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Scuola, in tribunale migliaia di ricorsi

Tra i vari diritti rivendicati, anche il riconoscimento delle nomine in scadenza il 30 giugno fino al 31 agosto. Gli uffici sindacali hanno già cominciato a raccogliere le firme per i ricorsi
Una valanga di ricorsi al giudice da parte dei precari della scuola per non mandare in prescrizione diritti che si ritengono acquisiti e che il cosiddetto collegato lavoro cancellerebbe a partire dal prossimo 23 gennaio. Interessati a questa vicenda 240 mila docenti iscritti nelle graduatorie a esaurimento e 100mila non docenti iscritti nelle graduatorie provinciali.

Quali sono i diritti più frequenti che si vogliono tutelare? Innanzitutto quelli di chi ha avuto un incarico annuale su un posto vacante e che aspira a un posto fisso. Secondo: il riconoscimento degli scatti biennali. Terzo: la ricostruzione di carriera. Infine il riconoscimento delle nomine in scadenza il 30 giugno fino al 31 agosto. Le organizzazioni sindacali della scuola e le varie associazioni di precari sostengono questa rivendicazione e hanno messo a disposizione i loro legali per patrocinare i ricorsi per lo più a titolo gratuito per gli interessati.

Vengono al pettine dunque tutti i problemi di docenti che da anni lavorano nella scuola e aspirano a un posto fisso e non si vedono riconoscere un minimo di stabilità. Nel pubblico il posto dovrebbe avvenire solo attraverso un concorso, ma da 10 anni non ne viene bandito uno. Da qui l’estremo tentativo per recuperare la situazione. Dice Pippo Frisone, sindacalista della Flc Cgil: “Tutti hanno qualcosa da rivendicare. Il tempo stringe. Tutta colpa del collegato lavoro, la nuova legge strozza-precari che riduce le tutele e abbatte i tempi della prescrizione. E così chi lascia scadere la fatidica data del 23 Gennaio 2011 senza aver depositato almeno un’impugnativa non potrà rivendicare più nulla”.

Gli uffici sindacali hanno già cominciato a raccogliere le firme per i ricorsi: il tam tam di questa opportunità si allarga. “I tribunali – continua Frisone – risulteranno così intasati di ricorsi perché nel dubbio ognuno preferirà non tirarsi indietro, proprio perché in tempi di magra e di scarse assunzioni, tentare conviene comunque. Il sistema sembra oramai impazzito perché sono saltati tutti quei meccanismi che in passato a fronte di assunzioni sistematiche e certe garantivano comunque un minimo di equilibrio tra tutte le parti in causa”. E le prospettive? Qualche giudice del lavoro ha già riconosciuto qualche diritto di quelli oggi rivendicato, ma certo non c’è da farsi eccessive illusioni, soprattutto di fronte ai problemi della finanza pubblica. “Sta di fatto – dice Rita Frigerio, responsabile milanese della Cisl scuola – che si va a dimostrare che mantenere il precariato non è conveniente per nessuno. Soprattutto quando ci sono posti liberi che solo i precari sono in grado di occupare”:

Il nuovo anno sarà contrassegnato da diverse nuove modalità di gestione

Il nuovo anno sarà contrassegnato da diverse nuove modalità di gestione.

Da Enrico VI a Federico II – l’Italia meridionale dopo Federico II

La monarchia normanno – sveva nell’Italia meridionale

Tre anni dopo la Pace di Costanza, nel 1186, Federico ottenne un importante successo diplomatico facendo celebrare il matrimonio tra suo figlio Enrico VI e Costanza di Altavilla, figlia di Ruggero II, il fondatore del Regno normanno di Sicilia. Federico riuscì, in tal modo, ad associare, tramite Enrico VI, la corona di Sicilia a quella imperiale degli Hohenstaufen. Nel 1189, alla morte del re normanno Guglielmo II il Buono, Costanza, sorella del padre del re, Guglielmo I il Malo, divenne unica erede della corona del Regno di Sicilia. La morte improvvisa del Barbarossa, avvenuta nel 1190 in Asia Minore durante la III Crociata, avviò la transizione dalla monarchia normanna a quella sveva nell’Italia meridionale con l’insediamento al trono imperiale di Enrico VI (1190 – 1197).

Enrico VI

Il nuovo imperatore dovette combattere per entrare in possesso della corona del Regno di Sicilia, riuscendovi solo nel 1194, dopo aver sconfitto il conte Tancredi di Lecce, che gli era stato contrapposto al trono dal partito baronale del regno normanno. Dopo aver imposto la sua autorità nel Sud dell’Italia, Enrico poté contare su un impero che annoverava i territori germanici, i territori dell’Italia settentrionale, nominalmente sottoposti all’impero, e quelli dell’Italia meridionale con l’assunzione del trono di Sicilia.

 

Enrico, però, dovette ben presto scontrarsi con il Papa Celestino III (1191 – 1198) quando, nel 1196, proclamò il figlio Federico Ruggero (il futuro Federico II) re dei Romani.

Celestino III vide in quest’atto una prevaricazione che giudicò lesiva dell’autorità del papa, unico depositario della prerogativa di incoronare re e sovrani. Pertanto, scomunicò l’imperatore che poi morì nel 1197 in Sicilia, all’età di 32 anni, mentre stava preparando una crociata in Oriente.

L’anno successivo morì anche Costanza di Altavilla.

 

Il poeta Pietro da Eboli ci narra le vicende legate a questo scontro nel Liber ad honorem Augusti, conosciuto anche con il titolo De rebus Siculis carmen

 

Pietro da Eboli

Opere di Pietro da Eboli

Pietro da Eboli figura tra le massime glorie ebolitane dei secoli scorsi. Visse tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIII. L’opera più importante che ci è rimasta di lui è  il Liber ad honorem Augusti, composto in distici elegiaci  (un tipo di strofa costituita da una coppia di versi, un esametro e un pentametro) e dedicato ad Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa) vissuto tra il 1165 ed il 1197), che dal 1191 al 1197 fu imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e dal 1194 al 1197 fu anche Re di Sicilia.

Enrico, come si è visto, aveva sposato Costanza di Altavilla, che era figlia di Ruggero II, re di Sicilia, e in quanto zia dell’ultimo re normanno Guglielmo II aveva ereditato il trono normanno.

In virtù di questo matrimonio Enrico aveva aggiunto al suo titolo imperiale quello di Re di Sicilia, dopo uno scontro con il “partito nazionalista” che gli aveva opposto, come candidato al trono, il conte Tancredi di Lecce, anche lui imparentato con Guglielmo II e nipote per via di padre della stessa Costanza.

Ad Eboli, definita dulce solum, Pietro rimase sempre legato, al punto da rivendicarne il conferimento del titolo di città, in segno di gratitudine per la fedeltà osservata dagli abitanti di Eboli alla causa imperiale, riconoscimento reso da Federico II.

 

Il Liber di Pietro da Eboli può essere considerato una pregevole opera di poesia, ma anche un importante documento storico, arricchito da preziose miniature. Esso, infatti, è l’unica opera in versi che descrive il passaggio dalla monarchia normanna a quella sveva  in Italia meridionale.

 

Notevole, in Pietro, fu anche la speranza nell’Impero come unica istituzione in grado di reggere le sorti dell’umanità. Una fede sincera, quella del nostro illustre concittadino, che sembra anticipare la visione politica di Dante che, nel De Monarchia, formulerà la “teoria dei due Soli”.

 

Il Liber ad honorem Augusti (conosciuto anche con il titolo Petri d’Ebulo carmen de motibus Siculis inter Henricum VI Romanorum imperatorem et Tancredum seculo XII gestis, o più semplicemente con l’altro titolo De rebus Siculis carmen, Liber ad honorem Augusti) fa parte di una trilogia di opere, composte da Pietro e dedicate alla casa sveva che annovera il Liber ad honorem Augusti, il De balneis Puteolanis, e i Gesta Friderici, dedicato a Federico II.

 

Il Liber, diviso in 52 particole e in miniature che ne illustrano il contenuto, tratta dello scontro avutosi, nel corso dell’ultima dominazione normanna in Italia meridionale, tra Enrico VI e Tancredi di Lecce. Nel poema vengono narrate le vicende di questo scontro e la vittoria finale di Enrico VI. Viene anche ricordata la nascita di Federico Ruggero, il futuro Federico II. Il terzo e ultimo libro del carme contiene una sorta di inno di elogio nei confronti di Enrico VI.

Federico II

Alla morte di Costanza di Altavilla, assunse la reggenza del piccolo Federico Ruggero il Papa Innocenzo III (1198 – 1216).

Questi impresse una svolta decisamente autoritaria al suo pontificato e fu un convinto assertore della superiorità del papato sull’Impero.

 

Nel 1209 incoronò imperatore Ottone di Brunswick, che prese il nome di Ottone IV. Successivamente, volendo Ottone ristabilire l’autorità imperiale in Italia, Innocenzo III lo scomunicò e incoronò re di Germania, nel 1212, Federico II, dopo avergli strappato l’impegno a non riunificare la corona imperiale a quella siciliana, di cui ere erede dopo la morte di Enrico VI e di Costanza.

 

Federico II sconfisse definitivamente Ottone IV nella battaglia di Bouvines, nelle Fiandre, nel 1214. Fu incoronato imperatore nel 1220 a San Pietro dal nuovo Papa Onorio III (1216 – 1227), dopo aver fatto conferire, nello stesso anno, il titolo di re di Germania al figlio Enrico VII di appena nove anni sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia .

 

Ottenuta l’incoronazione imperiale, Federico consolidò il suo potere. Poiché non mantenne fede alla promessa fatta ad Onorio III di intraprendere una nuova crociata, fu scomunicato una prima volta, nel 1227, dal nuovo Papa Gregorio IX (1227 – 1241). L’imperatore fu, quindi, costretto ad intraprendere la spedizione contro i Musulmani in Terrasanta. Era la sesta crociata (1228 – 1230).

In questa circostanza, Federico ottenne degli importanti successi diplomatici: sottoscrisse una pace decennale con il sovrano d’Egitto Al Kamil che si impegnò a non ostacolare i pellegrinaggi in Terrasanta. Gregorio IX, tuttavia, non accettò questo risultato, accusando  Federico di essere sceso a patti con gli “infedeli”. Lo incolpò anche di essere entrato nel Sepolcro di Cristo nonostante la scomunica. Per questo, lanciò le sue truppe contro il Regno di Sicilia. Federico ebbe facile gioco nel vincere le truppe del Papa che dovette ritirare la scomunica e stipulare presso Montecassino con Federico, nel 1230, il trattato di San Germano.

 

Il regno federiciano di Sicilia e la sua crisi

Federico spostò la sua corte in Sicilia, a Palermo, Impresse un’impronta fortemente centralistica al suo regno e promulgò, nel 1231, il Liber Augustalis, noto anche con la denominazione Costituzioni melfitane, così chiamate perché furono promulgate a Melfi, in Basilicata. Si trattava di una raccolta di leggi, redatte sul modello del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, da esperti giuristi, tra cui il capuano Pier delle Vigne. Attraverso le Costituzioni melfitane, Federico II intese riaffermare la sua autorità sui feudatari e sulle città della penisola, riaccendendo anche lo scontro tra Comuni ed Impero.

 

In questo quadro, nel 1234, Federico dovette fronteggiare la rivolta del figlio Enrico VII[1], re di Germania. Questi, che aveva il sostegno dei principi tedeschi e l’appoggio dei Comuni della Lega Lombarda, sosteneva che la politica del padre era troppo incentrata sulla Sicilia e lasciava il potere imperiale in balia dei baroni e delle loro prepotenze. Enrico fu sconfitto dal padre nel 1235 e si uccise poco dopo. La Lega Lombarda fu sconfitta nel 1237 nella battaglia di Cortenuova, vicino Bergamo.

 

Tuttavia la seconda scomunica del 1239 ad opera di Gregorio IX, la  terza scomunica del 1245, ad opera del Papa Innocenzo IV (1243 – 1254), e la sconfitta delle truppe imperiali a Fossalta, presso Bologna, nel 1249, segnarono il declino di Federico, che morì a Ferentino, in Puglia, nel 1250, mentre stava organizzando un esercito per un nuovo scontro in Italia settentrionale. Con la morte di Federico II fallì anche il disegno universalistico del suo impero, contrastato dalla resistenza dei Comuni e della Chiesa.

 

La fine della dinastia sveva e la divisione del Regno di Sicilia

Dopo la morte di Federico, i principi tedeschi elessero re di Germania e dei Romani Rodolfo I d’Asburgo. La corona di Sicilia, intanto, fu assunta nel 1258 da Manfredi, figlio di Federico. La sua politica di alleanze suggellata dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona,  la sua vittoria contro le truppe della guelfa Firenze, nella battaglia di Montaperti del 1260, nonché la sua tenace volontà di unificare la corona di Sicilia e quella del Regno d’Italia nelle sue mani, preoccuparono il Papa Clemente IV. Questi, che era di origini francesi, chiamò in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi a Benevento nel 1266 e pose l’Italia meridionale sotto il suo dominio. L’ultimo tentativo di riorganizzare il regno svevo fu compiuto da un altro figlio di Federico, Corradino di Svevia. Questi, nel 1268, combatté contro gli Angioini a Tagliacozzo, in Abruzzo, nell’agosto del 1268. Dopo un primo parziale successo, Corradino fu sconfitto e fu fatto prigioniero. Condotto a Napoli, fu decapitato nella Piazza del Mercato il 28 ottobre del 1268. Con la morte di Corradino si estinse anche la Casa Sveva. Il regno di Sicilia, comprendente tutta l’Italia meridionale, rimase stabilmente nelle mani degli Angioini fino al 1282. La corte fu spostata a Napoli, con forte risentimento dei Siciliani.

Nella Pasqua del 1282 una rivolta scoppiata in Palermo e in tutta la Sicilia, segnò la fine della dominazione angioina nell’isola.

L’insurrezione, motivata dal malcontento dei sudditi per il trasferimento della capitale del Regno a Napoli e per l’esosa politica fiscale degli Angioini, scoppiò per motivi apparentemente futili: la perquisizione di una donna siciliana ad opera di un soldato francese, nell’ora del Vespro, dinanzi alla chiesa del Santo Spirito, accese la miccia di una situazione già incandescente. Pietro III d’Aragona, legittimo erede in quanto marito di Costanza, la figlia di Manfredi, giunse in Sicilia e si impossessò dell’isola. Lo scontro, passato alla storia con la denominazione di Guerra del Vespro o Vespri Siciliani, durò venti anni e si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta con cui si conferì la corona di Sicilia agli Aragonesi.

In tal modo, il regno normanno – svevo di Sicilia si ritrovò diviso in due: il Regno di Napoli, sotto gli Angioini, ed il Regno di Sicilia, sotto gli Aragonesi.

Lo scontro tra i Comuni e l’Impero

Lo scontro tra Comuni e Impero

La morte di Enrico V, nel 1125, aveva lasciato l’impero germanico in una situazione di stallo e di caos. Era morto senza eredi. Lo scontro per la successione ebbe una durata quasi trentennale e coinvolse la Casa di Baviera, rappresentata dal duca Lotario II, e la Casa di Svevia, guidata da Corrado III di Hohenstaufen. L’anarchia che ne seguì vide alternarsi al potere entrambi i contendenti: Lotario II resse il governo dal 1133 al 1137, Corrado III dal 1137 al 1152. I sostenitori della Casa di Baviera erano detti guelfi, da Welf (Guelfo), il fondatore della casata bavarese; i fautori della Casa di Svevia erano detti ghibellini, dal nome del castello di Weiblingen, posseduto dagli Hohenstaufen. Poiché i duchi di Svevia che possedevano il castello di Weiblingen erano favorevoli alla politica imperiale, mentre i duchi di Baviera erano contrari alla politica imperiale, la distinzione tra guelfi e ghibellini, fu introdotta anche in Italia, per definire, rispettivamente, coloro che sostenevano la causa della Chiesa e coloro che difendevano l’impero.

 

Nel 1152, i principi tedeschi elessero imperatore Federico I di Hohenstaufen, detto Federico Barbarossa. Egli discendeva, per parte di padre, dai duchi di Svevia del casato degli Hohenstaufen, per parte di madre, invece, era imparentato con i duchi di Baviera. L’elezione di Federico I costituiva, dunque, una sorta di compromesso, dal momento che il sovrano era imparentato con entrambe le famiglie che si contendevano il potere.

 

L’esordio politico di Federico fu improntato al conseguimento dei seguenti obiettivi:

 

1)     Ripristinare l’autorità imperiale in Italia

2)     assumere il controllo delle città del Nord e del Centro

3)     ricondurre nell’ambito della giurisdizione imperiale le regalie[1] “usurpate” dai Comuni, cioè i diritti di imporre tasse, battere moneta, stipulare trattati di cui i Comuni si erano impossessati

4)     farsi consacrare dal Papa re d’Italia e imperatore

5)      abbattere la monarchia normanna retta, in questa fase, da Guglielmo I il Malo (1131 – 1166)

6)     conquistare il sud Italia.

 

Il 18 giugno del 1154, Federico discese in Italia dove, nel 1155, fu incoronato re d’Italia ed imperatore dal Papa Adriano IV (1154 – 1159)[2].

 

La prima Dieta di Roncaglia

 

Spinto dalla volontà di ripristinare in Italia l’autorità imperiale, Federico convocò una dieta, cioè una riunione con i rappresentanti dei comuni italiani, a Roncaglia (vicino Piacenza) nel dicembre del 1154 nella quale dichiarò nulle le regalie usurpate dai comuni[3]. Tuttavia, messo alle strette dalle forti opposizioni dei rappresentanti dei comuni, privo di un esercito che potesse consentirgli di piegarne le resistenze, a Federico non rimase altro che desistere dal suo proposito. Si recò, quindi, a Roma dove appoggiò il Papa Adriano IV contro l’azione di Arnaldo da Brescia che, facendosi portavoce del movimento della patarìa (che puntava a moralizzare la Chiesa, riconducendola alla semplicità delle origini), si era opposto al potere temporale del Papa. Arnaldo da Brescia fu catturato e giustiziato e Adriano IV, in segno di gratitudine nei confronti del Barbarossa, come si è sopra accennato, lo incoronò nel 1155 re d’Italia e imperatore. Federico dovette, poi, rientrare in Germania a causa di una rivolta.

In Germania, nel settembre del 1157, convocò una dieta a Würzburg: in quella circostanza teorizzò l’inalienabilità dell’autorità imperiale ed il carattere universale della sua istituzione, specificando che il potere e la corona non gli venivano dalla Chiesa, come una sorta di privilegio feudale, ma direttamente da Dio.

 

In una seconda dieta di Roncaglia (1158), Federico emanò tre direttive, una contro il Papa, una contro i Comuni, una contro i feudatari:

 

1)     il volere del principe aveva, di per sé, forza ed effetto di legge. Era superflua l’incoronazione da parte del Papa

2)     Le regalie spettavano al re e i comuni dovevano porsi sotto la sua influenza. Il governo doveva essere accentrato nelle mani di podestà o governatori di fiducia del sovrano

3)     le lotte tra i comuni mettevano a rischio la pace.

 

I comuni insorsero ancora una volta contro le decisioni dell’imperatore, trovando, questa volta, un forte sostegno nel nuovo Papa Alessandro III (1159 – 1181), acerrimo nemico dell’imperatore.

 

La reazione del Barbarossa alla rivolta dei Comuni e al sostegno offerto loro dal nuovo pontefice fu molto pesante: le città di Crema e di Milano furono distrutte, rispettivamente, nel 1159 e nel 1162, mentre al Papa l’imperatore contrappose un antipapa nella figura di Vittore IV.

 

La Lega lombarda e la sconfitta di Federico I

Per resistere con maggiore efficacia ai tentativi egemonici del Barbarossa, diversi comuni veneti e lombardi si allearono, nel 1167, nella Lega lombarda per combattere contro l’imperatore. La Lega ebbe l’appoggio del Papa Alessandro III e sconfisse Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano[4] del 29 maggio 1176.

Federico firmò un’ intesa con il Papa, nel 1177, garantendogli la fine delle ostilità  e la destituzione dell’antipapa Vittore. Firmò, poi, con i comuni la Pace di Costanza del 1183[5], che vincolava l’imperatore a riconoscere l’autonomia dei comuni in cambio di un loro formale atto di sottomissione attraverso un giuramento di fedeltà e in cambio della riscossione del fodro[6].

In questo modo, il Barbarossa rinunciò ad ogni pretesa di egemonia sui comuni italiani, così come fece anche nei confronti del papato.

 

 


[1] Dal latino regalia, il termine “regalie” indicavano le “cose regali”, le “cose che spettano al re”.

[2] Era Nicholas Breakspear, l’unico inglese ad aver occupato il soglio pontificio.

[3] In effetti, in Italia, l’autorità imperiale era ostacolata non tanto dai feudatari, come in Germania, quanto dai comuni. Per questo, Federico cercò anche di imporre dei podestà di sua fiducia per condizionarne la vita politica.

[4] A questa battaglia è legato il nome di Alberto da Giussano. Questi avrebbe guidato, secondo la leggenda, le truppe  militari dei comuni. Possiamo ritenere Alberto da Giussano un personaggio leggendario, più che storico. Secondo la tradizione, si distinsero particolarmente le truppe dei Milanesi, guidate da Alberto da Giussano e unite attorno alle insegne del Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine, intorno al quale si raccoglievano e combattevano le milizie dei comuni lombardi, probabilmente inventato dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, tra il 1037 e il 1039.

[5] Il trattato prese il nome della città in cui fu siglato, sulla riva del Lago di Costanza, nella Germania sud – occidentale, ai confini con la Svizzera.

[6] Il termine ”fodro” deriva dal longobardo fodr, foraggio. Era il diritto (detto anche albergaria) dei pubblici ufficiali e del sovrano in viaggio di esigere dalle popolazioni foraggio e biada per i cavalli.

Medioevo: le due Italie

La specificità dei Comuni italiani

Nella nostra penisola si formarono due aree distinte: l’Italia centro – settentrionale in cui le città, contando su un’ampia autonomia dall’Impero a cui solo formalmente erano sottoposte, poterono facilmente organizzarsi in città – stato e, quindi, adottare la forma di autogoverno del Comune; l’Italia meridionale in cui, pur affermandosi delle realtà cittadine come Napoli, Amalfi, Bari, Trani, il controllo ferreo ed accentratore della monarchia normanna non permetteva il costituirsi di liberi Comuni.

In proposito, lo storico Giuseppe Petralia ha affermato che la questione meridionale affonda le sue radici proprio in questo assetto politico differente tra il Nord ed il Sud della nostra penisola. L’Italia meridionale che, durante la fase bizantina e sotto l’influsso islamico, aveva conosciuto una fase di sviluppo, perse gran parte della sua vitalità economica e sociale con la monarchia normanno – sveva e con le dominazioni degli Angioini e degli Aragonesi, che, privilegiando le esportazioni di frumento e di materie prime e puntando essenzialmente su una politica agraria, non consentirono l’affermarsi di una classe mercantile e borghese locale e, pertanto, non favorirono l’arricchimento di queste aree. E fu a partire da questo  momento, afferma il Petralia, che si crearono nell’ambito dei rapporti di forza tra gruppi sociali le profonde differenze tra Nord e Sud che sono alla base della nostra questione meridionale.

I comuni si formarono con maggiore rapidità lì dove si registrò una grande vitalità dei ceti borghesi. Nel nostro Meridione, soffocato dall’eccessivo centralismo politico normanno (e poi angioino ed aragonese) e dal sistema vassallatico – feudale, venne bloccata sul nascere qualsiasi esperienza di autogoverno cittadino.

Le istituzioni comunali

Il comune era amministrato dal consiglio, detto anche arengo[1] o concio[2], un’assemblea cittadina che eleggeva i rappresentanti dei cittadini e discuteva le leggi. I supremi magistrati spesso erano definiti consoli[3] e, in numero variabile da un minimo di due fino a venti, governavano per un periodo che andava dai sei ai dodici mesi. I consoli avevano ampie prerogative: garantivano l’applicazione delle leggi, guidavano l’esercito della città in caso di guerra e rappresentavano il comune nelle ambascerie e nelle delegazioni ufficiali. Essi erano affiancati, nell’esercizio delle proprie funzioni, dall’arengo.

C’erano, poi, i cittadini di pieno diritto. Questi costituivano un’esigua minoranza, in cui non rientravano i servi, le donne, i forestieri giunti da poco nella città, i disoccupati e le minoranze religiose.

I comuni più ricchi e potenti estesero la loro giurisdizione anche ai territori dei comuni vicini, superando il confine segnato dalle mura cittadine. Assunsero, pertanto, la fisionomia di veri e propri Stati territoriali. Tra i comuni italiani che maggiormente si distinsero in questa capacità espansiva, ricordiamo Milano, Firenze, Venezia e Verona, città che avrebbero dato vita, nei secoli successivi, ad importanti Stati regionali che avrebbero influenzato la storia politica della nostra penisola nell’età moderna.

I comuni dell’Italia centro – settentrionale cercheranno, da un lato, di preservare gelosamente la propria autonomia, dall’altro, di estendere il controllo anche al di fuori delle mura cittadine, nell’area più ampia posta sotto la propria giurisdizione che viene definita “contado” (relativa anche al territorio agricolo che si estende attorno alla città) assumendo la fisionomia di “Stati territoriali”. Occorre anche dire che, se formalmente le città dell’Italia del centro – nord dipendevano dall’imperatore, di fatto, la figura imperiale, divisa tra il ruolo di re d’Italia e di imperatore, risultava quasi sempre assente.

Il passaggio dal regime consolare al regime podestarile

Appena eletti, i consoli giuravano solennemente di salvaguardare gli interessi generali della collettività e di porsi al di sopra delle parti e degli interessi delle fazioni. Tuttavia, non sempre essi riuscirono a mantenere un metro di giudizio e di comportamento equo e imparziale in quanto, essendo membri della stessa città, inevitabilmente si lasciavano coinvolgere nelle beghe tra fazioni o, comunque, non potevano rimanere estranei alle stesse passioni politiche che animavano i loro concittadini. Inoltre, il frequente ricambio delle magistrature consolari evitava, da un lato, una potenziale deriva autoritaria del governo comunale ma, dall’altro, rendeva instabile e discontinua la governabilità, con il risultato di inasprire i contrasti tra le fazioni cittadine per la conquista del potere. Per queste ragioni, spesso, a partire dalla seconda metà del XII secolo, si rese necessario ricorrere ad un arbitro che fosse davvero imparziale e che non avesse alcun interesse politico o economico per farsi coinvolgere nella dialettica tra le fazioni. Si passò dai consoli al podestà,[4] che era per lo più un forestiero estraneo agli interessi delle fazioni politiche e sociali.

Il podestà era un vero e proprio funzionario stipendiato durava un anno ed i suoi atti venivano giudicati da una commissione cittadina. Nella sua azione politica era affiancato da due consigli cittadini, espressione delle famiglie più influenti: il consiglio maggiore, costituito da alcune centinaia di persone, ed il Consiglio minore, composto, al massimo, da dieci – dodici persone.

Si avviò la trasformazione del Comune dal regime consolare a quello podestarile.

La tendenza a concentrare il potere nelle mani di una sola persona fu un fattore determinante dell’ulteriore passaggio, tra i secoli XIII e XIV, al governo delle Signorie. Il Signore poteva appartenere alla borghesia o alla feudalità; poteva essere un generale che si poneva a capo della amministrazione e della politica del Comune, acquisendo un forte potere personale.

Il passaggio successivo fu l’evoluzione dalla Signoria al Principato che si realizzava quando il potere del il Signore veniva “ufficializzato” con l’incoronazione papale o imperiale.

Con il passar del tempo, i Nobili, definiti anche Magnati, persero molto della loro importanza, mentre si fece sempre più rilevante l’ascesa del popolo grasso, cioè dell’alta borghesia rappresentata dai grandi imprenditori e dai grandi commercianti. Il popolo grasso si impose, in genere, sia sulla nobiltà feudale inurbata nella realtà cittadina, sia sul popolo minuto, la classe sociale composta dagli operai e dai piccoli artigiani.

Le classi sociali nei comuni italiani

Classe sociale Composizione Associazioni Prerogative
Nobili o Magnati Piccoli feudatari trasferitisi in città (Possidenti terrieri) Si associavano in consorterie Assumono ruoli direttivi.

Avevano minore rappresentatività nei “comuni di popolo”.

Popolo grasso Mercanti, artigiani, banchieri, professionisti (Ricca borghesia) Si associavano nelle “Arti maggiori”[5] Inizialmente esclusi dalla vita politica, fanno poi valere i propri diritti politici.
Popolo minuto Piccoli e medi artigiani;  proprietari di piccole imprese Arti medie e minori Potevano difendere i loro diritti economici, ma erano esclusi dalla vita pubblica.
Plebe Lavoratori salariati (braccianti e operai, proletariato cittadino) Non avevano alcun diritto di associazione Erano esclusi dalla vita pubblica.

 

Tra i secoli XII e XIII, infatti, lo scontro tra i nobili ed il popolo grasso fu molto acceso e, lì dove il popolo grasso si affermava sui magnati, si registrava il passaggio dal “comune aristocratico” al “comune di popolo” o comune popolare. Anche se il comune popolare fece registrare importanti e significativi risultati in termini amministrativi, fiscali e giudiziari, non fu mai un’esperienza pienamente democratica, nell’accezione moderna del termine. Dalla partecipazione politica, infatti, continuavano a rimanere escluse le classi sociali più basse. Diversamente che nel comune aristocratico, però, il comune popolare tagliava fuori dalla vita politica anche le classi sociali più alte, quelle dei nobili o magnati. Alla fine del XIII secolo, infatti, nei comuni di popolo, che erano l’espressione della rappresentanza del popolo grasso, furono promulgate diverse disposizioni “antimagnatizie” che impedivano ai magnati l’accesso alle cariche pubbliche. Un esempio emblematico fu rappresentato dagli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella con i quali, in Firenze nel 1293, i nobili furono privati dei diritti politici.


[1] L’etimologia del termine “arengo” non è del tutto chiara. Inizialmente indicava un luogo recintato, poi ha designato lo spazio, cioè l’edificio comunale, in cui si svolgevano le assemblee dei cittadini e, quindi, ha assunto il significato di “assemblea”.

[2] Dal latino contio – contionis, a sua volta derivante da “conventio” = assemblea, adunanza.

[3] console: dal latino “consul”, designava nell’antica Roma la più alta magistratura. Nel Medioevo indica i magistrati che rappresentano e governano il comune. Evidente appare, nelle scelta terminologica, la volontà di richiamarsi all’esperienza dell’antica Res publica Romana.

[4] podestà: dal latino “potestas” = “autorità”, “esercizio del potere”. Il termine indicava, nel Medioevo, la più alta magistratura del comune che si sostituì a quella dei consoli. Il podestà aveva anche il compito di amministrare la giustizia e di comandare l’esercito.

[5] Con le espressioni “Arti maggiori” e “Arti minori” si indicavano nel Medioevo le associazioni di tutti coloro che svolgevano una professione o un mestiere. Le “Arti maggiori” raggruppavano  coloro che esercitavano le attività economiche, commerciali e professionali più importanti e redditizie.

concetto di Medioevo – feudalesimo – nuova dimensione geo – politica e sociale

attrav

Enrico VI

Il nuovo imperatore dovette combattere per entrare in possesso della corona del Regno di Sicilia, riuscendovi solo nel 1194, dopo aver sconfitto il conte Tancredi di Lecce, che gli era stato contrapposto al trono dal partito baronale del regno normanno. Dopo aver imposto la sua autorità nel Sud dell’Italia, Enrico poté contare su un impero che annoverava i territori germanici, i territori dell’Italia settentrionale, nominalmente sottoposti all’impero, e quelli dell’Italia meridionale con l’assunzione del trono di Sicilia.

Enrico, però, dovette ben presto scontrarsi con il Papa Celestino III (1191 – 1198) quando, nel 1196, proclamò il figlio Federico Ruggero (il futuro Federico II) re dei Romani.

Celestino III vide in quest’atto una prevaricazione che giudicò lesiva dell’autorità del papa, unico depositario della prerogativa di incoronare re e sovrani. Pertanto, scomunicò l’imperatore che poi morì nel 1197 in Sicilia, all’età di 32 anni, mentre stava preparando una crociata in Oriente.

L’anno successivo morì anche Costanza di Altavilla.

Il poeta Pietro da Eboli ci narra le vicende legate a questo scontro nel Liber ad honorem Augusti, conosciuto anche con il titolo De rebus Siculis carmen

Pietro da Eboli

Opere di Pietro da Eboli

Pietro da Eboli figura tra le massime glorie ebolitane dei secoli scorsi. Visse tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIII. L’opera più importante che ci è rimasta di lui è  il Liber ad honorem Augusti, composto in distici elegiaci  (un tipo di strofa costituita da una coppia di versi, un esametro e un pentametro) e dedicato ad Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa) vissuto tra il 1165 ed il 1197), che dal 1191 al 1197 fu imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e dal 1194 al 1197 fu anche Re di Sicilia.

Enrico, come si è visto, aveva sposato Costanza di Altavilla, che era figlia di Ruggero II, re di Sicilia, e in quanto zia dell’ultimo re normanno Guglielmo II aveva ereditato il trono normanno.

In virtù di questo matrimonio Enrico aveva aggiunto al suo titolo imperiale quello di Re di Sicilia, dopo uno scontro con il “partito nazionalista” che gli aveva opposto, come candidato al trono, il conte Tancredi di Lecce, anche lui imparentato con Guglielmo II e nipote per via di padre della stessa Costanza.

Ad Eboli, definita dulce solum, Pietro rimase sempre legato, al punto da rivendicarne il conferimento del titolo di città, in segno di gratitudine per la fedeltà osservata dagli abitanti di Eboli alla causa imperiale, riconoscimento reso da Federico II.

Il Liber di Pietro da Eboli può essere considerato una pregevole opera di poesia, ma anche un importante documento storico, arricchito da preziose miniature. Esso, infatti, è l’unica opera in versi che descrive il passaggio dalla monarchia normanna a quella sveva  in Italia meridionale.

Notevole, in Pietro, fu anche la speranza nell’Impero come unica istituzione in grado di reggere le sorti dell’umanità. Una fede sincera, quella del nostro illustre concittadino, che sembra anticipare la visione politica di Dante che, nel De Monarchia, formulerà la “teoria dei due Soli”.

Il Liber ad honorem Augusti (conosciuto anche con il titolo Petri d’Ebulo carmen de motibus Siculis inter Henricum VI Romanorum imperatorem et Tancredum seculo XII gestis, o più semplicemente con l’altro titolo De rebus Siculis carmen, Liber ad honorem Augusti) fa parte di una trilogia di opere, composte da Pietro e dedicate alla casa sveva che annovera il Liber ad honorem Augusti, il De balneis Puteolanis, e i Gesta Friderici, dedicato a Federico II.

Il Liber, diviso in 52 particole e in miniature che ne illustrano il contenuto, tratta dello scontro avutosi, nel corso dell’ultima dominazione normanna in Italia meridionale, tra Enrico VI e Tancredi di Lecce. Nel poema vengono narrate le vicende di questo scontro e la vittoria finale di Enrico VI. Viene anche ricordata la nascita di Federico Ruggero, il futuro Federico II. Il terzo e ultimo libro del carme contiene una sorta di inno di elogio nei confronti di Enrico VI.

Federico II

Alla morte di Costanza di Altavilla, assunse la reggenza del piccolo Federico Ruggero il Papa Innocenzo III (1198 – 1216).

Questi impresse una svolta decisamente autoritaria al suo pontificato e fu un convinto assertore della superiorità del papato sull’Impero.

Nel 1209 incoronò imperatore Ottone di Brunswick, che prese il nome di Ottone IV. Successivamente, volendo Ottone ristabilire l’autorità imperiale in Italia, Innocenzo III lo scomunicò e incoronò re di Germania, nel 1212, Federico II, dopo avergli strappato l’impegno a non riunificare la corona imperiale a quella siciliana, di cui ere erede dopo la morte di Enrico VI e di Costanza.

Federico II sconfisse definitivamente Ottone IV nella battaglia di Bouvines, nelle Fiandre, nel 1214. Fu incoronato imperatore nel 1220 a San Pietro dal nuovo Papa Onorio III (1216 – 1227), dopo aver fatto conferire, nello stesso anno, il titolo di re di Germania al figlio Enrico VII di appena nove anni sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia .

Ottenuta l’incoronazione imperiale, Federico consolidò il suo potere. Poiché non mantenne fede alla promessa fatta ad Onorio III di intraprendere una nuova crociata, fu scomunicato una prima volta, nel 1227, dal nuovo Papa Gregorio IX (1227 – 1241). L’imperatore fu, quindi, costretto ad intraprendere la spedizione contro i Musulmani in Terrasanta. Era la sesta crociata (1228 – 1230).

In questa circostanza, Federico ottenne degli importanti successi diplomatici: sottoscrisse una pace decennale con il sovrano d’Egitto Al Kamil che si impegnò a non ostacolare i pellegrinaggi in Terrasanta. Gregorio IX, tuttavia, non accettò questo risultato, accusando  Federico di essere sceso a patti con gli “infedeli”. Lo incolpò anche di essere entrato nel Sepolcro di Cristo nonostante la scomunica. Per questo, lanciò le sue truppe contro il Regno di Sicilia. Federico ebbe facile gioco nel vincere le truppe del Papa che dovette ritirare la scomunica e stipulare presso Montecassino con Federico, nel 1230, il trattato di San Germano.

Il regno federiciano di Sicilia e la sua crisi

Federico spostò la sua corte in Sicilia, a Palermo, Impresse un’impronta fortemente centralistica al suo regno e promulgò, nel 1231, il Liber Augustalis, noto anche con la denominazione Costituzioni melfitane, così chiamate perché furono promulgate a Melfi, in Basilicata. Si trattava di una raccolta di leggi, redatte sul modello del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, da esperti giuristi, tra cui il capuano Pier delle Vigne. Attraverso le Costituzioni melfitane, Federico II intese riaffermare la sua autorità sui feudatari e sulle città della penisola, riaccendendo anche lo scontro tra Comuni ed Impero.

In questo quadro, nel 1234, Federico dovette fronteggiare la rivolta del figlio Enrico VII[1], re di Germania. Questi, che aveva il sostegno dei principi tedeschi e l’appoggio dei Comuni della Lega Lombarda, sosteneva che la politica del padre era troppo incentrata sulla Sicilia e lasciava il potere imperiale in balia dei baroni e delle loro prepotenze. Enrico fu sconfitto dal padre nel 1235 e si uccise poco dopo. La Lega Lombarda fu sconfitta nel 1237 nella battaglia di Cortenuova, vicino Bergamo.

Tuttavia la seconda scomunica del 1239 ad opera di Gregorio IX, la  terza scomunica del 1245, ad opera del Papa Innocenzo IV (1243 – 1254), e la sconfitta delle truppe imperiali a Fossalta, presso Bologna, nel 1249, segnarono il declino di Federico, che morì a Ferentino, in Puglia, nel 1250, mentre stava organizzando un esercito per un nuovo scontro in Italia settentrionale. Con la morte di Federico II fallì anche il disegno universalistico del suo impero, contrastato dalla resistenza dei Comuni e della Chiesa.

La fine della dinastia sveva e la divisione del Regno di Sicilia

Dopo la morte di Federico, i principi tedeschi elessero re di Germania e dei Romani Rodolfo I d’Asburgo. La corona di Sicilia, intanto, fu assunta nel 1258 da Manfredi, figlio di Federico. La sua politica di alleanze suggellata dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona,  la sua vittoria contro le truppe della guelfa Firenze, nella battaglia di Montaperti del 1260, nonché la sua tenace volontà di unificare la corona di Sicilia e quella del Regno d’Italia nelle sue mani, preoccuparono il Papa Clemente IV. Questi, che era di origini francesi, chiamò in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi a Benevento nel 1266 e pose l’Italia meridionale sotto il suo dominio. L’ultimo tentativo di riorganizzare il regno svevo fu compiuto da un altro figlio di Federico, Corradino di Svevia. Questi, nel 1268, combatté contro gli Angioini a Tagliacozzo, in Abruzzo, nell’agosto del 1268. Dopo un primo parziale successo, Corradino fu sconfitto e fu fatto prigioniero. Condotto a Napoli, fu decapitato nella Piazza del Mercato il 28 ottobre del 1268. Con la morte di Corradino si estinse anche la Casa Sveva. Il regno di Sicilia, comprendente tutta l’Italia meridionale, rimase stabilmente nelle mani degli Angioini fino al 1282. La corte fu spostata a Napoli, con forte risentimento dei Siciliani.

Nella Pasqua del 1282 una rivolta scoppiata in Palermo e in tutta la Sicilia, segnò la fine della dominazione angioina nell’isola.

L’insurrezione, motivata dal malcontento dei sudditi per il trasferimento della capitale del Regno a Napoli e per l’esosa politica fiscale degli Angioini, scoppiò per motivi apparentemente futili: la perquisizione di una donna siciliana ad opera di un soldato francese, nell’ora del Vespro, dinanzi alla chiesa del Santo Spirito, accese la miccia di una situazione già incandescente. Pietro III d’Aragona, legittimo erede in quanto marito di Costanza, la figlia di Manfredi, giunse in Sicilia e si impossessò dell’isola. Lo scontro, passato alla storia con la denominazione di Guerra del Vespro o Vespri Siciliani, durò venti anni e si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta con cui si conferì la corona di Sicilia agli Aragonesi.

In tal modo, il regno normanno – svevo di Sicilia si ritrovò diviso in due: il Regno di Napoli, sotto gli Angioini, ed il Regno di Sicilia, sotto gli Aragonesi.

erso le seguenti fasi:

1: il giuramento ed il gesto rituale dell’ immixtio manuum in una miniatura del XIV secolo.

1) il nuovo vassallo si inginocchiava di fronte all’imperatore

2) poneva le mani giunte in quelle del signore, secondo il gesto simbolico dell’ immixtio manuum, o intreccio della mani

3)     attraverso una breve formula, il vassallo si riconosceva “uomo” dell’imperatore (homo, da cui deriva la parola “omaggio”)

4)     all’omaggio e al giuramento di fedeltà faceva seguito l’ investitura: il signore consegnava al vassallo un oggetto, simbolo del potere feudale, come uno scettro, un bastone, una zolla di terra, un guanto o un anello.

Il vassallo, accolto nella “famiglia” del sovrano, doveva, come un figlio e più di un figlio, garantire obbedienza, sostegno e lealtà al suo signore. Quest’ultimo, però, doveva garantire al suo sottoposto la massima protezione attraverso il potere del “mundio”, difenderlo anche con le armi, se fosse stato necessario, ma punirlo severamente, come un padre deve fare con il proprio figlio, se il vassallo lo avesse tradito. Il giuramento di fedeltà aveva un carattere sacro: il feudatario che lo avesse violato veniva emarginato dalla comunità ed era bollato con l’infamante denominazione di “fellone”, un marchio che lo disonorava per sempre, privandolo di ogni diritto.

Rapporti di vassallaggio potevano essere realizzati tra i membri della società anche a livelli diversi da quello che vincolava il vassallo al sovrano. Possiamo così parlare di feudi e di feudatari maggiori, con riferimento ai vassalli che ricevevano l’investitura direttamente dal re. Ma questi, soprattutto nel caso in cui non fossero stati in grado di amministrare direttamente i terreni loro concessi, potevano nominare ed “investire” anche dei feudatari minori, definiti “valvassori” che, a loro volta, potevano nominare altri feudatari minori, detti “valvassini”.

Il sistema curtense
L’organizzazione feudale fondava le sue basi economiche sulle nuove strutture di produzione determinatesi nel campo dell’agricoltura, settore preponderante.

Figura 4: il villaggio feudale con la curtis. Si notino la “pars dominica”, o terra padronale, e la “pars massaricia”, o parte colonica.

La nuova dimensione storica e geo – politica

Sul piano storico – politico, l’età medievale vede lo spostamento del teatro d’azione dal Mediterraneo all’Europa centro – occidentale e, in quello che un tempo era lo spazio unitario dell’impero romano, l’affermarsi di tre grandi civiltà di riferimento: l’Oriente, l’Occidente, l’Islam.

Nell’area centro – occidentale, un’altra forza politica si costituisce e spesso si confronta con il regno franco e, in seguito, con l’impero: il papato. L’impero carolingio, sorto anche sull’ideale della renovatio imperii, si fonda sulla fusione tra la civiltà romana e quella germanica e, in virtù dell’appoggio determinante della Chiesa, si configura come un corpo politico e religioso allo stesso tempo. Il pontefice può contare, nella nostra Penisola, sul cosiddetto patrimonio di San Pietro, vale a dire sul controllo dei territori compresi tra il Lazio e la Romagna, compresi quelli che, facendo inizialmente parte dell’esarcato bizantino, furono conquistati dai Longobardi e poi sottratti ai Longobardi e donati alla Chiesa. Fanno parte di questa vasta area territoriale anche le zone intorno a Narni e a Sutri, concesse al Papa Gregorio II dal sovrano longobardo Liutprando, nel 728.

Le ultime invasioni in Europa

Per l’Europa cristiana il pericolo delle invasioni non era limitato alle incursioni degli Arabi. Nuovi gruppi fecero la loro comparsa nel continente tra il IX ed il X secolo:

–         gli Ungari, provenienti dall’Asia centrale, si insediarono in Pannonia e, tra l’896 ed il 955, effettuarono numerose incursioni nelle campagne della Germania, della Francia, dell’Italia settentrionale, della Campania e della Puglia. Queste invasioni non erano legate a scopi espansionistici, ma miravano esclusivamente alla ricerca di bottino. Dopo questa parentesi, anche a causa della resistenza opposta dai popoli invasi, gli Ungari si ritirarono definitivamente in Pannonia, regione che da loro prese il nome di Ungheria. Si trasformarono in sedentari e cercarono di avere rapporti pacifici con gli Stati occidentali. Convertitisi al cristianesimo, nel 1001 il loro capo, Stefano, fu incoronato re di Ungheria dal Papa Silvestro II.

–         I Normanni, o Vichinghi, erano popolazioni germaniche, Norvegesi, Svedesi, Danesi, che per ragioni di sovrappopolamento, si spostarono dai loro nuclei originari in diverse direzioni. Nell’VIII secolo i primi gruppi, definiti Vareghi, avevano attraversato le steppe della Russia per stanziarsi lungo il Mar Caspio (tra il Sud della Russia e l’Iran) e lungo il Mar Nero (tra Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), in regioni che appartenevano a Costantinopoli. Nell’886 assediarono, senza espugnarla, anche Costantinopoli. Nell’ 874 avevano occupato l’Islanda. Da qui, con Erik il Rosso nel 985, gruppi di vichinghi si spingeranno verso la Groenlandia e le coste del Labrador. Proprio i Vichinghi, nell’ 887, assestarono il colpo fatale all’impero Carolingio, con l’assedio di Parigi. Carlo il Grosso, che aveva riunificato le corone di Francia, Germania e Italia, pagò un ingente tributo ai Vichinghi affinché non occupassero la città. I nobili non videro di buon occhio questo atteggiamento e lo deposero. Gli scontri con i Franchi proseguirono, finché, nel 911, Carlo il Semplice non riconobbe al capo dei Vichinghi, Rollone, il titolo di duca, dopo che gruppi di normanni avevano occupato la regione del Nord della Francia che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Nell’ XI secolo i Normanni fecero nuove incursioni in Italia e in Inghilterra.

–         I Saraceni, attaccarono l’Europa da Sud, dirigendosi dalla Spagna, dalla Corsica, dalle Baleari verso la Provenza e l’Italia. Gruppi di Saraceni dal nord – Africa attaccarono la Sicilia e l’Italia meridionale. La Sicilia fu conquistata, nonostante la resistenza dei Bizantini, tra l’827 e il 902. La conquista della Sicilia consentì per oltre un secolo agli Arabi di controllare il Mediterraneo.

L’incastellamento

Per fronteggiare queste ondate di invasioni, i signori feudali europei organizzarono la difesa dei propri territori attraverso la costruzione di castelli, con le fortezze e le torri che ancora oggi costituiscono il simbolo del Medioevo. Col tempo, i castelli da semplice costruzioni difensive si trasformarono in veri e propri centri di potere dei signori feudali. La proliferazione dei castelli, dunque, determinò il progressivo indebolimento del potere centrale a tutto vantaggio dei potenti signori locali che ebbero modo di estendere la loro egemonia e la loro volontà di potenza sulle popolazioni locali. Queste ultime, precedentemente disperse nelle campagne, cominciarono sempre di più a dare vita ad insediamenti in prossimità degli stessi castelli. Appena fuori delle mura del castello, furono impiantati gli orti, i vigneti e gli alberi da frutto. Il territorio assunse una fisionomia del tutto nuova. L’autonomia dei potentati locali fu riconosciuta, come si è visto, da Carlo il Calvo con il Capitolare di Quierzy, nell’ 877 (che rese ereditari i feudi maggiori) e da Corrado II il Salico, nel 1037, con la Constitutio de feudis (che sanciva l’ereditarietà anche dei feudi minori).

La tripartizione della società  nell’Alto Medioevo nella “teoria dei tre ordini”

La struttura sociale si rispecchiava nella tripartizione delle società teorizzata dal vescovo francese Adalberone di Laon (947 – 1030) nella “teoria dei tre ordini”, con riferimento ai tre principali ordini o gruppi sociali. Essa prevedeva la suddivisione della società nei seguenti ordini:

–         oratores, cioè coloro che pregano: gli ecclesiastici

–         bellatores, cioè coloro che combattono: i guerrieri

–         laboratores, cioè coloro che lavorano: i contadini

Questa tripartizione, che non poteva essere messa in discussione perché era considerata necessaria, in quanto voluta dallo stesso Dio, faceva riferimento alle funzioni sociali svolte da ciascuno dei tre gruppi. I laboratores producevano il cibo e, quindi, garantivano il sostentamento anche degli altri due gruppi sociali, oltre che di se stessi; i bellatores combattevano in difesa dello Stato e, quindi, garantivano la sicurezza a se stessi e agli altri; gli oratores, con le loro preghiere facevano sì che la protezione divina fosse garantita a se stessi e agli altri due ordini. Adalberone di Laon collocò gli oratores, cioè il clero, al primo posto della gerarchia sociale in quanto la religione aveva un ruolo preponderante e perché si riteneva che Dio avesse affidato loro non solo il compito di gestire e di amministrare le funzioni sacre, ma anche quello di insegnare agli uomini la fede cristiana. Gli oratores, in genere, non svolgevano lavori manuali. Importante era anche la funzione dei bellatores, identificati da Adalberone nella nobiltà guerriera e cavalleresca. Una nobiltà che poteva comprendere i sovrani, i duchi, i marchesi, i conti. Possiamo aggiungere che, mentre in passato l’arruolamento dei guerrieri avveniva anche tra le persone umili, durante il feudalesimo il monopolio dell’attività militare fu assunto dai nobili, in genere dai vassalli che combattevano al fianco del loro signore. Solo gli aristocratici, infatti, potevano permettersi il costo dell’equipaggiamento richiesto e la possibilità di procurarsi un cavallo, le armi, gli elmi, ecc. In tal modo, il gruppo sociale della nobiltà combattente, o della nobiltà guerriera, diventò sempre più elitario e ristretto e assunse la denominazione di “cavalleria”.

I laboratores, posti alla base della piramide sociale, comprendevano contadini, artigiani, mercanti e funzionari statali. Ai contadini e ai servi della gleba toccavano i lavori più faticosi, ma essi erano ugualmente importanti per Adalberone, in quanto senza di loro i rappresentanti degli altri due gruppi sociali non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni.

Occorre dire, però, che la struttura teorizzata dal vescovo di Laon si fondava su una visione parziale e incompleta della società feudale, una visione che non teneva conto del profilarsi, all’interno delle città, di un gruppo intermedio, cioè della borghesia, i cui rappresentanti erano bottegai, artigiani, mercanti e banchieri.


[1] La parola è connessa anche con il latino pecus, che si ritrova in italiano in pecora e in pecuniario. Il termine germanico è entrato anche in italiano nella sola espressione pagare il fio, “fare ammenda” e quindi “avere la pena meritata”).

[2] Dal latino: “corrogata” = opera richiesta. Le corvées, in pratica, coincidevano con le prestazioni lavorative gratuite che i coloni di libera condizione della pars massaricia erano tenuti ad assicurare nella pars dominica.

Un potentissimo “mezzo di comunicazione” dell’antichità: l’oracolo di Apollo a Delfi

L’oracolo di Apollo a Delfi

Potremmo considerarlo a tutti gli effetti il primo grande esempio di “banca dati” universale al mondo. L’oracolo di Delfi, infatti, era il principale centro di informazione e di comunicazione non solo per la Grecia, ma per il mondo intero. Da ogni parte del globo vi giungevano uomini e personalità di spicco per chiedere informazioni su eventi già accaduti o, nella maggior parte dei casi, su eventi futuri e su scelte da compiere a livello individuale o collettivo. Numerosi erano gli ex voto lasciati nel santuario per benefici ricevuti. Il dio manifestava la sua volontà attraverso la Pizia, una sacerdotessa prescelta tra le fanciulle  del luogo, che, dopo essersi purificata con l’acqua della fonte Castalia e dopo aver masticato foglie di alloro, accedeva all’adyton, la cella sotterranea del tempio. Qui, caduta in stato di trance, ispirata dal dio Apollo, parlava in sua vece, formulando responsi generalmente ambigui e di non facile interpretazione. Possiamo ricordare, ad esempio, il responso tramandato dai Romani: “ibis redibis non morieris in bello”, che, a seconda della punteggiatura poteva essere interpretato: “ibis, redibis, non morieris in bello” oppure “ibis, redibis non, morieris in bello”, cioé: “andrai, ritornerai, non morirai in guerra”, ma anche “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”.

La storia di questo santuario è antichissima ed avvincente. Il mito narra che Zeus, desiderando trovare il centro del mondo, avesse fatto volare da due punti opposti della Terra due aquile. Esse si “incrociarono” nella regione del Parnaso, a Delfi, nella Focide, che da allora i Greci considerarono l’omphalos, l’ombelico del mondo. Il santuario di Apollo soppiantò quello più antico consacrato a Gea (la Terra), al cui culto erano associati i figli Themis (la Giustizia) e Pitone (dall’aspetto di serpente). Pochi giorni dopo la sua nascita nell’isola di Delo, Apollo giunse a Delfi per impossessarsi dell’oracolo, uccidendo Pitone che custodiva il santuario di Gea. Costretto da Zeus a fuggire, il dio vi fece ritorno sotto forma di delfino con dei marinai cretesi che poi “promosse” al rango di sacerdoti  del tempio, assumendo lui stesso l’epiteto di Pitico, in memoria di Pitone.

Il santuario di Delfi fu chiuso definitivamente tra il 381 ed il 394 d.C. da Teodosio , ma già una ventina di anni prima, come riferisce la tradizione, esso aveva profetizzato la sua fine imminente ai legati dell’imperatore Giuliano l’Apostata che, intorno al 362 – 363 d.C., mosso dal disegno di restaurare il paganesimo e di riportarlo agli antichi splendori, fece interrogare l’oracolo, anche al fine di garantirsene il sostegno. Il dio, però, freddò le sue ambizioni, rispondendo più o meno così: “Dite al re che sono crollate le corti sfarzose, che Febo Apollo non abita più qui, che il dio non ha più riparo. Ditegli pure che l’albero profetico si è essiccato e che l’acqua che gorgogliava non parla più“, rimarcando, in tal modo, lo sgretolamento inarrestabile e definitivo di un’epoca grandiosa e straordinaria, quella del paganesimo ed, in generale, del mondo antico, che si era riconosciuto idealmente, e non solo, in questo luogo misterioso ed affascinante allo stesso tempo.

MERLE TRAVIS – Sixteen Tons

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Il sacrificio di Codro … Versione di Latino IV Ginnasio

I Dori mossero guerra agli Ateniesi per antiche offese. Dunque, consultarono l’oracolo, poiché volevano conoscere l’esito della guerra imminente. L’oracolo rispose: “Sarete vincitori se non ucciderete Codro, il re degli Ateniesi”. Perciò i Dori con grande attenzione cercavano di preservare la vita del re. Ma Codro venne a conoscenza del responso dell’oracolo e del  piano dei nemici: di nascosto si tolse la veste regia e ne indossò una cenciosa ed entrò nell’accampamento dei Dori. Le sentinelle non conoscevano il re e lo scacciarono come un mendico, ma Codro oppose resistenza e i soldati lo uccisero. Quando i Dori vedono il corpo del re, si allontanano subito senza combattimento e non lottano più. Infatti, il coraggio del re procurò la salvezza alla patria.

ANNO NUOVO, BLOG NUOVO!!

Anno nuovo, blog nuovo!!

Intanto, buon anno a tutti!!

Ciao mondo!!

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