Apriamo le porte del nostro cuore alla “potestà salvatrice” di Cristo

(riflessioni sulle letture di oggi 28/05/2024)

“Carissimi, sulla salvezza indagarono e scrutarono i profeti che preannunciavano la grazia a voi destinata” (1Pt, 1-10).

La salvezza a cui Pietro fa riferimento è quella delle anime, la redenzione offertaci da Gesù con la sua passione, morte e resurrezione, preannunciata dai profeti. Il riferimento ai profeti “ispirati dallo spirito di Cristo” evidenzia, inoltre, l’armonia e la comunione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra la vecchia e la nuova alleanza.

Il tratto di unione è dato dallo “spirito di Cristo”, sì, proprio quello Spirito Santo, il Paraclito inviato dal Signore nel giorno di Pentecoste sulla Chiesa nascente.

L’apostolo Pietro ci rassicura e ci incoraggia, ma, nello stesso tempo, ci invita ad essere sobri e temperanti e ad affrontare anche le prove e le sofferenze che possono presentarsi lungo il cammino della nostra esistenza.

Attraverso queste prove, infatti, noi possiamo purificarci e risplendere di maggior luce alla presenza del Dio della luce, proprio come l’oro viene purificato e temprato dal fuoco.

Certo, questo significa anche dover abbracciare una croce che può sembrarci difficile da portare. Eppure, al nostro fianco, accanto a ciascuno di noi, c’è un “Cireneo” speciale che può aiutarci a sopportarne il peso: quel “Cireneo” è Gesù, l’Emmanuele, il “Dio con noi” e il “Dio in noi” che ci invita a metterci sotto il suo giogo dolce e soave, ad abbandonarci a lui con la tranquillità di figli.

Il nostro tenero, sincero e filiale “abbandono” al Signore ci garantirà quelle meraviglie che il Signore compie per ogni uomo e per le quali possiamo e dobbiamo ringraziarlo con lo splendido canto di lode che troviamo nel salmo 97.

Il tema della salvezza è presente anche nel passo odierno del Vangelo (Mc 10,28-31), in cui, alle parole di Pietro, Gesù risponde affermando che porsi alla sua sequela può comportare sacrifici, tribolazioni, prove, sofferenze, ma anche una straordinaria ricompensa. Sì, il Signore ci renderà il centuplo e ci offrirà la salvezza, unica vera meta alla quale dobbiamo aspirare.

Se ci sforzeremo di essere santi, lo sguardo di Gesù si poserà su ciascuno di noi ed egli non smetterà di amarci. Gesù non aspetta altro che questo. Per questo ci chiama con la sua vocazione speciale. E noi, a nostra volta, non dobbiamo fare altro che lasciarci pervadere dalla sua presenza e sottometterci al suo giogo dolce e soave, rendendoci, così, meritevoli della sua ricompensa.

Facciamo nostre le parole di San Giovanni Paolo II: “aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo, alla sua salvatrice potestà”. Se noi apriremo le porte del nostro cuore a Cristo, egli aprirà a noi le porte del suo amore e la sua Parola sarà “lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino”.

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«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna” … (San. Giovanni Paolo II, domenica 22 ottobre 1978, all’inizio del Pontificato di Giovanni Paolo II)».

L’amore unificante ed universale di Cristo

Riflessioni sulla liturgia di oggi, 2 maggio 2024

Oggi la Chiesa celebra la memoria di Sant’Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa, convinto e tenace difensore della fede autentica in un periodo in cui essa era messa a dura prova dall’eresia ariana che, negando la natura divina di Cristo e, quindi, l’uguaglianza e la consustanzialità del Padre e del Figlio, metteva in discussione lo stesso disegno salvifico del Padre per le redenzione dell’umanità attraverso il Figlio.

Le questioni poste in essere da Ario furono affrontate, in particolare, nel Concilio di Nicea del 325 da cui scaturì il “Credo” niceno.

Di “concilio” si può, tuttavia, parlare già con il passo odierno degli Atti (15, 7-21): è il Concilio di Gerusalemme, tenutosi intorno al 49, sul tema che si ricollega al v. 5 dello stesso capitolo, in cui alcuni farisei convertitisi alla religione cristiana affermano che la salvezza è subordinata alla circoncisione.

Paolo e Barnaba, che da Antiochia sono venuti a Gerusalemme proprio per discutere su tale questione, affermano, in linea con la visione di Pietro, che la salvezza e il perdono dei peccati sono il frutto dall’opera di Dio mediante la fede degli uomini e la grazia del Signore Gesù Cristo.

Il Concilio, a cui partecipano Paolo, Barnaba, Pietro e Giacomo, approda alla conclusione che la vera “circoncisione” richiesta da Dio è la “circoncisione dei cuori”. L’uomo è puro per la fede e per la sua capacità di testimoniare il Vangelo.

Pietro, in particolare, afferma: “Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro” (Atti 15, 8-11).

Tale purezza , però, deve essere rafforzata, secondo la visione dell’apostolo Giacomo, con il rispetto di alcuni divieti, già presenti nella legge Mosaica, tra cui quello di astenersi dal culto degli idoli, dalle religioni false, dalle unioni illegittime e dal mangiare cibi impuri, come la carne di animali che avevano ancora il sangue al loro interno. Il sangue, infatti, è il simbolo della vita e, come prescritto già dalla legge mosaica, deve essere offerto al Signore.

Giacomo media tra la posizione di Pietro e quella dei farisei convertiti. Questi ultimi, sconfitti in merito al principio della circoncisione, segnano, in qualche modo, un punto a loro favore con l’imposizione l’obbligo di osservare altri importanti divieti già presenti nella Legge di Mosè.

Così, se da un lato, non si impongono ai pagani convertiti regole “irricevibili” (la circoncisione era considerata dai pagani, già in età classica, un’usanza inammissibile), dall’altro si prescrivono loro alcune regole fondamentali che devono essere rispettate da ogni fedele cristiano.



Una novità straordinaria, quella della salvezza universale donata da Cristo a tutti i popoli, che affonda le sue radici nel passo del Salmo di oggi (95, 1-3, 10):

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.

In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite le sue meraviglie.

Dite tra i popoli: «Il Signore regna!».
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.

Il canto nuovo è la novità del Vangelo, il cui messaggio è universale e, dunque, può e deve essere “cantato” da tutti i popoli della terra.

La decisione assunta dal Concilio di Gerusalemme è perfettamente in linea con quanto predicato nel passo del vangelo di oggi (Gv 15, 9-11), in cui l’evangelista ci invita ad osservare i comandamenti per rimanere sempre radicati nell’amore di Cristo. Solo così potremo contribuire a far nascere una vita e un’umanità nuove.

L’amore che Gesù ci chiede, tuttavia, è totalizzante ed anche esigente, come leggiamo nei versetti immediatamente successivi a quelli che ci vengono proposti oggi dal Lezionario. Cristo ci esorta ad amarci reciprocamente, come lui ha amato noi, e a offrire la nostra vita per gli amici, mettendo a disposizione il nostro tempo per aiutare chi si affida a noi.
Ecco le parole di Gesù che ritroviamo Gv 15, 12-15 ” Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.

Riflettiamo, dunque, su quanto oggi ha da dirci la Parola di Dio e preghiamo lo Spirito Santo affinché ci aiuti a rimanere sempre nell’amore di Cristo, rispettando concretamente il suo più nuovo e più grande comandamento.

Possiamo senz’altro vedere nella parole di Giacomo l’azione sapiente, equilibrata e, proprio per questo, unificante dello Spirito Santo. Quello del Concilio di Gerusalemme può, dunque, costituire, proprio grazie all’azione di Giacomo, uno straordinario esempio di apertura verso al mondo o, come diremmo noi oggi, di dialogo ecumenico.

A Gerusalemme si afferma in maniera irreversibile e definitiva il modello della Chiesa universale che aveva mosso i suoi primi passi ad Antiochia, in Siria, dove, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani (Atti 11, 19-26).