Con il Cardinale Martini alla scuola dei profeti: Daniele

Il sogno di Nabucodonosor spiegazione in Daniele 2, 35-41

In Daniele 2, 31-45, il re babilonese Nabucodonosor, nel secondo anno del suo regno (603 a.C.), vide in sogno una statua enorme. “Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla”.

A questo punto del sogno, si staccò da un monte una pietra, senza che vi fosse alcun intervento umano. Questa pietra colpì i piedi della statua frantumandoli. Come per un effetto domino, andarono in frantumi tutte le altre parti e gli altri metalli della statua: Il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro che componevano gli altri pezzi della statua divennero come “pula che il vento disperde”.

Invece, la pietra che si era staccata dalla montagna e che aveva mandato in frantumi la statua divenne, a sua volta, una montagna talmente grande che “riempì tutta la terra”.
A questo punto, Daniele (ricordiamo che il suo testo racconta vicende risalenti al VI secolo a.C., al tempo dell’ esilio degli Ebrei in Babilonia) offre a Nabucodonosor la sua spiegazione del sogno, parlando di quattro regni destinati ad essere, via via, distrutti e abbattuti. Questi quattro regni possono essere i quattro imperi più grandi della storia antica:
1. l’impero babilonese (la testa), di cui Nabucodonosor era il sovrano
2. l’impero dei Persiani (braccia e busto), fondato da Ciro il Grande, della dinastia degli Achemenidi, sulle ceneri del regno dei Medi.
Ciro fu anche il e che liberò gli Ebrei dalla prigionia babilonese, consentendo loro di fare ritorno in patria
3. l‘impero di Alessandro Magno (cosce e gambe), poi destinato a dividersi dopo la morte del sovrano
4. l’Impero Romano (i piedi)
La pietra, che, staccatasi dal monte NON PER INTERVENTO UMANO, “stritolerà il ferro, il bronzo, l’argilla, l’argento e l’oro“, può rappresentare l’intervento divino che, nella spiegazione di Daniele, farà sorgere un nuovo regno, con l’avvento del Messia, che annienterà questi quattro regni (l’impero babilonese, l’impero persiano, quello macedone e quello romano).

Volendo fare un discorso più ampio, il profeta Daniele esorta Nabucodonosor, ma anche tutti noi, a pensare che la sovranità di Dio si estende sull’intero universo (a questo corrisponde la pietra che diventa una montagna così grande da riempire tutta la terra), in tutte le epoche, anche quelle future. Tutti i regni terreni, fondati sul comando e sulle azioni violente di un sovrano, sono effimeri e sono destinati a finire. Solo il Regno di Dio è destinato a durare in eterno.
Nei versetti immediatamente successivi (Dn 2 46-48), possiamo leggere la reazione del re babilonese alle parole del profeta : 46 “Allora il re Nabucodonosor piegò la faccia a terra, si prostrò davanti a Daniele e ordinò che gli si offrissero sacrifici e incensi. 47 Quindi rivolto a Daniele gli disse: «Certo, il vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei re e il rivelatore dei misteri, poiché tu hai potuto svelare questo mistero». 48 Il re esaltò Daniele e gli fece molti preziosi regali, lo costituì governatore di tutta la provincia di Babilonia e capo di tutti i saggi di Babilonia”.
Questa spiegazione del profeta Daniele contiene anche la profezia e la prefigurazione di Cristo Re dell’universo, di cui oggi, nella XXXIV domenica del Tempo Ordinario, abbiamo celebrato la solennità. Cristo è un re che non “comanda“, ma che “regge e sorregge” l’universo, attraverso la legge dell’amore e della carità.

Cristo Signore della Storia e del tempo

Cristo Signore della storia e del tempo (XXXIV domenica del T.O).

Siamo giunti alla XXXIV domenica del tempo ordinario, quella che chiude l’anno liturgico.
La solennità di oggi ci ricorda che Cristo è il Signore della storia e del tempo, l’Alfa e l’Omega, principio e fine di tutte le cose.
Nella prima lettura Daniele profetizza la venuta di Cristo, immaginandolo come un re forte e potente: “ecco venire sulle nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo…” al quale vengono dati potere, gloria e regno.
Il Vangelo, invece, ci presenta Gesù “umiliato” e “sconfitto” secondo la logica umana. Pilato è sconcertato di fronte a Gesù: glielo hanno consegnato affermando che è un elemento pericoloso, ma egli non vede in lui nulla di destabilizzante, piuttosto scorge un uomo indifeso che “pretende” di essere re. Gesù non nega di esserlo, ma anzi afferma con forza la sua regalità, dicendo: “Tu lo dici: io sono re!”. Però subito precisa di essere un re diverso da come Pilato lo immagina e afferma: “Il mio regno non è di questo mondo”.
Gesù non porta una corona regale (porterà, invece, una corona di spine), non ha un trono (il suo trono sarà la croce), non ha un territorio ben delimitato (il suo regno sarà senza collocazione geografica che non farà concorrenza ai regni umani).
Il regno di Gesù, quindi, è un  regno nuovo. … Un regno spirituale che deve realizzarsi anche nel cuore degli uomini che amano Dio e colui che Dio ha mandato. Gesù dice “io sono venuto per questo: per rendere testimonianza alla verità”.
La verità consiste nel conoscere Dio e nel vivere da figli di Dio, consapevoli che Dio è amore, che regnare è servire e che dare la vita non è perderla, ma guadagnarla.
Cristo, dunque, manifesta la sua regalità annunciando la verità e conducendo tutti gli uomini alla Verità suprema fino alla sua immolazione sulla croce.
È veramente per tutti noi Gesù il Signore della nostra vita?
Regna veramente nel nostro cuore?
È veramente Gesù il nostro re?
Ci lasciamo veramente guidare da lui …. dalla sua parola?
Il Vangelo è il manuale della nostra vita?
Se non regnasse Cristo nei nostri cuori, alla nostra vita mancherebbe qualcosa di importante e fondamentale. Senza Cristo la nostra vita sarebbe povera, senza speranza, senza orizzonti a cui guardare.
Non possiamo fare a meno di Gesù, perché lui è il “TU” con cui dobbiamo relazionarci.
Senza di lui, scrive s. Agostino, c’è solo inquietudine e, quindi, uno stato di insoddisfazione che non dà pace: “Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” (“Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te”).
Lasciamo quindi che Cristo regni nella nostra vita, che sia lui a dirigerla e a governarla. Solo così la nostra vita sarà davvero bella, luminosa e pienamente realizzata.
Amen

Cristo Re dell’universo: alcune domande per noi

Nella solennità di Cristo Re dell’universo, possiamo e dobbiamo porci delle domande: Gesù regna veramente nel nostro cuore?
È veramente Gesù il nostro re?
Ci lasciamo veramente guidare da lui …. dalla sua parola?
Il Vangelo è il manuale della nostra vita?
Se non regnasse Cristo nei nostri cuori, alla nostra vita mancherebbe qualcosa di importante e fondamentale. Senza Cristo la nostra vita sarebbe povera, senza speranza, senza orizzonti a cui guardare.
Non possiamo fare a meno di Gesù, perché lui è il “TU” con cui dobbiamo relazionarci.
Senza di lui, scrive s. Agostino, c’è solo inquietudine e, quindi, uno stato di insoddisfazione che non dà pace: “Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” (“Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te”).
Lasciamo quindi che Cristo regni nella nostra vita, che sia lui a dirigerla e a governarla. Solo così la nostra vita sarà davvero bella, luminosa e pienamente realizzata.

L’onnipotente potere dell’amore di Cristo

Gesù è un re che non vuole essere compiaciuto in qualche corte o adulato in qualche assemblea o corrotto con qualche dono. Chi ama, come ama Gesù, riversa il suo amore speciale su tutti, ma soprattutto sui più fragili, così come farebbe un genitore per un figlio malato.
La regalità di Cristo non riguarda un potere qualunque, ma l’onnipotente potere dell’amore. Chi ama può tutto, chi ama ha tutto. Questo porta alla vita eterna, dare spazio all’amore universale. Questo è il re, questo è l’agnello di Dio. Ecco il re che toglie il peccato del mondo. Questo è il re, il Signore dei signori. Il re dell’amore, della pace e della speranza.
La vera Chiesa è come Giovanni Battista: parla, predica, ma alla fine, con il suo dito, indica chiaramente Gesù. Giovanni Battista ci indica il re, colui che dobbiamo seguire.
La Chiesa deve fare come Giovanni Battista: deve indicare il re, il Signore.
La Chiesa deve indicare e deve scegliere il Messia e non più Barabba. Noi siamo quelli che dobbiamo indicare e far conoscere il Re dei Re, colui che toglie i peccati del mondo.

La vera corona e il vero trono del Re dell’universo

Gesù non porta sul capo una corona regale. No, al contrario, egli porterà una corona di spine. Non ha un trono regale e sontuoso! Il suo trono sarà la croce! Non ha un territorio ben delimitato. Il suo regno sarà senza collocazione geografica, sarà sconfinato! Non farà concorrenza agli effimeri regni umani, destinati a cadere ogni volta che Dio decide di rovesciare i potenti dai troni e di rimandare i ricchi a mani vuote!
Quello di Gesù è un regno nuovo! Un regno spirituale che deve realizzarsi anche nel nostro cuore e nel cuore di tutti coloro che amano Dio e colui che egli ha mandato.
È il regno dell’amore e della verità! Gesù dice: “Io sono venuto per questo: per rendere testimonianza alla verità, quella verità che regge la vita, il mondo e l’universo.
Ma che cos’è per noi la verità? La verità consiste nel conoscere Dio e nel vivere da figli di Dio, consapevoli che Dio è amore, che regnare nella logica divina vuol dire servire per amore e che dare la vita non significa perderla, ma guadagnarla. Cristo, dunque, manifesta la sua regalità annunciando la verità e conducendo gli uomini alla verità, per condurre tutti gli uomini alla Verità suprema attraverso la sua immolazione sulla croce.

“Il mio regno non è di questo mondo”: Cristo Signore della Storia e Re dell’universo

Nel vangelo si definisce concretamente e pienamente la regalità di Cristo. Il suo regno non è di questo mondo. Il testo di Giovanni ci presenta Gesù “umiliato” e “sconfitto” secondo la logica umana. Pilato, nel trovarsi al suo cospetto, rimane sconcertato: gli hanno consegnato, perché fosse messo a morte, un uomo considerato come pericoloso, eppure, il governatore non vede nulla di destabilizzante in lui, piuttosto vi scorge un uomo indifeso che “pretende” di essere re. Gesù non nega di esserlo, anzi afferma con forza la sua regalità, dicendo: “Tu lo dici: io sono re”. Ma ecco che, subito dopo, precisa di essere un re diverso da come lo immagina Pilato e aggiunge: “Il mio regno non è di questo mondo”.

“Ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo … il suo regno non sarà mai distrutto!

Daniele, nella prima lettura di oggi, profetizza la signoria di un re forte e potente. Lo vede venire sulle nubi del cielo, simile a un figlio d’uomo al quale vengono dati potere, gloria e regno. È la prefigurazione, davvero efficace e forte della regalità di Cristo che la Chiesa oggi ci fa celebrare con la solennità di Cristo Re dell’universo. La regalità di Cristo viene esaltata anche nel Salmo 92, dove leggiamo che il Signore regna e si riveste di splendore e che con lui il mondo darà stabile per sempre e non potrà vacillare, e nella seconda lettura, tratta dal Libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo, in cui, il discepolo prediletto da Gesù ci mostra la sua regalità, il suo essere l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine dell’universo.

Scacciamo i mercanti dal tempio del nostro cuore

Oggi la liturgia ci ha invitato a nutrirci della Parola di Dio, a trasformarla in preghiera e in azione viva e concreta.
Nella prima lettura S. Giovanni Apostolo ci parla della dolcezza della Parola di Dio, ma anche dell’amarezza che essa procura a chi deve proclamarla di fronte a chi non è disposto ad accoglierla.
E, invece, proprio dalla parola di Dio dobbiamo attingere il nutrimento della nostra anima e della nostra vita. Anche per noi, come per il salmista, le promesse di Dio devono essere dolci al nostro palato e gli insegnamenti del Signore devono essere la vera ricchezza e la vera eredità.
Eppure, oggi, troppo spesso, si rivolge lo sguardo ad altre ricchezze, ad altre eredità! Così, non sono pochi coloro che si lasciano invischiare in logiche materiali e terrene, rischiando di allontanarsi dall’unico vero bene che è Cristo.
Non a caso il vangelo di Luca ci presenta Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. È insolito, per noi, vedere Gesù che si arrabbia, che irrompe nel tempio, che rovescia con impeto e con violenza i banchi con tutto quanto vi è sopra. Ma egli lo fa perché il tempio di Dio è casa di preghiera e non può diventare un “covo di ladri”. È uno spazio sacro in cui l’uomo deve elevarsi al Signore e non può esserci spazio per interessi materiali e logiche di guadagno.
Carissimi, a questo punto, una domanda nasce spontanea: la casa di Dio, il tempio di Dio, è solo l’edificio in cui entriamo per pregare? È sicuramente anche questo. Ma non basta! Tempio di Dio siamo anche noi, che siamo stati creati a sua immagine e somiglianza e che siamo diventati, per effetto del Battesimo, dimora dello Spirito Santo.
Allora, per custodire la purezza del tempio di Dio, dobbiamo preservare la purezza del nostro corpo, del nostro cuore, dei nostri pensieri e delle nostre azioni.
Giustamente, p. Pio diede, nel 1915, ad una sua figlia spirituale disse: “Tra le altre devote considerazioni, pensa che l’anima nostra è tempio di Dio, e come tale dobbiamo conservarla pura e monda davanti a Dio ed agli angioli suoi e copriamoci il volto di rossore per aver dato tante volte adito al demonio con le sue insidie, con le sue lusinghe al mondo, con i suoi fasti, alla carne con il non aver saputo tener puro il nostro cuore e casto il nostro corpo, per aver dato, dico, adito ai nostri nemici di insinuarsi nei nostri cuori, profanando in tal guisa il tempio di Dio, quale noi diveniamo per il santo Battesimo”.

Nel cammino della nostra vita ci vorrebbe una vera e propria “inversione ad u”, un cambio di passo deciso e sicuro, una conversione!
Possiamo approfittare del prossimo tempo di Avvento per predisporci ad accogliere il Signore che viene, rovesciando, con il suo aiuto, i banchi di vendita che portiamo nel nostro cuore e che troppo spesso lo appesantiscono e lo paralizzano. Dio non vuole grandi ricchezze, non vuole grandi offerte. Gli basta un cuore semplice e puro, proprio come quello di Santa Cecilia, la santa della bellezza spirituale, di cui oggi celebriamo la memoria; un cuore disposto sempre a riconoscere e ad accogliere la carezza del grande e smisurato amore di Dio. Attingiamo a questo amore, facciamolo nostro e riversiamolo sugli altri, andando a trovare un amico o un parente malato, facendo pace con quel fratello da cui ci eravamo allontanati, compiendo azioni caritatevoli, aiutando qualcuno a gustare la dolcezza della Parola di Dio, facendo ogni sforzo per instillare sentimenti di fraternità, di umanità e di pace in un mondo sempre più disumano e lacerato da guerre e conflitti.
Purifichiamo il tempio del nostro cuore, non sottraiamo il tempo della nostra vita ai veri affetti, alla famiglia, ai nostri cari, alle opere di misericordia e alla riconciliazione con il Signore. Non esitiamo, dunque, a fare “il bucato dell’anima” con un’attenta e scrupolosa confessione. Non sprechiamo la nostra esistenza congestionandola di mille impegni, magari pensando solo al lavoro, agli affari, al successo e al prestigio, all’apparire.

Padre Pio ci ha fatto capire che il rapporto con Dio va curato e coltivato giorno per giorno con la preghiera, ma anche con le azioni concrete. Il tempo di Avvento in cui stiamo entrando può essere un’occasione stupenda per riscoprire tutto ciò, anche attraverso il sentimento dell’attesa che ci ispira: l’attesa di Gesù che bussa alla porta del nostro cuore, che entra in noi, che fa festa con noi e che diventa veramente l’Emmanuele, il Dio con noi.
Ma questo può avvenire solo se lasciamo che egli scacci dal tempio del nostro cuore i “mercanti” che lo affliggono, cioè, le tentazioni, le ansie, le preoccupazioni inutili, gli affanni che ci impediscono di ritornare a lui.

Sì, carissimi fratelli e sorelle, anche noi abbiamo i nostri mercanti del tempio da scacciare!

Facciamolo, finché siamo in tempo! Non dimentichiamo mai di accogliere e di benedire l’amore che Dio offre, quotidianamente e senza distinzioni, a ciascuno di noi.

Signore, aiutaci affinché in noi la tua Parola possa “sprigionare” tutta la carità spirituale di cui oggi c’è bisogno e diventi preghiera, ma anche fonte di azione viva e concreta!

Per Cristo, con Cristo e in Cristo: vivere in pienezza la sequela del Signore!

Nel passo odierno del vangelo, il Signore ci invita a fare buon uso dei suoi doni e a farli fruttare. Spesso, però, siamo pigri, tiepidi, esitanti. Eppure, un talento regalatoci dal Signore non è solo per noi, ma è anche per chi vive attorno a noi e serve a migliorare la vita di tutti. Abbiamo il dovere morale di non sprecarlo, altrimenti faremmo del male non solo a noi stessi, ma anche a chi ci circonda.

Non mancano esempi straordinari di grandi santi che hanno fatto di questo obiettivo la loro ragione di vita.
Come non pensare, ad esempio, a San Giuseppe Moscati, il grande medico scienziato, che fece fruttare in modo straordinario i doni che Dio gli aveva dato? Non nascose in un fazzoletto i talenti ricevuti, ma li impiegò, senza risparmio di energie e di fatica, per tutti coloro che ne avevano bisogno.
Come non pensare, inoltre, ai ventiquattro anziani, avvolti in candide vesti, e ai quattro “esseri viventi”, di cui parla oggi Giovanni nell’Apocalisse? I dodici patriarchi fondarono, con la guida di Dio, il popolo di Israele. I dodici apostoli, “edificarono” la Chiesa di Cristo, insieme ai quattro esseri viventi nei quali potremmo identificare gli autori dei quattro vangeli.

Imitiamo il loro esempio, non lasciamoci paralizzare dalla paura e dall’esitazione come colui che seppellisce sottoterra la moneta donatagli dal Signore!
Non sarebbe giusto nei confronti di chi potrebbe trarre beneficio dal nostro talento, ma nemmeno nei confronti di nostro Signore Gesù Cristo che non ha esitato a dare la sua vita per noi.

Guai ad essere cristiani da salotto, abbiamo l’obbligo morale di fare la differenza, di impegnarci per rendere il mondo più giusto, più umano, più pacifico, meno egoista e più accogliente.

Non possiamo restare passivi, vale la pena lottare per Dio e con Dio nelle piccole e nelle grandi scelte. Solo in questo modo, potremo dimostrare che non è l’egoismo a muoverci, ma l’amore per il prossimo.
Ogni vita non pienamente vissuta, ogni talento non pienamente utilizzato è una ferita per Cristo. Il cuore di Dio si spezza ogni volta che vede i suoi doni sprecati.
Allora, non deludiamo il Signore, non accontentiamoci di essere i pantofolai dell’esistente!
Siamo chiamati a ben altro. Abbiamo la possibilità di vivere per Cristo (facendo in modo che Gesù diventi il centro e il perno della nostra vita), con Cristo (restando sempre in comunione con lui, nel segno dell’Eucaristia, della Parola e dell’impegno per chi ha bisogno di noi) e in Cristo (identificandoci pienamente in lui e facendo della nostra vita una diaconia, un perenne servizio per lui).

Cristo premierà senza riserve i discepoli che avranno messo pienamente a frutto i loro talenti e, certamente, vuole ricompensare anche noi!
Ma, se terremo la nostra moneta nascosta, “sottrarremo progresso al mondo, santità a noi stessi e amore a Dio”.
Facciamo fruttare ogni dono che Dio ci offre. La vita di tutta l’umanità dipende strettamente da questo. Chi non lo farà, non potrà abitare nella grande casa di Dio.

La parabola dei talenti: un invito all’azione e all’amore

I talenti come strumento di azione: investire con profitto per il Regno di Dio

Nel passo odierno del vangelo, il Signore ci invita a fare buon uso dei suoi doni e a farli fruttare. Spesso, però, siamo pigri, tiepidi, esitanti. Eppure, un talento regalatoci dal Signore non è solo per noi, ma è anche per chi vive attorno a noi e serve a migliorare la vita di tutti. Abbiamo il dovere morale di non sprecarlo, altrimenti faremmo del male non solo a noi stessi, ma anche a chi ci circonda.

Non mancano esempi straordinari di grandi santi che hanno fatto di questo obiettivo la loro ragione di vita.
Come non pensare, ad esempio, a San Giuseppe Moscati, il grande medico scienziato, che fece fruttare in modo straordinario i doni che Dio gli aveva dato? Non nascose in un fazzoletto i talenti ricevuti, ma li impiegò, senza risparmio di energie e di fatica, per tutti coloro che ne avevano bisogno.
Come non pensare, inoltre, ai ventiquattro anziani, avvolti in candide vesti, e ai quattro “esseri viventi”, di cui parla oggi Giovanni nell’Apocalisse? I dodici patriarchi fondarono, con la guida di Dio, il popolo di Israele. I dodici apostoli, “edificarono” la Chiesa di Cristo, insieme ai quattro esseri viventi nei quali potremmo identificare gli autori dei quattro vangeli.

Imitiamo il loro esempio, non lasciamoci paralizzare dalla paura e dall’esitazione come colui che seppellisce sottoterra la moneta donatagli dal Signore!
Non sarebbe giusto nei confronti di chi potrebbe trarre beneficio dal nostro talento, ma nemmeno nei confronti di nostro Signore Gesù Cristo che non ha esitato a dare la sua vita per noi.

Guai ad essere cristiani da salotto, abbiamo l’obbligo morale di fare la differenza, di impegnarci per rendere il mondo più giusto, più umano, più pacifico, meno egoista e più accogliente.

Non possiamo restare passivi, vale la pena lottare per Dio e con Dio nelle piccole e nelle grandi scelte. Solo in questo modo, potremo dimostrare che non è l’egoismo a muoverci, ma l’amore per il prossimo.
Ogni vita non pienamente vissuta, ogni talento non pienamente utilizzato è una ferita per Cristo. Il cuore di Dio si spezza ogni volta che vede i suoi doni sprecati.
Allora, non deludiamo il Signore, non accontentiamoci di essere i pantofolai dell’esistente!
Siamo chiamati a ben altro. Abbiamo la possibilità di vivere per Cristo (facendo in modo che Gesù diventi il centro e il perno della nostra vita), con Cristo (restando sempre in comunione con lui, nel segno dell’Eucaristia, della Parola e dell’impegno per chi ha bisogno di noi) e in Cristo (identificandoci pienamente in lui e facendo della nostra vita una diaconia, un perenne servizio per lui).

Cristo premierà senza riserve i discepoli che avranno messo pienamente a frutto i loro talenti e, certamente, vuole ricompensare anche noi!
Ma, se terremo la nostra moneta nascosta, “sottrarremo progresso al mondo, santità a noi stessi e amore a Dio”.
Facciamo fruttare ogni dono che Dio ci offre. La vita di tutta l’umanità dipende strettamente da questo. Chi non lo farà, non potrà abitare nella grande casa di Dio.

“Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa”! (XXXIII Domenica T.O. – anno B)

Il passo del Vangelo di questa domenica ci preannuncia la nuova venuta del Signore. Non sappiamo quando, se di notte o di giorno. Non sappiamo in quale ora o in quale momento, ma, di certo, egli arriverà.

Il sole si oscurerà, “le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”. Ma proprio in quel momento, Gesù “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.

D’altronde, se ci pensiamo bene, quante volte nella nostra vita si è oscurato il sole? Quante volte le stelle sono cadute, e anche a grappoli, dal cielo del nostro cuore? Quante volte ci siamo sentiti sconfitti, delusi, vuoti, spaventati per una malattia, per un dolore, per una ingiustizia che abbiamo ricevuto o che, magari, abbiamo inferto ad altri?

Ma, ogni volta, Gesù ci educa alla speranza, ci aiuta a passare dalle tenebre alla luce, ci insegna come uscire dalle “doglie del parto”, per farci assaporare la gioia della nuova vita!

Se resteremo ben radicati nel “Libro della Vita” e ci lasceremo guidare da Cristo, noi potremo, effettivamente, vivere una condizione molto simile a quella di una mamma che sta per dare alla luce un bambino. Nel momento del parto, ella prova dolore, ma, subito dopo, quella sofferenza si trasformerà nella gioia immensa, straordinaria e indescrivibile per la nuova vita che nasce. Quella stessa gioia potremo avvertirla anche noi, quando, assaporeremo la bellezza della nostra nuova vita, la vita eterna, nella Gerusalemme Celeste, in cui ci hanno già preceduto i nostri cari.

Carissimi, Gesù, il terzo giorno, ha rimosso la pietra che chiudeva il sepolcro. Così, anche noi dobbiamo rimuovere la pietra della disperazione che paralizza e blocca il nostro cuore, perché dietro a quel macigno possiamo intravvedere la nostra rinascita e la nostra resurrezione.

Viviamo sempre alla presenza di Dio, vigilando con la preghiera e con le opere buone, per poter andare con gioia incontro al Signore che viene.

Guerre, sofferenze e tribolazioni sono, purtroppo, all’ordine del giorno! Ma non lasciamoci spaventare! Continuiamo a sperare con le splendide parole di Santa Teresa D’Avila: “Nada te turbe, nada te spante: quien a Dios tiene, nada le falta. Todo se pasa, Dios no se muda”.

Sì, a chi ha Dio nel cuore non manca nulla. Tutto passa, solo Dio resta!

E, se anche se “il cielo e la terra passeranno”, la Parola di Cristo non passerà mai!

Se ci rifugeremo in Dio e ci lasceremo “scrivere nel Libro della vita”, il nostro cuore gioirà e la nostra anima esulterà, perché nessuno dei suoi fedeli vedrà la fossa.