Petizione per la libertà dei blog e dei blogger

 
La petizione può essere firmata al sito:
 
 
Questo è il testo
 
Internet, 16 giugno 2009
Ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari
Senato della Repubblica
ROMA
Egregio Presidente,
il ddl 1415A approvato alla Camera dei Deputati l’11 giugno u.s. ha, da più parti, sollevato numerosi dubbi e perplessità in ordine alla sua legittimità costituzionale e, più in generale, all’opportunità degli interventi normativi che, attraverso esso, si intendono realizzare.
Vi è, tuttavia, un profilo, sin qui, rimasto nell’ombra e poco approfondito nei dibattiti di questi giorni: si tratta del contenuto del comma 28 dell’art. 1, la cui infelice formulazione – ammesso anche che tale non fosse l’effettiva volontà del suo estensore – rischia di determinare un’inammissibile limitazione della libertà di manifestazione del pensiero in Rete che spingerebbe, rapidamente, l’Italia in una posizione ancor più arretrata di quella che attualmente occupa (è quarantaquattresima) nelle classifiche internazionali sulla libertà di informazione.
La citata previsione, infatti, sembrerebbe assoggettare il responsabile di qualsiasi “sito informatico”  allo stesso obbligo di rettifica che la Legge sulla stampa (n. 47 dell’8 febbraio 1948) pone a carico del direttore responsabile delle testate giornalistiche.
L’omesso adempimento a detto obbligo entro 48 ore – esattamente come accade nel caso di una testata giornalistica – comporterebbe per il responsabile del sito informatico la condanna ad una sanzione pecuniaria fino a 25 milioni di vecchie lire.
Come comprenderà, tuttavia, non si può esigere da chi fa informazione on-line in modo non professionistico l’adempimento ad un obbligo tanto stringente quale quello di provvedere alla rettifica di ogni inesattezza eventualmente pubblicata sul proprio sito informatico e, egualmente, non si può pretendere che a ciò provvedano i responsabili di siti informatici che ospitano contenuti pubblicati da soggetti terzi.
Difficoltà facilmente intuibili di ordine tecnico, organizzativo ed economico, infatti, ostano al puntuale adempimento ad un simile obbligo ed esporrebbero, pertanto, in modo pressoché automatico, i responsabili dei “siti informatici” al rischio di vedersi irrogare sanzioni pecuniarie che, nella più parte dei casi, appaiono idonee a determinare l’immediata cessazione di ogni attività di informazione on-line.
La Rete costituisce il primo mezzo di comunicazione di massa nella storia dell’uomo capace di dare concreta attuazione alla libertà di manifestazione del pensiero e la possibilità di utilizzarla è stata di recente definita dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Costituzionale francese – sebbene sotto profili diversi – un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino.
A quanto precede deve essere aggiunto che l’istituto della rettifica – già anacronistico ed inefficace nel mondo dei media tradizionali – risulta privo di ogni utilità nel contesto telematico nell’ambito dei quale ciascuno è – salvo casi eccezionali – sempre libero di contrapporre ad un’informazione, un’altra informazione di segno opposto ed idonea, come tale, a rettificare quella originaria senza l’esigenza di alcuna collaborazione da parte dell’autore di quest’ultima.
Alla luce delle brevi considerazioni che precedono, pertanto, Le chiediamo di presentare e votare – non appena il ddl 1415A approderà al Senato – un emendamento idoneo a chiarire che l’obbligo di rettifica di cui al comma 28 dell’art. 1 del DDL c.d. Intercettazioni deve applicarsi esclusivamente ai siti informatici di testate telematiche soggette all’obbligo di registrazione alla stregua di quanto disposto dalla Legge n. 47 dell’8 febbraio 1948 ovvero ai soli siti internet attraverso i quali vengono diffuse informazioni prodotte nell’ambito di un processo professionale realizzato nell’ambito di una struttura imprenditoriale e redazionale.
In assenza di tale intervento, il Senato della Repubblica, si assumerà la responsabilità – da condividere con il Governo e con quanti alla Camera dei Deputati hanno votato a favore del ddl in questione – di aver contribuito a scrivere una delle pagine più buie della storia moderna di un Paese che, come il nostro, ambisce a considerarsi democratico: quella attraverso cui si saranno privati i cittadini italiani dell’utilizzo di uno strumento che avrebbe, invece, loro potuto restituire l’esercizio effettivo di quella libertà di manifestazione del pensiero che la nostra Corte Costituzionale ha già definito “pietra miliare di ogni ordinamento democratico”.
Augurandoci che vorrà sottrarre il Senato della Repubblica a tale responsabilità e che pertanto darà seguito alla nostra richiesta, Le porgiamo i nostri più cordiali saluti,

Istituto per le Politiche dell’Innovazione

Medioevo in salsa sudanese

Medioevo in salsa sudanese
 
Una grave notizia giunge dal Sudan, dove delle donne sono state condannate alla fustigazione perché indossavano dei pantaloni.
 
 
 
 

La denuncia di una giornalista locale arrestata con le altre in un ristorante della capitale
Alcune di loro si sono dichiarate colpevoli e hanno ricevuto la pena corporale

Sudan, donne frustate a Khartoum
perché indossavano i pantaloni

La giornalista sudanese Lubna Ahmed al Hussein

KHARTOUM – Un gruppo di donne sudanesi che indossava pantaloni sono state arrestate in un ristorante della capitale a causa del loro abbigliamento ritenuto "indecente". "Erano vestite come me, con una camicia e un pantalone", ha raccontato alla Bbc la giornalista Lubna Ahmed al Hussein, fermata insieme ad altre dodici donne da un gruppo di circa 20-30 poliziotti che ha fatto irruzione nel locale.

Al Hussein, che vive a Khartoum e scrive per il giornale di sinistra al Sahafa, lavora anche per la missione delle Nazioni Unite in Sudan. La giornalista ha denunciato di essere stata fermata la scorsa settimana dalla polizia mentre si trovava in un ristorante della capitale insieme ad altre dodici donne, con l’accusa di "indossare un abbigliamento sconveniente, che contrasta con il regolamento sull’ordine pubblico".

Alcune delle donne arrestate sono originarie del sud del paese, a maggioranza cristiana e animista. Dopo essere state tutte identificate sul posto dalla polizia, il giorno successivo dieci di loro, che si sono dichiarate colpevoli, sono state convocate in commissariato e hanno subito dieci frustate ognuna. Per le altre tre, tra cui la giornalista, la polizia ha inviato il dossier alla magistratura che deve però ancora fissare una data per la prima udienza. Intanto Lubna ha deciso di distribuire 500 inviti a giornalisti e ad alte personalità del Paese per assistere all’esecuzione della sua pena che, in caso di condanna, prevede 40 frustate.

Alcune delle donne arrestate sono originarie del sud del Paese, a maggioranza cattolica o animista, e pertanto non sarebbero obbligate a seguire i dettami della Sharia, che punisce appunto con 40 frustate chi indossa un abbigliamento ritenuto "indecente".

(13 luglio 2009).

 

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