Clistene fu, insieme a Solone, anche se per ragioni diverse, il padre della democrazia ateniese. Apparteneva alla famiglia aristocratica degli Alcmeonidi e fu eletto per la prima volta arconte nel 525 – 524. Fu, tuttavia, esiliato nella fase finale della tirannide di Ippia e ritornò ad Atene solo dopo la caduta del figlio di Pisistrato.
Il suo successivo impegno politico fu caratterizzato dallo scontro con Isagora, l’esponente della frangia più conservatrice dell’aristocrazia ateniese. Difatti, rieletto arconte per l’anno 508 / 507 a.C., dovette neutralizzare il tentativo di Isagora, spalleggiato dal re spartano Cleomene I, di impossessarsi del potere nella città e, pertanto, potè dare piena attuazione alle sue riforme solo dopo la cacciata di Isagora e dello spartano Cleomene I che si erano asserragliati nell’acropoli.
L’impianto della sua riforma fu decisamente innovativo. Egli, infatti, realizzò una suddivisione della popolazione ateniese che prescindeva da ogni forma di distinzione di nascita o di censo.
La sua riforma prese le mosse da due aspetti preesistenti:
1) la suddivisione della città in demi, piccoli distretti che contrassegnavano la provenienza territoriale dei cittadini;
2) la distinzione della popolazione tra pediaci (gli abitanti della pianura e dell’asty, come, ad esempio i grandi proprietari terrieri), diacri (gli abitanti della mesògaia, cioé della parte interna del territorio, come i piccoli proprietari terrieri), paralii, cioè i commercianti, abitanti della costa.
La città venne quindi suddivisa in demi, una sorta di piccoli comuni con una propria “assemblea”, con dei propri magistrati e con una propria amministrazione. Ogni cittadino aveva il suo nome iscritto sul registro di uno dei demi, con l’indicazione della provenienza “demotica” che ne attestava lo status di cittadino.
I demi vennero raggruppati in dieci phylai, o tribù, che non erano di carattere “gentilizio”, ma territoriale. Per evitare corporativismi regionali e territoriali, Clistene si avvalse delle circoscrizioni dell’asty (gli abitanti della città), della mesogaia e della paralia. Assegnò a ciascuna delle dieci tribù, per sorteggio, quindi in modo del tutto casuale, un’unità dell’asty, una della mesogaia, una della paralia . In tal modo, le tribù si trovarono ad essere suddivise al loro interno in tre unità o trittie (una della città, una della mesogaia, una della paralia), non contigue territorialmente, in modo che una tribù non potesse rappresentare interessi economici di una singola zona.
In totale, essendoci tre trittie per ogni tribù, la popolazione ateniese fu raggruppata in trenta trittie.
Clistene istituì anche la Boulè, o Consiglio dei Cinquecento. Essa era costituita da 500 membri, scelti in numero di 50 per ciascuna delle dieci tribù. A sua volta, la Boulè fu suddivisa in dieci sezioni, corrispondenti alle dieci tribù, definite pritanie. Ogni pritania guidava l’organizzazione e la sessione dei lavori della Boulè per una decima parte dell’anno, cioé per circa 35 – 36 giorni, di modo che ogni tribù potesse, una volta all’anno, governare l’Assemblea dei Cinquecento.
Inoltre, ai nove arconti fu aggiunto un segretario scelto dalla pritania di turno, di modo che tutte le tribù potessero, a turno, essere rappresentate anche in questo collegio.
Anche l’esercito fu suddiviso in dieci reggimenti, definiti phylai, guidati da un filarca.
Questa suddivisione globale del popolo ateniese in base al criterio “decimale”, e secondo un assetto geometrico senza precedenti nel mondo greco, non fu mai stata messa in discussione negli anni successivi, a testimonianza dell’effettiva sua validità e rispondenza a reali criteri di rappresentatività democratica. Inoltre, fu “importata” in molte poleis greche “convertitesi” dall’oligarchia alla democrazia.
Al fine di scongiurare ogni possibilità di ritorno alla tirannide, Clistene introdusse anche il sistema dell’ostracismo, con cui si poteva votare su un ostrakon, l’espulsione di un cittadino qualora si fosse rivelato pericoloso per la democrazia.
La più bella eredità che possiamo lasciare agli altri è la fede: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Nell’omelia, ha invitato a non avere paura della morte, perché il percorso della vita continua. Il servizio di Sergio Centofanti:
Il pensiero della morte illumina la vita
La prima lettura del giorno parla della morte del Re Davide. “In ogni vita c’è una fine” – sottolinea il Papa – questo “è un pensiero che non ci piace tanto”, “si copre sempre” ma “è la realtà di tutti i giorni”. Pensare “all’ultimo passo” è “una luce che illumina la vita”, “è una realtà che dobbiamo avere sempre davanti a noi”:
“In una delle udienze del mercoledì c’era tra gli ammalati una suorina anziana, ma con una faccia di pace, uno sguardo luminoso: ‘Ma quanti anni ha lei, suora?’. E con un sorriso: ‘83, ma sto finendo il mio percorso in questa vita, per cominciare l’altro percorso col Signore, perché ho un cancro al pancreas’. E così, in pace, quella donna aveva vissuto con intensità la sua vita consacrata. Non aveva paura della morte: ‘Sto finendo il mio percorso di vita, per incominciare l’altro’. E’ un passaggio. Queste cose ci fanno bene”.
La fede, la più bella eredità
Davide regnò su Israele per 40 anni: “Ma anche 40 anni passano”, osserva Papa Francesco. Prima di morire, Davide esorta il figlio Salomone a osservare la Legge del Signore. Lui in vita aveva peccato molto, ma aveva imparato a chiedere perdono e la Chiesa lo chiama “il Santo re Davide. Peccatore, ma Santo!”. Ora, in punto di morte, lascia al figlio “l’eredità più bella e più grande che un uomo o una donna possa lasciare ai figli: lascia la fede”:
“Quando si fa testamento la gente dice: ‘Ma a questo lascio questo, a questo lascio quello, a questo lascio questo…’. Sì, sta bene, ma la più bella eredità, la più grande eredità che un uomo, una donna, può lasciare ai suoi figli è la fede. E Davide fa memoria delle promesse di Dio, fa memoria della propria fede in queste promesse e le ricorda al figlio. Lasciare la fede in eredità. Quando nella cerimonia del Battesimo diamo – i genitori – la candela accesa, la luce della fede, gli stiamo dicendo: ‘Conservala, falla crescere in tuo figlio e in tua figlia e lasciala come eredità’. Lasciare la fede come eredità, questo ci insegna Davide, e muore così, semplicemente come ogni uomo. Ma sa bene cosa consigliare al figlio e quale sia la migliore eredità che gli lascia: non il regno, ma la fede!”.
Dio è fedele, è Padre e non delude mai
Ci farà bene porci una domanda – conclude il Papa – “Qual è l’eredità che io lascio con la mia vita?”:
“Lascio l’eredità di un uomo, una donna di fede? Ai miei lascio questa eredità? Chiediamo al Signore due cose: di non avere paura di quest’ultimo passo, come la sorella dell’udienza di mercoledì – ‘Sto finendo il mio percorso e incomincio l’altro’ – di non avere paura; e la seconda, che tutti noi possiamo lasciare con la nostra vita, come migliore eredità, la fede, la fede in questo Dio fedele, questo Dio che è accanto a noi sempre, questo Dio che è Padre e non delude mai”.
La fede è un dono di Dio che presuppone nella risposta dell’uomo un atto personale, ma non isolato: “il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (CCC: cap. III, art. 2, 166 “Noi crediamo”).
Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo. (1 Corinzi 10, 31 – 11, 1)
Dal sito: http://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/sull_esempio-di-paolo-imitatori-di-cristo.html
Paolo celebra in primo luogo la libertà cristiana: se c’è buona coscienza, il fedele in ogni suo atto con serenità dia gloria a Dio, anche quando banchetta allegramente nel tempio pagano coi suoi familiari. Ma subito dopo aggiunge un appello alla prudenza: non si dia scandalo agli altri con la propria libertà, badando anche alla reazione delle persone semplici che possono giudicare malamente ciò che per noi in realtà è irrilevante. A questo punto l’Apostolo conclude con un’esortazione incisiva all’ “imitazione” di Cristo.
È interessante notare che egli si presenta come modello da imitare, anche se a sua volta la sua testimonianza è ricalcata sulla figura di Cristo. Il cristiano è, quindi, la presenza visibile di Gesù davanti agli altri. Questo invito all’imitazione personale è reiterato tre volte da Paolo su temi diversi. Ai Tessalonicesi: «Sapete come dovete imitarci: noi non abbiamo vissuto oziosamente tra voi» (II, 3,7). Ai Filippesi: «Fatevi miei imitatori» (3,17). E agli stessi Corinzi: «Fatevi miei imitatori» (I, 4,16).
Forse occorre pensarci bene sopra, prima di decidere.
I danni potrebbero essere non indifferenti. Penso, infatti, che l’affetto che può dare a un bambino una madre vera, un genitore naturale, difficilmente può essere eguagliato nel caso in cui si trattasse di maternità surrogata.
Quanto recentemente accaduto sembra essere confermato dalla notizia pervenutaci da questo link:
in cui leggiamo che una coppia australiana che aveva fatto ricorso alla pratica dell’utero in affitto in Thailandia ha poi rifiutato di prendere uno dei due bimbi nati dalla maternità surrogata, in quanto down e affetto da una patologia cardiaca per la quale occorrono cure molto costose.
Per la cronaca, la coppia australiana aveva pattuito con la donna thailandese un prezzo di 11.700 dollari ai quali vennero aggiunti altri 1.673 dollari quando si seppe che quella donna aspettava due gemelli.
Questa vicenda dovrebbe farci riflettere sui rischi della mercificazione della vita umana che potrebbe scaturire dall’estensione della maternità surrogata.
Mission accomplished!! Qualche giorno fa avevo postato su questo blog un articolo in cui si chiedeva l’adozione di una cagnolina. Queste erano le foto:
Ebbene, grazie alla condivisione e all’aiuto di molti, la cagnolina è stata adottata e può ora contare sull’affetto e il calore dei suoi nuovi padroni umani! Quando si fa gioco di squadra…, l’unione fa la forza!
A sinistra Luisa Spagnoli, a destra l’attrice Luisa Ranieri che l’ha interpretata nella fiction andata in onda questa settimana su Rai Uno.
Luisa Spagnoli, una donna che ha saputo dare una grande impronta al nostro made in Italy in una fase storica e sociale in cui alle donne non era riconosciuta la possibilità di dirigere e di amministrare aziende. A lei si deve, tra l’altro, l’invenzione del celebre “bacio perugina” e della caramella “Rossana”.
Cito qui di seguito una scheda informativa presa dal link: http://www.ilpost.it/2016/02/01/luisa-spagnoli-fiction/
Luisa Spagnoli, la storia vera
Chi era l’imprenditrice umbra che creò uno dei dolci più popolari d’Italia e come mai c’è una casa di moda che si chiama come lei, che non l’ha fondata
Una pubblicità dei Baci Perugina, l’azienda fondata da Luisa Spagnoli
Rai 1 ha prodotto una serie televisiva in due puntate su Luisa Spagnoli, un’imprenditrice italiana vissuta tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento che fu tra i fondatori della casa di dolci Perugina. La serie televisiva va in onda lunedì 1 febbraio e martedì 2 febbraio e la parte di Luisa Spagnoli verrà interpretata da Luisa Ranieri. Oggi il nome di Luisa Spagnoli è associato perlopiù alla linea d’abbigliamento omonima, ma in realtà Spagnoli non fu una stilista, la casa di moda venne creata da suo figlio. Qui di seguito potete leggere la storia vera dell’imprenditrice, dall’inizio.
La Perugina
Luisa Spagnoli è nata nel 1877 a Perugia, dove ha sempre lavorato. Assieme al marito Annibale Spagnoli prese inizialmente una drogheria e poi nel 1907 fondò in società con Francesco Andreani, Leone Ascoli e Francesco Buitoni (figlio di Giovanni Battista Buitoni, che faceva la pasta) la Perugina, un’azienda che inizialmente produceva confetti nel centro di Perugia e che aveva circa quindici dipendenti.Durante la prima Guerra Mondiale la Spagnoli guidò l’azienda da sola assieme ai figli: la Perugina si espanse fino ad avere un centinaio di dipendenti e a produrre anche molto cioccolato. Il primo prodotto di cioccolateria della Perugina fu la tavoletta “Luisa”, che prende proprio il nome dalla Spagnoli e che tuttora rimane uno dei prodotti di punta dell’azienda. Nel 1923 Annibale Spagnoli lasciò Perugina e la moglie rimase nel consiglio di amministrazione. La Perugina passò prima ai Buitoni, successivamente all’azienda Cir di Rodolfo De Benedetti. Dal 1991 è di proprietà della multinazionale Nestlé.
Il bacio Perugina
Nel 1922 Luisa Spagnoli inventò il Bacio Perugina, che è diventato poi uno dei prodotti di punta dell’azienda umbra assieme alle caramelle Rossana. La Spagnoli stava cercando un modo per recuperare gli scarti di lavorazione degli altri prodotti e creò questo cioccolatino con all’interno cioccolato gianduia, granella di nocciole e una nocciola interna all’interno, il tutto ricoperto di cioccolato fondente Luisa. La forma era un po’ strana e inizialmente fu chiamato “Cazzotto” perché ricordava la nocca di una mano: fu Giovanni Buitoni – figlio del socio Francesco Buitoni, che ebbe anche una relazione con Spagnoli – a introdurre il nome di “Bacio”.
L’Angora
Dopo l’esperienza con l’industria dolciaria, Luisa Spagnoli si dedicò all’allevamento di polli e di conigli d’angora, che hanno un pelo particolarmente lungo e morbido con il quale si possono produrre filati. La Spagnoli si inventò una tecnica particolare per la quale non era necessario uccidere né tosare i conigli, ma tramite cui si poteva ottenere il pelo semplicemente pettinandoli. Nel 1928 fondò l’azienda Angora Spagnoli, nel borgo Santa Lucia, vicino a Perugia, dove cominciò a produrre scialli e capi in maglieria. In Italia fino a quel momento non c’era molto interesse per la lana d’Angora, e i conigli venivano allevati soprattutto all’estero. Così la Spagnoli iniziò ad allevarli nel giardino della sua villa e a sperimentare la tessitura di quel filato, fino ad averne una versione pregiata con la quale confezionava capi molto richiesti, anche all’estero. Nel 1935 Luisa Spagnoli morì a Parigi per un tumore alla gola: aveva 57 anni.
Il marchio
Fu il figlio di Luisa Spagnoli, Mario Spagnoli, a trasformare l’attività della madre in una vera e propria industria d’abbigliamento. Si inventò un particolare pettine per ottenere l’Angora dai conigli e uno strumento per tatuarli. Riuscì in breve tempo a far conoscere il marchio e a trasformarlo in una rete di negozi. Il primo aprì a Perugia nel 1940. Negli anni Cinquanta, grazie all’azienda guidata da Mario Spagnoli, in Italia gli allevatori di Angora erano circa 20mila e si crearono moltissimi posti di lavoro. Dal 1953 l’azienda passò nelle mani del figlio Lino Spagnoli (nipote di Luisa Spagnoli), che riuscì a potenziare l’azienda e ad affiancare alla maglieria la produzione di abbigliamento classico per signora, che funzionò molto bene e riuscì ad aprire in breve tempo una novantina di negozi. Lino Spagnoli dal 1966 al 1973 fu anche presidente del Perugia Calcio, che con lui passò dalla serie C alla serie B.
I dipendenti
La famiglia Spagnoli viene sempre ricordata come una delle famiglie che ha fatto di più per l’industria italiana e per quella umbra. Luisa Spagnoli poi è considerata una delle prime imprenditrici donne in Italia, oltre che una delle più virtuose, perché ha sempre cercato di creare una serie di strutture sociali per i dipendenti delle sue aziende. Quando era alla Perugina, la Spagnoli fondò un asilo nido nello stabilimento di Fontivegge, vicino a Perugia. Il figlio Mario, poi, nell’azienda Angora Spagnoli fece costruire una vera e propria Città dell’Angora, con case a schiera per gli operai, una piscina comune, delle nursery per i bambini e durante il Natale regalava capi in lana a tutte le famiglie degli operai. Negli anni Sessanta per i figli dei suoi dipendenti fece costruire il parco giochi “Città della Domenica”, che si può visitare ancora oggi.
Luisa Spagnoli oggi
Oggi l’azienda di abbigliamento si chiama solo Luisa Spagnoli S.p.a. e realizza abiti da signora molto classici, che vengono venduti principalmente in 152 boutique italiane e in 52 negozi all’estero, oltre che in negozi di abbigliamento multimarca. L’amministratore delegato e presidente dell’azienda è Nicoletta Spagnoli, figlia di Lino Spagnoli e bisnipote della fondatrice. In un recente articolo il Sole 24 Ore ha spiegato che oggi le cose per il marchio vanno molto bene: l’azienda ha 810 dipendenti, quasi tutte donne, e nel 2015 chiuderà con un fatturato di 126 milioni di euro, in crescita rispetto all’anno precedente. Nicoletta Spagnoli ha detto che «l’azienda è saldamente in mano alla mia famiglia e lo resterà. Anche mio figlio Nicola, che studia all’università, sta già collaborando con me, seguendo i nuovi progetti come l’e-commerce, che abbiamo lanciato nell’aprile 2015 e che sta andando molto bene, anche in Paesi dove non siamo presenti con negozi fisici, come l’Australia». Luisa Spagnoli vende molto bene in Italia, ma anche all’estero dove sta per aprire un quinto negozio in Iran, altri due a Dubai, uno a Londra e uno negli Stati Uniti, a Palo Alto. Di recente è stato anche lanciato il profumo “Luisa”, che sta andando molto bene.
Martedì 2 Febbraio 2016 – Presentazione del Signore
Prima Lettura
Dal libro del profeta Malachìa
Ml 3,1-4
Così dice il Signore Dio:
«Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti.
Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai.
Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia.
Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».
Parola di Dio
Oppure:
Dalla lettera agli Ebrei
Eb 2,14-18
Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.
Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.
Parola di Dio
Salmo Responsoriale
Sal 23 (24)
R. Vieni, Signore, nel tuo tempio santo
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.
Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia. R.
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria. R.
Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria. R.
Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
Parola del Signore
Forma breve
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-32
immagine dal sito: http://www.servizioliturgico.it/festa-della-presentazione-del-signore-al-tempio/
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Parola del Signore
Commento dal sito: http://www.servizioliturgico.it/festa-della-presentazione-del-signore-al-tempio/ :
Nella liturgia romana, la festa della Presentazione del Signore si colloca idealmente alla fine delle celebrazioni natalizie e prelude a quelle pasquali. Infatti nella presentazione al tempio Gesù è offerto e si offre come vittima sacrificale al Padre, offerta che si consumerà sulla Croce. Come ricorda la prima lettura alternativa della Messa, Cristo è veramente sacerdote nell’offrire se stesso per i peccati del popolo: “sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo”.
Dopo il Vaticano II, la festa del 2 febbraio, pur recuperando il suo primario significato cristologico, ha conservato la connotazione mariana da secoli acquisita Infatti in questo mistero, Maria ha un ruolo rilevante: la Madre offre il Figlio e insieme è offerta al Padre dal Figlio, secondo l’economia nuova della croce redentrice. In ossequio alla legge di Mosè, ogni primogenito ebreo è chiamato “santo”, cioè proprietà del Signore e a lui consacrato quale geloso possesso. Eventualmente può essere riscattato con un’offerta sacrificale (cf. Es 13,2.12.15, brano letto nell’Ufficio delle letture della Liturgia delle Ore; cf. anche Lv 12,2-6.8; 5,11). Gesù è offerto a Dio, come primogenito, e riscattato con l’offerta dei poveri. La lettura evangelica della Messa, oltre a sottolineare l’osservanza della legge da parte di Giuseppe e Maria, indica la città santa di Gerusalemme come punto di partenza della salvezza portata da Gesù. I due vecchi, Simeone e Anna, che hanno incontrato Gesù nel tempio, rappresentano il popolo di Dio in attesa della salvezza promessa. Come si dice all’inizio della benedizione delle candele, Gesù “veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede”. Perciò in Oriente, ma anche poi in un primo tempo in Occidente, la festività è stata chiamata Ypapanté (= Incontro). Il prefazio della Messa riprende questa tradizione quando, tra l’altro, afferma: “E noi esultanti andiamo incontro al Salvatore…” Anche il Discorso di San Sofronio, riportato dall’Ufficio delle letture del giorno si esprime in modo simile: “Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui… “
In realtà, nella legge ebraica la presentazione “al tempio” non era richiesta. San Luca ha riunito e utilizzato in modo originale i precetti biblici per seguire un suo particolare disegno, che la liturgia del 2 febbraio mette in evidenza anche con altri testi. Nel salmo responsoriale, in un crescendo di grande potenza sonora, le porte del tempio sono invitate a spalancarsi, sollevando i loro frontoni e i loro archi per accogliere il Re della Gloria che entra nel suo tempio. Il tempio è anche evocato nel brano del profeta Malachia, proposto come prima lettura della Messa: il profeta annuncia l’arrivo di un messaggero di Dio che entra nel tempio e attraverso un giudizio purificatorio, rappresentato dai due simboli del fuoco del fonditore e della liscivia dei lavandai, prepara un sacerdozio puro destinato a offrire a Dio l’oblazione pura e santa di Giuda e di Gerusalemme. La liturgia odierna vede in questo messaggero di Dio che entra nel tempio per purificarlo, la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme e la purificazione di sua madre Maria in ossequio alla legge mosaica. Ma la Madre va al tempio soprattutto per associarsi all’offerta di suo Figlio. Maria e Giuseppe, presentando il Bambino, riconoscono che Gesù è “proprietà” di Dio ed entra nel piano dell’attuazione del disegno divino perché è salvezza e “luce per tutti i popoli”. Il simbolismo della luce, simbolismo sia natalizio che pasquale, è espresso in modo particolare dal rito della benedizione delle candele e dalla processione che precede la celebrazione eucaristica.
La radio in Italia ha 92 anni anni, ma non li dimostra
Guglielmo Marconi, lo storico inventore della radio, effettuò i suoi primi esperimenti nel 1895, trasmettendo segnali telegrafici attraverso onde elettromagnetiche. Dovettero passare, però, circa trent’anni prima che la radio prendesse piede nel nostro Paese. Ciò accadde nel 1924, in epoca fascista, quando in Italia sorse l’ U.R.I., o Unione Radiofonica Italiana (promossa direttamente dal ministro per le comunicazioni del tempo Costanzo Ciano), divenuto poi E.I.A.R (Ente Italiano Audizioni radiofoniche) nel 1927. Il primo programma radiofonico andò in onda il 6 ottobre del 1924, durò due ore e fu annunciato da Maria Luisa Boncompagni, madre di Gianni Boncompagni.
Radio anni Venti (immagine dal sito: http://www.leradiodelduca.com/1/s_i_t_i_r5_radio_anni_20_3603520.html)
Immagine dal sito: http://sirpac.cultura.marche.it/SirpacIntraWeb/storage/Label/1285/384/101B.jpg
Nel giro di pochi anni, e soprattutto negli anni Trenta, la radio raggiunse le case di moltissimi italiani che intratteneva con programmi di musica, cronache sportive e, soprattutto, con quello che, all’inizio veniva definito il “giornale parlato”, cioè il giornale radio. A partire dal 1933, il governo fascista fece della radio il principale mezzo di propaganda e di trasmissione dei messaggi e delle idee, spesso farneticanti, del regime. Accanto a tutto ciò, non mancarono programmi di intrattenimento per bambini e per famiglie, come, ad esempio, il radioromanzo comico e parodistico I quattro moschettieri, grazie al cui straordinario successo, nel 1937, il numero di abbonati alla radio superò le 700 mila unità. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la radio divenne, insieme ai cinegiornali, che precedevano, nelle sale cinematografiche, le proiezioni dei film, la principale fonte di informazione e di notizie, spesso tendenziose (come ad esempio quelle diramate dalle emittenti ufficiali del regime in Italia e in Germania), spesso, invece, un po’ più attendibili (come nel caso delle informazioni, il più delle volte in codice, divulgate da radio clandestine come Radio Praga, Radio Mosca e, soprattutto, dal 1938, Radio Londra).
Modelli radio d’epoca anni ’30 – 40
Modello “Radio Balilla”. – immagine dal sito: https://it.wikipedia.org/wiki/Radio_(mass_media)
Radio Rurale Philips (Modello 805 AS): immagine dal sito: http://www.leradiodelduca.com/1/rurale_numerica_phhilips_radio_anni_30_40_3412184.html
Nel secondo dopoguerra, l’Eiar mutò la sua denominazione in R.A.I. (Radio Audizioni Italiane) e la radio, dal 1954, dovette affrontare la forte concorrenza della televisione, che, proprio grazie alle immagini, in diretta o in differita, appariva più immediata e moderna. Fu così che la radio ancora una volta ripensò i suoi palinsesti e si rinnovò in modo profondo. Nel periodo compreso tra gli anni ’60 e ’70, infatti, le emittenti radiofoniche ai tradizionali notiziari e programmi culturali, affiancarono trasmissioni sportive e musicali che cercarono, spesso con buoni risultati, di andare incontro ai gusti del pubblico e di quello giovanile in particolare. Uno spazio sempre maggiore, infatti fu riservato alla musica e a programmi che ad essa più o meno direttamente si ricollegavano, tra i quali il mitico “Bandiera gialla” che cominciò ad andare in onda nel 1965. Un anno cruciale per la radio fu, in Italia, il 1975: esso, infatti, segnò la nascita e l’affermazione delle principali radio private, come Radio Parma, cui sarebbero seguite, negli anni, Radio Milano International, Radio Popolare, Radio Alice e Radio Radicale. Nel corso degli ultimi decenni proprio questa straordinaria versatilità e capacità di rinnovarsi ha consentito alla radio di resistere alle televisione e di svolgere un ruolo ancora importante nel settore delle telecomunicazioni.
Ecco qui di seguito alcuni modelli di apparechi radio che hanno fatto la storia
Il penultimo modello, relativo a Radio Phonola con giradischi è molto simile, (ma un po’ più recente) ad un apparecchio che ho anche io. L’ultima foto si riferisce alla UNDA RADIO, modello 531, del 1938 – 1939 ed è proprio quello che ho io in casa. Ha la bellezza di 69 anni, ma è tuttora funzionante. In genere, è un piacere ascoltare la musica trasmessa dalle radio a valvole. Non è un caso, d’altronde, che il collezionismo di questi apparecchi sia tuttora molto seguito.
Spesso si preferisce comprare amplificatori a valvole, anziché a transistor, per un impianto hifi proprio perché il suono prodotto dalle valvole è più caldo.
A tutti noi che ci siamo trovati o ci troviamo in difficoltà o che crediamo di non poter affrontare ostacoli che sembrano insormontabili, vorrei dedicare il passo della Prima Lettura di oggi, tratta dal Libro di Samuele ed incentrata sulla nota vicenda di Davide e Golia.
Nel testo viene evidenziata la sproporzione tra Golia, il gigante filisteo, e Davide, il giovane pastorello consacrato re di Israele. Davide non ha paura di Golia, benché il filisteo sia molto più abile di lui nelle armi. Non ne ha paura ed anzi lo affronta in modo spavaldo e sicuro, confidando nella sua forza, in quella forza che gli viene dalla sua fede in Dio. E così, il giovane riesce ad uccidere il gigante solo con la sua fionda e con il suo coraggio.
In senso lato, e volendo uscire dal contesto religioso, la vicenda di Davide che sconfigge Golia può assurgere a metafora di vita e rappresentare il giusto atteggiamento che ciascuno di noi dovrebbe assumere di fronte alle difficoltà, anche e soprattutto di fronte a quelle che ci sembrano più insuperabili e impervie.
La nostra esistenza è piena di vicende che somigliano a quella qui sopra ricordata: ciascuno di noi può essere un piccolo Davide che affronta e rimuove ogni ostacolo, anche quello più grande, con la sua tenacia e con il suo coraggio (oltre che confidando nella sua fede in Dio, per chi è credente).
Questo può essere possibile in tutti i campi e in tutte le situazioni. Bisogna crederci e bisogna volerlo!
(1Sam 17,32-33.37.40-51) Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra. Dal primo libro di Samuele
In quei giorni, Davide disse a Saul: «Nessuno si perda d’animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a combattere con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d’armi fin dalla sua adolescenza». Davide aggiunse: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell’orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Ebbene va’ e il Signore sia con te».
Davide prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese ancora in mano la fionda e si avvicinò al Filisteo.
Il Filisteo avanzava passo passo, avvicinandosi a Davide, mentre il suo scudiero lo precedeva. Il Filisteo scrutava Davide e, quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell’aspetto. Il Filisteo disse a Davide: «Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone?». E quel Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi. Poi il Filisteo disse a Davide: «Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche».
Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e ti staccherò la testa e getterò i cadaveri dell’esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra ed egli vi metterà certo nelle nostre mani».
Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse a prendere posizione in fretta contro il Filisteo. Davide cacciò la mano nella sacca, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra.
Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra, colpì il Filisteo e l’uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa. I Filistei videro che il loro eroe era morto e si diedero alla fuga.
Prima della battaglia delle Termopili il Re persiano Serse si offrì di risparmiare Leonida, re di Sparta, e i suoi uomini a patto che gettassero le armi. Questa fu la sprezzante risposta di Leonida. La battaglia delle Termopili contribuì a rafforzare la fama dell’eroismo spartano!
“Straniero, annuncia agli Spartani, che noi giacciamo qui, ubbidienti alle loro parole” – Epigramma di Simonide di Ceo presso le Termopili.
Frase scritta su una lastra commemorativa per gli Spartani, che combatterono fino all’ultimo uomo per bloccare la strada ai Persiani.
Cicerone riscrive in latino questa citazione con toni accorati:
“Dic, hospes, Spartae nos te hic vidisse iacentes, dum sanctis patriae legibus obsequimur.”
Heinrich Böll usò la rielobarazione tedesca della frase ad opera di Friedrich Schiller (“Wanderer, kommst du nach Sparta, verkündige dorten, du habest /Uns hier liegen gesehn, wie das Gesetz es befahl.”) come titolo del suo racconto “Wanderer, kommst du nach Spa…”, su un mutilato nella Seconda Guerra Mondiale.
Dopo di ciò, avendo Fabrizio assunto il comando, giungeva presso presso di lui nell’accampamento un uomo che portava una lettera che aveva scritto il medico del re, che prometteva di uccidere Pirro con il veleno se gli fosse data una ricompensa per aver posto fine alla guerra senza rischi. Ma Fabrizio, sdegnatosi per la malvagità dell’uomo, inviò subito una lettera a Pirro, invitandolo a guardarsi dall’insidia. Scrisse nella lettera: “Caio Fabrizio e Quinto Emilio, consoli dei Romani, salutano il re Pirro. Sembra che tu non sia un buon giudice né degli amici né dei nemici. Dopo aver letto questa lettera, capirai che combatti contro uomini buoni e giusti, ma ti fidi di (uomini) ingiusti e malvagi. E non ti riveliamo queste cose per un tuo beneficio, ma affinché la tua sventura non porti discredito a noi e affinché non sembri che noi abbiamo combattuto la guerra con l’inganno”. Pirro, avendo avuto la prova della congiura, punì il medico e (offriva) restituì a Fabrizio e ai Romani, come ricompensa, i prigionieri senza riscatto.
Un ragazzo rubò dalla scuola la tavoletta che il suo compagno usava per scrivere e la portò alla madre. La donna non solo non lo punì, ma anzi lo riempì di elogi. Così, un’altra volta, il ragazzo rubò un mantello e consegnò alla madre anche questo. La madre raddoppiò gli elogi. Con il passare del tempo il ragazzo, divenuto ormai un giovanotto, si dedicò a furti più consistenti, finché un giorno fu colto sul fatto. Mentre veniva condotto dal carnefice con le mani legate dietro la schiena, la madre lo seguiva battendosi il petto. A un certo punto il prigioniero disse che aveva qualcosa da riferirle in gran segreto, ma, non appena quella gli si fu accostata, le afferrò un orecchio e le diede un morso. “Empio”, lo rimproverò la donna, “non contento dei crimini che hai già commesso, fai del male addirittura a tua madre!”. E il figlio rispose: “Ma se tu mi avessi punito subito, quando per la prima volta ti portai la tavoletta che avevo rubato, non sarei arrivato al punto di farmi trascinare fino al supplizio”.
La favola dimostra che ciò a cui non si pone un freno fin dall’inizio, via via si ingigantisce a dismisura.