Archivio mensile:Maggio 2008
che fai…
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio piú grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sí pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
spesso quand’io ti miro
star cosí muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
Cosí meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma piú perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
se tu parlar sapessi, io chiederei:
– Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale
Un breve commento di Stefano "Solegemello" (26-1-2003)
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Questa pagina, diciamolo subito, nulla vuole dire più di quello che è stato già detto da persone molto più autorevoli di me. La grandezza della poesia Leopardiana è ormai ampiamente celebrata. Questa pagina è in realtà molto personale. "Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia" è infatti la poesia che più di tutte mi ha colpito e a distanza di anni dai miei studi liceali ancora mantiene su di me un grande fascino. E’ la poesia del dubbio e delle domande esistenziali, è la poesia della piccolezza dell’uomo di fronte alla natura e al suo destino.
E’ stato detto spesso che Giacomo Leopardi è il poeta dei giovani, penso che questo risponda a verità. C’è qualcuno che non si è mai chiesto, in special modo nella "linea d’ombra" della propria vita, "chi sono? cosa ci faccio qui?", magari osservando le stelle e riflettendo sul senso delle cose ?
(…)"e quando miro in cielo arder le stelle;/dico fra me pensando: a che tante facelle?/
che fa l’aria infinita, e quel profondo/ infinito seren? che vuol dir questa/
solitudine immensa? ed io che sono?"/
Ed ancora che senso ha tutto questo nel disegno complessivo dell’esistenza? Che senso ha il cielo infinito e la bellezza eterna del mondo, qual’è la meta dell’uomo "in questa solitudine immensa?"(…) "Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? dimmi: ove tende/
questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?"/Solo la natura, dice il poeta, solo la luna, forse conosce il significato di tutto questo, della vita della morte, dell’avvicendarsi infinito del giorno, della notte, del tempo. Il verso "del tacito infinito andar del tempo" è stato giustamente definito un verso "infinito" : in poche parole è raffigurata l’umanità tutta : uomini, stagioni, storie, Settecento, Ottocento, Novecento, secoli e secoli ancora, accomunati dallo stesso destino: confrontarsi con un mondo incomprensibile, privo di qualsiasi finalità.
(…) "Pur tu, solinga, eterna peregrina,/ che sí pensosa sei, tu forse intendi,/
questo viver terreno,/ il patir nostro, il sospirar, che sia;/ che sia questo morir, questo supremo/ scolorar del sembiante,/ e perir dalla terra, e venir meno/ ad ogni usata, amante compagnia./
E tu certo comprendi/ il perché delle cose, e vedi il frutto/ del mattin, della sera,/ del tacito, infinito andar del tempo."/Unica ma impossibile consolazione sarebbe per il pastore protagonista e "voce" di questa lirica, , per il poeta stesso, in definitiva per tutti noi, volare sopra le nubi e raggiungere le stelle, riuscire a contarle ad una ad una, diventare come il lampo veloce.
(…)"Forse s’avess’io l’ale/ da volar su le nubi,/ e noverar le stelle ad una ad una,/ o come il tuono errar di giogo in giogo,/ piú felice sarei, dolce mia greggia,/ piú felice sarei, candida luna."/
E’ un canto triste quello del pastore, un canto di "pessimismo cosmico" come è stato definito. Non c’è scampo per l’uomo e neppure per gli animali solo per un attimo tenuti fuori dal disegno maligno della natura.
E’ stato detto molto di Giacomo Leopardi, il suo pessimismo è stato spesso messo in relazione con la propria personale, infelice, condizione esistenziale. Credo che sia questa una lettura davvero riduttiva e sciocca: il canto del pastore è il canto del poeta ma i suoi punti interogativi sono le riflessioni dell’uomo di fronte all’esistenza. Quelle domande retoriche e quella "solitudine immensa" riguardano tutti. Nessuno escluso.
Stefano "Solegemello" (26-1-2003)
IL CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
di Baldo Bruno ANALISI TESTUALE http://utenti.lycos.it/braldobr35/index-169.htmlIl Canto Notturno è un momento chiave per capire lo sviluppo del pensiero e della poesia leopardiana. Leopardi è spinto a considerare , utilizzando la figura di un pastore errante, la costitutiva infelicità dell’intero genere umano e anzi di tutti gli esseri viventi. Nel paesaggio asiatico , desolato e stepposo , sovrastato dalla misteriosa vastità del cielo stellato, un pastore interroga la luna sul perché delle cose e sul senso del destino umano. Ma le sue domande non trovano risposta, e il silenzio del cielo sconfinato gli conferma ciò che già sapeva, cioè che la ragione è insufficiente a comprendere il mistero delle cose e dell’esistenza universale.
Scegliendo una figura umile come protagonista della lirica, Leopardi vuole dimostrare come tutti, ricchi o poveri, intellettuali o analfabeti, si pongono le stesse domande senza risposta sul significato della vita e sull’esistenza del male ; anzi, sulle labbra di un semplice pastore questi interrogativi acquistano una forza particolare, primordiale e assoluta, che esprime la "radice" comune della condizione umana.Il pastore assimila la propria vita(vv.21-38) alla corsa affannosa di un vecchio infermo verso la morte. L’immagine del vecchierello risale al Petrarca , ma lui utilizza le sue fonti mutandone o rovesciandone il significato originario : in Petrarca il vecchio compie un pio pellegrinaggio a Roma .Il pastore immagina(vv.61-78) che la luna , contemplando dal cielo lo spettacolo della vita terrena , possa vedere ciò che al pastore appare misterioso ; la luna , infatti , dovrebbe essere in qualche modo consapevole di ciò che l’uomo ignora. La bellezza della primavera e del cielo stellato devono giovare a qualcuno, non possono essere semplici apparenze di un universo indifferente. Ma lo sconforto emerge nell’ammissione finale, in cui i dubbi fiduciosi lasciano spazio a una certezza terribile : a me la vita è male . Il pastore (vv.105.132) si rivolge anche alla sua greggia, che invidia in quanto essa , a differenza dell’uomo , sente la vita solo istante per istante , dimentica subito ogni stento e così non soffre “la noia”. La noia per Leopardi è manifestamente un male , l’annoiarsi in una felicità.Dunque la vita è semplicemente un male e , quando l’uomo sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo , vuol dire che avverte la noia. Infine nella mente del pastore (vv.133-143) balena una possibile felicità in una condizione di vita diversa , quella degli uccelli, molto diversa dalla sua ; ma subito a questa immaginazione succede l’idea che in qualsiasi forma o stato la vita è un male. Il Canto Notturno si distingue dagli altri “ grandi idilli” : viene meno la poesia della “rimembranza” e il paesaggio non è più quello familiare di Recanati ,ma un paesaggio remoto ed astratto , solo la luna e i deserti. La quarta strofa è ricca di moduli caratteristici del linguaggio dell’infinito, dal lessico alla sintassi e alla metrica : v.61 solinga, eterna peregrina ; v.72 tacito , infinito andar del tempo ; v.87 l’aria infinita ,e quel profondo infinito seren ; v.88 questa solitudine immensa. Questo moduli suggeriscono il senso di un “infinito” , in cui sembra dolce naufragare , anche se soggetto a quella legge di patimento e di morte dalla quale gli uomini sono oppressi. L’andamento del canto sembra voler riprodurre quello di una litania religiosa o di una antichissima nenia. Tra gli elementi che creano tale impressione si pone la sintassi volutamente semplice, che solo in due passi tesi verso una conclusione fortemente negativa colloca il verbo in fondo al periodo. Fitta è la trama di ripetizioni : v.1 che fai…che fai ; vv. 1,16,18 dimmi…Dimmi…dimmi ; vv. 1,16 luna…luna ; di rime : vv.1-3 fai/ vai ; vv. 5,7 paga/ vaga ; vv.. 6,8 calli / valli ; di assonanze : vv. 3,4 Sorgi / posi ; vv. 12,13 vede / erbe ; di allitterazioni : vv.16,19 vale…vita…vostra vita a voi…ove…vagar mio breve .
La rima costante in -ale che conclude in tutte le strofe l’allocuzione alla luna e nella quinta strofa al gregge , spesso sottolinea sentenze che suonano come proprie di una sapienza antica : vv. 37,38 tale / è la vita mortale ; v.104 a me la vita è male .Biografia sintetica
tratta dal sito di Alberto Piantorna suGiacomo Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno 1798, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici; Tra il 1809 e il 1815 si dedicò anima e corpo allo studio formandosi una solida base classica. Visse a Roma nel 1822-23 poi a Recanati, nel 1825 a Milano per curare le opere di Cicerone, poi a Bologna, nel 1827, a Firenze dove conobbe Manzoni, in seguito sarà a Pisa e nel 1828 di nuovo a Recanati (comunque sua residenza più stabile e fonte di molte sue liriche: il "natio borgo selvaggio",ndr). Gli ultimi anni li trascorse a Firenze e a Napoli. Sul Romanticismo espresse il suo punto di vista ne: "Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana in risposta a quella di M.me Stael" per opporsi all’invito di riprendere i modelli della letteratura nordica perché rifiutava la poesia di imitazione e suggeriva di attingere ai classici (non corrotti dalla civiltà).
Poi nel "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica" (1818), ribadì il rifiuto dell’imitazione della poesia classica e dell’abuso della mitologia, osservando anche che la poesia patetica e sentimentale era già nota agli antichi e sarebbe poi diventata una dolorosa necessita` per i moderni che si sono allontanati dalla natura. Condannava invece il gusto dell’orrido e della rappresentazione realistica.
Per Leopardi non avrebbe potuto esistere una poesia epica perché non esisterebbero le illusioni sulla quale dovrebbe fondarsi.
Il tema del Leopardi e` la caducità della vita e con le sue liriche si riallaccia a tutta la tradizione che va dai latini al Petrarca e al Tasso e allo stesso Foscolo (per il quale pero` ci sono le illusioni a compensare la decadenza).
La serenità per L. e` solo la quiete tra due dolori ("La quiete dopo la tempesta"), oppure il ricordo del tempo giovanile ("Alla luna"; "A Silvia").
Durante il periodo chiamato del "Pessimismo storico" (1819-1823), ispirandosi a Rousseau (felicita` dello stato di natura), sosteneva che "la ragione e` nemica della natura", la natura e` "madre benigna" che nutriva gli antichi di generose illusioni mentre la ragione e` piccola, causa dei mali e dell’infelicita` dell’uomo nella società moderna.
A questo periodo risalgono "I piccoli idilli", che comprendono anche "L’infinito" e "Alla Luna" e le "Canzoni filosofiche e del suicidio".
Poi comincia il periodo del "Pessimismo cosmico" (1823-1825), al contrario del periodo precedente riteneva ora che il dolore non fosse più determinato dalla razionalità umana ma fosse connaturato alla stessa natura dell’uomo che cercherebbe di evitare il dolore senza potergli sfuggire. La natura diventava quindi "madre matrigna", nemica dell’uomo che obbedisce alla legge materialista di creazione – distruzione – riproduzione. Il dolore non è più "storico" ma "cosmico". A questa epoca risale per esempio il "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia".
Leopardi si trovava in contrasto con l’Ottocento da lui definito "secolo superbo e sciocco" troppo fiducioso in un progresso che non porterà a felicità e invitava gli uomini ad unirsi per combattere i mali della natura ("la solidal catena" de "La ginestra").
Di questo periodo le opere: i "Grandi idilli", "Le operette morali"(1824)
Infine l’ultima fase di Leopardi: (1831-1836), un amore inquieto gli ispirò le liriche d’amore, il "Ciclo di aspasia" . L’ultimo impegno lo rivolse alla poesia sociale "La ginestra".
Muore a Napoli il 14 giugno 1837.
fatti non foste a viver come bruti!!!
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;
e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».
«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ‘l priego vaglia mille,
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».
numeri
UNA POSS!IBILITA’ C’è
ECCO CHI SARA’ INTERROGATO DOMANI
chi vincerà lo scudetto? secondo me la Roma
così è la vita…
I vostri voti! E domani, intanto… parlerete voi!!
ci sono tutti!!
Quello che segue è l’elenco degli imperatori romani. Per ciascuno si riportano il nome con cui sono più comunemente conosciuti, il nome ufficiale, le date di regno (in cui ricevono il titolo di "Augusto"). Sono citati gli usurpatori (a volte la distinzione è dubbia, e in generale si segue la tradizione storica consolidata), gli imperatori che regnano insieme, le date di eventuale associazioni al trono con il titolo di Cesare.
Giulio Cesare non ebbe mai il titolo di "principe del senato" o di "augusto" come Ottaviano: tuttavia fu dittatore dal 49 a.C. al 44 a.C., cosa mai successa in precedenza, ma soprattutto il titolo di "imperatore", nel suo significato moderno, corrisponde al titolo di Cesare nella storia di Roma, almeno fino all’inizio della tetrarchia. Svetonio infatti, nella sua opera dedicata alle Vite dei dodici Cesari, parte proprio da Giulio Cesare.
| Imperatore | Nome e titolo | Date (nascita, periodo di regno) | Note | |||||||||||||||||||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Dinastia giulio-claudia | ||||||||||||||||||||||||||||
| Augusto | Gaio Ottavio Turino Gaio Giulio Cesare Ottaviano Imperator Caesar Augustus | Nato nel 63 a.C., regnò dal 16 gennaio 27 a.C. al 19 agosto 14. | Considerato primo imperatore romano, figlio adottivo di Gaio Giulio Cesare. | |||||||||||||||||||||||||
| Tiberio | Tiberio Claudio Nerone | Nato nel 42 a.C., regnò dal 19 agosto 14 al 16 marzo 37. | Figlio adottivo di Augusto, negli ultimi anni regnò da Capri. | |||||||||||||||||||||||||
| Caligola | Gaio Giulio Cesare Germanico | Nato nel 12, regnò dal 18 marzo 37 al 24 gennaio 41. | Venne assassinato. | |||||||||||||||||||||||||
| Claudio | Tiberio Claudio Druso Nerone | Nato nel 10 a.C., regnò dal 24 gennaio 41 al 13 ottobre 54. | Zio di Caligola, morto forse avvelenato. | |||||||||||||||||||||||||
| Nerone | Lucio Domizio Enobarbo, Tiberio Claudio Nerone Domiziano | Nato nel 37, regnò dall’ottobre 54 al 11 giugno 68. | Suicida. | |||||||||||||||||||||||||
| Anno dei quattro imperatori | ||||||||||||||||||||||||||||
| Galba | Servio Sulpicio Galba | Nato nel 3, regnò dall’8 giugno 68 al 15 gennaio 69. | Assassinato dal successore Otone. Lucio Clodio Macro usurpatore in Africa. | |||||||||||||||||||||||||
| Otone | Marco Salvio Otone | Nato nel 32, regnò dal 15 gennaio 69 al 16 aprile 69. | Suicida. | |||||||||||||||||||||||||
| Vitellio | Aulo Vitellio | Nato nel 15, regnò dal 17 aprile 69 al 20 dicembre 69. | Assassinato nel Foro Romano. | |||||||||||||||||||||||||
| Dinastia flavia | ||||||||||||||||||||||||||||
| Vespasiano | Tito Flavio Vespasiano | Nato nel 9, regnò dal 1 luglio 69 al 24 giugno 79. | Fondatore della Dinastia Flavia. | |||||||||||||||||||||||||
| Tito | Tito Flavio Vespasiano | Nato nel 39, regnò dal 24 giugno 79 al 13 settembre 81. | Noto con l’appellativo di "delizia del genere umano". | |||||||||||||||||||||||||
| Domiziano | Tito Flavio Domiziano | Nato nel 51, regnò dal 14 settembre 81 al 18 settembre 96. | Assassinato. Lucio Antonio Saturnino usurpatore in Germania nel 89. | |||||||||||||||||||||||||
| Dinastia degli Antonini | ||||||||||||||||||||||||||||
| Nerva | Marco Cocceio Nerva | Nato nel 22 o 32 o 35, regnò dal 18 settembre 96 al 27 gennaio 98. | Ultimo imperatore italiano sia di nascita che di famiglia. | |||||||||||||||||||||||||
| Traiano | Marco Ulpio Traiano Marco Ulpio Nerva Traiano | Nato nel 53, regnò dal 27 gennaio 98 al 7 agosto 117. | Definito "Optimus Princeps". Portò l’Impero alla massima espansione. | |||||||||||||||||||||||||
| Adriano | Publio Elio Adriano Publio Elio Traiano Adriano | Nato nel 76, regnò dal 11 agosto 117 al 10 luglio 138. | ||||||||||||||||||||||||||
| Antonino Pio | Tito Aurelio Fulvio Bononio Arrio Antonino Pio Tito Elio Adriano Antonino Pio | Nato nell’86, regnò dal 10 luglio 138 al 7 marzo 161. | ||||||||||||||||||||||||||
| Marco Aurelio | Marco Annio Catilio Severo Marco Annio Varo Marco Aurelio Antonino | Nato nel 121, regnò dal 7 marzo 161 al 17 marzo 180 | Regna assieme a Lucio Vero sino al 169, e con il proprio figlio Commodo a partire dal 177 Gaio Avidio Cassio, usurpatore in Siria nel 175. | |||||||||||||||||||||||||
| Lucio Vero | Lucio Ceionio Commodo Vero | Nato nel 130, regnò dal 7 marzo 161 al marzo 169 | Regna assieme a Marco Aurelio fino alla propria morte. | |||||||||||||||||||||||||
| Commodo | Marco Aurelio Commodo Antonino | Nato nel 161, regnò dal 177 al 31 dicembre 192. | Regna assieme al padre Marco Aurelio fino al 17 marzo 180. | |||||||||||||||||||||||||
| …. | ||||||||||||||||||||||||||||
| Pertinace | Publio Elio Pertinace | Nato nel 126, regnò dal 192 al 193. | Assassinato dai Pretoriani | |||||||||||||||||||||||||
| Didio Giuliano | Marco Didio Severo Giuliano | Nato nel 133, regnò nel 193. | ||||||||||||||||||||||||||
| Dinastia dei Severi | ||||||||||||||||||||||||||||
| Settimio Severo | Lucio Settimio Severo | Nato nel 146, regnò dal 193, al 211. | Conquista il potere in lotta con Caio Pescennio Nigro (193-194) e con Decimo Clodio Albino (193-197), quest’ultimo inizialmente associato al potere come cesare.
Associati al trono i figli Caracalla (dal 198) e Geta (dal 209). | |||||||||||||||||||||||||
| Caracalla | Marco Aurelio Severo Antonino
(Lucio Severo Bassiano) | Nato nel 186, regnò dal 211 al 217. | Caracalla e Geta inizialmente regnarono insieme;
precedentemente erano stati associati al trono, rispettivamente dal 198 e dal 209; Geta viene fatto uccidere dal fratello Caracalla. | |||||||||||||||||||||||||
| Geta | Lucio Severo Geta | Nato nel 189, regnò dal 211 al 212. | ||||||||||||||||||||||||||
| … | ||||||||||||||||||||||||||||
| Macrino | Marco Opellio Macrino | Nato nel 164, regnò dal 217 al 218. | Prefetto del pretorio, non fa parte della famiglia dei Severi;
associato al trono Marco Opellio Antonino Diadumeniano (nel 218). | |||||||||||||||||||||||||
| Dinastia dei Severi (ripresa) | ||||||||||||||||||||||||||||
| Eliogabalo | Marco Aurelio Antonino
(Sestio Vario Avito Bassiano) | Nato nel 204, regnò dal 218 al 222. | Assassinato a Roma insieme alla madre Giulia Semia. | |||||||||||||||||||||||||
| Alessandro Severo | Marco Aurelio Severo Alessandro
(Marco Giulio Alessiano Bassiano) | Nato nel 208, regnò dal 222 al 235. | Assassinato a Magonza insieme alla madre Giulia Mamea. | |||||||||||||||||||||||||
| La crisi del III secolo | ||||||||||||||||||||||||||||
| Massimino Trace | Gaio Giulio Vero Massimino | Nato nel 173(?), regnò dal 235 al 238 | ||||||||||||||||||||||||||
| Gordiano I | Marco Antonio Gordiano Semproniano Romano | Nato nel 159 (?), regnò nel 238. | Gordiano I e Gordiano II, padre e figlio, regnarono insieme. | |||||||||||||||||||||||||
| Gordiano II | Marco Antonio Gordiano Semproniano Romano | Nato nel 192 (?), regnò nel 238. | ||||||||||||||||||||||||||
| Pupieno | Marco Clodio Pupieno Massimo | Nato nel 178, regnò nel 238. | Pupieno e Balbino regnarono insieme. | |||||||||||||||||||||||||
| Balbino | Decimo Celio Calvino Balbino | Nato nel 165, regnò nel 238 | ||||||||||||||||||||||||||
| Gordiano III | Marco Antonio Gordiano Pio | Nato nel 225, regnò dal 238 al 244. | ||||||||||||||||||||||||||
| Filippo l’Arabo | Marco Giulio Filippo | Nato nel 204 (?), regnò dal 244 al 248. | Nel 247 associa al trono il figlio Marco Giulio Severo Filippo, nato nel 238.
Celebrazioni dei mille anni dalla fondazione di Roma nel 248. | |||||||||||||||||||||||||
| Decio | Gaio Messio Quinto Traiano Decio | Nato nel 201 (?), regnò dal 249 al 251. | Associati al trono i figli Quinto Erennio Etrusco Messio Decio e Gaio Ostiliano Messio Quinto dal 251.
Tito Giulio Prisco usurpatore in Macedonia nel 250 | |||||||||||||||||||||||||
| Treboniano Gallo | Gaio Vibio Treboniano Gallo | Nato nel 205 (?), regnò dal 251 al 253. | Associato al trono il figlio Gaio Vibio Volusiano.
Lucio Giulio Sulpicio Uranio Antonino, usurpatore in Siria nel 253-254. | |||||||||||||||||||||||||
| Emiliano | Marco Emilio Emiliano | Nato nel 208 (?), regnò nel 253. | ||||||||||||||||||||||||||
| Valeriano | Publio Licinio Valeriano | Nato nel 190 (?), regnò dal 253 al 260. | Inizialmente Valeriano e Gallieno regnarono insieme.
Valeriano non muore nel 260, ma viene fatto prigioniero dal re sasanide Sapore I.
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| Gallieno | Publio Licinio Egnazio Gallieno | Nato nel 218, regnò dal 253 al 268. | ||||||||||||||||||||||||||
| Claudio il Gotico | Marco Aurelio Claudio | Nato nel 214, regnò dal 268 al 270. | Usurpatori:
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| Quintillo | Marco Aurelio Claudio Quintillo | Nato nel ?, regnò nel 270. | ||||||||||||||||||||||||||
| Aureliano | Lucio Domizio Aureliano | Nato nel 214, regnò dal 270 al 275. | Usurpatori:
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| Tacito | Marco Claudio Tacito | Nato nel 205, regnò dal 275 al 276. | ||||||||||||||||||||||||||
| Floriano | Marco Annio Floriano | Nato nel ?, regnò nel 276. | ||||||||||||||||||||||||||
| Probo | Marco Aurelio Probo | Nato nel 232, regnò dal 276 al 282. | Usurpatori in Gallia: Tito Ilio Proculo (280) e Gaio Quinto Bonoso (280); Usurpatore in Asia: Gaio Giulio Saturnino (280). | |||||||||||||||||||||||||
| Caro | Marco Aurelio Caro | Nato nel 223, regnò dal 282 al 283. | ||||||||||||||||||||||||||
| Carino | Marco Aurelio Carino | Nato nel 257, regnò dal 283 al 285. | Inizialmente Numeriano e Carino regnarono insieme, il primo sull’Oriente e il secondo sull’Occidente. Giuliano usurpatore in Pannonia (284/285) | |||||||||||||||||||||||||
| Numeriano | Marco Aurelio Numerio Numeriano | Nato nel 254 circa, regnò nel 284. | ||||||||||||||||||||||||||
imperatori romani seconda parte
| Imperatore | Nome e titolo | anno di nascita, periodo di regno | Note | ||||||||||||||
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| La tetrarchia | |||||||||||||||||
| Diocleziano | Gaio Aurelio Valerio Diocleziano (Diocle) | Nato nel 243, regnò dal 20 novembre 284 al 1 maggio 305. |
Tetrarchia di quattro imperatori: | ||||||||||||||
| Massimiano | Marco Aurelio Valerio Massimiano | Nato nel 250 circa, regnò dal 286 al 305. | |||||||||||||||
| Costanzo Cloro | Gaio Flavio Valerio Costanzo | Nato nel 250 circa, regnò dal 305 al 306. | Tetrarchia di quattro imperatori: augusti: Galerio per l’Oriente e Costanzo Cloro per l’Occidente (cesari dal 293); | ||||||||||||||
| Galerio | Gaio Valerio Galerio Massimiano | nato nel 250 (?), regnò dal 306 al 311. | |||||||||||||||
| Flavio Severo | Flavio Valerio Severo | Nato nel ?, regnò dal 306 al 307. | Cesare per l’Occidente dal 305; gli si oppongono Costantino I e Massenzio. | ||||||||||||||
| Massimino Daia | Galerio Valerio Massimino Daia | Nato nel ? , regnò dal 308 al 313. | Dal 308 regnarono insieme: Galerio (cesare dal 293 e augusto per l’Oriente dal 305); Marco Aurelio Valerio Massenzio, autoproclamatosi augusto nel 306, ma mai riconosciuto, regnò fino al 312 su Italia e Africa. | ||||||||||||||
| Licinio | Flavio Valerio Liciniano Licinio | Nato nel 250 (?), regnò dal 308 al 324. | |||||||||||||||
| Costantino I | Flavio Valerio Costantino | Nato nel 274, regnò dal 306 al 337. | |||||||||||||||
| La dinastia di Costantino | |||||||||||||||||
| Costantino II | Flavio Claudio Giulio Costantino | Nato nel 316, regnò dal 337 al 340. | Regnano insieme Costantino II (Gallie), Costanzo II (in Oriente) e Costante (Italia e Africa). Designato cesare Flavio Claudio Giulio Costanzo Gallo (351-354) e poi Giuliano (dal 355). | ||||||||||||||
| Costanzo II | Flavio Giulio Costanzo | Nato nel 317, regnò dal 337 al 361. | |||||||||||||||
| Costante I | Flavio Giulio Costante | Nato nel 321, regnò dal 337 al 350.. | |||||||||||||||
| Giuliano | Flavio Claudio Giuliano (Giuliano l’Apostata) | Nato nel 331, regnò dal 360 al 363. | Nominato cesare dal 355. | ||||||||||||||
| … | |||||||||||||||||
| Gioviano | Claudio Flavio Gioviano | Nato nel 331?, regnò dal 363 al 364. | |||||||||||||||
| Dinastia di Valentiniano e Teodosio | |||||||||||||||||
| Valentiniano I | Flavio Valentiniano | Nato nel 321, regnò dal 364 al 375. | Regnano insieme:
Valentiniano II regnò sotto la reggenza della madre Giustina. Usurpatore a Costantinopoli: Procopio (365-366). | ||||||||||||||
| Valente | Flavio Valente | Nato nel 328 (?), regnò dal 364 al 378. | |||||||||||||||
| Graziano | Flavio Graziano | Nato nel 359, regnò dal 375 al 383 | |||||||||||||||
| Valentiniano II | Flavio Valentiniano | Nato nel 371, regnò dal 375 al 392. | |||||||||||||||
| Teodosio I | Flavio Teodosio | Nato nel 346 (?), regnò dal 379 al 395. | |||||||||||||||
| Impero romano d’occidente | |||||||||||||||||
| Onorio | Flavio Onorio | Nato nel 384, regnò dal 23 gennaio 393 (dal 395 come unico imperatore) al 15 agosto 423. | Imperatori d’Oriente contemporanei: Flavio Arcadio (395-408) e Teodosio II Calligrafo (408-450). Parens e generale Stilicone (395-408). Flavio Costanzo, marito di Galla Placidia, sorella di Onorio, è nominato augusto nel 421, ma muore poco dopo. Usurpatori nelle Gallie: Costantino III (407-411), Costante II (409-411) Massimo (409-411 e forse morto nel 422), Giovino (411-413). | ||||||||||||||
| Costanzo III | Flavio Costanzo | Regnò nel 421. | |||||||||||||||
| (interregno senza imperatori in occidente 423-425) | Giovanni Primicerio, eletto dal Senato a Roma e non riconosciuto dall’imperatore d’Oriente Teodosio II | ||||||||||||||||
| Valentiniano III | Flavio Placido Valentiniano | Nato il 2 luglio 419, regnò dal 425 al 455. | Imperatori d’Oriente contemporanei: Teodosio II Calligrafo (408-450) e
Flavio Marciano (450-457). | ||||||||||||||
| Petronio Massimo | Petronio Massimo | Nato nel 397, regnò nel 455. | Imperatore d’Oriente contemporaneo:Flavio Marciano (450-457). Associato al potere il figlio Palladio | ||||||||||||||
| Avito | Flavio Eparchio Avito | Nato nel 395 circa, regnò dal 455 al 456. | Imperatore d’Oriente contemporaneo: Flavio Marciano (450-457). Patrizio Ricimero (455-472). | ||||||||||||||
| Maggioriano | Giulio Valerio Maggioriano | Regnò dal 457 al 461. | Imperatore d’Oriente contemporaneo: Leone I (457-474) Patrizio Ricimero (455-472). | ||||||||||||||
| Libio Severo | Libio Severo | Nato nel 420 circa, regnò dal 461 al 465. | |||||||||||||||
| (interregno senza imperatori in occidente 466–467) | |||||||||||||||||
| Antemio | Procopio Antemio | Nato nel 420 circa, regnò dal 467 al 472. | |||||||||||||||
| Anicio Olibrio | Flavio Anicio Olibrio | Regnò nel 472. | |||||||||||||||
| Glicerio | Flavio Glicerio | Nato nel 420 circa, regnò dal 473 al 474. | Imperatore d’Oriente contemporaneo: Leone I il Grande (457-474). Patrizio Gundobado | ||||||||||||||
| Giulio Nepote | Flavio Giulio Nepote | Nato nel 430 circa, regnò dal 474 al 475. | Imperatori d’Oriente contemporanei: Leone I il Grande (457-474), Leone II (474) e Zenone Isaurico (474-491). Patrizio Oreste | ||||||||||||||
| Romolo Augusto | Romolo Augusto | Nato nel 459, regnò dal 475 al 476. | Imperatore d’Oriente contemporaneo: Zenone Isaurico (474-491) con interruzione per il regno di Basilisco (475-476). Patrizio Oreste |
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La fine dell’impero Romano d’Occidente si fa coincidere tradizionalmente con la riconsegna delle insegne imperiali da parte di Odoacre all’imperatore d’Oriente Zenone, nel 476. Tuttavia va considerato che l’imperatore Giulio Nepote continuò a regnare sulla Dalmazia, considerandosi il legittimo imperatore d’Occidente fino alla sua morte nel 480, per cui secondo alcuni questa è la vera data della fine dell’impero.
A continuazione si veda: Imperatori bizantini, Re barbari di Roma.