Archivio mensile:Maggio 2008
Finalmente
Pagina nera
domani “rivoluzione in famiglia”
Rivoluzione atto III
chiarimenti sulla “rivoluzione”
forse domani
Lo dicevo io…. Avevo proprio ragione
"L’Italia, da Odoacre (capo degli Eruli) a Teodorico
Nel 476 Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio… Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che si protrasse dal 488 al 494.
Teodorico riportò la vittoria decisiva su Odoacre nella battaglia di Verona (489) e, dopo un lungo assedio a Ravenna…. "
La vittoria di Teodorico a Verona, dunque, costrinse Odoacre a ritirarsi da quella città e ad arroccarsi a Ravenna.
Sul libro di testo utilizzato a scuola viene riportata la vittoria di Teodorico a Verona, ma senza l’indicazione della data, che invece viene inserita a proposito dei fatti di Ravenna del 493 – 494.
Anzi, per la precisione si legge: " Teodorico nell’estate del 489 varcò le Alpi Giulie e subito riportò due successive vittorie…. Gli occorsero tuttavia quattro anni per vincere Odoacre, che, sconfitto in battaglia presso Verona, venne catturato a Ravenna dopo un lunghissimo assedio e ucciso".
PIENAMENTE COMPRENSIBILE, DUNQUE, LA PERPLESSITA’ DEGLI ALUNNI, DAL MOMENTO CHE SUL LORO LIBRO LA DATAZIONE DELLA BATTAGLIA NON ERA DEL TUTTO CHIARA E SEMBRAVA QUASI COLLOCATA NELL’ANNO 493 E NON NEL 489.
ANZI, CON TUTTA FRANCHEZZA, HO ANCHE APPREZZATO LA RICHIESTA DI CHIARIMENTO, SEGNO DELL’INTERESSE E DELL’ATTENZIONE DIMOSTRATI VERSO L’ARGOMENTO.
Pertanto, con l’umiltà che dovrebbe sempre contraddistinguerci tutti, pur ribadendo che la data del 493 si riferiva ai fatti di Ravenna, posteriori alla battaglia di Verona, combattuta nel 489, ho promesso di ricontrollare le date, nel dubbio che l’errore potessi averlo commesso io.
Invece, la battaglia di Verona è stata effettivamente combattuta, come da me indicato, nel 489, mentre al 493 risalgono i fatti di Ravenna, con l’uccisione di Odoacre.
…. LO DICEVO IO!….
MENO MALE!!
Per dissipare ogni dubbio, riporto quanto scritto nell’opera La Storia pubblicata da la "Biblioteca di Repubblica" (Volume XVI: cronologia universale): 489: Gli Ostrogoti di Teodorico giungono nel Veneto e si accampano sulla sinistra dell’Isonzo: qui sono attaccati (28 VIII) da Odoacre, che viene però respinto e costretto a ritirarsi. Ripresa la marcia, gli Ostrogoti si scontrano nuovamente in battaglia con Odoacre a Verona (28 o 29 IX): di nuovo sconfitto, Odoacre si chiude in Ravenna.
493 (circa)… Dopo tre anni di assedio RAVENNA si arrende a Teodorico a patti onorevoli per Odoacre, confermato nei suoi diritti regali. Ma durante un banchetto Teodorico uccide di propria mano Odoacre, accusandolo di aver tramato per ricuperare il regno (5 III).
The dark side of the Moon, con diversi video dell’ LP
Queste la canzoni presenti nell’ LP
- Speak To Me (Mason)
- Breathe (o Breathe in the Air) (Waters, Gilmour, Wright) – [03:57] – Voce di Gilmour.[1] [2]
- On The Run (Gilmour, Waters) – [03:51] – Strumentale.
- Time (Mason, Waters, Wright, Gilmour) – [05:54] – Voce di Gilmour e Wright. [3] [4]
- The Great Gig In The Sky (Wright) – [04:47] – Voce di Clare Torry.
- Money (Waters) – [06:23] – Voce di Gilmour.
- Us and Them (Waters, Wright) – [07:48] – Voce di Gilmour.
- Any Colour You Like (Gilmour, Mason, Wright) – [03:25] – Strumentale
- Brain Damage (Waters) – [03:50] – Voce di Waters.
- Eclipse (Waters) – [02:06] Voce di Waters.
Pubblicato nel marzo del 1973, è considerato dai critici "l’insuperato capolavoro" di questo gruppo.
Pubblico da Youtube alcuni spezzoni dei video correlati
Posto questa recensione dal sito http://www.ondarock.it/pietremiliari/pinkfloyd_thedark.htm
E’ risaputo che i Pink Floyd hanno prodotto album migliori di "The Dark Side of the Moon", almeno per ciò che concerne l’aspetto strettamente compositivo. L’argomento-principe su cui ogni critica-rock che si rispetti, quando si ha come "vittima" il combo del periodo di Roger Waters, dovrebbe erigere il suo "epicentro" è la disputa su quale sia stata in realtà la missione musicale intrapresa (e poi egregiamente portata a termine) dai Pink Floyd: verranno ricordati e apprezzati più per le straordinarie innovazioni ed evoluzioni apportate al suono, tanto da meritarsi il titolo di "produttori di cibo per le menti" o per aver saputo coniugare suono, hype, possenti wall-of-sound saturi di colori e distorsioni neo-psichedeliche con superbe melodie, a tutt’oggi considerate archetipi-rock a cui fare riferimento? "The Dark Side of the Moon", insuperato marchio sonico-musicale dei Pink Floyd targati Waters, non scioglie il dubbio.
"The Dark Side of the Moon" si pone, nel contesto della musica popolare del XX° secolo, come un ricco laboratorio di esperimenti post-lisergici, ai confini del più spregiudicato art-rock della prima metà degli anni 70. Padrone incontrastato di questa "rivoluzione del suono" è Roger Waters, che, in qualità di alchimista floydiano, rileva già dal 1968 Syd Barrett alla guida della band, auto-erigendosi a folle, incontrollabile setacciatore di nuove sonorità che renderanno il "Floyd-sound" universale e istantaneamente riconoscibile in ogni parte del globo. Ma non si può fare a meno di stendere elogi e contro-elogi sull’elaboratissimo, maniacale sistema audio-fonico impresso sui solchi del disco, grazie al lavoro di un ingegnere del suono del calibro di Alan Parsons, che costituisce l’autentica perla ed epicentro musicale-ideologico di tutta l’operazione.
Waters, Gilmour, Mason e Wright, orfani del genio anarchico e stralunatissimo di Syd Barrett, proseguono il cammino, dando avvio a un percorso (a partire dal celebre doppio – metà live metà in studio – "Ummagumma") capace di toccare vette di sublime, spesso piacevolmente criptata cerebralità, dando in pasto a un ancora acerbo pubblico le loro ricerche e i loro inusuali connubi di rumori vivisezionati dall’"ingordo" Waters e sapientemente tradotti in accattivanti squarci di quotidianità. Una quotidianita’ in apparente quanto bizzarro contrasto con la complessità, spesso ingovernabile e astrusa, di una mente come quella di Waters, devastata da paranoie e macabre visioni, in eterna oscillazione tra sogno e realtà, schizofrenia e solenni momenti di lucidità.
"The Dark Side of the Moon" viene pubblicato il 24 marzo 1973 e verrà considerato da gran parte della critica come l’insuperato capolavoro musicale dei Pink Floyd. Cio e’ vero solo in parte: il fatto che in esso vengano riunite, impareggiabilmente, tutte le contraddizioni ideologiche e simboliche di Waters non giustifica appieno tale titolo. Volendo staccare i piedi dalla Luna e riposandoli sulla Terra, l’album è e verrà sempre considerato un superbo, inarrivabile rivoluzionario prodotto (nel caso lo intendessimo da un punto di vista strettamente "cerebral-onirico", "sonico/concettuale"), ma al contempo appena discreto nel caso lo riducessimo allo "scheletro", annientandone, cioè, il corpo sonoro e portando alla ribalta le non del tutto ispirate tracce, a cominciare dall’insipida "Money", per poi passare attraverso i trucchi (talvolta ruffiani, talvolta "streganti’ le nostre menti, in perenne cerca di …. "cibo lisergico") di "Speak To Me" e "On The Run", perfette comunque nel rendere lo stato di ansia del nostro protagonista, riuscendo a fondere, tra rumori e soluzioni sonore d’avanguardia, momenti di alto contenuto sonico-spaziale, ponendo le coordinate su cui si poggia il pensiero pessimista di un Waters alquanto disorientato, autentico ambasciatore del tema dell’incomunicabilità, di cui "The Dark Side" risulta un compiuto, drammatico spaccato.
Non mancano, per la verità, momenti di intenso, assoluto lirismo, come dimostrano "Time", trascinante nella sua felicissima fusione tra testo e musica, un passo in avanti per un non ancora del tutto sviluppato concetto filosofico all’interno dei parametri-rock, superba prova di lucidità mentale e intellettiva da parte del quartetto; il brano si avvale anche di un debordante (inteso in senso strettamente lirico/evocativo), spiazzante assolo di Gilmour alla chitarra: si ha la sensazione che esso voglia accompagnare il viaggio attraverso il tempo di un coraggioso, anarchico esploratore, in continuo stato di ansiosa curiosità. In definitiva: il trionfo della suggestione e uno degli squarci più intensi di tutta la discografia floydiana.
La prima parte del disco si completa con una elegia della pazzia, ma anche, allo stesso tempo, della libertà dell’uomo, schiavo di una società che tende a opprimerlo: "The Great Gig in the Sky", dominata da vocalizzi femminili di derivazione soul-gospel, in grado di fondere fiammante liricità e drammaturgia quasi cinematografica. In questo coinvolgente, straziante frammento della sua vita, l’uomo sembra librarsi verso il cielo, onde aprirsi un varco, grazie al quale potrà regnare indisturbato e solenne, lontano dai rumori e ingiustizie della realtà terrena.
"Us and Them" vorrebbe rievocare "Breathe In the Air", ma la melodia, sebbene pinkfloydiana al 100%, risulta convincente solo se nel contesto dell’album, non certamente come tema isolato. Un discorso che vale un po’ per tutto "The Dark Side of the Moon": ciò che rende immortale quest’opera è il suo inconsueto approccio con l’art-system dell’epoca, qui fotografato in tutte le sue direzioni possibili. Per il rock si tratto’ di un prodigioso balzo verso un’era futuristica prossima a venire, mentre per quel che concerneva il songwriting i Pink Floyd hanno certamente scritto pagine di ben piu’ elevata caratura artistica.
Per "The Dark Side" vale lo stesso parametro adottato per "Sgt. Pepper" dei Beatles: "Sgt. Pepper" non si potra’ mai considerare come il capitolo più felice, musicalmente parlando, dei Beatles: esso comportò una rivoluzione, forse la piu’ significativa e rilevante della storia della musica pop, ma questo non può giustificare appieno alcune "debolezze" compositive insite nel capolavoro di Lennon e soci. Lo stesso dicasi per "The Dark Side of the Moon": come per "Sgt. Pepper", esso costituì, per i Pink Floyd, la definitiva acquisizione di status di "semidei del rock", ma questo grazie più al magniloquente manto sonoro e policromatico, che alla qualità delle canzoni presenti nell’album. E nessuno potrà negare l’importanza avuta nel contesto storico degli anni 70 (un periodo fortemente contraddistinto dalle incessanti, maniacali ricerche di nuove avanguardistiche tecniche all’interno degli studi di registrazione) del "lato oscuro della luna", sinonimo ora piu’ che mai accertato di "studio recording" superiore al "songwriting". In fondo, rock = hype, non vi pare? Ascoltare per credere, in proposito, il buon vecchio Sergente Pepe, con tanto di solco concentrico finale…
Forse avete esagerato
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