Santo Stefano, protodiacono e protomartire



Santo Stefano protodiacono e protomartire

“Ieri abbiamo celebrato la nascita nel tempo del nostro Re eterno, oggi celebriamo la passione trionfale del soldato. Ieri, infatti, il nostro Re, rivestito nella nostra carne e uscendo dal seno della Vergine, si è degnato di visitare il mondo; oggi il soldato, uscendo dalla tenda del corpo è entrato trionfante nel cielo” (dai “Discorsi” di San Fulgenzio di Ruspe, vescovo).

La liturgia odierna celebra la festa di S. Stefano protodiacono e protomartire. Nato in Grecia nel 5 d.C. e morto martirizzato a Gerusalemme nel 36, Stefano, il cui nome in greco significa “corona”, è stato il primo dei sette diaconi prescelti dalla comunità cristiana affinché aiutassero gli apostoli nel ministero della fede, nella evangelizzazione e nella cura dei poveri.

Egli fu pieno “di fede e di Spirito Santo”.

Negli “Atti degli Apostoli” (6,8) leggiamo che egli “faceva grandi prodigi e segni tra il popolo”, dedicandosi, instancabilmente, e con tutte le energie fisiche e spirituali che poteva caratterizzare un “giovane” della sua età, all’annuncio e alla predicazione del Vangelo e distinguendosi come un validissimo predicatore della buona novella.
Proprio per questo, fu ritenuto dai giudei troppo pericoloso, fu da essi catturato e condotto dinanzi al sinedrio. Stefano, ricolmo di Spirito Santo e di entusiasmo verso la Parola di Cristo, si difese, di fronte ai suoi accusatori, definendoli “testardi e incirconcisi di cuore”, perché hanno ucciso Cristo, proprio come i loro padri avevano perseguitato i profeti mandati da Dio.

Tra i persecutori di Stefano si distinse quel Saulo che, di lì a poco, si sarebbe convertito “sulla via di Damasco”, diventando Paolo, lo straordinario “Apostolo delle genti” che noi tutti oggi celebriamo il 29 giugno e i cui testi costituiscono, ancora oggi, un patrimonio fondamentale per la Chiesa.

Proprio con Stefano, protodiacono e protomartire, il sangue del martirio cominciava ad essere quel seme profondo destinato, nel tempo, ad accrescere sempre di più la grande schiera dei testimoni e degli straordinari “milites Christi”.

La Chiesa celebra la sua festa subito dopo il Natale di nostro Signore Gesù Cristo perché Stefano rappresenta il “profondo legame” che esiste tra l’incarnazione del Verbo e il martirio, in quanto primo martire (protomartire) cristiano, ma anche perché, proprio come Gesù, anche egli, esalando il suo ultimo respiro, pregò per i suoi persecutori.

Infatti, Stefano, mentre veniva lapidato, pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato» (“Atti”7, 59-60).

L’iconografia lo rappresenta come un giovane rivestito della dalmatica, che costituisce ancora oggi l’abito di noi diaconi, e con la pietra (o le pietre) con cui fu lapidato.

Auguri a tutti i diaconi, permanenti e transeunti della Comunità cristiana universale e della comunità diaconale della nostra Arcidiocesi di Salerno – Campagna – Acerno.

Preghiamo sempre il Signore affinché S. Stefano ci aiuti ad essere sempre più forti testimoni del Vangelo e “ci insegni ad amare anche i nostri nemici, sull’esempio di lui che morendo pregò per i suoi persecutori” (Colletta di oggi).

Il nostro Liceo Perito-Levi!!

Guarda “15 Bellissimi Canti Natalizi | Preghiera in Canto | #cantidinatale #cantireligiosi” su YouTube

Guarda “Buon Natale – Le più belle canzoni di Natale in italiano e al pianoforte” su YouTube

Buon Natale a tutti!!

Presenti sotto un’altra dimensione, ma sempre vicini a noi!

“La pazienza non è la capacità di attendere, ma la capacità di mantenere un’attitudine positiva (e ottimistica) mentre attendete”.

Una straordinaria interpretazione tra grande cinema e grande letteratura.

Gallo e Scalera: due grandi attori circondati da altri grandi attori, tra cui Nunzia Schiano. Non ha senso, secondo me, fare paragoni con Eduardo, ma la loro interpretazione è stata veramente straordinaria, oltre che coraggiosa. Un’interpretazione per larghi tratti commovente ed emozionante. Condivido molti dei commenti che ho letto su facebook, soprattutto quelli che mettono in evidenza che l’eternità della grande opera di Eduardo De Filippo traspare anche attraverso interpretazioni (e rivisitazioni) belle ed emozionanti come questa. Penso anche io che il MAESTRO sarebbe stato orgoglioso e contento di questi attori e della loro recitazione.

Lectio magistralis su Pier Paolo Pasolini del prof. Alberto Granese, sabato scorso, 17 dicembre, presso il nostro Liceo Perito-Levi di Eboli (non solo letteratura, ma straordinaria lezione ad ampio raggio e a carattere transdisciplinare!!

Bella e interessante Lectio magistralis del prof. Alberto Granese, sabato 17 dicembre, al nostro Liceo Perito-Levi!! https://www.gazzettadisalerno.it/al-perito-levi-di-eboli-lectio-magistralis-su-pasolini/?amp=1 https://www.instagram.com/p/CmY1UsDKNsj/?igshid=MDJmNzVkMjY=

IL PRESENTE INDICATIVO E MEDIO-PASSIVO DEI VERBI GRECI IN -μι (lingua e letteratura greca)

Condivido queste riflessioni di Pietro Ratto

MAI BUTTARE IL CERVELLO ALL’ AMMASSO

Ho frequentato un liceo scientifico davvero tosto, da ragazzo. Mia madre aveva scelto quello proprio perché passava per uno degli istituti più “duri” della città. La logica delle madri di trent’anni fa, come si può notare, era letteralmente capovolta rispetto a quella dei genitori di adesso.

Ho affrontato quegli anni di studio con un mix di senso del dovere, timore reverenziale nei confronti dei docenti, sano orgoglio nel constatare di riuscire a farcela, dopotutto. Alla fine del secondo anno ero ormai tranquillo, seduto sugli allori, con il diario imbottito di bei voti. Tra i quali spiccava, fulgido, un nove di matematica.

Dall’inizio della terza liceo, improvvisamente, tutto cambiò. La nuova insegnante di matematica, severissima e intransigente, cominciò a seminare il panico fin dalla sua comparsa. Il primo compito in classe fu una tragedia, pieno zeppo di formule mai viste, di problemi la cui soluzione pareva impossibile. Che la tipa si fosse sbagliata Che avesse confuso le carte propinandoci una verifica adatta a una quarta? Qualcuno osò alzare la mano, facendo presente la cosa. La sconcertante risposta ci spinse nella più nera disperazione: “Quello che avete di fronte è esattamente il vostro compito. Non intendo umiliarvi chiedendovi ciò che già sapete. Dovete imparare a ragionare, confrontarvi con problemi sempre nuovi. Mai buttare il cervello all’ammasso, ragazzi”.

Risultato? Quattro e mezzo. Un quattro e mezzo da portare a casa, da far firmare a genitori increduli e viziati, abituati a sfilze di nove. Fu un disastro, puntualmente bissato – per giunta – da un identico voto riportato con la seconda verifica. Cominciò la processione delle mamme a colloquio, qualcuna si limitò a chiedere spiegazioni, qualcun’altra provò a fare la voce grossa. Nulla cambiò, però, nell’atteggiamento di quella terribile e risoluta donnina.

Ci credete? Fu Darwin a salvarmi. Il buon vecchio Darwin. Fu lui a prendere il controllo delle labbra dell’insegnante di Scienze, suggerendomi la chiave del problema. Adattamento! Chi si adatta al nuovo si salva, chi resta aggrappato al vecchio soccombe. Bisognava cambiare, bisognava lottare. “Non buttare il cervello all’ammasso, Pietro”, cominciai a dirmi.

Il compito in classe successivo ebbe il sapore di una battaglia campale. Mi presentai a scuola con un vagone di adrenalina, giurai a me stesso che avrei risolto qualsiasi problema mi avesse posato sul banco quella terribile, piccola donna. Lottai due ore col mio cervello viziato e presuntuoso. E ne uscii, portando a casa un sei e mezzo.
Avevo imparato la lezione. Avevo vinto, riportando un successo tutto mio!

Recentemente ho incontrato per caso quella insegnante, che così tanto avevo creduto di odiare a sedici anni, e che con mille altre prove ci aveva perseguitati fino alla maturità. Ho rivisto la vecchietta che, come l’allenatore coi suoi atleti, davanti alla Commissione d’Esame aveva saputo schierare una ventina di lottatori dal cervello agile e pronto a tutto. L’ho riconosciuta in mezzo alla folla e l’ho abbracciata, come fosse una madre.

Grazie a quella terribile donna, da quell’anno in poi, ho continuato ad affrontare la vita sapendo che nulla è scontato, che non si è mai preparati di fronte ai veri problemi. Grazie a lei oggi so che l’unica arma che mi porto sempre dietro, e su cui posso continuamente fare affidamento, è il ragionamento. So che bisogna sempre lottare, e che bisogna farlo senza spaventarsi mai. Prender tempo, aprirsi al nuovo problema, studiarlo con attenzione, e poi… andare a segno!

In poche parole? Non buttare mai il cervello all’ammasso.

È inutile: a quei tempi ci si fidava. Altro che trasparenza, altro che Patti educativi.. Non ce n’era mica bisogno! Noi studenti ci fidavamo del professore, certi che sapesse il fatto suo. Sotto sotto, pensavamo, se ci maltratta un pochino un motivo ci sarà. Un po’ come l’allenatore che strapazza il suo atleta, sì.. Ma per farne un campione.

Ci fidavamo, punto e basta. Si fidavano gli insegnanti, che non vivevano nell’ansia da ricorso. Si fidavano i genitori, che quando portavi a casa un votaccio sgridavano te, mica il professore. Non era ancora iniziata quella nefasta campagna diffamatoria nei confronti dei docenti i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Certo, fidarsi troppo può risultar pericoloso. Ma questo mondo che è diventato tutta una corsa a fregarsi l’un l’altro, non è forse l’effetto di un’educazione che insegna proprio a non fidarsi di nessuno e che la truffa, ormai, la dà per scontata? Non è forse il risultato di una didattica che ha definitivamente abdicato alla sua funzione educativa in nome di un saper fare che altro non è se non un saper far soldi? In quale vortice senza fine siamo piombati, con tutto questo nostro non fidarci?

Mai buttare il cervello all’ammasso… Tutti i giorni, a scuola, lotto per passare il testimone, convinto che questa sacra missione sia sempre più importante, al nostro tempo. Tutti i giorni, però, mi scontro con una didattica che impone a tutti i docenti uguali strategie, uguali metodologie, uguali criteri di valutazione… Come se i ragazzi dovessero avere a che fare con una persona sola. Una specie di gigantesca, onnipresente maestra, che cambia faccia ogni ora ma che risponde meccanicamente alle sollecitazioni sempre nello stesso prevedibile modo. Tutti i giorni mi aggiro in una scuola che semplifica il più possibile la vita ai ragazzi. Che sventola i loro diritti e tralascia ogni loro dovere. Che obbliga i docenti a fissare con precisione date e contenuti delle verifiche; che tutto lascia correre per evitare polemiche, ricorsi, perdite di tempo e denaro. Tutelare la serenità dei ragazzi. Non caricarli di lavoro, non traumatizzarli con domande difficili, non fissare più di una verifica al giorno… Nei corridoi vengo spesso rincorso da colleghe mammone, sempre aggiornate sui gravi problemi familiari di chi va a male a scuola, di chi va quindi aiutato. Ma il poverino ha i genitori divorziati!

Cumuli di moduli per il recupero delle insufficienze, chilometri di griglie di valutazione, quintali di ore di riunioni di Dipartimento… Tutto con l’ipocrita pretesa di operare con oggettività, di attuare una valutazione asettica, standardizzata. Tutto per non turbare l’ebete serenità di questi bambinoni, per assicurare loro, in classe, quella vita facile così lontana da ciò che li aspetta realmente, fuori di qui. E per il quieto vivere di noi docenti-impiegati, naturalmente. Evitando il rischio che qualche genitore inviperito ci possa aggredire o denunciare per un quattro finito sul diario del suo bambino.

Nella mia mente, però, una convinzione resta. E la confesso volentieri, un po’ sottovoce… Nessun insegnante mi ha mai voluto così bene come la mia terribile professoressa di matematica.

– Pietro Ratto

Un altro importante riconoscimento per la nostra scuola!!

Lunedì 19 dicembre, alle ore 10.30, nell’Auditorium del nostro IIS Perito-Levi, lectio magistralis del prof. Alberto Granese per i cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini.

Gaudeamus omnes in Domino

La grandezza del Battista risiede nell’umiltà e nella docilità con cui adempie alla sua missione, quella di annunziare l’Avvento del Signore, di invitare a riconoscerlo nella storia e di indicarlo all’intera umanità.
“Giovanni è la voce, Cristo è la Parola”.
Il Signore è vicino e in questa terza domenica di Avvento ci invita a trovare conforto e gioia, anche rispetto alle nostre e alle altrui tribolazioni, perché «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
Oggi, in un periodo di divisioni, contrasti, di crisi sociale, culturale e, per certi aspetti, anche individuale, abbiamo davvero bisogno di ritrovare la gioia di andare incontro al Signore che viene e di vivere lasciandoci guidare dalla sua luce, attendendo “con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza” che Gesù offre a ciascuno di noi.

Rallegratevi nel Signore, perché egli è vicino a quanti lo invocano con cuore sincero (Phil. 4, 4-5; Ps. 144, 18).
Sì, rallegriamoci ed esultiamo perché Cristo è la nostra luce, la nostra speranza, la nostra gioia!!

Buona domenica a tutti!