La nostra vera sfida: una MISSION (IM) POSSIBLE

Mission (im)possible: una battaglia da vincere non con la forza e con le armi, ma con la perseveranza e la coerenza del Vangelo

Nella prima lettura di oggi, 27/11/2024, tratta dall’Apocalisse di san Giovanni Apostolo, sono evocati i castighi di Dio per coloro che saranno trovati nel peccato, ma, di contro, anche la gioia di coloro che avranno mantenuto fino alla fine la fede in Cristo, vincendo la bestia e le sue tentazioni. Costoro si glorieranno nel lodare il Signore.

A costoro il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Essi, come afferma Gesù nel vangelo, anche se saranno perseguitati nel suo nome, si salveranno, non perderanno la loro vita, non moriranno in eterno. Potranno essere calunniati, accusati ingiustamente, maltrattati, vilipesi, ma il Signore sarà sempre al loro fianco.
Il vangelo di oggi ci fa capire che essere cristiani non è facile, non lo è mai stato e, forse, non lo sarà mai. Gesù fu perseguitato, i suoi discepoli furono perseguitati. Nella storia tanti fratelli e sorelle in Cristo hanno vissuto privazioni e sofferenze terribili per la loro fede in Cristo.

Ancora oggi, se ci pensiamo, nelle comunità cristiane ci sono i “martiri”, cioè i testimoni coerenti del Vangelo che, proprio per questo, vengono attaccati, derisi, contrastati e, in diversi Paesi del mondo, imprigionati e uccisi.

D’altronde, anche nei nostri ambienti, chi non ha dovuto, almeno una volta, difendersi da un’accusa ritenuta ingiusta, da un attacco inatteso? Spesso, quando più ci impegniamo in qualche cosa, quanto più ci mettiamo anima e corpo, tanto più sembra che ci attiriamo le critiche e diventiamo bersaglio di accuse altrui. Forse perché diamo il buon esempio a chi non vorrebbe impegnarsi in nulla o forse semplicemente perché diamo fastidio per il fatto che ci impegniamo in qualche cosa. Questa e tante altre ragioni potrebbero essere alla base di comportamenti scorretti verso di noi. D’altronde, l’invidia, le gelosie, i rancori lacerano i tessuti sociali, i luoghi di lavoro, le comunità, le famiglie, gli Stati e le Nazioni.

In Europa e in un mondo sempre più secolarizzati i cristiani subiscono sempre di più soprusi e ingiustizie. Questo perché al mondo e alla società sempre più secolarizzati non piace seguire i valori cristiani di amore, carità e di umanità.
Gesù, però, ci invita a perseverare, a pregare per i nostri nemici e per i nostri persecutori. Ma ci dice anche che la sfida del cristiano, oggi e sempre, è quella di rispondere con l’amore all’odio. Carissimi, questo non è buonismo fine a se stesso! Questo è vangelo!
Allora, carissimi fratelli e sorelle in Cristo, anche nelle comunità in cui viviamo e operiamo, non dividiamoci, non contrastiamoci gli uni con gli altri. Sosteniamoci a vicenda! Correggiamoci anche tra di noi, quando è necessario, ma sempre nell’ottica dell’amore fraterno. E, soprattutto, cerchiamo sempre il coraggio di perdonarci a vicenda!

Cristo unisce e Satana, il διάβολος, il calunniatore, divide.

È sulla strada dell’amore e dell’unione che incontreremo Gesù, non su quella dell’odio e della divisione.
Dobbiamo combattere ogni giorno una grande battaglia spirituale: non vinceremo con le armi, né tanto meno con la forza, ma con la perseveranza e la coerenza, con l’amore e la bontà.

Non abbiamo paura, non scoraggiamoci mai! Il Signore sarà sempre al nostro fianco e, ogni volta che ci servirà, il fuoco dello Spirito Santo soffierà sulla nostra anima e ci renderà capaci di superare il male con il bene e a trionfare, ben saldi e ancorati nella nostra fede in Cristo.

Certo, nel mondo attuale, sempre più dilaniato da guerre, sciagure e ingiustizie, ciò appare sempre più irrealizzabile. Ma noi cristiani abbiamo una grande possibilità: quella di rendere possibile una missione impossibile. La nostra capacità di amare e di perdonare può essere come la gomma di una matita che cancella gli errori scritti, da altri o da noi, nelle pagine della nostra vita!

Informazione e internet: alcuni aspetti da conoscere

Alcuni termini specifici da conoscere
BOT = software realizzato per eseguire le operazioni online in modo automatico e ripetitivo. Sono profili che mettono like, che creano in poco tempo tanti messaggi in poco tempo per favorirne la diffusione.
Troll = persona reale che interviene nelle discussioni per provocare o deviare la conversazione. I troll pubblicano messaggi o commenti offensivi.
Meme = contenuto ironico e satirico che si diffonde attraverso anche un processo di auto replica.

2016 = anno cruciale per la disinformazione. Comincia l’era delle post-verità. “Il termine post-verità, traduzione dell’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.” (da Wikipedia).

Disinformazione

Bufala notizia non verificata e non verificabile: inglese Hoax.
In ambito gastronomico: alcuni commercianti disonesti spacciavano la carne di bufala per carne di vitella.
Fake news = informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero che viene divulgata, intenzionalmente o non intenzionalmente, su internet e attraverso i media e, in generale, le tecnologie digitali. Una fake news presenta un’apparente plausibilità, amplificata anche dai pregiudizi o dalle aspettative dell’opinione pubblica e resa credibile dalla mancanza della verifica delle fonti.
A partire dal gennaio 2017, fake news ha preso un significato traslato: il presidente Donald Trump si rifiutò di rispondere alla domanda di un giornalista (Jim Acosta) della CNN e lo definì una “fake news” vivente.
Dal 2017, dunque, secondo il report di Information Disorder, elaborato da Claire Wardle e Hossein Derakhshan nell’ottobre 2017, l’espressione fake news, dopo la battuta di Trump, cominciò ad essere impiegato dai politici non più in riferimento ad una singola notizia, ma nei confronti di un’intera testata giornalistica a loro sgradita.

Anche in virtù di questi slittamenti di significato, è preferibile sostituire, in maniera più completa, l’espressione fake news con i termini disinformazione, malinformazione e misinformazione.
Questo anche perché, se le fake news sono notizie completamente false, molte notizie possono anche avere un fondamento di verità, ma, se usate in modo decontestualizzato, possono essere dannose. Molte di quelle che definiamo “fake news” possono essere contenuti veri, decontestualizzati e diffusi sui social da profili veri usati per danneggiare un avversario politico. Oppure, può esserci un mix di fatti reali e fatti non verificati. Anche un meme che viene diffuso in modo virale può essere una fake news. Così come può essere dannosa la diffusione di un video riprodotto a velocità rallentata allo 0,75% per far sembrare ubriaca una persona che parla.
Per questo, l’espressione “fake news” è un termine troppo generico e semplicistico per indicare un fenomeno molto complesso.

  1. verità/falsità
  2. intenzionalità/non intenzionalità di provocare danno

La misinformazione è un’informazione fuorviante imprecisa o completamente falsa, diffusa senza l’esplicita intenzione di ingannare. Essa è percepita dai destinatari come una notizia seria e concreta perché fa leva sulle loro opinioni. Ad esempio, una notizia sulla terra piatta, che per noi è completamente falsa, per i terrapiattisti può essere veicolata come una notizia vera e concreta perché avvalora le loro opinioni.

La malinformazione, invece, è una informazione veritiera, ma è utilizzata, anche in modo decontestualizzato, per recare danno ad un esponente politico, ad un’organizzazione o a un intero Paese. Un esempio è quello di Sanna Marin, giovane primo ministro donna finlandese, che fu al centro di polemiche dopo la pubblicazione di un video in cui ballava in modo allegro e scatenato, ubriaca, in una festa privata. Anche la diffusione della corrispondenza privata di Hillary Clinton, che contribuì a farle perdere le elezioni presidenziali, è un esempio di mala informazione.

La disinformazione ha caratteristiche di falsità e di ingannevolezza e nocività. Può avere l’obiettivo di guadagnare soldi, creare pressione politica o solo per causare danni, problemi e confusione.
È molto pericolosa perché influisce sull’opinione pubblica e sulle decisioni e le azioni dei cittadini. Ne è un esempio il Pizzagate del 2016. Secondo questa grave disinformazione, esponenti del partito democratico americano, tra cui Bill e Hillary Clinton sarebbero stati coinvolti in un giro di pedofilia che sarebbe stato attivo nella pizzeria Comet Ping Pong. Questa disinformazione era stata diffusa da esponenti della destra, repubblicani, dello stesso partito di Trump, durante le elezioni presidenziali del 2016 per danneggiare la Clinton che era la candidata dei democratici.
Il 4 dicembre 2016 un ventottenne entrò armato nella pizzeria, terrorizzò i clienti e minacciò di sparare. La disavventura si concluse positivamente con l’arresto del giovane.
Questo è un esempio di come la disinformazione abbia conseguenze molto negative nel mondo virtuale, ma anche nella vita reale.
Quando la disinformazione viene diffusa sui social, può trasformarsi anche in misinformazione. Ciò accade, ad esempio, quando un contenuto disinformativo viene condiviso sui social da una persona che non è consapevole della falsità, dell’ingannevolezza e della nocività di quella notizia.
Ecco perché i disordini informativi non si possono ridurre alle sole categorie di vero/falso, ma devono sempre prendere in considerazione le intenzioni di chi li diffonde.

Information Disorder: agente – messaggio – referente
Ci sono tre diverse fasi di una possibile disinformazione:

  1. creazione, quando si crea un messaggio.
  2. riproduzione, quando il messaggio viene riprodotto, assumendo la veste di un prodotto mediale
  3. distribuzione, quando il prodotto è distribuito o condiviso sui social Nell’era dei social chi condivide è anche riproduttore di un messaggio.

Agente: chi è? Ufficiale / non ufficiale? Quanto è organizzato l’agente? Lavora in organizzazioni o singolarmente? Quali sono le motivazioni dell’agente: finanziario? Politico? (screditare un personaggio), sociale? Psicologico? Quale pubblico vuole raggiungere? È un bot? È un cyborg? L’agente vuole ingannare e nuocere a persone e organizzazioni o no?

Sette modi di fare disinformazione:

  1. contenuto ingannevole (uso ingannevole di una notizia per danneggiare)
  2. falsa connessione (titoli, immagini di copertina e citazioni non corrispondono al vero)
  3. satira o parodia (non implica, a priori, l’intenzione di danneggiare, ma la possibilità di ingannare, anche se inconsapevole, c’è)
  4. contenuto fabbricato (contenuto falso al 100%, intenzionalmente creato con l’obiettivo di creare un danno)
  5. contenuto manipolato (manipolazione di un’informazione o di un’immagine)
  6. contenuto diffuso da impostori (quando chi diffonde un messaggio si presenta come altra persona, si finge una persona diversa)
  7. Falso contesto (quando un’informazione vera viene condivisa insieme a informazioni decontestualizzate)
    I primi tre sono di danno basso. Gli altri quattro, invece, sono di danno alto.

Possibile classifica dei motivi per i quali si fa disinformazione, malinformazione o misinformazione:
a. motivi economici: è il caso dei siti clickbaiting, acchiappaclic. Sono anche siti sharebait
b. propaganda. Rientra in questa categoria anche la “post-verità”: notizia falsa o costruita ad arte e spacciata per attendibile allo scopo di influenzare l’opinione pubblica
c. “passion”, o interesse di parte. Si verifica ciò quando alcune questioni scottanti, come immigrazione, estremismo islamico, temi LGBT sono affrontati con un linguaggio troppo acceso, lasciandosi guidare dalla passione o dall’orientamento politico, piuttosto che dalla precisione e dall’attendibilità.
d. Politics (influenza politica)

Perché ri-condividiamo, anche inconsapevolmente, disinformazione, misinformazione e malinformazione?

  1. Teoria del deficit informativo: lo facciamo, anche inconsapevolmente, perché non siamo sufficientemente informati. Un esempio può essere questo: una persona è morta per il vaccino. Se ciascuno di noi condivide acriticamente questa informazione sui social, si finisce con il diventare diffidenti nei confronti del vaccino e non ci si fa più vaccinare. Se, però, ci informiamo meglio, magari possiamo scoprire che quella persona morta dopo il vaccino aveva in realtà delle patologie gravi e, quindi, possiamo scoprire che non il vaccino, ma magari un tumore o altro, può essere stata la causa di quel decesso.
  2. Teoria del “doppio processo” di Twersky e Kahneman. Secondo questa teoria, abbiamo due modi di pensare:
    a. sistema 1: processo automatico e sintetico che implica pochi sforzi
    b. sistema 2: processo analitico che richiede maggiori sforzi
    Siamo spesso “avari-cognitivi”, per cui usiamo il sistema 1, più superficiale. Questo, però, comporta la disinformazione perché, più è facile elaborare qualcosa, meno spazio diamo alla verifica dell’attendibilità di un contenuto. A causa della nostra avarizia cognitiva, preferiamo utilizzare metodi semplici e immediati, ma superficiali, piuttosto che metodi che richiedono ragionamento e riflessione. Questo significa che non pensiamo abbastanza quando dobbiamo risolvere qualcosa. Sono i nostri bias cognitivi (distorsioni). Se qualcosa ci sembra facile, allora appare come vero, secondo il principio dell’Easy = True. Ecco perché, la semplice ripetizione virale di una notizia, anche se falsa, la rende più facile da fruire e da elaborare, più familiare e più credibile.

Informazione e internet: la quarta rivoluzione informativa, l’Intelligenza Artificiale

Intelligenza Artificiale (dal 2016 a oggi e …. continua)
In questa fase chiunque può generare e manipolare informazione. Questa è l’epoca dei media sintetici, cioè, immagini, dei video o audio generati artificialmente da un computer tramite l’I.A.; essi appaiono estremamente realistici e difficilmente possono essere distinti dai media originali. Si tratta di una tecnologia che utilizza l’intelligenza artificiale per creare contenuti sintetici dall’aspetto autentico. La categoria dei media sintetici include anche contenuti deepfake, cioè, video (e non solo) falsi generati dall’intelligenza artificiale, che stanno diventando sempre più diffusi e convincenti; “arte” generata dall’IA, contenuti virtuali in ambienti di realtà virtuale (VR) e realtà aumentata (AR) e altri nuovi tipi di contenuti.
Quella del deepfake, parola coniata nel 2017, è una tecnica utilizzata per combinare e sovrapporre immagini e video esistenti con video o immagini originali, tramite una tecnica di apprendimento automatico, conosciuta come rete antagonista generativa. Il deepfake può anche essere usato per creare notizie false, bufale e truffe, per compiere atti di ciberbullismo o altri crimini informatici di varia natura oppure per satira.
In sintesi, possiamo dire che i dati sintetici non vengono creati dall’uomo sulla base di quanto c’è nel mondo reale, ma sono realizzati da algoritmi di calcolo e simulazioni basate su tecnologie di intelligenza artificiale generativa.
Attraverso i media sintetici, la disinformazione diventa virale e, dall’altro lato, si ha un vero e proprio “proliferare epidemico” delle informazioni, al punto che si può parlare di infodemia, o di pandemia di informazioni. Diventa assai difficile, se non impossibile il controllo delle fonti.
Tra il 2015 e il 2016 i gestori dei grandi social cominciano a impiegare gli algoritmi di raccomandazione, utilizzati per prevedere le scelte degli utenti, soprattutto su siti commerciali come Amazon, e offrire consigli mirati sula base dei gusti e degli acquisti effettuati precedentemente. Questa tecnologia, osservando e registrando le scelte fatte dal singolo utente, propone dei contenuti e dei suggerimenti che gli potrebbero piacere per spingerlo ad un determinato acquisto.
“Per prima cosa, gli algoritmi raccolgono i dati rilevanti, usando una serie di metodi impliciti ed espliciti. I primi consistono, per esempio, nel monitoraggio delle ricerche dell’utente e del suo comportamento online e nell’analisi degli interessi da questo espressi sui social. Un esempio di metodo esplicito è invece una richiesta di valutazione dei contenuti proposti. Più dati vengono raccolti, migliori sono le raccomandazioni da parte dell’AI”
Gli algoritmi, operando tutti i settori della comunicazione digitale, fanno in modo che sia sempre più difficile distinguere tra notizie vere e notizie false e spesso portano ad amplificare notizie, facendole passare come veritiere, notizie che sono del tutto infondate. Più correttamente gli algoritmi di raccomandazione intercettano le nostre preferenze, più velocemente ci imbriglia in una trappola di informazione da cui non sempre possiamo uscire. Nascono delle vere e proprie rete di disinformazione e di manipolazione delle notizie.

Informazione e internet: la terza rivoluzione informativa, quella dei social media

Social Media (2015-2016) – L’avvento dei social media ha segnato un cambio notevole: chiunque può diventare canale di creazione e trasmissione dell’informazione che assume una dimensione sociale più spiccata. Ma, nello stesso tempo, in real time, oltre all’informazione, comincia a circolare anche la disinformazione che diventa, purtroppo, sempre più strutturata e virale attraverso i post degli utenti. Un esempio ci è offerto dall’ammaraggio di emergenza nel fiume Hudson dell’airbus US Airways 1549. La foto dell’ammaraggio viene scattata da un turista presente su un battello dal quale vede la scena. La novità, rispetto al passato, è che, questa volta, l’immagine non viene inviata ai giornali, ma è pubblicata dallo stesso autore sul suo profilo Twitter. I motori di questo airbus erano stati entrambi danneggiati da un impatto con alcuni volatili. Quella foto e quella notizia vennero poi riprese dai media tradizionali e dai cittadini. Questo passeggero, da fruitore o, al massimo, fonte notizia diventa media, creatore della notizia.
Questa novità si ripresenta di lì ad un anno, tra il 2010 e l’inizio del 2011, con le famose primavere arabe, iniziate in Egitto il 29 gennaio del 2010 e propagatesi, nel giro di poco tempo, in Tunisia e, poi, nel Medio Oriente, grazie ai passaparola sui social e, in particolare, su Facebook, che riuscirono ad aggirare le drastiche censure dei regimi dei Paesi medio-orientali. I social, con i cittadini ormai diventati veri e propri “media”, riescono ad eludere le imposizioni e le censure nazionali e imprimono una forte spinta dal basso ai movimenti giovanili e popolari che chiedevano un processo di apertura, di rinnovamento e di democratizzazione in Paesi da tempo abituati a vivere sotto regimi tirannici.
Si può tranquillamente dire che si consolida un tipo di informazione che avevamo già visto con la seconda rivoluzione informativa, quella del Citizen Journalism. Il cittadino – attivista e protagonista di movimenti di istanze rinnovatrici, attraverso i suoi social, diventano media senza alcuna forma di legittimazione dall’alto.
Tuttavia, la capillare diffusione dei social comincia gradualmente a comportare anche una diffusione della disinformazione altrettanto capillare.
Così, nella circostanza del terribile uragano Sandy che, nell’ottobre 2012, sferzò violentemente gli Stati Uniti, le notizie e le foto che circoleranno sui social media si riveleranno in parte vere, in parte false, in parte difficili da verificare.
E, a questo punto, ci troviamo dinanzi ad un nuovo spartiacque: soprattutto per le notizie difficili da verificare, non si sa più cosa sia vero e cosa sia falso, proprio a causa dell’impossibilità di verificarle.
Quando, nel 2011, scoppia la guerra civile in Siria, si inaugura il fenomeno dei video journalist: cittadini che scendono in strada per fare riprese, non allo scopo di fare un’informazione corretta e veritiera, ma solo per attivismo e partigianeria. E ciò renderà ancora più devastante il fenomeno della disinformazione a scopi politici.
I cittadini del cosiddetto villaggio globale avranno modo di rendersene conto, di lì a poco, con la drammatica diffusione dell’Isis, il califfato islamico, che riuscì ad organizzare un vero e proprio media center, allo scopo di fare proselitismo attraverso quella che si può definire la strategia del video disintermediato, pubblicando sui social e anche su YouTube le immagini degli orrori e delle stragi commesse.
L’aggettivo disintermediato fa riferimento al processo della disintermediazione, attraverso cui i tradizionali canali di informazione vengono scavalcati grazie all’utilizzo dei social media. In pratica, questo significa che l’informazione è affidata sempre di più ai singoli cittadini e sempre di meno alla carta stampata e ai media tradizionali. Dalla disintermediazione alla disinformazione il passo è breve: nuovi fenomeni negativi, come i troll che diffondono in rete notizie false per depistare ed orientare l’opinione pubblica, gli algoritmi che condizionano il flusso delle notizie, facendo in modo che l’informazione si concentri solo su alcuni argomenti e solo attraverso alcuni punti di vista, stanno compromettendo sempre di più l’obiettivo di un’informazione attendibile, veritiera e libera.
Il fenomeno dei media disintermediati, rilanciato anche dalla comunicazione dell’Isis, anticipa, a sua volta, quanto accadrà con la quarta rivoluzione informativa, quella dell’Intelligenza Artificiale.

Informazione e internet: la seconda rivoluzione – Citizen Journalism

Citizen Journalism: la seconda rivoluzione nel mondo dell’informazione. Il cittadino comune si trasforma in “giornalista sul campo”. L’informazione assume un carattere marcatamente sociale, è ancora in real time, ma la documentazione e la diffusione avviene anche attraverso i telefoni cellulari. È un’informazione interattiva, con una dimensione sociale e, purtroppo, comincia a spianare la strada anche alla disinformazione. Ciò comincia ad avvenire con l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001, quando l’evento veniva raccontato in real time, da fonti di tutto il mondo, non più attraverso la televisione, ma attraverso internet e si svilupparono nuove modalità di racconto. Molte informazioni scaturirono dai messaggi che coloro che viaggiavano sugli aerei depistati inviarono ai familiari prima di morire. In Italia la notizia fu data non dai telegiornali, ma dal sito internet di Repubblica.it.

Si sviluppa, a partire dal 2005, un vero e proprio giornalismo dal basso, realizzato dai cittadini. Il Citizen Journalism, nel 2008, si organizzò, attraverso i social per spingere in avanti la campagna elettorale di Barack Obama. Questo fu un primo esempio di come i cittadini possano prendere parte attiva agli eventi politici nazionali e / o internazionali, muovendosi dal basso, magari standosene anche comodamente seduti sul divano di casa propria o organizzando, attraverso la rete, eventi mediatici come meet o flash mob con lo scopo di mobilitare e sensibilizzare l’opinione pubblica. Sembra rinascere, dopo tanti secoli e qualche millennio, una nuova agorà “ateniese” fondata sulla partecipazione democratica e diretta di tanti cittadini, locale, regionale, globale e glocale. Alcuni spot adottati poi dai protagonisti di campagne elettorali non furono creati dal loro staff, ma da singoli attivisti sula rete e vennero poi mutuati dai politici. I cittadini, dunque, si attivano attraverso i social per “imporre” un nuovo modello politico, più aperto, più innovativo e, ovviamente, digitale. Si afferma un nuovo ruolo del cittadino: non più pubblico da influenzare e da informare, ma egli stesso parte attiva, fonte di informazione, oggi diremmo “influencer”, in grado di prendere parte attiva agli eventi mondiali. Io ricordo qualche esperienza personale piuttosto forte, in particolare una che risale alla fine degli anni ’90: durante la guerra del Kosovo, una sera, mentre stavo seguendo sui telegiornali le informazioni, attraverso la chat mIRC, parlavo quasi ogni sera con persone che in Kosovo o in Serbia vivevano in tempo reale gli avvenimenti della guerra e una volta, mentre stavo chattando con una persona che parlava e scriveva bene in italiano, questi mi disse che, proprio in quel momento, stavano arrivando dei bombardamenti, spiegandomi quali parti della sua zona stavano colpendo. È da notare che a chat mIRC, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 era l’unico modo per chattare e comunicare in tempo reale con persone o gruppo di persone in tutto il mondo.

Nel luglio del 2010 Julian Assange pubblicò sulla piattaforma WikiLeaks l’Afghanistan War Diary, una raccolta di 90.000 documenti del governo americano, top secret, relativi all’impegno militare dei soldati americani in Afghanistan e che riportavano notizia anche di abusi compiuti dai Marines. A questo evento fece seguito, sempre nell’ottobre 2010 e sempre su WikiLeaks, la pubblicazione di ben 400.000 documenti scottanti di abusi americani in Iraq.
Il 18 novembre di quello stesso anno, il Tribunale Internazionale di Stoccolma emise un mandato di arresto internazionale nei confronti di Assange, con l’accusa di stupro, “suffragata” dalle testimonianze di due donne. Nel 2016 WikiLeaks pubblicò mail private e top secret atte a screditare Hillary Clinton, facendole perdere le elezioni a vantaggio di Donald Trump.

Questi esempi fanno emergere due aspetti del Citizen Journalism:
a. la democratizzazione dell’informazione, anche attraverso la messa a disposizione dell’opinione pubblica di documenti secretati
b. il danno che può implicare un’informazione senza filtri e, talvolta, non verificata.
Il 20 giugno del 2009, durante una rivolta contro il leader iraniano Ahmadinejad, viene uccisa Neda Agha Soltan nel corso della repressione della ribellione. Le immagini della sua morte vengono riprese con un cellulare e diffuse sul web da un medico presente a quegli avvenimenti. Il video diventa virale e, così, Neda diventa il simbolo della rivolta iraniana contro il regime. Si inizia a vedere il potere dei social che diventano non più amplificatori di notizie, ma come veri e propri media produttori di notizie, vere e proprie agenzie di informazione. In quello stesso giorno, però, inizia un incubo per un’altra donna, legata, come docente, alla stessa università dove Neda Soltan era iscritta come studentessa. Questa donna è Neda Soltani, colpevole, per così dire, di avere lo stesso nome della ragazza uccisa e un cognome molto simile. Da quel momento, dunque, l’immagine della professoressa compare in tutti i tg del mondo come vittima delle violenze del regime iraniano
Questo omicidio di Stato ha suscitato numerose e notevoli reazioni internazionali a causa di un video amatoriale che ha testimoniato gli ultimi istanti della sua vita. Il filmato che ha ripreso la sua morte è stato diffuso via Internet e il suo nome è velocemente diventato un grido di protesta scandito dagli oppositori che accusavano il presidente Ahmadinejad di brogli elettorali, ai danni dell’avversario e leader dell’opposizione Mir-Hosein Musavi. Il video amatoriale, ripreso con uno smartphone da un medico presente sul posto, fu diffuso sui social che, a partire da questo momento, diventano dei veri e propri media. Neda diventa, così, il simbolo della rivolta.
Un esempio di quanto pericolosa possa essere un’informazione senza filtri, cioè non controllata, ci è offerto dalla vicenda di un’altra donna, Neda Soltani, docente che insegnava nella stessa università della ragazza uccisa. I giornalisti di tutto il mondo andarono alla ricerca di qualche immagine e di qualche notizia sulla giovane che era stata assassinata dalle autorità iraniane. Ma, per errore, diffusero sui social la fotografia di un’altra donna, anche lei di nome Neda, che, in tal modo, fu scambiata dall’opinione pubblica mondiale per la ragazza che era stata uccisa e compare in tutte le immagini dei telegiornali del mondo. Neda Softani fu costretta dal regime iraniano a smentire la propria morte. Ma questa vicenda scombussolò la sua esistenza, fino al punto da costringerla a fuggire dal suo Paese per chiedere asilo politico all’estero. Vive tuttora in Germania.
Questo avvenimento anticipò quelle che sarebbero poi state le caratteristiche distintive della terza rivoluzione dell’informazione: quella dei social media.

Informazione e internet: quattro rivoluzioni informative

  1. Nascita del web 1.0 (dal 1991 fino al 2000)
  2. Citizen Journalism (dal 2000 al 2008)
  3. Social Media (dal 2005 al 2016)
  4. Intelligenza Artificiale (dal 2016 a oggi e …. continua)

1. Con la nascita del web 1.0 chiunque ha avuto la possibilità di diventare fonte informativa, di reperire e scrivere informazioni con grande facilità e diffonderle sulla rete. In precedenza, le fonti informative, quelle dei giornali e delle televisioni erano poche e ben riconosciute. Con l’avvento del web ciascuno di noi può trovarsi addirittura nella possibilità di offrire informazioni agli altri e anche ai giornali. Soprattutto negli ultimi anni, non di rado, quando su un giornale o su un mezzo televisivo è stata riportata una notizia, sono stati citati anche commenti, impressioni e giudizi lasciati dagli utenti sui social. I social diventano, ad opera di cittadini comuni o di personaggi famosi, canale di informazione e strumento di dibattito anche politico.
Un esempio eclatante è proprio quello avvenuto ieri: con un post su X, Elon Musk si è scagliato contro alcuni giudici italiani.
L’informazione cambia e diventa digitale e si verifica un incremento notevole delle fonti informative. Oltre per il digitale, dal 1991 in poi, l’informazione si caratterizza per la notevole pluralità delle fonti e per il fatto che essa è in real time, cioè, avviene in tempo reale, è un continuo work in progress, per cui, ad esempio, i quotidiani cartacei, già a metà della giornata in cui vengono acquistati, risultano rapidamente superati del continuo e più aggiornato flusso di notizie. Questo ha spinto anche i quotidiani ad adeguarsi alla nuova situazione, organizzandosi maggiormente con interviste e con approfondimenti.
Le caratteristiche di questo nuovo modello di informazione furono, in qualche modo, anticipate, il 2 agosto 1990, da un evento straordinario: la prima guerra del Golfo, scoppiata perché l’allora dittatore iracheno Saddam Hussein invase il piccolo Stato del Kuwait. Si formò una coalizione di 35 Stati, formatasi sotto l’egida dell’ONU e guidata dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di ristabilire la sovranità del piccolo emirato del Kuwait, dopo che questo era stato invaso e annesso dall’Iraq. Questa coalizione combatté contro Saddam per difendere il piccolo Stato da lui invaso e occupato.
Tra i Paesi che vi presero parte ci furono anche paesi arabi come l’Egitto, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti.
La prima guerra del Golfo divenne un evento mediatico senza precedenti e si configurò, a tutti gli effetti, come informazione real time, senza filtri e a ciclo continuo.
Fu un evento mediatico che segnò uno spartiacque nella storia dei media: fu infatti definita «la prima guerra del villaggio globale».
Per la prima volta, fu possibile, ad esempio, vedere i bombardamenti missilistici nello stesso momento in cui essi si verificavano. Grazie alle immagini della CNN, riprese e rilanciate sugli schermi dai media mondiali, entrano per la prima volta, in maniera brutale e diretta, nelle case di tutti i cittadini, le immagini delle bombe e dei crolli. Nascono, così, le emittenti all News, cioè, specializzate solo nelle notizie che vengono trasmesse in tempo reale 24 ore su 24. In questo periodo si affermano anche i telegiornali delle principali emittenti private (TG 5, TG 4 e Studio Aperto).
L’anno successivo, il 12 maggio del 1991, il ricercatore universitario del Cern (Conseil européen pour la recherche nucléaire) di Ginevra Tim Berners Lee inventò il World Wide Web, cioè la rete internet.
Fu un evento straordinario che segnò la prima grande rivoluzione nel mondo dell’informazione che cominciò a diventare digitale, più democratica, multifonte e policentrica. Si aprirono, da questo momento, spazi per nuovi punti di vista e ognuno può aprire pagine web, anche di contenuto informativo e divulgativo.
Così, nel 1996, nacque l’emittente all news Al Jazeera che trasmetteva dal Qatar e che divulgava le notizie del mondo da un punto di vista diverso non filooccidentale, ma,
chiaramente, filoarabo. L’informazione di Al Jazeera si caratterizzava per il linguaggio moderno, aggiornato e per essere in real time, sul modello della CNN.
In quello stesso periodo, inoltre, trovarono ampi spazi di espressione anche movimenti partiti dal basso che difficilmente avrebbero avuto voce in capitolo senza la rivoluzione del web.

I sette sigilli dell’Apocalisse

San Giovanni – L’Apocalisse

Dal sito https://www.youtube.com/watch?v=kl9SN40-ITg

Daniele spiega al re babilonese il sogno

Dal sito https://www.youtube.com/watch?v=N1TY2Y5MAsU

Dal Libro del profeta Daniele: Susanna

Dal sito https://www.youtube.com/watch?v=SWN5MeEjyDQ