APPUNTI DI STORIA QUARTA ED ULTIMA PARTE: DAI NORMANNI IN ITALIA AL CONCORDATO DI WORMS

I Normanni in Italia meridionale

Come si è visto, Ottone I e i suoi due successori cercarono di estendere il potere anche in Italia meridionale. In quest’area, fino ai primi decenni dell’ XI secolo, regnava una certa instabilità politica determinata dalla debolezza della presenza bizantina, messa a dura prova dalle incursioni dei musulmani e dalle intemperanze dei potentati longobardi della Campania.

Una prima svolta si ebbe agli inizi dell’ XI secolo. Nel 1009, le città pugliesi di Bari, Trani e Bitonto insorsero contro la rigida politica fiscale delle autorità bizantine preposte al governo della regione. La rivolta fu appoggiata da alcuni principi longobardi e non fu osteggiata dal papa Sergio IV. In una prima fase sembrava che i rivoltosi fossero destinati a coronare con il successo la loro azione politica. Ma il nuovo governatore bizantino Basilio riconquistò le posizioni perdute. Tra i rivoltosi vi fu Melo di Bari che, nel 1011, riuscì a sfuggire alla repressione bizantina per poi recarsi in Germania, nel 1015, presso l’imperatore Enrico II (di cui, forse, era parente) per chiedergli sostegno contro i Bizantini. Anche in questo caso, però, le autorità bizantine ebbero la meglio, nel 1018, e Melo si rifugiò in Germania dove morì nel 1020. Nel corso di questi avvenimenti, gruppi di mercenari normanni cominciarono ad insediarsi nell’Italia meridionale. Tra il 1027 ed il 1030 uno dei capi dei Normanni, Rainolfo Drengot, ottenne dal duca di Napoli Sergio IV in feudo la Contea di Aversa, come premio della lealtà dimostrata negli anni precedenti. Fu la prima di una serie di concessioni territoriali ad esponenti normanni e, sicuramente, fu il primo possesso statale normanno in Italia.

Negli anni successivi si distinse, tra i Normanni, soprattutto il gruppo familiare degli Altavilla (Hauteville in francese). Nel 1043 Guglielmo Braccio di Ferro occupò la Contea di Melfi. Suo fratello, Roberto il Guiscardo (cioè “l’astuto”), giunto in Italia nel 1047, rafforzò la presenza normanna nella Penisola e sconfisse, presso Civitate del Friuli, le truppe del Papa (Leone IX), catturandolo, nel 1053, e rendendolo suo prigioniero. Il Papa non poté fare altro che riconoscere i territori normanni della Contea di Puglia e del Principato di Capua. Nel 1059 il nuovo Papa Niccolò II concesse a Roberto il Guiscardo, in qualità di suo vassallo, il Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia, con il triplice risultato di autorizzare Roberto ad annientare la residua presenza bizantina, ad occupare nuovi territori e ad attaccare la Sicilia occupata dai Musulmani.

Nel giro di alcuni decenni l’Italia meridionale fu occupata dai Normanni e, intorno al 1091, Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, completò l’opera sconfiggendo i Musulmani di Sicilia ed occupando, in qualità di conte di Sicilia, l’isola.

Nel XII secolo, Ruggero II, figlio del Ruggero che aveva conquistato la Sicilia, dette vita al Regno di Sicilia, unificando nella sua corona l’isola e l’Italia Meridionale e collocando la sua corte a Palermo. Il regno normanno assunse i tratti di una monarchia feudale dal forte potere centrale. Il regno venne diviso in circoscrizioni a ciascuna delle quali era preposto un giustiziere, al quale spettava l’amministrazione della giustizia, e un camerario, che si occupava delle riscossione dei tributi. Anche se continuarono a resistere delle ampie autonomie territoriali, quali Montecassino, Cava dei Tirreni ecc., l’intera popolazione del nostro Meridione si ritrovò sotto la giurisdizione normanna, soprattutto sul piano tributario e fiscale. Malgrado le autonomie territoriali avessero un ampio margine di libertà sul piano amministrativo, le decisioni più importanti spettarono sempre al sovrano normanno.

Se il regno normanno unificò sotto un’unica corona l’Italia meridionale, occorre anche dire che proprio il centralismo normanno impedì che prendesse piede anche nel Sud l’importante esperienza dei Comuni che, in quegli stessi anni, stava caratterizzando l’Italia centro – settentrionale.    

 

Crisi della Chiesa

Il papato, tra IX e X secolo, visse un periodo di crisi dovuta sia a fattori esterni che interni.

Le cause esterne furono sostanzialmente due:

a)     L’aristocrazia romana aveva ripetutamente interferito nella elezione dei pontefici, condizionandone anche la politica.

b)     Il Privilegio Ottoniano aveva sottoposto l’autorità del Papa a quella dell’Imperatore.

La causa interna era legata all’alto grado di corruzione che aveva da tempo contaminato la Chiesa e che si manifestava essenzialmente, ma non esclusivamente, attraverso la simonia e il concubinato.

La simonia era la vendita delle cariche ecclesiastiche (vescovo – abate o anche semplice parroco) a persone che non erano spinte da una vera e propria vocazione religiosa, ma da meri interessi economici, collegati anche alla possibilità di gestire rendite o feudi. A loro volta, coloro che avevano pagato la carica ecclesiastica si prefissavano di recuperare la somma versata facendo pagare alla gente comune i sacramenti, le funzioni religiose e le indulgenze per i morti.

Il concubinato era, invece, la convivenza degli ecclesiastici con delle donne, che spesso sfociava nella clerogamia, cioè nel matrimonio dei preti, nonostante l’obbligo del celibato imposto dalla Chiesa.

 

La reazione a questo stato di cose non tardò ad arrivare e si manifestò all’interno della stessa istituzione ecclesiastica.

Sorsero, infatti dei movimenti che puntavano, dal basso, ad una profonda riforma della Chiesa, allo scopo di ricondurla alla purezza e semplicità delle origini.

Tra i centri propulsori di questo movimento riformatore vi fu il monastero benedettino di Cluny, in Borgogna. I monaci cluniacensi, pur seguendo la regola benedettina improntata sulla massima “ora et labora”, introdussero un nuovo modello di vita monastica,  privilegiando particolarmente l’aspetto liturgico e la preghiera rispetto al lavoro manuale, al punto da arrivare a celebrare fino a 200 salmi al giorno. I cluniacensi istituirono la celebrazione dei defunti il 2 novembre, poi estesa a tutta la cristianità.

Il monastero di Cluny fu posto direttamente alle dipendenze del Papa, in modo da non sottostare alle autorità ecclesiastiche e laiche locali.

L’iniziativa riformatrice cluniacense riaffermò il ritorno alla purezza e alla semplicità evangelica e fu presa a modello anche da altri ordini religiosi che all’esigenza di un ritorno della Chiesa alla purezza delle origini associavano anche la riaffermazione del valore del lavoro manuale contro i vizi e la corruzione della vita mondana.

Importante fu anche il monachesimo eremitico che ruotava attorno all’ordine dei certosini, fondato a Grenoble con il monastero denominato Grande chartreuse, nel 1084. I certosini vivevano nelle grandi abbazie denominate certose (come quella di Padula), ma conducevano gran parte della loro giornata isolati in preghiera.

Significativa fu anche l’esperienza dei monaci cistercensi, così denominati dall’abbazia di Citeaux, fondata in Borgogna nel 1098. Essi ripresero in pieno l’antica regola di San Benedetto “ora et labora”, ridussero il tempo dedicato alle preghiere, abbracciarono il lavoro agricolo e fecero una scelta di campo a favore di una vita povera e semplice.

I movimenti riformatori sorti all’interno della Chiesa impressero una forte spinta moralizzatrice e favorirono la nascita di altri movimenti riformatori esterni alla Chiesa. Tra questi, ricordiamo il movimento della patarìa, sorto a Milano e diffusosi in altri centri dell’Italia centro – settentrionale tra il 1056 ed il 1075. I seguaci, prevalentemente artigiani e mercanti, vennero definiti, con una denominazione di origine incerta, patarini,  organizzarono una serie di rivolte popolari per contestare l’arcivescovo di Milano, Guido da Velate, accusato di simonia, per aver ottenuto la carica arcivescovile illecitamente dall’imperatore Enrico III, di corruzione e di concubinato.

Questi ed altri movimenti popolari analoghi avevano in comune l’ispirazione pauperistica (da pauper – pauperis = povero), cioè la richiesta che la Chiesa facesse proprio l’ideale evangelico della povertà e dell’umiltà delle origini.

In questo quadro si inserì anche la rottura definitiva tra la Chiesa di Roma (quella d’Occidente) e la Chiesa di Costantinopoli (quella d’Oriente). Quest’ultima non volle accettare la superiorità della Chiesa di Roma e determinò, nel 1054, lo SCISMA d’Oriente, cioè la separazione della Cristianità orientale, i cui rappresentanti si definirono “ortodossi”, cioè seguaci della “vera dottrina”.

 

Dalla crisi della Chiesa alla lotta per le investiture  

La corruzione e la debolezza della Chiesa cattolica culminarono, nel 1045, nella vendita, ad opera del papa Benedetto IX, del seggio pontificio al successore Gregorio VI.

Uno scandalo inaudito, di fronte al quale l’imperatore Enrico III di Franconia decise di intervenire imponendo al soglio pontificio, come pontefice, il vescovo tedesco Clemente II, sostenitore dei movimenti riformatori pauperistici.

Seguendo quanto era stato sancito del “Privilegio di Ottone”, Enrico III cercò di ripristinare l’autorevolezza della Chiesa Cattolica attraverso l’imposizione di un pontefice adatto a questo scopo. Tuttavia, questo intervento ebbe conseguenze pesanti nell’ambito dei rapporti tra impero e papato. Lo stesso pontefice che Enrico aveva imposto sul trono, come anche i suoi successori Damaso II (1047 – 1048) e Leone IX (1049 – 1054), anche costoro di nazionalità tedesca, ritennero che l’unico modo per porre fine alla crisi della Chiesa fosse il recupero della piena autonomia e indipendenza del papato dal potere dell’imperatore, rendendo la Chiesa il più possibile libera da ogni sorta di influenza esterna. Si affermò gradualmente l’idea della libertas Ecclesiae, in base alla quale i laici non potevano assolutamente intervenire nell’assegnazione delle cariche ecclesiastiche. Questo doveva valere sia per i nobili laici sia per l’imperatore. Era il rifiuto più netto del sistema ottoniano dei vescovi – conte.

Lo scontro tra Papato ed Impero si acuì con il Concilio Lateranense del 1059, quando il pontefice Niccolò II, al fine di evitare ogni interferenza esterna nella scelta dei papi, decretò che, da quel momento in poi, i pontefici dovessero essere eletti solo dai cardinali. Fino a quel momento il papa era sempre stato eletto per acclamazione del popolo e del “basso clero” romano che, però, potevano essere facilmente strumentalizzati dalla nobiltà. Niccolò II stabilì anche che nessun ecclesiastico potesse essere nominato da un laico: i nobili, i sovrani e lo stesso imperatore si vedevano così privati della possibilità di attribuire benefici ecclesiastici e fu praticamente abrogato il Privilegio di Ottone.

 

Da questo momento, aspra divenne la cosiddetta lotta per le investiture. Lo scontro più aspro ci fu tra il papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana, intransigente sostenitore della riforma e della ripresa del prestigio della Chiesa, 1073 – 1085) e l’imperatore Enrico IV di Franconia (1056 – 1106).

Gregorio VII, nel 1075, promulgò il Dictatus papae, con cui il pontefice affermava la superiorità del Papa sull’imperatore e reclamava, di conseguenza, il diritto di scomunicare e destituire un imperatore o un qualunque altro sovrano, qualora costui si fosse rivelato moralmente indegno ed avesse danneggiato gli interessi della Chiesa e della comunità ecclesiastica.

 

Forte fu la reazione di Enrico IV: egli, nel 1076, convocò a Worms un concilio di vescovi tedeschi in cui dichiarò decaduto il papa. Gregorio VII reagì a sua volta scomunicando l’imperatore, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà nei suoi confronti. La scomunica, pertanto, non avrebbe avuto soltanto conseguenze sul piano religioso, ma anche e soprattutto sul piano politico: di ciò fu consapevole Enrico IV che, per evitare la perdita del suo potere, implorò il perdono del Papa, facendo una dura ed umiliante penitenza all’esterno del castello di Canossa[1], nell’attuale Emilia Romagna, dove il papa era ospitato dalla contessa Matilde. Enrico IV attese per tre giorni al freddo ed in mezzo alla neve, finché non ottenne il perdono del Papa che ritirò la scomunica, anche grazie alla mediazione di Matilde, imparentata con l’imperatore, e dell’abate Ugo di Cluny.

Si trattò, tuttavia, solo di una tregua e le ostilità ripresero subito dopo. Nel 1080, infatti, Enrico discese in Italia, destituì Gregorio VII e nominò pontefice l’arcivescovo di Ravenna, Guilberto, che assunse il nome di Clemente III, dal quale si fece incoronare imperatore. Enrico costrinse Gregorio VII a fuggire presso i Normanni a Salerno, dove morì nel 1085.

Morto anche Enrico IV, nel 1106, lo scontro si attenuò con il suo successore, il figlio Enrico V (1106 – 1125) che, nel 1122, raggiunse un’intesa con il papa Callisto II.

L’accordo fu formalizzato nel Concordato di Worms. Tale accordo prevedeva che la nomina dei vescovi spettasse al Papa, al di fuori di qualsiasi ingerenza laica e imperiale. Poteva esserci, però, per i vescovi una duplice investitura: quella religiosa e quella laico – temporale, poiché l’imperatore poteva conferire loro beni e cariche politiche.

In Italia i vescovi avrebbero, però, dovuto ricevere prima l’investitura religiosa da parte del Papa e poi quella laica dal parte del sovrano o dell’imperatore. In Germania, invece, l’investitura laica avrebbe preceduto quella religiosa. In tal modo, il papato era sciolto da ogni forma di tutela e di interferenza imperiale ma, nello stessi tempo, l’imperatore, in Germania, poteva ancora intervenire, sul piano politico, nella scelta delle gerarchie ecclesiastiche. Formalmente, si trattò di un successo della Chiesa, poiché si sanciva che il potere politico non poteva intervenire nell’investitura dei vescovi e degli abati. Tuttavia, soprattutto in Germania, l’Imperatore avrebbe continuato ad influenzare la scelta dei candidati alla designazione vescovile. L’accordo di Worms ebbe come risultato quello di rafforzare l’autorità pontificia in Italia, dove l’investitura ecclesiastica precedeva per importanza quella laica, e l’autorità imperiale in Germania, dove l’investitura laica prevaleva su quella religiosa. Tuttavia, i contrasti tra Papato ed Impero non cessarono ed influenzarono a lungo anche la lotta politica in Europa e i Italia, con la nascita delle due grandi fazioni dei Ghibellini, così chiamati dai signori del castello di Weibling, in Sassonia, che parteggiavano per l’imperatore, e dei Guelfi, che prendevano la denominazione Welf, il duca di Baviera che si fece sostenitore della “libertà della Chiesa Romana”.

 

 

 


[1]Ancora oggi è usata la locuzione: “andare a Canossa” in riferimento a chi, avendo riconosciuto i propri errori, si umilia o compie un formale atto di contrizione per essere perdonato.

La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), fu contessa, duchessa e marchesa. Matilde fu una potente feudataria. Sostenne con vigore Il Papato nella lotta per le investiture; fu una figura femminile di primissimo piano in un’epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore ed arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa.  Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. Fu incoronata, nel 1111, presso il Castello di Bianello (Reggio Emilia) dall’imperatore Enrico V, figlio di Enrico IV, con il titolo di Regina d’Italia e vicaria papale.

Dopo la sua morte attorno a Matilde si creò un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio descrivendola come una contessa dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede.

 

 

 

APPUNTI DI STORIA TERZA PARTE: IL REGNO D’ITALIA E OTTONE I

Il Regno d’Italia

Contrariamente a quanto avveniva in Inghilterra e in Francia, l’Italia era caratterizzata da una eccessiva frammentazione. Dopo la morte di Carlo il Grosso (888), il Regno d’Italia era stato assegnato a Berengario I, marchese del Friuli. Tuttavia, nell’891, fu destituito da Guido da Spoleto che regnò fino all’894. Questi fece incoronare imperatore il proprio figlio, Lamberto da Spoleto, dal Papa Formoso (891 – 896) che, però, alcuni anni dopo, con un voltafaccia clamoroso, incoronò imperatore il re di Germania Arnolfo di Carinzia. Il pontefice morì nell’ 896. L’anno successivo, Lamberto riprese il controllo della situazione ed obbligò il nuovo pontefice, Stefano VI, da lui stesso imposto al soglio papale, a riesumare il corpo di Formoso e di condurlo in giudizio in un macabro processo post mortem. Il cadavere di Formoso fu collocato, in posizione da seduto, sul trono nella sala del Concilio a San Giovanni in Laterano e gli fu “concesso” anche un avvocato. Tra le accuse che gli vennero rivolte, vi fu quella di corruzione e di ambizione sfrenata. Fu dichiarata nulla la sua elezione e vennero invalidate tutte le sue decisioni, anche in materia di ordinazioni cardinalizie e vescovili. Al cadavere furono strappate le vesti sacre e furono tagliate le tre dita con cui aveva, in vita, impartito le benedizioni.

Sinodo del cadavere (o Concilio cadaverico), Jean-Paul Laurens (1870), Nantes, Musée des Beaux-Arts.

Stefano VI,  a sinistra, punta il dito contro il cadavere di Formoso, “seduto” sul trono.

Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Questo episodio è passato alla storia come il sinodo del cadavere, ed è testimoniato anche dal dipinto del 1870 di Jean – Paul Laurens[1]. Successivamente, Formoso fu riabilitato dai pontefici Teodoro II (morto nell’897) e Sergio III (904 – 911). In seguito, le controversie dinastiche in Italia si protrassero e videro avvicendarsi al trono vari sovrani. Gli ultimi furono Ugo da Provenza (926 – 947), suo figlio Lotario (947 – 950) e Berengario II (950 – 962). Berengario II salì al trono grazie al re di Germania Ottone I di Sassonia. Questo evento avrebbe di lì a qualche anno portato all’annessione del regno d’Italia a quello di Germania.

Ottone I e il Sacro Romano Impero Germanico

In Germania, nel 919, si era affermata la dinastia di Sassonia con Enrico I, detto l’Uccellatore, per la sua passione della caccia con il falcone, come si può vedere nel dipinto di Hermann Vogel del 1911, in cui Enrico viene incoronato durante una battuta di caccia.

Alla morte di Enrico, successe al trono il figlio Ottone (936 – 973). Per contrastare i tentativi autonomistici dei feudatari e per accaparrarsi le simpatie dell’episcopato, Ottone creò delle potenti signorie feudali affidate non a laici, ma a vescovi e ad altri esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. Si trattava dei cosiddetti vescovi – conti. Con questa mossa, Enrico ottenne il duplice risultato di neutralizzare le spinte centrifughe della nobiltà locale e di assicurarsi la fedeltà di feudatari ecclesiastici leali e capaci.

Il 10 agosto del 955 nella battaglia di Lechfeld, in Germania, Ottone sconfisse definitivamente gli Ungari.

Moltissimi prigionieri di guerra vennero uccisi o rimandati in patria al cospetto del loro sovrano Taksony d’Ungheria con il naso e le orecchie mozzate.

Sul campo di battaglia i nobili germanici, esultanti per la vittoria, sollevarono sui loro scudi Ottone proclamandolo loro imperatore. Alcuni anni dopo, ancora forte di questa vittoria Ottone si recò a Roma e si fece incoronare dal pontefice stesso. Nel frattempo i magiari si convertirono al Cristianesimo. Le incursioni ungare in Europa potevano dirsi concluse.

Nel 962 Ottone si fece incoronare imperatore dal pontefice Giovanni XII (955 – 963). Tra i suoi primi atti vi fu la promulgazione del Privilegio Ottoniano, con il quale l’imperatore riconosceva alla Chiesa e al Papa le proprietà terriere e le prerogative ecclesiastiche, ma si imponeva allo stesso pontefice di giurare fedeltà all’imperatore, una volta eletto dal clero romano. Inoltre, Ottone riservò a se stesso la prerogativa della nomina  dei vescovi. Ai vescovi nominati dal re venivano concessi dei feudi e, così, diventavano a tutti gli effetti dei vescovi – conti. Tale imposizione aveva un indubbio vantaggio pratico, oltre che politico: i vescovi – conti erano celibi e, pertanto, alla loro morte i feudi sarebbero sicuramente ritornati all’imperatore. Una nuova versione del cesaropapismo che avrebbe, di lì a poco, scatenato uno scontro furibondo tra papato e impero per il riconoscimento del primato politico. Nel Privilegio Ottoniano si vietava ai papi anche di incoronare imperatori che non fossero di origine germanica. Il Sacro Romano Impero Germanico si differenziava notevolmente dall’impero carolingio per le seguenti ragioni:

a)     aveva un’estensione territoriale molto più ridotta, dal momento che non comprendeva la Francia ed era circoscritto alla Germania e all’Italia centro – settentrionale.

b)     L’impero carolingio era nato sulla base dell’accordo tra le due massime autorità (Carlo Magno e Leone III). L’impero germanico è il frutto della subordinazione della Chiesa e dell’Episcopato al potere imperiale.

c)     L’impero di Carlo Magno nacque dall’esigenza di difendere l’Europa cristiana dal pericolo islamico. Quello di Ottone nasce dalla necessità del sovrano di ricondurre all’obbedienza la feudalità ribelle attraverso la restaurazione dell’autorità imperiale.

 

Il Sacro Romano Impero di nazione germanica durerà fino al 1806, quando Napoleone destituirà Francesco II.

Ottone II (973 – 983) cercò di proseguire la politica espansionistica del padre nell’Italia meridionale, dove persisteva ancora una debole presenza bizantina, ma senza risultati.

 

Fallimentare si sarebbe rivelato anche il tentativo di Ottone III (983 – 1002) che non riuscì a realizzare il sogno della renovatio imperii su basi cristiane e incontrò notevoli resistenze sia nella nobiltà germanica che nella nostra Penisola. Ottone III morì nel 1002, all’età di ventidue anni, senza lasciare eredi.

 

A Ottone III successe Enrico II di Baviera (1002 – 1024) che, però, preferì rinunciare al titolo imperiale, accontentandosi del titolo di re di Germania.

L’autorità imperiale fu ripristinata da Corrado II il Salico (1024 – 1039), fondatore della dinastia di Franconia.[1]

Corrado II dovette, però, fronteggiare la rivolta dei feudatari minori (i valvassori) che chiedevano l’estensione dell’ereditarietà dei feudi anche ai territori da loro controllati. A Milano ci fu un vero e proprio scontro armato tra la grande nobiltà, già avvantaggiata dal capitolare di Quierzy dell’877, e i valvassori, appoggiati dall’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano. Corrado, nel 1037, promulgò la Constitutio de feudis, con cui rese ereditari anche i feudi minori.

La pacificazione definitiva di Milano, però, ci fu solo nel 1045, con l’imperatore Enrico III che concesse al popolo milanese (cioè la componente dei cittadini benestanti, ma non nobili), che aveva chiesto maggiori poteri, di partecipare al governo di Milano con propri rappresentanti. 

Questa concessione segnò l’inizio della positiva esperienza politica dei comuni dell’Italia centro – settentrionale.


[1] La Franconia, colonizzata dai Franchi alla fine del VII secolo, corrisponde alla zona dove oggi si trova Francoforte, cioè dove il fiume Meno confluisce nel Reno.


[1] pittore francese vissuto tra il 1838 ed il 1921.

 

APPUNTI DI STORIA – SECONDA PARTE: LA CAVALLERIA- LA SITUAZIONE IN EUROPA e in Inghilterra

APPUNTI DI STORIA SECONDA PARTE

Dalla Storia alla Letteratura: dai bellatores ai poemi cavallereschi

I bellatores costituirono la cavalleria, termine con cui si indicava il gruppo dei guerrieri di professione appartenenti alle classi sociali più elevate. I cavalieri, spesso idealizzati come “eroi”, aiutavano il principe o il signore da cui ricevevano l’investitura a difendere il popolo da attacchi nemici, ma anche da imboscate ordite da traditori interni, e a mantenere l’ordine sociale. A partire dal secolo XI, la Chiesa trasformò la cavalleria in una sorta di Militia Christi, cioè un “esercito di Cristo”, all’interno del quale il singolo cavaliere assurgeva al ruolo di miles Christi.

I cavalieri, infatti, ebbero il compito di difendere la fede cristiana ed i luoghi sacri ad essa legati. Questa funzione sacra e religiosa della cavalleria troverà la sua più importante realizzazione nelle Crociate, cioè nelle spedizioni militari organizzate a partire dall’XI secolo per la conquista di Gerusalemme e del Sacro Sepolcro caduti nelle mani dei Turchi (la prima crociata si ebbe tra il 1095 ed il 1099 e fu indetta dal papa Urbano II. Il termine “Crociate” deriva dal simbolo della croce che i soldati avevano come vessillo). A partire da questo periodo nacquero, in seno alla cavalleria, anche alcuni importanti ordini religiosi e militari:

         l’Ordine di San Lazzaro (preposto alla cura dei lebbrosi)

         l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, conosciuti anche come Cavalieri di Rodi e, in seguito, come Cavalieri di Malta (preposto alla cura dei pellegrini che si dirigevano nella Terra Santa)

         l’Ordine dei Templari (preposti alla sicurezza dei pellegrini che si recavano in Terra Santa per visitare i luoghi sacri)

         Ordine dei Cavalieri Teutonici, fondato in Palestina intorno al 1191.

Tutte queste associazioni di cavalieri, oltre che conquistare e difendere i luoghi sacri ed aiutare i pellegrini che andavano a visitarli, avevano anche il compito di curare i feriti e coloro che si ammalavano durante le Crociate o i pellegrinaggi. L’intervento della Chiesa, volto a rendere la Cavalleria una Militia Christi, fu molto importante perché pose fine alle violenze ed alle scorribande dei cavalieri, ponendoli al servizio dell’intera popolazione e, soprattutto, dei più deboli. Per questo motivo, la gente cominciò a considerare la Cavalleria come un qualcosa di meraviglioso e i cavalieri apparivano forti, coraggiosi, ma soprattutto generosi e leali.

Sorsero, attorno ad essi, numerose leggende avventurose ed eroiche e, in varie parti d’Europa, si svilupparono molti esempi di letteratura cavalleresca, cioè di composizioni in versi, anche piuttosto estese, che narravano le magnifiche ed intrepide gesta di eroici cavalieri. In Francia, ad esempio, nacquero le Chansons de geste, cioè “Canzoni di gesta” eroiche. Opere simili si affermarono in altre regioni europee.

Le diverse leggende costituirono la “fonte” primaria della letteratura cavalleresca, nell’ambito della quale possiamo individuare tre grandi gruppi o cicli :

a)    Ciclo Carolingio, in cui si rievocano le gesta eroiche dei cavalieri di Carlo Magno

b)    Ciclo Bretone o arturiano, di cui fa parte la leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda

c)     Ciclo Classico, ispirato alle leggende degli eroi omerici e dell’antichità classica

d)    In Spagna e in Germania si affermarono due importantissime opere: il “Cantare del mio Cid” e “La Canzone dei Nibelunghi”.

Diventare cavaliere non significava solo imbracciare le armi, ma implicava anche l’adesione ad un codice morale ed ideale di comportamento fondato sulla lealtà, sul coraggio e sulla generosità verso i più bisognosi. Tra le virtù del “cavaliere cortese” assunse un significato particolare l’amore, inteso come devozione nei confronti di una donna nobile e irraggiungibile. Un amore platonico, riservato, casto, nel nome del quale il cavaliere era disposto a compiere azioni nobili e valorose pur di conquistare il cuore della donna amata. Così, nel Ciclo bretone, Lancillotto è innamorato segretamente di Ginevra, ma continua a servire fedelmente il suo signore, il re Artù. Tra i due sentimenti (la devozione per re Artù e l’amore per Ginevra) non c’è incompatibilità, in quanto l’amore per la regina è puro e spirituale, sprona il cavaliere a nobili imprese e ne purifica l’animo.

Il nuovo volto dell’Europa e la nascita dei nuovi regni cristiani

Dopo le ultime invasioni, in Europa si affermarono nuovi regni cristiani: nell’ Est europeo si affermarono il regno di Ungheria, il regno di Polonia, il regno di Bulgaria e il regno di Russia, che ebbe come primo nucleo l’area del principato di Kiev e che subì l’influenza dei Bizantini, sul piano religioso ed economico. Nel Nord Europa si rafforzarono i regni già cristianizzati di Danimarca, Svezia e Norvegia. Il regno danese con Canuto il Grande (994 – 1035) conquistò, nel 1015, l’Inghilterra e, nel 1028, assunse anche la corona della Norvegia. I regni cristiani nell’est e nel nord dell’Europa protessero il continente da nuove invasioni e contribuirono a conferirgli quella connotazione etnica e geo – politica che assume ancora oggi. Nella penisola iberica, all’inizio del IX secolo, sotto il controllo dei musulmani si erano consolidati, nell’area centro – meridionale, il califfato di Cordova ed il regno di Granada; cristiani erano, invece, il regno di Leon, la Contea del Portogallo (distaccatasi dal regno di Leon alla fine del IX secolo), nell’area nord – occidentale, il regno di Castiglia, il regno di Navarra e il regno di Aragona, in prossimità dei Pirenei, nell’area centro settentrionale e nord – orientale, la Contea di Barcellona, poi conquistata dal regno di Aragona.  I regni cristiani iberici, tra il secolo IX e X, effettuarono delle incursioni nell’area islamizzata della regione. Gli effetti furono particolarmente evidenti nel corso del secolo XI, anche a seguito della debolezza politica del Califfato di Cordova. Ebbe così inizio la prima fase di quella che è stata definita la Reconquista, che si sarebbe protratta per diversi secoli, fino al 2 gennaio 1492 quando Ferdinando II di Aragona e Isabella I di Castiglia si impossessarono dell’ultimo baluardo islamico, il regno di Granada, unificando in unico stato i diversi regni spagnoli. Il territorio di Navarra venne annesso alla Spagna alcuni anni dopo, nel 1512. La situazione in Francia: dopo la morte di Carlo il Semplice, provocata nel 922 da una congiura di feudatari, ci furono diversi anni di anarchia e caos fino al 987, quando salì al potere Ugo Capeto (987 – 996) fondatore della dinastia capetingia. Tuttavia, anche in Francia, come altrove, il potere del re era fieramente contrastato dalla nobiltà locale. Le diverse signorie territoriali, come la contea di Bretagna, la contea di Provenza, il ducato di Normandia e il ducato di Borgogna, continuarono a mantenere una forte autonomia rispetto al potere centrale. Sarà solo a partire dal 1108, con i re taumaturghi, così definiti perché si riteneva che avessero il potere di far guarire le persone, in quanto incoronati e unti dal Signore, si ebbe un rafforzamento del potere centrale ai danni delle signorie feudali. (Luigi VI e Luigi VII). La situazione in Inghilterra: dopo la parentesi di Canuto il Grande (1015 – 1035), nel 1042, i sovrani anglosassoni ripresero il potere con Edoardo il Confessore (1042 –  1066), figlio del sovrano Etelredo l’Impreparato (che aveva combattuto contro Canuto il Grande) e di Emma di Normandia.

Figura 6: Sant’Edoardo III il Confessore (1002 – 1066). Fu venerato dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana. Beatificazione: Canonizzazione 1161, da Papa Alessandro III. Santuario principale Abbazia di Westminster, Londra.Ricorrenza 13 ottobre, 5 gennaio. Patrono di Re; matrimoni difficili; sposi separati; famiglia reale inglese

Dopo la sua morte, successe al trono il cognato Aroldo II. Guglielmo, nipote di Edoardo il Confessore e duca di Normandia, pretese per sé la corona inglese. Così, nel 1066, Guglielmo combatté contro Aroldo, sconfiggendolo nella battaglia di Hastings. Per questo successo fu definito Il Conquistatore. Regnò dal 1066 al 1087, introducendo nella monarchia inglese le usanze francesi e normanne, tra cui i rapporti vassallatico – beneficiari. Guglielmo rafforzò l’autorità del potere centrale, dividendo il territorio in contee, ponendo, però, gli sceriffi sotto il controllo di magistrati di nomina e fiducia regia, definiti giustizieri.

 

 

 

Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia (1035 – 1087) e re di Inghilterra (1035 – 1087). Ritratto immaginario risalente al 1620

Il potere monarchico viene ulteriormente rafforzato, nel corso del XII secolo, dal sovrano di origine francese Enrico II il Plantageneto (1154 – 1189) che provvide a rafforzare il suo potere anche in Francia.

 

Storia I parte: concetto di Medioevo – feudalesimo – nuova dimensione geo – politica e sociale

Il concetto di Medioevo

Il termine Medioevo indica età di mezzo ed è una definizione che risale alla tradizione umanistica, i cui rappresentanti vedevano nell’epoca precedente alla loro uno strappo rispetto al mondo classico. Il Medioevo, in sostanza, rappresentava quel lungo intervallo di circa dieci secoli tra l’Antichità e l’inizio dell’età moderna. Al termine si associò una connotazione negativa, sia da parte degli intellettuali umanisti sia da parte degli illuministi. Questi ultimi, in particolare, vedevano nell’età di mezzo una fase di oscurantismo e di oblio della ragione, determinato dai fanatismi e dai dogmatismi religiosi. Oggi, invece, la storiografia ha notevolmente rivalutato quest’epoca, vedendo in essa una fase storica importante, densa di processi politici e sociali che furono alla base del successivo costituirsi degli Stati nazionali europei. L’Europa dell’Alto Medioevo, caratterizzata dal proliferare dei regni romano – barbarici e, in seguito, dalla restauratio imperii carolingia, sarà il luogo in cui si fonderanno e si armonizzeranno (spesso a prezzo di conflitti e di incomprensioni) la storica e grande eredità greco – romana con la civiltà delle popolazioni germaniche del Nord. Tale fusione avverrà, prevalentemente, intorno alla comune adesione al Cattolicesimo.

 

Il feudalesimo e il villaggio feudale

L’esigenza fondamentale di Carlo Magno e dei sovrani carolingi successivi fu quella di

evitare che la nobiltà locale potesse prendere il sopravvento rispetto al potere centrale. Per tale ragione, Carlo Magno decise di riprendere un’antica usanza della tradizione franca fondata sul vassaticum, o vassallaggio, attraverso il quale il signore riconduceva il vassallo alla fedeltà nei suoi confronti, in cambio della concessione di un feudo, o beneficio, in genere un possedimento terriero. Il feudalesimo, come sistema centralizzato di potere, nasce dunque con Carlo Magno.

Questa forma di organizzazione, che troverà la sua piena maturazione intorno all’anno Mille, è stato definito dagli storici sistema vassallatico – beneficiario o feudale. Il sistema di relazioni interpersonali fu tale che, con il passare del tempo, i vassalli ebbero, come loro sottoposti, i valvassori e questi ultimi i valvassini.

L’efficacia del sistema era legata alla revocabilità del feudo: il signore poteva riprendersi il feudo o dopo la morte del vassallo o, in caso di gravi motivi, anche quando il vassallo era ancora in vita. Era proprio il timore di perdere il beneficio ottenuto a rinsaldare i legami tra vassallo e signore.

L’investitura feudale

Il termine “feudalesimo” risale alla radice germanica “fehu[1] che significa bestiame.

Dal punto di vista economico, infatti, il feudalesimo era fondato sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame e presupponeva l’esistenza di una forte aristocrazia terriera detentrice del potere politico, di quello economico e di quello giudiziario.

Il sistema vassallatico era un patto reciproco tra signore e vassallo ed implicava anche un vincolo di carattere morale, oltre che economico e politico. Piuttosto articolata e complessa era anche la cerimonia rituale dell’investitura che possiamo delineare attraverso le seguenti fasi:
 
 1: il giuramento ed il gesto rituale dell’ immixtio manuum in una miniatura del XIV secolo.
 

1)     il nuovo vassallo si inginocchiava di fronte all’imperatore

2)     poneva le mani giunte in quelle del signore, secondo il gesto simbolico dell’ immixtio manuum, o intreccio della mani

3)     attraverso una breve formula, il vassallo si riconosceva “uomo” dell’imperatore (homo, da cui deriva la parola “omaggio”)

4)     all’omaggio e al giuramento di fedeltà faceva seguito l’ investitura: il signore consegnava al vassallo un oggetto, simbolo del potere feudale, come uno scettro, un bastone, una zolla di terra, un guanto o un anello.

Il vassallo, accolto nella “famiglia” del sovrano, doveva, come un figlio e più di un figlio, garantire obbedienza, sostegno e lealtà al suo signore. Quest’ultimo, però, doveva garantire al suo sottoposto la massima protezione attraverso il potere del “mundio”, difenderlo anche con le armi, se fosse stato necessario, ma punirlo severamente, come un padre deve fare con il proprio figlio, se il vassallo lo avesse tradito. Il giuramento di fedeltà aveva un carattere sacro: il feudatario che lo avesse violato veniva emarginato dalla comunità ed era bollato con l’infamante denominazione di “fellone”, un marchio che lo disonorava per sempre, privandolo di ogni diritto.

Rapporti di vassallaggio potevano essere realizzati tra i membri della società anche a livelli diversi da quello che vincolava il vassallo al sovrano. Possiamo così parlare di feudi e di feudatari maggiori, con riferimento ai vassalli che ricevevano l’investitura direttamente dal re. Ma questi, soprattutto nel caso in cui non fossero stati in grado di amministrare direttamente i terreni loro concessi, potevano nominare ed “investire” anche dei feudatari minori, definiti “valvassori” che, a loro volta, potevano nominare altri feudatari minori, detti “valvassini”.

 

 
 
 
 

Il sistema curtense
L’organizzazione feudale fondava le sue basi economiche sulle nuove strutture di produzione determinatesi nel campo dell’agricoltura, settore preponderante.

 

Figura 4: il villaggio feudale con la curtis. Si notino la "pars dominica", o terra padronale, e la "pars massaricia", o parte colonica.

 

La struttura fondamentale era rappresentata dalla curtis, o villa. La curtis rientrava nell’ambito della grande proprietà fondiaria che poteva appartenere o al sovrano o ai nobili o alla Chiesa. Essa si componeva di due parti principali: la pars dominica, e la pars massaricia.

La pars dominica era gestita direttamente dal signore e comprendeva la dimora del signore, gli alloggi dei servi, le stalle, le cantine, i magazzini, i laboratori, i ponti e i forni. La pars dominica costituiva anche la “riserva” del signore. Essa poteva includere anche ampie distese di pascoli e boschi e poteva essere coltivata da servi prebendari che, in cambio, ricevevano il vitto.

La pars massaricia era un insieme di poderi di non grandi dimensioni, detti mansi, la cui coltivazione era affidata ai servi casati, così definiti perché abitavano in una loro casa. La pars massaricia poteva essere anche data in affitto a contadini, o coloni, di libera condizione che, però, in cambio, dovevano corrispondere un canone in natura e / o in danaro e, spesso, dovevano assicurare delle giornate lavorative, dette corvées[2].

L’agricoltura veniva praticata con tecniche piuttosto semplici e rudimentali. Dei campi potevano essere lavorati per diversi anni consecutivi per poi essere lasciati a lungo a riposo, per far recuperare loro la fertilità del suolo.

L’economia curtense si basava prevalentemente sull’autosufficienza e sull’autoconsumo per la comunità. Ciò ha spinto, in passato, molti studiosi a parlare di economia chiusa. Tuttavia, non si è escluso che, in alcuni casi, si verificassero degli scambi, o in moneta o sotto forma di baratto, proprio lì dove tale autosufficienza non poteva essere raggiunta o lì dove vi fosse un’eccedenza di prodotti tale da consentirne la commercializzazione o lo scambio con altri prodotti, soprattutto per quelli dell’artigianato. Per questo motivo, la concezione del sistema curtense come modello di economia chiusa è stato in parte superato.

 

I presupposti del feudalesimo

Il feudalesimo trova le sue radici nei presupposti economici e sociali preesistenti, afferenti sia alla tradizione romana del Tardo Impero, sia al costume germanico.

Nelle antiche ville dei latifondi romani il proprietario, protetto dai suoi fedeli, imponeva la sua ferrea volontà su tutti coloro che si trovassero sotto la sua dipendenza. Nei momenti più critici dell’impero, ogni villa costituì un mondo economicamente chiuso ed autosufficiente, uno spazio economico e sociale entro il quale i proprietari, a guisa di veri e propri signorotti, godevano di un potere molto rilevante.

 

Presso i popoli germanici era invalsa l’usanza che il sovrano distribuisse terre ai loro più stretti collaboratori. I beneficiati avevano obblighi di lealtà nei confronti del re ma, a loro volta, potevano contare sulle prestazioni e sui tributi da parte dei loro sottoposti.

 

Dopo Carlo Magno, i feudatari cominciarono ad imporre sempre di più la loro tendenza all’autogoverno, soprattutto nei momenti di maggiore debolezza del potere centrale. Essi, infatti, dettero presto vita ad una lunga lotta per eliminare la “revocabilità” del feudo avuto in investitura, al fine di poterlo lasciare in eredità ai figli. Inizialmente, essi incontrarono la ferma resistenza dei sovrani, poiché la revocabilità del feudo era la garanzia più ampia della lealtà dei vassalli. Tuttavia, nell’ 877 Carlo il Calvo dovette accontentare le richieste dei feudatari, rendendo, con il Capitolare di Quierzy, ereditari i feudi maggiori. Il 28 maggio del 1037, infine, l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico Corrado II sancì, con la Constitutio de feudis, l’ereditarietà dei feudi minori, cioè di quelli di minore estensione e importanza, concessi dai vassalli ai valvassori e da questi ai valvassini.

 Occorre anche sottolineare che, a partire da Carlo Magno, furono concessi feudi anche ai prelati delle sfere più alte della Chiesa, come gli abati e i vescovi. Per questo motivo, accanto alla nobiltà laica, si affermò anche la nobiltà ecclesiastica e ciò accrebbe ulteriormente i possedimenti ed il potere della Chiesa.  

 

La nuova dimensione storica e geo – politica

Sul piano storico – politico, l’età medievale vede lo spostamento del teatro d’azione dal Mediterraneo all’Europa centro – occidentale e, in quello che un tempo era lo spazio unitario dell’impero romano, l’affermarsi di tre grandi civiltà di riferimento: l’Oriente, l’Occidente, l’Islam.

Nell’area centro – occidentale, un’altra forza politica si costituisce e spesso si confronta con il regno franco e, in seguito, con l’impero: il papato. L’impero carolingio, sorto anche sull’ideale della renovatio imperii, si fonda sulla fusione tra la civiltà romana e quella germanica e, in virtù dell’appoggio determinante della Chiesa, si configura come un corpo politico e religioso allo stesso tempo. Il pontefice può contare, nella nostra Penisola, sul cosiddetto patrimonio di San Pietro, vale a dire sul controllo dei territori compresi tra il Lazio e la Romagna, compresi quelli che, facendo inizialmente parte dell’esarcato bizantino, furono conquistati dai Longobardi e poi sottratti ai Longobardi e donati alla Chiesa. Fanno parte di questa vasta area territoriale anche le zone intorno a Narni e a Sutri, concesse al Papa Gregorio II dal sovrano longobardo Liutprando, nel 728.

 

Le ultime invasioni in Europa

Per l’Europa cristiana il pericolo delle invasioni non era limitato alle incursioni degli Arabi. Nuovi gruppi fecero la loro comparsa nel continente tra il IX ed il X secolo:

         gli Ungari, provenienti dall’Asia centrale, si insediarono in Pannonia e, tra l’896 ed il 955, effettuarono numerose incursioni nelle campagne della Germania, della Francia, dell’Italia settentrionale, della Campania e della Puglia. Queste invasioni non erano legate a scopi espansionistici, ma miravano esclusivamente alla ricerca di bottino. Dopo questa parentesi, anche a causa della resistenza opposta dai popoli invasi, gli Ungari si ritirarono definitivamente in Pannonia, regione che da loro prese il nome di Ungheria. Si trasformarono in sedentari e cercarono di avere rapporti pacifici con gli Stati occidentali. Convertitisi al cristianesimo, nel 1001 il loro capo, Stefano, fu incoronato re di Ungheria dal Papa Silvestro II.

         I Normanni, o Vichinghi, erano popolazioni germaniche, Norvegesi, Svedesi, Danesi, che per ragioni di sovrappopolamento, si spostarono dai loro nuclei originari in diverse direzioni. Nell’VIII secolo i primi gruppi, definiti Vareghi, avevano attraversato le steppe della Russia per stanziarsi lungo il Mar Caspio (tra il Sud della Russia e l’Iran) e lungo il Mar Nero (tra Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), in regioni che appartenevano a Costantinopoli. Nell’886 assediarono, senza espugnarla, anche Costantinopoli. Nell’ 874 avevano occupato l’Islanda. Da qui, con Erik il Rosso nel 985, gruppi di vichinghi si spingeranno verso la Groenlandia e le coste del Labrador. Proprio i Vichinghi, nell’ 887, assestarono il colpo fatale all’impero Carolingio, con l’assedio di Parigi. Carlo il Grosso, che aveva riunificato le corone di Francia, Germania e Italia, pagò un ingente tributo ai Vichinghi affinché non occupassero la città. I nobili non videro di buon occhio questo atteggiamento e lo deposero. Gli scontri con i Franchi proseguirono, finché, nel 911, Carlo il Semplice non riconobbe al capo dei Vichinghi, Rollone, il titolo di duca, dopo che gruppi di normanni avevano occupato la regione del Nord della Francia che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Nell’ XI secolo i Normanni fecero nuove incursioni in Italia e in Inghilterra.

         I Saraceni, attaccarono l’Europa da Sud, dirigendosi dalla Spagna, dalla Corsica, dalle Baleari verso la Provenza e l’Italia. Gruppi di Saraceni dal nord – Africa attaccarono la Sicilia e l’Italia meridionale. La Sicilia fu conquistata, nonostante la resistenza dei Bizantini, tra l’827 e il 902. La conquista della Sicilia consentì per oltre un secolo agli Arabi di controllare il Mediterraneo.

L’incastellamento

Per fronteggiare queste ondate di invasioni, i signori feudali europei organizzarono la difesa dei propri territori attraverso la costruzione di castelli, con le fortezze e le torri che ancora oggi costituiscono il simbolo del Medioevo. Col tempo, i castelli da semplice costruzioni difensive si trasformarono in veri e propri centri di potere dei signori feudali. La proliferazione dei castelli, dunque, determinò il progressivo indebolimento del potere centrale a tutto vantaggio dei potenti signori locali che ebbero modo di estendere la loro egemonia e la loro volontà di potenza sulle popolazioni locali. Queste ultime, precedentemente disperse nelle campagne, cominciarono sempre di più a dare vita ad insediamenti in prossimità degli stessi castelli. Appena fuori delle mura del castello, furono impiantati gli orti, i vigneti e gli alberi da frutto. Il territorio assunse una fisionomia del tutto nuova. L’autonomia dei potentati locali fu riconosciuta, come si è visto, da Carlo il Calvo con il Capitolare di Quierzy, nell’ 877 (che rese ereditari i feudi maggiori) e da Corrado II il Salico, nel 1037, con la Constitutio de feudis (che sanciva l’ereditarietà anche dei feudi minori).

 

La tripartizione della società  nell’Alto Medioevo nella “teoria dei tre ordini”

La struttura sociale si rispecchiava nella tripartizione delle società teorizzata dal vescovo francese Adalberone di Laon (947 – 1030) nella “teoria dei tre ordini”, con riferimento ai tre principali ordini o gruppi sociali. Essa prevedeva la suddivisione della società nei seguenti ordini:

         oratores, cioè coloro che pregano: gli ecclesiastici

         bellatores, cioè coloro che combattono: i guerrieri

         laboratores, cioè coloro che lavorano: i contadini

Questa tripartizione, che non poteva essere messa in discussione perché era considerata necessaria, in quanto voluta dallo stesso Dio, faceva riferimento alle funzioni sociali svolte da ciascuno dei tre gruppi. I laboratores  producevano il cibo e, quindi, garantivano il sostentamento anche degli altri due gruppi sociali, oltre che di se stessi; i bellatores combattevano in difesa dello Stato e, quindi, garantivano la sicurezza a se stessi e agli altri; gli oratores, con le loro preghiere facevano sì che la protezione divina fosse garantita a se stessi e agli altri due ordini. Adalberone di Laon collocò gli oratores, cioè il clero, al primo posto della gerarchia sociale in quanto la religione aveva un ruolo preponderante e perché si riteneva che Dio avesse affidato loro non solo il compito di gestire e di amministrare le funzioni sacre, ma anche quello di insegnare agli uomini la fede cristiana. Gli oratores, in genere, non svolgevano lavori manuali. Importante era anche la funzione dei bellatores, identificati da Adalberone nella nobiltà guerriera e cavalleresca. Una nobiltà che poteva comprendere i sovrani, i duchi, i marchesi, i conti. Possiamo aggiungere che, mentre in passato l’arruolamento dei guerrieri avveniva anche tra le persone umili, durante il feudalesimo il monopolio dell’attività militare fu assunto dai nobili, in genere dai vassalli che combattevano al fianco del loro signore. Solo gli aristocratici, infatti, potevano permettersi il costo dell’equipaggiamento richiesto e la possibilità di procurarsi un cavallo, le armi, gli elmi, ecc. In tal modo, il gruppo sociale della nobiltà combattente, o della nobiltà guerriera, diventò sempre più elitario e ristretto e assunse la denominazione di “cavalleria”.   

I laboratores, posti alla base della piramide sociale, comprendevano contadini, artigiani, mercanti e funzionari statali. Ai contadini e ai servi della gleba toccavano i lavori più faticosi, ma essi erano ugualmente importanti per Adalberone, in quanto senza di loro i rappresentanti degli altri due gruppi sociali non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni.

Occorre dire, però, che la struttura teorizzata dal vescovo di Laon si fondava su una visione parziale e incompleta della società feudale, una visione che non teneva conto del profilarsi, all’interno delle città, di un gruppo intermedio, cioè della borghesia, i cui rappresentanti erano bottegai, artigiani, mercanti e banchieri. 

 

 


[1] La parola è connessa anche con il latino pecus, che si ritrova in italiano in pecora e in pecuniario. Il termine germanico è entrato anche in italiano nella sola espressione pagare il fio, "fare ammenda" e quindi "avere la pena meritata").

[2] Dal latino: “corrogata” = opera richiesta. Le corvées, in pratica, coincidevano con le prestazioni lavorative gratuite che i coloni di libera condizione della pars massaricia erano tenuti ad assicurare nella pars dominica.

 

Teseo e il Minotauro – I Romani restituiscono la libertà alla Grecia

Teseo uccide il Minotauro

Minosse, re di Creta, combatté contro gli Ateniesi. Dopo che ebbe sconfitto i nemici, il crudele re impose un tributo: “Ogni anno – disse – consegnerete sette giovani Ateniesi al Minotauro, il mostro feroce che io ho rinchiuso in un inestricabile labirinto”. Il mostro divorava tutti i giovani, ma Teseo eroe forte e coraggioso, venne a conoscenza di una scelleratezza così grave e volle liberare il popolo degli Ateniesi dalla sciagura. Giunse nell’isola di Creta e (infiammò di amore Arianna) fece innamorare di sé Arianna, la figlia di Minosse, per entrare con l’aiuto della fanciulla nel labirinto ed uccidere coraggiosamente il Minotauro. Poi riavvolse il filo che aveva ricevuto da Arianna e che aveva legato alla porta di ingresso del labirinto: così ritrovò l’uscita e fuggì dal labirinto e dall’isola di Creta e portò con sé la fedele fanciulla.  

 

I Romani restituiscono la libertà alla Grecia

Dopo la vittoria del console Tito Quinzio Flaminino sui Macedoni, tutti i popoli della Grecia si riunirono a Corinto per i Giochi Istmici. Quando tutti ebbero preso posto, avanzò al centro dell’arena un araldo con un trombettiere per annunciare subito lo spettacolo con un canto solenne. Il trombettiere fece fare silenzio con la tromba e l’araldo così annunciò ad alta voce: "Il senato ed il popolo romano e Tito Quinzio Flaminino, console e generale, dopo aver sconfitto i Macedoni, ordinano che siano liberi, autonomi con le proprie leggi, i Corinzi, i Focesi, i Locresi, l’isola di Eubea, i Tessali, gli Achei e tutti i popoli (greci)". Grandissima fu la gioia di tutti per (questo) annuncio. Con grande clamore e riconoscenza (gli spettatori)richiamarono l’araldo al centro (dell’arena) affinché annunciasse una seconda volte le stesse cose.

La suola comincerà un’altra volta il 1 ottobre?

Inizio della scuola posticipato al 30 settembre?
 
 
Scuola, Pdl: stop all’inizio anticipato
"Anno scolastico parta dopo il 30 settembre"

La proposta è del senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa: il ddl composto da un solo articolo. "Ci sarebbero positivi risvolti economici"

ROMA – Una proposta che piacerà alla maggior parte degli studenti: stop all’inizio anticipato dell’anno scolastico perché "provoca la anticipata chiusura della stagione estiva anche rispetto al ciclo meteorologico". E questo "determina per le regioni a vocazione balneare un conseguente accorciamento della stagione turistica, con cadute occupazionali e reddituali". A chiedere di tornare agli Anni ’60, almeno per quel che riguarda la data di inizio dell’anno scolastico, è il senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa, che ha presentato in tal senso un disegno di legge a palazzo Madama.

Si tratta di uno dei più brevi provvedimenti che la storia della legislazione repubblicana ricordi. Il ddl, infatti, è composto di un solo articolo, con appena 16 parole: "Per le scuole di ogni ordine e grado l’anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre".

Un "ragionamento" su come modificare le vacanze scolastiche si può anche fare, "ma basta con leggi e decreti che non che non nascano dalla condivisione con la società civile". E’ preoccupata di salvare le "povere vacanze delle famiglie italiane", Angela Nava del coordinamento genitori democratici, commentando il ddl presentato dal Pdl al Senato per spostare al 30 settembre l’inizio dell’anno scolastico. "Come associazione – ha detto – non possiamo essere soggetti agli umori di chi presenta provvedimenti che modificano la pianificazione delle povere vacanze degli italiani. Un ragionamento si può fare in modo disteso, con la condivisione, se si vuole rilanciare il turismo". Ma, ha ricordato Nava, quando si modifica il calendario scolastico bisogna tenere presente anche che si è di fronte ad una coperta troppo corta: "il clima non è favorevole e soprattutto l’edilizia scolastica antiquata non consente di andare oltre i primi di giugno con le lezioni".

(23 maggio 2010)

 

e dal sito http://www.tuttoscuola.com/cgi-local/disp.cgi?ID=22936

 

A volte ritornano
Ritornano i remigini?


Fino al 1977, la scuola cominciava il primo ottobre, giorno dedicato a San Remigio.

L’Antoniano di Bologna aveva denominato gli alunni che per la prima volta andavano a scuola "Remigini", in onore proprio del Santo del 1° ottobre.

L’avvio dell’anno scolastico è stato portato, con una serie di provvedimenti successivi, al 1° settembre.

Da allora, qualche nostalgico delle vacanze estive e qualche promotore turistico tentano il ritorno al passato.

L’ultimo tentativo è stato promosso dall’onorevole Rutelli alla fine della precedente legislatura, nello sforzo di coordinare i calendari scolastici regionali nella prioritaria attenzione alle esigenze dell’industria turistica.

Un veto politico fece naufragare quella proposta.

Ora qualcuno ci riprova: non è un gruppo, non è un partito, ma un singolo deputato, il senatore Costa, che se ne è uscito con una proposta secca e perentoria per un ritorno dell’avvio dell’anno scolastico al 1° ottobre.

Il senatore Costa ha presentato la sua proposta (un solo articolo di 16 parole) per un ritorno all’antico, per rispettare le condizioni meteorologiche e turistiche del nostro paese.

La sorprendente iniziativa (con scarsa prospettiva di accoglimento) farà sicuramente felici gli studenti di tutti gli ordini di scuola e gli operatori turistici.

Meno soddisfatte, certamente, le famiglie che non saprebbero dove sistemare i figli.


tuttoscuola.com lunedì 24 maggio 2010

 

Una nuova settimana

Una nuova settimana!!

Una nuova, imprevedibile, settimana è appena cominciata!

Che sia una settimana piena di grandi cose positive e di piccole sorprese per me e per tutti voi!

In bocca al lupo a tutti coloro che devono sostenere prove, colloqui o impegni importanti!!!

Le due bisacce dei difetti umani

 

 

I nostri e gli altrui difetti… Le due bisacce

Giove ci ha imposto due bisacce: ha collocato quella piena dei propri difetti dietro la schiena. Ha appeso davanti al nostro petto quella carica dei difetti altrui. Perciò non possiamo vedere i nostri mali, ma appena gli altri sbagliano, subito siamo pronti a criticarli.
(Fedro, 4 10)….

 

 

Organizzazione dell’Impero di Carlo Magno e sua dissoluzione

Organizzazione dell’impero

Il Sacro Romano Impero comprendeva un’ampia parte dell’Europa occidentale. Esso fu suddiviso in conteemarche e ducati. Le contee erano sottoposte al governo dei conti che avevano poteri amministrativi, civili e militari. La loro azione era tenuta sotto osservazione dai missi dominici, una sorta di ispettori inviati dal sovrano nelle diverse contee con funzioni di controllo. I missi, che garantivano il rapporto tra centro e periferia, viaggiavano sempre in coppia: uno dei due era un ecclesiastico. In tal modo, venivano controllati e garantiti gli interessi territoriali ed amministrativi dell’Impero e quelli della Chiesa. Il sovrano conferì donazioni e privilegi ai conti, sia per ricompensarli della loro azione governativa ed amministrativa, sia per tenerli legati a sé. I conti, a loro volta, avevano dei loro fedeli o, se vogliamo, dei loro sottoposti a cui affidavano incarichi particolari. Si gettano, in tal modo, le premesse per l’affermazione del feudalesimo e del suo sistema vassallatico. Le marche erano le circoscrizioni, più ampie delle contee, dei territori di confine, come quello della marca di Spagna. Erano governate dai markgraf, cioè dai marchesi. I ducati erano distretti abitati dalle popolazioni più recalcitranti e caratterizzati da un forte “nazionalismo”. Erano governati dai duchi. Conti e marchesi non percepivano uno stipendio fisso. Il sovrano concedeva loro delle terre, come si è già detto, a cui poteva aggiungersi la possibilità di percepire un terzo del reddito prodotto dalla regione posta sotto la loro giurisdizione. Il servizio militare era esercitato per lo più dai proprietari: il nerbo era composto dai cavalieri. I soldati dovevano provvedere da soli al loro equipaggiamento ed il reclutamento era praticato in base alla ricchezza e alle proprietà possedute. Il Capitulare missorum de exercitu promovendo decretava “Ogni uomo libero che possiede quattro mansi (40 ettari) di terra abitati sia come proprietario che come beneficiario di un signore, si prepari e venga al quartier militare col suo signore, se lo ha, oppure con il conte. Chi possiede tre mansi si associ a chi ne possiede uno solo e gli dia i mezzi per l’equipaggiamento in modo che questi possa prestare servizio per entrambi. Chi possiede soltanto due mansi, si unisca ad un altro possessore di due mansi e uno di loro, equipaggiato a spese dell’altro, vada a prestare il servizio. A chi possiede soltanto un manso si associno altri tre della sua stessa condizione e gli forniscano l’equipaggiamento; egli soltanto sarà reclutato, e coloro che avranno fatte le spese rimarranno a casa”. Da ciò si può comprendere che la proprietà di 4 mansi di terra era la base economica per l’arruolamento e che, pertanto, non tutti potevano accedervi. Carlo promosse anche una grande politica culturale, mirata alla rinascita della cultura e delle scuole in tutti i territori dell’impero. Presso la Corte, ad Aquisgrana, fu istituita la Schola Palatina, presieduta dal monaco anglosassone Alcuino da York. Questo importante centro culturale riunì attorno a sé illustri uomini di cultura, tra i quali Paolo Diacono, monaco, storico e poeta longobardo in lingua latina. Tra le sue opere ricordiamo la monumentale Historia Langobardorum che in sei libri rievocava le vicende dei Longobardi dall’epoca di re Alboino fino alla morte di Liutprando, avvenuta nel 744. Altre scuole vennero istituite nelle cattedrali e nei conventi. Erano aperte anche ai laici. Vi si potevano studiare le sette arti liberali del Trivio e del Quadrivio. Le arti del Trivio, che precedevano quelle del Quadrivio nel percorso di studi, erano la grammatica (cioè l’insegnamento della lingua latina), la retorica (cioè l’arte di scrivere un discorso e di pronunciarlo in pubblico) e la dialettica (cioè la filosofia). Le arti del Quadrivio erano l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica. Le prime tre erano dette artes sermocinales, le ultime quattro, invece, erano definite artes reales. Più in generale, con le espressioni arti liberali ci si riferiva alle attività che richiedevano uno sforzo intellettivo, in contrapposizione alle arti meccaniche, che implicavano uno sforzo fisico e manuale. Con il Capitulare de litteris colendis Carlo promulgò la riforma dell’insegnamento. Con la riforma della cultura Carlo Magno si prefiggeva di formare

1)     un clero colto, capace di leggere la Sacra Scrittura in latino e anche le opere dei Padri della Chiesa, tutte in lingua latina

2)     dei funzionari istruiti, che sapessero scrivere in modo corretto gli atti ufficiali per i quali si usava ancora il latino

3)     una base linguistica e culturale per unificare una popolazione formata dalla mescolanza di tanti popoli diversi.

L’azione educativa fu affidata alla Chiesa. Un punto del capitolare recitava: Che i preti aprano scuole nei borghi e nei villaggi. Se un fedele vuole inviare loro i suoi figli per farli istruire, essi non dovranno rifiutarsi di riceverli e di istruirli. E che essi non chiedano, per questa attività, nessun compenso e non accettino niente, se non ciò che sarà loro offerto spontaneamente per amicizia”. Venne anche semplificata la scrittura, con l’introduzione della minuscola carolina. La politica culturale di Carlo promosse anche la produzione e la diffusione dei libri, resa possibile da monaci esperti nell’arte della ricopiatura e della miniatura. Possiamo vedere in questi atti una vera e propria ansia di rinnovamento e di promozione della cultura che, non a torto, ha spinto molti storici a parlare di rinascenza carolingia.

La dissoluzione dell’Impero carolingio

Carlo Magno, nell’806, aveva provveduto a dividere l’impero fra i suoi tre figli, Carlo, Ludovico il Pio, Pipino. Morti prematuramente Carlo e Pipino, Ludovico il Pio rimase l’unico erede e governò dall’814 all’840.

Tra i suoi primi atti di governo vi fu, nell’817, la cosiddetta Ordinatio imperii, con cui proclamò suo unico successore al trono il figlio primogenito Lotario, assegnandogli il titolo di imperatore, assegnandogli anche l’Italia. Agli altri due figli, Pipino e Ludovico il Germanico, diede rispettivamente il Regno di Aquitania e il Regno di Baviera.[1] La tensione si accentuò ulteriormente quando Ludovico il Pio volle inserire tra i suoi eredi anche il figlio illegittimo Carlo il Calvo.

Dopo la morte di Pipino (838) e di Ludovico il Pio (840), si giunse ad un accordo tra i contendenti rimasti. Con il Giuramento di Strasburgo (842) Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo posero fine alle ostilità. L’intesa fu approvata, nell’843, anche da Lotario e fu suggellata dal trattato di Verdun. L’accordo prevedeva che a Lotario sarebbero andati il titolo di Imperatore (ormai poco più che simbolico), il Regno d’Italia e la regione che sarà poi definita Lotaringia, compresa tra i fiumi Reno e Loira. Carlo il Calvo avrebbe avuto il Regno di Francia, Ludovico il Germanico, invece, il Regno di Germania.

 

Questa spartizione segnò il declino dell’impero carolingio, ma pose anche le basi del costituirsi delle tre principali “nazionalità” europee del tempo: quella italiana, quella francese e quella germanica.

La dinastia carolingia si estinse definitivamente nell’887 con Carlo il Grosso. Questi, nell’884 aveva riunificato sotto il suo potere l’Italia, la Francia e la Germania. Ma per la sua incapacità di governare, messa a dura prova dalle incursioni dei Normanni, fu costretto a lasciare il trono nell’887. Si ebbe, in tal modo, la definitiva spartizione dei territori dell’impero. Il titolo imperiale ed il Regno di Germania furono affidati ad Arnolfo di Carinzia, figlio di Carlomanno di Baviera, nato a sua volta da Ludovico il Germanico.  Il Regno di Francia fu assegnato a Oddone di Angers, mentre il Regno d’Italia andò a Berengario I, marchese del Friuli.

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[1] L’Ordinatio imperii si scontrava con quella che per molto tempo era stata per i Franchi la concezione patrimoniale del potere. In base a tale concezione, il regno veniva considerato patrimonio della famiglia, non del primogenito, e andava diviso, dopo la morte del sovrano, tra tutti i figli 

 

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

In Gallia, una delle regioni più ricche dell’Occidente, si era costituito il Regno dei Franchi. I Franchi erano una popolazione germanica, comparsa intorno al III secolo d.C. sulle rive del fiume Reno, inizialmente divisa in tribù, guidate da capi militari, stanziatesi lungo i corsi dei fiumi Meno[1] e Reno[2]. Il termine  Franchi rimandava al concetto della libertà, e significava uomini liberi. I guerrieri franchi avevano impressionato i Romani per la loro alta statura, per i capelli rossi e per i lunghi baffi. Furono insediati presso la foce del Reno (in Gallia settentrionale) da Giuliano l’Apostata (361 – 363) e furono dall’imperatore integrati nell’Impero Romano con lo status giuridico di foederati. In quest’area della Gallia settentrionale si formarono due principali gruppi tribali: i Franchi Salii e i Franchi Ripuarii, o Renani[3].

Clodoveo (481 – 511), divenuto re negli ultimi anni del V secolo, diede alle tribù dei Franchi un primo importante assetto unitario e tra la fine del V secolo e l’inizio del VI secolo sconfisse Alamanni e Visigoti. Clodoveo apparteneva alla dinastia dei Merovingi, così chiamata dal capostipite Meroveo[4] (448 – 457).

Fondamentale fu per Clodoveo, dopo lo scontro con gli Alamanni, la conversione sua personale e del suo popolo al cattolicesimo, facilitata dal fatto che i Franchi erano ancora pagani. La conversione, voluta fortemente dalla moglie Clotilde, di fede cattolica, favorì l’integrazione tra i Franchi ed la popolazione Gallo – romana che rappresentava il 98% della popolazione.

In ambito politico, Clodoveo collaborò con l’aristocrazia gallo – romana (sia laica che ecclesiastica) per controllare in modo più ferreo non solo i territori conquistati.

Nel 510 Clodoveo fece codificare in forma scritta le leggi franche, note con il nome di Lex salica.[5] La legge salica proibiva anche le successioni femminili al trono nei territori delle terre saliche, ma non lo vietava espressamente per le successioni in altre regioni non saliche controllate dai Franchi.

Alla morte di Clodoveo, nel 511, il regno fu diviso tra i suoi figli in

1)    Neustria (tra il fiume Schelda e Loira) lungo la Senna, nella Gallia nord – occidentale. Parigi ne era la città principale.

2)  Austrasia, ad Est, lungo le valli della Mosa, della Mosella e del Reno, comprendente tutta la Gallia nord – orientale. I suoi centri principali erano Reims e Metz.

3)     Aquitania, in Francia centro e sud – occidentale, con capitale Poitiers.

4)     Borgogna, in Francia centro meridionale e sud – orientale, tra la Loira e il Rodano. Mâcon, Chalon, Sens, Auxerre, Tonnerre, Nevers erano i centri principali.

La monarchia merovingia entrò in crisi tra il VI ed il VII secolo a causa dei conflitti che opponevano l’aristocrazia locale al potere regio centrale. La figura dei re si indebolì sempre di più ed il potere venne esercitato dai maestri di palazzo. Inizialmente, costoro erano responsabili dell’amministrazione delle terre e del fisco e assistevano il re nell’esercizio del potere. Gradualmente, però, i maestri di palazzo finirono con il sostituirsi ai re[6], il cui ruolo divenne puramente simbolico. Tra i maestri di palazzo si distinse la personalità di Pipino  di Héristal,[7] che fu il primo esponente della dinastia dei Carolingi[8].

Pipino di Héristal divenne, nel 687, l’unico signore del regno dei Franchi, avendo riunificato sotto il suo potere i regni di Neustria e di Austrasia.

 

Nel 714, dopo la sua morte, la carica di maestro di palazzo, o maggiordomo, fu assunta da  Carlo Martello (piccolo Marte), figlio naturale di Pipino, che consolidò il regno dei Franchi. 

 

Nel 732, a Poitiers, Carlo Martello frenò l’avanzata degli Arabi[9] in Occidente[10].

Questo evento lo contraddistinse come paladino della cristianità.

Alla sua morte, nel 741, il regno fu diviso tra i due figli Carlomanno e Pipino il Breve. Carlomanno ottenne l’Austrasia, l’Alamannia e la Turingia, Pipino il Breve, invece, ottenne la Neustria, la Borgogna e la Provenza.

 

Tuttavia, nel 743, le proteste all’interno del regno indussero i due figli di Carlo Martello a restaurare l’unità del regno e a portare sul trono l’ultimo esponente della monarchia merovingia, Childerico III.

Dopo il ritiro dalla scena politica di Carlomanno, Pipino il Breve riuscì ad impadronirsi del titolo regio e depose, nel 752, Childerico, di cui era il maestro di palazzo, sostituendolo alla guida del regno dei Franchi (cfr. note 6 – 7). Il papa Stefano II riconobbe il nuovo sovrano ottenendone, nel 754, l’appoggio contro la politica espansionistica del sovrano longobardo Astolfo.

 

Nel 768, ormai vicino alla morte, Pipino divise il regno tra i suoi due figli Carlomanno e Carlo. Carlomanno, fautore di una politica non belligerante verso i Longobardi, morì tre anni dopo e Carlo si proclamò unico signore del regno (771). Nel 773 Carlo, invocato dal nuovo papa Adriano I, discese in Italia contro re Desiderio.

 

Carlo Magno e le sue campagne militari

 

Carlo governò, come re, dal 771 e, come imperatore, dall’800 fino all’814. Per la sue conquiste fu definito Carolus Magnus, Carlo il Grande, o Carlo Magno.

 

I fronti di guerra sui quali Carlo si impegnò furono quelli contro:

1)     I Sassoni nella Germania nord – orientale

2)     Gli Arabi in Spagna

3)     Gli Avari, in Pannonia a sud del Danubio

4)     I Longobardi in Italia

 

La guerra con i Sassoni si protrasse dal 772 all’ 805. I Sassoni erano una popolazione pagana della Germania settentrionale. Essi furono, però, piegati e convertiti definitivamente al cristianesimo solo nell’804. Nel 784 Carlo sconfisse anche i Frisoni che erano stanziati nell’attuale Olanda. La campagna militare contro i musulmani di Spagna iniziò nel 776 e durò circa un ventennio, al termine del quale Carlo riuscì a sottrarre agli Arabi, nell’ 801, solo la porzione di territorio compresa tra i Pirenei ed il fiume Ebro, area in cui costituì la marca di Spagna. In questo contesto rientra il celebre episodio dell’imboscata di Roncisvalle, del 778, in cui perse la vita Orlando, il più grande paladino di Carlo Magno. Questo episodio, anche se di non primaria importanza, entrò di diritto nell’epopea franca e fu tramandato oralmente e, poi, per iscritto, nelle epoche successive.

Carlo, infine, tra il 795 ed il 796, sottomise e convertì al cristianesimo gli Avari, popolo proveniente dall’Asia centrale ed insediatosi tra l’Austria e il Friuli.

L’imposizione della conversione al cristianesimo  caratterizzò in senso fortemente religioso l’espansionismo franco – carolingio. Ciò dipese sia da ragioni legate all’opportunità di mantenere buoni rapporti con la Chiesa, sia da ragioni di carattere strettamente personale: Carlo fu effettivamente un fervente cattolico. Anzi, come scrisse il monaco inglese Alcuino di York (735 – 804), fu cattolico per la fede, re per il potere, pontefice per la predicazione. Il sovrano, tuttavia, contrariamente a quanto accadeva a Bisanzio, non confuse mai il potere politico con quello spirituale e si presentò sempre come un fedele paladino e servitore della Chiesa.

 

Carlo imperatore del Sacro Romano Impero

 

La svolta per la storia europea e per quella personale di Carlo ci fu nel Natale dell’800. Durante la messa del giorno di Natale di quell’anno, infatti, Carlo venne incoronato e proclamato imperatore dal pontefice Leone III a Roma nella Basilica di San Pietro.

Nasceva, così, per volontà di Leone III e di Carlo, il Sacro Romano Impero che si ricollegava idealmente al glorioso impero romano d’Occidente dissoltosi nel 476.

 

L’evento fu tanto più straordinario, in quanto per la prima volta, dal 476 d.C., il titolo di imperatore dei Romani venne assunto non dal sovrano di Bisanzio, ma da un monarca occidentale. Le fonti franche ed il biografo Eginardo sostengono che Carlo fu sorpreso ed addirittura contrariato per la sua incoronazione imperiale, tuttavia l’evento fu concordato e preparato con cura dal re carolingio e dal pontefice. Tra le due personalità, del resto, si erano stabiliti dei rapporti che andavano al di là della sfera meramente politica. Difatti, Leone III, eletto nel 795, proveniva da umili origini e ciò lo aveva messo in contrasto con l’aristocrazia e con il clero. Nel 799, durante una processione, Leone fu addirittura disarcionato dal suo cavallo. Fu catturato da alcuni congiurati, che cercarono di cavargli gli occhi e di strappargli la lingua per renderlo inadatto a svolgere il suo ruolo, riuscì miracolosamente a fuggire e fu ospitato da Carlo a Paderbon, in Sassonia, dove in quel periodo stava combattendo. È probabile, dunque, che dietro la proclamazione imperiale di Carlo ad opera del papa vi fosse anche la necessità per il pontefice di sdebitarsi con il suo salvatore. Tuttavia, al di là dei rapporti personali, con questo gesto Leone rafforzò la sua posizione, sia perché si smarcava definitivamente dall’influenza bizantina, avendo egli stesso proclamato un nuovo imperatore d’Occidente, sia perché da quel momento l’investitura imperiale sarebbe stata concessa da un pontefice. In pratica, questo rituale indicava che il potere imperiale discendeva da Dio e dal suo più alto rappresentante sulla Terra, cioè il Papa. Venne consolidata e ufficializzata, in tal modo, quell’influenza che già in passato il pontefice aveva esercitato anche in ambito politico e militare. Si costituirono, così, i due grandi poteri universali che avrebbero dominato, spesso scontrandosi, la storia europea durante tutto il Medioevo. Carlo, da parte sua, assumendo l’autorità imperiale, si poneva in aperto contrasto con l’imperatore d’Oriente. A quel tempo, però, il trono era ricoperto da una donna: Irene, madre di Costantino VI, di cui teneva la reggenza.  Solo nell’ 812 l’imperatore bizantino, Michele I, riconoscerà Carlo Magno come imperatore e augusto, ma non come imperatore dei Romani. In cambio Carlo assunse l’impegno di non occupare Venezia e di porre fine alle ostilità nei confronti degli interessi bizantini in Veneto, Istria e Dalmazia. L’intesa fu ratificata con il Trattato di Aquisgrana.

 


note al testo

 

[1] Lungo, 524 km. È un affluente destro del Reno, percorre la Germania  da est ad Ovest.

[2] Lungo 1232 km. Il nome deriva da una radice indoeuropea che significa scorrere. Con il Danubio costituiva il confine settentrionale dell’Impero Romano. Segna, oggi, il confine tra Germania, Olanda, Svizzera e Francia.

[3] Il termine Salii potrebbe derivare dal nome di un lago salato olandese (provenienti dal lago salato Issel (Salato). L’intera zona circostante, infatti, è definita Saaland: Terra del sale. Il termine Ripuarii  indica, invece, i Franchi che abitarono lungo il medio corso del Reno, stanziati presso le città di Treviri e Colonia e deriva da ripa.

[4] Su Meroveo, il fondatore della dinastia da cui sarebbe derivato il glorioso regno dei Franchi, non ci sono molte notizie e la sua stessa origine è avvolta nel mistero. Secondo una leggenda, Meroveo nacque da un mostro marino, chiamato quinotauro.

[5] Questa legge, che prende la denominazione dai Franchi Salii, vietava la vendetta personale, stabilendo della ammende in proporzione alla gravità del reato ed alla classe sociale di appartenenza. Ad esempio, l’omicidio di un non franco era punito con una multa di 67 scellini, l’assassinio di un franco di libera condizione era sanzionato con un’ammenda di 200 scellini.

[6] I sovrani di questa fase storica sono stati definiti « rois fainéants », cioè re fannulloni. Questa espressione fu coniata da Eginardo, biografo di Carlo Magno, vissuto tra il 775 e l’ 840. L’epoca dei re fannulloni si protrasse dal 639 con il re  Dagoberto I al 751 con il re Childerico III. Questi fu spodestato e fatto arrestare dal suo maggiordomo Pipino il Breve.

[7] Pipino di Héristal era chiamato anche Pipino II, poiché fu il secondo dei tre Maestri di palazzo a portare questo nome, dopo Pipino di Landen e prima di Pipino il Breve (dinastia dei Pipinidi).

[8] Sarà chiamata così da Carolus, cioè dal nome di Carlo Magno che ne fu il più autorevole rappresentante.

[9] Dopo aver cercato senza successo, tra il 668 – 669, di conquistare Costantinopoli, gli Arabi avviarono una massiccia campagna di espansione in Occidente. Intorno al 670, iniziò la conquista dell’Africa Settentrionale. Nel 711, un esercito guidato da Tariq ibn Ziyad, governatore di Tangeri, avviò l’occupazione della Spagna, che fu realizzata in cinque anni. Lo Stretto di Gibilterra, che segna il confine tra la Spagna e l’Africa settentrionale, prende il nome dall’espressione Djebel Tariq, “montagna, o terra, di Tariq”.

[10] L’espansione araba durò dal 632 al 750 e avvenne in due fasi: la prima fase si svolse sotto la guida dei califfi elettivi. L’ultimo dei califfi fu Alì (656 – 661). Alla sua morte l’Islam si divise in Sciiti e Sunniti. La seconda fase avvenne sotto la dinastia degli Omayyadi.

Nella prima fase, gli Arabi si mossero verso il Vicino Oriente, l’Egitto e la Persia. Ad una ad una, capitolarono città importanti come Damasco, Gerusalemme e Ctesifonte (capitale della Persia).

Il primo califfo, Abu Bakr (632 – 634), sconfisse le truppe bizantine stanziate in Siria. Il suo successore, Omar (644 – 634), completò la conquista della Siria. Poi occupò l’Egitto e la Palestina (che appartenevano all’impero bizantino) e la Mesopotamia (che apparteneva ai Persiani). L’impero persiano fu definitivamente sottomesso nel 651 dal terzo califfo, Othman (644 – 656), che occupò anche la costa settentrionale dell’Africa fino alla città di Tripoli.

Fu più volte attaccata anche Costantinopoli, ma senza successo. Nella seconda fase (661 – 750), gli Arabi occuparono l’Asia, il Nord Africa e la Spagna. 

Appunti di Storia parte seconda: i Longobardi in Italia e l’avvento di Carlo Magno

I longobardi in Italia

 

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), occupando importanti città come Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano. Dopo qualche anno fu conquistata anche Pavia, che divenne la capitale del regno. Conquistarono anche ampia parte della Toscana, nonché Spoleto, Benevento e Salerno. Tuttavia, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.

La nuova situazione politica, che vedeva la nostra Penisola divisa tra aree longobarde e aree bizantine, fu ratificata nel 603 con il riconoscimento ufficiale della Romània, cioè della parte bizantina, e della Longobardia, da cui deriva il nome dell’attuale Lombardia. La capitale dell’esarcato bizantino continuò ad essere Ravenna. I Bizantini controllavano anche le città di Ancona, Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini (la pentapoli adriatica) e Gubbio, Jesi, Cagli, Fossombrone e Urbino (la pentapoli dell’entroterra).

 

 

 

Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni ecclesiastici del clero.

 

Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.

 

La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

 

Frammentazione politica e territoriale

 

La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.

Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.

 

Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574), del suo successore Clefi.

 

 

 

 

 

Uccisione di Alboino 

 

 

Morto anche Clefi, vi fu un decennio di interregno,  durante il quale i duchi governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.

 

La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.

 

 

  La regina Teodolinda

 

  

I domini longobardi dopo la morte di Agilulfo

Al nord Agilulfo conquistò anche Parma, Piacenza, Padova, Monselice, Este, Cremona e Mantova. Nel Meridione i duchi di Spoleto e Benevento ampliavano i domini longobardi.

 

Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.

 

Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto. Rotari era stato preceduto da Arioaldo, che aveva governato dopo Adaloaldo dal 626 al 636.

 

Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole rafforzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.

 

Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.

 

I domini longobardi alla morte di Rotari (652)

Nel 636 ad Arioaldo successe l’ariano Rotari, duca di Brescia, che regnò fino al 652 e conquistò quasi tutta l’Italia settentrionale, occupando Oderzo e la Liguria. La sua memoria è legata al celebre Editto, promulgato nel 643, che codificava le norme germaniche, ma introduceva anche significative novità (come la sostituzione della faida con il guidrigildo).

 

La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).

Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.

 

La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.

 

Per tale ragione, Liutprando occupò l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).

Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.

 

Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.

 

 

 

 

 

La fine del regno longobardo

 

Dopo l’accordo sancito tra il Papato e il re Liutprando, i Longobardi, con il re Astolfo (749 – 756), proseguirono la loro politica espansionistica, conquistando la città di Ravenna ed avvicinandosi pericolosamente alla zona intorno a Roma.

 

Per far fronte al nuovo pericolo, il papa Stefano II chiese l’intervento del re dei Franchi Pipino il Breve, assicurandosene la protezione non solo per allontanare un pericolo militare, quale la minaccia di invasione di Astolfo, ma anche per la prospettiva, a medio termine, dell’assunzione del controllo da parte della Chiesa romana dei possedimenti bizantini nella nostra penisola.

 

 

 

 I domini longobardi raggiunsero la loro massima estensione dopo le conquiste di Astolfo (751)

 

Pertanto, tra il 755 ed il 756, ci furono due importanti spedizioni militari dei Franchi in Italia, per ridimensionare la forza territoriale dei Longobardi, togliendo loro i territori delle Marche e della Romagna che non furono restituiti ai Bizantini, ma furono concessi in dono alla Chiesa insieme al territorio del Lazio.

 

Pipino il Breve morì nel 768 e la scomparsa prematura del figlio Carlomanno, rese erede universale l’altro figlio, Carlo, poi detto Carlo Magno per le sue imprese.

 

Nel 773 Carlo portò i Franchi ad intervenire nuovamente in Italia sempre su richiesta della Chiesa, ancora attaccata dai Longobardi.

 

A capo dei Longobardi era il re Desiderio e con lui, precedentemente, Carlo aveva stipulato un accordo suggellato dal suo matrimonio con Ermengarda, la figlia di Desiderio.

 

Nel 773, dunque, dopo aver ripudiato la donna, Carlo scese in Italia, espugnò Pavia e sconfisse in maniera definitiva, a Verona, Desiderio e suo figlio Adelchi. Nel 774, dopo aver inglobato i territori longobardi tra i suoi domini, Carlo aggiunse al titolo di re dei Franchi quello di re dei Longobardi.

 

 

Ritratto di Carlo Magno

Da "Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, ossia Storia delle Città, dei Borghi, Comuni, Castelli, ecc. Fino AI Tempi Moderni" per cura di Cesare Cantù e d’Altri letterati, Milano, Corona e Caimi Editori, 1858.

 

 

 

Aveva fine, in tal modo, il terzo regno romano – barbarico sorto nel nostro Paese (dopo quello di Odoacre e quello di Teodorico), durato dal 568 al 774.

 

Nel 785 i Franchi attaccarono anche i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Dodici anni dopo, nel 797, i Bizantini dovettero cedere a Carlo l’Istria e il Ducato di Benevento.

Appunti di Storia parte prima: impero bizantino – guerra greco – gotica

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che caratterizzarono l’impero d’Occidente.

In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente vanno ricercate essenzialmente nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Oltre a ciò, bisogna considerare altri aspetti non meno importanti:

 

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta dallo stesso Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molto tempo, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco. Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Di tale liquido combustibile faceva parte anche il petrolio, ma dovevano esserci anche altre sostanze

 

 

                                       

 

 

 

Il fuoco greco consentì ai Bizantini di difendersi per decenni dagli attacchi nemici, fino all’invenzione della polvere da sparo. 

 

L’imperatore bizantino e i rapporti con la Chiesa

 

L’impero bizantino si estendeva dall’Egitto al Danubio, dalla Siria al Mar Nero.

L’imperatore acquisì caratteri di onnipotenza ed era venerato come un sole che illuminava con la sua presenza tutta l’umanità. La figura imperiale era venerata da tutti gli strati della società, con un rituale che culminava nella proskynesis. Il palazzo imperiale era considerato sacro. Sacri erano anche i vestiti di porpora, simbolo del potere imperiale. La porpora stessa divenne emblema della grandezza dell’imperatore per discendenza diretta, al punto che l’imperatore poteva essere definito Porfirogenito, cioè “nato nella porpora”. L’origine di questa espressione è anche da ricollegare al fatto che esisteva nella residenza imperiale di Costantinopoli la Sala della Porpora in cui la moglie dell’imperatore dava alla luce i figli destinati a guidare l’Impero. Anche per queste ragioni, l’imperatore venne accentrando nelle sue mani poteri sempre più vasti che afferivano non soltanto alla sfera politica, ma anche a quella religiosa ed ecclesiastica, di cui si vantava di essere l’autorità più alta e rappresentativa. Per questo motivo, l’imperatore assunse il pieno controllo dell’organizzazione e delle strutture ecclesiastiche. Si affermò, così, il cesaropapismo, cioè il potere sacro e religioso dell’imperatore, considerato come il massimo rappresentante di Dio sulla Terra.

 

Giustiniano

Giustiniano dominò la scena politica bizantina dal 527 al 565. La sua azione politica fu legata al progetto di restaurazione dell’impero romano e delle sue vecchie frontiere. Progetto che non contrastava necessariamente con la mutata situazione storico – politica dei regni romano – germanici, in quanto Giustiniano considerava i sovrani germanici non come re autonomi, ma come delegati dall’imperatore stesso a governare nei territori occidentali dell’Impero.  Il suo progetto politico era legato inscindibilmente alla sua visione religiosa: il concetto di impero veniva a coincidere con il concetto di mondo cristiano. Il tutto nel quadro di quella visione cesaropapista che concentrava nelle mani del sovrano il potere temporale e quello spirituale.

In  quanto rappresentante della Chiesa, Giustiniano intervenne nelle controversia teologica che opponeva da tempo i nestoriani ai monofisiti. I nestoriani, seguaci del patriarca di Costantinopoli Nestorio (428 – 431), credevano nella compresenza in Cristo di due nature distinte, quella umana e quella divina. I monofisiti, invece, attribuivano a Gesù la sola natura divina. Giustiniano cercò di mediare tra le due posizioni e, consapevole del fatto che i monofisiti erano molto forti in aree importanti dell’impero, quali la Siria e l’Egitto ed avevano anche il consenso della moglie Teodora, condannò in parte, nel 544, la dottrina nestoriana nell’ Editto dei Tre Capitoli

 

 

 

La riconquista dell’Occidente e la situazione in Italia

Nel 533, grazie all’azione militare del generale Belisario, Giustiniano in un solo anno riuscì a porre fine, in Africa, al regno dei Vandali che era stato costituito nel 429 da Genserico.

Intanto, in Italia, nel 476, Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che iniziò nel 488 e si concluse nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

 

Con Teodorico (493 – 526) abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.

In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.

La convivenza tra Barbari e Romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i Barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dei territori dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.

 

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.

Importante fu l’editto di Teodorico, databile tra il 493 ed il 526, con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.

 

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.

Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, contro gli ariani, nel 523, un decreto che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, ma poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.

 

Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.

 

Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.

 

Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

 

Guerra gotica e annessione dell’Italia all’impero bizantino: la Prammatica sanzione

L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.

La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni, in due fasi. La prima guerra gotica durò dal 535 al 540: Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri). La seconda fase fu combattuta dal 544 al 55 contro Totila (541 – 552), il nuovo re degli Ostrogoti, che era riuscito a riconquistare l’Italia.

 

Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse Teia, che fu re dei Goti, tra il 552 ed il 553, dopo la morte di Totila.

Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. L’annessione fu suggellata, nel 554, con l’emanazione, da parte di Giustiniano, della Prammatica sanzione, con cui si estendeva alla nostra Penisola la legislazione imperiale e si istituivano nuovi assetti amministrativi. L’Italia, inoltre fu trasformata in una prefettura dell’impero bizantino. Nel 567, un anno prima della discesa dei Longobardi in Italia, la Prefettura d’Italia fu trasformata in esarcato, con capitale Ravenna. La Prammatica sanzione prevedeva, tra le altre cose, la restituzione alla Chiesa cattolica delle terre confiscate, la divisione dell’Italia in distretti amministrativi, a cui venne preposto un iudex, l’affidamento dell’amministrazione militare a un dux, una drastica politica di tagli alla spesa pubblica e di forte imposizione fiscale.  Nella penisola, tuttavia, crebbe il malcontento soprattutto per la politica economica e alcune aree si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

 

Il Corpus iuris civilis di Giustiniano

Il Corpus è un’ imponente raccolta, in dodici libri, delle leggi imperiali.

È così suddiviso:

1)      Digesta (chiamati anche Pandectae), in  50 libri, in cui troviamo i frammenti di opere di giuristi romani.  

2)     Institutiones, opera didattica in 4 libri destinata agli studioso del diritto.

3)     Codex in cui troviamo una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano in poi.

4)     Novellae Constitutiones contenenti le costituzioni emanate da Giustiniano.

 

Le prime tre parti del Corpus sono scritte in latino mentre l’ultima parte, quella delle Novellae Constitutiones, è composta in greco.