Assunzione in cielo di Maria, “donna del sì”, “donna del Magnificat” e dell’ascolto” (15 agosto 2022).
Oggi celebriamo la solennità di Maria assunta in cielo in corpo e anima.
I padri della Chiesa parlano di “dormizione di Maria” (“dormitio Mariae”) o “riposo di Maria” (“pausatio Mariae”) per indicare il trapasso della Vergine e la sua assunzione in cielo.
Colei che portò nel mondo l’umanità di Cristo, è oggi festosamente accolta da Cristo, suo figlio, in Paradiso e «viene assunta alla gloria celeste in anima e corpo», come leggiamo nella Costituzione Apostolica di Pio XII “Munificentissimus Deus”, con cui, nel 1950, fu istituito il dogma dell’Assunzione di Maria.
Unita a Gesù ai piedi della Croce, Maria è ora unita al Figlio anche nel trionfo in cielo. E, così, anche lei, seconda dopo Gesù, primizia dei risorti, gode della visione beatifica di Dio, nella gloria totale dell’anima e del corpo.
Possiamo immaginare, con le parole di San Pio, “la gioia indefinibile” con cui in Paradiso è stato salutato l’ingresso della “Madre di Dio”. Pensiamo al grande tripudio di festa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, alla letizia di tutti gli angeli del Paradiso, all’esultanza di San Michele Arcangelo, il “Principe della Milizia Celeste”, che “con la potenza divina ricaccia nell’inferno satana e gli altri spiriti maligni”. Sì, Maria assunta in cielo rappresenta anche questo: la nuova grande vittoria di Dio, il nuovo trionfo, dopo quello della resurrezione di Gesù, della vita sulla morte, della luce sulle tenebre del peccato, del bene sul male, la dimostrazione più efficace che “la vita non è tolta, ma è trasformata”.
L’umile fanciulla del “Magnificat”, diventa la nuova Eva, colei che riapre le porte del Paradiso all’umanità. “Là dove Eva, con la sua disobbedienza, aveva reciso in radice la comunione tra Dio e l’umanità, Maria con il suo sì diviene canale di grazia per gli uomini e per l’intero creato” (Anna Maria Canopi), schiacciando sotto il calcagno quel drago rosso, con sette teste e dieci corna, di cui parla San Giovanni apostolo nel Libro dell’Apocalisse.
La gloriosa assunzione di Maria è, come spiega chiaramente l’apostolo Paolo nella Seconda Lettura di oggi, anche l’anticipazione di ciò che accadrà a noi dopo la morte, quando, dopo la seconda venuta di Cristo e il giudizio universale, la nostra anima si riunirà al corpo e risorgeremo anche noi in Cristo risorto, trasfigurati ed illuminati nella contemplazione dello splendore e della gloria di Dio nella Gerusalemme Celeste.
Maria è la “vera madre dei viventi”! Non stanchiamoci mai di ricorrere a lei, di invocarla sempre, ma, soprattutto, quando ci troviamo in difficoltà: lei è sempre pronta a rialzarci e a sorreggerci ogni volta che nel nostro animo soffia forte il vento della tentazione, ogni volta che si insinuano in noi il dubbio e la paura, ogni volta che le prove della vita ci angosciano.
Maria, “donna del sì”, “donna del Magnificat” e dell’ascolto” è il modello più puro e perfetto di quella fede limpida e solida su cui si fonda il Vangelo. Ella è la “stella della nuova evangelizzazione”, la luce del mattino che guida e orienta i nostri passi. Affidiamoci sempre a lei: ella ci prenderà per mano e ci guiderà lungo il giusto cammino.
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Buona solennità dell’Assunta a tutti!
BUONA SOLENNITÀ DI MARIA ASSUNTA IN CIELO!!!
Assunzione in cielo di Maria, “donna del sì”, “donna del Magnificat” e dell’ascolto” (15 agosto 2022)
Oggi celebriamo la solennità di Maria assunta in cielo in corpo e anima.
I padri della Chiesa parlano di “dormizione di Maria” (“dormitio Mariae”) o “riposo di Maria” (“pausatio Mariae”) per indicare il trapasso della Vergine e la sua assunzione in cielo.
Colei che portò nel mondo l’umanità di Cristo, è oggi festosamente accolta da Cristo suo figlio, in Paradiso e «viene assunta alla gloria celeste in anima e corpo», come leggiamo nella Costituzione Apostolica di Pio XII “Munificentissimus Deus”, con cui, nel 1950, fu istituito il dogma dell’Assunzione di Maria.
Unita a Gesù ai piedi della Croce Maria è ora unita al Figlio anche nel trionfo in cielo. E, così, anche lei, seconda dopo Gesù, primizia dei risorti, gode della visione beatifica di Dio, nella gloria totale dell’anima e del corpo.
Possiamo immaginare, con le parole di San Pio, “la gioia indefinibile” con cui tutti in Paradiso è stato salutato l’ingresso della “Madre di Dio”. Pensiamo al grande tripudio di festa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, alla letizia di tutti gli angeli del Paradiso, all’esultanza di San Michele Arcangelo, il “Principe della Milizia Celeste”, che “con la potenza divina ricaccia nell’inferno satana e gli altri spiriti maligni”. Sì, Maria assunta in cielo rappresenta anche questo: la nuova grande vittoria di Dio, il nuovo trionfo, dopo quello della resurrezione di Gesù, della vita sulla morte, della luce sulle tenebre del peccato, del bene sul male, la dimostrazione più efficace che “la vita non è tolta, ma è trasformata”.
L’umile fanciulla del “Magnificat”, diventa la nuova Eva, colei che riapre le porte del Paradiso all’umanità. “Là dove Eva, con la sua disobbedienza, aveva reciso in radice la comunione tra Dio e l’umanità, Maria con il suo sì diviene canale di grazia per gli uomini e per l’intero creato” (Anna Maria Canopi), schiacciando sotto il calcagno quel drago rosso, con sette teste e dieci corna, di cui parla San Giovanni apostolo nel Libro dell’Apocalisse.
La gloriosa assunzione di Maria è, come spiega chiaramente l’apostolo Paolo nella Seconda Lettura di oggi, anche l’anticipazione di ciò che accadrà a noi dopo la morte, quando, dopo la seconda venuta di Cristo e il giudizio universale, la nostra anima si riunirà al corpo e risorgeremo anche noi in Cristo risorto, trasfigurati ed illuminati nella contemplazione dello splendore e della gloria di Dio nella Gerusalemme Celeste.
Maria è la “vera madre dei viventi”! Non stanchiamoci mai di ricorrere a lei, di invocarla sempre, ma soprattutto quando ci troviamo in difficoltà: lei è sempre pronta a sorreggerci ogni volta che nel nostro animo soffia forte il vento della tentazione, ogni volta che si insinuano in noi il dubbio e la paura, ogni volta che le prove della vita ci angosciano.
Maria, “donna del sì”, “donna del Magnificat” e dell’ascolto” è il modello più puro e perfetto di quella fede limpida e solida su cui si fonda il Vangelo. Ella è la “stella della nuova evangelizzazione”, la luce del mattino che guida e orienta i nostri passi. Affidiamoci sempre a lei: ella ci prenderà per mano e ci guiderà lungo il giusto cammino.

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La “Domenica del Fuoco”
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!».
(XX domenica del T.O. anno C.)
Possiamo definire questa XX domenica del T.O. la “domenica del fuoco”.
Gesù prova un grande desiderio: quello di gettare il “fuoco” sulla terra e di vederlo già acceso. Questo suo desiderio si fa ansia e diventa angoscia, ma, affinché possa realizzarsi, il Figlio di Dio dovrà affrontare il “battesimo” della passione, della morte e della risurrezione.
Il fuoco che Gesù vuole “gettare sulla terra” non distrugge, non uccide, non fa terra bruciata, ma, anzi, ravviva, illumina e riscalda tutto ciò che trova dinanzi a sé. È il “fuoco divoratore” dell’amore di Dio, l’inesauribile fiamma ardente dello Spirito Santo che ci guida nel nostro cammino verso il Signore. Questo fuoco ci purifica, ci libera da ogni timidezza e paura e ci rende forti e coraggiosi di fronte alle scelte nette e radicali che Gesù esige da noi e che possono provocare quei contrasti e quelle divisioni di cui egli parla nel Vangelo.
La Scrittura è, del resto, ricca di figure che, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, hanno sofferto per la coerenza e il coraggio delle loro scelte.
Un esempio ci viene offerto proprio dal profeta Geremia, nella Prima Lettura. Le sue parole sono scomode per i capi del popolo, i quali lo calunniano al cospetto del re Sedecia che, a sua volta, non fa nulla per difenderlo. Geremia sembra, ormai, votato a un destino di morte, ma il Signore non si dimentica di lui e fa levare in sua difesa la voce di Ebed-Mèlec, straniero, etiope e, per giunta, pagano, che con le sue accorate parole smuove la coscienza del re e lo convince a salvare il profeta.
Geremia rivela in anticipo ciò che accade a Gesù. Anche lui, infatti, subisce la persecuzione e viene “immerso nel fango” con il più crudele dei supplizi: quello della croce che egli su di sé per condurre l’umanità intera alla salvezza.
In questo modo, Cristo si fa luce del mondo che brilla dinanzi a noi ogni volta che la nostra dignità è messa a dura prova, ogni volta che siamo tentati di cedere al compromesso, di sottrarci a ciò che è realmente giusto e gradito al Signore, ogni volta che preferiamo correre dietro alle vanità di un mondo e di un tempo che, purtroppo, non sono più “secondo Dio”.
L’autore della Lettera agli Ebrei ci chiede di spogliarci proprio di queste vanità e di tutto ciò che, in questo mondo, è di peso per la nostra fede; ci esorta, inoltre, a non perderci mai d’animo, neanche di fronte alle difficoltà e alle tribolazioni, affinché possiamo “correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo verso Gesù”.
In questa “corsa” possiamo farci aiutare dalla “moltitudine di testimoni” che, nel corso dei secoli, hanno vissuto con grande fede e coerenza il Vangelo di Gesù.
Possiamo ispirarci principalmente a Maria, di cui stasera e domani ricorderemo l’assunzione in cielo, la donna eucaristica per eccellenza, il primo tabernacolo vivente di Cristo.
Possiamo, inoltre, lasciarci guidare dall’esempio dei numerosi santi di cui, anche in questo infuocato mese di agosto, la Chiesa ha rinnovato il ricordo. Sorretti dal loro fulgido esempio, proseguiremo “a vele spiegate”, il nostro cammino verso il Signore con l’animo fiducioso e sereno di chi, sia pur fra tanti pericoli e ostacoli, vede avvicinarsi sempre di più il traguardo del premio e della vittoria.
Farsi “piccoli”
A chi è come loro appartiene il Regno dei cieli!! (sabato 13 agosto 2022 – anno pari)
Breve, ma bella e illuminante, è la pagina del Vangelo di oggi, sabato 12 agosto. Gesù, dopo aver lasciato la Galilea (Mt 19,1), si reca in Giudea per diffondere anche lì la sua predicazione e il suo annuncio di salvezza.
La fama che precede il Signore, ovunque egli vada, è tale che vengono portati al suo cospetto tutti i “diseredati”, affinché egli imponga su di loro le mani, li benedica e li conforti con il suo messaggio di speranza e di pace. E tra questi diseredati non mancano certamente i bambini.
Nel Vangelo di oggi i bambini rappresentano:
- un’altra categoria di persone deboli da proteggere e sostenere
- un piccolo grande modello di comportamento che tutti dovrebbero seguire per poter entrare nel Regno dei cieli.
È sorprendente la considerazione che il Maestro ha per i bambini: i discepoli li rimproverano e cercano di allontanarli da Gesù, ma egli, con tono fermo, esclama: «lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il Regno dei cieli».
Ancora una volta, dunque, Gesù ribalta e sovverte pregiudizi e abitudini duri a morire e rivolge il suo sguardo a coloro che vengono generalmente tenuti ai margini della società e non godono di alcuna considerazione, a quei “piccoli” ai quali, come leggiamo nel Canto al Vangelo di oggi, “Dio Padre, Signore del cielo e della terra, ha voluto rivelare i misteri del Regno”.
Gesù è molto vicino ai bambini perché sa che essi hanno un grande bisogno di protezione e di aiuto, così come hanno bisogno di autorevoli figure di riferimento che possano allevarli e educarli nel migliore dei modi. A tutto ciò il Maestro per eccellenza non può certamente rimanere insensibile!
Quanto attuale e prezioso è per tutti noi educatori questo atteggiamento di Gesù! Verrebbe da pensare a tutte quelle volte in cui, nelle varie parti del mondo, le legislazioni, le istituzioni e le varie strutture preposte alla cura e alla formazione dei più giovani sono state davvero manchevoli nei loro confronti!
C’è, poi, un secondo aspetto che rende Gesù particolarmente vicino ai bambini: la loro capacità di stupirsi e di meravigliarsi di fronte ad ogni nuova esperienza. Sono delle qualità preziose che li rendono sempre disponibili ad ascoltare, a credere e ad affidarsi agli altri. Per questo, Gesù vede in loro delle persone semplici, umili e pure, per nulla inclini alla superbia, alla prepotenza e alla volontà di prevaricazione che caratterizzano, in qualche caso, noi adulti.
Tutti noi dobbiamo cercare di diventare come i bambini del Vangelo di oggi, liberandoci da logiche egoistiche e di tornaconto personale, e tornando a vedere la realtà con gli occhi puri e semplici dei fanciulli.
Dobbiamo “farci piccoli”, umili e puri come loro, convertendoci sempre di più al Signore e impegnandoci a “formare in noi un cuore nuovo e uno spirito nuovo”.
È una conversione radicale, proprio come quella che Dio ci chiede, nella Prima Lettura, per bocca del profeta Ezechiele. È una conversione che rischia di spiazzarci, perché ci destabilizza rispetto a vecchie e desuete certezze.
Però, possiamo riuscirci, affidandoci a Gesù! Possiamo chiedere anche noi al più paziente e al più saggio Maestro dei “piccoli” di illuminarci, di aiutarci ad entrare nel suo Regno, guidando i nostri passi malfermi lungo il sentiero, per noi forse ancora inesplorato, della purezza, della semplicità e dell’umiltà!
Signore, infondi in noi uno spirito nuovo (12 agosto 2022)
Omelia venerdì 12 agosto 2022 Anno Pari
Signore, infondi in noi uno spirito nuovo (venerdì 12 agosto 2022)
In questo passo, tratto dal Vangelo di Matteo, Gesù si trova in Giudea, dove i farisei lo interrogano su un tema molto spinoso, quello relativo al ripudio della moglie, chiedendogli: “È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”.
Domande come queste, in genere, venivano poste per mettere in difficoltà Gesù, ma il Maestro non cade nella trappola e sposta opportunamente l’attenzione sull’autentica volontà di Dio, cioè che l’uomo e la donna costituiscano una famiglia, fondata sull’indissolubilità e sull’amore reciproco.
Dunque, alla domanda dei farisei, Gesù risponde con un altro interrogativo: «non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”?». E, infine, conclude affermando: «Dunque, l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A questo punto, i farisei cercano di appellarsi alla legge di Mosè che permetteva ad un uomo di comminare l’atto di ripudio nei confronti della propria moglie. Ma Gesù risponde che Mosè aveva reso lecito il ripudio per la durezza dei cuori degli uomini.
Il matrimonio, invece, nel disegno di Dio, è inviolabile, è elevato a dignità di sacramento e, dunque, è indissolubile per tutta la vita. È un’alleanza tra uomo e donna, un patto di amore e di fedeltà non dissimile da quello stabilito da Dio con il suo popolo eletto.
Gesù, dunque, esalta la grazia del matrimonio sacramentale, un matrimonio che presuppone una duplice unione di consacrazione:
1) la consacrazione dello sposo e della sposa a Dio
2) la consacrazione reciproca, perfezionata da Dio, dei coniugi che lega indissolubilmente lo sposo alla sposa.
Troppo spesso, però, soprattutto ai tempi nostri, il matrimonio è considerato come una sorta di “contratto a tempo determinato”, che può essere risolto e sciolto in qualsiasi momento.
Ma affinché il matrimonio sacramentale possa resistere per tutta la vita, deve sempre avere al suo centro Gesù: dove c’è Cristo vi sono amore, carità, misericordia, perdono, accoglienza e comprensione reciproca. Guai a far uscire il Signore dalla propria vita!
Questo è valido per gli sposi, ma è valido anche per tutti coloro che, a vario titolo, hanno scelto di abbracciare la vita consacrata, “per il regno dei cieli”: suore, frati, sacerdoti, diaconi devono avere sempre Gesù al centro della loro esistenza e devono vivere e testimoniare concretamente ogni giorno il suo Vangelo.
Per tutti noi Gesù deve essere quella “testata d’angolo”, quella “pietra angolare” per mezzo della quale «tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef,2,19-21).
Nulla si può “edificare” senza il Signore. “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori.” (Salmo 126).
Solo con Gesù ciascuno di noi, giorno per giorno, potrà realizzare un cammino di fede dalle solide fondamenta, un percorso che passa inevitabilmente attraverso la porta stretta del Vangelo.
Se lasceremo che Dio, con la sua grazia santificante, entri nella nostra vita e resti sempre saldo nei nostri cuori, allora, anche di fronte alle difficoltà che sicuramente incontreremo, potremo essere sempre confortati dalla costante presenza del Signore che ci guiderà e non ci farà cadere.
Certo, non è semplice!! “Facile dictu, sed difficile factu”, si sarebbe detto, a questo punto, nell’antica Roma! “Facile a dirsi, ma difficile a farsi”.
È certamente difficile, ma non impossibile se ci affideremo al Signore!
La poesia lirica greca e latina (Letteratura greca-Storia dell’arte-Letteratura latina)
Definizione e caratteri del genere
La lirica nell’Antica Grecia indicava una composizione poetica accompagnata dal suono di uno strumento a corda,la lyra.A partire dal VII secolo a.C la lirica si arricchì non solo di contenuti legati all’eroismo ma anche legati alla vita quotidiana,alle vicende politiche locali,al mondo militare e alle convenzioni religiose ed etiche della comunità e ai momenti chiave della vita familiare . La poesia si proponeva una riflessione sul presente,rivolgendosi non più a un pubblico indifferenziato ma a precisi gruppi di persone accomunate da interessi comuni . I quattro grandi generi della poesia greca sono il giambo,l’elegia,la lirica monodica e la lirica corale.
La poesia giambica
La poesia giambica era un tipo di poesia simposiale della Grecia arcaica nata intorno al VII secolo a.C. caratterizzata da turpiloquio, invettiva, osceno e ridicolo. Prende il suo nome dal metro che la caratterizza, il giambo appunto, caratterizzato da ritmo ascendente e…
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#iostoconmariarosa
Professoressa sospesa per le opinioni dei suoi allievi!
Non è successo nel 1938, ma oggi, nel 2019!
#iostoconmariarosa
Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso
AUGURI DI UN OTTIMO 2019 ALL’INSEGNA DELLA SACRA FAMIGLIA E DI GESÙ
TANTI AUGURI DI UN OTTIMO 2019 ALL’INSEGNA DELLA SACRA FAMIGLIA E DI GESÙ
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=332045824056234&id=133552787238873
Cristo Re del nostro tempo e dei nostri cuori
Lasciamo che Cristo entri nella nostra vita, la diriga e la renda bella e luminosa!
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Grande sia anche la nostra fede
Sempre grande sia la nostra fede https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=270572443536906&id=133552787238873
Venite e vedrete
Venite e vedrete
II domenica del tempo ordinario anno B
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Un grande insegnamento evangelico
Un grande insegnamento evangelico
Dal convento delle Stimmate al mondo – recensione di Stanislao Cuozzo

MICHELE CURTO
DAL CONVENTO DELLE STIMMATE AL MONDO
Storia della Congregazione degli Stimmatini fondata da
San Gaspare Bertoni
Edizioni Cantagalli – Siena
E’ molto facile presentare un libro, conoscendone l’autore e avendone seguito la gestazione con vivo interesse, passo, passo? Sì? No? Forse?
Non è mai facile, ma è gradevole e gratificante, perché il lavoro di cui si parla è un inno alla Provvidenza e lodare Dio nelle opere dell’uomo è come aggiungere (se ciò fosse possibile e Dio ne mancasse in pienezza) un pizzico di gloria alla sua infinità. Ogni opera dell’uomo dovrebbe essere sempre e solo diretta alla lode e al ringraziamento. Nessun vanto umano. Nessuna lode rivolta all’autore, se non alla sua umiltà nel compiere un lavoro di ricerca di fonti, di vaglio delle stesse, di testimonianze affidabili e cucire con garbo e con tatto, con esatta intelligenza e scrupolosa coscienza, affinché la verità non sia turbata da nèi o da ambiguità. Il suo scrivere è pienamente evangelico: Sì, sì. No, no.
Lo stile è piano, gradevole e godibile. Non risultano mai pagine di retorica sterile e vuota, pur prestandosi l’argomento a tirate di questo genere. La verità non ama l’enfasi.
Non mi si venga a dire che si tratta di un lavoro per una cerchia ristretta di persone, per una comunità religiosa, la quale abbia inteso registrare le opere del suo fondatore, dei suoi seguaci, ed esaltarne le meraviglie. Essendo questa la storia di persone esemplari sul piano umano e cristiano, il suo valore trascende la particolarità e si estende a tutti e tutti possono sentirsi inclini e disposti a imitare e calcare quelle orme, che segnano la via maestra. Ogni uomo ha il dovere di fare risplendere in sé e davanti ai suoi fratelli l’immagine divina di cui porta il sigillo eterno.
In quest’opera l’autore ci mostra lo scorrere di tanti personaggi sul palcoscenico della vita e la lunga teoria di azioni che compiono con retta intenzione e “dignitosa coscienza e netta”. Un “picciol fallo” diventava sempre “amaro morso” per uomini così bramosi di obbedire al comando divino: “Siate santi, perché io lo sono”. (Lev.,20,7). Essi hanno dato calore e colore alla loro vita, vivendola con intensità e con gioia profonda, anche nelle più dure difficoltà.
Non è bello fare il riassunto dell’opera. Va letta. Ma mi piace invitare il lettore a gustare alcune pagine particolari per densità, carica emotiva per le azioni e la grande forza morale dei protagonisti, che si stagliano come esempi di grazia e di adesione pure in situazioni di gravissimo pericolo. Il granello di senape, proprio come annuncia il Signore, se curato e custodito, cresce e la virtù che rappresenta, la fede, continua a spostare le montagne. Ma per una più esatta comprensione del senso di ogni pagina e, soprattutto, per intuire la vera intenzione, seminata in ogni pagina dall’autore e che ne fonda il vero merito, mi piace riandare a quanto scritto sulla santità da un autore francese, Jean Mountanier. Scopriremo in che cosa, realmente, consista l’autentica santità, che tutti dovremmo attingere, perché ogni battezzato è segnato dal sigillo di Dio, entra nel suo gaudio e non può che essere santo.
Ma ascoltiamo il Mountanier.
CIO’ CHE RESTA NELLA PENNA
Jean Mountanier, Come attraverso il fuoco, trad, it. S.E.I.
La vita dei santi, la vera vita, non è stata, non sarà mai pubblicata. Vivo, quanto a me, a distanze incommensurabili dalla santità e, tuttavia, so discernere molto bene ciò che, in queste vite così ben presentate al pubblico, resta nella penna…
Il metodo è conosciuto. Potrebbe essere differente? Bisognerebbe che lo fosse. Si sfogliano documenti. Si raccolgono dei gesti e si fabbrica un santo. E’ necessario che sia mortificato, pio, obbediente. E lo sarà perché, infatti, lo è stato. Ciò non è una menzogna. Tutto prende armoniosamente il suo posto. Si dichiara: “Noi abbiamo ragione! E’ un santo, d’altronde!”
E, richiudendo il libro, il lettore deve riconoscere: “Tutto cammina bene!”.
Tutto ha camminato così che se quel santo ritornasse nel mondo, riderebbe come, a memoria d’un santo, nessun santo ha riso mai! Odo il nostro santo resuscitato! Parlerebbe senza ambagi!
“Come siete ingenui! Vi sentite soddisfatti di un nonnulla! Certo, ho dormito sulle tavole, digiunai un po’ più del normale, ho persino obbedito al mio vescovo, conservando, più di quanto voi date ad intender, la libertà della mia schiettezza nei suoi riguardi. Ho anche pregato molto. La mia santità? Con corde ben solide l’avete legata a questi gesti.
Soltanto vi avverto che quando giunsi dinanzi a Dio, l’immagine si presentò sotto una luce diversa e, prima di giudicarmi, mi si è lasciato tutto il tempo di osservare il mio vero ritratto. Ho cercato di servirmi del vostro libro e gli angeli, passandoselo l’un l’altro, si sono allegramente divertiti. Non contiene troppe, troppe menzogne, nemmeno una scritta con piena consapevolezza, ma come raccontate male e scrivete di traverso! Infine (voi non c’entrate affatto in ciò!) sono stato ammesso, è vero, nella compagnia dei santi.
Trascorrerò la mia eternità a stabilire i veri motivi. Comincio pian pianino a comprendere che fu perché, in un determinato momento della mia esistenza terrestre, in quell’enorme silenzio che si stabiliva in me, quando cercavo la mia anima e quando la prendevo nelle mie due mani, pesante com’era e troppo aderente al mio corpo, ho avuto il coraggio di non mentire Chi lo sapeva? Chi l’avrebbe potuto sapere? Tutto ciò avveniva dentro di me, di giorno e di notte, in questo gorgo di luce e d’ombra che si chiama la mia anima, nei momenti precisi (molto numerosi), in cui spingevo quest’anima per le spalle e le dicevo: “Eh! Attenzione! In questa direzione!
Un corpo è pesante e opaco e recalcitrante. Si dice che sia lui che guarda tutto. E l’anima?…La credete così malleabile e docile? Mille volte, mille volte ho lanciato la mia anima (ed il mio cuore con essa) verso le stelle. Non vi trovavano la loro orbita! Ricadevano! Li risollevavo! Li rilanciavo! Non si tratta di un gioco! Non si tratta affatto di un riposo! E’ inconcepibile il lavoro e lo sforzo che ciò esige! In certi giorni, questo esercizio mi spossava completamente! Titubavo. Che un uomo titubi, è naturale. Era naturale, dunque, anche in me, ed avete visto un legame tra le mie titubanze ed i miei digiuni, tra la mia stanchezza e le mie notti bianche! Sì! Ve lo ripeto, avete detto la verità. Ma in realtà, quand’io titubavo, era perché quest’anima e questo cuore mi ricadevano sulle spalle e perché li soppesavo come un mugnaio il suo sacco. Far sanguinare la propria pelle è doloroso ed è facile, è spettacolare, lascia delle tracce, attira l’attenzione. Quando mi presentai dinanzi a Dio, gli angeli inquisitori (che cattiva parola!) non hanno scritto un libro su questo argomento. Hanno cercato di sapere (e sono maligni) se il far sanguinare la mia pelle significava sì o no che io lanciavo la mia anima e il mio cuore verso le stelle e che li mantenevo lì, allorché non potevano fare a meno di morire e tremavano di paura.
Un corpo! Un corpo! Insistete solo su questo capitolo! Un corpo, vi si mette del tempo, ma si riesce, con l’amore o con la forza, a disciplinarlo! I tedeschi conoscevano bene il metodo: pane cattivo e secco (centocinquanta grammi al giorno) ed acqua del rubinetto. Dopo una settimana, non c’è più bisogno di sentinelle. Nessuno ha la più piccola velleità di evadere. Ma, per divenire santo, ciò non basta. Per cinque anni milioni di uomini non hanno avuto che qualche centinaio di calorie al giorno, e non tutti i giorni e, alla fine, credetemi, non ce ne fu uno su mille che, a causa della sua magrezza, abbia accettato più facilmente Dio!
La cosa più dura, per divenire un santo, è abituare la propria anima alla vertigine, il proprio cuore alla nausea, a tutto quello che in noi non si vede, al nulla, ascoltate, capìtelo bene, al nulla, a questo nulla che si chiama credere. La civiltà cristiana, che si tiene in così gran conto, la conversione degli infedeli, l’acquisizione dei meriti personali (cui si dà molta importanza), sì, tutto ciò esiste, ma non pesa molto nel momento delle scelte, ve lo giuro, son necessari motivi meno chiassosi. Ciò vien dato in sovrappiù. Noi non abbiamo molto a che vedervi. Si realizza da sé, quando un cristiano accetta di essere meno vile”.
Questo il santo dell’opera di P.Michele. Ha inteso spiare nel cuore, sentirne i colpi e tentare di tradurli in parole, affinché qualcuno ne fosse colpito e ne seguisse l’esempio.
Grazie!
Stanislao Cuozzo