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salvi gli scatti dei docenti
nella scuola
Salvi gli scatti nella scuola
fonte
ADNKRONOS – Come richiesto dai sindacati, il personale della
scuola a differenza di altre categorie del pubblico impiego potrà godere
nel prossimo triennio degli scatti di anzianità.
Per compensare il mancato congelamento il governo attingerà al fondo
del 30 per cento accantonato nell’ambito della riforma Gelmini (a valere
sui risparmi derivanti dalla riduzione del numero degli insegnanti) per
premiare i docenti più meritevoli. I premi di merito sono quindi
rinviati a dopo il 2013.
Il Tar sospende, per ora, la riforma Gelmini ed i tagli alle cattedre
Il Tar boccia la “riforma” Gelmini
Mariastella Gelmini
Redazione
Tagli del personale e riduzione di orari introdotti prima dell’entrata in vigore dei regolamenti attuativi. Entro il 19 luglio la ministra dovrà dare spiegazioni ai giudici di legittimità amministrativa. Circolari utilizzate come norme di legge
ROMA – Ancora una tegola per la cosiddetta “riforma” Gelmini. Il Tar del Lazio ha accolto la sospensiva. Una ordinanza del Tar del Lazio sospende i provvedimenti ministeriali in materia di organici accogliendo una richiesta del "Comitato nazionale per scuola della Repubblica" e del "Comitato bolognese scuola e costituzione".
Il ricorso riguarda le circolari sugli organici che, secondo i legali di parte, sarebbero illegittime in quanto emanate prima che i Regolamenti sulla riforma della secondaria di secondo grado entrassero in vigore. Il Tar del Lazio per il momento non e’ ancora entrato nel merito ma disposto la sospensione dei provvedimenti impugnati ordinando al Ministro di depositare nel termine di quindici giorni una "documentata relazione" per acquisire ulteriori elementi. Il 19 luglio e’ fissato una nuova udienza per decidere se confermare o meno la sospensione dei provvedimenti impugnati. Intanto, pero’, la sospensione delle circolari potrebbe avere qualche conseguenza. Secondo i Comitati che hanno promosso il ricorso la sospensione comporta che fino al 19 luglio tutte le operazioni sull’organico e i relativi trasferimenti del personale e quelle sulle iscrizioni sono congelate.
Secondo i Comitati che hanno presentato il ricorso "la serie di illegittimita’ compiute dal ministro Gelmini che, usando circolari come fossero leggi, ha forzato tempi e procedure della riforma al solo scopo di incassare i tagli di spesa, ha messo nel caos le scuole e mette a rischio l’inizio regolare del prossimo anno scolastico". Il Comitato Scuola e Costituzione sottolinea, in una nota, che i genitori hanno dovuto procedere all’iscrizione dei figli alle prime classi dei nuovi indirizzi per l’anno scolastico 2010-2011 "senza conoscere i programmi di studio e sulla base dell’offerta formativa dello scorso anno che gli istituti non sono stati in grado di aggiornare, in mancanza dei programmi e dei regolamenti definitivi". Sempre in assenza di programmi e regolamenti "e’ stato imposto ai Collegi l’adozione dei libri di testo entro il 31 maggio per le nuove classi prime" ed "e’ incerto a quali insegnanti verrà affidato l’insegnamento delle discipline introdotte dai nuovi ordinamenti e non previste dai precedenti". Infine, il Comitato mette in evidenza come siano "in enorme ritardo" le operazioni di definizione dell’organico e quindi quelle di mobilità (in questo momento sono in fase di definizione quelle della sola scuola primaria). "I docenti si troveranno trasferiti d’ufficio sulla base di un organico basato per il prossimo anno su classi di concorso ‘atipiche’ ovvero di classi prodotte da una commistione fra le vecchie classi e quelle previste dal regolamento di revisione, rimasto congelato nel suo iter. In tal modo – conclude il Comitato alcune graduatorie verranno penalizzate dall’unificazione con altre".
«Fino ad oggi sono state reticenti le risposte del ministro Gelmini alle nostre interrogazioni sull’uso disinvolto delle circolari in assenza di leggi e sulla mai avvenuta pubblicazione dei decreti interministeriali sugli organici. Ma, davanti all’ordinanza di ieri del Tar del Lazio e alla richiesta di presentare entro 15 giorni una ‘documentata relazione, il ministro non potrà più far finta di niente». Lo ha affermato Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura di Montecitorio dopo l’ordinanza del tribunale amministrativo sugli organici. «Non avrà più alibi per non venire in Parlamento a render conto dell’irregolarità e delle disfunzioni amministrative che hanno caratterizzato l’applicazione dei tagli di 130 mila posti tra docenti e personale non insegnante. Il silenzio della Gelmini potrebbe essere compreso solo se il ministro fosse impegnata in queste ore in un esame di coscienza sui devastanti tagli e sul caos creato alla scuola pubblica».
Discussione su YouTube – Peter Frampton – Now – 09. While my guitar gently weeps
Italia Forza!!
Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
Umberto Saba.
Discussione su YouTube – Fratelli d’Italia
E le statistiche?
Appunti di Storia 1 parte: a’anno Mille (in sintesi) e l’avvento del Comune
Il potere trasmesso dall’alto: papato e impero
Il potere del Papa e l’organizzazione pontificia
Lo scontro tra il Papa e l’Imperatore poggiava anche su presupposti teorici e teologici: il potere del Papa discendeva direttamente da Dio e, pertanto, egli non poteva che porsi al di sopra di ogni altro potere temporale, in quanto era rappresentante di Dio in terra. Quella pontificia era, dunque, una concezione teocratica del potere, in base alla quale l’autorità pontificia assumeva un’origine divina e non umana. La conseguenza più diretta di tale visione teocratica fu che ogni altro potere temporale doveva essere subordinato a quello del Papa che diventava, così, l’anello di distribuzione del potere dall’alto verso il basso. Anche i sovrani, infatti, come tutti gli altri fedeli (e secondo il modello teodosiano) dovevano sottostare al volere del Papa, la cui figura e il cui ruolo nella società era stabilito dal diritto ecclesiastico, definito anche diritto canonico, dai “canoni” che costituivano le singole norme del diritto ecclesiastico.
Il decretum Gratiani, redatto dal monaco benedettino Graziano, professore all’Università di Bologna tra il 1139 ed il 1148, riordinò tutte le fonti e le norme del diritto canonico fino a quel momento in vigore, ma non codificate in un’unica raccolta di leggi.
Il papato basava la sua forza anche su una potente e capillare organizzazione interna che era così strutturata:
1) Curia Romana: la corte del Papa, cioè l’insieme degli uffici e dei funzionari pontifici
2) Collegio dei cardinali: un collegio composto da persone scelte dal Papa, spesso tra l’aristocrazia locale, a cui spettava l’elezione del pontefice[1]
3) Camera apostolica: preposta all’amministrazione finanziaria
4) Cancelleria: il luogo e l’ambito in cui si compilavano e si conservavano tutti i provvedimenti del pontefice.
La Chiesa riusciva a trovare un forte radicamento nella società anche grazie alla rete dei vescovi, il cui potere afferiva sia alle questioni religiose sia all’amministrazione delle terre, della giustizia e delle imposte.
Il potere monarchico
Il potere monarchico, come quello imperiale, tendeva a contrapporsi a quello pontificio. Sovrani ed imperatori non disconoscevano l’autorità religiosa e spirituale del Papa. Tuttavia contestavano al pontefice la legittimità delle ingerenze nel potere temporale. Un fondamento biblico a cui i detentori del potere politico potevano appigliarsi era la formula di San Paolo omnis potestas a Deo (“ogni potere discende da Dio”).
Anche la visione “laica” del potere era di natura teocratica e comportava, analogamente alla concezione del papato, una trasmissione del potere dall’alto verso il basso. La differenza stava nel fatto che i sovrani e, ancor di più, l’imperatore reclamavano per sé l’assoluta supremazia nel campo delle azioni e delle decisioni terrene. Come il papa, il sovrano rivendicava la sacralità della propria persona e l’infallibilità del proprio operato.
Il potere trasmesso dal basso: comunità di villaggio e comune
A queste due forme di organizzazione e trasmissione del potere dall’alto se ne affiancava un’altra che comportava, al contrario, una investitura dal basso, derivante dal consenso e dal sostegno dei membri della comunità.
Nelle campagne questo si verificava con la comunità di villaggio, nelle città, invece, con i comuni.
Comunità di villaggio
La comunità di villaggio si fondava sulle assemblee di tutti coloro che appartenevano ad una determinata comunità. Queste, pur dipendendo dai signori feudali, individuavano delle forme di organizzazione e di autogoverno per tutte le questioni che riguardavano l’impiego delle terre comuni, le modalità ed i tempi di lavorazione. A partire dal XIII secolo, la progressiva differenziazione tra i membri della comunità sarà alla base di quella solidarietà economica e religiosa che caratterizzano le comunità di villaggio dei secoli XI e XII.
La rinascita dell’ anno Mille
Lo sviluppo del comune in Italia e in Europa si inserisce nell’ampio contesto europeo di rinascita segnato dall’ anno Mille, caratterizzata da una notevole crescita demografica, dalla fine delle invasioni, dal miglioramento delle condizioni climatiche, dai progressi in agricoltura, nell’artigianato e, più in generale, nel commercio e nell’economia.
Questi progressi furono favoriti dalla diffusione dell’aratro pesante con due lame che scavavano in profondità il suolo; dall’impiego dell’ “energia animale” con l’uso dei buoi; dalla maggiore diffusione del cavallo nei lavori agricoli; dalla rotazione triennale delle colture che prevedeva la suddivisione del terreno in tre parti, di cui una si lasciava a riposo e le altre due erano preposte, a fasi alternate, alle colture primaverili e a quelle autunnali; dall’impiego dei mulini ad acqua o a vento; dai progressi della metallurgia.
L’incremento dei guadagni e delle attività favorì la rinascita delle città, all’interno delle quali, soprattutto in Italia, lo sviluppo delle attività commerciali urbane portò alla nascita delle Arti, o Corporazioni, che riunivano tutti i rappresentanti di uno stesso mestiere o di una stessa arte. Si affermò la figura del mercante come esempio del dinamismo e della vivacità dei nuovi centri economici e produttivi.
In Italia un grande contributo allo sviluppo urbano e commerciale venne dalle città marinare di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia a cui si aggiunsero, in seguito, altre importanti città dell’Italia centro – settentrionale, tra cui Firenze.
Il risveglio economico ed urbano fu accompagnato anche da un risveglio della cultura e dell’istruzione superiore. Sorsero le Università, inizialmente sotto forma associazioni di maestri e scolari. Si affermava, dunque, l’Universitas magistrorum et scholarium, la corporazione dei maestri e degli studenti, che con il passar del tempo assunse la fisionomia della moderna università. La più antica università fu la Scuola Medica Salernitana, formalmente riconosciuta nel 1231, ma operante già dalla metà del secolo XI. Altri centri importanti furono quelli di Parigi, Bologna, Oxford, Napoli, Cambridge, Padova, Roma, ecc. Gli studi universitari erano strutturati in base alle facoltà. Si studiavano le Arti liberali del Trivio e del Quadrivio, il Decreto (diritto canonico), il Diritto civile, la Medicina e la Teologia.
Il Comune
Il comune rappresenta la più originale organizzazione di governo e la più singolare forma di investitura dal basso.
Costituisce una forma di autogoverno che caratterizza le realtà urbane della Germania, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia centro – settentrionale.
Affonda le sue radici nelle coniurationes, cioè nelle associazioni private di cittadini che poi trattavano con i signori feudali per avere il consenso a fare comune, cioè a trovare delle forme di autogoverno. Queste associazioni prendevano il nome dal giuramento collettivo con cui i membri si impegnavano a mantenere la pace tra i cittadini e a battersi per l’autonomia della città. I signori concedevano la carta di comune, in cui erano stabiliti i diritti e i privilegi delle singole comunità. In cambio le associazioni che ottenevano il consenso a “fare comune” dovevano versare ai signori che lo accordavano delle ingenti somme di denaro. Se il consenso veniva negato, la comunità si ribellava e ricorreva alla lotta armata. Concedendo maggiore spazio ai rappresentanti della borghesia, i sovrani puntavano ad indebolire la vecchia nobiltà feudale che spesso destabilizzava il loro potere e ricevevano, allo stesso tempo, cospicui benefici economici grazie al pagamento che veniva loro corrisposto per la concessione della “Carta di Comune”. Le città, a loro volta, ottenevano una relativa autonomia, senza però disconoscere l’autorità superiore dell’imperatore o del sovrano.
Poiché i Comuni nacquero come espressione dei ceti borghesi in opposizione alle vecchie nobiltà feudali, il loro processo di formazione fu favorito da sovrani o da principi che puntavano ad indebolire lo strapotere dei signori feudali, togliendo loro il controllo delle città e del contado[2] circostante. Il contado aveva un’importanza notevole per le risorse del comune: procuravano le derrate alimentari alla città; consentivano al governo di ricavare ulteriori introiti fiscali da coloro che vi abitavano; rinfoltivano le file dell’esercito; offrivano possibilità di investimenti finanziari sui terreni a coloro che vivevano in città. La forza politica, militare ed economica del comune era direttamente proporzionale alla sua capacità di espansione nel contado, capacità che caratterizzò le esperienze comunali in Italia, diversificandole da quelle europee.
[1] I cardinali nella Chiesa Cattolica costituiscono il collegio dei vescovi preposto all’elezione del Papa. Essi, inoltre, collaborano con il Papa, che è anche il vescovo di Roma, sostenendolo nella sua funzione. L’abito dei cardinali è di color rosso – porpora. Per questa ragione, essi sono definiti anche “porporati”. La riunione del collegio cardinalizio è detta “concistoro”, dal latino consistorium = seduta, assemblea. I concistori, attualmente, si tengono nella Città del Vaticano e sono convocati dal Papa. Nei concistori si procede anche alla nomina dei nuovi porporati.
Il termine cardinale deriva da “cardine” e sta ad indicare l’asse attorno a cui ruota tutta l’organizzazione pontificia. Nel 1059 papa Niccolò II, con la Costituzione Apostolica In nomine Domini, riservò il diritto di elezione del papa ai soli cardinali vescovi romani. Nel 1179 papa Alessandro III, con la Costituzione Apostolica Licet de vitanda discordia, estese questo diritto a tutti i cardinali. Nel 1274 il beato papa Gregorio X, con la Costituzione Apostolica Ubi periculum, fissò per l’elezione del papa la maggioranza dei due terzi dei cardinali, il conclave e l’obbligo del segreto nell’elezione e successivamente. Queste disposizioni sono state recepite nella normativa oggi vigente.
[2] contado: dal latino comitatus, indica il feudo di un “comes”, cioè di un conte. Nel Medioevo questo termine ha assunto il significato di “territorio di campagna” comprendente ville, poderi e villaggi posto sotto la giurisdizione di un comune. “Contadino” è, dunque, chi abita o lavora nel “contado”.
APPUNTI DI STORIA QUARTA ED ULTIMA PARTE: DAI NORMANNI IN ITALIA AL CONCORDATO DI WORMS
I Normanni in Italia meridionale
Come si è visto, Ottone I e i suoi due successori cercarono di estendere il potere anche in Italia meridionale. In quest’area, fino ai primi decenni dell’ XI secolo, regnava una certa instabilità politica determinata dalla debolezza della presenza bizantina, messa a dura prova dalle incursioni dei musulmani e dalle intemperanze dei potentati longobardi della Campania.
Una prima svolta si ebbe agli inizi dell’ XI secolo. Nel 1009, le città pugliesi di Bari, Trani e Bitonto insorsero contro la rigida politica fiscale delle autorità bizantine preposte al governo della regione. La rivolta fu appoggiata da alcuni principi longobardi e non fu osteggiata dal papa Sergio IV. In una prima fase sembrava che i rivoltosi fossero destinati a coronare con il successo la loro azione politica. Ma il nuovo governatore bizantino Basilio riconquistò le posizioni perdute. Tra i rivoltosi vi fu Melo di Bari che, nel 1011, riuscì a sfuggire alla repressione bizantina per poi recarsi in Germania, nel 1015, presso l’imperatore Enrico II (di cui, forse, era parente) per chiedergli sostegno contro i Bizantini. Anche in questo caso, però, le autorità bizantine ebbero la meglio, nel 1018, e Melo si rifugiò in Germania dove morì nel 1020. Nel corso di questi avvenimenti, gruppi di mercenari normanni cominciarono ad insediarsi nell’Italia meridionale. Tra il 1027 ed il 1030 uno dei capi dei Normanni, Rainolfo Drengot, ottenne dal duca di Napoli Sergio IV in feudo la Contea di Aversa, come premio della lealtà dimostrata negli anni precedenti. Fu la prima di una serie di concessioni territoriali ad esponenti normanni e, sicuramente, fu il primo possesso statale normanno in Italia.
Negli anni successivi si distinse, tra i Normanni, soprattutto il gruppo familiare degli Altavilla (Hauteville in francese). Nel 1043 Guglielmo Braccio di Ferro occupò la Contea di Melfi. Suo fratello, Roberto il Guiscardo (cioè “l’astuto”), giunto in Italia nel 1047, rafforzò la presenza normanna nella Penisola e sconfisse, presso Civitate del Friuli, le truppe del Papa (Leone IX), catturandolo, nel 1053, e rendendolo suo prigioniero. Il Papa non poté fare altro che riconoscere i territori normanni della Contea di Puglia e del Principato di Capua. Nel 1059 il nuovo Papa Niccolò II concesse a Roberto il Guiscardo, in qualità di suo vassallo, il Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia, con il triplice risultato di autorizzare Roberto ad annientare la residua presenza bizantina, ad occupare nuovi territori e ad attaccare la Sicilia occupata dai Musulmani.
Nel giro di alcuni decenni l’Italia meridionale fu occupata dai Normanni e, intorno al 1091, Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, completò l’opera sconfiggendo i Musulmani di Sicilia ed occupando, in qualità di conte di Sicilia, l’isola.
Nel XII secolo, Ruggero II, figlio del Ruggero che aveva conquistato la Sicilia, dette vita al Regno di Sicilia, unificando nella sua corona l’isola e l’Italia Meridionale e collocando la sua corte a Palermo. Il regno normanno assunse i tratti di una monarchia feudale dal forte potere centrale. Il regno venne diviso in circoscrizioni a ciascuna delle quali era preposto un giustiziere, al quale spettava l’amministrazione della giustizia, e un camerario, che si occupava delle riscossione dei tributi. Anche se continuarono a resistere delle ampie autonomie territoriali, quali Montecassino, Cava dei Tirreni ecc., l’intera popolazione del nostro Meridione si ritrovò sotto la giurisdizione normanna, soprattutto sul piano tributario e fiscale. Malgrado le autonomie territoriali avessero un ampio margine di libertà sul piano amministrativo, le decisioni più importanti spettarono sempre al sovrano normanno.
Se il regno normanno unificò sotto un’unica corona l’Italia meridionale, occorre anche dire che proprio il centralismo normanno impedì che prendesse piede anche nel Sud l’importante esperienza dei Comuni che, in quegli stessi anni, stava caratterizzando l’Italia centro – settentrionale.
Crisi della Chiesa
Il papato, tra IX e X secolo, visse un periodo di crisi dovuta sia a fattori esterni che interni.
Le cause esterne furono sostanzialmente due:
a) L’aristocrazia romana aveva ripetutamente interferito nella elezione dei pontefici, condizionandone anche la politica.
b) Il Privilegio Ottoniano aveva sottoposto l’autorità del Papa a quella dell’Imperatore.
La causa interna era legata all’alto grado di corruzione che aveva da tempo contaminato la Chiesa e che si manifestava essenzialmente, ma non esclusivamente, attraverso la simonia e il concubinato.
La simonia era la vendita delle cariche ecclesiastiche (vescovo – abate o anche semplice parroco) a persone che non erano spinte da una vera e propria vocazione religiosa, ma da meri interessi economici, collegati anche alla possibilità di gestire rendite o feudi. A loro volta, coloro che avevano pagato la carica ecclesiastica si prefissavano di recuperare la somma versata facendo pagare alla gente comune i sacramenti, le funzioni religiose e le indulgenze per i morti.
Il concubinato era, invece, la convivenza degli ecclesiastici con delle donne, che spesso sfociava nella clerogamia, cioè nel matrimonio dei preti, nonostante l’obbligo del celibato imposto dalla Chiesa.
La reazione a questo stato di cose non tardò ad arrivare e si manifestò all’interno della stessa istituzione ecclesiastica.
Sorsero, infatti dei movimenti che puntavano, dal basso, ad una profonda riforma della Chiesa, allo scopo di ricondurla alla purezza e semplicità delle origini.
Tra i centri propulsori di questo movimento riformatore vi fu il monastero benedettino di Cluny, in Borgogna. I monaci cluniacensi, pur seguendo la regola benedettina improntata sulla massima “ora et labora”, introdussero un nuovo modello di vita monastica, privilegiando particolarmente l’aspetto liturgico e la preghiera rispetto al lavoro manuale, al punto da arrivare a celebrare fino a 200 salmi al giorno. I cluniacensi istituirono la celebrazione dei defunti il 2 novembre, poi estesa a tutta la cristianità.
Il monastero di Cluny fu posto direttamente alle dipendenze del Papa, in modo da non sottostare alle autorità ecclesiastiche e laiche locali.
L’iniziativa riformatrice cluniacense riaffermò il ritorno alla purezza e alla semplicità evangelica e fu presa a modello anche da altri ordini religiosi che all’esigenza di un ritorno della Chiesa alla purezza delle origini associavano anche la riaffermazione del valore del lavoro manuale contro i vizi e la corruzione della vita mondana.
Importante fu anche il monachesimo eremitico che ruotava attorno all’ordine dei certosini, fondato a Grenoble con il monastero denominato Grande chartreuse, nel 1084. I certosini vivevano nelle grandi abbazie denominate certose (come quella di Padula), ma conducevano gran parte della loro giornata isolati in preghiera.
Significativa fu anche l’esperienza dei monaci cistercensi, così denominati dall’abbazia di Citeaux, fondata in Borgogna nel 1098. Essi ripresero in pieno l’antica regola di San Benedetto “ora et labora”, ridussero il tempo dedicato alle preghiere, abbracciarono il lavoro agricolo e fecero una scelta di campo a favore di una vita povera e semplice.
I movimenti riformatori sorti all’interno della Chiesa impressero una forte spinta moralizzatrice e favorirono la nascita di altri movimenti riformatori esterni alla Chiesa. Tra questi, ricordiamo il movimento della patarìa, sorto a Milano e diffusosi in altri centri dell’Italia centro – settentrionale tra il 1056 ed il 1075. I seguaci, prevalentemente artigiani e mercanti, vennero definiti, con una denominazione di origine incerta, patarini, organizzarono una serie di rivolte popolari per contestare l’arcivescovo di Milano, Guido da Velate, accusato di simonia, per aver ottenuto la carica arcivescovile illecitamente dall’imperatore Enrico III, di corruzione e di concubinato.
Questi ed altri movimenti popolari analoghi avevano in comune l’ispirazione pauperistica (da pauper – pauperis = povero), cioè la richiesta che la Chiesa facesse proprio l’ideale evangelico della povertà e dell’umiltà delle origini.
In questo quadro si inserì anche la rottura definitiva tra la Chiesa di Roma (quella d’Occidente) e la Chiesa di Costantinopoli (quella d’Oriente). Quest’ultima non volle accettare la superiorità della Chiesa di Roma e determinò, nel 1054, lo SCISMA d’Oriente, cioè la separazione della Cristianità orientale, i cui rappresentanti si definirono “ortodossi”, cioè seguaci della “vera dottrina”.
Dalla crisi della Chiesa alla lotta per le investiture
La corruzione e la debolezza della Chiesa cattolica culminarono, nel 1045, nella vendita, ad opera del papa Benedetto IX, del seggio pontificio al successore Gregorio VI.
Uno scandalo inaudito, di fronte al quale l’imperatore Enrico III di Franconia decise di intervenire imponendo al soglio pontificio, come pontefice, il vescovo tedesco Clemente II, sostenitore dei movimenti riformatori pauperistici.
Seguendo quanto era stato sancito del “Privilegio di Ottone”, Enrico III cercò di ripristinare l’autorevolezza della Chiesa Cattolica attraverso l’imposizione di un pontefice adatto a questo scopo. Tuttavia, questo intervento ebbe conseguenze pesanti nell’ambito dei rapporti tra impero e papato. Lo stesso pontefice che Enrico aveva imposto sul trono, come anche i suoi successori Damaso II (1047 – 1048) e Leone IX (1049 – 1054), anche costoro di nazionalità tedesca, ritennero che l’unico modo per porre fine alla crisi della Chiesa fosse il recupero della piena autonomia e indipendenza del papato dal potere dell’imperatore, rendendo la Chiesa il più possibile libera da ogni sorta di influenza esterna. Si affermò gradualmente l’idea della libertas Ecclesiae, in base alla quale i laici non potevano assolutamente intervenire nell’assegnazione delle cariche ecclesiastiche. Questo doveva valere sia per i nobili laici sia per l’imperatore. Era il rifiuto più netto del sistema ottoniano dei vescovi – conte.
Lo scontro tra Papato ed Impero si acuì con il Concilio Lateranense del 1059, quando il pontefice Niccolò II, al fine di evitare ogni interferenza esterna nella scelta dei papi, decretò che, da quel momento in poi, i pontefici dovessero essere eletti solo dai cardinali. Fino a quel momento il papa era sempre stato eletto per acclamazione del popolo e del “basso clero” romano che, però, potevano essere facilmente strumentalizzati dalla nobiltà. Niccolò II stabilì anche che nessun ecclesiastico potesse essere nominato da un laico: i nobili, i sovrani e lo stesso imperatore si vedevano così privati della possibilità di attribuire benefici ecclesiastici e fu praticamente abrogato il Privilegio di Ottone.
Da questo momento, aspra divenne la cosiddetta lotta per le investiture. Lo scontro più aspro ci fu tra il papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana, intransigente sostenitore della riforma e della ripresa del prestigio della Chiesa, 1073 – 1085) e l’imperatore Enrico IV di Franconia (1056 – 1106).
Gregorio VII, nel 1075, promulgò il Dictatus papae, con cui il pontefice affermava la superiorità del Papa sull’imperatore e reclamava, di conseguenza, il diritto di scomunicare e destituire un imperatore o un qualunque altro sovrano, qualora costui si fosse rivelato moralmente indegno ed avesse danneggiato gli interessi della Chiesa e della comunità ecclesiastica.
Forte fu la reazione di Enrico IV: egli, nel 1076, convocò a Worms un concilio di vescovi tedeschi in cui dichiarò decaduto il papa. Gregorio VII reagì a sua volta scomunicando l’imperatore, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà nei suoi confronti. La scomunica, pertanto, non avrebbe avuto soltanto conseguenze sul piano religioso, ma anche e soprattutto sul piano politico: di ciò fu consapevole Enrico IV che, per evitare la perdita del suo potere, implorò il perdono del Papa, facendo una dura ed umiliante penitenza all’esterno del castello di Canossa[1], nell’attuale Emilia Romagna, dove il papa era ospitato dalla contessa Matilde. Enrico IV attese per tre giorni al freddo ed in mezzo alla neve, finché non ottenne il perdono del Papa che ritirò la scomunica, anche grazie alla mediazione di Matilde, imparentata con l’imperatore, e dell’abate Ugo di Cluny.
Si trattò, tuttavia, solo di una tregua e le ostilità ripresero subito dopo. Nel 1080, infatti, Enrico discese in Italia, destituì Gregorio VII e nominò pontefice l’arcivescovo di Ravenna, Guilberto, che assunse il nome di Clemente III, dal quale si fece incoronare imperatore. Enrico costrinse Gregorio VII a fuggire presso i Normanni a Salerno, dove morì nel 1085.
Morto anche Enrico IV, nel 1106, lo scontro si attenuò con il suo successore, il figlio Enrico V (1106 – 1125) che, nel 1122, raggiunse un’intesa con il papa Callisto II.
L’accordo fu formalizzato nel Concordato di Worms. Tale accordo prevedeva che la nomina dei vescovi spettasse al Papa, al di fuori di qualsiasi ingerenza laica e imperiale. Poteva esserci, però, per i vescovi una duplice investitura: quella religiosa e quella laico – temporale, poiché l’imperatore poteva conferire loro beni e cariche politiche.
In Italia i vescovi avrebbero, però, dovuto ricevere prima l’investitura religiosa da parte del Papa e poi quella laica dal parte del sovrano o dell’imperatore. In Germania, invece, l’investitura laica avrebbe preceduto quella religiosa. In tal modo, il papato era sciolto da ogni forma di tutela e di interferenza imperiale ma, nello stessi tempo, l’imperatore, in Germania, poteva ancora intervenire, sul piano politico, nella scelta delle gerarchie ecclesiastiche. Formalmente, si trattò di un successo della Chiesa, poiché si sanciva che il potere politico non poteva intervenire nell’investitura dei vescovi e degli abati. Tuttavia, soprattutto in Germania, l’Imperatore avrebbe continuato ad influenzare la scelta dei candidati alla designazione vescovile. L’accordo di Worms ebbe come risultato quello di rafforzare l’autorità pontificia in Italia, dove l’investitura ecclesiastica precedeva per importanza quella laica, e l’autorità imperiale in Germania, dove l’investitura laica prevaleva su quella religiosa. Tuttavia, i contrasti tra Papato ed Impero non cessarono ed influenzarono a lungo anche la lotta politica in Europa e i Italia, con la nascita delle due grandi fazioni dei Ghibellini, così chiamati dai signori del castello di Weibling, in Sassonia, che parteggiavano per l’imperatore, e dei Guelfi, che prendevano la denominazione Welf, il duca di Baviera che si fece sostenitore della “libertà della Chiesa Romana”.
[1]Ancora oggi è usata la locuzione: “andare a Canossa” in riferimento a chi, avendo riconosciuto i propri errori, si umilia o compie un formale atto di contrizione per essere perdonato.
La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), fu contessa, duchessa e marchesa. Matilde fu una potente feudataria. Sostenne con vigore Il Papato nella lotta per le investiture; fu una figura femminile di primissimo piano in un’epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore ed arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa. Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. Fu incoronata, nel 1111, presso il Castello di Bianello (Reggio Emilia) dall’imperatore Enrico V, figlio di Enrico IV, con il titolo di Regina d’Italia e vicaria papale.
Dopo la sua morte attorno a Matilde si creò un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio descrivendola come una contessa dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede.



