Perché Alessandro il Grande non conquistò Roma? – Curiosità Storiche

L’Atene arcaica (prof. David Del Carlo)

La democrazia ad Atene (Prof. David Del Carlo)

La vita a Pompei nel periodo dell’eruzione

L’ultimo giorno di Pompei

L’assedio di Siracusa, film

Il Rinascimento

Tutto sull’Impero Romano

Olocausto e memoria storica. Uno spunto di riflessione sulla nostra Storia recente per la prossima Giornata della Memoria!

Nel 2007 feci un viaggio in Polonia, dal 4 all’ 11 agosto, ed ebbi modo di ammirare una nazione che mi sembrò assai più bella di quanto potessi immaginare.

In quei giorni vidi i luoghi sacri, i castelli medievali (molto bello quello di Malbork), la più grande miniera di sale europea, a Wieliczka, ma anche i terribili campi di concentramento di Auschwitz. Ciò mi spinse a riflettere, con profonda amarezza, sulle vicissitudini storiche di questo popolo, che ha sofferto, forse più di altri popoli, il peso delle dominazioni straniere e delle tirannie che ne scaturirono. Mi riferisco all’orrore di due dittature: quella nazista, durante la II guerra mondiale, e quella comunista, dal secondo dopoguerra fino al 1989. Due incubi vissuti nel Novecento, il controverso “secolo breve“, per usare le parole dello storico britannico Eric Hobsbawm, autore del celebre saggio “Il secolo breve 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi” (titolo originale, in inglese, “The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914-1991“).

Non ci sono differenze tra dittature e dittature: possono essere bianche, nere, rosse, di stampo fascista o comunista, di tipo militare o civile, per non parlare dei regimi islamici e teocratici che, in Medio Oriente, continuano a soffocare i diritti e le libertà dei cittadini e ad uccidere, in modo empio, uomini, donne, ragazzi e bambini, sotto lo sguardo impotente ed inerte dell’Occidente. Tutte le dittature sono egualmente fondate sulla negazione dei diritti dell’uomo e, quindi, sull’annullamento dell’essere umano in quanto tale.

In questo post vorrei, però, soffermarmi sul periodo storico della Polonia che coincise con l’invasione tedesca, per fare delle riflessioni anche di carattere generale.

In quel periodo, dal 1939 al 1945, l’ordine mondiale concepito da uno degli uomini più folli di tutti i tempi, cioè Hitler, prevedeva la “Soluzione Finale” del “problema ebraico”, “lo sterminio sistematico degli Ebrei d’Europa” (https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/final-solution-overview) e il loro annientamento.

La concezione dei campi di concentramento, soprattutto quello di Birkenau, trovava i suoi tragici fondamenti in ciò che possiamo definire l’industria della morte, realizzata attraverso una lunga serie di umiliazioni psicologiche, di maltrattamenti e di costrizioni fisiche che portavano lentamente, ma, inesorabilmente, all’annientamento fisico del detenuto e, quindi, al suo decesso, spesso durante le selezioni e nelle camere a gas, spesso, però, anche a seguito di punizioni o per altre circostanze.

L’esperienza della visita ad Auschwitz, soprattutto nel luogo delle baracche dove dormivano i detenuti, fu per me emblematica e credo che dovrebbe essere consigliata a tutti coloro che ancora oggi negano quanto è successo lì dentro, come in altri luoghi simili.

Ma perché ricordare sempre queste cose?” Sono in tanti, troppi, purtroppo, nel Terzo Millennio, a porsi ancora queste domande. Io risponderei che è importante in primo luogo perché i popoli non possono e non devono mai perdere la loro memoria storica. Occorre costruire il futuro conoscendo ciò che è accaduto nel passato, anche in ossequio al principio che la Storia è “testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis“, come scriveva Cicerone nel De Oratore, II, 9, 36.

Ma è fondamentale ricordare quanto è avvenuto nel nostro passato recente anche perché in Europa e nel mondo, nel corso degli anni, si sono allargati a macchia d’olio episodi di antisemitismo e di xenofobia, legati al razzismo, all’intolleranza e, direi, alla paura, per il diverso, per “l’altro da sé”.

Queste sono, senza dubbio, delle valide ragioni per ravvivare ogni giorno di più il ricordo di ciò che è accaduto tanti anni fa.

Allo stesso modo, è doveroso fare memoria anche di tante altre campagne di sterminio e stragi che hanno insanguinato il XX secolo. Penso al massacro delle Foibe (1943 – 1945), di cui celebreremo il ricordo il 10 febbraio, al genocidio degli Armeni (1915 – 1916), a quello dei Tutsi (1994), ai massacri nella ex Jugoslavia.

Certamente, infine, il nostro pensiero non può non andare alla “martoriata Ucraina e a tutti i popoli tormentati dalla guerra” (Papa Francesco, 26 dicembre 2022).

Allora, bisogna ricordare, ma, soprattutto, far ricordare.

È proprio attraverso il consolidamento della nostra memoria storica, la quale non può non avere come presupposto una salda e rinnovata coscienza delle nostre radici, che si può piegare il negazionismo e, con esso, ogni pericolo di ritorno a un passato così tragico e orrendo.

Rinnovare ogni anno il ricordo è fondamentale: lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri studenti, ai nostri figli, ma anche ai nostri genitori e ai nostri nonni, nonché alle vittime di quelle barbarie e a tutti coloro che hanno combattuto, spesso a prezzo del loro stesso sangue, per donarci un’Europa democratica, pacifica, libera e aperta a tutte le culture e a tutti i popoli!

Castello di Malbork, immagine tratta dal sito https://whc.unesco.org/en/list/847/

Interno del castello di Malbork, immagine tratta dal sito https://congruentcastles.wordpress.com/2020/12/15/interior-of-malbork-castle-poland/

Immagine tratta dal sito https://zamkigotyckie.org.pl/en/member/malbork/2441.htm

Immagine tratta dal sito https://www.incinqueconlavaligia.com/visitare-auschwitz-con-i-bambini-la-nostra-esperienza/

Immagine tratta dal sito https://www.raicultura.it/storia/foto/2020/01/Auschwitz-81d399c8-a848-49ce-8d79-3d0d4193245a.html

Immagine tratta dal sito https://www.raicultura.it/storia/foto/2020/01/Auschwitz-81d399c8-a848-49ce-8d79-3d0d4193245a.html

Storia della letteratura: Naturalismo e Verismo – Verga (prima parte) – Cliccando qui sul titolo è possibile aprire l’articolo e visualizzare il file in pdf.

Qui di seguito degli appunti sul Naturalismo e sul Verismo, con riferimento agli scrittori francesi e alle novelle del Verga.

La poesia lirica greca e latina (Letteratura greca-Storia dell’arte-Letteratura latina)

via La poesia lirica greca e latina (Letteratura greca-Storia dell’arte-Letteratura latina)

Da Caio Mario ai Comuni

Da Mario ai Comuni pdfDa Caio Mario ai Comuni

Trattazione di certo non esaustiva, ma neppure incompleta … una sorta di work in progress!

La parte relativa ai regni romano – germanici e ai Longobardi è stata realizzata in collaborazione con Michele Curto, docente di Storia ecclesiastica presso l’Istituto Teologico del Seminario di Potenza.

IL TEATRO GRECO: RITO COLLETTIVO ED INSTRUMENTUM REGNI

Il teatro greco: un rito collettivo per lo Stato e dello Stato

Il teatro, nell´Atene del V secolo a.C., assumeva un valore sacrale ed un´importanza notevole, sia sul piano culturale che su quello politico e sociale. I generi teatrali rappresentati erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco.

Quest´ultimo era così definito perché il coro era formato da attori travestiti da satiri, cioè da divinità legate al culto dionisiaco, di aspetto per metà umano e per metà caprino. Le rappresentazioni avvenivano durante le festività delle Lenee (nel periodo di gennaio – febbraio), delle “Grandi Dionisie”, o “Dionisie urbane” (nel periodo di marzo – aprile), e delle “Piccole Dionisie”, o “Dionisie Rurali” (nel mese di dicembre). Notevole era la platea di spettatori: Platone, nel “Simposio”, attesta che nell´anno 416 a.C. più di 30.000 spettatori assistettero alle rappresentazioni andate in scena durante le Grandi Dionisie. La tragedia era caratterizzata da un finale luttuoso e ruotava attorno alle vicende di sovrani che, all´apice della loro gloria, sprofondavano, per la loro arroganza e per le loro colpe, nel baratro della rovina. La materia era tratta generalmente dal mito, eccezion fatta per i “Persiani” di Eschilo, incentrata sulla seconda guerra persiana, che costituisce l´unico dramma di argomento storico che conosciamo e la più antica opera teatrale a noi pervenuta.

La commedia si concludeva con un lieto fine e mirava a suscitare il riso e l´ilarità degli spettatori. I maggiori autori di tragedie e di drammi satireschi furono Eschilo, Sofocle ed Euripide. I più celebri scrittori di commedie furono Aristofane e Menandro.

Contrariamente alla tragedia greca, che cominciò a tramontare già nel V secolo a.C., dopo la morte di Euripide, la commedia preservò la sua vitalità fino alla metà del III secolo a.C.. I commediografi, infatti, seppero adeguarsi ai mutamenti politici e culturali ed alle tipologie del pubblico di riferimento. L´evoluzione del genere comico si articolò in tre fasi: 1) – La Commedia Antica, Ἀρχαία (Archàia) che abbracciò in particolare il V ed il IV secolo a.C.; 2) – La Commedia di mezzo, ο Μέση (Mèse) che si protrasse fino al 323 a.C.; 3) – La Commedia Nuova, ο Νέα (Nea), che percorse l´intera età ellenistica. Nella fase dell´Archàia, Aristofane metteva sulla scena eventi e personaggi legati alla realtà sociale e politica del suo tempo. I contenuti delle commedie erano generalmente politici e fondati sulla satira e sull´attacco personale contro le autorità e le persone più in vista, secondo il principio della parresìa (cioè della piena libertà di parola) e dell’onomastí komodéin (cioè dell´attacco nominale).

La Commedia Antica si sviluppò nel periodo di maggiore splendore della democrazia ateniese, in cui i cittadini erano pienamente coinvolti nelle scelte politiche della loro città. In seguito, però, la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, l´imporsi del breve regime dei Trenta Tiranni e, infine, l´instaurazione di una nuova democrazia (che fu tale solo di nome, non più di fatto), allontanarono sempre di più gli Ateniesi dalla politica. Pertanto, anche la Commedia cominciò a diversificarsi e, nella Mèse, i cui maggiori rappresentanti furono Antifane, Anassandride ed Alessi, ci si orientò verso contenuti più “disimpegnati”, attinti dal mito.

La trasformazione si completò nell´età ellenistica, una fase in cui i centri del potere non erano più le assemblee, ma i palazzi dei sovrani. Venne meno quella stessa ragion d´essere del πολίτης (polìtes) che aveva caratterizzato in modo originale la polis greca, e quella ateniese in particolare, rispetto alle città-stato mesopotamiche ed orientali. I commediografi si trovarono di fronte ad un nuovo pubblico di riferimento, composto non più da cittadini, ma da sudditi. Nella fase della Commedia Nuova, il cui maggior rappresentante fu Menandro, i contenuti si adeguarono alla nuova realtà e le vicende rappresentate riguardarono esclusivamente la sfera individuale e sentimentale degli uomini. Gli sviluppi della Commedia furono tali soprattutto perché il teatro greco agì sempre da vera e propria cassa di risonanza della vita politica, sociale e culturale del tempo. Ciò si verificò non solo per la commedia, ma anche per la tragedia. Se è vero, infatti, che questo genere teatrale si ispirava fondamentalmente al mito, è, d´altra parte, innegabile che le vicende rappresentate costituivano una vera e propria metafora dei problemi e della situazione dell´Atene del V secolo. Gli atti e le empietà dei protagonisti delle tragedie erano identificabili con i comportamenti più turpi ed abietti di cui qualunque uomo, in ogni epoca ed in ogni circostanza, quindi anche nell’Atene del V secolo, avrebbe potuto macchiarsi. Per questo motivo, il pubblico si immedesimava nelle vicende dei personaggi e, attraverso la visione del dolore e delle sciagure dei protagonisti, capiva l´importanza di evitare determinate azioni. Ne scaturiva un processo educativo che Aristotele definiva “catarsi”, o “purificazione”, che si realizzava attraverso il principio del πάθει μάθος (pàthei màthos), cioé (“apprendimento attraverso il dolore”).

Le sofferenze e le pene patite dai protagonisti delle tragedie convincevano, inoltre, i cittadini dell´esistenza di un ordine divino superiore, compiuto e immutabile, a garanzia del quale vi erano le leggi dello Stato e le autorità costituite. Destabilizzare lo status quo significava, dunque, sovvertire quello stesso ordine superiore e, quindi, incorrere nella tremenda punizione divina. Sotto questo aspetto, è facile notare come il teatro greco avesse non soltanto una valenza culturale ed educativa, ma, soprattutto, una funzione politica normalizzatrice e di controllo che lo caratterizzava anche come “instrumentum regni”, ovvero, strumento di potere.

Un potentissimo “mezzo di comunicazione” dell’antichità: l’oracolo di Apollo a Delfi

L’oracolo di Apollo a Delfi

Potremmo considerarlo a tutti gli effetti il primo grande esempio di “banca dati” universale al mondo. L’oracolo di Delfi, infatti, era il principale centro di informazione e di comunicazione non solo per la Grecia, ma per il mondo intero. Da ogni parte del globo vi giungevano uomini e personalità di spicco per chiedere informazioni su eventi già accaduti o, nella maggior parte dei casi, su eventi futuri e su scelte da compiere a livello individuale o collettivo. Numerosi erano gli ex voto lasciati nel santuario per benefici ricevuti. Il dio manifestava la sua volontà attraverso la Pizia, una sacerdotessa prescelta tra le fanciulle  del luogo, che, dopo essersi purificata con l’acqua della fonte Castalia e dopo aver masticato foglie di alloro, accedeva all’adyton, la cella sotterranea del tempio. Qui, caduta in stato di trance, ispirata dal dio Apollo, parlava in sua vece, formulando responsi generalmente ambigui e di non facile interpretazione. Possiamo ricordare, ad esempio, il responso tramandato dai Romani: “ibis redibis non morieris in bello”, che, a seconda della punteggiatura poteva essere interpretato: “ibis, redibis, non morieris in bello” oppure “ibis, redibis non, morieris in bello”, cioé: “andrai, ritornerai, non morirai in guerra”, ma anche “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”.

La storia di questo santuario è antichissima ed avvincente. Il mito narra che Zeus, desiderando trovare il centro del mondo, avesse fatto volare da due punti opposti della Terra due aquile. Esse si “incrociarono” nella regione del Parnaso, a Delfi, nella Focide, che da allora i Greci considerarono l’omphalos, l’ombelico del mondo. Il santuario di Apollo soppiantò quello più antico consacrato a Gea (la Terra), al cui culto erano associati i figli Themis (la Giustizia) e Pitone (dall’aspetto di serpente). Pochi giorni dopo la sua nascita nell’isola di Delo, Apollo giunse a Delfi per impossessarsi dell’oracolo, uccidendo Pitone che custodiva il santuario di Gea. Costretto da Zeus a fuggire, il dio vi fece ritorno sotto forma di delfino con dei marinai cretesi che poi “promosse” al rango di sacerdoti  del tempio, assumendo lui stesso l’epiteto di Pitico, in memoria di Pitone.

Il santuario di Delfi fu chiuso definitivamente tra il 381 ed il 394 d.C. da Teodosio , ma già una ventina di anni prima, come riferisce la tradizione, esso aveva profetizzato la sua fine imminente ai legati dell’imperatore Giuliano l’Apostata che, intorno al 362 – 363 d.C., mosso dal disegno di restaurare il paganesimo e di riportarlo agli antichi splendori, fece interrogare l’oracolo, anche al fine di garantirsene il sostegno. Il dio, però, freddò le sue ambizioni, rispondendo più o meno così: “Dite al re che sono crollate le corti sfarzose, che Febo Apollo non abita più qui, che il dio non ha più riparo. Ditegli pure che l’albero profetico si è essiccato e che l’acqua che gorgogliava non parla più“, rimarcando, in tal modo, lo sgretolamento inarrestabile e definitivo di un’epoca grandiosa e straordinaria, quella del paganesimo ed, in generale, del mondo antico, che si era riconosciuto idealmente, e non solo, in questo luogo misterioso ed affascinante allo stesso tempo.

Appunti di Storia 4 parte: da Enrico VI a Federico II – l’Italia meridionale dopo Federico II

Enrico VI

Il nuovo imperatore dovette combattere per entrare in possesso della corona del Regno di Sicilia, riuscendovi solo nel 1194, dopo aver sconfitto il conte Tancredi di Lecce, che gli era stato contrapposto al trono dal partito baronale del regno normanno. Dopo aver imposto la sua autorità nel Sud dell’Italia, Enrico poté contare su un impero che annoverava i territori germanici, i territori dell’Italia settentrionale, nominalmente sottoposti all’impero, e quelli dell’Italia meridionale con l’assunzione del trono di Sicilia.

 

Enrico, però, dovette ben presto scontrarsi con il Papa Celestino III (1191 – 1198) quando, nel 1196, proclamò il figlio Federico Ruggero (il futuro Federico II) re dei Romani.

Celestino III vide in quest’atto una prevaricazione che giudicò lesiva dell’autorità del papa, unico depositario della prerogativa di incoronare re e sovrani. Pertanto, scomunicò l’imperatore che poi morì nel 1197 in Sicilia, all’età di 32 anni, mentre stava preparando una crociata in Oriente. 

L’anno successivo morì anche Costanza di Altavilla.

 

Il poeta Pietro da Eboli ci narra le vicende legate a questo scontro nel Liber ad honorem Augusti, conosciuto anche con il titolo De rebus Siculis carmen

 

 

 

Pietro da Eboli

Opere di Pietro da Eboli

Pietro da Eboli figura tra le massime glorie ebolitane dei secoli scorsi. Visse tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIII. L’opera più importante che ci è rimasta di lui è  il Liber ad honorem Augusti, composto in distici elegiaci  (un tipo di strofa costituita da una coppia di versi, un esametro e un pentametro) e dedicato ad Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa) vissuto tra il 1165 ed il 1197), che dal 1191 al 1197 fu imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e dal 1194 al 1197 fu anche Re di Sicilia.

Enrico, come si è visto, aveva sposato Costanza di Altavilla, che era figlia di Ruggero II, re di Sicilia, e in quanto zia dell’ultimo re normanno Guglielmo II aveva ereditato il trono normanno.

In virtù di questo matrimonio Enrico aveva aggiunto al suo titolo imperiale quello di Re di Sicilia, dopo uno scontro con il “partito nazionalista” che gli aveva opposto, come candidato al trono, il conte Tancredi di Lecce, anche lui imparentato con Guglielmo II e nipote per via di padre della stessa Costanza.

Ad Eboli, definita dulce solum, Pietro rimase sempre legato, al punto da rivendicarne il conferimento del titolo di città, in segno di gratitudine per la fedeltà osservata dagli abitanti di Eboli alla causa imperiale, riconoscimento reso da Federico II.

 

Il Liber di Pietro da Eboli può essere considerato una pregevole opera di poesia, ma anche un importante documento storico, arricchito da preziose miniature. Esso, infatti, è l’unica opera in versi che descrive il passaggio dalla monarchia normanna a quella sveva  in Italia meridionale.

 

Notevole, in Pietro, fu anche la speranza nell’Impero come unica istituzione in grado di reggere le sorti dell’umanità. Una fede sincera, quella del nostro illustre concittadino, che sembra anticipare la visione politica di Dante che, nel De Monarchia, formulerà la “teoria dei due Soli”.

 

Il Liber ad honorem Augusti (conosciuto anche con il titolo Petri d’Ebulo carmen de motibus Siculis inter Henricum VI Romanorum imperatorem et Tancredum seculo XII gestis, o più semplicemente con l’altro titolo De rebus Siculis carmen, Liber ad honorem Augusti) fa parte di una trilogia di opere, composte da Pietro e dedicate alla casa sveva che annovera il Liber ad honorem Augusti, il De balneis Puteolanis, e i Gesta Friderici, dedicato a Federico II.

 

Il Liber, diviso in 52 particole e in miniature che ne illustrano il contenuto, tratta dello scontro avutosi, nel corso dell’ultima dominazione normanna in Italia meridionale, tra Enrico VI e Tancredi di Lecce. Nel poema vengono narrate le vicende di questo scontro e la vittoria finale di Enrico VI. Viene anche ricordata la nascita di Federico Ruggero, il futuro Federico II. Il terzo e ultimo libro del carme contiene una sorta di inno di elogio nei confronti di Enrico VI.

 

 Federico II

 

Alla morte di Costanza di Altavilla, assunse la reggenza del piccolo Federico Ruggero il Papa Innocenzo III (1198 – 1216).

Questi impresse una svolta decisamente autoritaria al suo pontificato e fu un convinto assertore della superiorità del papato sull’Impero.

 

Nel 1209 incoronò imperatore Ottone di Brunswick, che prese il nome di Ottone IV. Successivamente, volendo Ottone ristabilire l’autorità imperiale in Italia, Innocenzo III lo scomunicò e incoronò re di Germania, nel 1212, Federico II, dopo avergli strappato l’impegno a non riunificare la corona imperiale a quella siciliana, di cui ere erede dopo la morte di Enrico VI e di Costanza.

 

Federico II sconfisse definitivamente Ottone IV nella battaglia di Bouvines, nelle Fiandre, nel 1214. Fu incoronato imperatore nel 1220 a San Pietro dal nuovo Papa Onorio III (1216 – 1227), dopo aver fatto conferire, nello stesso anno, il titolo di re di Germania al figlio Enrico VII di appena nove anni sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia .

 

Ottenuta l’incoronazione imperiale, Federico consolidò il suo potere. Poiché non mantenne fede alla promessa fatta ad Onorio III di intraprendere una nuova crociata, fu scomunicato una prima volta, nel 1227, dal nuovo Papa Gregorio IX (1227 – 1241). L’imperatore fu, quindi, costretto ad intraprendere la spedizione contro i Musulmani in Terrasanta. Era la sesta crociata (1228 – 1230).

In questa circostanza, Federico ottenne degli importanti successi diplomatici: sottoscrisse una pace decennale con il sovrano d’Egitto Al Kamil che si impegnò a non ostacolare i pellegrinaggi in Terrasanta. Gregorio IX, tuttavia, non accettò questo risultato, accusando  Federico di essere sceso a patti con gli “infedeli”. Lo incolpò anche di essere entrato nel Sepolcro di Cristo nonostante la scomunica. Per questo, lanciò le sue truppe contro il Regno di Sicilia. Federico ebbe facile gioco nel vincere le truppe del Papa che dovette ritirare la scomunica e stipulare presso Montecassino con Federico, nel 1230, il trattato di San Germano.

 

Il regno federiciano di Sicilia e la sua crisi

Federico spostò la sua corte in Sicilia, a Palermo, Impresse un’impronta fortemente centralistica al suo regno e promulgò, nel 1231, il Liber Augustalis, noto anche con la denominazione Costituzioni melfitane, così chiamate perché furono promulgate a Melfi, in Basilicata. Si trattava di una raccolta di leggi, redatte sul modello del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, da esperti giuristi, tra cui il capuano Pier delle Vigne. Attraverso le Costituzioni melfitane, Federico II intese riaffermare la sua autorità sui feudatari e sulle città della penisola, riaccendendo anche lo scontro tra Comuni ed Impero.

 

In questo quadro, nel 1234, Federico dovette fronteggiare la rivolta del figlio Enrico VII[1], re di Germania. Questi, che aveva il sostegno dei principi tedeschi e l’appoggio dei Comuni della Lega Lombarda, sosteneva che la politica del padre era troppo incentrata sulla Sicilia e lasciava il potere imperiale in balia dei baroni e delle loro prepotenze. Enrico fu sconfitto dal padre nel 1235 e si uccise poco dopo. La Lega Lombarda fu sconfitta nel 1237 nella battaglia di Cortenuova, vicino Bergamo.

 

Tuttavia la seconda scomunica del 1239 ad opera di Gregorio IX, la  terza scomunica del 1245, ad opera del Papa Innocenzo IV (1243 – 1254), e la sconfitta delle truppe imperiali a Fossalta, presso Bologna, nel 1249, segnarono il declino di Federico, che morì a Ferentino, in Puglia, nel 1250, mentre stava organizzando un esercito per un nuovo scontro in Italia settentrionale. Con la morte di Federico II fallì anche il disegno universalistico del suo impero, contrastato dalla resistenza dei Comuni e della Chiesa.

 

La fine della dinastia sveva e la divisione del Regno di Sicilia

Dopo la morte di Federico, i principi tedeschi elessero re di Germania e dei Romani Rodolfo I d’Asburgo. La corona di Sicilia, intanto, fu assunta nel 1258 da Manfredi, figlio di Federico. La sua politica di alleanze suggellata dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona,  la sua vittoria contro le truppe della guelfa Firenze, nella battaglia di Montaperti del 1260, nonché la sua tenace volontà di unificare la corona di Sicilia e quella del Regno d’Italia nelle sue mani, preoccuparono il Papa Clemente IV. Questi, che era di origini francesi, chiamò in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi a Benevento nel 1266 e pose l’Italia meridionale sotto il suo dominio. L’ultimo tentativo di riorganizzare il regno svevo fu compiuto da un altro figlio di Federico, Corradino di Svevia. Questi, nel 1268, combatté contro gli Angioini a Tagliacozzo, in Abruzzo, nell’agosto del 1268. Dopo un primo parziale successo, Corradino fu sconfitto e fu fatto prigioniero. Condotto a Napoli, fu decapitato nella Piazza del Mercato il 28 ottobre del 1268. Con la morte di Corradino si estinse anche la Casa Sveva. Il regno di Sicilia, comprendente tutta l’Italia meridionale, rimase stabilmente nelle mani degli Angioini fino al 1282. La corte fu spostata a Napoli, con forte risentimento dei Siciliani.

Nella Pasqua del 1282 una rivolta scoppiata in Palermo e in tutta la Sicilia, segnò la fine della dominazione angioina nell’isola.

L’insurrezione, motivata dal malcontento dei sudditi per il trasferimento della capitale del Regno a Napoli e per l’esosa politica fiscale degli Angioini, scoppiò per motivi apparentemente futili: la perquisizione di una donna siciliana ad opera di un soldato francese, nell’ora del Vespro, dinanzi alla chiesa del Santo Spirito, accese la miccia di una situazione già incandescente. Pietro III d’Aragona, legittimo erede in quanto marito di Costanza, la figlia di Manfredi, giunse in Sicilia e si impossessò dell’isola. Lo scontro, passato alla storia con la denominazione di Guerra del Vespro o Vespri Siciliani, durò venti anni e si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta con cui si conferì la corona di Sicilia agli Aragonesi.

In tal modo, il regno normanno – svevo di Sicilia si ritrovò diviso in due: il Regno di Napoli, sotto gli Angioini, ed il Regno di Sicilia, sotto gli Aragonesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Enrico VII di Hohenstaufen (Palermo, 1211 – Martirano, 10 febbraio 1242) era il figlio primogenito di Federico II e di Costanza d’Aragona. Diventato adulto, si dimostrò irrequieto e sovversivo. Infatti Enrico aveva sviluppato nei confronti del padre un odio profondo inasprito dalla lontananza del padre che aveva posto la sua corte in Sicilia. Lo scontro tra padre e figlio divenne inevitabile quando Enrico, mal consigliato dall’aristocrazia tedesca, si rese promotore di una lotta senza quartiere contro il regime imperialistico di Federico che sfavoriva lo sviluppo delle terre tedesche. Alla fine del 1234, Federico apprese con costernazione che il figlio si era alleato contro di lui con i suoi più temibili nemici, i Comuni della Lega Lombarda. Enrico fu deposto e condannato a morte. In seguito la condanna fu commutata in carcere a vita. Si uccise in Calabria, nel 1242, durante il trasferimento in una delle prigioni del Regno di Sicilia.