Radio Story

La radio in Italia ha 92 anni anni, ma non li dimostra

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Guglielmo Marconi, lo storico inventore della radio, effettuò i suoi primi esperimenti nel 1895, trasmettendo segnali telegrafici attraverso onde elettromagnetiche. Dovettero passare, però, circa trent’anni prima che la radio prendesse piede nel nostro Paese. Ciò accadde nel 1924, in epoca fascista, quando in Italia sorse l’ U.R.I., o Unione Radiofonica Italiana (promossa direttamente dal ministro per le comunicazioni del tempo Costanzo Ciano), divenuto poi E.I.A.R (Ente Italiano Audizioni radiofoniche) nel 1927. Il primo programma radiofonico andò in onda il 6 ottobre del 1924, durò due ore e fu annunciato da Maria Luisa Boncompagni, madre di Gianni Boncompagni.

Radio anni Venti (immagine dal sito: http://www.leradiodelduca.com/1/s_i_t_i_r5_radio_anni_20_3603520.html)

Immagine dal sito: http://sirpac.cultura.marche.it/SirpacIntraWeb/storage/Label/1285/384/101B.jpg

Nel giro di pochi anni, e soprattutto negli anni Trenta, la radio raggiunse le case di moltissimi italiani che intratteneva con programmi di musica, cronache sportive e, soprattutto, con quello che, all’inizio veniva definito il “giornale parlato”, cioè il giornale radio. A partire dal 1933, il governo fascista fece della radio il principale mezzo di propaganda e di trasmissione dei messaggi e delle idee, spesso farneticanti, del regime. Accanto a tutto ciò, non mancarono programmi di intrattenimento per bambini e per famiglie, come, ad esempio, il radioromanzo comico e parodistico I quattro moschettieri, grazie al cui straordinario successo, nel 1937, il numero di abbonati alla radio superò le 700 mila unità. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la radio divenne, insieme ai cinegiornali, che precedevano, nelle sale cinematografiche, le proiezioni dei film, la principale fonte di informazione e di notizie, spesso tendenziose  (come ad esempio quelle diramate dalle emittenti ufficiali del regime in Italia e in Germania), spesso, invece, un po’ più attendibili (come nel caso delle informazioni, il più delle volte in codice, divulgate da radio clandestine come Radio Praga, Radio Mosca e, soprattutto, dal 1938, Radio Londra).

Modelli radio d’epoca anni ’30 – 40

Modello “Radio Balilla”. – immagine dal sito: https://it.wikipedia.org/wiki/Radio_(mass_media)

Radio Rurale Philips (Modello 805 AS): immagine dal sito: http://www.leradiodelduca.com/1/rurale_numerica_phhilips_radio_anni_30_40_3412184.html

Superbalilla watt 1932/33 (dal sito http://www.leradiodelduca.com/1/superbalilla_watt_radio_anni_30_40_3385359.html#slideshow)

Nel secondo dopoguerra, l’Eiar mutò la sua denominazione in R.A.I. (Radio Audizioni Italiane) e la radio, dal 1954, dovette affrontare la forte concorrenza della televisione, che, proprio grazie alle immagini, in diretta o in differita, appariva più immediata e moderna. Fu così che la radio ancora una volta ripensò i suoi palinsesti e si rinnovò in modo profondo. Nel periodo compreso tra gli anni ’60 e ’70, infatti, le emittenti radiofoniche ai tradizionali notiziari e programmi culturali, affiancarono trasmissioni sportive e musicali che cercarono, spesso con buoni risultati, di andare incontro ai gusti del pubblico e di quello giovanile in particolare. Uno spazio sempre maggiore, infatti fu riservato alla musica e a programmi che ad essa più o meno direttamente si ricollegavano, tra i quali il mitico “Bandiera gialla” che cominciò ad andare in onda nel 1965. Un anno cruciale per la radio fu, in Italia, il 1975: esso, infatti, segnò la nascita e l’affermazione delle principali radio private, come Radio Parma, cui sarebbero seguite, negli anni, Radio Milano International, Radio Popolare, Radio Alice e Radio Radicale. Nel corso degli ultimi decenni proprio questa straordinaria versatilità e capacità di rinnovarsi ha consentito alla radio di resistere alle televisione e di svolgere un ruolo ancora importante nel settore delle telecomunicazioni. 

  Ecco qui di seguito alcuni modelli di apparechi radio che hanno fatto la storia

Il penultimo modello, relativo a Radio Phonola con giradischi è molto simile, (ma un po’ più recente) ad un apparecchio che ho anche io. L’ultima foto si riferisce alla UNDA RADIO, modello 531, del 1938 – 1939 ed è proprio quello che ho io in casa. Ha la bellezza di 69 anni, ma è tuttora funzionante. In genere, è un piacere ascoltare la musica trasmessa dalle radio a valvole. Non è un caso, d’altronde, che il collezionismo di questi apparecchi sia tuttora molto seguito.

Spesso si preferisce comprare amplificatori a valvole, anziché a transistor, per un impianto hifi proprio perché il suono prodotto dalle valvole è più caldo.

            

Dedicato a tutti noi

Dedicato a tutti noi!

A tutti noi che ci siamo trovati o ci troviamo in difficoltà o che crediamo di non poter affrontare ostacoli che sembrano insormontabili, vorrei dedicare il passo della Prima Lettura di oggi, tratta dal Libro di Samuele ed incentrata sulla nota vicenda di Davide e Golia.

Nel testo viene evidenziata la sproporzione tra Golia, il gigante filisteo, e Davide, il giovane pastorello consacrato re di Israele. Davide non ha paura di Golia, benché il filisteo sia molto più abile di lui nelle armi. Non ne ha paura ed anzi lo affronta in modo spavaldo e sicuro, confidando nella sua forza, in quella forza che gli viene dalla sua fede in Dio. E così, il giovane riesce ad uccidere il gigante solo con la sua fionda e con il suo coraggio.

Davide e Golia nella celebre opera del Caravaggio.

In senso lato, e volendo uscire dal contesto religioso, la vicenda di Davide che sconfigge Golia può assurgere a metafora di vita e rappresentare il giusto atteggiamento che ciascuno di noi dovrebbe assumere di fronte alle difficoltà, anche e soprattutto di fronte a quelle che ci sembrano più insuperabili e impervie.

La nostra esistenza è piena di vicende che somigliano a quella qui sopra ricordata: ciascuno di noi può essere un piccolo Davide che affronta e rimuove ogni ostacolo, anche quello più grande, con la sua tenacia e con il suo coraggio (oltre che confidando nella sua fede in Dio, per chi è credente).

Questo può essere possibile in tutti i campi e in tutte le situazioni. Bisogna crederci e bisogna volerlo!

 

(1Sam 17,32-33.37.40-51)
Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra.
Dal primo libro di Samuele
In quei giorni, Davide disse a Saul: «Nessuno si perda d’animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a combattere con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d’armi fin dalla sua adolescenza». Davide aggiunse: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell’orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Ebbene va’ e il Signore sia con te».
Davide prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese ancora in mano la fionda e si avvicinò al Filisteo.
Il Filisteo avanzava passo passo, avvicinandosi a Davide, mentre il suo scudiero lo precedeva. Il Filisteo scrutava Davide e, quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell’aspetto. Il Filisteo disse a Davide: «Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone?». E quel Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi. Poi il Filisteo disse a Davide: «Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche».
Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e ti staccherò la testa e getterò i cadaveri dell’esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra ed egli vi metterà certo nelle nostre mani».
Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse a prendere posizione in fretta contro il Filisteo. Davide cacciò la mano nella sacca, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra.
Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra, colpì il Filisteo e l’uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa. I Filistei videro che il loro eroe era morto e si diedero alla fuga.

che significa? Un buon viatico per il lavoro di domani

πέμψον…. λαβέ. Pémpson tà opla … Molòn Labè

Eroismo spartano!
πέμψον τὰ ὅπλα …  μολὼν  λαβέ.
Pémpson tà opla … Molòn Labè  
Getta le armi!! “Vieni a prenderle!” 

da Wikipedia

 Prima della battaglia delle Termopili il Re persiano Serse si offrì di risparmiare Leonida, re di Sparta, e i suoi uomini a patto che gettassero le armi. Questa fu la sprezzante risposta di Leonida. La battaglia delle Termopili contribuì a rafforzare la fama dell’eroismo spartano!

immagine dal sito: http://loci-amoeni.blogspot.it/2015/12/blog-post_13.html

e ancora:

Ὦ ξεῖν᾿, ἀγγέλλειν Λακεδαιμονίοις ὅτι τῇδε κείμεθα τοῖς κείνων ῥήμασι πειθόμενοι.
Ō xein’, angellein Lakedaimoniois hoti tēde keimetha tois keinōn rhēmasi peithomenoi.
“Straniero, annuncia agli Spartani, che noi giacciamo qui, ubbidienti alle loro parole” – Epigramma di Simonide di Ceo presso le Termopili.
 
Frase scritta su una lastra commemorativa per gli Spartani, che combatterono fino all’ultimo uomo per bloccare la strada ai Persiani.
Cicerone riscrive in latino questa citazione con toni accorati:
“Dic, hospes, Spartae nos te hic vidisse iacentes, dum sanctis patriae legibus obsequimur.”
Heinrich Böll usò la rielobarazione tedesca della frase ad opera di Friedrich Schiller (“Wanderer, kommst du nach Sparta, verkündige dorten, du habest /Uns hier liegen gesehn, wie das Gesetz es befahl.”) come titolo del suo racconto “Wanderer, kommst du nach Spa…”, su un mutilato nella Seconda Guerra Mondiale.

Un medico traditore e un re fortunato: Fabrizio e il medico di Pirro

Un medico traditore e un re fortunato: Fabrizio e il medico di Pirro

Μετὰ ταῦτα τοῦ Φαβρικίου τὴν ἀρχὴν παραλαβόντος, ἧκεν ἀνὴρ εἰς τὸ στρατόπεδον πρὸς αὐτόν, ἐπιστολὴν κομίζων, ἣν ἔγραψεν ὁ τοῦ βασιλέως ἰατρός, ἐπαγγελλόμενος φαρμάκοις ἀναιρήσειν τὸν Πύρρον, εἰ χάρις αὐτῷ διδοῖτο λύσαντι τὸν πόλεμον ἀκινδύνως. ῾Ο δὲ Φαβρίκιος δυσχεράνας πρὸς τὴν ἀδικίαν τοῦ ἀνθρώπου, ἔπεμψε ἐπιστολὴν πρὸς τὸν Πύρρον κατὰ τάχος, κελεύων φυλάττεσθαι τὴν ἐπιβουλὴν. Ἔγραψε ἐν τῇ ἐπιστολῇ· “Γάιος Φαβρίκιος καὶ Κόιντος Αἰμίλιος ὕπατοι Ῥωμαίων Πύρρῳ βασιλεῖ χαίρειν. Οὔτε φίλων οὔτε πολεμίων εὐτυχὴς κριτὴς δοκεῖς εἶναι. ᾿Αναγνούς ταύτην ἐπιστολὴν, σὺ γνώσῃ ὅτι χρηστοῖς καὶ δικαίοις ἀνδράσι πολεμεῖς, ἀδίκοις δὲ καὶ κακοῖς πιστεύεις. Οὐδὲ γὰρ ταῦτα σῇ χάριτι μηνύομεν, ἀλλ᾿ ὅπως μὴ τὸ σὸν πάθος ἡμῖν διαβολὴν ἐνέγκῃ καὶ δόλῳ δόξωμεν κατεργάσασθαι τὸν πόλεμον”. ῾Ο Πύρρος, τὴν ἐπιβουλὴν ἐξελέγξας, τὸν μὲν ἰατρὸν ἐκόλασε, Φαβρικίῳ δè καὶ  Ῥωμαίοις, ἀμοιβὴν, ἐδωρεῖτο προῖκα τοὺς αἰχμαλώτους.

Dopo di ciò, avendo Fabrizio assunto il comando, giungeva presso presso di lui nell’accampamento un uomo che portava una lettera che aveva scritto il medico del re, che prometteva  di uccidere Pirro con il veleno se gli fosse data una ricompensa per aver posto fine alla guerra senza rischi. Ma Fabrizio, sdegnatosi per la malvagità dell’uomo, inviò subito una lettera a Pirro, invitandolo a guardarsi dall’insidia. Scrisse nella lettera: “Caio Fabrizio e Quinto Emilio, consoli dei Romani, salutano il re Pirro. Sembra che tu non sia un buon giudice né degli amici né dei nemici. Dopo aver letto questa lettera, capirai che combatti contro uomini buoni e giusti, ma ti fidi di (uomini) ingiusti e malvagi. E non ti riveliamo queste cose per un tuo beneficio, ma affinché la tua sventura non porti discredito a noi e affinché non sembri che noi abbiamo combattuto la guerra con l’inganno”. Pirro, avendo avuto la prova della congiura, punì il medico e (offriva) restituì a Fabrizio e ai Romani, come ricompensa,  i prigionieri senza riscatto.

Saggezza degli antichi: Il ragazzo e la madre

Il ragazzo e la madre
(Esopo, 296)
Un ragazzo rubò dalla scuola la tavoletta che il suo compagno usava per scrivere e la portò alla madre. La donna non solo non lo punì, ma anzi lo riempì di elogi. Così, un’altra volta, il ragazzo rubò un mantello e consegnò alla madre anche questo. La madre raddoppiò gli elogi. Con il passare del tempo il ragazzo, divenuto ormai un giovanotto, si dedicò a furti più consistenti, finché un giorno fu colto sul fatto. Mentre veniva condotto dal carnefice con le mani legate dietro la schiena, la madre lo seguiva battendosi il petto. A un certo punto il prigioniero disse che aveva qualcosa da riferirle in gran segreto, ma, non appena quella gli si fu accostata, le afferrò un orecchio e le diede un morso. “Empio”, lo rimproverò la donna, “non contento dei crimini che hai già commesso, fai del male addirittura a tua madre!”. E il figlio rispose: “Ma se tu mi avessi punito subito, quando per la prima volta ti portai la tavoletta che avevo rubato, non sarei arrivato al punto di farmi trascinare fino al supplizio”.
La favola dimostra che ciò a cui non si pone un freno fin dall’inizio, via via si ingigantisce a dismisura.

Uomo del mio tempo

UOMO DEL MIO TEMPO.

(S. Quasimodo)

Immagine tratta dal sito: https://enzociotola.wordpress.com/uomo-del-mio-tempo/

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

(dal sito:” http://www.italialibri.net/opere/uomodelmiotempo.html)

Il tema della poesia è l’immutabilità della natura umana, rimasta uguale a quella dell’uomo «della pietra e della fionda», fatta di istinti, di pulsioni, di sentimenti e di egoismo, è rimasta uguale fino a oggi, anche se la scienza ha fatto passi da giganti. La scienza ha perfezionato le armi che portano la morte ai fratelli. Alcuni uomini, presi dalla volontà di potenza, ancora oggi scatenano guerre che portano lutti e sofferenza alle popolazioni civili. La civiltà ha solo mutato le condizioni di guerra: dalla fionda si è passati ai carri armati, e agli aerei [e ai missili, aggiungeremmo noi ndr.] che seminano la morte. L’uomo del nostro tempo, afferma il poeta, ha perduto ogni considerazione dei fratelli e ha dimenticato la solidarietà e la religione che lo trattengono dalla violenza. E rimasto uguale all’uomo che, attratto il fratello in un campo, lo ha ucciso. Di nuovo l’uomo del nostro tempo tradisce oggi il fratello. E la menzogna di allora è arrivata fino all’uomo del nostro tempo. Di fronte alla menzogna e all’inganno i giovani di oggi, i figli, farebbero bene a rinnegare i padri che portano la guerra: le loro tombe giacciono in una terra desolata, gli avvoltoi rodono il loro cuore e il vento sparge nell’aria l’odore dei loro cadaveri”.

«E’ un implacabile atto d’accusa contro la ferocia – bestiale e razionale ad un tempo – a cui si sono abbandonati gli uomini nella seconda guerra mondiale. Agli occhi del poeta appare un’umanità mostruosa che inizia il suo cammino con il più belluino dei suoi gesti: il fratricidio. Non solo non è mutato nulla da allora, ma l’uomo ha mirato a perfezionare sempre di più le armi dello sterminio; ha rivestito la guerra di ideali, legittimando perfino gli assassini. La cosiddetta “ civiltà”, quindi, invece di rendere gli uomini più buoni, li lasciò fermi nei loro istinti di primitivi, di uomini-belva, alla barbarie di Caino. Ma le nuove generazioni devono ora avere il coraggio di vergognarsi dei loro padri e di dimenticarli, piuttosto che vergognarsi di essere uomini, e devono sostituire, finalmente la legge di Caino con quella di Cristo». (A. Frattini, Poeti italiani del XX secolo pagina 670).

È la constatazione della crudeltà dell’uomo che a distanza di tanti secoli è rimasto uguale a se stesso: primitivo, ferino, bestiale, crudele, istintivo, irriflessivo, selvaggio, spietato, al pari di quando per uccidere si serviva di strumenti approssimativi. Il progresso della civiltà non è servito a farne un uomo migliore e oggi si costruiscono armi sempre più intelligenti, destinate alla distruzioni di interi popoli. L’uomo del nostro tempo ha perduto l’amore, la solidarietà verso gli altri uomini e ha perduto la religione che invita gli uomini ad amare gli altri uomini e magari a sacrificarsi per essi come ha fatto Gesù Cristo che si è immolato per salvare la terra dal peccato e dal male. Ecco il commento di B. Panebianco:

« Nella prima parte il poeta esprime le sue considerazioni nei confronti del progresso: l’uomo contemporaneo è brutale come nell’età delle caverne, ha solo perfezionato i suoi strumenti distruttivi, rendendoli sempre più sofisticati. La civiltà è senza amore e senza Cristo, l’odore dell’odio e del sangue fraterno si sprigiona dalle origini fino ad oggi e l’uomo continua ad uccidere, versando altro sangue. Poi il poeta invita le nuove generazioni a dimenticare le violenze dei padri , le cui tombe sono ricoperte dalle ceneri delle distruzioni che loro stessi hanno provocato: occorre essere uomini migliori per costruire un futuro di pace e d’amore». (da Moduli di educazione letteraria pagina B157).

Ogni verso scorre veloce fino alla fine. Le parole sono prese dal linguaggio comune ma sono costruite su molte figure retoriche – sinestesia (odore sangue) analogia (nuvole di sangue) –, su richiami biblici e su richiami storici che innalzano la poesia a un linguaggio poetico efficace e tagliente. Molto bello l’appello finale nel quale il poeta condanna i padri che scatenano le guerre a danno dei figli. È compito dei figli rinnegare i padri che portano sciagure e guerre. Ecco il bel giudizio di Francesco Puccio sul finale della poesia:

« Nei confronti dell’uomo del suo tempo, come di ogni tempo, la cui unica religione è quella di uccidere il fratello, non c’è imperativo etico che imponga ai figli di seguire le orme dei padri. Dall’angoscia allo sdegno, all’ammonizione, all’esortazione finale, la voce del poeta si leva calda e accorata: che i figli non si sentano fratelli di Caino e che abbiano il coraggio di non ereditare il freddo testamento di morte lasciato dal fratricida e che purtroppo si è luttuosamente trasmesso alle generazioni ad essi precedenti, resistendo agli attacchi del tempo e ad ogni forma di pietà: che essi rinneghino la lezione dei padri intrisa dell’acre odore del sangue che si solleva da terra come una nuvola: che pongano fine ad ogni atto devozionale nei confronti delle tombe degli avi, dissacrate e assunte a testimonianza della barbarie perpretata».

La Parola di oggi

Lunedì 1 Febbraio 2016 – Lunedì della IV settimana del Tempo Ordinario

Protagonisti “negativi” del Vangelo di oggi sono i Geraseni che pensano di più ai propri interessi economici che al bene reale e spirituale degli uomini, al punto che per loro hanno più importanza dei porci che un uomo!

Queste le letture di oggi.

Prima Lettura
Dal secondo libro di Samuèle
2Sam 15,13-14.30; 16,5-13a

immagine tratta dal sito: http://www.conmaria.it/Bibbia_illustrata/09samuele/2Samuele_Assalonne.htm

 

In quei giorni, arrivò un informatore da Davide e disse: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne». Allora Davide disse a tutti i suoi servi che erano con lui a Gerusalemme: «Alzatevi, fuggiamo; altrimenti nessuno di noi scamperà dalle mani di Assalonne. Partite in fretta, perché non si affretti lui a raggiungerci e faccia cadere su di noi la rovina e passi la città a fil di spada».
Davide saliva l’erta degli Ulivi, saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi; tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo, piangeva.
Quando poi il re Davide fu giunto a Bacurìm, ecco uscire di là un uomo della famiglia della casa di Saul, chiamato Simei, figlio di Ghera.  Egli usciva imprecando e gettava sassi contro Davide e contro tutti i servi del re Davide, mentre tutto il popolo e tutti i prodi stavano alla sua destra e alla sua sinistra. Così diceva Simei, maledicendo Davide: «Vattene, vattene, sanguinario, malvagio! Il Signore ha fatto ricadere sul tuo capo tutto il sangue della casa di Saul, al posto del quale regni; il Signore ha messo il regno nelle mani di Assalonne, tuo figlio, ed eccoti nella tua rovina, perché sei un sanguinario».
Allora Abisài, figlio di Seruià, disse al re: «Perché questo cane morto dovrà maledire il re, mio signore? Lascia che io vada e gli tagli la testa!». Ma il re rispose: «Che ho io in comune con voi, figli di Seruià? Se maledice, è perché il Signore gli ha detto: “Maledici Davide!”. E chi potrà dire: “Perché fai così?”».
Poi Davide disse ad Abisài e a tutti i suoi servi: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita, lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi».
Davide e la sua gente continuarono il cammino.

Parola di Dio

Assalonne fu un personaggio biblico, terzo figlio di Re Davide. Davide lo aveva allontanato dalla sua corte in seguito al fratricidio del fratellastro  Amnon, primo figlio di Davide, che aveva fatto violenza a sua sorella Tamàr. In seguito,aveva congiurato contro il padre, proclamandosi re, costringendo alla fuga Davide (Salmo 3) e insediandosi a Gerusalemme, affiancato da Achitofel, che era già stato consigliere dello stesso Davide. Fu poi sconfitto e ucciso da Ioab, luogotenente del re.

In questo passo del secondo libro di Samuele si manifestano in modo già abbastanza evidente, le conseguenze delle colpe e dei peccati di Davide. Il re viene spodestato e costretto alla fuga dal suo terzo figlio. Viene poi maledetto da uno sconosciuto,  Simei, figlio di Ghera, “appartenente alla famiglia della casa di Saul. In altre circostanze, Davide non avrebbe esitato ad uccidere o a far uccidere l’uomo, ma in questa occasione il re intuisce che proprio in quelle offese e in quegli insulti dello sconosciuto si manifestava la voce di Dio che lo rimproverava per le sue colpe. Davide sa che il Signore si serve degli uomini per parlare ad altri uomini, anche per rimproverarli e per ricondurli sul giusto cammino. In questa prospettiva legge la ribellione di suo figlio contro di lui e le stesse offese di quell’uomo. Così, ad Abisai che avrebbe voluto uccidere l’uomo che insultava il re, Davide rispose:  «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita, lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi».

Davide, dunque, mostra umiltà e contrizione nei confronti di Dio, sperando nel suo perdono e in una sua seconda benedizione.

Il significato profondo di questo passo sta, forse, proprio nel saper comprendere il valore “di salvezza” di “croci” e di sofferenze che spesso accompagnano la nostra vita quotidiana. E, magari, piuttosto che atteggiarci a “vittima degli altri”, potremmo fare un profondo esame di coscienza dentro di noi e pensare di più al valore “cairotico” di determinati avvenimenti.

 

Salmo Responsoriale
Sal 3

R. Sorgi, Signore! Salvami, Dio mio!

Signore, quanti sono i miei avversari!
Molti contro di me insorgono.
Molti dicono della mia vita:
«Per lui non c’è salvezza in Dio!».  Rit.

Ma tu sei mio scudo, Signore,
sei la mia gloria e tieni alta la mia testa.
A gran voce grido al Signore
ed egli mi risponde dalla sua santa montagna.  Rit.

Io mi corico, mi addormento e mi risveglio:
il Signore mi sostiene.
Non temo la folla numerosa
che intorno a me si è accampata.   Rit.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 5,1-20

L’indemoniato di Gerasa guarito da Gesù. Immagine da: https://it.wikipedia.org/wiki/Legione_(demone)

 

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

Parola del Signore

Potremmo vivere noi giorno e notte tra le tombe di un cimitero? Se anche lo facessimo ci troveremmo a disagio, saremmo aggressivi con noi stessi e con gli altri, perché non siamo fatti per vivere in luoghi di morte, di paura e di solitudine, ma in case e stanze dove si può entrare e uscire, spazzare via la polvere, stare sui balconi a stendere i panni ed innaffiare fiori, illuminare ed essere illuminati, ascoltare voci, sentire profumi, ritrovare affetti cari e rinnovati ogni giorno. Ecco che nel vangelo si parla di un indemoniato, così è etichettato da tutti in paese, costretto a gridare la sua disperazione a causa di una forza superiore lui, ma quando Gesù arriva a Gerasa tutto cambia. Non solo egli va incontro al “Figlio di Dio Altissimo” ma, dopo il suo intervento, riacquista le sembianze tipiche di ogni uomo, pacificando se stesso e gli altri. Che bella cosa la pace nel cuore! È già un anticipo di paradiso. È ritrovare la pienezza della vita stessa e farne una festa da annunciare, come sottolinea Paolo Squizzato: “Per la mia felicità, perché la festa possa rinnovarsi nella mia vita, perché l’amore possa tornare a scorrere nelle mie vene e fare di questa mia vita una festa, mi viene chiesto semplicemente di vivere e in pienezza. Di riempire di vita la mia esistenza attuale, che sia di pietra, fredda come un cadavere e vuota come un sepolcro, sbagliata come una cosa morta e infangata come straccio di strada; riempirla sino all’orlo, sino a farla tracimare. Non importa che questa mia vita sia grande come una botte o minuscola come un ditale. Ognuno ha la vita che ha (e non che si merita), l’importante è viverla, chicchessia e tanto meno a sterili quanto inutili sensi di colpa”. (dal sito: http://www.nondisolopane.it/commento-al-vangelo-del-giorno-01-febbraio-esci-spirito-impuro-da-questuomo/).

Gesù a Gerasa, oggi Jerash, in Giordania, a 30 km da Amman, compie un esorcismo liberando un uomo da numerosi spiriti che erano entrati in lui. Gli spiriti lo abbandonano ed entrano in una mandria di maiali che si buttano nel lago. I Geraseni che avevano assistito alla scena, arrabbiati per la perdita di molti maiali, ma, soprattutto, intimoriti da Gesù e dalla sua potenza, spinti da mediocrità ed egoismo, gli chiedono di andarsene via di lì. In loro gli interessi economici (legati alla perdita dei maiali) prevalgono sulla fede e sul senso di umanità che aveva, invece, indotto Gesù a guarire un uomo consentendo agli spiriti di entrare nei maiali. Per Gesù, dunque, la guarigione di un solo uomo è molto più importante di “duemila porci”. Ma i Geraseni non comprendono questo messaggio e guardano di più ai propri interessi materiali ed economici che non all’importanza della liberazione dell’uomo dal peccato e dalle conseguenze che esso produce. 

Unico testimone del miracolo di Gesù e del suo amore per gli uomini è proprio l’indemoniato guarito e liberato dal male. A lui il Signore dice: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Grazie alla sua testimonianza, i Geraseni potranno comprendere che forse la salvezza di un uomo vale più di tante ricchezze e di tanti interessi economici. 

Una domanda sorge spontanea: quanti “Geraseni” oggi si nascondono tra di noi, in chi ci governa e in chi regge le sorti economiche, sociali e politiche del nostro Paese e del nostro Pianeta? Fino a quando si continuerà a far prevalere l’interesse economico e materiale sul bene primario di ogni singolo uomo?  Ci saranno anche oggi dei “testimoni” che potranno far comprendere quelle che sono le giuste priorità e i giusti valori?