Qualche volta ci scappa anche il “morto”

E’ esattamente quello che è successo alcuni anni fa in una scuola italiana (una storia NON inventata)!!

Un professore interroga un suo alunno, ma questi gli dice che non ha potuto studiare perché “è morto mio nonno”!!

Il professore addolorato per l’accaduto si affretta a confortare il povero studente e decide subito dopo di telefonare alla famiglia per fare le sue condoglianze.

Ma dall’altro capo del telefono chi risponde al professore?

Proprio il nonno, morto e resuscitato in meno di una giornata…. E… fu così che scattò una inedita alleanza tra il professore e il nonno che, insieme, il giorno dopo, diedero una bella lezione al giovane mentitore!!

I giovani francesi non sono certamente da meno, stando a quanto scrive Daniel Pennac nel suo libro “Chagrin d’ éecole” (Diario di scuola).

Scuse spesso esilaranti, ai confini con la realtà!! Eccone alcune:

prof: “io non ho fatto i miei esercizi perché ho trascorso buona parte della notte  in parte nel cyber spazio a combattere contro i soldati del male, che, alla fine, ho sconfitto fino all’ultimo” … oppure: … “sono desolato per gli esercizi non svolti, ma ieri sera sono stato schiacciato dal peso di una opprimente ebetudine ….”, o, ancora,: … “ho dimenticato il mio quaderno a casa di …, prima di ritirarmi”. O, ancora, … “ero occupato a leggere la traccia, quando è scoppiata la caldaia”…

 

 

Qui il testo integrale del brano in questione:

Suivons notre mauvais externe dans une de ses journées

scolaires. Exceptionnellement, il n’est pas en retard – son
carnet de correspondance l’a trop souvent rappelé à l’ordre
ces derniers temps -, mais son cartable est presque vide :
livres, cahiers, matériel une fois de plus oubliés (son
professeur de musique écrira joliment sur son bulletin
trimestriel : « Manque de flûte »).
Bien entendu ses devoirs ne sont pas faits. Or sa première
heure est une heure de mathématiques et les exercices de
math sont de ceux qui manquent à l’appel. Ici, de trois
choses l’une : ou il n’a pas fait ces exercices parce qu’il s’est
occupé à autre chose (une vadrouille entre copains, un
quelconque massacre vidéo dans sa chambre verrouillée…),
ou il s’est laissé tomber sur son lit sous le poids d’une
prostration molle et a sombré dans l’oubli, un flot de musique
hurlant dans son crâne, ou – et c’est l’hypothèse la plus
optimiste – il a, pendant une heure ou deux, bravement tenté
de faire ses exercices mais n’y est pas arrivé.
Dans les trois cas de figure, à défaut de copie, notre
externe doit fournir une justification à son professeur. Or,
l’explication la plus difficile à servir en l’occurrence est la
vérité pure et simple : « Monsieur, madame, je n’ai pas fait
mes exercices parce que j’ai passé une bonne partie de la
nuit quelque part dans le cyberespace à combattre les
soldats du Mal, que j’ai d’ailleurs exterminés jusqu’au
dernier, vous pouvez me faire confiance. » « Madame,
monsieur, désolé pour ces exercices non faits mais hier soir
j’ai cédé sous le poids d’une écrasante hébétude, impossible
de remuer le petit doigt, juste la force de chausser mon
baladeur. »
La vérité présente ici l’inconvénient de l’aveu « Je n’ai pas
fait mon travail », qui appelle une sanction immédiate. Notre
externe lui préférera une version institutionnellement plus
présentable. Par exemple : … « J’ai oublié mon devoir chez ….

avant de rentrer …. » En d’autres termes un mensonge. De son côté le
professeur préfère souvent cette vérité aménagée à un aveu
trop abrupt qui l’atteindrait dans son autorité. Le choc frontal
est évité, l’élève et le professeur trouvent leur compte dans
ce pas de deux diplomatique. Pour la note, le tarif est connu :
copie non remise, zéro.
Le cas de l’externe qui a essayé, bravement mais en vain,
de faire son devoir, n’est guère différent. Lui aussi entre en
classe détenteur d’une vérité difficilement recevable : «
Monsieur, j’ai consacré hier deux heures à ne pas faire votre
devoir. Non, non, je n’ai pas fait autre chose, je me suis assis
à ma table de travail, j’ai sorti mon cahier de texte, j’ai lu
l’énoncé et, pendant deux heures, je me suis retrouvé dans un état
de sidération mathématique, une paralysie mentale
dont je ne suis sorti qu’en entendant ma mère m’appeler
pour passer à table. Vous le voyez, je n’ai pas fait votre
devoir, mais j’y ai bel et bien consacré ces deux heures.
Après le dîner il était trop tard, une nouvelle séance de
catalepsie m’attendait : mon exercice d’anglais. » « Si vous
écoutiez davantage en classe, vous comprendriez vos
énoncés ! » peut objecter (à juste titre) le professeur.
Pour éviter cette humiliation publique, notre externe
préférera lui aussi une présentation diplomatique des faits : «
J’étais occupé à lire l’énoncé quand la chaudière a explosé. »
Et ainsi de suite, du matin au soir, de matière en matière,
de professeur en professeur, de jour en jour, dans une
exponentielle du mensonge qui aboutit au fameux « C’est ma
mère !… Elle est morte ! » de François Truffaut.

(Daniel Pennac, “Chagrin d’ éecole”)

Il progresso….

La fiumana del progresso umano

“Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.

Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l’uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali …”

 

Giovanni Verga, Prefazione a I Malavoglia.

La Fiumana del progresso umano!

 

Così Verga definisce il progresso!

 

Io in genere credo nel progresso, anche se, in alcuni casi, mi sembra quasi una fregatura! 

 

Che cosa è davvero il progresso e quali sono (poiché ve ne sono) i suoi limiti?

Pillole di Storia: Clistene e la sua riforma

La nascita della democrazia ateniese: Clistene e la riorganizzazione “decimale” della città
 
immagine dal sito
Clistene fu, insieme a Solone, anche se per ragioni diverse, il padre della democrazia ateniese. Apparteneva alla famiglia aristocratica degli Alcmeonidi e fu eletto per la prima volta arconte nel 525 – 524. Fu, tuttavia, esiliato nella fase finale della tirannide di Ippia e ritornò ad Atene solo dopo la caduta del figlio di Pisistrato.
 
Il suo successivo impegno politico fu caratterizzato dallo scontro con Isagora, l’esponente della frangia più conservatrice dell’aristocrazia ateniese. Difatti, rieletto arconte per l’anno 508 / 507 a.C., dovette neutralizzare il tentativo di Isagora, spalleggiato dal re spartano Cleomene I, di impossessarsi del potere nella città e, pertanto, potè dare piena attuazione alle sue riforme solo dopo la cacciata di Isagora e dello spartano Cleomene I che si erano asserragliati nell’acropoli.
 
L’impianto della sua riforma fu decisamente innovativo. Egli, infatti, realizzò una suddivisione della popolazione ateniese che prescindeva da ogni forma di distinzione di nascita o di censo.
 
La sua riforma prese le mosse da due aspetti preesistenti:
 
1) la suddivisione della città in demi, piccoli distretti che contrassegnavano la provenienza territoriale dei cittadini;
 
2) la distinzione della popolazione tra pediaci (gli abitanti della pianura e dell’asty, come, ad esempio i grandi proprietari terrieri), diacri (gli abitanti della mesògaia, cioé della parte interna del territorio, come i piccoli proprietari terrieri), paralii, cioè i commercianti, abitanti della costa.
 
La città venne quindi suddivisa in demi, una sorta di piccoli comuni con una propria “assemblea”, con dei propri magistrati e con una propria amministrazione. Ogni cittadino aveva il suo nome iscritto sul registro di uno dei demi, con l’indicazione della provenienza “demotica”  che ne attestava lo status di cittadino.
 
I demi vennero raggruppati in dieci phylai, o tribù, che non erano di carattere “gentilizio”, ma territoriale. Per evitare corporativismi regionali e territoriali, Clistene si avvalse delle circoscrizioni  dell’asty (gli abitanti della città), della mesogaia e della paralia. Assegnò a ciascuna delle dieci tribù, per sorteggio, quindi in modo del tutto casuale,  un’unità dell’asty, una della mesogaia, una della paralia . In tal modo, le  tribù si trovarono ad essere suddivise al loro interno in tre unità o trittie (una della città, una della mesogaia, una della paralia), non contigue territorialmente, in modo che una tribù non potesse rappresentare interessi economici di una singola zona.
 
In totale, essendoci tre trittie per ogni tribù, la popolazione ateniese fu raggruppata in trenta trittie.
 
Clistene istituì anche la Boulè, o Consiglio dei Cinquecento. Essa era costituita da 500 membri, scelti in numero di 50 per ciascuna delle dieci tribù. A sua volta, la Boulè fu suddivisa in dieci sezioni, corrispondenti alle dieci tribù, definite pritanie. Ogni pritania guidava l’organizzazione e la sessione dei lavori della Boulè per una decima parte dell’anno, cioé per circa 35 – 36 giorni, di modo che ogni tribù potesse, una volta all’anno, governare l’Assemblea dei Cinquecento.
 
Inoltre, ai nove arconti fu aggiunto un segretario scelto dalla pritania di turno, di modo che tutte le tribù potessero, a turno, essere rappresentate anche in questo collegio.
 
Anche l’esercito fu suddiviso in dieci reggimenti, definiti phylai, guidati da un filarca.
 
Questa suddivisione globale del popolo ateniese in base al criterio “decimale”, e secondo un assetto geometrico senza precedenti nel mondo greco, non fu mai stata messa in discussione negli anni successivi, a testimonianza dell’effettiva sua validità e rispondenza a reali criteri di rappresentatività democratica. Inoltre, fu “importata” in molte poleis greche “convertitesi” dall’oligarchia alla democrazia.
 
Al fine di scongiurare ogni possibilità di ritorno alla tirannide, Clistene introdusse anche il sistema dell’ostracismo, con cui si poteva votare su un ostrakon, l’espulsione di un cittadino qualora si fosse rivelato pericoloso per la democrazia.

La più bella eredità

Un vero e proprio TESTAMENTO è quello che consegniamo agli altri quando decidiamo di lasciare in eredità la fede.

Questo è il tema dell’omelia tenuta stamattina dal Papa nella Messa a Casa Santa Marta.

dal link:
http://www.news.va/it/news/il-papa-la-fede-e-la-piu-grande-eredita-che-possia

 

La più bella eredità che possiamo lasciare agli altri è la fede: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Nell’omelia, ha invitato a non avere paura della morte, perché il percorso della vita continua. Il servizio di Sergio Centofanti:

Il pensiero della morte illumina la vita
La prima lettura del giorno parla della morte del Re Davide. “In ogni vita c’è una fine” – sottolinea il Papa – questo “è un pensiero che non ci piace tanto”, “si copre sempre” ma “è la realtà di tutti i giorni”. Pensare “all’ultimo passo” è “una luce che illumina la vita”, “è una realtà che dobbiamo avere sempre davanti a noi”:

“In una delle udienze del mercoledì c’era tra gli ammalati una suorina anziana, ma con una faccia di pace, uno sguardo luminoso: ‘Ma quanti anni ha lei, suora?’. E con un sorriso: ‘83, ma sto finendo il mio percorso in questa vita, per cominciare l’altro percorso col Signore, perché ho un cancro al pancreas’. E così, in pace, quella donna aveva vissuto con intensità la sua vita consacrata. Non aveva paura della morte: ‘Sto finendo il mio percorso di vita, per incominciare l’altro’. E’ un passaggio. Queste cose ci fanno bene”.

La fede, la più bella eredità
Davide regnò su Israele per 40 anni: “Ma anche 40 anni passano”, osserva Papa Francesco. Prima di morire, Davide esorta il figlio Salomone a osservare la Legge del Signore. Lui in vita aveva peccato molto, ma aveva imparato a chiedere perdono e la Chiesa lo chiama “il Santo re Davide. Peccatore, ma Santo!”. Ora, in punto di morte, lascia al figlio “l’eredità più bella e più grande che un uomo o una donna possa lasciare ai figli: lascia la fede”:

“Quando si fa testamento la gente dice: ‘Ma a questo lascio questo,  a questo lascio quello, a questo lascio questo…’. Sì, sta bene, ma la più bella eredità, la più grande eredità che un uomo, una donna, può lasciare ai suoi figli è la fede. E Davide fa memoria delle promesse di Dio, fa memoria della propria fede in queste promesse e le ricorda al figlio.  Lasciare la fede in eredità. Quando nella cerimonia del Battesimo diamo – i genitori – la candela accesa, la luce della fede, gli stiamo dicendo: ‘Conservala, falla crescere in tuo figlio e in tua figlia e lasciala come eredità’. Lasciare la fede come eredità, questo ci insegna Davide, e muore così, semplicemente come ogni uomo. Ma sa bene cosa consigliare al figlio e quale sia la migliore eredità che gli lascia: non il regno, ma la fede!”.

Dio è fedele, è Padre e non delude mai
Ci farà bene porci una domanda – conclude il Papa – “Qual è l’eredità che io lascio con la mia vita?”:

“Lascio l’eredità di un uomo, una donna di fede? Ai miei lascio questa eredità? Chiediamo al Signore due cose: di non avere paura di quest’ultimo passo, come la sorella dell’udienza di mercoledì – ‘Sto finendo il mio percorso e incomincio l’altro’ – di non avere paura; e la seconda, che tutti noi possiamo lasciare con la nostra vita, come migliore eredità, la fede, la fede in questo Dio fedele, questo Dio che è accanto a noi sempre, questo Dio che è Padre e non delude mai”.

La fede è un dono di Dio che presuppone nella risposta dell’uomo un atto personale, ma non isolato:  “il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (CCC: cap. III, art. 2, 166 “Noi crediamo”).

IMITATORI DI CRISTO

Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo. (1 Corinzi 10, 31 – 11, 1)

Dal sito: http://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/sull_esempio-di-paolo-imitatori-di-cristo.html

Paolo celebra in primo luogo la libertà cristiana: se c’è buona coscienza, il fedele in ogni suo atto con serenità dia gloria a Dio, anche quando banchetta allegramente nel tempio pagano coi suoi familiari. Ma subito dopo aggiunge un appello alla prudenza: non si dia scandalo agli altri con la propria libertà, badando anche alla reazione delle persone semplici che possono giudicare malamente ciò che per noi in realtà è irrilevante. A questo punto l’Apostolo conclude con un’esortazione incisiva all’ “imitazione” di Cristo.

È interessante notare che egli si presenta come modello da imitare, anche se a sua volta la sua testimonianza è ricalcata sulla figura di Cristo. Il cristiano è, quindi, la presenza visibile di Gesù davanti agli altri. Questo invito all’imitazione personale è reiterato tre volte da Paolo su temi diversi. Ai Tessalonicesi: «Sapete come dovete imitarci: noi non abbiamo vissuto oziosamente tra voi» (II, 3,7). Ai Filippesi: «Fatevi miei imitatori» (3,17). E agli stessi Corinzi: «Fatevi miei imitatori» (I, 4,16).