La Parola di oggi

Lunedì 8 Febbraio 2016 – Lunedì della V settimana del Tempo Ordinario

Prima Lettura

«Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura.
Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno».

Dal primo libro dei Re

1Re 8,1-7.9-13

In quei giorni, Salomone convocò presso di sé in assemblea a Gerusalemme gli anziani d’Israele, tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per fare salire l’arca dell’alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. Si radunarono presso il re Salomone tutti gli Israeliti nel mese di Etanìm, cioè il settimo mese, durante la festa.
Quando furono giunti tutti gli anziani d’Israele, i sacerdoti sollevarono l’arca e fecero salire l’arca del Signore, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti e i levìti. Il re Salomone e tutta la comunità d’Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all’arca pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità.
I sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell’arca; i cherubini, cioè, proteggevano l’arca e le sue stanghe dall’alto. Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull’Oreb, dove il Signore aveva concluso l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d’Egitto.
Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. Allora Salomone disse:
«Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura.
Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno».

Parola di Dio

Salmo Responsoriale
Sal 131

R. Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza

Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata,
l’abbiamo trovata nei campi di Iàar.
Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi. R.

Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo,
tu e l’arca della tua potenza.
I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli.
Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato. R.

Vangelo

«e quanti lo toccavano venivano salvati».

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,53-56

salvati

immagine dal sito www.nondisolopane.it

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Parola del Signore

Commento al Vangelo di oggi: ( dal sito:
http://www.nondisolopane.it/il-vangelo-del-giorno-lunedi-09-febbraio/ )

“Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe,…” Sono seduto sul ciglio di un sentiero che conduce al mio piccolo paesello. Ho appena letto il brano del Vangelo dove la gente riconosce Gesù , accorre, portano i loro malati. In questo tramonto invernale dove si accendono, giù, lontano, le luci delle case e in cielo i primi bagliori delle stelle, una domanda si fa largo tra le miei nebbie interiori: “Perché faccio tanta fatica a riconoscere la presenza di Dio; perché stento a correre da Lui; cosa mi trattiene? Perché non stendo la mia mano e non tocco un lembo del suo mantello?”
Ad illuminarmi è un altro brano del Vangelo, quello di Luca, dove Gesù entra nella Sinagoga di Nazareth ma i suoi concittadini lo rifiutano e lo vogliono gettare da un precipizio. Anch’io sono proprio come gli abitanti della piccola città dove è nato il Signore. E’ mio compaesano Gesù, lo conosco. Fin da quando ero piccino mi hanno parlato di Lui, mi hanno raccontato i suoi insegnamenti, le sue parabole, i miracoli compiuti. Anzi, sono suo familiare! Infatti, con il battesimo, non siamo diventati figli di Dio, non siamo entrati a far parte della famiglia del Signore?

Mentre percorro il freddo sentiero che mi conduce verso casa, mentre la sera, con la sua oscurità, avvinghia gli alberi del bosco, questa verità diventa sempre più chiara. Si può abitare nella stessa casa, vivere gomito a gomito con una persona ma essere lontani, non essere in sintonia con chi ci vive accanto. Si può abitare nella casa del Padre, ma essere così lontani dal suo cuore, dai suoi sentimenti. La gente del brano evangelico corre da Gesù perché è povera, ammalata, bisognosa. Il Signore lo conoscono solo per sentito dire. Per loro Gesù è perenne novità. Il loro cuore è pieno di speranza. Apro la porta, sono tornato a casa. Ho imparato tante cose in questo tramonto invernale. Con Gesù nulla è scontato! Se voglio correre da Lui, devo imparare a rispettarlo come l’Altro, come perenne novità. Guai ad incatenarlo, a rinchiuderlo in polverosi scaffali dove le definizioni e le precisazioni si accavallano come le nubi del cielo. Guai. Lui è una Persona, non un pensiero; Gesù è amore non un arido e gravoso precetto. Quante cose si imparano su un freddo sentiero, in un banale tramonto invernale.

Incontro ravvicinato con Papa Francesco.

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06/02/2016

Più facile a dirsi che a farsi

Alcune volte è più facile a dirsi che a farsi.  È una considerazione sempre e universalmente valida,  sia nei momenti felici che in quelli tristi.

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Quesa affermazione è vera e ci indica che dobbiamo essere sempre forti in ogni momento della vita. Essere forti fa essere anche lucidi e consente di prendere di volta in volta le giuste decisioni.

Giulio Regeni,un ricercatore da eliminare

Giulio Regeni, 28 anni, ricercatore di Cambridge, impegnato in Egitto per un dottorato di ricerca sull’economia egiziana e attento a quanto si muove nel Paese attorno ai sindacati e alle forze di opposizione, è stato brutalmente ucciso. Il suo corpo, ritrovato in un fosso, presenta evidenti “segni di torture”, quali bruciature, tagli ed ecchimosi da pugni. La morte sarebbe intervenuta a seguito di un forte colpo alla testa provocato da un oggetto contundente.

Restiamo basiti di fronte ai maldestri tentativi di sviare le indagini con la ricostruzione dell’incidente stradale. Una ricostruzione nettamente in contrasto con i primi risultati dell’autopsia.

Si faccia chiarezza e si arrivi presto alle verità su questa vicenda accaduta ad un nostro connazionale in un Paese in cui torture, sparizioni e arresti sommari sono purtroppo all’ordine del giorno.

 

Giulio Regeni (Ansa)

immagine tratta da http://www.corriere.it

Immagine tratta da http://www.quotidiano.net/cairo-studente-italiano-1.1702063

Giulio Regeni, 28 anni, ricercatore, brutalmente ucciso in Egitto. Siamo sicuri che la polizia egiziana o i militari al potere non c’entrino nulla con questo delitto? Non vi sembra che la “ricostruzione” dell’incidente d’auto sia troppo simile a quanto si diceva in Cile e in Argentina a proposito della morte dei desaparecidos? Le mie sono riflessioni da inesperto e probabilmente verranno presto smentite dai fatti. Ma ….

Qualche volta ci scappa anche il “morto”

E’ esattamente quello che è successo alcuni anni fa in una scuola italiana (una storia NON inventata)!!

Un professore interroga un suo alunno, ma questi gli dice che non ha potuto studiare perché “è morto mio nonno”!!

Il professore addolorato per l’accaduto si affretta a confortare il povero studente e decide subito dopo di telefonare alla famiglia per fare le sue condoglianze.

Ma dall’altro capo del telefono chi risponde al professore?

Proprio il nonno, morto e resuscitato in meno di una giornata…. E… fu così che scattò una inedita alleanza tra il professore e il nonno che, insieme, il giorno dopo, diedero una bella lezione al giovane mentitore!!

I giovani francesi non sono certamente da meno, stando a quanto scrive Daniel Pennac nel suo libro “Chagrin d’ éecole” (Diario di scuola).

Scuse spesso esilaranti, ai confini con la realtà!! Eccone alcune:

prof: “io non ho fatto i miei esercizi perché ho trascorso buona parte della notte  in parte nel cyber spazio a combattere contro i soldati del male, che, alla fine, ho sconfitto fino all’ultimo” … oppure: … “sono desolato per gli esercizi non svolti, ma ieri sera sono stato schiacciato dal peso di una opprimente ebetudine ….”, o, ancora,: … “ho dimenticato il mio quaderno a casa di …, prima di ritirarmi”. O, ancora, … “ero occupato a leggere la traccia, quando è scoppiata la caldaia”…

 

 

Qui il testo integrale del brano in questione:

Suivons notre mauvais externe dans une de ses journées

scolaires. Exceptionnellement, il n’est pas en retard – son
carnet de correspondance l’a trop souvent rappelé à l’ordre
ces derniers temps -, mais son cartable est presque vide :
livres, cahiers, matériel une fois de plus oubliés (son
professeur de musique écrira joliment sur son bulletin
trimestriel : « Manque de flûte »).
Bien entendu ses devoirs ne sont pas faits. Or sa première
heure est une heure de mathématiques et les exercices de
math sont de ceux qui manquent à l’appel. Ici, de trois
choses l’une : ou il n’a pas fait ces exercices parce qu’il s’est
occupé à autre chose (une vadrouille entre copains, un
quelconque massacre vidéo dans sa chambre verrouillée…),
ou il s’est laissé tomber sur son lit sous le poids d’une
prostration molle et a sombré dans l’oubli, un flot de musique
hurlant dans son crâne, ou – et c’est l’hypothèse la plus
optimiste – il a, pendant une heure ou deux, bravement tenté
de faire ses exercices mais n’y est pas arrivé.
Dans les trois cas de figure, à défaut de copie, notre
externe doit fournir une justification à son professeur. Or,
l’explication la plus difficile à servir en l’occurrence est la
vérité pure et simple : « Monsieur, madame, je n’ai pas fait
mes exercices parce que j’ai passé une bonne partie de la
nuit quelque part dans le cyberespace à combattre les
soldats du Mal, que j’ai d’ailleurs exterminés jusqu’au
dernier, vous pouvez me faire confiance. » « Madame,
monsieur, désolé pour ces exercices non faits mais hier soir
j’ai cédé sous le poids d’une écrasante hébétude, impossible
de remuer le petit doigt, juste la force de chausser mon
baladeur. »
La vérité présente ici l’inconvénient de l’aveu « Je n’ai pas
fait mon travail », qui appelle une sanction immédiate. Notre
externe lui préférera une version institutionnellement plus
présentable. Par exemple : … « J’ai oublié mon devoir chez ….

avant de rentrer …. » En d’autres termes un mensonge. De son côté le
professeur préfère souvent cette vérité aménagée à un aveu
trop abrupt qui l’atteindrait dans son autorité. Le choc frontal
est évité, l’élève et le professeur trouvent leur compte dans
ce pas de deux diplomatique. Pour la note, le tarif est connu :
copie non remise, zéro.
Le cas de l’externe qui a essayé, bravement mais en vain,
de faire son devoir, n’est guère différent. Lui aussi entre en
classe détenteur d’une vérité difficilement recevable : «
Monsieur, j’ai consacré hier deux heures à ne pas faire votre
devoir. Non, non, je n’ai pas fait autre chose, je me suis assis
à ma table de travail, j’ai sorti mon cahier de texte, j’ai lu
l’énoncé et, pendant deux heures, je me suis retrouvé dans un état
de sidération mathématique, une paralysie mentale
dont je ne suis sorti qu’en entendant ma mère m’appeler
pour passer à table. Vous le voyez, je n’ai pas fait votre
devoir, mais j’y ai bel et bien consacré ces deux heures.
Après le dîner il était trop tard, une nouvelle séance de
catalepsie m’attendait : mon exercice d’anglais. » « Si vous
écoutiez davantage en classe, vous comprendriez vos
énoncés ! » peut objecter (à juste titre) le professeur.
Pour éviter cette humiliation publique, notre externe
préférera lui aussi une présentation diplomatique des faits : «
J’étais occupé à lire l’énoncé quand la chaudière a explosé. »
Et ainsi de suite, du matin au soir, de matière en matière,
de professeur en professeur, de jour en jour, dans une
exponentielle du mensonge qui aboutit au fameux « C’est ma
mère !… Elle est morte ! » de François Truffaut.

(Daniel Pennac, “Chagrin d’ éecole”)

Il progresso….

La fiumana del progresso umano

“Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.

Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l’uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali …”

 

Giovanni Verga, Prefazione a I Malavoglia.

La Fiumana del progresso umano!

 

Così Verga definisce il progresso!

 

Io in genere credo nel progresso, anche se, in alcuni casi, mi sembra quasi una fregatura! 

 

Che cosa è davvero il progresso e quali sono (poiché ve ne sono) i suoi limiti?

Pillole di Storia: Clistene e la sua riforma

La nascita della democrazia ateniese: Clistene e la riorganizzazione “decimale” della città
 
immagine dal sito
Clistene fu, insieme a Solone, anche se per ragioni diverse, il padre della democrazia ateniese. Apparteneva alla famiglia aristocratica degli Alcmeonidi e fu eletto per la prima volta arconte nel 525 – 524. Fu, tuttavia, esiliato nella fase finale della tirannide di Ippia e ritornò ad Atene solo dopo la caduta del figlio di Pisistrato.
 
Il suo successivo impegno politico fu caratterizzato dallo scontro con Isagora, l’esponente della frangia più conservatrice dell’aristocrazia ateniese. Difatti, rieletto arconte per l’anno 508 / 507 a.C., dovette neutralizzare il tentativo di Isagora, spalleggiato dal re spartano Cleomene I, di impossessarsi del potere nella città e, pertanto, potè dare piena attuazione alle sue riforme solo dopo la cacciata di Isagora e dello spartano Cleomene I che si erano asserragliati nell’acropoli.
 
L’impianto della sua riforma fu decisamente innovativo. Egli, infatti, realizzò una suddivisione della popolazione ateniese che prescindeva da ogni forma di distinzione di nascita o di censo.
 
La sua riforma prese le mosse da due aspetti preesistenti:
 
1) la suddivisione della città in demi, piccoli distretti che contrassegnavano la provenienza territoriale dei cittadini;
 
2) la distinzione della popolazione tra pediaci (gli abitanti della pianura e dell’asty, come, ad esempio i grandi proprietari terrieri), diacri (gli abitanti della mesògaia, cioé della parte interna del territorio, come i piccoli proprietari terrieri), paralii, cioè i commercianti, abitanti della costa.
 
La città venne quindi suddivisa in demi, una sorta di piccoli comuni con una propria “assemblea”, con dei propri magistrati e con una propria amministrazione. Ogni cittadino aveva il suo nome iscritto sul registro di uno dei demi, con l’indicazione della provenienza “demotica”  che ne attestava lo status di cittadino.
 
I demi vennero raggruppati in dieci phylai, o tribù, che non erano di carattere “gentilizio”, ma territoriale. Per evitare corporativismi regionali e territoriali, Clistene si avvalse delle circoscrizioni  dell’asty (gli abitanti della città), della mesogaia e della paralia. Assegnò a ciascuna delle dieci tribù, per sorteggio, quindi in modo del tutto casuale,  un’unità dell’asty, una della mesogaia, una della paralia . In tal modo, le  tribù si trovarono ad essere suddivise al loro interno in tre unità o trittie (una della città, una della mesogaia, una della paralia), non contigue territorialmente, in modo che una tribù non potesse rappresentare interessi economici di una singola zona.
 
In totale, essendoci tre trittie per ogni tribù, la popolazione ateniese fu raggruppata in trenta trittie.
 
Clistene istituì anche la Boulè, o Consiglio dei Cinquecento. Essa era costituita da 500 membri, scelti in numero di 50 per ciascuna delle dieci tribù. A sua volta, la Boulè fu suddivisa in dieci sezioni, corrispondenti alle dieci tribù, definite pritanie. Ogni pritania guidava l’organizzazione e la sessione dei lavori della Boulè per una decima parte dell’anno, cioé per circa 35 – 36 giorni, di modo che ogni tribù potesse, una volta all’anno, governare l’Assemblea dei Cinquecento.
 
Inoltre, ai nove arconti fu aggiunto un segretario scelto dalla pritania di turno, di modo che tutte le tribù potessero, a turno, essere rappresentate anche in questo collegio.
 
Anche l’esercito fu suddiviso in dieci reggimenti, definiti phylai, guidati da un filarca.
 
Questa suddivisione globale del popolo ateniese in base al criterio “decimale”, e secondo un assetto geometrico senza precedenti nel mondo greco, non fu mai stata messa in discussione negli anni successivi, a testimonianza dell’effettiva sua validità e rispondenza a reali criteri di rappresentatività democratica. Inoltre, fu “importata” in molte poleis greche “convertitesi” dall’oligarchia alla democrazia.
 
Al fine di scongiurare ogni possibilità di ritorno alla tirannide, Clistene introdusse anche il sistema dell’ostracismo, con cui si poteva votare su un ostrakon, l’espulsione di un cittadino qualora si fosse rivelato pericoloso per la democrazia.

La più bella eredità

Un vero e proprio TESTAMENTO è quello che consegniamo agli altri quando decidiamo di lasciare in eredità la fede.

Questo è il tema dell’omelia tenuta stamattina dal Papa nella Messa a Casa Santa Marta.

dal link:
http://www.news.va/it/news/il-papa-la-fede-e-la-piu-grande-eredita-che-possia

 

La più bella eredità che possiamo lasciare agli altri è la fede: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Nell’omelia, ha invitato a non avere paura della morte, perché il percorso della vita continua. Il servizio di Sergio Centofanti:

Il pensiero della morte illumina la vita
La prima lettura del giorno parla della morte del Re Davide. “In ogni vita c’è una fine” – sottolinea il Papa – questo “è un pensiero che non ci piace tanto”, “si copre sempre” ma “è la realtà di tutti i giorni”. Pensare “all’ultimo passo” è “una luce che illumina la vita”, “è una realtà che dobbiamo avere sempre davanti a noi”:

“In una delle udienze del mercoledì c’era tra gli ammalati una suorina anziana, ma con una faccia di pace, uno sguardo luminoso: ‘Ma quanti anni ha lei, suora?’. E con un sorriso: ‘83, ma sto finendo il mio percorso in questa vita, per cominciare l’altro percorso col Signore, perché ho un cancro al pancreas’. E così, in pace, quella donna aveva vissuto con intensità la sua vita consacrata. Non aveva paura della morte: ‘Sto finendo il mio percorso di vita, per incominciare l’altro’. E’ un passaggio. Queste cose ci fanno bene”.

La fede, la più bella eredità
Davide regnò su Israele per 40 anni: “Ma anche 40 anni passano”, osserva Papa Francesco. Prima di morire, Davide esorta il figlio Salomone a osservare la Legge del Signore. Lui in vita aveva peccato molto, ma aveva imparato a chiedere perdono e la Chiesa lo chiama “il Santo re Davide. Peccatore, ma Santo!”. Ora, in punto di morte, lascia al figlio “l’eredità più bella e più grande che un uomo o una donna possa lasciare ai figli: lascia la fede”:

“Quando si fa testamento la gente dice: ‘Ma a questo lascio questo,  a questo lascio quello, a questo lascio questo…’. Sì, sta bene, ma la più bella eredità, la più grande eredità che un uomo, una donna, può lasciare ai suoi figli è la fede. E Davide fa memoria delle promesse di Dio, fa memoria della propria fede in queste promesse e le ricorda al figlio.  Lasciare la fede in eredità. Quando nella cerimonia del Battesimo diamo – i genitori – la candela accesa, la luce della fede, gli stiamo dicendo: ‘Conservala, falla crescere in tuo figlio e in tua figlia e lasciala come eredità’. Lasciare la fede come eredità, questo ci insegna Davide, e muore così, semplicemente come ogni uomo. Ma sa bene cosa consigliare al figlio e quale sia la migliore eredità che gli lascia: non il regno, ma la fede!”.

Dio è fedele, è Padre e non delude mai
Ci farà bene porci una domanda – conclude il Papa – “Qual è l’eredità che io lascio con la mia vita?”:

“Lascio l’eredità di un uomo, una donna di fede? Ai miei lascio questa eredità? Chiediamo al Signore due cose: di non avere paura di quest’ultimo passo, come la sorella dell’udienza di mercoledì – ‘Sto finendo il mio percorso e incomincio l’altro’ – di non avere paura; e la seconda, che tutti noi possiamo lasciare con la nostra vita, come migliore eredità, la fede, la fede in questo Dio fedele, questo Dio che è accanto a noi sempre, questo Dio che è Padre e non delude mai”.

La fede è un dono di Dio che presuppone nella risposta dell’uomo un atto personale, ma non isolato:  “il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (CCC: cap. III, art. 2, 166 “Noi crediamo”).

IMITATORI DI CRISTO

Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo. (1 Corinzi 10, 31 – 11, 1)

Dal sito: http://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/sull_esempio-di-paolo-imitatori-di-cristo.html

Paolo celebra in primo luogo la libertà cristiana: se c’è buona coscienza, il fedele in ogni suo atto con serenità dia gloria a Dio, anche quando banchetta allegramente nel tempio pagano coi suoi familiari. Ma subito dopo aggiunge un appello alla prudenza: non si dia scandalo agli altri con la propria libertà, badando anche alla reazione delle persone semplici che possono giudicare malamente ciò che per noi in realtà è irrilevante. A questo punto l’Apostolo conclude con un’esortazione incisiva all’ “imitazione” di Cristo.

È interessante notare che egli si presenta come modello da imitare, anche se a sua volta la sua testimonianza è ricalcata sulla figura di Cristo. Il cristiano è, quindi, la presenza visibile di Gesù davanti agli altri. Questo invito all’imitazione personale è reiterato tre volte da Paolo su temi diversi. Ai Tessalonicesi: «Sapete come dovete imitarci: noi non abbiamo vissuto oziosamente tra voi» (II, 3,7). Ai Filippesi: «Fatevi miei imitatori» (3,17). E agli stessi Corinzi: «Fatevi miei imitatori» (I, 4,16).

 

Maternità surrogata – effetti collaterali

Maternità surrogata….

Forse occorre pensarci bene sopra, prima di decidere.

I danni potrebbero essere non indifferenti. Penso, infatti, che l’affetto che può dare a un bambino una madre vera, un genitore naturale, difficilmente può essere eguagliato nel caso in cui si trattasse di maternità surrogata.

Quanto recentemente accaduto sembra essere confermato dalla notizia pervenutaci da questo link:

http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/2014/notizia/fanno-nascere-gemelli-da-madre-surrogata-uno-e-down-abbandonato_2060634.shtml

in cui leggiamo che una coppia australiana che aveva fatto ricorso alla pratica dell’utero in affitto in Thailandia ha poi rifiutato di prendere uno dei due bimbi nati dalla maternità surrogata, in quanto down e affetto da una patologia cardiaca per la quale occorrono cure molto costose.

Per la cronaca, la coppia australiana aveva pattuito con la donna thailandese un prezzo di 11.700 dollari ai quali vennero aggiunti altri 1.673 dollari quando si seppe che quella donna aspettava due gemelli.

Questa vicenda dovrebbe farci riflettere sui rischi della mercificazione della vita umana che potrebbe scaturire dall’estensione della maternità surrogata.

Mission accomplished – Adozione!

Mission accomplished!! Qualche giorno fa avevo postato su questo blog un articolo in cui si chiedeva l’adozione di una cagnolina. Queste erano le foto:

 

Ebbene, grazie alla condivisione e all’aiuto di molti, la cagnolina è stata adottata e può ora contare sull’affetto e il calore dei suoi nuovi padroni umani! Quando si fa gioco di squadra…, l’unione fa la forza!

Luisa Spagnoli

A sinistra Luisa Spagnoli, a destra l’attrice Luisa Ranieri che l’ha interpretata nella fiction andata in onda questa settimana su Rai Uno.

Luisa Spagnoli, una donna che ha saputo dare una grande impronta al nostro made in Italy in una fase storica e sociale in cui alle donne non era riconosciuta la possibilità di dirigere e di amministrare aziende. A lei si deve, tra l’altro, l’invenzione del celebre “bacio perugina” e della caramella “Rossana”.

Cito qui di seguito una scheda informativa presa dal link: http://www.ilpost.it/2016/02/01/luisa-spagnoli-fiction/

Luisa Spagnoli, la storia vera

Chi era l’imprenditrice umbra che creò uno dei dolci più popolari d’Italia e come mai c’è una casa di moda che si chiama come lei, che non l’ha fondata

Baci piu' amati di sempre, Hayez batte 'Via col vento'

Una pubblicità dei Baci Perugina, l’azienda fondata da Luisa Spagnoli

Rai 1 ha prodotto una serie televisiva in due puntate su Luisa Spagnoli, un’imprenditrice italiana vissuta tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento che fu tra i fondatori della casa di dolci Perugina. La serie televisiva va in onda lunedì 1 febbraio e martedì 2 febbraio e la parte di Luisa Spagnoli verrà interpretata da Luisa Ranieri. Oggi il nome di Luisa Spagnoli è associato perlopiù alla linea d’abbigliamento omonima, ma in realtà Spagnoli non fu una stilista, la casa di moda venne creata da suo figlio. Qui di seguito potete leggere la storia vera dell’imprenditrice, dall’inizio.

La Perugina

Luisa Spagnoli è nata nel 1877 a Perugia, dove ha sempre lavorato. Assieme al marito Annibale Spagnoli prese inizialmente una drogheria e poi nel 1907 fondò in società con Francesco Andreani, Leone Ascoli e Francesco Buitoni (figlio di Giovanni Battista Buitoni, che faceva la pasta) la Perugina, un’azienda che inizialmente produceva confetti nel centro di Perugia e che aveva circa quindici dipendenti.  Durante la prima Guerra Mondiale la Spagnoli guidò l’azienda da sola assieme ai figli: la Perugina si espanse fino ad avere un centinaio di dipendenti e a produrre anche molto cioccolato. Il primo prodotto di cioccolateria della Perugina fu la tavoletta “Luisa”, che prende proprio il nome dalla Spagnoli e che tuttora rimane uno dei prodotti di punta dell’azienda. Nel 1923 Annibale Spagnoli lasciò Perugina e la moglie rimase nel consiglio di amministrazione. La Perugina passò prima ai Buitoni, successivamente all’azienda Cir di Rodolfo De Benedetti. Dal 1991 è di proprietà della multinazionale Nestlé.

Il bacio Perugina

Nel 1922 Luisa Spagnoli inventò il Bacio Perugina, che è diventato poi uno dei prodotti di punta dell’azienda umbra assieme alle caramelle Rossana. La Spagnoli stava cercando un modo per recuperare gli scarti di lavorazione degli altri prodotti e creò questo cioccolatino con all’interno cioccolato gianduia, granella di nocciole e una nocciola interna all’interno, il tutto ricoperto di cioccolato fondente Luisa. La forma era un po’ strana e inizialmente fu chiamato “Cazzotto” perché ricordava la nocca di una mano: fu Giovanni Buitoni – figlio del socio Francesco Buitoni, che ebbe anche una relazione con Spagnoli – a introdurre il nome di “Bacio”.

L’Angora

Dopo l’esperienza con l’industria dolciaria, Luisa Spagnoli si dedicò all’allevamento di polli e di conigli d’angora, che hanno un pelo particolarmente lungo e morbido con il quale si possono produrre filati. La Spagnoli si inventò una tecnica particolare per la quale non era necessario uccidere né tosare i conigli, ma tramite cui si poteva ottenere il pelo semplicemente pettinandoli. Nel 1928 fondò l’azienda Angora Spagnoli, nel borgo Santa Lucia, vicino a Perugia, dove cominciò a produrre scialli e capi in maglieria. In Italia fino a quel momento non c’era molto interesse per la lana d’Angora, e i conigli venivano allevati soprattutto all’estero. Così la Spagnoli iniziò ad allevarli nel giardino della sua villa e a sperimentare la tessitura di quel filato, fino ad averne una versione pregiata con la quale confezionava capi molto richiesti, anche all’estero. Nel 1935 Luisa Spagnoli morì a Parigi per un tumore alla gola: aveva 57 anni.

Il marchio

Fu il figlio di Luisa Spagnoli, Mario Spagnoli, a trasformare l’attività della madre in una vera e propria industria d’abbigliamento. Si inventò un particolare pettine per ottenere l’Angora dai conigli e uno strumento per tatuarli. Riuscì in breve tempo a far conoscere il marchio e a trasformarlo in una rete di negozi. Il primo aprì a Perugia nel 1940. Negli anni Cinquanta, grazie all’azienda guidata da Mario Spagnoli, in Italia gli allevatori di Angora erano circa 20mila e si crearono moltissimi posti di lavoro. Dal 1953 l’azienda passò nelle mani del figlio Lino Spagnoli (nipote di Luisa Spagnoli), che riuscì a potenziare l’azienda e ad affiancare alla maglieria la produzione di abbigliamento classico per signora, che funzionò molto bene e riuscì ad aprire in breve tempo una novantina di negozi. Lino Spagnoli dal 1966 al 1973 fu anche presidente del Perugia Calcio, che con lui passò dalla serie C alla serie B.

I dipendenti

La famiglia Spagnoli viene sempre ricordata come una delle famiglie che ha fatto di più per l’industria italiana e per quella umbra. Luisa Spagnoli poi è considerata una delle prime imprenditrici donne in Italia, oltre che una delle più virtuose, perché ha sempre cercato di creare una serie di strutture sociali per i dipendenti delle sue aziende. Quando era alla Perugina, la Spagnoli fondò un asilo nido nello stabilimento di Fontivegge, vicino a Perugia. Il figlio Mario, poi, nell’azienda Angora Spagnoli fece costruire una vera e propria Città dell’Angora, con case a schiera per gli operai, una piscina comune, delle nursery per i bambini e durante il Natale regalava capi in lana a tutte le famiglie degli operai. Negli anni Sessanta per i figli dei suoi dipendenti fece costruire il parco giochi “Città della Domenica”, che si può visitare ancora oggi.

Luisa Spagnoli oggi

Oggi l’azienda di abbigliamento si chiama solo Luisa Spagnoli S.p.a. e realizza abiti da signora molto classici, che vengono venduti principalmente in 152 boutique italiane e in 52 negozi all’estero, oltre che in negozi di abbigliamento multimarca. L’amministratore delegato e presidente dell’azienda è Nicoletta Spagnoli, figlia di Lino Spagnoli e bisnipote della fondatrice. In un recente articolo il Sole 24 Ore ha spiegato che oggi le cose per il marchio vanno molto bene: l’azienda ha 810 dipendenti, quasi tutte donne, e nel 2015 chiuderà con un fatturato di 126 milioni di euro, in crescita rispetto all’anno precedente. Nicoletta Spagnoli ha detto che «l’azienda è saldamente in mano alla mia famiglia e lo resterà. Anche mio figlio Nicola, che studia all’università, sta già collaborando con me, seguendo i nuovi progetti come l’e-commerce, che abbiamo lanciato nell’aprile 2015 e che sta andando molto bene, anche in Paesi dove non siamo presenti con negozi fisici, come l’Australia». Luisa Spagnoli vende molto bene in Italia, ma anche all’estero dove sta per aprire un quinto negozio in Iran, altri due a Dubai, uno a Londra e uno negli Stati Uniti, a Palo Alto. Di recente è stato anche lanciato il profumo “Luisa”, che sta andando molto bene.

La strada

“Chi vuole sul serio qualcosa trova una strada, gli altri una scusa.” Proverbio Africano

(dal sito: http://www.piuchepuoi.it/sviluppo-personale/basta-scuse-trova-la-strada/)

E’ proprio così: “chi vuole sul serio trova una strada, gli altri una scusa”.

La strada può essere dritta o tortuosa, ma, se si vuole realmente qualcosa, prima o poi la strada giusta sarà trovata e potrà essere percorsa.

E magari sarà una strada tutta da scoprire o, meglio, tutta da costruire, proprio come questa:

dal sito: http://tuttopercasa.pianetadonna.it/come-asfaltare-una-strada-privata-155090.html

ma prima o poi si arriverà alla meta segnata.

E’ proprio vero, che chi desidera ardentemente una cosa trova la strada e gli altri trovano solo scuse.

Provare per credere.

La Parola di oggi

Martedì 2 Febbraio 2016 – Presentazione del Signore

Prima Lettura
Dal libro del profeta Malachìa
Ml 3,1-4

Così dice il Signore Dio:
«Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti.
Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai.
Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia.
Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».

Parola di Dio

Oppure:
Dalla lettera agli Ebrei
Eb 2,14-18

Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.
Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Parola di Dio

Salmo Responsoriale
Sal 23 (24)

R. Vieni, Signore, nel tuo tempio santo

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.

Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia. R.

Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.

Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria. R.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Parola del Signore

Forma breve
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-32

 immagine dal sito: http://www.servizioliturgico.it/festa-della-presentazione-del-signore-al-tempio/

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

Parola del Signore

Commento dal sito: http://www.servizioliturgico.it/festa-della-presentazione-del-signore-al-tempio/ :

Nella liturgia romana, la festa della Presentazione del Signore si colloca idealmente alla fine delle celebrazioni natalizie e prelude a quelle pasquali. Infatti nella presentazione al tempio Gesù è offerto e si offre come vittima sacrificale al Padre, offerta che si consumerà sulla Croce. Come ricorda la prima lettura alternativa della Messa, Cristo è veramente sacerdote nell’offrire se stesso per i peccati del popolo: “sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo”.

Dopo il Vaticano II, la festa del 2 febbraio, pur recuperando il suo primario significato cristologico, ha conservato la connotazione mariana da secoli acquisita Infatti in questo mistero, Maria ha un ruolo rilevante: la Madre offre il Figlio e insieme è offerta al Padre dal Figlio, secondo l’economia nuova della croce redentrice. In ossequio alla legge di Mosè, ogni primogenito ebreo è chiamato “santo”, cioè proprietà del Signore e a lui consacrato quale geloso possesso. Eventualmente può essere riscattato con un’offerta sacrificale (cf. Es 13,2.12.15, brano letto nell’Ufficio delle letture della Liturgia delle Ore; cf. anche Lv 12,2-6.8; 5,11). Gesù è offerto a Dio, come primogenito, e riscattato con l’offerta dei poveri. La lettura evangelica della Messa, oltre a sottolineare l’osservanza della legge da parte di Giuseppe e Maria, indica la città santa di Gerusalemme come punto di partenza della salvezza portata da Gesù. I due vecchi, Simeone e Anna, che hanno incontrato Gesù nel tempio, rappresentano il popolo di Dio in attesa della salvezza promessa. Come si dice all’inizio della benedizione delle candele, Gesù “veniva incontro al suo popolo, che
l’attendeva nella fede”. Perciò in Oriente, ma anche poi in un primo tempo in Occidente, la festività è stata chiamata Ypapanté (= Incontro). Il prefazio della Messa riprende questa tradizione quando, tra l’altro, afferma: “E noi esultanti andiamo incontro al Salvatore…” Anche il Discorso di San Sofronio, riportato dall’Ufficio delle letture del giorno si esprime in modo simile: “Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui… “

In realtà, nella legge ebraica la presentazione “al tempio” non era richiesta. San Luca ha riunito e utilizzato in modo originale i precetti biblici per seguire un suo particolare disegno, che la liturgia del 2 febbraio mette in evidenza anche con altri testi. Nel salmo responsoriale, in un crescendo di grande potenza sonora, le porte del tempio sono invitate a spalancarsi, sollevando i loro frontoni e i loro archi per accogliere il Re della Gloria che entra nel suo tempio. Il tempio è anche evocato nel brano del profeta Malachia, proposto come prima lettura della Messa: il profeta annuncia l’arrivo di un messaggero di Dio che entra nel tempio e attraverso un giudizio purificatorio, rappresentato dai due simboli del fuoco del fonditore e della liscivia dei lavandai, prepara un sacerdozio puro destinato a offrire a Dio l’oblazione pura e santa di Giuda e di Gerusalemme. La liturgia odierna vede in questo messaggero di Dio che entra nel tempio per purificarlo, la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme e la purificazione di sua madre Maria in ossequio alla legge mosaica. Ma la Madre va al tempio soprattutto per associarsi all’offerta di suo Figlio. Maria e Giuseppe, presentando il Bambino, riconoscono che Gesù è “proprietà” di Dio ed entra nel piano dell’attuazione del disegno divino perché è salvezza e “luce per tutti i popoli”. Il simbolismo della luce, simbolismo sia natalizio che pasquale, è espresso in modo particolare dal rito della benedizione delle candele e dalla processione che precede la celebrazione eucaristica.

“Nada te turbe”