Participio griego!

Dal sito: http://www.tierrasdeabadengo.es/departamentos/web%20clasicas/documentos/griego_participio.pdf

Participio griego

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Juventus: la festa in diretta su questo link!!

Juventus: la festa in diretta!

Già vincitrice, con un turno di anticipo, oggi la Juve ha chiuso nel migliore dei modi questo suo campionato 2011 / 2012, confermandosi squadra imbattuta con un rotondo 3-1 contro l’Atalanta.  I Gol di quella che il campionato ha dimostrato essere la migliore squadra d’Italia sono stati effettuati da Marrone, Del Piero e Barzagli (quest’ultimo su rigore)!

Onore alla SIGNORA e onore alla CAPOLISTA!

Ed ora la festa in diretta su questo link!

Juventus la festa in diretta

Dovunque vai con teco porti il cesso (Rustico Filippi)

Dovunque vai con teco porti il cesso (Rustico Filippi – poeta comico – realistico)

Rustico di Filippo (detto anche Rustico Filippi: novello Semonide di Amorgo?)

Dovunque vai, con teco porti il cesso,

oi buggeressa vecchia puzzolente,
ché qualunque persona ti sta presso
si tura il naso e fugge immantenente.

Li denti ‘n le gengie tue ménar gresso,  5
ché li tàseva l’alito putente;
le selle paion legna d’alcipresso
inver’ lo tuo fragor, tant’è repente.

Ché par che s’aprian mille monimenta
quand’apri il ceffo; perché non ti spolpe      10
o ti rinchiude sì ch’om non ti senta?

Però che tutto ‘l mondo ti paventa;
in corpo credo fìglinti le volpe,
tal lezzo n’esce fuor, sozza giomenta!

Note al testo
Metro: le rime seguono lo schema ABAB, ABAB; CDC, CDC.
2. oi buggeressa: o bagascia.
5. Li denti… gresso: i denti nelle tue gengive producono tartaro; gresso è termine che indicava una specie di arenaria, qui metafora del tartaro.
6. ché… putente: poiché l’alito puzzolente li infradicia intasandoli.
7-8. le selle… repente: i cessi (selle sono propriamente le seggette) sono profumati, si direbbero legno di cipresso (che ha un forte aroma) rispetto alla tua puzza (fragor), tanto è forte.
9-11. Ché… senta: quando apri la bocca (ceffo) sembra che si aprano mille sepolcri (monimenta); perché non crepi (ti spolpe) o ti rinchiudi così che nessuno (om) ti senta?
13. in… volpe: io credo che nel tuo corpo figlino, ci siano le volpi; secondo i bestiari le volpi erano animali sporchi.
a cura di Giovanna Bellini, Giovanni Mazzoni

dal sito http://www.laterza.it/scuola/conoscenze/brano.asp?codice=301

La lirica greca

Dall’età arcaica al V secolo a.C

Benché la gran parte delle tappe decisive della formazione della polis greca e, di conseguenza, della civiltà e della letteratura greca si siano avute a partire dall’VIII secolo, il periodo che va dal 685 al 480 a.C. è ben lontano dall’essere un periodo di calma e di stabilità. Dopo il processo di formazione della polis (nella Grecia propriamente detta e nel mondo egeo se ne contavano parecchie centinaia), sono pochi i cambiamenti veramente rilevanti. La scrittura si diffonde e questo costituisce un vantaggio considerevole per l’evoluzione di una società.   ….

…..

continua su:

http://www.carlomanzione.net/index.php?option=com_content&view=article&id=62:la-lirica&catid=36:news

 

ELEZIONI AMMINISTRATIVE…. MESSAGGIO PER TUTTI!

ELEZIONI COMUNALI: BATOSTA PDL CHE QUASI SCOMPARE DALLA CIRCOLAZIONE, RAGGIUNGENDO PERCENTUALI DA PREFISSO TELEFONICO. IL TERZO POLO CHE FINE HA FATTO? INFINE, IL PD REGGE, ATTESTANDOSI IN PRIMA POSIZIONE IN DIVERSI COMUNI, MA, FORSE, IL MESSAGGIO DELL’ ANTIPOLITICA VALE ANCHE PER LUI! QUESTA VOLTA HA RESISTITO, MA IN FUTURO?

NON E’ VERO CHE TUTTI I PARTITI TRADIZIONALI PERDONO: IL PD MANTIENE E, IN ALCUNI CASI, RAFFORZA LE SUE POSIZIONI. MA STIA ATTENTO A NON SOTTOVALUTARE QUANTO ACCADUTO OGGI!!!

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Un potentissimo “mezzo di comunicazione” dell’antichità: l’oracolo di Apollo a Delfi  (mio testo introduttivo + documentario postato da Youtube)

L’oracolo di Apollo a Delfi (C.Manzione)

Potremmo considerarlo a tutti gli effetti il primo grande esempio di “banca dati” universale al mondo. L’oracolo di Delfi, infatti, era il principale centro di informazione e di comunicazione non solo per la Grecia, ma per il mondo intero. Da ogni parte del globo vi giungevano uomini e personalità di spicco per chiedere informazioni su eventi già accaduti o, nella maggior parte dei casi, su eventi futuri e su scelte da compiere a livello individuale o collettivo. Numerosi erano gli ex voto lasciati nel santuario per benefici ricevuti. Il dio manifestava la sua volontà attraverso la Pizia, una sacerdotessa prescelta tra le fanciulle  del luogo, che, dopo essersi purificata con l’acqua della fonte Castalia e dopo aver masticato foglie di alloro, accedeva all’adyton, la cella sotterranea…

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La situazione in Italia dopo il 476: dal regno di Odoacre alla Prammatica Sanzione

In Italia, nel 476, Odoacre aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre era riuscito a mantenere il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico (Austria centrale, Baviera, Slovenia nord-occidentale e parte dell’arco alpino italiano nord-orientale), in Sicilia e in Dalmazia aveva suscitato la preoccupazione dello stesso Zenone, il quale permise al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista iniziata nel 489 e conclusasi nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

Teodorico si propose come il restauratore della romanità contro il…

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Un evento (purtroppo) inventato

Una storia (purtroppo) inventata

Un cane era stato abbandonato da un padrone. Il cane si era sentito non solo abbandonato, ma anche deluso e tradito. Mai avrebbe immaginato di vedersi lasciato lì in quel pezzo di strada legato al guard rail sul ciglio della carreggiata. Pensava: “forse mi hanno lasciato qui per fare un servizio, per andare in un luogo in cui io non posso entrare… Si sa, noi non possiamo entrare dovunque, siamo solo cani, spesso siamo considerati sporchi, portatori di malattie e quant’altro. Però – pensava – i miei padroni non mi hanno mai abbandonato, perché dovrebbero farlo proprio adesso? Starò qui tranquillo finché non passeranno a riprendermi”.
Il tempo, intanto, trascorreva: due, tre ore e, così via! Passò un’intera giornata, ma di quell’automobile bianca neppure l’ombra.. Tante automobili bianche sfrecciavano di là, ma non  quella tanto attesa e desiderata dal nostro amico a quattro zampe. Ormai si sentiva completamente perso! “E’ finita – temeva – non torneranno più! Terminerò qui i miei giorni”.

A un certo punto, però, ecco arrivare proprio l’automobile bianca che il cane attendeva con tanta ansia. Erano i suoi padroni che, pentiti, erano ritornati indietro a riprenderlo. In fondo, nonostante i suoi timori, lui non aveva mai perso la fiducia in un loro ritorno e grandi furono le feste e la gioia nel vederli tornare.
…. Questa è una storia inventata al momento e forse proprio perché è inventata si conclude con un lieto fine! Ma quante storie simili si vedono per le strade e per le autostrade delle nostre città? E, purtroppo, quasi nessuna si conclude con un finale simile a quello della mia storia inventata! In genere,  storie reali di questo tipo si concludono in ben altro modo e sempre drammatico per i nostri fedeli, ma non sempre rispettati, amici a quattro zampe!

 

Aggiungo una bella poesia che ho trovato in rete sul sito

https://tonykospan21.wordpress.com/2011/08/08/il-cane-abbandonato-bellissima-poesia/
IL CANE ABBANDONATO
Maria Monti
Povero cane abbandonato
che vaghi per le strade senza meta
in cerca di qualcosa che non trovi
un osso, una cuccia, una carezza.
Al chiar di luna vedi lontano
un’ombra, le corri incontro
festoso, ma non è che un cane,
un povero cane randagio come te,
in cerca di quel che cerchi te:
un osso, una cuccia, una carezza
I tuoi nemici: il cacciatore
che ti abbandona quando sei vecchio
e stanco, la famiglia che ti lascia
per andare al mare, il vicino
di casa che odia il tuo abbaiare,
il bimbo stanco di giocare
con te, più non ti vuole
e la madre che dice,
aprendoti la porta: vattene via,
vai incontro al tuo destino!
Ella non sa, di togliere al bambino,
un amico fedele pronto per lui
a dar la vita stessa,
per un osso, una cuccia, una carezza.

Archiloco

Animo, animo mio (il grande Archiloco): una parziale introduzione
Animo, animo mio (Archiloco)

Animo, animo mio, sconvolto da sventure senza rimedio,
sorgi, opponi il petto ai nemici e difenditi;
non indietreggiare di fronte alle loro insidie.
E, se vinci, non inorgoglirti in pubblico,
se sei vinto, non piangere prostrato in casa.
Godi delle gioie, ma non troppo, e nel dolore per le sventure
non perdere il senso della misura.
Riconosci quale ritmo domina gli uomini.

Archiloco fu uno dei più famosi poeti della letteratura greca arcaica.
Visse nel VII secolo a.C. ed è oggi considerato l’iniziatore della poesia giambica. Nativo di Paro, isola delle Cicladi, sull’Egeo, era figlio del nobile Telesicle e di Enipò, una schiava della Tracia o, secondo altri, una sacerdotessa. E’ probabile, però, che il nome della madre fosse una finzione letteraria, visto che il nome Enipò si richiama al termine greco ἐνιπή, che significa “rimprovero”, “oltraggio”, “ingiuria”, che costituisce una componente fondamentale della produzione giambica archilochea.

Si trasferì a Taso, a sud della costa tracia. Qui dovette adattarsi a vivere in condizioni disagiate. Spinto da motivazioni economiche, legate allo stesso suo sostentamento, ma anche dalla necessità di difendere la colonia dagli attacchi di alcune popolazioni della Tracia, intraprese la dura professione del soldato mercenario. La sua vita fu molto segnata dalla storia d’amore con Neobule promessa in sposa al poeta dal padre di lei Licambe, che poi, però, venne meno alla parola data. Questa vicenda trova uno spazio non irrilevante nella produzione poetica archilochea e viene rappresentata con toni polemici tanto accesi, nei confronti di Licambe e della sua famiglia, da spingere lo stesso Licambe e la figlia al suicidio. E, in effetti, il suo carattere fu piuttosto impetuoso ed indomito. Questo aspetto della sua personalità traspare con chiarezza nei suoi versi (la produzione archilochea giunta fino a noi consta di diversi frammenti di varia estensione), improntati al biasimo (ψόγoς), all’invettiva mordace (la iambikè idéa) ed all’enipé (ingiuria). Tra i temi trattati spicca l’individualità del poeta, posta in chiave centrale nei suoi componimenti, come attestano i versi del fr. 128 W.)
Nel componimento sopra citato, presentato nella traduzione di G. Tarditi, il poeta sembra colloquiare con se stesso. Impiegando diverse metafore, ispirate al linguaggio militare (cfr. versi sottolineati), egli incoraggia il suo animo a “combattere” contro gli ostacoli e gli imprevisti della vita. Il testo, poi, si chiude con un invito a ricercare una forma di equilibrio e a non travalicare i confini della moderazione e della misura. E’ la filosofia dell’antichissimo precetto delfico “medén àgan”, del “niente di troppo” e del “γνῶθι σαυτόν”, cioé del “conosci te stesso”.
Altri temi affrontati da Archiloco sono: a) il ripudio anticonfomista della gloria, della ricchezza e del potere; b) il rovesciamento dell’ideale della καλοκαγαθία, dell’eroe prestante e generoso, tipicamente omerico (fr. 114 W); c) il senso della realtà che lo spinge, nel corso della guerra, ormai data per persa, contro i Sai (popolazione della Tracia) ad abbondonare lo scudo vicino ad un cespuglio (fr. 5 W.). Questi aspetti li ritroviamo nei seguenti versi:

a) Non mi interessa una vita come quella del ricchissimo Gige
e mai ne ho provato invidia: non aspiro
ad azioni divine, né desidero un grande potere:
queste cose son lontane dai miei occhi
(Archiloco, fr. 19 W.)

b)Non mi piace un comandante d’alta statura, né piantato a gambe larghe,
né fiero dei suoi riccioli o ben rasato:
me ne andrebbe bene uno piccolo, con le gambe
storte a vedersi: però ben saldo sui piedi, pieno di cuore.

(Archiloco, fr.114 W)

c) Qualcuno dei Sai si fa bello del mio scudo, che accanto a un cespuglio,
arma senza difetto, ho dovuto abbandonare.
Però ho salvato me stesso: che m’importa di quello scudo?
Al diavolo! Me ne procurerò uno (non peggiore) migliore.

(Archiloco, fr. 5 W).

Altri temi importanti sono la riflessione sui disagi dell’esistenza umana e l’amore. Non mancano “favole”, o racconti paradigmatici, che mirano a fornire degli esempi morali di vita.
Dal punto di vista stilistico, Archiloco, si ispira alla tradizione poetica, anche omerica, ma ne varia i moduli espressivi e linguistici.
Archiloco, però, resta famoso soprattutto per l’uso del giambo e di un tipo di poesia fortemente polemica ed aggressiva che, alcuni secoli dopo, il poeta latino Orazio imiterà negli Epodi.

Lo ψόγος archilocheo

Lo ψόγος, definibile anche λοιδορία o βλασφημία, svolge una funzione basilare nell’ambito della poesia giambica archilochea e di quella giambica in generale. Tale funzione può ricollegarsi allo scontro politico e sociale all’interno delle poleis greche dell’età arcaica, scontro in virtù del quale appariva fondamentale ridicolizzare il proprio avversario politico per provocarne l’ αἰδώς, cioè la vergogna all’interno della propria comunità di riferimento e per sanzionarne, se possibile, anche l’allontanamento. Più violente sono le invettive, più aspre sono le conseguenze che possono portare all’emarginazione o all’auto emarginazione del bersaglio degli attacchi, ma anche al suicidio. E’ esattamente ciò che accade ai bersagli preferiti di Archiloco: Licambe e la figlia Neobule. Licambe, che apparteneva alla stessa eteria di Archiloco, aveva promesso in moglie al poeta la propria figlia Neobule, per poi negargliela per motivi politici o legati alla rottura tra le due famiglie.

Sulla veridicità di Licambe, tuttavia, non tutti gli studiosi sono concordi: alcuni ritengono che sia un personaggio fittizio, un bersaglio generico, un topos della poesia giambica. Secondo altri potrebbe trattarsi di una persona realmente esistita, ma il nome Licambe sarebbe, in realtà, uno pseudonimo facilmente riconoscibile all’interno della comunità. Anche Neobule sarebbe un nome fittizio, o meglio un “nome parlante”, in quanto potrebbe derivare da “neos” = nuova e “boulé” = volontà, decisione e potrebbe alludere alla volubilità ed all’incostanza della donna soprattutto nei progetti matrimoniali.

Non sempre, però, lo psogos nasceva da vero risentimento. Spesso rientrava nella pratica abituale della cosiddetta “zuffa simpotica”, cioè “litigio tra i convitati” che, più volte, erano originate da semplici motti scherzose e degeneravano in veri e propri scontri fisici.

Storia – Letteratura greca: un potentissimo “mezzo di comunicazione” dell’antichità: l’oracolo di Apollo a Delfi

Un potentissimo “mezzo di comunicazione” dell’antichità: l’oracolo di Apollo a Delfi  (mio testo introduttivo + documentario postato da Youtube)

L’oracolo di Apollo a Delfi (C.Manzione)

Potremmo considerarlo a tutti gli effetti il primo grande esempio di “banca dati” universale al mondo. L’oracolo di Delfi, infatti, era il principale centro di informazione e di comunicazione non solo per la Grecia, ma per il mondo intero. Da ogni parte del globo vi giungevano uomini e personalità di spicco per chiedere informazioni su eventi già accaduti o, nella maggior parte dei casi, su eventi futuri e su scelte da compiere a livello individuale o collettivo. Numerosi erano gli ex voto lasciati nel santuario per benefici ricevuti. Il dio manifestava la sua volontà attraverso la Pizia, una sacerdotessa prescelta tra le fanciulle  del luogo, che, dopo essersi purificata con l’acqua della fonte Castalia e dopo aver masticato foglie di alloro, accedeva all’adyton, la cella sotterranea del tempio. Qui, caduta in stato di trance, ispirata dal dio Apollo, parlava in sua vece, formulando responsi generalmente ambigui e di non facile interpretazione. Possiamo ricordare, ad esempio, il responso tramandato dai Romani: “ibis redibis non morieris in bello”, che, a seconda della punteggiatura poteva essere interpretato: “ibis, redibis, non morieris in bello” oppure “ibis, redibis non, morieris in bello”, cioé: “andrai, ritornerai, non morirai in guerra”, ma anche “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”.

La storia di questo santuario è antichissima ed avvincente. Il mito narra che Zeus, desiderando trovare il centro del mondo, avesse fatto volare da due punti opposti della Terra due aquile. Esse si “incrociarono” nella regione del Parnaso, a Delfi, nella Focide, che da allora i Greci considerarono l’omphalos, l’ombelico del mondo, identificabile in un masso bianco di forma di semi cono che simboleggiava il centro della Terra. Il santuario di Apollo soppiantò quello più antico consacrato a Gea (la Terra), al cui culto erano associati i figli Themis (la Giustizia) e Pitone (dall’aspetto di serpente). Pochi giorni dopo la sua nascita nell’isola di Delo, Apollo giunse a Delfi per impossessarsi dell’oracolo, uccidendo Pitone che custodiva il santuario di Gea. Costretto da Zeus a fuggire, il dio vi fece ritorno sotto forma di delfino con dei marinai cretesi che poi “promosse” al rango di sacerdoti del tempio, assumendo lui stesso l’epiteto di Pitico, in memoria di Pitone.

Il santuario di Delfi fu chiuso definitivamente tra il 381 ed il 394 d.C. da Teodosio, ma già una ventina di anni prima, come riferisce la tradizione, esso aveva profetizzato la sua fine imminente ai legati dell’imperatore Giuliano l’Apostata (imperatore romano dal 361 al 363) che, mosso dal disegno di restaurare il paganesimo e di riportarlo agli antichi splendori, fece interrogare l’oracolo, anche al fine di garantirsene il sostegno. Il dio, però, freddò le sue ambizioni, rispondendo più o meno così: “Dite al re che sono crollate le corti sfarzose, che Febo Apollo non abita più qui, che il dio non ha più riparo. Ditegli pure che l’albero profetico si è essiccato e che l’acqua che gorgogliava non parla più“, rimarcando, in tal modo, lo sgretolamento inarrestabile e definitivo di un’epoca grandiosa e straordinaria, quella del paganesimo ed, in generale, del mondo antico, che si era riconosciuto idealmente, e non solo, in questo luogo misterioso ed affascinante allo stesso tempo.

        

Questa mia breve introduzione, può essere integrata, oltre che da altre fonti, anche dalla visione del documentario de LA 7 intitolato: Delfi, i misteri dell’oracolo, che posto qui da Youtube!!

L’Italia da Odoacre a Giustiniano

La situazione in Italia dopo il 476: dal regno di Odoacre alla Prammatica Sanzione

In Italia, nel 476, Odoacre aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre era riuscito a mantenere il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico (Austria centrale, Baviera, Slovenia nord-occidentale e parte dell’arco alpino italiano nord-orientale), in Sicilia e in Dalmazia aveva suscitato la preoccupazione dello stesso Zenone, il quale permise al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista iniziata nel 489 e conclusasi nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

Teodorico si propose come il restauratore della romanità contro il dominio di Odoacre. Attraverso gli Ostrogoti, popolo federato all’impero, Zenone ristabilì formalmente il potere imperiale in Italia messo in discussione da Odoacre negli anni precedenti. Con Teodorico (493–526) abbiamo il secondo regno romano – germanico nel nostro territorio. In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico promosse il più possibile la coesistenza pacifica tra Goti e Romani: a tal fine, era necessario che i due popoli conservassero la propria cultura, la propria religione (la fede ariana per i Goti e quella cattolica per i Romani) e le proprie tradizioni. Si crearono, in tal modo, due società parallele, distinte tra loro (quella germanica e quella romana), tenute insieme, però, dalla figura di Teodorico che veniva considerato un sovrano a tutti gli effetti dalla componente gotica e un rappresentante dell’imperatore d’Oriente da parte dei Romani. Un’analoga separazione caratterizzò anche l’organizzazione del regno: ai Goti fu assegnato il potere politico – militare, ai Romani, invece, l’amministrazione, la burocrazia e le magistrature civili.

In generale, ci si accordò anche sul fatto che ai Romani fosse impedito di indossare le armi, ai Goti di frequentare le scuole pubbliche latine. Teodorico puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio, che egli volle coinvolgere nel consistorium, o concistoro. Questo termine deriva dal latino consisto, “fermarsi”. Questo organismo era così denominato fin dall’epoca di Diocleziano, probabilmente perché i ministri “stavano in piedi”, alla presenza dell’imperatore.

 Oggi con il termine “concistoro” si indicano, in ambito ecclesiastico, le riunioni dei cardinali cattolici presiedute dal papa. Il concistoro dei cardinali deputato ad eleggere il nuovo pontefice prende il nome di conclave. Il termine conclave deriva dal latino e indica sia la sala che può essere “chiusa a chiave”, cioè cum clave, sia la riunione vera e propria. L’avvenimento che diede il nome di Conclave  alla riunione per l’elezione dei Pontefici risale al 1270, e ricorda la reazione degli abitanti di Viterbo  (a quel tempo sede papale) che, stanchi di anni di indecisioni dei cardinali, ridussero loro il vitto, li chiusero a chiave nella sala grande del Palazzo Papale e ne scoperchiarono parte del tetto in modo da costringerli a decidere chi eleggere a nuovo pontefice. Alla fine, il nuovo papa fu Gregorio X, eletto il 1 settembre 1271, dopo ben 1006 giorni di sede rimasta vacante dalla morte di Clemente IV, avvenuta nel 1268.

La convivenza tra Barbari e Romani fu perseguita, oltre che attraverso la ripartizione delle specifiche competenze, anche attraverso il mantenimento delle leggi delle rispettive comunità, secondo il sistema del “duplice diritto”, noto anche come sistema della “personalità del diritto”, che venne sancito dal cosiddetto “Editto di Teodorico”, detto anche Lex Romana Ostrogothorum. La componente romana della popolazione, in pratica, avrebbe continuato a seguire le sue leggi. I Goti, invece, avrebbero seguito le proprie. Costoro avrebbero continuato ad avere i propri magistrati (i conti) e le proprie consuetudini giuridiche orali; i Romani avrebbero, invece, continuato ad avere i propri giudici, secondo il principio della “personalità del diritto”. In caso di contrasti giuridici tra Goti e Romani era prevista la designazione di un magistrato speciale, affiancato da un  prudens romano.

Personalità della legge (o del diritto): istituto in base al quale le diverse componenti che abitavano uno stesso territorio non erano soggetti alla stessa legge: ciascuna comunità mantiene la propria legge “personale” o “etnica”.

 

Personalità del diritto:

Espressione che indica un sistema in cui, mancando un’unica legge territoriale vincolante per tutti i soggetti di un medesimo ordinamento, viene a questi ultimi concesso di vivere secondo le leggi della natio o della stirpe di appartenenza. Tale sistema, già adottato dai romani nei confronti degli stranieri (peregrini) o dei barbari stanziatisi entro i confini dell’impero, ai quali era consentito di vivere secondo le proprie consuetudini, fu ampiamente utilizzato nei regni romano – barbarici. In Italia fu applicato anche al tempo dell’invasione dei Longobardi sino all’età dei comuni. (Fonte: Wikipedia).

L’editto, nella versione di cui siamo in possesso, risale ad una trascrizione francese del 1579, non sappiamo se sia quello originale e se veramente queste norme siano state codificate in un “Edictum Theodorici” oppure no. La versione dell’editto di cui disponiamo si compone di 154 capitoli che raccolgono leges (costituzioni imperiali) e iura (massime giurisprudenziali).

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici. Importanti furono, come si è visto, le norme contenute nel cosiddetto editto di Teodorico, con cui il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano.

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione non poté realizzarsi in pieno per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi. Lo stesso Teodorico rifiutò di convertirsi al cattolicesimo, lasciando che l’arianesimo restasse un elemento centrale forte del suo regno. Tuttavia, egli nutrì grande rispetto per la Chiesa romana e per il suo ruolo. Per questo motivo, la sua posizione religiosa non fu osteggiata dai vescovi cattolici.

Però, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, contro gli ariani, nel 524, un decreto che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, considerata parte integrante dell’impero, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, ma poi, fallito questo tentativo,  mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, tra cui lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae, un prosimetro, cioè un’opera in prosa e versi, che costituisce uno dei più importanti documenti della tarda letteratura latina e una delle più vigorose proteste contro la barbarie, in cui l’autore immagina di essere consolato dalla filosofia, personificata da una donna.

In quest’opera Boezio affronta il tema della sofferenza dei giusti che vengono puniti sempre e ingiustamente e dell’intoccabilità degli ingiusti e dei peccatori che riescono sempre a farla franca e a trionfare sui buoni. Una vera e propria ingiustizia terrena, dunque, a cui fa da contraltare la “consolazione provvidenziale” della filosofia, l’ “unica dea degna di essere amata”. La composizione dell’opera si colloca tra il 523 ed il 525, anno in cui l’autore fu giustiziato.

Cassiodoro, invece, continuò a collaborare con il potere ostrogoto anche dopo la morte di Teodorico. Al termine della guerra gotica, conflitto che segnerà, nel 553, la vittoria dei Bizantini sugli Ostrogoti, tornerà nella sua Calabria dove fonderà nei pressi di Squillace il monastero di Vivarium, che sarebbe diventato uno dei più importanti centri di studio e di trascrizione dei codici antichi nell’arco di tre secoli e più precisamente tra il VI e il IX, sino a quando cioè non ne venne distrutta e dispersa la ricca biblioteca.

La  politica di odio e di rappresaglia messa in atto da Teodorico in questa ultima fase del suo regno compromise ogni possibilità di conciliazione e spinse sempre più la componente romana a simpatizzare con l’Oriente e ad attendere dall’imperatore la liberazione. Tuttavia, come si è visto a proposito di Cassiodoro, la collaborazione romano – ostrogota sarebbe continuata ancora fino alla conquista bizantina dell’Italia nel 553.

 Teodorico morì il 30 agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore Giustiniano (527 – 565), nipote di Giustino. Amalasunta fu ostacolata in questa politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.  Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

Guerra greco – gotica (o Guerra gotica) e annessione dell’Italia all’impero bizantino. La Prammatica sanzione

L’uccisione di Amalasunta fornì a Giustiniano il pretesto per portare guerra agli Ostrogoti in Italia. L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti. La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni. Essa può essere suddivisa in due fasi:

1)    La prima fase (o prima guerra gotica) durò dal 535 al 540. Flavio Belisario, uno dei più grandi generali bizantini, sconfisse nel 540 Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti. Teodato morì nel 536 durante gli scontri. Gli succedette Vitige che aveva sposato Matasunta, la figlia di Amalasunta. In questa prima fase del conflitto i Bizantini conquistarono la Sicilia (535 – 536), poi Napoli e Roma (536 – 538) e, infine, Milano e di Ravenna, la capitale ostrogota (538 – 540).

2)    La seconda fase (o seconda guerra gotica) fu combattuta dal 544 al 553 contro Totila (541 – 552), il nuovo re degli Ostrogoti, che era riuscito a riconquistare l’Italia. Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete  che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (l’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse Teia, divenuto re dei Goti, tra il 552 ed il 553, dopo la morte di Totila.

L’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino e fu sottoposta ad una pesante politica fiscale. L’annessione della nostra penisola all’Impero d’Oriente fu suggellata, nel 554, dall’emanazione, da parte di Giustiniano, della Prammatica sanzione, con cui si estendeva all’Italia la legislazione imperiale e si istituivano nuovi assetti amministrativi. L’Italia fu trasformata in una prefettura dell’impero bizantino. Negli anni successivi la Prefettura d’Italia fu trasformata in esarcato, con capitale Ravenna. La Prammatica sanzione prevedeva, tra le altre cose, la restituzione alla Chiesa cattolica delle terre confiscate, la divisione dell’Italia in distretti amministrativi, a cui venne preposto un “magistrato” (iudex), l’affidamento dell’amministrazione militare a un dux, una drastica politica di tagli alla spesa pubblica e di forte imposizione fiscale.  Nella penisola, tuttavia, crebbe il malcontento soprattutto per la politica economica e alcune aree si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

  Prammatica sanzione: “pragmatica sanctio”. Con questa espressione si intendeva una costituzione o anche un singolo decreto che aveva valore per un determinato ambito  territoriale o sociale.

              Prefettura bizantina d’Italia suddivisa in province

Prefettura bizantina d’Italia suddivisa in province

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che avevano caratterizzato l’impero d’Occidente. In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Il suo potere era assoluto, perché si riteneva che derivasse direttamente da Dio. Egli era considerato il vicario di Cristo in Terra ed aveva il compito di “vegliare” sui suoi sudditi e di guidarli. Il carattere assoluto e la concezione “teocratica” del potere imperiale spingevano i Romani d’Oriente a vedere nell’impero un’istituzione universale chiamata da Dio ad assolvere ad una missione storica ed eccezionale: quella di portare (spesso di imporre) la fede cristiana a tutti i popoli.

Mentre in Occidente, dopo la costituzione dei regni romano – germanici, i vescovi ed il papa divennero sempre più autonomi dal potere imperiale, in Oriente la Chiesa, in ossequio alla concezione teocratica del potere imperiale, finì con l’essere sempre più sottomessa al sovrano. L’imperatore d’Oriente si propose come il vero ed unico capo della Chiesa e si riservò la legittimazione ad intervenire in tutte le questioni religiose e a presiedere i diversi concili che venivano convocati per difendere l’ortodossia cristiana dalle eresie. Ne scaturì il principio del cesaropapismo (da Caesar = imperatore e papa: imperatore – papa, sul modello della figura del re – sacerdote delle antiche civiltà orientali), in base al quale il sovrano era la massima autorità non solo politica, ma anche religiosa. L’orgoglioso attaccamento dei sudditi al loro sovrano nasceva anche dal fatto che i Bizantini si definivano unici custodi e continuatori dell’antico impero romano, della sua cultura e della sua tradizione. I Bizantini continuarono a chiamarsi “Romaioi” e definivano “Romània” il loro territorio.

Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente, però, oltre che nella stabilità del potere politico, vanno ricercate anche nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Altri aspetti non meno importanti furono:

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta da Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molti secoli, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco.

Il fuoco greco

Il fuoco greco

 Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Il fuoco greco consentì ai Bizantini di difendersi per decenni dagli attacchi nemici, fino all’invenzione della polvere da sparo, inventata, secondo alcuni, nel 1044 dai Cinesi, secondo altri, nel 1267.

Sul piano militare, inoltre, avevano giovato alla tenuta dell’impero d’Oriente il distacco definitivo dell’impero d’Oriente rispetto all’Occidente, già ai tempi di Arcadio, e, soprattutto, l’abbandono della tradizionale politica di accoglienza che nei secoli precedenti imperatori come Valente e Teodosio avevano riservato ai barbari come “federati”. L’intransigenza dei sovrani orientali verso ogni tentativo dei comandanti germanici di prendere il potere riuscì ad evitare a Bisanzio lo sfaldamento e l’implosione che avevano caratterizzato gli ultimi decenni dell’impero d’Occidente. Certo, non mancavano soldati barbari negli eserciti di Bisanzio, ma erano arruolati come mercenari ed erano sempre posti sotto il diretto controllo degli ufficiali imperiali. Infine, per controbilanciare la presenza dei barbari mercenari, l’impero d’Oriente si avvalse dell’arruolamento degli Isauri, una popolazione non germanica stanziata in Isauria, nel sud dell’Asia Minore, oggi corrispondente alla parte sudoccidentale dell’attuale provincia turca di Konya.

 

L’imperatore bizantino e i rapporti con la Chiesa

L’impero bizantino si estendeva dall’Egitto al Danubio, dalla Siria al Mar Nero. La figura dell’imperatore acquisì caratteri di onnipotenza ed era venerata come un sole che illuminava con la sua presenza tutta l’umanità. Il sovrano era onorato da tutti gli strati della società, con un rituale che culminava nella proskynesis. Il palazzo imperiale era considerato sacro. Sacri erano anche i vestiti di porpora, simbolo del potere imperiale. La porpora stessa divenne emblema della grandezza dell’imperatore per discendenza diretta, al punto che l’imperatore poteva essere definito Porfirogenito, cioè “nato nella porpora”.

L’origine di questa espressione è anche da ricollegare al fatto che esisteva nella residenza imperiale di Costantinopoli la Sala della Porpora in cui la moglie dell’imperatore dava alla luce i figli destinati a guidare l’Impero. Anche per queste ragioni, l’imperatore venne accentrando nelle sue mani poteri sempre più vasti che afferivano non soltanto alla sfera politica, ma anche a quella religiosa ed ecclesiastica, di cui si vantava di essere l’autorità più alta e rappresentativa. Compito precipuo del sovrano era quello di difendere l’ortodossia religiosa, vale a dire le verità dei precetti religiosi ufficiali contro le eresie, cioè le scelte o le interpretazioni di gruppi o di singoli uomini. Per questo motivo, l’imperatore assunse, come si è visto, il pieno controllo dell’organizzazione e delle strutture ecclesiastiche, attraverso il cesaropapismo, cioè il potere sacro e religioso dell’imperatore. Ad esempio, Giustiniano intervenne nella contesa legata al monofisismo, eresia che attribuiva a Gesù la sola natura divina (monos + fusis) e non anche quella umana. Questa eresia, pur essendo già stata ufficialmente condannata nel Concilio di Calcedonia del 451, persisteva, ai tempi di Giustiniano ancora in Siria e in Egitto.

Giustiniano

Giustiniano dominò la scena politica bizantina dal 527 al 565. La sua azione politica fu legata al progetto di restaurazione dell’impero romano e delle sue vecchie frontiere. Progetto che non contrastava necessariamente con la mutata situazione storico – politica dei regni romano – germanici, in quanto Giustiniano considerava i sovrani germanici non come re autonomi, ma come delegati dall’imperatore stesso a governare nei territori occidentali dell’Impero.  Il suo progetto politico era legato inscindibilmente alla sua visione religiosa: il concetto di impero veniva a coincidere con il concetto di mondo cristiano. Il tutto nel quadro di quella visione cesaropapista che concentrava nelle mani del sovrano il potere temporale e quello spirituale. In  quanto rappresentante della Chiesa, Giustiniano intervenne nelle controversia teologica che opponeva da tempo i nestoriani ai monofisiti.

I nestoriani, seguaci del patriarca di Costantinopoli  Nestorio (428 – 431), credevano nella compresenza in Cristo di due nature e persone distinte, quella umana e quella divina. I monofisiti, invece, attribuivano a Gesù la sola natura divina. Giustiniano cercò di mediare tra le due posizioni e, consapevole del fatto che i monofisiti erano molto forti in aree importanti dell’impero, quali la Siria e l’Egitto ed avevano anche il consenso della moglie Teodora, condannò in parte, nel 544, la dottrina nestoriana nell’ Editto dei Tre Capitoli.

La riconquista dell’Occidente e la situazione in Italia

Nel 533, grazie all’azione militare del generale Belisario, Giustiniano in un solo anno riuscì a porre fine, in Africa, al regno dei Vandali che era stato costituito nel 429 da Genserico. L’Italia fu riconquistata, come si è visto, nel corso della guerra greco – gotica.

                     L’impero bizantino alla morte di Giustiniano (565 d.C.)

L’impero bizantino alla morte di Giustiniano (565 d.C.)

L'impero romano d'Oriente nel 527 e nel 565

L'impero romano d'Oriente nel 527 e nel 565

L’opera legislativa di Giustiniano: il Corpus iuris civilis

Il recupero della tradizione romana raggiunse il suo apice nel riordinamento generale del diritto romano affidato da Giustiniano al giurista Triboniano (500 – 542). Il lavoro di Triboniano fu lungo e faticoso e si protrasse dal 528 al 533. Il giurista consultò le opere di oltre duemila autori e redasse il Corpus iuris civilis, la Raccolta del diritto civile, recuperando la smisurata tradizione giuridica romana e adeguandola ai nuovi tempi. Grazie al preziosissimo lavoro di Triboniano, vennero cancellate le contraddizioni e le ripetizioni di leggi dovute ai cambiamenti nelle diverse epoche storiche.  Il Corpus iuris civilis influì molto sulla storia e sulla cultura europea dei secoli successivi, fino a diventare il cardine della giurisprudenza di molti popoli.

frammento del Corpus iuris civilis

frammento del Corpus iuris civilis

Il Corpus, pubblicato tra il 529 ed il 533, è un’ imponente raccolta di tutte le leggi imperiali e di altri testi giuridici.

È così suddiviso:

1)     Digesto (o anche Pandectae), in  50 libri, in cui troviamo i frammenti di opere di giuristi romani, soprattutto i pareri tecnici dei giuristi del passato.

2)     Institutiones, opera didattica in 4 libri destinata agli studioso del diritto. Era un vero e proprio manuale scolastico di diritto romano.

3)     Codex in cui troviamo una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano in poi (dal II secolo d.C. in poi).

4)     Novellae Constitutiones contenevano le costituzioni emanate da Giustiniano dal 533 in poi.

Le prime tre parti del Corpus sono scritte in latino mentre l’ultima parte, quella delle Novellae Constitutiones, è composta in greco.

I longobardi in Italia. Ridimensionamento del dominio bizantino nella penisola.

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando, nel 569, nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), occupando importanti città come Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano. Essi, nel giro di pochi anni, presero anche Pavia, che divenne la capitale del regno, ampia parte della Toscana, nonché Spoleto, Benevento e Salerno.

Tuttavia, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna. La nuova situazione politica, che vedeva la nostra Penisola divisa tra aree longobarde e aree bizantine, fu ratificata nel 603 con il riconoscimento ufficiale della Romània, cioè della parte bizantina, e della Longobardia, da cui deriva il nome dell’attuale Lombardia. La capitale dell’esarcato bizantino continuò ad essere Ravenna. I Bizantini controllavano anche le città di Ancona, Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini (la pentapoli adriatica) e Gubbio, Jesi, Cagli, Fossombrone e Urbino (la pentapoli dell’entroterra). Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana e dello stesso clero non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Inoltre, non furono pochi i beni ecclesiastici sequestrati.

Società dei Longobardi

I Longobardi erano divisi in fare, ciascuna delle quali comprendeva più gruppi familiari che si consideravano discendenti da un antenato comune. Il termine potrebbe ricollegarsi al verbo tedesco fahren, viaggiare, migrare. Ogni fara era guidata da un duca, termine che, in origine, indicava il capo tribale e che poi, in seguito, assunse il significato di capo militare. Infatti, nei momenti di emergenza, come quelli legati alle grandi emigrazioni o alle guerre, un duca veniva eletto re dell’intero “esercito – popolo” ed assumeva il comando militare delle operazioni. Quella dei Longobardi era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi. La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldi che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

Un professore di francese smaschera i suoi alunni sul web!

Triche : un prof de français piège ses élèves sur le net

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Par Marie-Estelle PechMis à jour le 23/03/2012 à 17:57 | publié le 23/03/2012 à 15:15 Réactions (46)
  •  Le copier-coller, ce type de plagiat qui consiste à prélever, sur Internet, des textes complets et à les intégrer dans des travaux scolaires ou universitaires sans mentionner la source est devenu préoccupant.
Âgé de 36 ans, «Loys Bonod», professeur certifié de lettres classiques dans un lycée parisien a décidé de piéger ses élèves en «pourrissant le web». Son témoignage, très détaillé, a été publié par Rue89. Il commence par exhumer de sa bibliothèque un poème baroque du XVIIe siècle, introuvable ou presque sur le web. L’auteur en est Charles de Vion d’Alibray. Il commence par modifier la notice biographique de Wikipédia consacrée à l’auteur. Sur différents forums, il se fait passer pour un érudit en donnant des réponses «en apparence savantes et bien renseignées, mais en réalité totalement ineptes, du type interprétation christique tirée par les cheveux».

Sur 65 élèves, 51 ont recopié ce qu’ils trouvaient sur Internet

Enfin, il écrit un «commentaire absurde» avec des erreurs et fautes d’orthographe et le propose à deux sites proposant des corrigés de commentaires et de dissertations payants. À la rentrée, il accueille ses deux classes de première en leur donnant deux semaines pour commenter ce poème à la maison et en leur indiquant la méthodologie à suivre. Deux semaines plus tard il ramasse les commentaires et grâce aux différents marqueurs méticuleusement répartis sur le web, il a pu facilement recenser quels sites avaient été visités par quels élèves et recopiés dans quelle proportion. Sur 65 élèves de 1ère, 51 élèves -soit plus des trois-quarts- ont recopié à des degrés divers ce qu’ils trouvaient sur Internet, «sans recouper ou vérifier les informations ou réfléchir un tant soit peu aux éléments d’analyses trouvés, croyaient-ils, au hasard du net.»

«J’ai rendu les copies corrigées, mais non notées bien évidemment -le but n’étant pas de les punir-, en dévoilant progressivement aux élèves de quelle supercherie ils avaient été victimes. Ce fut un grand moment: après quelques instants de stupeur et d’incompréhension, ils ont ri et applaudi de bon cœur. Mais ils ont ensuite rougi quand j’ai rendu les copies en les commentant individuellement…». La morale de l’histoire selon cet enseignant: «Je ne crois pas du tout à une moralisation possible du numérique à l’école. Et je défends ce paradoxe: on ne profite vraiment du numérique que quand on a formé son esprit sans lui».

Le plagiat, courant pour les devoirs maison

Pour les enseignants, ce témoignage n’a rien d’étonnant. Le copier-coller, ce type de plagiat qui consiste à prélever, sur Internet, des textes complets, des phrases et à les intégrer dans des travaux scolaires ou universitaires sans mentionner la source est devenu préoccupant, comme je l’ai récemment souligné dans une enquête publiée chez l’Éditeur. C’est une fraude classique pour les travaux à la maison, remis en cours d’année, que ce soit dans l’enseignement secondaire ou supérieur. Dans ce lycée privé du le Quartier latin, à Paris, le professeur d’économie se désespère: «Lorsque je leur demande de faire un travail de réflexion, les élèves s’empressent de recopier l’encyclopédie Wikipédia sur Internet. Ils plagient, sans même recouper leurs informations».

L’essor d’une véritable école de la triche, aidée d’Internet n’est pas un vain mot. Certains élèves «recopient intégralement un blog, un site Internet et surtout Wikipédia, qui est devenu la référence par excellence. L’idée d’ouvrir un livre ne leur vient quasiment jamais à l’esprit», déplore Françoise Gonzales, professeur de lettres au Mans (Sarthe). «Les parents aussi utilisent Wikipédia!», lui répondent, narquois, ses élèves de seconde et de 1ère. La prestation orale de l’élève qui présente ses travaux devant la classe «permet toutefois de détecter les plagiaires», nuance l’enseignante. Mais de fait, le copié collé «tant qu’il n’est pas trop pressant» est souvent considéré comme «acceptable» reconnaissent certains enseignants mezza voce. «Je valorise l’effort de documentation», explique l’une d’elle, «nous savons bien, qu’à cet âge-là, il est très difficile de produire une réflexion originale. Ces travaux leur apprennent surtout à avoir un esprit de synthèse». Il n’empêche. «Lorsque je lis de la part d’un élève qui n’achève jamais ses lectures que le mal du siècle et les formes prises par la rêverie romantique sont vite devenus, par le foisonnement poétique et romanesque auquel ils ont donné lieu, de véritables stéréotypes, je me pose des questions», s’amuse Jean-Louis F., professeur de lettres dans La Marne.

97% des étudiants se documente en ligne

En raison de l’utilisation croissante d’Internet, «nous rencontrons de plus en plus de cas de ‘plagiats’ dans différents types d’épreuves», reconnaît l’université Nancy-II qui précise que les risques de se faire repérer en plagiant sont «très élevés». Pour les «rares» cas non détectés à l’œil, l’université possède désormais un logiciel anti-plagiat. C’est l’une des raisons «pour lesquelles on insiste sur une version électronique de tout travail fait à la maison, qu’il s’agisse d’un devoir, d’un dossier, d’un rapport de recherche, d’un mémoire», détaille-t-elle.

Une étude conduite en France fin 2005 sur 1200 étudiants du supérieur montre que 97,6% disent se documenter en ligne, quand un sur deux seulement affirme fréquenter les bibliothèques. Le fait est que de la recherche d’informations au plagiat pur et simple, la frontière est désormais ténue: il suffit d’un copier-coller. Deux clics, et le tour est joué. Désormais, les étudiants trouvent facilement sur internet les fiches de lecture qui leur sont demandées. Et les citations en copié collé sans guillemets de travaux disponibles en ligne se multiplient dans leurs devoirs. L’équipement informatique des professeurs contre cette fabrique de fausse monnaie est peu développé, mais leur préoccupation est forte sur le sujet

Des logiciels anti-plagiat à l’intérêt limité

Il n’existe pas de solution technique miracle pour lutter contre cette forme de triche. Les logiciels anti-plagiat ont un intérêt limité. Le brouillage des salles d’examens pourrait être envisagé mais serait coûteux à mettre en place.

Des professeurs de l’université de Cergy-Pontoise ont ainsi récemment mis des codes-barres sur les feuilles de brouillon distribuées pendant les examens pour vérifier que ceux-ci n’arrivent avec leurs antisèches.

Surveillants et correcteurs devraient être formés à la triche pendant les épreuves et à la triche sur internet. La prévention est essentielle. C’est en diffusant aux étudiants des documents explicites relatifs à la fraude, son sens, ses risques que l’on minimise les risques. Les contrats anti-plagiat existant aujourd’hui dans les grandes écoles et les universités ne sont pas la panacée mais sont intéressant.

Sans doute, collèges et lycées pourraient-t-il aussi s’en inspirer. Rares sont ceux qui évoquent la question de la triche ou du plagiat dans leurs règlements. Des évaluation différentes peuvent aussi dissuader la fraude: Les travaux faisant appel davantage à la réflexion qu’au par cœur, les études de cas, les travaux sur documents. Pour l’inspection générale, les modalités de déroulement de certaines épreuves doivent par ailleurs être modifiées chaque fois qu’elles ne protègent pas suffisamment les candidats: c’est le cas de certaines épreuves collectives dont l’authenticité devrait être mieux vérifiée, et des épreuves orales qui ne devraient plus être organisées sous forme de tête à tête entre un candidat et un examinateur unique, ni sans réglementation écrite des modalités de préparation.

 

VOS TÉMOIGNAGES – Comment faites-vous pour éviter que vos élèves trichent sur Internet? Comment repérez-vous le plagiat? Comment sensibiliser les élèves à ce sujet? Votre établissement a-t-il pris des mesures particulières? Faites-nous part de votre expérience dans les commentaires ci-dessous ou par email à temoin@lefigaro.fr.

 

The Beatles – Love Songs Compilation – 1977

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The Beatles – Anthology 2 [Full]

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Una grande raccolta dei successi dei Beatles

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The Beatles – Love Full Album (HD)

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