Another …..

Resterà per sempre un classico della musica mondiale

 

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Il tramonto del mondo antico

Il tramonto del mondo antico

Il III secolo d.C. evidenzia una crisi gravissima per l’impero romano che rischia di scomparire del tutto. La fine viene evitata, o se vogliamo ritardata, dagli imperatori Diocleziano e Costantino. Ma molti problemi restano sul tappeto e, principalmente, la questione della successione al trono imperiale, l’individuazione di nuove risorse economiche e di manodopera dopo la fine delle conquiste, il contenimento dei popoli barbari che incalzano sempre di più alle frontiere dell’impero, a partire dal IV secolo d.C.

La fine delle conquiste aveva determinato anche la fine del “reclutamento” della manodopera schiavile e, di conseguenza, un graduale, ma inarrestabile impoverimento dell’economia. Tutto ciò produsse fattori crescenti di instabilità politica e rese Roma più vulnerabile di fronte di fronte alle pressioni dei barbari. L’impero dovette ripensare la sua struttura politico – amministrativa in modo netto ed irreversibile. Si distinsero, in questa direzione, Diocleziano (284 – 305) e Costantino (“Augusto” d’Occidente dal 312 al 324; imperatore unico dal 324 al 337).

L’introduzione della tetrarchia ad opera di Diocleziano contribuì ad arginare, almeno per un certo periodo, il tracollo dell’impero. L’introduzione della tetrarchia nacque dalla consapevolezza di Diocleziano dell’impossibilità di affidare il comando dell’impero romano ad una sola persona. Egli comprese benissimo che un unico imperatore non avrebbe mai potuto gestire e controllare un impero così vasto. Ciò era stato dimostrato dai gravi avvenimenti che avevano caratterizzato, nel corso del III secolo, il periodo dell’anarchia militare, culminato, tra il 260 ed il 274, nella divisione dell’impero in tre Stati indipendenti: Regno delle Gallie in Occidente (dal 260 al 274); Regno di Palmira ad Oriente (262 – 273); impero romano.

Giunto al potere nel 284, Diocleziano associò, nel 286, al potere il generale di origine pannonica Massimiano, avvalendosi del sistema dell’adozione. Diocleziano e Massimiano divennero i due AUGUSTI, cioè i due imperatori in carica. Massimiano ottenne l’Italia e l’Africa, Diocleziano tenne per sé l’Asia e l’Oriente. Con Diocleziano prese corpo, dunque, una sorta di diarchia che prevedeva una suddivisione del potere per aree geografiche. Qualche anno dopo, apparve sempre più forte l’esigenza di associare a ciascuno dei due AUGUSTI un CESARE, cioè un collaboratore, scelto anch’egli con il sistema dell’adozione, che potesse succedere al proprio AUGUSTO dopo la morte di quest’ultimo. Questa decisione, segnò, in qualche modo, il ritorno al principio di successione dinastica fondato sulla “scelta del migliore”, come accadeva durante il principato adottivo. Massimiano designò come suo Cesare il prefetto del pretorio Costanzo Cloro, al quale fu affidato il controllo della Spagna, della Gallia e della Britannia; Diocleziano scelse come suo Cesare il militare Galerio, a cui andarono la Pannonia (Ungheria), la Mesia (Serbia, Bulgaria ed attuale Macedonia) e la Tracia (nord – est della Grecia, sud della Bulgaria e Turchia europea).

Le persecuzioni messe in atto da Diocleziano nei confronti dei cristiani rischiavano di minare la pace e la coesione sociale in un contesto nel quale il Cristianesimo si diffondeva sempre di più e non solo tra i ceti meno abbienti della popolazione. Costantino comprenderà per primo che la pace e la coesione sociale passavano anche attraverso una politica di tolleranza verso i cristiani e con l’Editto di Milano del 313 concesse la libertà di culto, ponendo fine alle persecuzioni, favorendo il cristianesimo come punto di forza e non di debolezza della stabilità politica e sociale ed ordinando la restituzione ai Cristiani di tutti i beni e di tutti gli edifici religiosi che erano stati loro confiscati.

I suoi provvedimenti in favore della Chiesa cristiana non si limitarono, però, solo alla libertà di culto e alla restituzione dei beni sequestrati, anzi si spinsero ben oltre fino a concedere ai vescovi il potere di giudicare le cause civili e a dichiarare come giornata consacrata al Signore la domenica, precedentemente dedicata al dio Sole.

La crisi del III secolo d.C.

 Introduzione

Come si è già detto, l’impero romano del II e, soprattutto, del III secolo d.C. propone, come novità principale, l’integrazione di tutti i popoli e di tutti i paesi del Mediterraneo entro un unico grande organismo unitario, secondo un progetto ed una visione politica, definitisi gradualmente, già a partire dal I secolo d.C. con l’imperatore Claudio. Tuttavia, ciò non contribuì a portare, soprattutto a lungo termine, pace e stabilità nei territori controllati da Roma.

Molti segnali di crisi si profilavano all’orizzonte, soprattutto sul piano economico, ambito nel quale le possibilità di un miglioramento venivano fortemente soffocate dalla mancanza di un vero e proprio progresso tecnico. Per comprendere meglio il senso di tale affermazione, è sufficiente prendere in considerazione quanto avveniva nel campo dell’agricoltura, in cui il sistema dello schiavismo determinava un forte ristagno nelle tecniche di lavorazione e di produzione.

In ambito culturale, il diffondersi della filosofia stoica e di altre correnti filosofiche manifestavano un altro aspetto della crisi che attraversava l’impero in questo periodo. La sfiducia nelle “risorse puramente umane” spingeva molti romani ad abbandonare la religione tradizionale per abbracciare culti mistici che implicavano un più intimo contatto con la divinità come speranza di salvezza. Non c’è da stupirsi,  pertanto, che in tale contesto trovasse amplissima diffusione il Cristianesimo che sovvertiva alla radice i valori tradizionali e preannunciava un vero e proprio “rovesciamento delle gerarchie”.

La nuova religione lasciava sperare che in una vita ultraterrena i poveri ed i perseguitati sarebbero stati rinfrancati dalla grazia divina, mentre i potenti della terra sarebbero stati puniti per le colpe commesse in vita. Il Cristianesimo, dunque, veniva percepito sempre di più come la religione dei poveri, dei bisognosi e degli ultimi e ciò lo rendeva, più di altre religioni, esposto alle persecuzioni dei Romani. Infatti l’impero, che era stato sempre tollerante nei confronti dei popoli e dei loro culti religiosi, ricorse ad una politica sempre più persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo.

Il Cristianesimo, oltre che come religione degli ultimi, si presentava anche come la religione dell’uomo e non dello Stato. I cristiani, pur riconoscendo in pieno l’autorità politica, rifiutavano la venerazione dell’imperatore come dio in terra e condannavano lo schiavismo, che era, invece, un pilastro fondamentale dell’economia romana, in quanto consideravano gli schiavi, al pari di tutti gli uomini, figli di Dio e, in quanto tali, andavano trattati al pari di tutti gli altri figli di Dio.

 

L’economia dell’impero

Nei primi tre secoli dopo la nascita di Cristo, come si è già detto, l’impero inquadrò in un organismo unitario tutti i Paesi del Mediterraneo, cercò di promuovere un’amministrazione più giusta nelle province e segnò un record senza precedenti della sua durata e della sua estensione.

Come oggi parliamo di area del dollaro o dell’euro, allo stesso modo in quei tempi si sarebbe potuto parlare di area del denario (la moneta romana); sul piano linguistico, il latino in Occidente e il greco in oriente avrebbero potuto considerarsi alla stessa stregua dell’inglese di oggi. Tuttavia, accanto a questi punti di forza, riscontriamo anche degli importanti elementi di debolezza, ravvisabili nei seguenti fattori:

1)     l’eccessiva concentrazione di popolazione, spesso improduttiva, nelle città.

2)     Gli acquisti, sempre più frequenti e consistenti, di merci di lusso dai mercati dell’Estremo Oriente, pagati con moneta pregiata, in modo da determinare la progressiva mancanza di oro e di argento, la coniazione di monete con un potere di acquisto sempre più basso e, quindi, un notevole aumento dell’inflazione.

3)     Il forte ristagno, come si è detto, del progresso tecnico e l’insufficienza produttiva, da considerare come effetti negativi dell’economia fondata sul sistema dello schiavismo. Gli schiavi, infatti, tendevano generalmente a lavorare il meno possibile e nel peggiore dei modi, nonostante il timore delle punizioni. In un tale contesto, pertanto, non avrebbe avuto senso incentivare e finanziare l’introduzione di nuovi e più raffinati attrezzi e strumenti, anche perché si temeva che l’uso maldestro da parte degli schiavi avrebbe potuto metterli rapidamente fuori combattimento.

4)     Il “parassitismo di massa” che caratterizzava, oltre agli schiavi, un po’ tutti gli strati sociali più poveri della popolazione.

A questi fattori dobbiamo aggiungerne altri che riguardano più specificamente i mutati rapporti economici tra l’Italia e le province. La nostra penisola, in epoca repubblicana spina dorsale dell’economia imperiale, aveva fin dal I secolo d.C. evidenziato profondi segnali di crisi che investivano soprattutto l’agricoltura, il cui sviluppo era stato frenato dal perdurare del latifondismo a discapito della media e piccola proprietà contadina. Del resto, quello del latifondo era una questione già presa in seria considerazione dai Gracchi nel II secolo a.C.. Era stata poi oggetto delle riforme di Cesare, di Augusto e della politica economica di altri imperatori, ma nessun risultato sostanziale e, soprattutto, duraturo era stato conseguito.

La stessa distribuzione di appezzamenti di terreno ai veterani non aveva sortito grandi effetti, in quanto i nuovi padroni o rivendevano subito i terreni o, comunque, ne affidavano la lavorazione agli schiavi senza curarsene più di tanto. Il lavoro schiavile, inoltre, metteva in ginocchio i cosiddetti “lavoratori liberi”, favorendo l’aumento della disoccupazione. Lo scrittore Giunio Moderato Columella, vissuto nel I secolo d.C., lamentava che i Romani abbandonavano “l’agricoltura allo schiavo più inetto, come ad un boia per il castigo, mentre i nostri antenati vi impiegavano la gente migliore nel migliore dei modi”.

Non bisogna quindi stupirsi se anche per i prodotti agricoli, come più in generale per tutte le merci, in un regime di libera circolazione non caratterizzato da misure protezionistiche, la penisola italica e la stessa Roma si fossero presto trovate nella condizione di subire la concorrenza agguerrita delle province, sia d’Occidente che d’Oriente. Ad esempio, la Gallia era diventata una grande esportatrice di olio.

Questi mutati rapporti economici fra l’Italia e le province spinsero Vespasiano ad allargare le maglie della classe dirigente alle classi sociali più ricche della Gallia e della Spagna, oppure imperatori come Nerva e Traiano a promuovere provvedimenti in favore delle famiglie più povere e dei contadini italici, oppure imperatori come Caracalla ad estendere, con la  Costitutio Antoniniana, ricordata anche come Editto di Caracalla, la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero.

 

Religione nell’impero tra I e III secolo d.C.

Molti imperatori, tra cui principalmente Augusto, avevano cercato di ridare slancio e vitalità alla religione tradizionale. Tuttavia essi dovettero arrendersi di fronte al fatto che un sentimento o una professione religiosa non possono essere promossi o imposti da provvedimenti legislativi se non coinvolgono in pieno la spiritualità degli uomini. E tale spiritualità era talmente lontana dai riti della religione ufficiale da percorrere le strade totalmente diverse dello stoicismo, da un  lato, e delle correnti mistiche (fondate sull’apporto degli “iniziati”) dall’altro.

Lo stoicismo aveva introdotto il concetto di una provvidenza divina che regge l’universo ed aveva vincolato l’uomo al rispetto di precisi canoni etici nelle proprie azioni. I culti misterici orientali, in particolar modo quelli di Cibele, la Grande Madre, di Iside e Osiride e, soprattutto, quello persiano di Mitra, identificato con il dio Sole in lotta contro il male, erano accomunati allo stoicismo e, per certi aspetti, al cristianesimo dal fatto che nascevano dall’esigenza di un più intimo rapporto tra i fedeli e la divinità, nonché da un desiderio di purificazione personale tale da consentire una speranza di salvezza. Gli uomini si rivolgevano al “divino” che era alla base di questi nuovi culti religiosi soprattutto perché avvertivano in pieno l’incapacità di trovare da soli una via di uscita ad una crisi che non era solo economica e politica, ma anche spirituale e culturale.

 

La diffusione del Cristianesimo

In tale contesto maturò la diffusione del Cristianesimo e del messaggio di Cristo. Esso si rivolgeva soprattutto ai poveri e agli umili e, come si può evincere dal famoso Discorso della montagna (il discorso delle beatitudini), riportato nel Vangelo di Luca, aveva un valore talmente eversivo, in termini di rovesciamento delle gerarchie sociali, da essere subito visto con diffidenza dalle classi dirigenti romane. Alla diffusione della Buona Novella diede, tra gli altri, un contributo decisivo Paolo di Tarso. Questi, nativo di Tarso in Cilicia, era stato inizialmente ostile ai cristiani, salvo poi convertirsi alla religione cristiana  nel 34 d.C.. Da quel momento si dedicò con passione alla predicazione e alla diffusione della nuova religione. Fu decapitato nei pressi di Roma, lungo la Via Ostiense, al tempo di Nerone.

Le prime comunità di cristiani si formarono tra il I ed il II secolo d.C. e trovarono seguaci soprattutto tra le classi medie e quelle meno abbienti. Ogni comunità era guidata dagli anziani, definiti presbyteroi, e dai “sorveglianti”, chiamati episcopoi. La predicazione e l’applicazione del messaggio di Gesù trovavano piena e concreta realizzazione nell’assistenza ai poveri e ai malati. Cominceranno, ben presto, a crearsi legami tra le diverse comunità dei fedeli, in Oriente e in Occidente, e cominciò a costituirsi la Chiesa come struttura organizzata. Il punto di forza e di coesione delle comunità cristiane era dato dal fatto che la loro fede non si offuscava neppure dinanzi alle persecuzioni violente di cui molti furono vittime.

Se al tempo di Nerone la persecuzione anticristiana fu alimentata dal desiderio dell’imperatore di allontanare da sé la rabbia del popolo per l’incendio di Roma, la politica di intolleranza dei successivi imperatori deve essere ricondotta alla netta dicotomia operata dai cristiani tra autorità politica e autorità religiosa, secondo la celebre frase di Gesù Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio.

Atene dentro e fuori il parlamento….

Atene cerca, attraverso le sue istituzioni, di evitare il default ed il baratro. Tuttavia, Atene, attraverso il suo popolo, si ribella alle condizioni “capestro” imposte dall’Europa alla Grecia!

Povera Atene, “scuola dell’Ellade” e madre della democrazia‼!

http://www.livestream.com/stopcarteltvgr

Povera Grecia…. madre della democrazia‼!

Povera Grecia…. madre della democrazia

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/grecia-scontri-davanti-parlamento-attesa-laccordo-piano-austerita/190835/

Atene in rivolta

http://www.unita.it/mondo/grecia-il-parlamento-vota-in-piazza-i-black-bloc-1.381180

L’Europa, senza la Grecia, è come un bambino senza un certificato di nascita

L'Europa, senza la Grecia, è come un bambino senza un certificato di nascita‼

 

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Un sogno RAGGELANTE!!!

Che sogno che ho fatto!!!
Eravamo a scuola, una normale mattinata di freddo. Un freddo normale, come quello a cui ci stiamo abituando in questi giorni. Niente di più.
Ma … ecco che, all’improvviso, un calo della temperatura brusco ed imprevisto (stile Roma dei giorni scorsi) trasformava la pioggia in neve e le strade in ghiacciate piste di “pattinaggio”. (…) Tutti noi, docenti ed alunni, rimanevamo bloccati nelle rispettive aule per diversi giorni, forse un’intera settimana!! I distributori erano la nostra unica fonte di sostentamento.
Le strade stracolme di neve impedivano a noi di aprire finanche i portoni della scuola ed impedivano alle automobili di accedere al cancello dell’edificio dall’esterno.

Non c’è che dire!! Un sogno davvero RAGGELANTE!!! Quanto tempo, nel sogno, siamo rimasti bloccati a scuola?

Boh!!! Il finale non ho potuto vederlo perché è suonata la solita sveglia mattutina e sono andato a scuola!!

Latino maccheronico … anzi nutellonico!!

Latino maccheronico, anzi … nutellonico, con sbafatio peccaminosa et clandestina!!!

NUTELLA NUTELLAE di Riccardo Cassini

DE NUMEROSIBUS MODIS PER NUTELLAM MANDUCARE ATQUE STRAFOCARE IN OMNIBUS OCCASIONIBUS

Sbafatio Nutellae omnia divisa est in partes tres.
Unum: Sbafatio Normalis (ufficialis in prima colatione cum supervisione mammarum).
Duum: Sbafatio Peccaminosa atque Clandestina (sfructandum absentiam mammarum quae uscitae sunt ad spesam faciendam).
Trium: Sbafatio Hitchcock, ad altissimum rischium sputtanandi esse (ovverum quando Nutella sbafada est clandestiniter mamma praesens in alterum locum in casa, et habet suos cavolos faciendos, sed ab uno momento ad alterum retornare potest in cucina).

CAPITOLUS PRIMUM
Sbafatio Normalis
Clarum est quae Prima Colatio, mamma observante et controllante, apportare potest goduriam relativam: quantae volte filius giungit ad tabulam credendo videre fettes paninorum integralium et invicem sunt panini normali supra quos mamma spalmavit stratum simbolicum Nutellae, carta velina similantem, quae causat colorationem beigem et quindi effectum opticum paninibus integralibus.
Mammae fixate sunt Nutellam male facere ad panciam et propterea quod semper volunt tenere in oculo filios magnantes Nutellam et (loro stesse) spalmant fetta per fettam.
Sed quaesitum spontaneum nascit: si mammae  semper dicunt filium ormai est diventato magnum, est hora ut sibi faciat lettum in camera da solum, est hora ut sibi faciat unum lavorum, ut sibi faciat unam familiam, ut sibi faciat unam casam, quia mannaggia la mortem non sibi potest facere da solum paninos quoque?
I panini nullo modo! Paninos non se li potest facere; paupertate suina! (Porca miseria!). Paninos cum Nutella facit semper mamma!
Difficilissimus est, quando mamma preparat panem atque Nutellam, distinguere paninos iam preparatos a paninis qui preparaturi sunt: in facto Nutella spalmata tantum poca est quae quasi non si notat differentiam. Et hac res accadit poiche’ mamma pensat sbafationem esageratam Nutellae directa causa esse tropporum sestertiorum qui spendituri sunt in Clearasil Topexanque. Et nos d’accordum quoque fuissimus, si postea mamma ipsa filios non rimpinzasset cum alteris micidialibus schifezzis, typus Medagliones Pollorum Manzotin, Simmenthal carnes, Spunti’ que et qui plus ne habet plus ne mettat: totae res quae habent plus colorantes et conservantes lorum, quae facies Marinae Ripa Meanae atque Sandra Milii quando se truccant.
Ad hoc punto, normalis est insinuatio in capoccia filii desiderium vindictae atque rappresagliae nazistae similem: per ogni singulum cucchiainum Nutellae negatum causa mammae, decem cucchiainos magnaturi sunt cum sbafationibus clandestinis.

CAPITOLUS SECUNDUM
Sbafatio Peccaminosa Atque Clandestina
Conditio sine qua non per exercitare Sbafationem Peccaminosam atque Clandestinam est “Absentia Mammae”.
Purtroppum, sicut omnes cognoscunt, quando filius habet irrefrenabilem libidinem Nutellae, mamma semper praesens est infra scatolas.
Isti momenti sfructandi possunt ad individuandum secretum nascondilium Nutellae. Individuato nascondilio, cum dovuta calma attendere debetur uscitam mammae. Extremae importantiae res est agire subito postea uscitam mammae, quia absentia potest esse durata longa aut brevis.
Trovato barattolo in remoto mobile cucinae, occultatum a barriera protectionis mammistica, formata ab falange multiplae filae barattolorum Pelatorum, Fagiolorum, Confetturae Fructae, absolutamente debetur rimembrare esactum ordinem cum quo si spostant omnes barattolos antistantes Nutellam, quia, postea, totum debet esse remissum exactamente sicut erat: quasi semper, in facto, mammae habent piantinam disposictionis barattolorum in mobile et, appena tornatae, controllant…
Haec Sbafatio Clandestina difficiliter sgamata ab mamma, a meno quod non accadeat aliqua tragica fatalitas causa totalium sputtanamentorum:

Tragedia prima.
Sputtanamentum Automobilisticum: mamma est appena uscita, et filius fiondaturus est supra Nutellam, sed inaspectata-mente, mamma retro venit quia dimenticata fuit chiavi centoventisettis, et filius colto est cum quattuor ditis affondatis in barattolo;

Tragedia secunda.
Sputtanamentum Equilibristicum: captum ab attacco godimenti Nutellico, filius, in praecario equilibrio super sgabellinum (utilem ut raggiungat altissimum pensilem) facit mossam falsam causando totalem crollum totorum barattolorum in mobilem atque conseguentem drammaticam mischiationem ordinis precostituiti.
Unica possibilitas ad sgamatos non esse ab mamma est simulare movimentum sismicum octavo grado scalae Mercallorum, sed sperantiae quae mamma abboccat minime sunt, a minus quod rincoglionita totaliter fuisse;
Tragedia tertia.
Sputtanamentum familiare: in bel mezzum sbafationis arribat fratellinus minor secchionis atque un minimum cacacazzus, qui ricattare potest fratellum grandem in saecula seculorum.

CAPITOLUS TERTIUM
Sbafatio Hitchcockiana
Sine dubium, hac sbafatio est plus difficilis atque rischiosa et est ultima possibilitas rimasta filio disperato si crisis abstinentiae est profunda et mamma non habet minimam ideam uscendi ab casa. Technicae usandae demandatae sunt ad sensibilitatem atque alto grado seafationis filii; professionalitas ognunorum est in ballo: honor categoriae Sbafatorum Clandestinorum salvandus est. Unicum consilium ut filius evitet clamorosas figuras ex sterco est tendere orecchium typum Star Trek ut si advertat eventualem appropinquamentum passorum mammae (Se nella vostra domo habete moquettem, fottutis siete ad novantaquinque per centum). In omni modo, in generale, necesse est non indugiare troppo in magico momento estasis Nutella raggiunta. Ad Sbafationem Hitchcockiana suggerita est tattica “Na botta e via”.
Eh! Quod mazzum ut si raggiungeat minimam dosem giornalieram Nutellae!

CAPITOLUS QUARTIUS
Sbafatio Peccaminosa Atque Clandestina
In omni modo, fermo restante, a parte filii, generalis rodimento deretani, ultimi quaesiti nascunt: mammae, ma si perfinus per drogam lex previdit modicam quantitatem… mammae, cur estis sic cacacazzi cum fillis tantum cum Nutella?
Et non vi transeat manco per anticameram materiae cerebralis si filius returnans ad domus ammaccavit macchinam subito retirata ab carrozziere mattina antecedente; et non vobis ne potest fregare minimum se filius in pagella habet votos similes temperaturibus minimae Bolzanii; et non vi passat manco po’ cazzum se amici filii sunt brutti ceffi absolute minime raccomandabiles inter quos famigeratus Peppe, notissimus per spacciationem substantiarum vietatissimarum ab lege (Inter parentesis, vos mammae benissimo cognoscete quia vendit vobis moltiplices qualitates herbarum ab Marocco provenientes) et ponemus petram supram; sed dico ego, proprio cum Nutella vobis ispiratis ad cazzum cacandi? Ma dateve na regolatam!

MORALIS ISTAE FABULAE
Mammae, vobis chiedemus cum voce ab plancto rupta cacciate ‘sta Nutellam …Porca Mignotta!

 

DE INUTILITATE NASCONDIMENTI BARATTOLORUM NUTELLAE AB ILLUSIBUS MAMMIS

Nutella omnia divisa est in partes tres:
Unum: Nutella in vaschettorum plasticae.
Duum: Nutella in vitreis bicchieribus custoditam.
Treum: Nutella sita in magnum barattolorum (magno barattolo si, sed melium est si magno Nutella IN barattolo).

Nutella placet omnibus pueris atque puellis, sed, si troppa Nutella fagocitare cicciones divenire, cutaneis eructionibus sottostare et brufolos peticellosque supra faciae tua stratos formare atque, ipso facto, diarream cacarellamque subitaneam venire.

Propterea quod familiares, et mamma in particulare, semper Nutella celat in impensabilis locis ut eviteant filiis sbafare, come soliti sunt. Sed domanda spontanea nascet: si mamma contraria est filiales sbafationes, perche’ Nutella comprat et postea celat? Intelligentiore fuisse non comprare manco per nihil… sed forse mammae etiam Nutella sbafant: celatio altrum non est vendetta vendetta trasversalis materna propterea quod ea stessa victima fuit, sua volta matris suae. “Sic heri tua mamma Nutella celavit, sic hodie celis filiis tuis”.

Sed populus totus cognoscit ingenium puerorum si in ballo Nutella est: vista felinos similante habent ut scruteant in tenebris credentiarium; manes prensiles – canibus superior- per Nutellam scovare inter mucchios anonimarum marmellatarum fructarum.

Memento semper: filius, inevitabile, Nutella scovat sed non semper magnat. Infactum, fruxtratione maxima filii si habet quando filius scovat barattolum sed hoc barattolus novus atque sigillatus est, propterea quod si filius aprit ed intaccat barattollum intosum, sputtanatus fuisse (Eh! Erat novus…). Hoc res demonstrat omnibus mammis nascondimentos novorum barattolorum Nutellae fatica sprecata esse.

Non fruxtratione maxima, sed notevole incavolatio si habet si filius ritrovat barattolum quasi vacuum, giusto cum Nutella et alcunam partem manducare non potest quod barattolum vacuum buttatum fuisse ab mamma, non conservatum, inde semper minumum fondum Nutellae rimanendum est. Hoc res demonstrat omnibus mammis nascondimentos quasi vacuorum barattolorum Nutellae ulteriore fatica sprecata al quadratum esse. Unica possibilitas felicitatis filii est rinvenire barattolorum medio vacuum et edio plenum, in hoc modo dues o tres cucchiailli Nutellae videantur sbafandi sunt. Sed, pos sbafationem, ad editantum sgamati esse memorandae sunt smucinatio atque mischiatio Nutellae rimaste ut si fingeat nemo toccavit nemo magnavit. Etiam, primaria importatiae res, cucchiaillos lavare asciugareque ne tracciam ullam lasciare.

Hac tertia ipotesis unica ragione est pro fatica mammarum, sed ulteriore domandae spontaneae nascunt. Ne valet la penam? Hoc casinum toto per tres cucchiaillos fetentos Nutellae? Qui ve lo facit fare? Et postea, postea, non vi lamentatis si filii provati astinentiarum Nutellarum, drogaturi sunt!
Ullae lacrimae coccodrillarum accettatae sunt: non dicite non advertendi non fuissimus.

I negazionisti vedano queste foto‼

http://www.repubblica.it/esteri/2012/01/12/news/protocollo_sterminio_ebrei-27995172/?ref=HREC1-6

scaricabarile nella scuola…

Questo qualche volta accade … nella scuola: ” Ad ascoltare il ronzio del nostro alveare pedagogico, quando (noi docenti) ci facciamo scoraggiare (di fronte agli insuccessi con gli alunni più svogliati), la nostra “passione” ci porta a cercare dei colpevoli. Il sistema della Scuola Pubblica, d’altronde, ben si presta a che ciascuno possa cercare dei colpevoli.

– La scuola materna non ha saputo insegnare in che modo comportarsi a questi bambini agitati come delle palle da flipper ? Chiede l’insegnante di scuola elementare.

– Che cosa hanno combinato alla scuola elementare ? Dice il professore della scuola media, inveendo contro i maestri della primaria, quando ricevono in prima media degli alunni che egli considera analfabeti.

– Qualcuno può dirmi che cosa hanno imparato fino alla terza media ? Esclama il professore di liceo, di fronte alla propensione dei suoi alunni del biennio di esprimersi senza un lessico adeguato?

– Ma questi vengono veramente dal Liceo? Si chiede il professore universitario quando spulcia il suo primo pacco di prove scritte di esami?

– Spiegatemi che cosa fanno all’Università! Tuona l’industriale di fronte ai (pochi) giovani appena reclutati!!”.

… Questo accade in Francia! Ma in Italia è così diversa la situazione?

Oui, à écouter le bourdonnement de notre ruche
pédagogique, dès que nous nous décourageons, notre
passion nous porte d’abord à chercher des coupables.
L’Éducation nationale paraît d’ailleurs structurée pour que
chacun y puisse commodément désigner le sien :
– La maternelle ne leur a donc pas appris à se tenir ?
demande le professeur des écoles devant des bambins agités
comme des boules de flipper.
– Qu’ont-ils fichu en primaire ? peste le professeur de
collège en accueillant des sixièmes qu’il estime illettrés.
– Quelqu’un peut me dire ce qu’ils ont appris jusqu’en
troisième ? s’exclame le professeur de lycée devant la
propension de ses secondes à s’exprimer sans vocabulaire.
– Ils viennent vraiment du lycée ? s’interroge le prof de
fac en épluchant son premier paquet de copies.
– Expliquez-moi ce qu’on fout à l’université ? tonitrue
l’industriel face à ses jeunes recrues.

(Daniel Pennac, “Chagrin d’ école”)

Ma l’insuccesso di un alunno è, talvolta, anche l’insuccesso del docente

Ma l’insuccesso di un alunno è, talvolta, anche l’insuccesso del docente… Spesso il docente non riesce a prenderne atto, scaricando su altri le responsabilità!!

Les raisons pour lesquelles il arrive aux professeurs et aux
parents de passer outre ces mensonges, voire d’en être
complices, sont trop nombreuses pour être discutées.
Combien de bobards quotidiens sur quatre ou cinq classes de
trente-cinq élèves ? peut légitimement se demander un
professeur. Où trouver le temps nécessaire à ces enquêtes ?
Suis-je, d’ailleurs, un enquêteur ? Dois-je, sur le plan de
l’éducation morale, me substituer à la famille ? Si oui, dans
quelles limites ? Et ainsi de suite, litanie d’interrogations dont
chacune fait, un jour ou l’autre, l’objet d’une discussion
passionnée entre collègues.
Mais il est une autre raison pour laquelle le professeur
ignore ces mensonges, une raison plus enfouie, qui, si elle
accédait à la conscience claire, donnerait à peu près ceci : Ce
garçon est l’incarnation de mon propre échec professionnel.
Je n’arrive ni à le faire progresser, ni à le faire travailler, tout
juste à le faire venir en classe, et encore suis-je assuré de sa
seule présence physique.
Par bonheur, à peine entrevue, cette mise en cause
personnelle est combattue par quantité d’arguments
recevables : J’échoue avec celui-ci, d’accord, mais je réussis
avec beaucoup d’autres. Ce n’est tout de même pas ma faute (…)

Que lui ont donc appris mes prédécesseurs ? … À quoi pensent ses parents ? Imagine-t-on qu’avec mes effectifs et mes horaires je puisse lui faire rattraper un pareil retard ?

(Daniel Pennac, “Chagrin d’ école”)

Le possibili scuse di chi non fa i compiti … secondo Pennac

Le possibili scuse di chi non fa i compiti, secondo Daniel Pennac:

prof: “io non ho fatto i miei esercizi perché ho trascorso buona parte della notte  in parte nel cyber spazio a combattere contro i soldati del male, che, alla fine, ho sconfitto fino all’ultimo” … oppure: … “sono desolato per gli esercizi non svolti, ma ieri sera sono stato schiacciato dal peso di una opprimente ebetudine ….”, o, ancora,: … “ho dimenticato il mio quaderno a casa di …, prima di ritirarmi”. O, ancora, … “ero occupato a leggere la traccia, quando è scoppiata la caldaia”… Qui il testo integrale del brano in questione:

Suivons notre mauvais externe dans une de ses journées

scolaires. Exceptionnellement, il n’est pas en retard – son
carnet de correspondance l’a trop souvent rappelé à l’ordre
ces derniers temps -, mais son cartable est presque vide :
livres, cahiers, matériel une fois de plus oubliés (son
professeur de musique écrira joliment sur son bulletin
trimestriel : « Manque de flûte »).
Bien entendu ses devoirs ne sont pas faits. Or sa première
heure est une heure de mathématiques et les exercices de
math sont de ceux qui manquent à l’appel. Ici, de trois
choses l’une : ou il n’a pas fait ces exercices parce qu’il s’est
occupé à autre chose (une vadrouille entre copains, un
quelconque massacre vidéo dans sa chambre verrouillée…),
ou il s’est laissé tomber sur son lit sous le poids d’une
prostration molle et a sombré dans l’oubli, un flot de musique
hurlant dans son crâne, ou – et c’est l’hypothèse la plus
optimiste – il a, pendant une heure ou deux, bravement tenté
de faire ses exercices mais n’y est pas arrivé.
Dans les trois cas de figure, à défaut de copie, notre
externe doit fournir une justification à son professeur. Or,
l’explication la plus difficile à servir en l’occurrence est la
vérité pure et simple : « Monsieur, madame, je n’ai pas fait
mes exercices parce que j’ai passé une bonne partie de la
nuit quelque part dans le cyberespace à combattre les
soldats du Mal, que j’ai d’ailleurs exterminés jusqu’au
dernier, vous pouvez me faire confiance. » « Madame,
monsieur, désolé pour ces exercices non faits mais hier soir
j’ai cédé sous le poids d’une écrasante hébétude, impossible
de remuer le petit doigt, juste la force de chausser mon
baladeur. »
La vérité présente ici l’inconvénient de l’aveu « Je n’ai pas
fait mon travail », qui appelle une sanction immédiate. Notre
externe lui préférera une version institutionnellement plus
présentable. Par exemple : … « J’ai oublié mon devoir chez ….

avant de rentrer …. » En d’autres termes un mensonge. De son côté le
professeur préfère souvent cette vérité aménagée à un aveu
trop abrupt qui l’atteindrait dans son autorité. Le choc frontal
est évité, l’élève et le professeur trouvent leur compte dans
ce pas de deux diplomatique. Pour la note, le tarif est connu :
copie non remise, zéro.
Le cas de l’externe qui a essayé, bravement mais en vain,
de faire son devoir, n’est guère différent. Lui aussi entre en
classe détenteur d’une vérité difficilement recevable : «
Monsieur, j’ai consacré hier deux heures à ne pas faire votre
devoir. Non, non, je n’ai pas fait autre chose, je me suis assis
à ma table de travail, j’ai sorti mon cahier de texte, j’ai lu
l’énoncé et, pendant deux heures, je me suis retrouvé dans un état
de sidération mathématique, une paralysie mentale
dont je ne suis sorti qu’en entendant ma mère m’appeler
pour passer à table. Vous le voyez, je n’ai pas fait votre
devoir, mais j’y ai bel et bien consacré ces deux heures.
Après le dîner il était trop tard, une nouvelle séance de
catalepsie m’attendait : mon exercice d’anglais. » « Si vous
écoutiez davantage en classe, vous comprendriez vos
énoncés ! » peut objecter (à juste titre) le professeur.
Pour éviter cette humiliation publique, notre externe
préférera lui aussi une présentation diplomatique des faits : «
J’étais occupé à lire l’énoncé quand la chaudière a explosé. »
Et ainsi de suite, du matin au soir, de matière en matière,
de professeur en professeur, de jour en jour, dans une
exponentielle du mensonge qui aboutit au fameux « C’est ma
mère !… Elle est morte ! » de François Truffaut.

(Daniel Pennac, “Chagrin d’ éecole”)

Daniel Pennac, “Chagrin d’école”: la mère perdue!!

Il y a la mère perdue, épuisée par la dérive de son enfant,
évoquant les effets supposés des désastres conjugaux : c’est
notre séparation qui l’a… depuis la mort de son père, il n’est
plus tout à fait… Il y a la mère humiliée par les conseils des
amies dont les enfants, eux, marchent bien, ou qui, pire,
évitent le sujet avec une discrétion presque insultante… Il y
a la mère furibarde, convaincue que son garçon est depuis
toujours l’innocente victime d’une coalition enseignante,
toutes disciplines confondues, ça a commencé très tôt, à la
maternelle, il avait une institutrice qui… et ça ne s’est pas du
tout arrangé au CP, l’instit, un homme cette fois, était pire,
et figurez-vous que son professeur de français, en quatrième,
lui a… Il y a celle qui n’en fait pas une question de personne
mais vitupère la société telle qu’elle se délite, l’institution
telle qu’elle sombre, le système tel qu’il pourrit, le réel en
somme, tel qu’il n’épouse pas son rêve… Il y a la mère
furieuse contre son enfant : ce garçon qui a tout et ne fait
rien, ce garçon qui ne fait rien et veut tout, ce garçon pour
qui on a tout fait et qui jamais ne… pas une seule fois, vous
m’entendez ! Il y a la mère qui n’a pas rencontré un seul
professeur de l’année et celle qui a fait leur siège à tous… Il
y a la mère qui vous téléphone tout simplement pour que
vous la débarrassiez cette année encore d’un fils dont elle ne
veut plus entendre parler jusqu’à l’année prochaine même
date, même heure, même coup de téléphone, et qui le dit : «
On verra l’année prochaine, il faut juste lui trouver une école
d’ici là. » Il y a la mère qui craint la réaction du père : «
Cette fois mon mari ne le supportera pas » (on a caché la
plupart des bulletins de notes au mari en question)… Il y a la
mère qui ne comprend pas ce fils si différent de l’autre, qui
s’efforce de ne pas l’aimer moins, qui s’ingénie à demeurer la
même mère pour ses deux garçons. Il y a la mère, au
contraire, qui ne peut s’empêcher de choisir celui-ci («
Pourtant je m’investis entièrement en lui »), au grand dam
des frères et soeurs, bien sûr, et qui a utilisé en vain toutes
les ressources des aides auxiliaires : sport, psychologie,
orthophonie, sophrologie, cures de vitamines, relaxation,
homéopathie, thérapie familiale ou individuelle… Il y a la
mère versée en psychologie, qui donnant une explication à
tout s’étonne qu’on ne trouve jamais de solution à rien, la
seule au monde à comprendre son fils, sa fille, les amis de
son fils et de sa fille, et dont la perpétuelle jeunesse d’esprit
(« N’est-ce pas qu’il faut savoir rester jeune ? ») s’étonne
que le monde soit devenu si vieux, tellement inapte à
comprendre les jeunes. Il y a la mère qui pleure, elle vous
appelle et pleure en silence, et s’excuse de pleurer… un
mélange de chagrin, d’inquiétude et de honte… À vrai dire
toutes ont un peu honte, et toutes sont inquiètes pour
l’avenir de leur garçon : « Mais qu’est-ce qu’il va devenir ? »
La plupart se font de l’avenir une représentation qui est une
projection du présent sur la toile obsédante du futur. Le futur
comme un mur où seraient projetées les images
démesurément agrandies d’un présent sans espoir, la voilà la
grande peur des mères !

(Daniel Pennac, “Chagrin d’école”)

Alunni un po’ discoli

… Ou encore cette trentaine de poules, chipées dans les fermes
avoisinant mon pensionnat de montagne, pour remplir la
chambre du surveillant général pendant toute la durée du
week-end où il m’avait consigné. Quel magnifique poulailler
devint cette piaule en trois jours seulement : fientes et
plumes collées, et la paille pour faire plus vrai, et les œufs
cassés un peu partout, et le maïs généreusement distribué
par là-dessus ! Sans parler de l’odeur ! Ah, la jolie fête
quand le chef des pions, ouvrant benoîtement la porte de sa
chambre, libéra dans les couloirs les prisonnières affolées
que chacun se mit à poursuivre pour son propre compte ! …
(Daniel Pennac, “Chagrin d’école”)

La Cigale et la fourmie

“Vous chantiez? J’en suis fort aise: eh bien! Dansez maintenant!” (Jean de La Fontaine, “La Cigale et la Fourmi”).

dal sito: http://www.lafontaine.net/lesFables/afficheFable.php?id=1#2

 

La cigale, ayant chanté
Tout l’été,
Se trouva fort dépourvue
Quand la bise fut venue.
Pas un seul petit morceau
De mouche ou de vermisseau
Elle alla crier famine
Chez la fourmi sa voisine,
La priant de lui prêter
Quelque grain pour subsister
Jusqu’à la saison nouvelle
«Je vous paierai, lui dit-elle,
Avant l’oût , foi d’animal,
Intérêt et principal 
La fourmi n’est pas prêteuse ;
C’est là son moindre défaut
«Que faisiez-vous au temps chaud ?
Dit-elle à cette emprunteuse
Nuit et jour à tout venant
Je chantais, ne vous déplaise.
– Vous chantiez ? j’en suis fort aise.
Eh bien : dansez maintenant.»

C’est ici la seule apparition de la cigale dans les fables (nous pouvons cependant la retrouver brièvement dans « La Vie d’Esope le Phrygien »). Cet insecte, dans l’Antiquité, symbolisait le poète dans toute son insouciance (« Je suis l’insecte aimé du poète et des dieux », écrira bien plus tard Jean Aicard, dans « Poèmes de la Provence »). Chevalier et Gheerbrant notent la cigale « est devenue l’attribut des mauvais poètes, dont l’inspiration est intermittente. Elle est prise pour l’ image de la négligence et de l’imprévoyance (La Fontaine) » (« Dictionnaire des symboles », Jean Chevalier et Alain Gheerbrant, Editions Robert Laffont, 1982, p. 198. Pour Jean Baudoin, la cigale évoque Homère. Pour la fine bouche, citons Jean Lautret qui écrivait en 1619 « J’ai imité donc les cigales / Qui se dupaient sans intervalles, / Voyant travailler les formis. / Ha ! qu’il n’y a telle finesse / Que d’acquérir pour sa vieillesse / Un peu de bien et des amis. » (cité dans « La Fontaine – Œuvres complètes, tome I ; Fables, contes et nouvelles » édition établie, présentée et annotée par Jean-Pierre Collinet ; NRF Gallimard ; Bibliothèque de La Pléiade ; 1991, p. 1060).
De mouche ou de vermisseau: Jean-Henri Fabre (1823-1915) dans ses « Souvenirs entomologiques » relève les erreurs de L.F. concernant la cigale elle ne dispose pour s’ alimenter que d’un suçoir et n’a rien à faire de mouches ou de vermisseaux. Il y a d’autres fantaisies la cigale meurt à la fin de l’été et ne peut donc crier famine quand la bise souffle. La fourmi, qui dort en hiver dans sa fourmilière ne peut l’entendre ; d’autre part, elle est carnivore et n’ amasse pas le grain… ». La Fontaine est un naturaliste plein de fantaisie, sans souci de la vérité […]. Mais […], c’est un peintre animalier de grande valeur. » (René Bray Les « Fables » de La Fontaine). (Note reprise de Thérèse).
L’août est la « moisson qui se fait durant le mois d’août » (Richelet). « Aoust… signifie aussi la récolte, la moisson des blés. » (Furetière, cité dans « La Fontaine – Fables » ; Le Livre de Poche ; Classiques modernes ; La Pochothèque ; édition de Marc Fumaroli ; 1997, p. 818). L’orthographe utilisée ici par La Fontaine n’est pas conforme à l’étymologie (du latin augustum ») mais seulement en accord avec la prononciation.
Le principal :le capital.
Son moindre défaut: Il ne faut pas comprendre ce vers en son sens premier mais au contraire la fourmi peut être habillée de bien des défauts mais pas de celui qui consiste à prêter inconsidérément.
Emprunteuse: Le féminin d’emprunteur n’est utilisé que de manière burlesque.

 

Cette fable est la première en place dans le premier livre de La Fontaine. Mais il est fort probable qu’elle ait été écrite après bien d’autres. C’est La Fontaine lui même qui lui a assigné cette situation. Aucune autre fable n’a suscité autant de commentaires que celle-ci, d’abord parce qu’elle est la première, ensuite parce qu’il s’agit d’un « classique » connu par tout le monde. Ne citons que deux exemples extrêmes. Ainsi, Rousseau l’a donnée en exemple de ce qu’il convenait de ne pas faire lire aux enfants car il craignait que ceux-ci ne prennent la cigale pour exemple. Taine voit dans cette fable l’homme du sud (la cigale) opposé à l’homme du nord. Ces deux analyses sont évidemment totalement exagérées. Notons aussi que Fabre (cf. infra, note 2) s’est efforcé de trouver toutes les erreurs contenues dans cette fable. Cela n’a jamais, heureusement, empêché quiconque de trouver énormément de plaisir à lire et étudier « La Cigale et la Fourmi ». La source de cet apologue est à chercher chez Esope « La Cigale et la Fourmi, la Fourmi et l’Escarbot (*)». Le rhéteur du IIIe siècle, Aphtonius la reprendra et en fera un exercice littéraire. La Fontaine a eu connaissance de la version d’Esope comme du travail d’Aphtonius. (*) Escarbot est le nom donné à divers coléoptères parmi lesquels figure le hanneton ; certains ont d’ailleurs traduit le titre d’Esope par « La Fourmi et le Hanneton ».