Archivio dell'autore: CARLO MANZIONE cogitoergosum1969
Discussione su YouTube – This Heaven-David Gilmour
Discussione su YouTube – David Gilmour – Red Sky At Night.wmv
Discussione su YouTube – David GILMOUR | Take a Breath [ LIVE from Abbey Road ]
Discussione su YouTube – The Blue, David Gilmour
salvi gli scatti dei docenti
nella scuola
Salvi gli scatti nella scuola
fonte
ADNKRONOS – Come richiesto dai sindacati, il personale della
scuola a differenza di altre categorie del pubblico impiego potrà godere
nel prossimo triennio degli scatti di anzianità.
Per compensare il mancato congelamento il governo attingerà al fondo
del 30 per cento accantonato nell’ambito della riforma Gelmini (a valere
sui risparmi derivanti dalla riduzione del numero degli insegnanti) per
premiare i docenti più meritevoli. I premi di merito sono quindi
rinviati a dopo il 2013.
Il Tar sospende, per ora, la riforma Gelmini ed i tagli alle cattedre
Il Tar boccia la “riforma” Gelmini
Mariastella Gelmini
Redazione
Tagli del personale e riduzione di orari introdotti prima dell’entrata in vigore dei regolamenti attuativi. Entro il 19 luglio la ministra dovrà dare spiegazioni ai giudici di legittimità amministrativa. Circolari utilizzate come norme di legge
ROMA – Ancora una tegola per la cosiddetta “riforma” Gelmini. Il Tar del Lazio ha accolto la sospensiva. Una ordinanza del Tar del Lazio sospende i provvedimenti ministeriali in materia di organici accogliendo una richiesta del "Comitato nazionale per scuola della Repubblica" e del "Comitato bolognese scuola e costituzione".
Il ricorso riguarda le circolari sugli organici che, secondo i legali di parte, sarebbero illegittime in quanto emanate prima che i Regolamenti sulla riforma della secondaria di secondo grado entrassero in vigore. Il Tar del Lazio per il momento non e’ ancora entrato nel merito ma disposto la sospensione dei provvedimenti impugnati ordinando al Ministro di depositare nel termine di quindici giorni una "documentata relazione" per acquisire ulteriori elementi. Il 19 luglio e’ fissato una nuova udienza per decidere se confermare o meno la sospensione dei provvedimenti impugnati. Intanto, pero’, la sospensione delle circolari potrebbe avere qualche conseguenza. Secondo i Comitati che hanno promosso il ricorso la sospensione comporta che fino al 19 luglio tutte le operazioni sull’organico e i relativi trasferimenti del personale e quelle sulle iscrizioni sono congelate.
Secondo i Comitati che hanno presentato il ricorso "la serie di illegittimita’ compiute dal ministro Gelmini che, usando circolari come fossero leggi, ha forzato tempi e procedure della riforma al solo scopo di incassare i tagli di spesa, ha messo nel caos le scuole e mette a rischio l’inizio regolare del prossimo anno scolastico". Il Comitato Scuola e Costituzione sottolinea, in una nota, che i genitori hanno dovuto procedere all’iscrizione dei figli alle prime classi dei nuovi indirizzi per l’anno scolastico 2010-2011 "senza conoscere i programmi di studio e sulla base dell’offerta formativa dello scorso anno che gli istituti non sono stati in grado di aggiornare, in mancanza dei programmi e dei regolamenti definitivi". Sempre in assenza di programmi e regolamenti "e’ stato imposto ai Collegi l’adozione dei libri di testo entro il 31 maggio per le nuove classi prime" ed "e’ incerto a quali insegnanti verrà affidato l’insegnamento delle discipline introdotte dai nuovi ordinamenti e non previste dai precedenti". Infine, il Comitato mette in evidenza come siano "in enorme ritardo" le operazioni di definizione dell’organico e quindi quelle di mobilità (in questo momento sono in fase di definizione quelle della sola scuola primaria). "I docenti si troveranno trasferiti d’ufficio sulla base di un organico basato per il prossimo anno su classi di concorso ‘atipiche’ ovvero di classi prodotte da una commistione fra le vecchie classi e quelle previste dal regolamento di revisione, rimasto congelato nel suo iter. In tal modo – conclude il Comitato alcune graduatorie verranno penalizzate dall’unificazione con altre".
«Fino ad oggi sono state reticenti le risposte del ministro Gelmini alle nostre interrogazioni sull’uso disinvolto delle circolari in assenza di leggi e sulla mai avvenuta pubblicazione dei decreti interministeriali sugli organici. Ma, davanti all’ordinanza di ieri del Tar del Lazio e alla richiesta di presentare entro 15 giorni una ‘documentata relazione, il ministro non potrà più far finta di niente». Lo ha affermato Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura di Montecitorio dopo l’ordinanza del tribunale amministrativo sugli organici. «Non avrà più alibi per non venire in Parlamento a render conto dell’irregolarità e delle disfunzioni amministrative che hanno caratterizzato l’applicazione dei tagli di 130 mila posti tra docenti e personale non insegnante. Il silenzio della Gelmini potrebbe essere compreso solo se il ministro fosse impegnata in queste ore in un esame di coscienza sui devastanti tagli e sul caos creato alla scuola pubblica».
Seconda prova maturità classica – Platone: Socrate e la politica.
Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca
M492 – ESAME DI STATO DI LICEO CLASSICO
CORSO DI ORDINAMENTO
Versione dal GRECO
Socrate e la politica
Ἐγὼ γάρ, ὦ ἄνδρες ᾿Αθηναῖοι, ἄλλην μὲν ἀρχὴν οὐδεμίαν πώποτε ἦρξα ἐν τῇ πόλει, ἐβούλευσα δέ• καὶ ἔτυχεν ἡμῶν ἡ φυλὴ Ἀντιοχὶς πρυτανεύουσα ὅτε ὑμεῖς τοὺς δέκα στρατηγοὺς τοὺς οὐκ ἀνελομένους τοὺς ἐκ τῆς ναυμαχίας ἐβουλεύσασθε ἁθρόους κρίνειν, παρανόμως, ὡς ἐν τῷ ὑστέρῳ χρόνῳ πᾶσιν ὑμῖν ἔδοξεν. Τότ’ ἐγὼ μόνος τῶν πρυτάνεων ἠναντιώθην ὑμῖν μηδὲν ποιεῖν παρὰ τοὺς νόμους καὶ ἐναντία ἐψηφισάμην• καὶ ἑτοίμων ὄντων ἐνδεικνύναι με καὶ ἀπάγειν τῶν ῥητόρων, καὶ ὑμῶν κελευόντων καὶ βοώντων, μετὰ τοῦ νόμου καὶ τοῦ δικαίου ᾤμην μᾶλλόν με δεῖν διακινδυνεύειν ἢ μεθ’ ὑμῶν γενέσθαι μὴ δίκαια βουλευομένων, φοβηθέντα δεσμὸν ἢ θάνατον. Καὶ ταῦτα μὲν ἦν ἔτι δημοκρατουμένης τῆς πόλεως• ἐπειδὴ δὲ ὀλιγαρχία ἐγένετο, οἱ τριάκοντα αὖ μεταπεμψάμενοί με πέμπτον αὐτὸν εἰς τὴν θόλον προσέταξαν ἀγαγεῖν ἐκ Σαλαμῖνος Λέοντα τὸν Σαλαμίνιον ἵνα ἀποθάνοι• οἷα δὴ καὶ ἄλλοις ἐκεῖνοι πολλοῖς πολλὰ προσέταττον, βουλόμενοι ὡς πλείστους ἀναπλῆσαι αἰτιῶν. Τότε μέντοι ἐγὼ οὐ λόγῳ ἀλλ’ ἔργῳ αὖ ἐνεδειξάμην ὅτι ἐμοὶ θανάτου μὲν μέλει, εἰ μὴ ἀγροικότερον ἦν εἰπεῖν, οὐδ’ ὁτιοῦν, τοῦ δὲ μηδὲν ἄδικον μηδ’ ἀνόσιον ἐργάζεσθαι, τούτου δὲ τὸ πᾶν μέλει. Ἐμὲ γὰρ ἐκείνη ἡ ἀρχὴ οὐκ ἐξέπληξεν, οὕτως ἰσχυρὰ οὖσα, ὥστε ἄδικόν τι ἐργάσασθαι, ἀλλ’ ἐπειδὴ ἐκ τῆς θόλου ἐξήλθομεν, οἱ μὲν τέτταρες ᾤχοντο εἰς Σαλαμῖνα καὶ ἤγαγον Λέοντα, ἐγὼ δὲ ᾠχόμην ἀπιὼν οἴκαδε.
PLATONE
_______________________
Durata massima della prova: 4 ore.
È consentito soltanto l’uso del dizionario di greco.
Non è consentito lasciare l’Istituto prima che
siano trascorse 3 ore dalla dettaura del tema.La traduzione proposta dal Corriere della Sera al sito: http://www.corriere.it/cronache/speciali/2010/maturita/notizie/23-giugno-seconda-classico-gusmini_b8c79872-7ea1-11df-b520-00144f02aabe.shtml
«Infatti, o ateniesi, io non ho mai esercitato nessuna carica in città, solo una volta sono stato membro della Bulé; e la mia tribù Antiochide aveva la pritania quando decideste di processare insieme – illegittimamente, come poi riconosceste tutti voi – i dieci strateghi che non avevano soccorso i naufraghi della battaglia navale. In quel frangente, io solo fra i pritani mi opposi perché non faceste nulla contro la legge, e votai contro. E mentre c’erano politicanti pronti a denunciarmi e a trascinarmi in giudizio e voi davate ordini e li incitavate, io pensavo che per me fosse meglio correre rischi schierandomi con la legge e la giustizia, piuttosto che, per paura della prigione o della morte, con voi, che stavate deliberando contro la legge. E questo accadde quando c’era ancora la democrazia; ma quando si affermò l’oligarchia, i trenta mi mandarono a chiamare al Tholos con altri quattro, e ci ordinarono di andare a prelevare da Salamina Leonte di Salamina, per mandarlo a morte; e molti ordini del genere ne diedero a molti altri, per coinvolgere nei loro crimini più persone possibili. Ma anche allora provai, non a parole ma coi fatti, che della morte non m’importa – se non è troppo rozzo dirla così – un bel niente, mentre non fare nulla di illegale né di empio, questo sì m’importa. E difatti quel governo, per quanto duro, non riuscì a spaventarmi tanto da farmi compiere un crimine: quando uscimmo dal Tholos, gli altri quattro andarono a Salamina a prendere Leonte, mentre io me ne tornai a casa».
Franca Gusmini
(Liceo Classico «Tito Livio», Milano)
23 giugno 2010
Discussione su YouTube – Peter Frampton – Now – 09. While my guitar gently weeps
Italia Forza!!
Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
Umberto Saba.
Discussione su YouTube – Fratelli d’Italia
E le statistiche?
Appunti di Storia 4 parte: da Enrico VI a Federico II – l’Italia meridionale dopo Federico II
Enrico VI
Il nuovo imperatore dovette combattere per entrare in possesso della corona del Regno di Sicilia, riuscendovi solo nel 1194, dopo aver sconfitto il conte Tancredi di Lecce, che gli era stato contrapposto al trono dal partito baronale del regno normanno. Dopo aver imposto la sua autorità nel Sud dell’Italia, Enrico poté contare su un impero che annoverava i territori germanici, i territori dell’Italia settentrionale, nominalmente sottoposti all’impero, e quelli dell’Italia meridionale con l’assunzione del trono di Sicilia.
Enrico, però, dovette ben presto scontrarsi con il Papa Celestino III (1191 – 1198) quando, nel 1196, proclamò il figlio Federico Ruggero (il futuro Federico II) re dei Romani.
Celestino III vide in quest’atto una prevaricazione che giudicò lesiva dell’autorità del papa, unico depositario della prerogativa di incoronare re e sovrani. Pertanto, scomunicò l’imperatore che poi morì nel 1197 in Sicilia, all’età di 32 anni, mentre stava preparando una crociata in Oriente.
L’anno successivo morì anche Costanza di Altavilla.
Il poeta Pietro da Eboli ci narra le vicende legate a questo scontro nel Liber ad honorem Augusti, conosciuto anche con il titolo De rebus Siculis carmen
Pietro da Eboli
Opere di Pietro da Eboli
Pietro da Eboli figura tra le massime glorie ebolitane dei secoli scorsi. Visse tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIII. L’opera più importante che ci è rimasta di lui è il Liber ad honorem Augusti, composto in distici elegiaci (un tipo di strofa costituita da una coppia di versi, un esametro e un pentametro) e dedicato ad Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa) vissuto tra il 1165 ed il 1197), che dal 1191 al 1197 fu imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e dal 1194 al 1197 fu anche Re di Sicilia.
Enrico, come si è visto, aveva sposato Costanza di Altavilla, che era figlia di Ruggero II, re di Sicilia, e in quanto zia dell’ultimo re normanno Guglielmo II aveva ereditato il trono normanno.
In virtù di questo matrimonio Enrico aveva aggiunto al suo titolo imperiale quello di Re di Sicilia, dopo uno scontro con il “partito nazionalista” che gli aveva opposto, come candidato al trono, il conte Tancredi di Lecce, anche lui imparentato con Guglielmo II e nipote per via di padre della stessa Costanza.
Ad Eboli, definita dulce solum, Pietro rimase sempre legato, al punto da rivendicarne il conferimento del titolo di città, in segno di gratitudine per la fedeltà osservata dagli abitanti di Eboli alla causa imperiale, riconoscimento reso da Federico II.
Il Liber di Pietro da Eboli può essere considerato una pregevole opera di poesia, ma anche un importante documento storico, arricchito da preziose miniature. Esso, infatti, è l’unica opera in versi che descrive il passaggio dalla monarchia normanna a quella sveva in Italia meridionale.
Notevole, in Pietro, fu anche la speranza nell’Impero come unica istituzione in grado di reggere le sorti dell’umanità. Una fede sincera, quella del nostro illustre concittadino, che sembra anticipare la visione politica di Dante che, nel De Monarchia, formulerà la “teoria dei due Soli”.
Il Liber ad honorem Augusti (conosciuto anche con il titolo Petri d’Ebulo carmen de motibus Siculis inter Henricum VI Romanorum imperatorem et Tancredum seculo XII gestis, o più semplicemente con l’altro titolo De rebus Siculis carmen, Liber ad honorem Augusti) fa parte di una trilogia di opere, composte da Pietro e dedicate alla casa sveva che annovera il Liber ad honorem Augusti, il De balneis Puteolanis, e i Gesta Friderici, dedicato a Federico II.
Il Liber, diviso in 52 particole e in miniature che ne illustrano il contenuto, tratta dello scontro avutosi, nel corso dell’ultima dominazione normanna in Italia meridionale, tra Enrico VI e Tancredi di Lecce. Nel poema vengono narrate le vicende di questo scontro e la vittoria finale di Enrico VI. Viene anche ricordata la nascita di Federico Ruggero, il futuro Federico II. Il terzo e ultimo libro del carme contiene una sorta di inno di elogio nei confronti di Enrico VI.
Federico II
Alla morte di Costanza di Altavilla, assunse la reggenza del piccolo Federico Ruggero il Papa Innocenzo III (1198 – 1216).
Questi impresse una svolta decisamente autoritaria al suo pontificato e fu un convinto assertore della superiorità del papato sull’Impero.
Nel 1209 incoronò imperatore Ottone di Brunswick, che prese il nome di Ottone IV. Successivamente, volendo Ottone ristabilire l’autorità imperiale in Italia, Innocenzo III lo scomunicò e incoronò re di Germania, nel 1212, Federico II, dopo avergli strappato l’impegno a non riunificare la corona imperiale a quella siciliana, di cui ere erede dopo la morte di Enrico VI e di Costanza.
Federico II sconfisse definitivamente Ottone IV nella battaglia di Bouvines, nelle Fiandre, nel 1214. Fu incoronato imperatore nel 1220 a San Pietro dal nuovo Papa Onorio III (1216 – 1227), dopo aver fatto conferire, nello stesso anno, il titolo di re di Germania al figlio Enrico VII di appena nove anni sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia .
Ottenuta l’incoronazione imperiale, Federico consolidò il suo potere. Poiché non mantenne fede alla promessa fatta ad Onorio III di intraprendere una nuova crociata, fu scomunicato una prima volta, nel 1227, dal nuovo Papa Gregorio IX (1227 – 1241). L’imperatore fu, quindi, costretto ad intraprendere la spedizione contro i Musulmani in Terrasanta. Era la sesta crociata (1228 – 1230).
In questa circostanza, Federico ottenne degli importanti successi diplomatici: sottoscrisse una pace decennale con il sovrano d’Egitto Al Kamil che si impegnò a non ostacolare i pellegrinaggi in Terrasanta. Gregorio IX, tuttavia, non accettò questo risultato, accusando Federico di essere sceso a patti con gli “infedeli”. Lo incolpò anche di essere entrato nel Sepolcro di Cristo nonostante la scomunica. Per questo, lanciò le sue truppe contro il Regno di Sicilia. Federico ebbe facile gioco nel vincere le truppe del Papa che dovette ritirare la scomunica e stipulare presso Montecassino con Federico, nel 1230, il trattato di San Germano.
Il regno federiciano di Sicilia e la sua crisi
Federico spostò la sua corte in Sicilia, a Palermo, Impresse un’impronta fortemente centralistica al suo regno e promulgò, nel 1231, il Liber Augustalis, noto anche con la denominazione Costituzioni melfitane, così chiamate perché furono promulgate a Melfi, in Basilicata. Si trattava di una raccolta di leggi, redatte sul modello del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, da esperti giuristi, tra cui il capuano Pier delle Vigne. Attraverso le Costituzioni melfitane, Federico II intese riaffermare la sua autorità sui feudatari e sulle città della penisola, riaccendendo anche lo scontro tra Comuni ed Impero.
In questo quadro, nel 1234, Federico dovette fronteggiare la rivolta del figlio Enrico VII[1], re di Germania. Questi, che aveva il sostegno dei principi tedeschi e l’appoggio dei Comuni della Lega Lombarda, sosteneva che la politica del padre era troppo incentrata sulla Sicilia e lasciava il potere imperiale in balia dei baroni e delle loro prepotenze. Enrico fu sconfitto dal padre nel 1235 e si uccise poco dopo. La Lega Lombarda fu sconfitta nel 1237 nella battaglia di Cortenuova, vicino Bergamo.
Tuttavia la seconda scomunica del 1239 ad opera di Gregorio IX, la terza scomunica del 1245, ad opera del Papa Innocenzo IV (1243 – 1254), e la sconfitta delle truppe imperiali a Fossalta, presso Bologna, nel 1249, segnarono il declino di Federico, che morì a Ferentino, in Puglia, nel 1250, mentre stava organizzando un esercito per un nuovo scontro in Italia settentrionale. Con la morte di Federico II fallì anche il disegno universalistico del suo impero, contrastato dalla resistenza dei Comuni e della Chiesa.
La fine della dinastia sveva e la divisione del Regno di Sicilia
Dopo la morte di Federico, i principi tedeschi elessero re di Germania e dei Romani Rodolfo I d’Asburgo. La corona di Sicilia, intanto, fu assunta nel 1258 da Manfredi, figlio di Federico. La sua politica di alleanze suggellata dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona, la sua vittoria contro le truppe della guelfa Firenze, nella battaglia di Montaperti del 1260, nonché la sua tenace volontà di unificare la corona di Sicilia e quella del Regno d’Italia nelle sue mani, preoccuparono il Papa Clemente IV. Questi, che era di origini francesi, chiamò in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi a Benevento nel 1266 e pose l’Italia meridionale sotto il suo dominio. L’ultimo tentativo di riorganizzare il regno svevo fu compiuto da un altro figlio di Federico, Corradino di Svevia. Questi, nel 1268, combatté contro gli Angioini a Tagliacozzo, in Abruzzo, nell’agosto del 1268. Dopo un primo parziale successo, Corradino fu sconfitto e fu fatto prigioniero. Condotto a Napoli, fu decapitato nella Piazza del Mercato il 28 ottobre del 1268. Con la morte di Corradino si estinse anche la Casa Sveva. Il regno di Sicilia, comprendente tutta l’Italia meridionale, rimase stabilmente nelle mani degli Angioini fino al 1282. La corte fu spostata a Napoli, con forte risentimento dei Siciliani.
Nella Pasqua del 1282 una rivolta scoppiata in Palermo e in tutta la Sicilia, segnò la fine della dominazione angioina nell’isola.
L’insurrezione, motivata dal malcontento dei sudditi per il trasferimento della capitale del Regno a Napoli e per l’esosa politica fiscale degli Angioini, scoppiò per motivi apparentemente futili: la perquisizione di una donna siciliana ad opera di un soldato francese, nell’ora del Vespro, dinanzi alla chiesa del Santo Spirito, accese la miccia di una situazione già incandescente. Pietro III d’Aragona, legittimo erede in quanto marito di Costanza, la figlia di Manfredi, giunse in Sicilia e si impossessò dell’isola. Lo scontro, passato alla storia con la denominazione di Guerra del Vespro o Vespri Siciliani, durò venti anni e si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta con cui si conferì la corona di Sicilia agli Aragonesi.
In tal modo, il regno normanno – svevo di Sicilia si ritrovò diviso in due: il Regno di Napoli, sotto gli Angioini, ed il Regno di Sicilia, sotto gli Aragonesi.
[1] Enrico VII di Hohenstaufen (Palermo, 1211 – Martirano, 10 febbraio 1242) era il figlio primogenito di Federico II e di Costanza d’Aragona. Diventato adulto, si dimostrò irrequieto e sovversivo. Infatti Enrico aveva sviluppato nei confronti del padre un odio profondo inasprito dalla lontananza del padre che aveva posto la sua corte in Sicilia. Lo scontro tra padre e figlio divenne inevitabile quando Enrico, mal consigliato dall’aristocrazia tedesca, si rese promotore di una lotta senza quartiere contro il regime imperialistico di Federico che sfavoriva lo sviluppo delle terre tedesche. Alla fine del 1234, Federico apprese con costernazione che il figlio si era alleato contro di lui con i suoi più temibili nemici, i Comuni della Lega Lombarda. Enrico fu deposto e condannato a morte. In seguito la condanna fu commutata in carcere a vita. Si uccise in Calabria, nel 1242, durante il trasferimento in una delle prigioni del Regno di Sicilia.
Appunti di Storia 3 parte: lo scontro tra Comuni e Impero con Federico Barbarossa
Lo scontro tra Comuni e Impero
La morte di Enrico V, nel 1125, aveva lasciato l’impero germanico in una situazione di stallo e di caos. Era morto senza eredi. Lo scontro per la successione ebbe una durata quasi trentennale e coinvolse la Casa di Baviera, rappresentata dal duca Lotario II, e la Casa di Svevia, guidata da Corrado III di Hohenstaufen. L’anarchia che ne seguì vide alternarsi al potere entrambi i contendenti: Lotario II resse il governo dal 1133 al 1137, Corrado III dal 1137 al 1152. I sostenitori della Casa di Baviera erano detti guelfi, da Welf (Guelfo), il fondatore della casata bavarese; i fautori della Casa di Svevia erano detti ghibellini, dal nome del castello di Weiblingen, posseduto dagli Hohenstaufen. Poiché i duchi di Svevia che possedevano il castello di Weiblingen erano favorevoli alla politica imperiale, mentre i duchi di Baviera erano contrari alla politica imperiale, la distinzione tra guelfi e ghibellini, fu introdotta anche in Italia, per definire, rispettivamente, coloro che sostenevano la causa della Chiesa e coloro che difendevano l’impero.
Nel 1152, i principi tedeschi elessero imperatore Federico I di Hohenstaufen, detto Federico Barbarossa. Egli discendeva, per parte di padre, dai duchi di Svevia del casato degli Hohenstaufen, per parte di madre, invece, era imparentato con i duchi di Baviera. L’elezione di Federico I costituiva, dunque, una sorta di compromesso, dal momento che il sovrano era imparentato con entrambe le famiglie che si contendevano il potere.
L’esordio politico di Federico fu improntato al conseguimento dei seguenti obiettivi:
1) Ripristinare l’autorità imperiale in Italia
2) assumere il controllo delle città del Nord e del Centro
3) ricondurre nell’ambito della giurisdizione imperiale le regalie[1] “usurpate” dai Comuni, cioè i diritti di imporre tasse, battere moneta, stipulare trattati di cui i Comuni si erano impossessati
4) farsi consacrare dal Papa re d’Italia e imperatore
5) abbattere la monarchia normanna retta, in questa fase, da Guglielmo I il Malo (1131 – 1166)
6) conquistare il sud Italia.
Il 18 giugno del 1154, Federico discese in Italia dove, nel 1155, fu incoronato re d’Italia ed imperatore dal Papa Adriano IV (1154 – 1159)[2].
La prima Dieta di Roncaglia
Spinto dalla volontà di ripristinare in Italia l’autorità imperiale, Federico convocò una dieta, cioè una riunione con i rappresentanti dei comuni italiani, a Roncaglia (vicino Piacenza) nel dicembre del 1154 nella quale dichiarò nulle le regalie usurpate dai comuni[3]. Tuttavia, messo alle strette dalle forti opposizioni dei rappresentanti dei comuni, privo di un esercito che potesse consentirgli di piegarne le resistenze, a Federico non rimase altro che desistere dal suo proposito. Si recò, quindi, a Roma dove appoggiò il Papa Adriano IV contro l’azione di Arnaldo da Brescia che, facendosi portavoce del movimento della patarìa (che puntava a moralizzare la Chiesa, riconducendola alla semplicità delle origini), si era opposto al potere temporale del Papa. Arnaldo da Brescia fu catturato e giustiziato e Adriano IV, in segno di gratitudine nei confronti del Barbarossa, come si è sopra accennato, lo incoronò nel 1155 re d’Italia e imperatore. Federico dovette, poi, rientrare in Germania a causa di una rivolta.
In Germania, nel settembre del 1157, convocò una dieta a Würzburg: in quella circostanza teorizzò l’inalienabilità dell’autorità imperiale ed il carattere universale della sua istituzione, specificando che il potere e la corona non gli venivano dalla Chiesa, come una sorta di privilegio feudale, ma direttamente da Dio.
In una seconda dieta di Roncaglia (1158), Federico emanò tre direttive, una contro il Papa, una contro i Comuni, una contro i feudatari:
1) il volere del principe aveva, di per sé, forza ed effetto di legge. Era superflua l’incoronazione da parte del Papa
2) Le regalie spettavano al re e i comuni dovevano porsi sotto la sua influenza. Il governo doveva essere accentrato nelle mani di podestà o governatori di fiducia del sovrano
3) le lotte tra i comuni mettevano a rischio la pace.
I comuni insorsero ancora una volta contro le decisioni dell’imperatore, trovando, questa volta, un forte sostegno nel nuovo Papa Alessandro III (1159 – 1181), acerrimo nemico dell’imperatore.
La reazione del Barbarossa alla rivolta dei Comuni e al sostegno offerto loro dal nuovo pontefice fu molto pesante: le città di Crema e di Milano furono distrutte, rispettivamente, nel 1159 e nel 1162, mentre al Papa l’imperatore contrappose un antipapa nella figura di Vittore IV.
La Lega lombarda e la sconfitta di Federico I
Per resistere con maggiore efficacia ai tentativi egemonici del Barbarossa, diversi comuni veneti e lombardi si allearono, nel 1167, nella Lega lombarda per combattere contro l’imperatore. La Lega ebbe l’appoggio del Papa Alessandro III e sconfisse Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano[4] del 29 maggio 1176.
Federico firmò un’ intesa con il Papa, nel 1177, garantendogli la fine delle ostilità e la destituzione dell’antipapa Vittore. Firmò, poi, con i comuni la Pace di Costanza del 1183[5], che vincolava l’imperatore a riconoscere l’autonomia dei comuni in cambio di un loro formale atto di sottomissione attraverso un giuramento di fedeltà e in cambio della riscossione del fodro[6].
In questo modo, il Barbarossa rinunciò ad ogni pretesa di egemonia sui comuni italiani, così come fece anche nei confronti del papato.
La monarchia normanno – sveva nell’Italia meridionale
Tre anni dopo la Pace di Costanza, nel 1186, Federico ottenne un importante successo diplomatico facendo celebrare il matrimonio tra suo figlio Enrico VI e Costanza di Altavilla, figlia di Ruggero II, il fondatore del Regno normanno di Sicilia. Federico riuscì, in tal modo, ad associare, tramite Enrico VI, la corona di Sicilia a quella imperiale degli Hohenstaufen. Nel 1189, alla morte del re normanno Guglielmo II il Buono, Costanza, sorella del padre del re, Guglielmo I il Malo, divenne unica erede della corona del Regno di Sicilia. La morte improvvisa del Barbarossa, avvenuta nel 1190 in Asia Minore durante la III Crociata, avviò la transizione dalla monarchia normanna a quella sveva nell’Italia meridionale con l’insediamento al trono imperiale di Enrico VI (1190 – 1197).
[1] Dal latino regalia, il termine “regalie” indicavano le “cose regali”, le “cose che spettano al re”.
[2] Era Nicholas Breakspear, l’unico inglese ad aver occupato il soglio pontificio.
[3] In effetti, in Italia, l’autorità imperiale era ostacolata non tanto dai feudatari, come in Germania, quanto dai comuni. Per questo, Federico cercò anche di imporre dei podestà di sua fiducia per condizionarne la vita politica.
[4] A questa battaglia è legato il nome di Alberto da Giussano. Questi avrebbe guidato, secondo la leggenda, le truppe militari dei comuni. Possiamo ritenere Alberto da Giussano un personaggio leggendario, più che storico. Secondo la tradizione, si distinsero particolarmente le truppe dei Milanesi, guidate da Alberto da Giussano e unite attorno alle insegne del Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine, intorno al quale si raccoglievano e combattevano le milizie dei comuni lombardi, probabilmente inventato dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, tra il 1037 e il 1039.
[5] Il trattato prese il nome della città in cui fu siglato, sulla riva del Lago di Costanza, nella Germania sud – occidentale, ai confini con la Svizzera.
[6] Il termine ”fodro” deriva dal longobardo fodr, foraggio. Era il diritto (detto anche albergaria) dei pubblici ufficiali e del sovrano in viaggio di esigere dalle popolazioni foraggio e biada per i cavalli.
Appunti di Storia 2 parte: le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani
Le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani
Nella nostra penisola si formarono due aree distinte: l’Italia centro – settentrionale in cui le città, contando su un’ampia autonomia dall’Impero a cui solo formalmente erano sottoposte, poterono facilmente organizzarsi in città – stato e, quindi, adottare la forma di autogoverno del Comune; l’Italia meridionale in cui, pur affermandosi delle realtà cittadine come Napoli, Amalfi, Bari, Trani, il controllo ferreo ed accentratore della monarchia normanna non permetteva il costituirsi di liberi Comuni.
In proposito, lo storico Giuseppe Petralia ha affermato che la questione meridionale affonda le sue radici proprio in questo assetto politico differente tra il Nord ed il Sud della nostra penisola. L’Italia meridionale che, durante la fase bizantina e sotto l’influsso islamico, aveva conosciuto una fase di sviluppo, perse gran parte della sua vitalità economica e sociale con la monarchia normanno – sveva e con le dominazioni degli Angioini e degli Aragonesi, che, privilegiando le esportazioni di frumento e di materie prime e puntando essenzialmente su una politica agraria, non consentirono l’affermarsi di una classe mercantile e borghese locale e, pertanto, non favorirono l’arricchimento di queste aree. E fu a partire da questo momento, afferma il Petralia, che si crearono nell’ambito dei rapporti di forza tra gruppi sociali le profonde differenze tra Nord e Sud che sono alla base della nostra questione meridionale.
I comuni si formarono con maggiore rapidità lì dove si registrò una grande vitalità dei ceti borghesi. Nel nostro Meridione, soffocato dall’eccessivo centralismo politico normanno (e poi angioino ed aragonese) e dal sistema vassallatico – feudale, venne bloccata sul nascere qualsiasi esperienza di autogoverno cittadino.
Le istituzioni comunali
Il comune era amministrato dal consiglio, detto anche arengo[1] o concio[2], un’assemblea cittadina che eleggeva i rappresentanti dei cittadini e discuteva le leggi. I supremi magistrati spesso erano definiti consoli[3] e, in numero variabile da un minimo di due fino a venti, governavano per un periodo che andava dai sei ai dodici mesi. I consoli avevano ampie prerogative: garantivano l’applicazione delle leggi, guidavano l’esercito della città in caso di guerra e rappresentavano il comune nelle ambascerie e nelle delegazioni ufficiali. Essi erano affiancati, nell’esercizio delle proprie funzioni, dall’arengo.
C’erano, poi, i cittadini di pieno diritto. Questi costituivano un’esigua minoranza, in cui non rientravano i servi, le donne, i forestieri giunti da poco nella città, i disoccupati e le minoranze religiose.
I comuni più ricchi e potenti estesero la loro giurisdizione anche ai territori dei comuni vicini, superando il confine segnato dalle mura cittadine. Assunsero, pertanto, la fisionomia di veri e propri Stati territoriali. Tra i comuni italiani che maggiormente si distinsero in questa capacità espansiva, ricordiamo Milano, Firenze, Venezia e Verona, città che avrebbero dato vita, nei secoli successivi, ad importanti Stati regionali che avrebbero influenzato la storia politica della nostra penisola nell’età moderna.
I comuni dell’Italia centro – settentrionale cercheranno, da un lato, di preservare gelosamente la propria autonomia, dall’altro, di estendere il controllo anche al di fuori delle mura cittadine, nell’area più ampia posta sotto la propria giurisdizione che viene definita “contado” (relativa anche al territorio agricolo che si estende attorno alla città) assumendo la fisionomia di “Stati territoriali”. Occorre anche dire che, se formalmente le città dell’Italia del centro – nord dipendevano dall’imperatore, di fatto, la figura imperiale, divisa tra il ruolo di re d’Italia e di imperatore, risultava quasi sempre assente.
Il passaggio dal regime consolare al regime podestarile
Appena eletti, i consoli giuravano solennemente di salvaguardare gli interessi generali della collettività e di porsi al di sopra delle parti e degli interessi delle fazioni. Tuttavia, non sempre essi riuscirono a mantenere un metro di giudizio e di comportamento equo e imparziale in quanto, essendo membri della stessa città, inevitabilmente si lasciavano coinvolgere nelle beghe tra fazioni o, comunque, non potevano rimanere estranei alle stesse passioni politiche che animavano i loro concittadini. Inoltre, il frequente ricambio delle magistrature consolari evitava, da un lato, una potenziale deriva autoritaria del governo comunale ma, dall’altro, rendeva instabile e discontinua la governabilità, con il risultato di inasprire i contrasti tra le fazioni cittadine per la conquista del potere. Per queste ragioni, spesso, a partire dalla seconda metà del XII secolo, si rese necessario ricorrere ad un arbitro che fosse davvero imparziale e che non avesse alcun interesse politico o economico per farsi coinvolgere nella dialettica tra le fazioni. Si passò dai consoli al podestà,[4] che era per lo più un forestiero estraneo agli interessi delle fazioni politiche e sociali.
Il podestà era un vero e proprio funzionario stipendiato durava un anno ed i suoi atti venivano giudicati da una commissione cittadina. Nella sua azione politica era affiancato da due consigli cittadini, espressione delle famiglie più influenti: il consiglio maggiore, costituito da alcune centinaia di persone, ed il Consiglio minore, composto, al massimo, da dieci – dodici persone.
Si avviò la trasformazione del Comune dal regime consolare a quello podestarile.
La tendenza a concentrare il potere nelle mani di una sola persona fu un fattore determinante dell’ulteriore passaggio, tra i secoli XIII e XIV, al governo delle Signorie. Il Signore poteva appartenere alla borghesia o alla feudalità; poteva essere un generale che si poneva a capo della amministrazione e della politica del Comune, acquisendo un forte potere personale.
Il passaggio successivo fu l’evoluzione dalla Signoria al Principato che si realizzava quando il potere del il Signore veniva “ufficializzato” con l’incoronazione papale o imperiale.
Le classi sociali nei comuni italiani
|
Classe sociale |
Composizione |
Associazioni |
Prerogative |
|
Nobili o Magnati |
Piccoli feudatari trasferitisi in città (Possidenti terrieri) |
Si associavano in consorterie |
Assumono ruoli direttivi. Avevano minore rappresentatività nei “comuni di popolo”. |
|
Popolo grasso |
Mercanti, artigiani, banchieri, professionisti (Ricca borghesia) |
Si associavano nelle “Arti maggiori”[5] |
Inizialmente esclusi dalla vita politica, fanno poi valere i propri diritti politici. |
|
Popolo minuto |
Piccoli e medi artigiani; proprietari di piccole imprese |
Arti medie e minori |
Potevano difendere i loro diritti economici, ma erano esclusi dalla vita pubblica. |
|
Plebe |
Lavoratori salariati (braccianti e operai, proletariato cittadino) |
Non avevano alcun diritto di associazione |
Erano esclusi dalla vita pubblica. |
Con il passar del tempo, i Nobili, definiti anche Magnati, persero molto della loro importanza, mentre si fece sempre più rilevante l’ascesa del popolo grasso, cioè dell’alta borghesia rappresentata dai grandi imprenditori e dai grandi commercianti. Il popolo grasso si impose, in genere, sia sulla nobiltà feudale inurbata nella realtà cittadina, sia sul popolo minuto, la classe sociale composta dagli operai e dai piccoli artigiani.
Tra i secoli XII e XIII, infatti, lo scontro tra i nobili ed il popolo grasso fu molto acceso e, lì dove il popolo grasso si affermava sui magnati, si registrava il passaggio dal “comune aristocratico” al “comune di popolo” o comune popolare. Anche se il comune popolare fece registrare importanti e significativi risultati in termini amministrativi, fiscali e giudiziari, non fu mai un’esperienza pienamente democratica, nell’accezione moderna del termine. Dalla partecipazione politica, infatti, continuavano a rimanere escluse le classi sociali più basse. Diversamente che nel comune aristocratico, però, il comune popolare tagliava fuori dalla vita politica anche le classi sociali più alte, quelle dei nobili o magnati. Alla fine del XIII secolo, infatti, nei comuni di popolo, che erano l’espressione della rappresentanza del popolo grasso, furono promulgate diverse disposizioni “antimagnatizie” che impedivano ai magnati l’accesso alle cariche pubbliche. Un esempio emblematico fu rappresentato dagli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella con i quali, in Firenze nel 1293, i nobili furono privati dei diritti politici.
[1] L’etimologia del termine “arengo” non è del tutto chiara. Inizialmente indicava un luogo recintato, poi ha designato lo spazio, cioè l’edificio comunale, in cui si svolgevano le assemblee dei cittadini e, quindi, ha assunto il significato di “assemblea”.
[2] Dal latino contio – contionis, a sua volta derivante da “conventio” = assemblea, adunanza.
[3] console: dal latino “consul”, designava nell’antica Roma la più alta magistratura. Nel Medioevo indica i magistrati che rappresentano e governano il comune. Evidente appare, nelle scelta terminologica, la volontà di richiamarsi all’esperienza dell’antica Res publica Romana.
[4] podestà: dal latino “potestas” = “autorità”, “esercizio del potere”. Il termine indicava, nel Medioevo, la più alta magistratura del comune che si sostituì a quella dei consoli. Il podestà aveva anche il compito di amministrare la giustizia e di comandare l’esercito.
[5] Con le espressioni “Arti maggiori” e “Arti minori” si indicavano nel Medioevo le associazioni di tutti coloro che svolgevano una professione o un mestiere. Le “Arti maggiori” raggruppavano coloro che esercitavano le attività economiche, commerciali e professionali più importanti e redditizie.


