
Social Media (2015-2016) – L’avvento dei social media ha segnato un cambio notevole: chiunque può diventare canale di creazione e trasmissione dell’informazione che assume una dimensione sociale più spiccata. Ma, nello stesso tempo, in real time, oltre all’informazione, comincia a circolare anche la disinformazione che diventa, purtroppo, sempre più strutturata e virale attraverso i post degli utenti. Un esempio ci è offerto dall’ammaraggio di emergenza nel fiume Hudson dell’airbus US Airways 1549. La foto dell’ammaraggio viene scattata da un turista presente su un battello dal quale vede la scena. La novità, rispetto al passato, è che, questa volta, l’immagine non viene inviata ai giornali, ma è pubblicata dallo stesso autore sul suo profilo Twitter. I motori di questo airbus erano stati entrambi danneggiati da un impatto con alcuni volatili. Quella foto e quella notizia vennero poi riprese dai media tradizionali e dai cittadini. Questo passeggero, da fruitore o, al massimo, fonte notizia diventa media, creatore della notizia.
Questa novità si ripresenta di lì ad un anno, tra il 2010 e l’inizio del 2011, con le famose primavere arabe, iniziate in Egitto il 29 gennaio del 2010 e propagatesi, nel giro di poco tempo, in Tunisia e, poi, nel Medio Oriente, grazie ai passaparola sui social e, in particolare, su Facebook, che riuscirono ad aggirare le drastiche censure dei regimi dei Paesi medio-orientali. I social, con i cittadini ormai diventati veri e propri “media”, riescono ad eludere le imposizioni e le censure nazionali e imprimono una forte spinta dal basso ai movimenti giovanili e popolari che chiedevano un processo di apertura, di rinnovamento e di democratizzazione in Paesi da tempo abituati a vivere sotto regimi tirannici.
Si può tranquillamente dire che si consolida un tipo di informazione che avevamo già visto con la seconda rivoluzione informativa, quella del Citizen Journalism. Il cittadino – attivista e protagonista di movimenti di istanze rinnovatrici, attraverso i suoi social, diventano media senza alcuna forma di legittimazione dall’alto.
Tuttavia, la capillare diffusione dei social comincia gradualmente a comportare anche una diffusione della disinformazione altrettanto capillare.
Così, nella circostanza del terribile uragano Sandy che, nell’ottobre 2012, sferzò violentemente gli Stati Uniti, le notizie e le foto che circoleranno sui social media si riveleranno in parte vere, in parte false, in parte difficili da verificare.
E, a questo punto, ci troviamo dinanzi ad un nuovo spartiacque: soprattutto per le notizie difficili da verificare, non si sa più cosa sia vero e cosa sia falso, proprio a causa dell’impossibilità di verificarle.
Quando, nel 2011, scoppia la guerra civile in Siria, si inaugura il fenomeno dei video journalist: cittadini che scendono in strada per fare riprese, non allo scopo di fare un’informazione corretta e veritiera, ma solo per attivismo e partigianeria. E ciò renderà ancora più devastante il fenomeno della disinformazione a scopi politici.
I cittadini del cosiddetto villaggio globale avranno modo di rendersene conto, di lì a poco, con la drammatica diffusione dell’Isis, il califfato islamico, che riuscì ad organizzare un vero e proprio media center, allo scopo di fare proselitismo attraverso quella che si può definire la strategia del video disintermediato, pubblicando sui social e anche su YouTube le immagini degli orrori e delle stragi commesse.
L’aggettivo disintermediato fa riferimento al processo della disintermediazione, attraverso cui i tradizionali canali di informazione vengono scavalcati grazie all’utilizzo dei social media. In pratica, questo significa che l’informazione è affidata sempre di più ai singoli cittadini e sempre di meno alla carta stampata e ai media tradizionali. Dalla disintermediazione alla disinformazione il passo è breve: nuovi fenomeni negativi, come i troll che diffondono in rete notizie false per depistare ed orientare l’opinione pubblica, gli algoritmi che condizionano il flusso delle notizie, facendo in modo che l’informazione si concentri solo su alcuni argomenti e solo attraverso alcuni punti di vista, stanno compromettendo sempre di più l’obiettivo di un’informazione attendibile, veritiera e libera.
Il fenomeno dei media disintermediati, rilanciato anche dalla comunicazione dell’Isis, anticipa, a sua volta, quanto accadrà con la quarta rivoluzione informativa, quella dell’Intelligenza Artificiale.
