di G.B. CONTE, E. PIANEZZOLA, Lezioni di Letteratura latina. Materiali per il docente, Milano 2010, pp. 42-43.
È il frammento più lungo e più celebre di Lucilio, costituito da un serie di definizioni della virtus (la qualità dell’uomo, ciò che lo caratterizza: virtus è un derivato di vir): si avverte la difficoltà di costringere in un’unica formula la complessità degli atteggiamenti e dei comportamenti dell’uomo nella società. Orazio (Sat. II 1, 70) definirà Lucilio «benevolo soltanto alla virtù e a quelli che le sono amici».
Personificazione della Virtus. Statua, marmo, II sec. d.C. ca. dalla Biblioteca di Celso, Efeso.
Basta credere in quello che facciamo!! Talvolta, vogliamo inseguire il successo per essere felici. Eppure, molto spesso, è vero l’esatto contrario: dobbiamo essere felici, positivi e gioiosi per poter avere il successo! E, allora, forza e coraggio, mettiamocela tutta, affidandoci a chi dall’alto può renderci veramente lieti e felici!
Domenica 22 gennaio, dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00, Open Day del Liceo Classico e del Liceo Classico Europeo del “Perito-Levi” di Eboli. Potrai vedere con i tuoi occhi e potrai chiedere ai docenti e ai i ragazzi che frequentano il nostro Istituto tutte le informazioni di cui hai bisogno. Scoprirai un mondo davvero affascinante per guardare al futuro dei tuoi figli e costruirlo insieme. Non mancare! Save the date. Salva la data.
Al via il Percorso per le Competenze Trasversali e l’orientamento con Antonio Conoci, esperto esterno e responsabile scuola del FAI Salerno: “Ciceroni per un giorno”, con le classi IV A – IV B e III F del Liceo Classico- Classico Europeo. Ambiente, Cultura, Arte Territorio.
Nel 2007 feci un viaggio in Polonia, dal 4 all’ 11 agosto, ed ebbi modo di ammirare una nazione che mi sembrò assai più bella di quanto potessi immaginare.
In quei giorni vidi i luoghi sacri, i castelli medievali (molto bello quello di Malbork), la più grande miniera di sale europea, a Wieliczka, ma anche i terribili campi di concentramento di Auschwitz. Ciò mi spinse a riflettere, con profonda amarezza, sulle vicissitudini storiche di questo popolo, che ha sofferto, forse più di altri popoli, il peso delle dominazioni straniere e delle tirannie che ne scaturirono. Mi riferisco all’orrore di due dittature: quella nazista, durante la II guerra mondiale, e quella comunista, dal secondo dopoguerra fino al 1989. Due incubi vissuti nel Novecento, il controverso “secolo breve“, per usare le parole dello storico britannico Eric Hobsbawm, autore del celebre saggio “Il secolo breve 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi” (titolo originale, in inglese, “The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914-1991“).
Non ci sono differenze tra dittature e dittature: possono essere bianche, nere, rosse, di stampo fascista o comunista, di tipo militare o civile, per non parlare dei regimi islamici e teocratici che, in Medio Oriente, continuano a soffocare i diritti e le libertà dei cittadini e ad uccidere, in modo empio, uomini, donne, ragazzi e bambini, sotto lo sguardo impotente ed inerte dell’Occidente. Tutte le dittature sono egualmente fondate sulla negazione dei diritti dell’uomo e, quindi, sull’annullamento dell’essere umano in quanto tale.
In questo post vorrei, però, soffermarmi sul periodo storico della Polonia che coincise con l’invasione tedesca, per fare delle riflessioni anche di carattere generale.
In quel periodo, dal 1939 al 1945, l’ordine mondiale concepito da uno degli uomini più folli di tutti i tempi, cioè Hitler, prevedeva la “Soluzione Finale” del “problema ebraico”, “lo sterminio sistematico degli Ebrei d’Europa” (https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/final-solution-overview) e il loro annientamento.
La concezione dei campi di concentramento, soprattutto quello di Birkenau, trovava i suoi tragici fondamenti in ciò che possiamo definire l’industria della morte, realizzata attraverso una lunga serie di umiliazioni psicologiche, di maltrattamenti e di costrizioni fisiche che portavano lentamente, ma, inesorabilmente, all’annientamento fisico del detenuto e, quindi, al suo decesso, spesso durante le selezioni e nelle camere a gas, spesso, però, anche a seguito di punizioni o per altre circostanze.
L’esperienza della visita ad Auschwitz, soprattutto nel luogo delle baracche dove dormivano i detenuti, fu per me emblematica e credo che dovrebbe essere consigliata a tutti coloro che ancora oggi negano quanto è successo lì dentro, come in altri luoghi simili.
“Ma perché ricordare sempre queste cose?” Sono in tanti, troppi, purtroppo, nel Terzo Millennio, a porsi ancora queste domande. Io risponderei che è importante in primo luogo perché i popoli non possono e non devono mai perdere la loro memoria storica. Occorre costruire il futuro conoscendo ciò che è accaduto nel passato, anche in ossequio al principio che la Storia è “testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis“, come scriveva Cicerone nel De Oratore, II, 9, 36.
Ma è fondamentale ricordare quanto è avvenuto nel nostro passato recente anche perché in Europa e nel mondo, nel corso degli anni, si sono allargati a macchia d’olio episodi di antisemitismo e di xenofobia, legati al razzismo, all’intolleranza e, direi, alla paura, per il diverso, per “l’altro da sé”.
Queste sono, senza dubbio, delle valide ragioni per ravvivare ogni giorno di più il ricordo di ciò che è accaduto tanti anni fa.
Allo stesso modo, è doveroso fare memoria anche di tante altre campagne di sterminio e stragi che hanno insanguinato il XX secolo. Penso al massacro delle Foibe (1943 – 1945), di cui celebreremo il ricordo il 10 febbraio, al genocidio degli Armeni (1915 – 1916), a quello dei Tutsi (1994), ai massacri nella ex Jugoslavia.
Certamente, infine, il nostro pensiero non può non andare alla “martoriata Ucraina e a tutti i popoli tormentati dalla guerra” (Papa Francesco, 26 dicembre 2022).
Allora, bisogna ricordare, ma, soprattutto, far ricordare.
È proprio attraverso il consolidamento della nostra memoria storica, la quale non può non avere come presupposto una salda e rinnovata coscienza delle nostre radici, che si può piegare il negazionismo e, con esso, ogni pericolo di ritorno a un passato così tragico e orrendo.
Rinnovare ogni anno il ricordo è fondamentale: lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri studenti, ai nostri figli, ma anche ai nostri genitori e ai nostri nonni, nonché alle vittime di quelle barbarie e a tutti coloro che hanno combattuto, spesso a prezzo del loro stesso sangue, per donarci un’Europa democratica, pacifica, libera e aperta a tutte le culture e a tutti i popoli!
“A scuola per le STEM”. Gli alunni della classe V D del Liceo Classico Europeo, impegnati con il coding e la robotica, realizzano un robot “intelligente” per il pensiero computazionale!
In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Alzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.
«È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Centrale è questo interrogativo che Gesù pone ai farisei. Ritenete che, pur essendo sabato, si possa salvare la vita di una persona o pensate che questa persona debba essere abbandonata al suo destino?
Nella pagina odierna del Vangelo, Gesù si sofferma ancora sulle prescrizioni e sulle norme che caratterizzavano la legge mosaica, soprattutto in merito al sabato. Lo Shabbat era un po’ come per noi la domenica: il giorno del Signore, il giorno del riposo, il momento in cui ci si doveva astenere dalle attività lavorative per pregare e per lodare il Signore. E, pertanto, secondo l’interpretazione eccessivamente rigida dei contemporanei di Gesù, di sabato non doveva essere considerato lecito neppure guarire una persona, in quanto ciò rientrava nelle attività lavorative.
Gesù pone questa domanda ai farisei, ma, con sua grande delusione, non può fare altro che constatare la loro ottusa durezza dei cuori. Ma il Figlio dell’uomo, sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek, è venuto tra gli uomini proprio per rinnovare i cuori degli uomini, portando a compimento e umanizzando la legge mosaica. Pertanto, di sabato, nella sinagoga, non esita a guarire la mano paralizzata di una persona.
Alla durezza dei cuori dei farisei si contrappone la dolcezza e la mitezza con cui Gesù si rivolge alla persona malata: “tendi la mano” e, da quel momento, “la sua mano fu guarita“.
Anche oggi, il Signore vuol ricordare a tutti noi che al centro di tutto, alla base di ogni norma e di ogni legge, devono esserci sempre il benessere e la felicità degli uomini, quegli uomini che Dio ha tanto amato da donare il suo Figlio unigenito (GV 3,16). Norme e precetti devono spingerci a compiere il bene, ad agire per gli altri, ad andare, sempre e comunque, in aiuto agli altri, secondo le nostre possibilità.
Anche a noi Gesù, ogni giorno, dice “Tendi la mano” e, a sua volta, ci porge la sua mano. Ogni giorno Egli ci invita ad aprirci al Vangelo e, attraverso il Vangelo, ad aprirci agli altri, al nostro prossimo.
Il Signore è sempre pronto a guarirci, a liberarci dalle nostre paure e dalle nostre paralisi e lo fa anche chiamandoci continuamente a stare sempre dalla parte delle persone, soprattutto, di quelle più bisognose. Nei loro occhi, nelle loro parole, nei loro gesti e nelle loro sofferenze noi possiamo incontrare Gesù che è sempre in mezzo a noi; possiamo vedere il Signore che ci dice ancora “tendi la mano” per essere guarito, ma anche, a tua volta, per guarire gli altri!
Apriamoci, dunque, a Cristo, spalanchiamo a lui le porte del nostro cuore, facendoci, attraverso di lui, messaggeri di pace, in un mondo sconvolto da tante guerre, e testimoni di gioia, di conforto, di amore e solidarietà, in un tempo, quello in cui viviamo, macchiato e contaminato da egoismi, povertà, tristezza e solitudine.
Gesù, con le sue parole e le sue azioni, “provoca” non solo i farisei del suo tempo, ma anche tutti noi oggi, chiedendoci di scegliere da che parte stare e indicandoci la via giusta.
Forse, ciò che possiamo fare per gli altri, può sembrare insufficiente, eppure il poco diventa molto nelle mani di Dio.
Ciascuno di noi, illuminato e guidato dalla Parola di Gesù, può diventare una “piccola goccia” dell’immenso Oceano dell’amore di Dio, un piccolo porto di quiete, una piccola ancora di salvezza nel mare tempestoso di chi soffre e di chi è in pericolo!
In quel tempo, di sabato, Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.
I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».
Gesù difende dalle critiche dei farisei i discepoli accusati di violare il sabato, perché in tale giorno essi raccolgono le spighe. Questo atto rientrava, secondo la legge ebraica, tra le attività lavorative vietate nel giorno del sabato, considerato come “giorno del Signore”.
Le parole dei farisei, in verità, sono caratterizzate da un legalismo sterile e fine a se stesso e costituiscono un pretesto per non accogliere la proposta di rinnovamento e di conversione suggerita da Gesù. Ma il Signore, che scruta i cuori di tutti, ribatte citando, come testimonianza, il passo delle Scritture in cui Davide, in un momento di grande necessità, entrò con i suoi compagni nel tempio e mangiò, con loro, i pani, compiendo un’azione che spettava solo ai sacerdoti.
Così, in merito al sabato, Gesù esclama a gran voce: “il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato! Perciò, il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”.
Gesù apprezza i digiuni, come momento in cui l’uomo dimostra la sua forza contro ogni tentazione e ogni schiavitù. Gradisce anche il rispetto di altre pratiche religiose, come quella dello Shabbat, in quanto momento di riposo, di contemplazione e di lode per Dio e per tutto ciò che Egli ci ha donato. Tuttavia, ci invita a “partecipare al riposo di Dio, non a subirlo”. Per questo, Cristo, in qualche modo, subordina il sabato alla centralità dell’uomo e ai suoi bisogni.
Contro ogni rigido fanatismo e legalismo, Gesù vuol far comprendere che il sabato è stato voluto come “giorno del Signore” non per opprimere gli uomini, ma per offrire loro un gioioso momento di lode, di adorazione e di santificazione.
Gesù, dunque, cambia nel profondo la legge del sabato, le dà compimento, la innesta nella legge dell’amore e della carità, proponendo, ancora una volta, una vera e propria conversione della mente e dei cuori.
Nella conversione che Gesù ci propone non c’è più spazio per le vecchie categorie di “lecito” e “illecito”. Già ai tempi di Davide, il Signore aveva fatto capire che le regole sono state fatte per l’uomo e non viceversa.
La legge è stata concepita per far vivere meglio l’uomo e non per soffocarne la dignità. La Legge mosaica non viene abolita, ma, anzi, completata e umanizzata.
Anche a noi Gesù chiede di vivere nel suo amore e di testimoniare con fede il suo Vangelo, senza mai volgere in nostro sguardo indietro e liberandoci da forma di ostacolo o di pretesto che ci impedisca di collaborare al progetto che Dio ha per ciascuno di noi. Per farlo, però, dovremo saper accogliere il “vino nuovo in otri nuovi”, lasciandoci rinnovare dalla “gioia del Vangelo”.
Non mancano certamente esempi illustri a cui ispirarci per far arrivare a tutti l’amore caritatevole di Cristo. Pensiamo a un grande santo di cui oggi ricorre la memoria liturgica: S. Antonio Abate (III-IV secolo) che, in piena aderenza con lo spirito evangelico, si privò di tutti i suoi beni per accogliere in modo radicale la proposta di Gesù; pensiamo a S. Francesco, ma anche a testimoni più recenti, come il beato Carlo Acutis, oppure l’amato Fratel Biagio Conte, “missionario di speranza e di carità”, scomparso lo scorso 12 gennaio, che con la sua “fede perseverante” si è fatto ultimo tra gli ultimi, dedicando a loro ogni istante della sua vita.
Certo, la conversione che Gesù richiede a ogni cristiano è un percorso molto impegnativo che si basa su «regole» e leggi precise, ma anche molto «semplici», da seguire nella concretezza della vita. Queste leggi devono essere attuate sempre attraverso slanci di carità e di lealtà verso il nostro prossimo.
In questo percorso non siamo soli: i grandi santi, la Madonna, lo Spirito Santo sono sempre pronti ad accompagnarci.
Lasciamoci, dunque, guidare da loro e lasciamoci soprattutto prenderci per mano da Gesù che non ci abbandona mai e non ci fa mai mancare il suo aiuto e il suo conforto.