battezzò “rapporto di reciprocità strategica”.
Certo, il passato non passa. La memoria delle brutalità nipponiche in Cina è dolorosamente risvegliata, di tanto in tanto, dalle visite dei premier nipponici al santuario Yasukuni, dove si venera anche lo spirito di alcuni criminali di guerra particolarmente efferati (ma il Giappone ufficiale, ovviamente, non la vede così). A conferma che il Giappone non è la Germania, e la Cina non è la Francia. Senza una visione condivisa della storia, qualsiasi intesa appare fragile, revocabile.
Vi sono dissidi più concreti fra i due paesi “separati da un filo d’acqua”, come vuole un antico motto cinese. A cominciare dalle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, specie attorno al nodo delle isole Senkaku, dove la posta in gioco sono i giacimenti di idrocarburi e le rotte dell’approvvigionamento dell’arcipelago. E soprattutto la questione di Taiwan, la cui centralità geostrategica invita il Giappone a sostenerne le velleità indipendentiste, anche a costo di irritare la Cina. Per finire con l’ambizione nipponica al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, contro cui Pechino ha lavorato non troppo sotterraneamente.
Tuttavia, gli americani sbaglierebbero a immaginare che il patto di sicurezza con il Giappone e la sua avversione per la Cina implichino la possibilità di disporre a piacimento dell’alleato nipponico. Forse l’ipernazionalismo di chi rivendica il diritto a “dire no” non sarà maggioritario, ma esprime l’insofferenza di molti giapponesi per il modo in cui i vincitori talvolta indulgono a trattarli, relegandoli al rango di suffraganei. Con prudenza, ma con ostinazione, superando il tabù del riarmo e dell’impiego delle sue truppe nel mondo (sia pure a garanzia della pace), il Giappone appare destinato a recuperare il rango che gli spetta per dimensioni economiche, tecnologiche e culturali. E a spenderlo da swinging power nell’equazione di potenza estremorientale, segnata dalla competizione sino-americana.
“Eserci…versione”: il dado è tratto e la traccia è stata scelta
Eserci…versione: scritto…. ma non solo!!!
eserci….versione: piccolo chiarimento!
Domani, eserci…versione….
Campagna elettorale: dibattito elettorale
Dibattito politico
Se per Lei sia Comunismo che Fascismo sono spazzatura, allora perchè Rosso fa rima con Posso?
Non sono estremista di destra, quindi non celebro il razzismo, ma riconosco anche i meriti del Fascismo in Italia.
L’ideale comunista, nato con Marx, si basava su teorie econimiche, se non sbaglio, ma appena queste sono state attuate, chissà perchè, un certo Stato russo è caduto…forse per assenza di libera iniziativa. Il Fascismo, invece, ha protetto l’Italia dall’attacco nazista: in un certo senso abbiamo sacrificato Ebrei per non far morire tutti gli Italiani. Non che sia umano, affatto, non dico questo, soltanto bisogna ammettere che esistono lati positivi d’ogni evento storico: se non vi fosse stato un Medioevo, non avremmo potuto assistere al Rinascimento. Il Comunismo, inteso come unione di un popolo, e quindi non economicamente, è un’Utopia: l’uomo combatte col simile per natura, come qualunque animale, è la legge naturale delle cose.
E, poichè siamo in un tempo in cui la Giustizia fa pena, ricordo che ai tempi del Fascismo nessuno s’azzardava a rubare una mela. Uno spettacolo una Democrazia che, per tutti quegli uomini, sia di destra che di sinistra, che si scannano per un posto da 15 000 euro, non è tale. Almeno con Mussolini non avremmo fatto certe figure, dalla spazzatura a Mastella, con gli altri Stati, e staremmo certamente meglio… quindi, poichè ognuno è libero di esprimere la propria opinione secondo una Costituzione democratica… Dux Nostra Lux
Il pericolo è il mio mestiere
La guerra del Peloponneso e relativa cronologia
La guerra del Peloponneso
Nonostante la “pace trentennale” conclusa tra Atene e Sparta nel 446 a. C., il conflitto tra le due grandi poleis del mondo greco non potè essere evitato. Esso scoppiò in tutta la sua devastante violenza nel 431 a. C. e, fatta eccezione per una breve tregua, nota come “pace di Nicia”, si protrasse fino al 404 a.C. .
Ebbe, dunque, una durata di circa venticinque anni, periodo durante il quale un’intera generazione nacque, crebbe e divenne adulta convivendo con la cupa atmosfera di un conflitto dalla portata eccezionale.
Il primo grande scrittore che ne comprese subito l’eccezionalità fu Tucidide, storico, ma anche generale e uomo politico ateniese. Egli, nella parte introduttiva de La guerra del Peloponneso, scriveva: Tucidide di Atene racconta la guerra sorta tra le città del Peloponneso e Atene, con le sue varie vicende. Cominciò a scriverla subito, ai primi indizi di ostilità, prevedendo che sarebbe stata importante e la più degna di considerazione tra tutte […], questo fu certamente il più grave sconvolgimento che sia mai avvenuto per i Greci. Tucidide, dunque, costituisce la fonte più importante del conflitto, almeno fino agli eventi del 411. Soprattutto, a lui dobbiamo l’analisi delle cause (di quelle occasionali, ma anche di quelle remote) che furono alla base del conflitto.
Così, se per causa occasionale possiamo intendere, tra le altre, il cosiddetto decreto megarese, con cui Pericle impose l’esclusione di Megara, città alleata di Sparta, dai porti e dai mercati della lega delio – attica, le cause remote del conflitto possono essere individuate 1) nel crescente imperialismo ateniese; 2) nel timore della stessa Sparta che Atene potesse acquisire il controllo di tutta la Grecia, in palese contrasto con le clausole della pace trentennale del 446 a. C.; 3) nel profondo conflitto politico – ideologico tra il sistema di governo oligarchico, vigente in Sparta e nelle poleis filo – spartane, e la democrazia ateniese. Il timore che Atene, in caso di vittoria, avrebbe addirittura potuto imporre un unico stato territoriale greco sotto la sua egida, annullando di fatto l’autonomia delle singole poleis, era molto forte e spinse la città lacedemone a farsi paladina dell’autonomia delle città – stato.
Antefatti della guerra (433 – 431)
Tra gli antefatti, o meglio tra le cause occasionali della guerra, abbiamo la rivalità tra Atene e Corinto.
Questa città, collocata sull’Istmo di Corinto, vedeva sempre più minacciate le sue attività commerciali con la Sicilia e l’Italia meridionale dalla concorrenza di Atene, che rivolgeva le sue mire verso le stesse località. Che non si trattasse solo di una rivalità di natura commerciale ed economica, ma anche politica, lo dimostra l’episodio dello scontro fra Atene e Corinto per l’isola di Corcira (oggi Corfù), snodo fondamentale per le rotte commerciali verso la Magna Grecia. Corcira, colonia di Corinto, entrò in guerra con la sua madrepatria ed ottenne l’intervento militare, in suo sostegno, di Atene.
Un altro momento dello scontro tra Atene e Corinto riguardò la città di Potidea, situata nella penisola Calcidica (area dell’Egeo settentrionale). Fondata dai Corinzi, Potidea era entrata, come altre città delle aree costiere, nella lega delio – attica. Ciò nonostante, contrariamente a Corcira, aveva continuato ad avere buoni rapporti con la madrepatria, dalla quale ogni anno giungevano degli speciali magistrati, definiti “epidemiurghi”. Sull’onda del conflitto già in atto con Corinto per la città di Corcira, Pericle ordinò a Potidea di espellere gli epidemiurghi e di demolire il muro meridionale che la rendeva inespugnabile. Per tutta risposta, Potidea, con l’appoggio di Corinto e del re macedone Perdicca, fuoriuscì dalla lega di Delo, ponendosi in aperto contrasto con Atene.
Infine, una terza fase dello scontro tra Atene e Corinto si ebbe quando, nel 432, Atene promulgò il Megarikon yhfisma (megarikòn psèfisma), cioè il decreto megarese, con cui Pericle introdusse il divieto assoluto per le città della sua lega di relazioni commerciali con Megara, città alleata di Corinto, che era, a sua volta alleata con Sparta.
Nel corso di un’assemblea della lega peloponnesiaca, tenutasi nell’inverno del 432 / 431 a.C., Sparta, non ancora intenzionata a combattere in campo aperto con Atene, intimò a Pericle di ritirare il decreto. Il rifiuto di Pericle rese non più procastinabile la guerra.
431 – 421: prima fase dello scontro : la guerra archidamica
La fase iniziale della guerra vede i seguenti schieramenti: Sparta, potenza terrestre, dotata di un forte esercito di terra; Atene, grande potenza navale.
(cliccare sulla cartina per ingrandirla – tratta da Wikipedia)
Alleate di Sparta erano la Macedonia, Delfi, Tebe, Megara, la regione del Peloponneso, nonché, in Italia, Siracusa, Gela, Selinunte, Messina.
Alleate di Atene erano la Tessaglia, l’Eubea, l’Attica, la penisola Calcidica e le poleis situate lungo le aree costiere della Tracia e dell’Asia Minore. In Italia, Atene poteva contare sull’amicizia di Segesta, Naxos, Catania, Camarina, Reggio, Cuma e Napoli.
La guerra vera e propria ebbe inizio con il progetto di occupazione della città di Platea, alleata di Atene, da parte di Tebe, città legata, invece, a Sparta. I Plateesi, sostenuti da Atene trucidarono gli opliti tebani già entrati nella città. Per ritorsione, l’esercito di terra della lega peloponnesiaca invase l’Attica, con i suoi 40.000 uomini contro gli appena 16.000 soldati di Atene e città alleate.
L’assedio era guidato dal re spartano Archìdamo e, pertanto, questa prima fase del conflitto viene definita guerra archidamica: i Peloponnesiaci, però, dovettero limitarsi a saccheggiare campagne e villaggi abbandonati su consiglio di Pericle, mentre gli Ateniesi, per ritorsione, reagirono con la devastazione delle coste del Peloponneso, sostenuti dalla potente flotta della lega delio – attica.
Pericle, come abbiamo già detto, fece evacuare le campagne dell’Attica, raccogliendone la popolazione dentro le mura della città. Lo stratega ateniese, ritenendo che la salvezza dell’Attica non potesse giungere dalla difesa delle campagne, ma dal mare, decise di evitare lo scontro aperto con Sparta, troppo forte sulla terraferma, per effettuare incursioni contro i nemici. Il piano era quello di logorare la città avversaria con una guerra di lunga durata, dal momento che, essendo Sparta più debole di Atene sul piano economico, non avrebbe potuto affrontare le spese di un conflitto di lunga durata.
La strategia di Pericle, tuttavia, non potè essere realizzata in pieno, in quanto una terribile peste, scoppiata in Atene nel 430, lo privò, nel 429, della vita, insieme a molti suoi concittadini.
Probabilmente, proprio la scomparsa dell’uomo che aveva fino a quel periodo guidato con successo la politica ateniese fu una delle ragioni della sconfitta finale di Atene. I successori, infatti, non avrebbero dimostrato le sue stesse capacità.
A Pericle subentrò Cleone, spregiudicato sostenitore della guerra ad oltranza e molto criticato dagli intellettuali del tempo ed in modo particolare dal commediografo Aristofane, perché cavalcava spesso, e in modo demagogico, le istanze e gli interessi del demos.
Dal 429 al 426 non ci furono risultati di rilievo, anzi la guerra venne assumendo, in quegli anni, un ritmo piuttosto monotono, che vedeva ogni estate Sparta invadere la campagna dell’Attica per poi ritirarsi, con l’avvicinarsi dell’inverno.
Occorre, però, ricordare la defezione, avvenuta nel 428, della città di Mitilene, capoluogo dell’isola di Lesbo, dalla lega delio – attica. Molto violenta, foriera per giunta di ulteriori conseguenze, fu la reazione di Atene che fece uccidere molti uomini di Mitilene, mentre fece vendere come schiavi donne e bambini. Altrettanto spietata fu la reazione degli Spartani, che occuparono Platea e uccisero gran parte della popolazione.
Un anno di svolta fu, invece, il 425 a. C., quando gli Ateniesi, guidati dallo stesso Cleone, conquistarono l’isola di Sfacteria, prospiciente la costa del Peloponneso, catturando il presidio spartano che ne controllava il territorio e che era stato inviato in quell’area in seguito alla scoperta di un tentativo di Atene di sollevare a Pilo, in Messenia, una rivolta antispartana.
Sparta rispose mandando un contingente, guidato da Bràsida, contro le colonie ateniesi della Grecia settentrionale. Bràsida riuscì a conquistarle, occupando, in particolare, la colonia di Anfipoli, la cui perdita tolse ad Atene il controllo delle miniere d’oro del monte Pangeo. Nel conflitto trovarono la morte, nel 422, ad Anfipoli, gli stessi Brasida e Cleone.
La scomparsa, in entrambi gli schieramenti, dei due generali più oltranzisti, permise ai sostenitori della pace di prevalere. Fu così che, nel 421, si giunse alla pace di Nicia, così chiamata dal nome del politico ateniese, esponente della fazione conservatrice filospartana. Essa prevedeva il ritorno alla situazione territoriale preesistente allo scoppio del conflitto, con la restituzione dei territori conquistati nei dieci anni appena trascorsi di guerra.
421 – 413: La pace “inesistente” e la seconda fase della guerra
In una situazione in cui nessuna delle grandi città si mostrava disponibile a cedere i territori conquistati nei primi dieci anni di guerra, in Atene tornò a prendere il sopravvento la fazione democratico – radicale, guidata da Ipèrbolo, poi ostracizzato nel 417. Ma un nuovo e più importante esponente si affacciò prepotentemente sulla scena politica ateniese: era Alcibiade, appartenente alla nobile famiglia degli Alcmeonidi, che venne eletto, per l’anno 417 / 416, stratega con Nicia, l’estensore del trattato di pace del 421.
Gli anni seguenti furono caratterizzati da una serie di provocazioni ateniesi contro Sparta. Nel 416 a.C., Atene diede pubblica dimostrazione del lato violento della sua politica imperialistica. A farne le spese fu la piccola isola di Melo. Si trattava di una colonia spartana che, però, era rimasta fino a quel momento neutrale. Gli Ateniesi pretesero che i Melii si schierassero dalla loro parte e contro la madrepatria e, al fermo diniego dell’isola, reagirono conquistando la città e massacrandone gran parte degli abitanti.
La spedizione in Sicilia (415 – 413)
In Sicilia erano scoppiati dei contrasti tra Siracusa, città alleata di Sparta e Lentini, alleata di Atene, da un lato, e tra la filospartana Selinunte e la filoateniese Segesta.
Proprio questa città rivolse una richiesta di aiuto ad Atene che l’ecclesìa ateniese subito accolse, dietro consiglio di Alcibiade. Questi, infatti, riteneva politicamente opportuno inserirsi nelle controversie tra le città siciliane, sia per avere, a breve termine, gioco più facile nell’infliggere a Sparta la definitiva sconfitta, sia, in una prospettiva a medio e a lungo termine, per fare della Sicilia conquistata un avamposto per il controllo del Mediterraneo e delle coste dell’Africa, dopo un’eventuale vittoria contro Cartagine.
Nicia e i moderati cercarono di opporsi, ma, come si è detto, l’ecclesìa decise di avallare la spedizione in Sicilia, affidandone il comando ad Alcibiade, Lamaco e Nicia. Tutto era pronto, nell’estate del 415, per la partenza della flotta in Sicilia, quando un grave scandalo colpì la città, ma in particolar modo Alcibiade. La notte precedente la partenza della flotta dal Pireo, infatti, si verificò la mutilazione delle Erme, le statue consacrate al dio Ermes, poste agli incroci delle strade ateniesi. La flotta partì ugualmente, ma Alcibiade, accusato di questo sacrilegio dai suoi avversari politici, fu richiamato in patria ed invitato a discolparsi in presenza dei giudici. Temendo un’eventuale condanna, egli si rifugiò, con un clamoroso, ma forse inevitabile, voltafaccia, a Sparta, dove consigliò agli Spartani di inviare truppe in Sicilia contro gli Ateniesi, indicando anche i punti deboli dell’esercito ateniese.
Lo scandalo delle Erme non solo privò Atene del suo generale più valente, ma ebbe, come conseguenza ben più grave, il cambiamento improvviso ed imprevisto delle sorti del conflitto in Sicilia.
Difatti, era ormai il 414 a.C. e, sia pur lentamente, le forze ateniesi guidate da Nicia stavano prendendo il sopravvento nella città siracusana. Anzi, le trattative già avviate tra Siracusa ed Atene sembravano attestare che le sorti della colonia spartana fossero già segnate, quando un corpo di spedizione lacedemone, guidato da Gilippo, giunse in soccorso della città assediata dagli Ateniesi, causando loro gravissime perdite. In seguito, lo stesso Nicia cercò di fuggire, abbandonando l’assedio di Siracusa, ma fu intercettato, insieme al generale Demostene (inviato con dei rinforzi a sostegno degli Ateniesi) e con l’esercito ateniese.
Nicia e Demostene furono decapitati, i soldati ateniesi rimasti ancora vivi, furono rinchiusi nelle Latomìe, le cave di pietra siracusane utilizzate come prigione, e qui vennero lasciati morire di stenti.
Terza fase: 413 – 404, la guerra deceleica
La rovinosa disfatta di Atene in Sicilia determinò una svolta decisiva per le sorti più generali del conflitto. Sparta, che ormai si avvaleva della preziosa collaborazione di Alcibiade, assediò la località attica di Decelea, un po’ più a Nord di Atene, punto nevralgico per l’arrivo dei rifornimenti e dei rinforzi dal Mare Egeo. Contemporaneamente, Atene dovette assistere alla defezione dalla sua lega di molte città alleate, ormai decise ad allearsi con Sparta.
Intanto, nel 411 si ebbero due importanti avvenimenti:
– il colpo di Stato oligarchico ad Atene, capeggiato da Antifonte, Pisandro, Frìnico, Teràmene e Crizia, che abolì la costituzione democratica, affidando il governo della città ad un ristretto consiglio di quattrocento persone (definito, appunto, il Consiglio dei Quattrocento)
– l’entrata in scena, nel conflitto, della Persia che, alleandosi con Sparta in funzione antiateniese, sperava di riconquistare le città greche della costa ionica perse nel 480 e nei due anni successivi. L’intervento persiano fece pendere in modo decisivo il piatto della bilancia a favore di Sparta.
Il regime oligarchico dei Quattrocento fu deposto, nel 410, dal democratico Trasibulo, mentre, nel 408 – 407, riappacificatosi con la sua città, Alcibiade tornò in Atene, dove fu proclamato strathgoV autokratwr (strategòs autokràtor, cioè stratego con pieni poteri). Tuttavia, il ritorno dell’Alcmeonide non sortì per Atene i risultati sperati: difatti, nella primavera del 407, gli Ateniesi vennero sconfitti dallo spartano Lisandro presso Notion, sulla costa ionica, a nord di Samo. Alcibiade, colpito anche personalmente dalla sconfitta, si ritirò in alcuni suoi possedimenti nel Chersoneso Tracico e, in seguito, fu assassinato.
Il 406 fu per Atene un anno importante: infatti, gli Ateniesi sconfissero, nella battaglia navale delle Arginuse (isole poste davanti all’isola di Lesbo), gli Spartani. Tuttavia, gli strateghi ateniesi, non poterono, a causa delle cattive condizioni del mare, recuperare i soldati ateniesi naufraghi e, pertanto, tornati in patria, furono quasi tutti posti sotto processo e giustiziati.
Il risultato fu che Atene si privò, in tal modo, dei migliori strateghi che avesse mai avuto da alcuni anni a questa parte e, pertanto, quello stesso esito vittorioso della battaglia, che avrebbe potuto segnare una nuova svolta nel conflitto a favore di Atene, fu drammaticamente compromesso da quell’atto di giustizia sommaria.
Così, indebolita dai conflitti intestini e dalla mancanza di viveri e di rinforzi, a seguito dell’assedio di Decelea, Atene fu definitivamente sconfitta, nel 405, nella battaglia navale di Egospotami, sulla costa del Chersoneso Tracico. Sparta, ormai controllava tutto l’Egeo ed il blocco di Decelea continuava ad affamare la popolazione ateniese, fin quando, nel 404, Atene dovette arrendersi alla nuova città egemone del mondo greco, accettando durissime, anche se non insostenibili, condizioni di pace. Queste prevedevano l’abbattimento delle mura che collegavano Atene al Pireo, la rinuncia alla flotta ed all’egemonia, la consegna di tutta la flotta ad eccezione di dodici navi, l’abolizione della costituzione democratica (che, in effetti, fu sostituita dal governo fantoccio dei Trenta Tiranni), la subalternità di Atene a Sparta sancita dall’accettazione di un’alleanza offensiva e difensiva con Sparta.
In realtà, Tebe ed altre città della Beozia avrebbero voluto la distruzione completa della città, ma Sparta preferì evitare questo trattamento alla sua eterna rivale anche per evitare che, annientata completamente Atene, Tebe avrebbe potuto rafforzarsi in modo eccessivo ai danni dei Lacedemoni.
Cronologia della guerra del Peloponneso (comprensiva degli antefatti)
– 433: alleanza tra Atene e Corcira
– 432: ribellione di Potidea e intervento ateniese
– 432/431: decreto ateniese contro Megara
– 431/404: guerra del Peloponneso
– 431/421: prima fase della guerra
– 431: nel mese di maggio l’esercito peloponnesiaco, guidato da Archìdamo, invade l’Attica, assediandola per un mese
– 430: nuova invasione peloponnesiaca dell’Attica; inizio della peste ad Atene
– 429: morte di Pericle
– 428: nuova invasione dell’Attica
– 427: capitolazione, nella primavera, di Mitilene e, nell’estate, di Platea
– 425: nuova invasione dell’Attica; spedizione di Demostene a Pilo; cattura del contingente spartano a Sfacteria
– 422: battaglia di Anfipoli: morte di Cleone e di Bràsida
– 421: Pace di Nicia
– 420 – 417: Alcibiade irrompe nella scena politica ateniese
– 417: ostracismo di Iperbolo
– 416: spedizione ateniese contro Melo
– 415/413: spedizione ateniese in Sicilia (guidata da Nicia, Lamaco e Alcibiade e preceduta dall’evento della mutilazione delle Erme)
– 414: assedio ateniese di Siracusa; intervento dello spartano Gilippo
– 413: blocco di Decelea
– 411: golpe oligarchico in Atene; intervento della Persia a sostegno di Sparta
– 408: ritorno di Alcibiade in Atene
– 407: sconfitta di Atene presso Notion, Alcibiade esce dalla scena politica
– 406: vittoria ateniese presso le isole Arginuse; processo agli strateghi vincitori
– 405: battaglia di Egospotami: gli Ateniesi vengono definitivamente sconfitti dallo spartano Lisandro
– 404: (primavera): Atene si arrende a Sparte, accettando dure, ma non disastrose, condizioni di pace
– 404: (giugno / dicembre): governo dei Trenta Tiranni
– 403: reintroduzione della democrazia ad opera degli esuli ateniesi guidati da Trasibulo