Appunti di Storia 3 parte: lo scontro tra Comuni e Impero con Federico Barbarossa

Lo scontro tra Comuni e Impero

La morte di Enrico V, nel 1125, aveva lasciato l’impero germanico in una situazione di stallo e di caos. Era morto senza eredi. Lo scontro per la successione ebbe una durata quasi trentennale e coinvolse la Casa di Baviera, rappresentata dal duca Lotario II, e la Casa di Svevia, guidata da Corrado III di Hohenstaufen. L’anarchia che ne seguì vide alternarsi al potere entrambi i contendenti: Lotario II resse il governo dal 1133 al 1137, Corrado III dal 1137 al 1152. I sostenitori della Casa di Baviera erano detti guelfi, da Welf (Guelfo), il fondatore della casata bavarese; i fautori della Casa di Svevia erano detti ghibellini, dal nome del castello di Weiblingen, posseduto dagli Hohenstaufen. Poiché i duchi di Svevia che possedevano il castello di Weiblingen erano favorevoli alla politica imperiale, mentre i duchi di Baviera erano contrari alla politica imperiale, la distinzione tra guelfi e ghibellini, fu introdotta anche in Italia, per definire, rispettivamente, coloro che sostenevano la causa della Chiesa e coloro che difendevano l’impero.

 

Nel 1152, i principi tedeschi elessero imperatore Federico I di Hohenstaufen, detto Federico Barbarossa. Egli discendeva, per parte di padre, dai duchi di Svevia del casato degli Hohenstaufen, per parte di madre, invece, era imparentato con i duchi di Baviera. L’elezione di Federico I costituiva, dunque, una sorta di compromesso, dal momento che il sovrano era imparentato con entrambe le famiglie che si contendevano il potere.

 

L’esordio politico di Federico fu improntato al conseguimento dei seguenti obiettivi:

 

1)     Ripristinare l’autorità imperiale in Italia

2)     assumere il controllo delle città del Nord e del Centro

3)     ricondurre nell’ambito della giurisdizione imperiale le regalie[1] “usurpate” dai Comuni, cioè i diritti di imporre tasse, battere moneta, stipulare trattati di cui i Comuni si erano impossessati

4)     farsi consacrare dal Papa re d’Italia e imperatore

5)      abbattere la monarchia normanna retta, in questa fase, da Guglielmo I il Malo (1131 – 1166)

6)     conquistare il sud Italia.

 

Il 18 giugno del 1154, Federico discese in Italia dove, nel 1155, fu incoronato re d’Italia ed imperatore dal Papa Adriano IV  (1154 – 1159)[2].

 

La prima Dieta di Roncaglia

 

Spinto dalla volontà di ripristinare in Italia l’autorità imperiale, Federico convocò una dieta, cioè una riunione con i rappresentanti dei comuni italiani, a Roncaglia (vicino Piacenza) nel dicembre del 1154 nella quale dichiarò nulle le regalie usurpate dai comuni[3]. Tuttavia, messo alle strette dalle forti opposizioni dei rappresentanti dei comuni, privo di un esercito che potesse consentirgli di piegarne le resistenze, a Federico non rimase altro che desistere dal suo proposito. Si recò, quindi, a Roma dove appoggiò il Papa Adriano IV contro l’azione di Arnaldo da Brescia che, facendosi portavoce del movimento della patarìa (che puntava a moralizzare la Chiesa, riconducendola alla semplicità delle origini), si era opposto al potere temporale del Papa. Arnaldo da Brescia fu catturato e giustiziato e Adriano IV, in segno di gratitudine nei confronti del Barbarossa, come si è sopra accennato, lo incoronò nel 1155 re d’Italia e imperatore. Federico dovette, poi, rientrare in Germania a causa di una rivolta.

In Germania, nel settembre del 1157, convocò una dieta a Würzburg: in quella circostanza teorizzò l’inalienabilità dell’autorità imperiale ed il carattere universale della sua istituzione, specificando che il potere e la corona non gli venivano dalla Chiesa, come una sorta di privilegio feudale, ma direttamente da Dio.

 

In una seconda dieta di Roncaglia (1158), Federico emanò tre direttive, una contro il Papa, una contro i Comuni, una contro i feudatari:

 

1)     il volere del principe aveva, di per sé, forza ed effetto di legge. Era superflua l’incoronazione da parte del Papa

2)     Le regalie spettavano al re e i comuni dovevano porsi sotto la sua influenza. Il governo doveva essere accentrato nelle mani di podestà o governatori di fiducia del sovrano

3)     le lotte tra i comuni mettevano a rischio la pace.

 

I comuni insorsero ancora una volta contro le decisioni dell’imperatore, trovando, questa volta, un forte sostegno nel nuovo Papa Alessandro III (1159 – 1181), acerrimo nemico dell’imperatore.

 

La reazione del Barbarossa alla rivolta dei Comuni e al sostegno offerto loro dal nuovo pontefice fu molto pesante: le città di Crema e di Milano furono distrutte, rispettivamente, nel 1159 e nel 1162, mentre al Papa l’imperatore contrappose un antipapa nella figura di Vittore IV.

 

La Lega lombarda e la sconfitta di Federico I

Per resistere con maggiore efficacia ai tentativi egemonici del Barbarossa, diversi comuni veneti e lombardi si allearono, nel 1167, nella Lega lombarda per combattere contro l’imperatore. La Lega ebbe l’appoggio del Papa Alessandro III e sconfisse Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano[4] del 29 maggio 1176.

Federico firmò un’ intesa con il Papa, nel 1177, garantendogli la fine delle ostilità  e la destituzione dell’antipapa Vittore. Firmò, poi, con i comuni la Pace di Costanza del 1183[5], che vincolava l’imperatore a riconoscere l’autonomia dei comuni in cambio di un loro formale atto di sottomissione attraverso un giuramento di fedeltà e in cambio della riscossione del fodro[6]. 

In questo modo, il Barbarossa rinunciò ad ogni pretesa di egemonia sui comuni italiani, così come fece anche nei confronti del papato.

 

La monarchia normanno – sveva nell’Italia meridionale

Tre anni dopo la Pace di Costanza, nel 1186, Federico ottenne un importante successo diplomatico facendo celebrare il matrimonio tra suo figlio Enrico VI e Costanza di Altavilla, figlia di Ruggero II, il fondatore del Regno normanno di Sicilia. Federico riuscì, in tal modo, ad associare, tramite Enrico VI, la corona di Sicilia a quella imperiale degli Hohenstaufen. Nel 1189, alla morte del re normanno Guglielmo II il Buono, Costanza, sorella del padre del re, Guglielmo I il Malo, divenne unica erede della corona del Regno di Sicilia. La morte improvvisa del Barbarossa, avvenuta nel 1190 in Asia Minore durante la III Crociata, avviò la transizione dalla monarchia normanna a quella sveva nell’Italia meridionale con l’insediamento al trono imperiale di Enrico VI (1190 – 1197).

 


[1] Dal latino regalia, il termine “regalie” indicavano le “cose regali”, le “cose che spettano al re”.

[2] Era Nicholas Breakspear, l’unico inglese ad aver occupato il soglio pontificio.

[3] In effetti, in Italia, l’autorità imperiale era ostacolata non tanto dai feudatari, come in Germania, quanto dai comuni. Per questo, Federico cercò anche di imporre dei podestà di sua fiducia per condizionarne la vita politica.

[4] A questa battaglia è legato il nome di Alberto da Giussano. Questi avrebbe guidato, secondo la leggenda, le truppe  militari dei comuni. Possiamo ritenere Alberto da Giussano un personaggio leggendario, più che storico. Secondo la tradizione, si distinsero particolarmente le truppe dei Milanesi, guidate da Alberto da Giussano e unite attorno alle insegne del Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine, intorno al quale si raccoglievano e combattevano le milizie dei comuni lombardi, probabilmente inventato dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, tra il 1037 e il 1039.

[5] Il trattato prese il nome della città in cui fu siglato, sulla riva del Lago di Costanza, nella Germania sud – occidentale, ai confini con la Svizzera.

[6] Il termine ”fodro” deriva dal longobardo fodr, foraggio. Era il diritto (detto anche albergaria) dei pubblici ufficiali e del sovrano in viaggio di esigere dalle popolazioni foraggio e biada per i cavalli.

Appunti di Storia 2 parte: le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani

Le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani

 

Nella nostra penisola si formarono due aree distinte: l’Italia centro – settentrionale in cui le città, contando su un’ampia autonomia dall’Impero a cui solo formalmente erano sottoposte, poterono facilmente organizzarsi in città – stato e, quindi, adottare la forma di autogoverno del Comune; l’Italia meridionale in cui, pur affermandosi delle realtà cittadine come Napoli, Amalfi, Bari, Trani, il controllo ferreo ed accentratore della monarchia normanna non permetteva il costituirsi di liberi Comuni.

 

In proposito, lo storico Giuseppe Petralia ha affermato che la questione meridionale affonda le sue radici proprio in questo assetto politico differente tra il Nord ed il Sud della nostra penisola. L’Italia meridionale che, durante la fase bizantina e sotto l’influsso islamico, aveva conosciuto una fase di sviluppo, perse gran parte della sua vitalità economica e sociale con la monarchia normanno – sveva e con le dominazioni degli Angioini e degli Aragonesi, che, privilegiando le esportazioni di frumento e di materie prime e puntando essenzialmente su una politica agraria, non consentirono l’affermarsi di una classe mercantile e borghese locale e, pertanto, non favorirono l’arricchimento di queste aree. E fu a partire da questo  momento, afferma il Petralia, che si crearono nell’ambito dei rapporti di forza tra gruppi sociali le profonde differenze tra Nord e Sud che sono alla base della nostra questione meridionale.

 

I comuni si formarono con maggiore rapidità lì dove si registrò una grande vitalità dei ceti borghesi. Nel nostro Meridione, soffocato dall’eccessivo centralismo politico normanno (e poi angioino ed aragonese) e dal sistema vassallatico – feudale, venne bloccata sul nascere qualsiasi esperienza di autogoverno cittadino.

 

Le istituzioni comunali

 

Il comune era amministrato dal consiglio, detto anche arengo[1] o concio[2], un’assemblea cittadina che eleggeva i rappresentanti dei cittadini e discuteva le leggi. I supremi magistrati spesso erano definiti consoli[3] e, in numero variabile da un minimo di due fino a venti, governavano per un periodo che andava dai sei ai dodici mesi. I consoli avevano ampie prerogative: garantivano l’applicazione delle leggi, guidavano l’esercito della città in caso di guerra e rappresentavano il comune nelle ambascerie e nelle delegazioni ufficiali. Essi erano affiancati, nell’esercizio delle proprie funzioni, dall’arengo.

C’erano, poi, i cittadini di pieno diritto. Questi costituivano un’esigua minoranza, in cui non rientravano i servi, le donne, i forestieri giunti da poco nella città, i disoccupati e le minoranze religiose.

 

I comuni più ricchi e potenti estesero la loro giurisdizione anche ai territori dei comuni vicini, superando il confine segnato dalle mura cittadine. Assunsero, pertanto, la fisionomia di veri e propri Stati territoriali. Tra i comuni italiani che maggiormente si distinsero in questa capacità espansiva, ricordiamo Milano, Firenze, Venezia e Verona, città che avrebbero dato vita, nei secoli successivi, ad importanti Stati regionali che avrebbero influenzato la storia politica della nostra penisola nell’età moderna.

 

I comuni dell’Italia centro – settentrionale cercheranno, da un lato, di preservare gelosamente la propria autonomia, dall’altro, di estendere il controllo anche al di fuori delle mura cittadine, nell’area più ampia posta sotto la propria giurisdizione che viene definita “contado” (relativa anche al territorio agricolo che si estende attorno alla città) assumendo la fisionomia di “Stati territoriali”. Occorre anche dire che, se formalmente le città dell’Italia del centro – nord dipendevano dall’imperatore, di fatto, la figura imperiale, divisa tra il ruolo di re d’Italia e di imperatore, risultava quasi sempre assente.

 

 

Il passaggio dal regime consolare al regime podestarile

 

Appena eletti, i consoli giuravano solennemente di salvaguardare gli interessi generali della collettività e di porsi al di sopra delle parti e degli interessi delle fazioni. Tuttavia, non sempre essi riuscirono a mantenere un metro di giudizio e di comportamento equo e imparziale in quanto, essendo membri della stessa città, inevitabilmente si lasciavano coinvolgere nelle beghe tra fazioni o, comunque, non potevano rimanere estranei alle stesse passioni politiche che animavano i loro concittadini. Inoltre, il frequente ricambio delle magistrature consolari evitava, da un lato, una potenziale deriva autoritaria del governo comunale ma, dall’altro, rendeva instabile e discontinua la governabilità, con il risultato di inasprire i contrasti tra le fazioni cittadine per la conquista del potere. Per queste ragioni, spesso, a partire dalla seconda metà del XII secolo, si rese necessario ricorrere ad un arbitro che fosse davvero imparziale e che non avesse alcun interesse politico o economico per farsi coinvolgere nella dialettica tra le fazioni. Si passò dai consoli al podestà,[4] che era per lo più un forestiero estraneo agli interessi delle fazioni politiche e sociali.

Il podestà era un vero e proprio funzionario stipendiato durava un anno ed i suoi atti venivano giudicati da una commissione cittadina. Nella sua azione politica era affiancato da due consigli cittadini, espressione delle famiglie più influenti: il consiglio maggiore, costituito da alcune centinaia di persone, ed il Consiglio minore, composto, al massimo, da dieci – dodici persone.

Si avviò la trasformazione del Comune dal regime consolare a quello podestarile.

 

La tendenza a concentrare il potere nelle mani di una sola persona fu un fattore determinante dell’ulteriore passaggio, tra i secoli XIII e XIV, al governo delle Signorie. Il Signore poteva appartenere alla borghesia o alla feudalità; poteva essere un generale che si poneva a capo della amministrazione e della politica del Comune, acquisendo un forte potere personale.

Il passaggio successivo fu l’evoluzione dalla Signoria al Principato che si realizzava quando il potere del il Signore veniva “ufficializzato” con l’incoronazione papale o imperiale.

 

Le classi sociali nei comuni italiani

Classe sociale

Composizione

Associazioni

Prerogative

Nobili o Magnati

Piccoli feudatari trasferitisi in città (Possidenti terrieri)

Si associavano in consorterie

Assumono ruoli direttivi.

Avevano minore rappresentatività nei “comuni di popolo”.

Popolo grasso

Mercanti, artigiani, banchieri, professionisti (Ricca borghesia)

Si associavano nelle “Arti maggiori”[5]

Inizialmente esclusi dalla vita politica, fanno poi valere i propri diritti politici.

Popolo minuto

Piccoli e medi artigiani;  proprietari di piccole imprese

Arti medie e minori

Potevano difendere i loro diritti economici, ma erano esclusi dalla vita pubblica.

Plebe

Lavoratori salariati (braccianti e operai, proletariato cittadino)

Non avevano alcun diritto di associazione

Erano esclusi dalla vita pubblica.

 

Con il passar del tempo, i Nobili, definiti anche Magnati, persero molto della loro importanza, mentre si fece sempre più rilevante l’ascesa del popolo grasso, cioè dell’alta borghesia rappresentata dai grandi imprenditori e dai grandi commercianti. Il popolo grasso si impose, in genere, sia sulla nobiltà feudale inurbata nella realtà cittadina, sia sul popolo minuto, la classe sociale composta dagli operai e dai piccoli artigiani.

Tra i secoli XII e XIII, infatti, lo scontro tra i nobili ed il popolo grasso fu molto acceso e, lì dove il popolo grasso si affermava sui magnati, si registrava il passaggio dal “comune aristocratico” al “comune di popolo” o comune popolare. Anche se il comune popolare fece registrare importanti e significativi risultati in termini amministrativi, fiscali e giudiziari, non fu mai un’esperienza pienamente democratica, nell’accezione moderna del termine. Dalla partecipazione politica, infatti, continuavano a rimanere escluse le classi sociali più basse. Diversamente che nel comune aristocratico, però, il comune popolare tagliava fuori dalla vita politica anche le classi sociali più alte, quelle dei nobili o magnati. Alla fine del XIII secolo, infatti, nei comuni di popolo, che erano l’espressione della rappresentanza del popolo grasso, furono promulgate diverse disposizioni “antimagnatizie” che impedivano ai magnati l’accesso alle cariche pubbliche. Un esempio emblematico fu rappresentato dagli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella con i quali, in Firenze nel 1293, i nobili furono privati dei diritti politici.

 

 

 

 


[1] L’etimologia del termine “arengo” non è del tutto chiara. Inizialmente indicava un luogo recintato, poi ha designato lo spazio, cioè l’edificio comunale, in cui si svolgevano le assemblee dei cittadini e, quindi, ha assunto il significato di “assemblea”.

[2] Dal latino contio – contionis, a sua volta derivante da “conventio” = assemblea, adunanza.

[3] console: dal latino “consul”, designava nell’antica Roma la più alta magistratura. Nel Medioevo indica i magistrati che rappresentano e governano il comune. Evidente appare, nelle scelta terminologica, la volontà di richiamarsi all’esperienza dell’antica Res publica Romana. 

[4] podestà: dal latino “potestas” = “autorità”, “esercizio del potere”. Il termine indicava, nel Medioevo, la più alta magistratura del comune che si sostituì a quella dei consoli. Il podestà aveva anche il compito di amministrare la giustizia e di comandare l’esercito.

[5] Con le espressioni “Arti maggiori” e “Arti minori” si indicavano nel Medioevo le associazioni di tutti coloro che svolgevano una professione o un mestiere. Le “Arti maggiori” raggruppavano  coloro che esercitavano le attività economiche, commerciali e professionali più importanti e redditizie.

concetto di Medioevo – feudalesimo – nuova dimensione geo – politica e sociale

Il concetto di Medioevo

Il termine Medioevo indica età di mezzo ed è una definizione che risale alla tradizione umanistica, i cui rappresentanti vedevano nell’epoca precedente alla loro uno strappo rispetto al mondo classico. Il Medioevo, in sostanza, rappresentava quel lungo intervallo di circa dieci secoli tra l’Antichità e l’inizio dell’età moderna. Al termine si associò una connotazione negativa, sia da parte degli intellettuali umanisti sia da parte degli illuministi. Questi ultimi, in particolare, vedevano nell’età di mezzo una fase di oscurantismo e di oblio della ragione, determinato dai fanatismi e dai dogmatismi religiosi. Oggi, invece, la storiografia ha notevolmente rivalutato quest’epoca, vedendo in essa una fase storica importante, densa di processi politici e sociali che furono alla base del successivo costituirsi degli Stati nazionali europei. L’Europa dell’Alto Medioevo, caratterizzata dal proliferare dei regni romano – barbarici e, in seguito, dalla restauratio imperii carolingia, sarà il luogo in cui si fonderanno e si armonizzeranno (spesso a prezzo di conflitti e di incomprensioni) la storica e grande eredità greco – romana con la civiltà delle popolazioni germaniche del Nord. Tale fusione avverrà, prevalentemente, intorno alla comune adesione al Cattolicesimo.

 

Il feudalesimo e il villaggio feudale

L’esigenza fondamentale di Carlo Magno e dei sovrani carolingi successivi fu quella di

evitare che la nobiltà locale potesse prendere il sopravvento rispetto al potere centrale. Per tale ragione, Carlo Magno decise di riprendere un’antica usanza della tradizione franca fondata sul vassaticum, o vassallaggio, attraverso il quale il signore riconduceva il vassallo alla fedeltà nei suoi confronti, in cambio della concessione di un feudo, o beneficio, in genere un possedimento terriero. Il feudalesimo, come sistema centralizzato di potere, nasce dunque con Carlo Magno.

Questa forma di organizzazione, che troverà la sua piena maturazione intorno all’anno Mille, è stato definito dagli storici sistema vassallatico – beneficiario o feudale. Il sistema di relazioni interpersonali fu tale che, con il passare del tempo, i vassalli ebbero, come loro sottoposti, i valvassori e questi ultimi i valvassini.

L’efficacia del sistema era legata alla revocabilità del feudo: il signore poteva riprendersi il feudo o dopo la morte del vassallo o, in caso di gravi motivi, anche quando il vassallo era ancora in vita. Era proprio il timore di perdere il beneficio ottenuto a rinsaldare i legami tra vassallo e signore.

L’investitura feudale

Il termine “feudalesimo” risale alla radice germanica “fehu[1] che significa bestiame.

Dal punto di vista economico, infatti, il feudalesimo era fondato sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame e presupponeva l’esistenza di una forte aristocrazia terriera detentrice del potere politico, di quello economico e di quello giudiziario.

Il sistema vassallatico era un patto reciproco tra signore e vassallo ed implicava anche un vincolo di carattere morale, oltre che economico e politico. Piuttosto articolata e complessa era anche la cerimonia rituale dell’investitura che possiamo delineare attraverso le seguenti fasi:
 
 1: il giuramento ed il gesto rituale dell’ immixtio manuum in una miniatura del XIV secolo.
 

1)     il nuovo vassallo si inginocchiava di fronte all’imperatore

2)     poneva le mani giunte in quelle del signore, secondo il gesto simbolico dell’ immixtio manuum, o intreccio della mani

3)     attraverso una breve formula, il vassallo si riconosceva “uomo” dell’imperatore (homo, da cui deriva la parola “omaggio”)

4)     all’omaggio e al giuramento di fedeltà faceva seguito l’ investitura: il signore consegnava al vassallo un oggetto, simbolo del potere feudale, come uno scettro, un bastone, una zolla di terra, un guanto o un anello.

Il vassallo, accolto nella “famiglia” del sovrano, doveva, come un figlio e più di un figlio, garantire obbedienza, sostegno e lealtà al suo signore. Quest’ultimo, però, doveva garantire al suo sottoposto la massima protezione attraverso il potere del “mundio”, difenderlo anche con le armi, se fosse stato necessario, ma punirlo severamente, come un padre deve fare con il proprio figlio, se il vassallo lo avesse tradito. Il giuramento di fedeltà aveva un carattere sacro: il feudatario che lo avesse violato veniva emarginato dalla comunità ed era bollato con l’infamante denominazione di “fellone”, un marchio che lo disonorava per sempre, privandolo di ogni diritto.

Rapporti di vassallaggio potevano essere realizzati tra i membri della società anche a livelli diversi da quello che vincolava il vassallo al sovrano. Possiamo così parlare di feudi e di feudatari maggiori, con riferimento ai vassalli che ricevevano l’investitura direttamente dal re. Ma questi, soprattutto nel caso in cui non fossero stati in grado di amministrare direttamente i terreni loro concessi, potevano nominare ed “investire” anche dei feudatari minori, definiti “valvassori” che, a loro volta, potevano nominare altri feudatari minori, detti “valvassini”.

 

 
 
 
 

Il sistema curtense
L’organizzazione feudale fondava le sue basi economiche sulle nuove strutture di produzione determinatesi nel campo dell’agricoltura, settore preponderante.

 

Figura 4: il villaggio feudale con la curtis. Si notino la "pars dominica", o terra padronale, e la "pars massaricia", o parte colonica.

 

La struttura fondamentale era rappresentata dalla curtis, o villa. La curtis rientrava nell’ambito della grande proprietà fondiaria che poteva appartenere o al sovrano o ai nobili o alla Chiesa. Essa si componeva di due parti principali: la pars dominica, e la pars massaricia.

La pars dominica era gestita direttamente dal signore e comprendeva la dimora del signore, gli alloggi dei servi, le stalle, le cantine, i magazzini, i laboratori, i ponti e i forni. La pars dominica costituiva anche la “riserva” del signore. Essa poteva includere anche ampie distese di pascoli e boschi e poteva essere coltivata da servi prebendari che, in cambio, ricevevano il vitto.

La pars massaricia era un insieme di poderi di non grandi dimensioni, detti mansi, la cui coltivazione era affidata ai servi casati, così definiti perché abitavano in una loro casa. La pars massaricia poteva essere anche data in affitto a contadini, o coloni, di libera condizione che, però, in cambio, dovevano corrispondere un canone in natura e / o in danaro e, spesso, dovevano assicurare delle giornate lavorative, dette corvées[2].

L’agricoltura veniva praticata con tecniche piuttosto semplici e rudimentali. Dei campi potevano essere lavorati per diversi anni consecutivi per poi essere lasciati a lungo a riposo, per far recuperare loro la fertilità del suolo.

L’economia curtense si basava prevalentemente sull’autosufficienza e sull’autoconsumo per la comunità. Ciò ha spinto, in passato, molti studiosi a parlare di economia chiusa. Tuttavia, non si è escluso che, in alcuni casi, si verificassero degli scambi, o in moneta o sotto forma di baratto, proprio lì dove tale autosufficienza non poteva essere raggiunta o lì dove vi fosse un’eccedenza di prodotti tale da consentirne la commercializzazione o lo scambio con altri prodotti, soprattutto per quelli dell’artigianato. Per questo motivo, la concezione del sistema curtense come modello di economia chiusa è stato in parte superato.

 

I presupposti del feudalesimo

Il feudalesimo trova le sue radici nei presupposti economici e sociali preesistenti, afferenti sia alla tradizione romana del Tardo Impero, sia al costume germanico.

Nelle antiche ville dei latifondi romani il proprietario, protetto dai suoi fedeli, imponeva la sua ferrea volontà su tutti coloro che si trovassero sotto la sua dipendenza. Nei momenti più critici dell’impero, ogni villa costituì un mondo economicamente chiuso ed autosufficiente, uno spazio economico e sociale entro il quale i proprietari, a guisa di veri e propri signorotti, godevano di un potere molto rilevante.

 

Presso i popoli germanici era invalsa l’usanza che il sovrano distribuisse terre ai loro più stretti collaboratori. I beneficiati avevano obblighi di lealtà nei confronti del re ma, a loro volta, potevano contare sulle prestazioni e sui tributi da parte dei loro sottoposti.

 

Dopo Carlo Magno, i feudatari cominciarono ad imporre sempre di più la loro tendenza all’autogoverno, soprattutto nei momenti di maggiore debolezza del potere centrale. Essi, infatti, dettero presto vita ad una lunga lotta per eliminare la “revocabilità” del feudo avuto in investitura, al fine di poterlo lasciare in eredità ai figli. Inizialmente, essi incontrarono la ferma resistenza dei sovrani, poiché la revocabilità del feudo era la garanzia più ampia della lealtà dei vassalli. Tuttavia, nell’ 877 Carlo il Calvo dovette accontentare le richieste dei feudatari, rendendo, con il Capitolare di Quierzy, ereditari i feudi maggiori. Il 28 maggio del 1037, infine, l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico Corrado II sancì, con la Constitutio de feudis, l’ereditarietà dei feudi minori, cioè di quelli di minore estensione e importanza, concessi dai vassalli ai valvassori e da questi ai valvassini.

 Occorre anche sottolineare che, a partire da Carlo Magno, furono concessi feudi anche ai prelati delle sfere più alte della Chiesa, come gli abati e i vescovi. Per questo motivo, accanto alla nobiltà laica, si affermò anche la nobiltà ecclesiastica e ciò accrebbe ulteriormente i possedimenti ed il potere della Chiesa.  

 

La nuova dimensione storica e geo – politica

Sul piano storico – politico, l’età medievale vede lo spostamento del teatro d’azione dal Mediterraneo all’Europa centro – occidentale e, in quello che un tempo era lo spazio unitario dell’impero romano, l’affermarsi di tre grandi civiltà di riferimento: l’Oriente, l’Occidente, l’Islam.

Nell’area centro – occidentale, un’altra forza politica si costituisce e spesso si confronta con il regno franco e, in seguito, con l’impero: il papato. L’impero carolingio, sorto anche sull’ideale della renovatio imperii, si fonda sulla fusione tra la civiltà romana e quella germanica e, in virtù dell’appoggio determinante della Chiesa, si configura come un corpo politico e religioso allo stesso tempo. Il pontefice può contare, nella nostra Penisola, sul cosiddetto patrimonio di San Pietro, vale a dire sul controllo dei territori compresi tra il Lazio e la Romagna, compresi quelli che, facendo inizialmente parte dell’esarcato bizantino, furono conquistati dai Longobardi e poi sottratti ai Longobardi e donati alla Chiesa. Fanno parte di questa vasta area territoriale anche le zone intorno a Narni e a Sutri, concesse al Papa Gregorio II dal sovrano longobardo Liutprando, nel 728.

 

Le ultime invasioni in Europa

Per l’Europa cristiana il pericolo delle invasioni non era limitato alle incursioni degli Arabi. Nuovi gruppi fecero la loro comparsa nel continente tra il IX ed il X secolo:

         gli Ungari, provenienti dall’Asia centrale, si insediarono in Pannonia e, tra l’896 ed il 955, effettuarono numerose incursioni nelle campagne della Germania, della Francia, dell’Italia settentrionale, della Campania e della Puglia. Queste invasioni non erano legate a scopi espansionistici, ma miravano esclusivamente alla ricerca di bottino. Dopo questa parentesi, anche a causa della resistenza opposta dai popoli invasi, gli Ungari si ritirarono definitivamente in Pannonia, regione che da loro prese il nome di Ungheria. Si trasformarono in sedentari e cercarono di avere rapporti pacifici con gli Stati occidentali. Convertitisi al cristianesimo, nel 1001 il loro capo, Stefano, fu incoronato re di Ungheria dal Papa Silvestro II.

         I Normanni, o Vichinghi, erano popolazioni germaniche, Norvegesi, Svedesi, Danesi, che per ragioni di sovrappopolamento, si spostarono dai loro nuclei originari in diverse direzioni. Nell’VIII secolo i primi gruppi, definiti Vareghi, avevano attraversato le steppe della Russia per stanziarsi lungo il Mar Caspio (tra il Sud della Russia e l’Iran) e lungo il Mar Nero (tra Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), in regioni che appartenevano a Costantinopoli. Nell’886 assediarono, senza espugnarla, anche Costantinopoli. Nell’ 874 avevano occupato l’Islanda. Da qui, con Erik il Rosso nel 985, gruppi di vichinghi si spingeranno verso la Groenlandia e le coste del Labrador. Proprio i Vichinghi, nell’ 887, assestarono il colpo fatale all’impero Carolingio, con l’assedio di Parigi. Carlo il Grosso, che aveva riunificato le corone di Francia, Germania e Italia, pagò un ingente tributo ai Vichinghi affinché non occupassero la città. I nobili non videro di buon occhio questo atteggiamento e lo deposero. Gli scontri con i Franchi proseguirono, finché, nel 911, Carlo il Semplice non riconobbe al capo dei Vichinghi, Rollone, il titolo di duca, dopo che gruppi di normanni avevano occupato la regione del Nord della Francia che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Nell’ XI secolo i Normanni fecero nuove incursioni in Italia e in Inghilterra.

         I Saraceni, attaccarono l’Europa da Sud, dirigendosi dalla Spagna, dalla Corsica, dalle Baleari verso la Provenza e l’Italia. Gruppi di Saraceni dal nord – Africa attaccarono la Sicilia e l’Italia meridionale. La Sicilia fu conquistata, nonostante la resistenza dei Bizantini, tra l’827 e il 902. La conquista della Sicilia consentì per oltre un secolo agli Arabi di controllare il Mediterraneo.

L’incastellamento

Per fronteggiare queste ondate di invasioni, i signori feudali europei organizzarono la difesa dei propri territori attraverso la costruzione di castelli, con le fortezze e le torri che ancora oggi costituiscono il simbolo del Medioevo. Col tempo, i castelli da semplice costruzioni difensive si trasformarono in veri e propri centri di potere dei signori feudali. La proliferazione dei castelli, dunque, determinò il progressivo indebolimento del potere centrale a tutto vantaggio dei potenti signori locali che ebbero modo di estendere la loro egemonia e la loro volontà di potenza sulle popolazioni locali. Queste ultime, precedentemente disperse nelle campagne, cominciarono sempre di più a dare vita ad insediamenti in prossimità degli stessi castelli. Appena fuori delle mura del castello, furono impiantati gli orti, i vigneti e gli alberi da frutto. Il territorio assunse una fisionomia del tutto nuova. L’autonomia dei potentati locali fu riconosciuta, come si è visto, da Carlo il Calvo con il Capitolare di Quierzy, nell’ 877 (che rese ereditari i feudi maggiori) e da Corrado II il Salico, nel 1037, con la Constitutio de feudis (che sanciva l’ereditarietà anche dei feudi minori).

 

La tripartizione della società  nell’Alto Medioevo nella “teoria dei tre ordini”

La struttura sociale si rispecchiava nella tripartizione delle società teorizzata dal vescovo francese Adalberone di Laon (947 – 1030) nella “teoria dei tre ordini”, con riferimento ai tre principali ordini o gruppi sociali. Essa prevedeva la suddivisione della società nei seguenti ordini:

         oratores, cioè coloro che pregano: gli ecclesiastici

         bellatores, cioè coloro che combattono: i guerrieri

         laboratores, cioè coloro che lavorano: i contadini

Questa tripartizione, che non poteva essere messa in discussione perché era considerata necessaria, in quanto voluta dallo stesso Dio, faceva riferimento alle funzioni sociali svolte da ciascuno dei tre gruppi. I laboratores  producevano il cibo e, quindi, garantivano il sostentamento anche degli altri due gruppi sociali, oltre che di se stessi; i bellatores combattevano in difesa dello Stato e, quindi, garantivano la sicurezza a se stessi e agli altri; gli oratores, con le loro preghiere facevano sì che la protezione divina fosse garantita a se stessi e agli altri due ordini. Adalberone di Laon collocò gli oratores, cioè il clero, al primo posto della gerarchia sociale in quanto la religione aveva un ruolo preponderante e perché si riteneva che Dio avesse affidato loro non solo il compito di gestire e di amministrare le funzioni sacre, ma anche quello di insegnare agli uomini la fede cristiana. Gli oratores, in genere, non svolgevano lavori manuali. Importante era anche la funzione dei bellatores, identificati da Adalberone nella nobiltà guerriera e cavalleresca. Una nobiltà che poteva comprendere i sovrani, i duchi, i marchesi, i conti. Possiamo aggiungere che, mentre in passato l’arruolamento dei guerrieri avveniva anche tra le persone umili, durante il feudalesimo il monopolio dell’attività militare fu assunto dai nobili, in genere dai vassalli che combattevano al fianco del loro signore. Solo gli aristocratici, infatti, potevano permettersi il costo dell’equipaggiamento richiesto e la possibilità di procurarsi un cavallo, le armi, gli elmi, ecc. In tal modo, il gruppo sociale della nobiltà combattente, o della nobiltà guerriera, diventò sempre più elitario e ristretto e assunse la denominazione di “cavalleria”.   

I laboratores, posti alla base della piramide sociale, comprendevano contadini, artigiani, mercanti e funzionari statali. Ai contadini e ai servi della gleba toccavano i lavori più faticosi, ma essi erano ugualmente importanti per Adalberone, in quanto senza di loro i rappresentanti degli altri due gruppi sociali non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni.

Occorre dire, però, che la struttura teorizzata dal vescovo di Laon si fondava su una visione parziale e incompleta della società feudale, una visione che non teneva conto del profilarsi, all’interno delle città, di un gruppo intermedio, cioè della borghesia, i cui rappresentanti erano bottegai, artigiani, mercanti e banchieri. 

 

 


[1] La parola è connessa anche con il latino pecus, che si ritrova in italiano in pecora e in pecuniario. Il termine germanico è entrato anche in italiano nella sola espressione pagare il fio, "fare ammenda" e quindi "avere la pena meritata").

[2] Dal latino: “corrogata” = opera richiesta. Le corvées, in pratica, coincidevano con le prestazioni lavorative gratuite che i coloni di libera condizione della pars massaricia erano tenuti ad assicurare nella pars dominica.

 

I Longobardi

I longobardi in Italia

 

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), occupando importanti città come Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano. Dopo qualche anno fu conquistata anche Pavia, che divenne la capitale del regno. Conquistarono anche ampia parte della Toscana, nonché Spoleto, Benevento e Salerno. Tuttavia, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.

La nuova situazione politica, che vedeva la nostra Penisola divisa tra aree longobarde e aree bizantine, fu ratificata nel 603 con il riconoscimento ufficiale della Romània, cioè della parte bizantina, e della Longobardia, da cui deriva il nome dell’attuale Lombardia. La capitale dell’esarcato bizantino continuò ad essere Ravenna. I Bizantini controllavano anche le città di Ancona, Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini (la pentapoli adriatica) e Gubbio, Jesi, Cagli, Fossombrone e Urbino (la pentapoli dell’entroterra).

 

Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni ecclesiastici del clero.

 

Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.

 

La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

 

Frammentazione politica e territoriale

 

La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.

Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.

 

Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574), del suo successore Clefi.

 

Morto anche questo sovrano, vi fu un decennio di interregno,  durante il quale i duchi governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.

 

La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.

 

Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.

 

Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto. Rotari era stato preceduto da Arioaldo, che aveva governato dopo Adaloaldo dal 626 al 636.

 

Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole rafforzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.

 

Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.

La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).

Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.

 

La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.

 

Per tale ragione, Liutprando occupò l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).

Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.

 

Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.

 

La fine del regno longobardo

 

Dopo l’accordo sancito tra il Papato e il re Liutprando, i Longobardi, con il re Astolfo (749 – 756), proseguirono la loro politica espansionistica, conquistando la città di Ravenna ed avvicinandosi pericolosamente alla zona intorno a Roma.

 

Per far fronte al nuovo pericolo, il papa Stefano II chiese l’intervento del re dei Franchi Pipino il Breve, assicurandosene la protezione non solo per allontanare un pericolo militare, quale la minaccia di invasione di Astolfo, ma anche per la prospettiva, a medio termine, dell’assunzione del controllo da parte della Chiesa romana dei possedimenti bizantini nella nostra penisola.

 

Pertanto, tra il 755 ed il 756, ci furono due importanti spedizioni militari dei Franchi in Italia, per ridimensionare la forza territoriale dei Longobardi, togliendo loro i territori delle Marche e della Romagna che non furono restituiti ai Bizantini, ma furono concessi in dono alla Chiesa insieme al territorio del Lazio.

 

Pipino il Breve morì nel 768 e la scomparsa prematura del figlio Carlomanno, rese erede universale l’altro figlio, Carlo, poi detto Carlo Magno per le sue imprese.

 

Nel 773 Carlo portò i Franchi ad intervenire nuovamente in Italia sempre su richiesta della Chiesa, ancora attaccata dai Longobardi.

 

A capo dei Longobardi era il re Desiderio e con lui, precedentemente, Carlo aveva stipulato un accordo suggellato dal suo matrimonio con Ermengarda, la figlia di Desiderio.

 

Nel 773, dunque, dopo aver ripudiato la donna, Carlo scese in Italia, espugnò Pavia e sconfisse in maniera definitiva, a Verona, Desiderio e suo figlio Adelchi. Nel 774, dopo aver inglobato i territori longobardi tra i suoi domini, Carlo aggiunse al titolo di re dei Franchi quello di re dei Longobardi.

 

Aveva fine, in tal modo, il terzo regno romano – barbarico sorto nel nostro Paese (dopo quello di Odoacre e quello di Teodorico), durato dal 568 al 774.

 

Nel 785 i Franchi attaccarono anche i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Dodici anni dopo, nel 797, i Bizantini dovettero cedere a Carlo l’Istria e il Ducato di Benevento.

 

 

L’impero bizantino, GIustiniano e l’Italia

 

Il fuoco greco consentì ai Bizantini di difendersi per decenni dagli attacchi nemici, fino all’invenzione della polvere da sparo, inventata, secondo alcuni, nel 1044 dai Cinesi, secondo altri, nel 1267.

 

 

 

L’imperatore bizantino e i rapporti con la Chiesa

 

L’impero bizantino si estendeva dall’Egitto al Danubio, dalla Siria al Mar Nero.

L’imperatore acquisì caratteri di onnipotenza ed era venerato come un sole che illuminava con la sua presenza tutta l’umanità. La figura imperiale era venerata da tutti gli strati della società, con un rituale che culminava nella proskynesis. Il palazzo imperiale era considerato sacro. Sacri erano anche i vestiti di porpora, simbolo del potere imperiale. La porpora stessa divenne emblema della grandezza dell’imperatore per discendenza diretta, al punto che l’imperatore poteva essere definito Porfirogenito, cioè “nato nella porpora”. L’origine di questa espressione è anche da ricollegare al fatto che esisteva nella residenza imperiale di Costantinopoli la Sala della Porpora in cui la moglie dell’imperatore dava alla luce i figli destinati a guidare l’Impero. Anche per queste ragioni, l’imperatore venne accentrando nelle sue mani poteri sempre più vasti che afferivano non soltanto alla sfera politica, ma anche a quella religiosa ed ecclesiastica, di cui si vantava di essere l’autorità più alta e rappresentativa. Per questo motivo, l’imperatore assunse il pieno controllo dell’organizzazione e delle strutture ecclesiastiche. Si affermò, così, il cesaropapismo, cioè il potere sacro e religioso dell’imperatore, considerato come il massimo rappresentante di Dio sulla Terra.

 

Giustiniano

Giustiniano dominò la scena politica bizantina dal 527 al 565. La sua azione politica fu legata al progetto di restaurazione dell’impero romano e delle sue vecchie frontiere. Progetto che non contrastava necessariamente con la mutata situazione storico – politica dei regni romano – germanici, in quanto Giustiniano considerava i sovrani germanici non come re autonomi, ma come delegati dall’imperatore stesso a governare nei territori occidentali dell’Impero.  Il suo progetto politico era legato inscindibilmente alla sua visione religiosa: il concetto di impero veniva a coincidere con il concetto di mondo cristiano. Il tutto nel quadro di quella visione cesaropapista che concentrava nelle mani del sovrano il potere temporale e quello spirituale.

In  quanto rappresentante della Chiesa, Giustiniano intervenne nelle controversia teologica che opponeva da tempo i nestoriani ai monofisiti. I nestoriani, seguaci del patriarca di Costantinopoli Nestorio (428 – 431), credevano nella compresenza in Cristo di due nature distinte, quella umana e quella divina. I monofisiti, invece, attribuivano a Gesù la sola natura divina. Giustiniano cercò di mediare tra le due posizioni e, consapevole del fatto che i monofisiti erano molto forti in aree importanti dell’impero, quali la Siria e l’Egitto ed avevano anche il consenso della moglie Teodora, condannò in parte, nel 544, la dottrina nestoriana nell’ Editto dei Tre Capitoli

 

 

 

La riconquista dell’Occidente e la situazione in Italia

Nel 533, grazie all’azione militare del generale Belisario, Giustiniano in un solo anno riuscì a porre fine, in Africa, al regno dei Vandali che era stato costituito nel 429 da Genserico.

Intanto, in Italia, nel 476, Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che iniziò nel 488 e si concluse nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

 

Con Teodorico (493 – 526) abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.

In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.

La convivenza tra Barbari e Romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i Barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dei territori dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.

 

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.

Importante fu l’editto di Teodorico, databile tra il 493 ed il 526, con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.

 

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.

Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, contro gli ariani, nel 523, un decreto che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, ma poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.

 

Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.

 

Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.

 

Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

 

Guerra gotica e annessione dell’Italia all’impero bizantino: la Prammatica sanzione

L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.

La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni, in due fasi. La prima guerra gotica durò dal 535 al 540: Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri). La seconda fase fu combattuta dal 544 al 55 contro Totila (541 – 552), il nuovo re degli Ostrogoti, che era riuscito a riconquistare l’Italia.

 

Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse Teia, che fu re dei Goti, tra il 552 ed il 553, dopo la morte di Totila.

Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. L’annessione fu suggellata, nel 554, con l’emanazione, da parte di Giustiniano, della Prammatica sanzione, con cui si estendeva alla nostra Penisola la legislazione imperiale e si istituivano nuovi assetti amministrativi. L’Italia, inoltre fu trasformata in una prefettura dell’impero bizantino. Nel 567, un anno prima della discesa dei Longobardi in Italia, la Prefettura d’Italia fu trasformata in esarcato, con capitale Ravenna. La Prammatica sanzione prevedeva, tra le altre cose, la restituzione alla Chiesa cattolica delle terre confiscate, la divisione dell’Italia in distretti amministrativi, a cui venne preposto un iudex, l’affidamento dell’amministrazione militare a un dux, una drastica politica di tagli alla spesa pubblica e di forte imposizione fiscale.  Nella penisola, tuttavia, crebbe il malcontento soprattutto per la politica economica e alcune aree si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

 

Il Corpus iuris civilis di Giustiniano

Il Corpus è un’ imponente raccolta, in dodici libri, delle leggi imperiali.

È così suddiviso:

1)     Digesta (chiamati anche Pandectae), in  50 libri, in cui troviamo i frammenti di opere di giuristi romani.  

2)     Institutiones, opera didattica in 4 libri destinata agli studioso del diritto.

3)     Codex in cui troviamo una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano in poi.

4)     Novellae Constitutiones contenenti le costituzioni emanate da Giustiniano.

 

Le prime tre parti del Corpus sono scritte in latino mentre l’ultima parte, quella delle Novellae Constitutiones, è composta in greco.

 

Gli ultimi cento anni dell’Impero

Gli ultimi cento anni dell’Impero                                                  

Il fallimento della spedizione di Giuliano l’Apostata in Persia contribuì ad aggravare ulteriormente la situazione dell’esercito romano, rendendo Roma ancora più debole ed esposta alle incursioni germaniche. Tra il 374 ed il 375 gli Unni si spinsero verso occidente attraversando il fiume Volga e costringendo i Visigoti a spostarsi verso le frontiere romane.

Gli Unni costituivano un gruppo di popolazioni nomadi di origine mongolica. La loro economia si basava sull’allevamento del bestiame e sul nomadismo. Per i loro spostamenti si avvalevano del cavallo. In ambito militare, inoltre, la cavalleria potentissima e temutissima consentiva loro di compiere incursioni rapide ed efficaci nei territori limitrofi. Essi trasmisero l’uso dei cavalli nel combattimento anche ai Germani e ai Goti con i quali erano entrati in contatto a partire dal IV secolo. Nel quinto secolo essi furono capeggiati da Attila, definito il flagello di Dio.

Intorno al 376, i Visigoti (Westgothen o Goti dell’Ovest, così definiti poiché si erano stanziati ad ovest del fiume Dnestr, distinti dagli Ostrogoti, o Ostgothen, o “goti dell’est”, ad est del medesimo fiume) furono spinti dalle incursioni degli Unni ad occupare la Tracia (un territorio dell’impero), chiedendo l’autorizzazione a risiedervi in cambio della difesa della regione. L’accordo fu raggiunto rapidamente, anche perché l’imperatore Valente si rese conto che era preferibile trovare una soluzione pacifica, non essendo l’esercito in grado di affrontare uno scontro militare. Ma la convivenza tra Romani e Goti durò pochi mesi: nel 377, infatti, a causa delle vessazioni a cui i Romani sottoponevano i Visigoti, si giunse ad uno scontro aperto tra le due componenti. Il conflitto culminò nella battaglia di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia) del 378, in cui l’imperatore Valente (364 – 378) fu sconfitto ed ucciso. Inoltre, la sconfitta di Adrianopoli richiamò alla mente la dolorosa sconfitta che Roma aveva subito a Canne ad opera di Annibale.

Teodosio, il successore di Valente, dovette concedere ai Goti dell’Ovest lo statuto di federati nell’impero, con l’obbligo di militare nell’esercito romano. Fu un ulteriore passo verso la barbarizzazione dell’esercito e verso l’inesorabile declino dell’impero.

Lo storico Ammiano Marcellino definì quella battaglia un disastro, le cui conseguenze pesarono a lungo sui destini dello Stato. L’importanza della battaglia di Adrianopoli fu anche di carattere politico: i Visigoti ottennero, come foederati il permesso di risiedere all’interno dei confini imperiali in cambio dell’impegno di combattere al fianco dell’esercito romano. Ma l’idea che dei barbari potessero lealmente difendere lo Stato romano contro altri barbari si sarebbe rivelata illusoria. Anzi, possiamo dire che con la sconfitta romana ad Adrianopoli fu distrutta la frontiera orientale dell’impero romano.

Teodosio (379 – 395)

Teodosio, eletto nel 379, assunse il potere in una situazione molto critica per la stabilità dell’impero, caratterizzata da nuove massicce ondate di barbari: Unni, Visigoti, Ostrogoti e Vandali. Il nuovo imperatore concesse, come si è detto, ai Goti di insediarsi nella regione dell’Illirico come federati all’impero. Tuttavia, nel 390, il popolo di Tessalonica (l’odierna Salonicco), in larga maggioranza cattolico, si ribellò ai Goti (in parte pagani, in parte ariani) e Teodosio ordinò ai soldati romani di punire i cittadini, provocando il famoso massacro di Tessalonica che costò la vita a migliaia di persone. La Chiesa reagì con orrore, ma anche con fermezza ed il vescovo di Milano, Ambrogio, scomunicò Teodosio, costringendolo a pentirsi pubblicamente e a chiedere perdono per quella strage. L’imperatore era un fervente cristiano e, quindi, accettò di chiedere perdono per poter essere riammesso tra i fedeli. Tuttavia, l’episodio fu indicativo dei mutati rapporti tra lo Stato e la Chiesa e segnò, per certi aspetti, anche l’inizio di quello che in seguito sarebbe stato definito potere temporale della Chiesa.

Questa fu la causa della vicenda:A Tessalonica, nel 390, la popolazione si era ribellata per i soprusi ingiuriando il governatore Boterico. Questi in previsione dei giochi annuali, una specie di olimpiade, volle vendicarsi e con il pretesto dell’ordine pubblico non fece scendere in lizza gli atleti della città. Nacquero discussione, poi tumulti, ci furono scontri sempre più incontrollabili, fin quando si passò alle vie di fatto, e messe le mani su Boterico, qualcuno gridò "a morte", gli inferociti gli saltarono addosso e messogli una corda al collo lo impiccarono a un albero e con lui qualche altro malcapitato della milizia. Teodosio informato ordinò una rappresaglia (senza specificare come e in quale misura) e le milizie, forse perchè erano stati uccisi dei loro colleghi , andarono forse sopra le righe di quell’ ordine, che forse riferendosi agli assassini diceva "li voglio tutti morti". Le milizie e i soldati dopo alcuni giorni dal misfatto, con un pretesto di una gara di bighe, fecero entrare nel grande circo quasi tutta la popolazione della città, poi sbarrarono le porte e si misero a fare la strage dei Tessalonicensi. Si narra che le vittime furono 7.000, l’arena trasformata in un lago di sangue”

(dal sito: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/altro/Teodosio-tessalonica.html) .

Teodosio, che nel 380 aveva proclamato con un editto il cristianesimo religione ufficiale dell’impero, affrontò con grande successo, tra il 5 ed il 6 settembre del 394, l’ultima resistenza pagana, organizzata da Flavio Eugenio, usurpatore del trono dell’impero d’Occidente dopo la morte di Valentiniano II, nella battaglia presso il fiume Frigido (l’attuale fiume Isonzo che scorre tra la Slovenia ed il Friuli Venezia Giulia). Dopo la sua morte, nel 395, l’impero fu diviso tra i figli Arcadio (395 – 408), al quale fu riservato l’Oriente, ed Onorio (395 – 423) che ebbe l’Occidente. Arcadio era appena diciottenne, mentre Onorio, che nel 401 spostò la capitale da Milano a Ravenna, in ragione della vicinanza al mare, utile per i rifornimenti,  non superava gli undici anni. Per questo entrambi furono posti sotto la reggenza del generale Stilicone, di origine vandala.

Tuttavia, Stilicone riuscì ad esercitare la sua influenza solo su Onorio, poiché Arcadio, consigliato dai suoi funzionari, adottò una politica indipendente, dando inizio ad una nuova divisione dell’impero. Pertanto la formula del commune imperium, divisis tantum sedibus, con cui Teodosio aveva affidato il trono imperiale ad entrambi i suoi figli, non funzionò.

Il destino di Stilicone ed il sacco di Roma del 410

Stilicone, di origine vandala, si dedicò con decisione alla difesa dell’impero, riportando importanti successi, nel 402, contro i Visigoti di Alarico a Pollenzo (Piemonte) e presso Verona. Per evitare inutili stragi tra gli sconfitti, Stilicone ne reclutò i sopravvissuti tra le file dell’esercito romano, come avevano già fatto, in passato, altri generali. Tuttavia, complice anche la sua origine barbara, attirò su di sé i sospetti e le ire del Senato di Roma e delle corti imperiali d’Occidente e d’Oriente. Negli anni successivi fu isolato sempre di più e fu privato degli aiuti militari ed economici che gli occorrevano per la lotta contro i barbari. Infine, nel 408, dopo una ribellione dell’esercito, Onorio lo fece arrestare e decapitare, privando l’impero di uno dei più forti ed abili generali della sua storia, non senza conseguenze sul piano della stabilità e della difesa militare. Nel 410, infatti, i Visigoti, guidati dal re Alarico, saccheggiarono la città di Roma. Alarico conquistò anche l’Italia meridionale e mirò all’occupazione dell’Africa. Tuttavia, morì nei pressi di Cosenza. Gli successe Ataulfo che sposò Galla Placidia, sorella di Onorio, e cominciò a porre le premesse per la formazione del primo regno romano – germanico. L’opera fu portata a termine dal suo successore, Vallia, che, con il consenso di Onorio, nel 418, occupò l’Aquitania (Francia sud – occidentale), dando vita al Regno visigoto di Tolosa, che si estendeva da Tolosa (la capitale) fino all’Oceano Atlantico.

Verso la fine dell’impero d’Occidente

Tra il 434 ed il 454 si distinse la figura dell’ultimo grande generale dell’impero romano: Ezio.  Nel 451 Ezio sconfisse ai Campi Catalaunici (odierna Chalons sur Marne, in Francia nord – orientale) gli Unni capeggiati da Attila e provenienti dalle steppe della Russia. Attila si rifugiò in Pannonia, ma l’anno seguente marciò contro l’Italia, saccheggiando Padova, Verona e Milano. Solo l’intervento di papa Leone I riuscì a salvare Roma dall’invasione. Il pontefice, infatti, inviò a Governolo (in provincia di Mantova) un’ambasceria con ricchi doni per persuadere il nemico a recedere dall’idea di attaccare Roma. Leone ebbe buon gioco nel ridurre Attila a più miti consigli, anche perché le forze degli Unni erano state colpite da una peste di grandi proporzioni che li indebolì notevolmente. Il ruolo giocato dal Pontefice fu di grande rilevanza e contribuì a rendere il Papato l’unica istituzione credibile ed in grado di garantire sicurezza.

Il popolo degli Unni era rimasto diviso in clan fino al termine del III secolo d.C. . Attila,  vissuto tra il 400 ed il 453 aveva costituito un grande impero che si estendeva dalla Mongolia all’Europa. La vittoria romana ai Campi Catalaunici del 451 fu l’ultima grande vittoria di un generale romano. Il senato considerò Ezio il difensore della libertà di Roma, ma il fatto che egli, per fermare dei barbari, si fosse servito di altri barbari dimostra che l’impero era ormai privo di una sua propria valida difesa.

 

 

Il nuovo sacco di Roma

Tuttavia, nonostante gli sforzi dei pontefici, Roma non fu risparmiata da una nuova invasione nel 455 d.C.. Nel 454 erano stati uccisi sia Ezio che l’imperatore Valentiniano III. Il territorio fu, così, più facilmente esposto alle invasioni dei Vandali guidati dal re Genserico

Gli ultimi due decenni furono caratterizzati dai cosiddetti “imperatori – fantoccio”: spesso a farla da padroni erano i generali che non di rado eliminavano dal trono il sovrano di turno e vi collocavano una persona di loro fiducia. Nel 475 il generale goto Oreste cacciò dalla penisola l’imperatore Giulio Nepote e pose sul trono il proprio giovanissimo figlio Romolo Augusto (o Augustolo, come soprannome). Oreste aveva potuto ribellarsi a Nepote grazie all’apporto di mercenari germanici. Questi, nel 476, pretesero un terzo delle terre italiche in cambio dell’aiuto concesso. Poiché la richiesta fu rifiutata, essi guidati dal capo degli Eruli Odoacre uccisero Oreste e mandarono in esilio Romolo Augustolo.

Odoacre governò l’Italia con il titolo di “patrizio” ed inviò le insegne militari  Zenone, imperatore dei Bizantini.

I regni romano – barbarici e la situazione in Italia

All’inizio del VI secolo i regni che si crearono in Europa furono i seguenti:

–         Il regno dei Vandali   (Tunisia, Algeria, Sardegna, Corsica, Isole Baleari)

–         Il regno dei Visigoti   (Spagna, Gallia meridionale)

–         Il regno dei Burgundi (valle del Rodano)

–         Il regno dei Franchi    (Gallia centro – settentrionale)

–         Il regno degli Svevi    (area nord – occidentale della Penisola iberica, che

          successivamente insieme ad altre popolazioni occuparono la Baviera)

–         Il regno degli Ostrogoti (in Italia)

–         Il regno degli Alamanni, nella Gallia compresa tra i Franchi e i Burgundi

–         Gli stanziamenti di Angli, Juti e Sassoni in Britannia (le antiche popolazioni 

          britanniche furono costrette a migrare in Gallia, nella regione della Bretagna

          che da loro prese il nome).

 

Questi regni furono definiti romano – barbarici per due ragioni:

1.    i barbari, pur conservando le proprie tradizioni, mantennero le leggi romane vigenti;

2.    questi regni si formarono sui territori occupati dall’Impero romano e nel loro 

       apparato amministrativo non mancarono esponenti del vecchio mondo romano.

 

I nuovi regni mostrarono una stabilità maggiore nelle aree in cui si creò una più forte integrazione tra romani e barbari e in cui si ebbe la conversione dei barbari al cattolicesimo (Visigoti e Franchi). Si registrò, al contrario, una marcata instabilità nei territori in cui perdurò la distinzione tra i barbari e le popolazioni locali (presso i regni dei Vandali, degli Ostrogoti e degli Svevi).

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che caratterizzarono l’impero d’Occidente.

In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente vanno ricercate essenzialmente nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Oltre a ciò, bisogna considerare altri aspetti non meno importanti:

 

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta dallo stesso Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molto tempo, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco. Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Di tale liquido combustibile faceva parte anche il petrolio, ma dovevano esserci anche altre sostanze.

 

 

Da Commodo ai Severi

Limes reno – danubiano
Punti nevralgici dell’Impero tra II e III secolo d.C.

Commodo (180 – 192)

Con Marco Aurelio si concluse l’era del principato adottivo inaugurato nel 98 d.C. da Nerva. Alla morte di Lucio Vero, infatti, Marco Aurelio aveva associato al trono il figlio Commodo, ripristinando, in tal modo, il principio della successione ereditaria. Salito al potere all’età di diciotto anni, Commodo si dimostrò subito incapace di governare. Strinse in primo luogo una pace affrettata con i Quadi e i Marcomanni. In seguito, si disinteressò totalmente delle vicende politiche dell’impero. Come Nerone, si propose di guadagnarsi il favore della plebe romana con elargizioni e azioni demagogiche. A guisa di un novello Ercole, si esibiva nelle arene e nei circhi con una clava e con la pelle di leone. Incurante dell’aggravarsi della crisi militare, Commodo continuò ad esibirsi in spettacoli e a manifestare atteggiamenti sempre più autoritari che gli procurarono l’avversione dell’aristocrazia senatoria. Con Commodo termina l’età d’oro dell’impero, quel beatissimum saeculum che era iniziato con la nomina di Nerva e con l’avvento degli Antonini.

Commodo fu ucciso nel 192 d.C. dalla sua concubina Marcia.

Si riaprì ancora una volta la questione della successione. Abbiamo visto che nei primi due secoli dell’impero furono sperimentati diversi metodi di successione: l’acclamazione da parte dei soldati di un imperatore che poi veniva ufficialmente riconosciuto dal Senato, la successione ereditaria (con Tito e Domiziano), la designazione da parte del Senato (con Nerva), l’adozione (da Traiano a Marco Aurelio) e, infine, di nuovo la successione ereditaria (con Commodo). Il metodo migliore si è rivelato quello legato al principato adottivo. Ma, probabilmente, la sua affermazione era legata anche al fatto che gli imperatori che si erano avvalsi dell’adozione per scegliere il successore non avevano figli. Questi, infatti, avrebbero preteso il trono o, comunque, avrebbero potuto impugnare  l’adozione e la scelta di un successore estraneo alla famiglia. Fu per questa ragione, forse, che Marco Aurelio volle che fosse il figlio Commodo a subentrare a lui nella gestione del potere. Come si può vedere, nessuno dei metodi di successione utilizzati tra il I ed il II secolo d.C. erano pienamente in grado di allontanare del tutto il pericolo dell’instabilità politica e ad evitare la crisi in cui lo Stato romano piombò nel III secolo d.C. . La crisi si acuì nella fase finale della dominazione dei Severi ed in quella immediatamente successiva.

La dinastia dei Severi

Dopo la morte di Commodo, si ebbe un periodo di instabilità che vide la contesa per il potere tra Pertinace (prefetto della guardia pretoriana di Commodo), Pescennio Nigro (comandante delle legioni di Siria), Clodio Albino (comandante delle legioni in Britannia) ed il governatore della Pannonia Lucio Settimio Severo. Quest’ultimo riuscì ad affermarsi nel 193 e governò fino al 211 d.C. . Nativo di Leptis Magna (un po’ più ad est dell’odierna Tripoli), Lucio Settimio Severo cercò, in primo luogo di attuare una riorganizzazione dell’impero, soprattutto nelle zone di confine, attraverso l’estensione del corpo (e dell’influenza) dei legionari, a danno del corpo dei pretoriani,  giudicato come la causa principale dell’instabilità. La riforma militare di Severo si tradusse, però, in una progressiva germanizzazione dei posti – chiave non solo nell’ambito militare, ma anche, più in generale, in quello amministrativo e politico. La cittadinanza scattava automaticamente all’atto stesso dell’arruolamento nell’esercito. Un fattore di impoverimento, soprattutto dell’agricoltura, fu il provvedimento dell’annona militare, cioè l’obbligo per tutti i proprietari di terreni di dare allo Stato una quantità prestabilita del raccolto, al fine di provvedere al vettovagliamento delle truppe. Non si trattava di una percentuale variabile in ragione del raccolto annuale, ma di una quota fissa, da rispettare in ogni caso, anche qualora il raccolto fosse stato più scarso. Ciò provocò un progressivo impoverimento dell’agricoltura, anche perché molti agricoltori si videro costretti ad abbandonare le terre e a trasferirsi in città. Inoltre, sempre sul piano della politica interna, Settimio Severo provvide a designare come suo successore il figlio tredicenne Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, al quale affiancò l’altro figlio Geta. Nell’ottica di indebolire la residua autorità del senato, Settimio favorì il ceto equestre, equiparò all’Italia le altre province dell’impero ed impose una vera e propria monarchia militare, spingendo per la prima volta il senato a riconoscere la sua sconfitta.

Sul piano militare, rafforzò i confini nell’area dei Parti e della Britannia, dove, però, incontrò la morte, ad Eboracum (York), nel tentativo di sedare una rivolta degli stessi Britanni, nel 211 d.C. . Egli aveva precedentemente contenuto le avanzate dei Caledoni al di là del Vallo di Adriano ed aveva provveduto alla realizzazione di una nuova fortificazione più a nord.

A Lucio Settimio Severo successe il figlio Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, che  fece uccidere il fratello Geta.

Molto importante fu, nel 212, la sua Constitutio  Antoniniana, o anche editto di Caracalla, con cui venne estesa la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero. Il provvedimento, che segnò il compimento del processo di parificazione dell’impero e della sua romanizzazione, nacque da ragioni economiche. Infatti, l’allargamento della cittadinanza comportava l’estensione del pagamento delle imposte di successione e delle tasse sull’affrancamento degli schiavi che Augusto aveva introdotto per i soli Romani. Caracalla morì nel 217 d.C., per mano dei suoi soldati, nel corso di una campagna contro i Parti. A lui, nel 218, succedette il nipote Elagabalo (o Eliogabalo), che governò fino al 222. Questi introdusse il culto del dio – sole El Gabal, venerato in Siria. Dedicò a questa divinità splendidi templi e massimi onori. Un’influenza eccessiva durante il suo impero fu esercitata dalla madre Soemia che, fatto mai accaduto nella storia di Roma, pretese ed ottenne di partecipare alle riunioni del Senato. Questa ed altre stranezze spinsero i pretoriani, nel 222 d.C., ad uccidere l’imperatore e sua madre. L’ultimo della dinastia dei Severi fu Alessandro Severo (222 – 235). Salito al trono all’età di 14 anni circa, Alessandro Severo, cugino di Elagabalo, governò per i primi anni assicurando un periodo di pace. Nel 227, però, il re dei Parti Artabano V venne deposto ed ucciso da Ardashir, rappresentante della dinastia sasanide dei Persiani. Alessandro Severo, che nel nome e nelle imprese intendeva rinnovare la gloria del grande Alessandro Magno, guidò, tra il 230 ed il 233, una spedizione militare contro i Persiani (nel tentativo di emulare la grande impresa di Alessandro Magno contro Dario III nel IV sec. a.C.. Ricordiamo, in proposito, la battaglia presso il fiume Granico, nel 334 a.C, la battaglia di Isso e la fuga di Dario, nel 333 a.C., la battaglia di Gaugamela, nel 331 a.C.). Ma gli esiti furono ben più modesti: Alessandro Severo ottenne qualche pallido successo, ma dovette subire gravi perdite militari ed umane. Nel 234 Alessandro Severo intraprese una campagna militare contro la tribù germanica degli Alamanni (o Alemanni) che avevano attaccato i confini dell’impero, oltrepassando il Reno e il Danubio. Alessandro trovò la morte tra il 18 e il 19 marzo del 235 a Mogontiacum (Magonza) insieme alla madre, in un ammutinamento probabilmente capeggiato da Massimino Trace, un generale della Tracia, che si assicurò il trono.

Il principato adottivo

Il principato adottivo
Impero Romano al tempo di Domiziano

Dopo la morte di Domiziano, nel 96 d.C., il Senato riuscì a riprendere il controllo della situazione e ad imporre un suo candidato che individuò nella figura di Marco Cocceio Nerva, un anziano esponente dell’aristocrazia senatoria. Il Senato stabilì anche che la successione imperiale dovesse avvenire attraverso il sistema dell’adozione e non più attraverso la trasmissione ereditaria del potere. Nerva si dimostrò molto rispettoso degli equilibri politici e governò con moderazione e saggezza, instaurando un clima di maggiore serenità e ponendo fine ai processi contro gli oppositori politici. Nerva, nel 97 d.C., adottò come suo successore un comandante militare: il generale spagnolo Marco Ulpio Traiano, che si era distinto nella guida delle legioni imperiali in Germania. Questa decisione fu determinata anche dall’esigenza di ottenere il favore dell’esercito. La scelta di Traiano fu la prima positiva conseguenza del cambiamento importante che si era avviato nella politica romana con il passaggio dalla successione ereditaria al principato adottivo. Fu una novità di grande rilievo che assicurò almeno un secolo di prosperità, definito dai critici come il beatissimum saeculum, il secolo d’oro dell’impero. Fu una novità significativa soprattutto perché il sistema ereditario non garantiva che il nuovo imperatore fosse realmente capace di ricoprire questo ruolo. Inoltre, l’estinzione della dinastia regnante avrebbe comportato il rischio di una guerra civile perché l’esercito ed il Senato avrebbero cercato di  imporre entrambi un proprio candidato. Al contrario, il metodo dell’adozione, cardine del nuovo principato adottivo, consentiva all’imperatore in carica di scegliere come suo successore il migliore ed il più capace dei suoi collaboratori, non necessariamente dello stesso ambito familiare. Non è un caso se, nel 180 d.C., con il ripristino della successione ereditaria che consentirà a Marco Aurelio di favorire il figlio Commodo, l’impero ripiomberà di nuovo nella buia atmosfera del dispotismo, del caos e dell’inefficienza.

L’età degli Antonini: Traiano (98 – 117) , Adriano (117 – 138) e Antonino Pio (138 – 161), Marco Aurelio (161 – 180), Commodo (180 – 192)

Con Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo abbiamo l’età degli Antonini, che prende il nome da Antonino Pio. Il fatto che questa stagione politica prenda il nome dal terzultimo degli imperatori, anziché dal primo, ci consente di paragonare la “dinastia” degli Antonini ad un’opera drammaturgica costituita da un prologo (Nerva), quattro atti (Traiano, Adriano, Antonino e Marco Aurelio) e da un tragico epilogo (Commodo). Tale definizione è stata, dunque, convenzionalmente coniata dagli storici per indicare un lungo periodo della storia imperiale, quello che va dal 98 al 180 d.C., che fu caratterizzato da alcuni tratti comuni, quali la difesa dei confini, fatta eccezione per Traiano, la lunga stabilità politica, il rapporto più equilibrato tra potere imperiale e Senato, lo sviluppo dei traffici commerciali ed una più marcata diffusione della cultura romana nelle province.

                                                        Traiano (98 – 117)

Nel 98 d.C., alla morte naturale di Nerva, Traiano, originario della città di Italica in Spagna, prese dunque il potere. Fu il primo imperatore non originario della nostra Penisola e ciò segnò un ulteriore importante cambiamento nella romanizzazione delle province che ora apparivano in grado di fornire esse stesse i quadri dirigenti dell’impero romano. Traiano evidenziò fin dal principio grande equilibrio e sensibilità politica, introducendo una forma di monarchia illuminata che potremmo definire costituzionale, in quanto l’imperatore governava con la collaborazione di altri poteri, come il Senato ed i comizi, ai quali vennero restituite le specifiche prerogative. Per questo Traiano viene ricordato, anche da Plinio il Giovane, come modello ideale di sovrano e come optimus princeps[1], nonché come l’ultimo grande conquistatore romano. Tra il 101 ed il 106, infatti, conquistò la Dacia, cioè l’attuale Romania (Stato che ancora oggi conserva nella sua denominazione i segni tangibili della civiltà e della cultura di Roma) e l’Arabia nord – occidentale. La conquista della Dacia venne vista come un grande successo dal momento che, nell’89 d.C., sotto Domiziano, i Daci avevano imposto a Roma una pace disonorevole[2].

Il loro re Decebalo fu umiliato e tutta la Dacia, peraltro ricca di risorse minerarie, fu ridotta a nuova provincia[3]. Testimonianza importante di questo trionfo è, ancora oggi, la Colonna Traiana. Le ricchezze conquistate con la sottomissione della Dacia vennero utilizzate per nuove conquiste militari: in primo luogo, sempre nel 106 d.C., quella dell’Arabia.

Questa regione era chiamata anche Arabia Petrea da Petra, la sua località più importante[4].  Tra il 115 ed il 117 si dedicò con successo alla conquista dei Parti, campagna che si concluse con la conquista della stessa capitale Ctesifonte e di Babilonia. Furono quindi create due nuove province: quella della Mesopotamia, a sud del fiume Tigri, e quella dell’Assiria a nord dello stesso. Per questo, Traiano fu anche definito Parthicus Maximus. In quello stesso periodo, tuttavia, scoppiò nell’impero una violenta rivolta delle comunità giudaiche di Palestina, Cirene, Cipro e di Alessandria. Traiano morì in Cilicia, nel 117, durante la preparazione di alcune operazioni militari. La rivolta giudaica fu repressa nel sangue, ma presto le conquiste di Traiano in Oriente si sarebbero rivelate insicure ed instabili.

Sul piano dell’amministrazione civile, Traiano, che si avvalse della collaborazione di grandi personalità, come ad esempio Plinio il Giovane e Dione di Prusa, controllò con zelo i bilanci cittadini, servendosi dell’ausilio di appositi curatori dei conti, detti loghistai. Accrebbe il numero dei senatori provenienti dalle province, ma fece in modo che almeno un terzo delle loro proprietà e dei loro investimenti fosse concentrato in Italia, affinché reputassero l’Italia e Roma come la loro patria. Rese più efficiente l’istituto degli alimenta, già introdotto da Nerva, grazie al quale gli agricoltori potevano ottenere prestiti con tassi di interesse bassi e lo Stato poteva, con gli interessi riscossi, elargire delle sovvenzioni pubbliche alle famiglie più povere e bisognose. Verso i cristiani fu meno intollerante dei suoi predecessori. Notevole fu l’impegno profuso da Traiano nella realizzazione delle opere pubbliche. Ricordiamo il Foro Traiano e la Basilica Ulpia del 112, la Colonna Traiana (5) del 113 d.C., i porti di Ancona, Civitavecchia ed Ostia, nonché la creazione di strade importanti, come quella dal Ponto Eusino alle Gallie.

 

 

 

 

 

Publio Elio Adriano (117 – 138)

Con Adriano ( 117 – 138), cugino di Traiano, si chiuse il ciclo delle grandi conquiste e si puntò ad una politica di difesa e di consolidamento dei confini. In Oriente il nuovo imperatore abbandonò, contro le aspettative dell’esercito, le conquiste partiche realizzate da Traiano. Lo stesso avrebbe fatto anche il suo successore, Antonino Pio (138 – 161 d.C.).

In Occidente, invece, Adriano puntò a rafforzare la difesa della Britannia, contro le incursioni delle tribù dei Briganti (nome che potrebbe derivare da quello della dea celtica Briganzia o Brigid) e dei Caledoni attraverso la costruzione del Vallo di Adriano, a cui si aggiunse, nell’area danubiana, un’altra fortificazione innalzata a difesa delle proprietà agricole dei veterani di guerra. Il Vallo di Adriano costituiva un vero e proprio limes. In passato il concetto di limes indicava una linea di confine destinata a spostarsi progressivamente più avanti in ragione delle nuove conquiste territoriali. Con Adriano, invece, questo termine assumeva delle caratteristiche difensive ed indicava che la spinta propulsiva ed espansionistica dell’impero era ormai terminata.

 

·         Sul piano interno, Adriano avviò una politica di capillare burocratizzazione, sostituendo l’apparato fondato sui liberti con funzionari di origine non servile inquadrati in percorsi di carriere ben definiti. In pratica, la burocrazia venne affidata alla sola classe degli equites che, in tal modo, divennero veri e propri “impiegati” statali.

·         Avviò anche una forte politica di decentramento, conferendo alle province una maggiore autonomia amministrativa. Adriano si interessò personalmente delle condizioni di vita nelle province, dove dimorò spesso nel corso dei suoi viaggi che lo tennero lontano da Roma per ben dodici anni sui ventuno anni di regno.

·         Cancellò le ormai vecchie istituzioni repubblicane e ne accentrò le prerogative nel Consilium principis.

·         Realizzò diverse opere pubbliche, come il tempio di Venere (vicino al Colosseo), la Mole Adriana, una tomba monumentale, poi usata nel Medioevo come fortezza, oggi nota con il nome di Castel S.Angelo, e la Villa Adriana a Tivoli.

Antonino  Pio (138 – 161)

Nel 138 Adriano prescelse come suo successore Tito Aurelio Fulvio Antonino, in seguito definito Pio per la sua religiosità, per la sua tolleranza e per la sua rettitudine. Come già accaduto per il suo predecessore, anche Antonino Pio, in politica estera, puntò alla difesa dei confini, piuttosto che al loro ampliamento, facendo costruire un altro Vallo in Britannia, poco più a Nord di quello di Adriano, in Scozia. Antonino Pio governò mantenendo buoni rapporti con il Senato. Qualche mese prima di morire, nel 161, Antonino Pio individuò nel genero Marco Aurelio il proprio successore.

 

Marco Aurelio Antonino (161 – 180)

Nel periodo di Marco Aurelio l’impero cominciò ad avvertire i primi segni della crisi soprattutto a causa di due fattori fondamentali:

         la minaccia dei barbari ai confini dell’impero

         una duratura, terribile epidemia di peste che decimò, secondo gli storici, la metà della popolazione dell’impero.

Consapevole della estrema difficoltà di governare un impero così grande e in circostanze così difficili, Marco Aurelio associò al trono il fratello adottivo Lucio Vero (161 – 169), di nove anni più giovane, introducendo, per la prima volta, una forma di diarchia al vertice dell’impero. Tuttavia, Lucio Vero non si dimostrò all’altezza della situazione e, per giunta, morì prematuramente nel 169 d.C. .

I primi anni del regno di Marco Aurelio furono caratterizzati dallo scontro con i Parti, popolazione asiatica con la quale Roma, dal 53 a.C., aveva instaurato un difficile clima di convivenza oscillante tra momenti di pace e momenti di guerra. I Parti trovarono, tra il 161 ed il 162, una strenua resistenza nelle truppe di Roma. Le forze militari di Marco Aurelio avrebbero inferto la sconfitta definitiva a questa popolazione se l’improvviso evento della peste bubbonica non avesse decimato le truppe romane e, con esse, anche gran parte della popolazione.

Un altro grave fronte di guerra per Roma si era aperto, in quegli stessi anni, lungo il confine danubiano a seguito delle pressioni dei Quadi e dei Marcomanni. Queste tribù germaniche dilagarono nei Balcani per poi penetrare in Italia, dove misero a ferro e a fuoco la città veneta di Aquileia (Verona), mentre altri barbari saccheggiavano le aree dell’Asia Minore e della Grecia. Fu lo stesso Marco Aurelio a guidare la controffensiva romana. Nel 175, dopo lunghe ed estenuanti battaglie, ottenne una grande vittoria che costrinse i popoli germanici a stipulare la pace. Tuttavia, si trattò solo di una tregua di due anni: le ostilità ripresero nel 177 d.C. . Marco Aurelio si accingeva a dare alle tribù dei Quadi e dei Marcomanni il colpo di grazia, ma anche in questo caso un evento imprevisto impedì che l’impero ottenesse un risultato così importante: colpito dalla peste, Marco Aurelio perse la vita nel 180 d.C..

 


[1] La denominazione di questa località deriva da πέτρα, che in greco significa roccia. Era una città in cui l’uomo, fin dalla preistoria, aveva usato le caverne naturali a scopo abitativo, posta a circa 250 km a Sud di Amman, la capitale della Giordania. Il suo nome semitico era Reqem o Raqmu (« la Variopinta »).

[2] titolo che gli derivò anche dall’essere considerato rappresentante sulla terra di Giove Ottimo Massimo.

[3] In politica estera Domiziano si era limitato a rafforzare i confini dell’impero. Si segnalano, tuttavia, la campagna militare contro la Britannia, condotta dal generale Gneo Giulio Agricola, quella contro le popolazioni del Reno, nonché la creazione delle nuove province della Germania superiore e della Germania inferiore. La Germania superiore comprendeva i territori dell’attuale Svizzera, Germania e Francia. La Germania inferiore comprendeva Paesi Bassi e Germania occidentale. Gli insediamenti principali della regione erano Bonna (Bonn), Castra Vetera (Xanten), Trajectum ad Rhenum (Utrecht), e Colonia Agrippinensis (Colonia), la capitale della provincia. Altro successo di Domiziano era stato il consolidamento del limes, cioè della cinta muraria fortificata che Vespasiano aveva fatto innalzare, come costruzione difensiva, attorno al territorio compreso tra il Reno e il Danubio. Diversamente erano andate le cose in Europa orientale, dove Domiziano aveva subito una pesante sconfitta in Dacia (attuale Romania). I Daci avevano ottenuto dai Romani l’indipendenza in cambio del sostegno militare nella difesa dei confini dell’impero in quell’area. Questa concessione era stata considerata dagli avversari di Domiziano un compromesso al ribasso e rese piuttosto traballante la posizione politica del principe.

[4] Le campagne militari di Traiano contro i Daci erano state due: la prima, tra il 101 ed il 102 d.C., ebbe come esito la riduzione della Dacia a stato vassallo di Roma. La seconda, tra il 105 ed il 106 d.C., vide la trasformazione di questa regione in provincia romana.

Da Vespasiano a Domiziano

Da Vespasiano a Domiziano

 

Alla  morte di Nerone seguì un periodo di anarchia militare che vide alternarsi nell’arco di un solo anno ben quattro imperatori:

  1. Servio Sulpicio Galba, comandante delle truppe “ispaniche”, nonché patrizio gradito al Senato, fu acclamato imperatore dai suoi soldati. Ma in pochissimi mesi si inimicò la plebe ed anche i suoi stessi soldati, cui non concesse i benefici economici promessi. Così, egli fu ucciso dai pretoriani il 15 gennaio del 69 d.C. .
  1. Eliminato Galba, i pretoriani acclamarono imperatore Marco Salvio Otone, comandante delle truppe in Lusitania. Ma il suo governo durò solo novantacinque giorni: egli, infatti, regnò dal 15 gennaio al 16 aprile del 69 d.C. , ma dopo alcune pesanti sconfitte militari subite ad opera di Aulo Vitellio, comandante delle truppe stanziate in Germania, si tolse la vita, appunto il 16 aprile del 69 d.C. .
  1. Aulo Vitellio, alcune settimane dopo la morte di Galba, marciò verso Roma, dove assunse, nel mese di giugno, il titolo di consul perpetuus.
  1. Contro Vitellio, tuttavia, giocarono l’acclamazione di Tito Flavio Vespasiano ad imperatore, ad opera delle truppe d’Oriente, ed una rivolta delle truppe del basso Danubio, della Pannonia e dell’Illiria che riconobbero in Vespasiano il loro principe. Vitellio governò, dunque, dal 16 aprile al 22 dicembre del 69 d.C.. Fu, quindi, ucciso ed il suo corpo fu gettato nel Tevere.

La vittoria di Tito Flavio Vespasiano, che nel 66 era stato inviato da Nerone a domare la rivolta in Giudea e in Palestina, segnò un netto successo militare e politico delle legioni d’Oriente su quelle occidentali.

Vespasiano, dunque, lasciò il figlio Tito, destinato a succedergli nel 79 d.C., in Giudea e marciò vittorioso verso Roma, da signore incontrastato di un impero che era stato lacerato da nuove guerre civili e che, proprio in ragione della sempre crescente influenza militare (non più solo dei pretoriani, ma delle truppe in generale), si avviava a diventare una vera e propria monarchia assoluta.

Vespasiano (69 – 79 d.C.)

Proveniente da una modesta famiglia della Sabina, nativo di Rieti, Tito Flavio Vespasiano si distinse per le sue ottime qualità di generale. Il padre era un contadino poi diventato pubblicano a Rieti.

Vespasiano fu il primo imperatore non appartenente all’aristocrazia romana. In ragione di ciò, fu indotto ad avere nei confronti del senato un atteggiamento ancor meno rispettoso.

Giunto a Roma, nel 69 d.C., Vespasiano, consapevole dell’acquisita grande potenza decisionale, e perciò stesso destabilizzante, dell’esercito, puntò immediatamente ad una sua profonda riforma, smobilitandone alcune legioni, ma soprattutto allontanando dall’esercito tutti gli Italici che si fossero dimostrati eccessivamente legati alle clientele di Roma e che, quindi, avrebbero potuto nuocere alla stabilità del suo potere.

Per sostituire tutti gli italici destituiti dai loro incarichi, Vespasiano intensificò le operazioni di arruolamento nelle province. Ciò, da un lato, determinò il ripopolamento di alcune aree della nostra penisola, proprio in ragione dell’arrivo di nuovi soldati e di nuovi veterani dalle province, dall’altro, però, provocò un ulteriore ridimensionamento, in termini di potere effettivo e decisionale e di ruolo – guida dell’impero, della nostra Penisola, proprio in seguito all’ingresso di sempre maggiori elementi provenienti dalle province nella vita politica dello Stato, anche attraverso una sempre più ampia concessione della cittadinanza. Come già era accaduto con Claudio, lo stato romano diventava sempre più sovranazionale ed universale.

Nel 69 d.C., un Senato sempre più debole, dovette ratificare la famosa Lex de imperio Vespasiani, con cui il principato da istituzione caratterizzata da “eccezionalità” e temporaneità costituzionale diventava una vera e propria magistratura, contemplata come organo costituzionale pienamente legittimato. Peculiarità principale di tale provvedimento fu il conferimento del carattere autocratico al principato, che, in tal modo, non doveva derivare la propria legittimità da alcuna investitura esterna di nessun altro organo politico. Principale conseguenza fu l’ulteriore grave indebolimento del Senato, in quanto al principe si concedeva la possibilità di intraprendere, autonomamente, ogni tipo di iniziativa che andasse nella direzione di ciò che veniva definito “progresso e tutela dello Stato”. Il regime assoluto si fondava sul presupposto che il princeps era svincolato dalle leggi e che tutto ciò che piaceva al princeps aveva vigore di legge.

Un provvedimento importante fu l’estensione della cittadinanza romana agli abitanti della Spagna. L’impero si avviò a diventare sempre più multietnico.

Sul piano amministrativo finanziario, cercò di rianimare le finanze dello Stato dissestate da Nerone, ma soprattutto eliminò i tribunali ed i processi per lesa maestà.

Per risanare le finanze Vespasiano aumentò le imposte, ma, al contempo, fece avviare numerosi lavori pubblici per attenuare il malcontento popolare. Tra le maggiori opere pubbliche ricordiamo l’avvio della costruzione dell’ anfiteatro Flavio, poi ultimato dal figlio Tito, meglio noto col nome di Colosseo, in quanto nelle vicinanze era collocata una grande statua inizialmente dedicata a Nerone, poi identificata con il dio Sole e definita, per le sue proporzioni, Colossus. Come già aveva fatto Augusto, Vespasiano protesse le arti e le lettere e ricondusse i costumi lungo una direzione moralmente più sobria e moderata.

Sul piano militare, nel quadro di un indirizzo generale di difesa dei confini, si segnalano il consolidamento della conquista della Britannia, con l’annessione dell’attuale Scozia e, soprattutto, la conquista di Gerusalemme, distrutta da Tito nel 70 d.C., e della fortezza di Masada, nel 73, dove si erano asserragliati i ribelli, che preferirono togliersi la vita, piuttosto che consegnarsi ai Romani.

Tito (79 – 81 d.C.)

A Vespasiano, nel 79 d.C., subentrò il figlio Tito, associato dal padre al trono imperiale per evitare lotte di successione. Nonostante il breve periodo di governo, Tito, che prima di divenire imperatore aveva represso con estrema durezza una rivolta degli Ebrei in Giudea, tra il 66 ed il 70 d.C.

Tito fu definito dalla storiografia ufficiale delizia del genere umano, per la sensibilità dimostrata sia verso il popolo che verso la classe aristocratico – senatoria. Il breve principato di Tito fu caratterizzato da ben tre sciagure:

  1. 79 d.C.: eruzione del Vesuvio e distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia;
  2. 80 d.C.: scoppio di una terribile epidemia di peste;
  3. 80 d.C.: scoppio, in Roma, di un nuovo incendio che distrusse il Campidoglio.

L’anno seguente, poi, Tito morì, cedendo il posto al suo fratello minore, Tito Flavio Domiziano.

Tito Flavio Domiziano (81 – 96 d.C.)

Definito da Svetonio il Nerone calvo, Domiziano impostò il suo principato su basi dispotiche ed assolutistiche. Tuttavia, la storiografia moderna lo considera come il migliore dei Flavi, avendo egli evidenziato un grande attaccamento ai suoi compiti ed, in generale, all’amministrazione della giustizia ed all’applicazione delle leggi. Dopo la breve parentesi di Tito, sotto Domiziano si riaccese lo scontro con il Senato: egli, nell’84 d.C., si attribuì la carica di censore perpetuo, che gli avrebbe consentito di allontanare dal Senato chiunque gli fosse stato ostile. Punì, però, anche la corruzione dei magistrati e protesse le classi popolari ed i piccoli proprietari terrieri.

Potendo contare su un forte appoggio dall’esercito, a partire dall’86 d.C., egli rese il suo principato assoluto e dispotico, facendosi onorare come dominus ac deus ed imponendo, di fatto, la divinizzazione del potere imperiale.

Più vicino alle scelte del padre Vespasiano fu Domiziano in politica estera: egli si limitò a rafforzare i confini dell’impero. Si segnalano, tuttavia, la campagna militare contro la Britannia, condotta dal generale Gneo Giulio Agricola, quella contro le popolazioni del Reno, nonché la creazione delle nuove province della Germania superiore (La Germania superiore comprendeva i territori dell’attuale Svizzera, Germania e Francia) e della Germania inferiore (La Germania inferiore comprendeva Paesi Bassi e Germania occidentale).

Gli insediamenti principali della provincia erano Bonna (Bonn), Castra Vetera (Xanten), Trajectum ad Rhenum (Utrecht), e Colonia Agrippinensis (Colonia), la capitale della provincia. ed il consolidamento del limes, cioè di quella cinta muraria fortificata che Vespasiano aveva fatto innalzare, come costruzione difensiva, attorno al territorio compreso tra il Reno e il Danubio.

Diversamente andarono le cose in Europa orientale, dove Domiziano dovette subire una pesante sconfitta in Dacia (attuale Romania), la cui popolazione ottenne dai Romani l’indipendenza in cambio di appoggio militare nella difesa dei confini dell’impero in quell’area.

Questa concessione fu considerata dai suoi avversari come una sorta di compromesso al ribasso, che rese piuttosto traballante la posizione politica del principe.

L’ultima fase del suo principato vide un ulteriore inasprimento del clima di terrore, anche con il ricorso, sempre più frequente, ai tribunali di lesa maestà. Infine, nel 96 d.C., Domiziano morì durante una congiura, alla quale non fu estranea la sua stessa moglie, Flavia Domitilla.

La cattiva fama di Domiziano fu determinata anche dall’ostilità del mondo cristiano duramente colpito dalle persecuzioni.

La politica anticristiana dell’impero, ad una lettura superficiale, mal si conciliava con la tolleranza che da sempre aveva determinato l’atteggiamento dei Romani nei confronti dei popoli sottomessi. In realtà, in Roma e nell’impero era consentita ogni forma di culto religioso che non turbasse l’ordine sociale e che non entrasse in rotta di collisione con il potere politico.

La fede dei Cristiani nell’unico DIO entrò in conflitto con la pretesa di Domiziano di essere adorato come una divinità vivente in Terra. Il fatto che i Cristiani rispettassero e riconoscessero l’autorità politica dell’imperatore, ma rifiutassero di adorarlo come un dio, fu visto da Domiziano come un atto di sfida nei confronti della sua persona e della sua potestà e ciò bastò a scatenare una dura ondata di repressione contro i seguaci di Cristo.

Dal canto loro, i Cristiani dettero prova di fede e di coraggio, sottoponendosi alle più atroci punizioni. Per questo motivo furono definiti martyroi, cioè testimoni della fede. Il principato adottivo e l’età aurea dell’impero.

Da Claudio a Nerone

Claudio: un imperatore rivalutato dalla storiografia moderna

Il 24 gennaio del 41 d.C., durante le feste augustali, dopo tre anni, dieci mesi e otto giorni di governo, venne ucciso Caligola, l’imperatore forse più pazzo che la storia romana ricordi. Morì per mano del tribuno dei pretoriani Cassio Cherea, che il despota era solito umiliare ed insultare, e di Cornelio Sabino. Il primo lo colpì alla testa con una spada, l’altro al petto. L’opera venne “completata” da altri congiurati di origine senatoria ed equestre. Come in una sorta di déjà vu, che richiama alla mente l’uccisione di Cesare, i congiurati uscirono per le strade dell’Urbe gridando: “Roma libera, Roma libera”.

All’inizio il popolo romano, avvezzo alle folli stranezze di Caligola, accolse l’annuncio della morte senza alcuna reazione, credendo che non fosse veritiero e che lo stesso imperatore avesse diffuso ad arte quella notizia per poi uccidere tutti coloro che avessero esultato.

Anche per imposizione dei pretoriani salì al potere Claudio (Tiberius Claudius Drusus Nero Germanicus, fratello di Germanico e, quindi, zio dell’imperatore ucciso) e governò Roma dal 41 al 54 d.C.. Come già accaduto per il suo predecessore, molto probabilmente anche la nomina di Claudio fu influenzata dal mito di Germanico, che tra il 14 ed il 15 d.C., si era brillantemente distinto in Germania. Il nuovo imperatore raccolse un’eredità difficile, resa ancora meno invidiabile dalla crisi economica provocata dalle folli spese di Caligola. Claudio cercò di attuare all’inizio del suo mandato una politica volta a restaurare quell’equilibrio istituzionale e sociale che aveva già caratterizzato il periodo augusteo.

In tale direzione andava il suo tentativo di avviare una proficua collaborazione con il Senato. Tuttavia, non riuscì nel suo intento soprattutto a causa delle sempre crescenti ostilità e diffidenze del Senato romano.

Per questa ragione, abbandonando l’iniziale suo progetto politico, mirò a consolidare l’appoggio dell’esercito e conferì al suo governo un aspetto dispotico e tirannico.

Dette vita ad un’efficiente burocrazia di corte (costituita da un ampio numero di liberti, cioè schiavi poi liberati) ed estese la cittadinanza ed il rango senatorio a molti abitanti delle province, rendendo il senato un organismo sempre più “universale” e sempre meno italico.

Questi, in breve, furono gli aspetti salienti della sua azione politica:

  • visione dell’impero come un "unico organismo" territoriale, senza privilegi o disparità tra le popolazioni
  • volontà di rendere il Senato un organismo rappresentativo di tutto l’impero e non solo dell’aristocrazia romana ed italica
  • estensione del diritto di cittadinanza ad un numero sempre più ampio di uomini ed, in particolare, ai soldati ausiliari
  • creazione di un’efficiente burocrazia imperiale, attraverso il coinvolgimento dei liberti a lui fedeli (liberti imperiali)
  • indebolimento dell’aristocrazia romana
  • risanamento delle finanze pubbliche
  • ampliamento del porto di Ostia e realizzazione del grandioso acquedotto dell’ Acqua Claudia, già avviata, però, da Caligola
  • politica estera "difensiva" o, comunque, fondata sul rafforzamento dei confini.

conquiste militari importanti:

– Mauretania (attuale Marocco), nel 42 d.C.

– Britannia, ( in parte conquistata dal figlio Britannico), nel 43 d.C.

– Giudea, nel 44 d.C. .

Tuttavia, i buoni risultati politici vennero rapidamente offuscati dagli scandali e dalla corruzione di corte, che videro coinvolte anche personalità della famiglia imperiale. Lo stesso Claudio, su pressione dai liberti, fece giustiziare la moglie Messalina, sia a causa dei suoi comportamenti licenziosi, sia perché si era resa colpevole di una congiura ai danni del marito. Successivamente, sposò Agrippina, sorella del defunto Caligola, madre di Nerone.

Proprio questa donna provocò la fine del suo impero e la sua morte. Infatti, ella, dopo aver messo fuori gioco l’influenza dei liberti imperiali, persuase il marito a designare come suo successore proprio Nerone e poi lo avvelenò.

Gli antichi scrittori, quali Seneca, Svetonio, Tacito ed altri, rappresentavano questo imperatore come una persona abulica e succube sia delle donne di corte, sia dei suoi potenti liberti.

Eppure, come la storiografia moderna ha giustamente evidenziato, il principato di Claudio è stato uno dei migliori quanto meno tra quelli del primo secolo d.C. e, soprattutto, uno dei più innovatori.

Claudio, infatti, fu ispirato da una visione straordinariamente moderna dell’impero e della missione di Roma. La potremmo definire universalistica e cosmopolita, fondata sulla concezione di una società aperta e "globalizzata" che sapesse inserire ed integrare negli organismi politici e dirigenti le forze migliori, al di là della loro provenienza o della loro condizione di nascita. Solo così, dunque, possiamo spiegarci la sua decisione di estendere il rango senatorio anche agli abitanti delle province, oppure la sua volontà di conferire le più alte cariche istituzionali a persone che, anche se di origine servile, avessero mostrato una particolare attitudine per l’espletamento di quegli incarichi.

Sotto questo profilo, egli fu il primo a creare, in Roma, una burocrazia centralizzata e ad affidare l’amministrazione pubblica imperiale a liberti professionisti, in base a diverse sfere di influenza, conferendo a ciascun liberto una sorta di funzione ministeriale. Tra questi liberti si distinsero in particolare:

* Narciso, capo della segreteria privata del princeps e incaricato di gestire le relazioni con i governatori, le lettere e messaggi di vari funzionari, le relazioni con città o comunità provinciali;

* Pallante, responsabile della ragioneria, dell’erario e delle finanze dello Stato;

* Callisto che si interessava, in particolare, delle richieste inviate al princeps;

* Polibio che svolgeva funzioni di consigliere culturale di Claudio.

Essi, pur coinvolti in intrighi di corte e in giochi di potere, mostrarono in genere grandi capacità e furono le "colonne" del nuovo sistema burocratico ed amministrativo centralizzato voluto dall’imperatore.

Il giudizio negativo della storiografia e dell’ intellighenzia del suo tempo sul suo operato scaturisce, con ogni probabilità, dal fatto che con queste riforme Claudio aveva ridimensionato drasticamente il potere ed il prestigio della classe senatoria ed aristocratica, dalle cui file tutti questi vari scrittori provenivano.

A parte Tacito e Svetonio, fu soprattutto Seneca a delinearne un ritratto negativo nell’opera Apocolokyntosis, sive de morte Claudii, cioè ZUCCHIFICAZIONE, ovvero sulla morte di Claudio.

Trasformazione in una zucca, era il termine impiegato dal filosofo stoico per ridicolizzare il processo di apoteosi e divinizzazione voluto per Claudio dopo la sua morte.

Nerone (54 – 68 d.C.)

Claudio, dunque, fu assassinato da Agrippina nell’ottobre del 54 d.C.. Come da copione, salì al trono Nerone, non ancora diciassettenne, che subentrò a Britannico, il figlio di Claudio, nei diritti per la successione al trono, come erede designato e come marito di Ottavia, figlia dell’imperatore ucciso.

Come già accaduto anche per Caligola (37 – 41 d.C.), Nerone governò, in una prima fase, in modo saggio ed illuminato. Anzi dei suoi quattordici anni di principato, gli storici tendono a mettere in risalto il cosiddetto quinquennio felice che interessò i primi cinque anni di governo, in cui egli, ancora giovane, era guidato nelle sue scelte dalla madre Agrippina, dal prefetto del pretorio Afranio Burro, ma soprattutto dal filosofo stoico spagnolo Lucio Anneo Seneca, che cercò di indirizzarlo verso una politica filo – senatoria e incentrata su una politica di equilibrio tra i poteri del princeps e del senato.

Tuttavia, il carattere dispotico di Nerone non tardò ad evidenziarsi.

Desideroso di rendersi autonomo dalle eccessive ingerenze materne negli affari politici, avendo Agrippina, nel 55 d.C., minacciato di sostenere Britannico nella lotta per il riconoscimento dei suoi diritti alla successione imperiale, Nerone fece avvelenare proprio il fratellastro. Infine, nel 59 d.C., fece uccidere la stessa Agrippina, che aveva preso anche le difese di Ottavia, moglie di Nerone, contro Poppea. Come già accaduto con Claudio, Nerone si discostò presto dalla politica filo – senatoria ispiratagli da Seneca, per instaurare una monarchia assoluta di tipo orientale.

In relazione a ciò, occorre dire che fin dall’inizio del principato, cioè fin dal 13 ottobre del 54 d.C., la personalità del principe era stata agitata da un forte contrasto politico ed ideologico:

  1. da un lato, la ricerca dell’appoggio dei senatori e dei ceti privilegiati, attraverso la difesa dei loro privilegi, direzione verso la quale lo spingeva lo stesso Seneca;
  2. dall’altro, il desiderio di emulare il grandioso precedente di Alessandro Magno, anche attraverso l’esaltazione della tradizione culturale greco – orientale su quella romano – italica ed attraverso il sostegno delle masse popolari meno abbienti. La volontà di ispirarsi al modello del macedone e di instaurare anche in Roma una monarchia assoluta di tipo orientale, era in parte alimentata anche dalla sfiducia delle masse popolari verso la religione tradizionale e verso riti che erano stati, in passato, l’espressione del potere delle classi aristocratiche.

Così, anche nella fase del cosiddetto QUINQUENNIO FELICE, quella, cioè, in cui Nerone si era sforzato, forse suo malgrado, di seguire una politica filo – senatoria e filo – aristocratica, spesso, a dispetto delle ufficiali buone intenzioni, ai propositi non seguivano, poi, sempre i fatti. Ad esempio, Nerone restituì, ufficialmente, al Senato il diritto di coniazione di monete d’oro e d’argento, ma di fatto affidò questo compito a senatori da lui stesso stipendiati. Ciò voleva dire che si trattava di senatori, ma alle dipendenze del princeps. Quindi non venne rivalutato affatto il Senato in quanto istituzione.

Un altro esempio a conferma di ciò può essere individuato nella abolizione delle imposte indirette ed, in particolare, dei PORTORIA (dal latino “portorium” = dazio d’entrate, sulle merci importate in Roma o dazio d’uscita, sulle merci esportate da Roma). Tra le merci sulle quali gravava il dazio doganale c’erano prodotti di lusso i cui proventi arricchivano le classi aristocratiche, ma c’erano anche generi alimentari e materie prime. L’assenza di qualsiasi misura protezionistica sulle merci importate in Roma rese, spesso, proprio queste merci prodotte nelle province dell’impero più concorrenziali, economicamente, con grave danno, spesso, proprio per i ceti possidenti romani, senza contare che proprio l’abolizione dei portoria colpì in modo inesorabile tutti coloro che si erano arricchiti proprio attraverso le società di esazione dei tributi medesimi.

Un altro duro colpo fu inferto alla nobilitas romana nel 63 d.C., con la riforma monetaria. In quell’anno, infatti, Nerone aveva ridotto di circa 1/12 il peso della moneta in rapporto alla quantità di metallo aureo o argenteo impiegato.

Se, infatti, fino a quel momento si ricavavano 40 aurei da una libbra d’oro (circa 327 grammi) e 84 denarii d’argento da una libbra d’argento, con la riforma neroniana, che puntava a ridurre il peso e, quindi, la quantità di oro e di argento impiegata nella coniazione di una moneta, poterono essere realizzati 45 aurei (e non più 40) con una libbra d’oro e ben 96 denarii (al posto dei precedenti 84) con una libbra d’argento. L’alleggerimento del peso delle monete fece sì che lo Stato riuscisse a coniare più monete con la stessa quantità di metallo e la spinta all’inflazione determinata da questa misura fu apparentemente compensata dalla circolazione di un numero assai maggiore di monete messe a disposizione delle classi meno abbienti. Questa misura fu, dunque, appoggiata dal popolo, ma avversata fieramente dai ceti possidenti che, invece, avevano sempre contato sul valore effettivo dell’oro e dell’argento posseduto, più che sulla moneta in sé. L’anno successivo, il 64 d.C., fu caratterizzato da un incendio, scoppiato nella notte tra il 18 ed il 19 luglio, che, per molti storici moderni non poteva essere stato doloso, dal momento che si era verificato in una notte di plenilunio, in cui nessuno si sarebbe arrischiato ad appiccarlo, con il pericolo di essere visto ed individuato. Tuttavia, venne attribuita proprio a Nerone la diretta responsabilità del disastro, in quanto egli, nella successiva fase della ricostruzione, si era lasciato prendere da un eccessivo entusiasmo che lo aveva spinto a far costruire la Domus Aurea e a dichiarare di voler edificare una nuova Roma. L’imperatore, a sua volta, per allontanare i sospetti che gravavano su di lui, fece credere che la responsabilità dell’incendio fosse da attribuire ai cristiani. Fu, dunque, il primo imperatore ad avviare una politica fortemente persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo, di cui pagarono le spese anche l’apostolo Pietro, crocifisso a testa in giù sul colle Vaticano, e l’apostolo Paolo che fu, invece, decapitato, nel luogo in cui oggi sorge la basilica di San Paolo.

La Basilica di San Paolo fuori le mura sorge lungo la Via Ostiense, vicino alla riva sinistra del Tevere, a circa due km fuori dalle mura aureliane. Si erge sul luogo che la tradizione indica come quello della sepoltura dell’apostolo Paolo (a circa 3 km dal luogo – detto "Tre Fontane" – in cui subì il martirio e fu decapitato); la tomba del santo si trova sotto l’altare maggiore, detto altare papale. Per questo, nel corso dei secoli, è stata sempre meta di pellegrinaggi; dal 1300, data del primo Anno Santo, fa parte dell’itinerario giubilare per ottenere l’indulgenza e vi si celebra il rito dell’apertura della Porta Santa. L’intero complesso degli edifici non appartiene alla Repubblica Italiana ma è proprietà extraterritoriale della Santa Sede.

Dal 65 in poi si ebbero diverse congiure contro Nerone. Tra queste, la più famosa fu quella dei Pisoni, ordita nell’aprile del 65 d.C., guidata da Caio Calpurnio Pisone e repressa duramente. Vi furono coinvolti anche gli scrittori Lucio Anneo Seneca e Marco Anneo Lucano che furono costretti ad uccidersi.

Una seconda congiura scoppiò in Palestina, ma fu domata, nel 66 d.C., da Tito Flavio Vespasiano che, già dal 51 d.C., era governatore dell’Africa. Egli conquistò militarmente tutte le città più importanti della Giudea e pose l’assedio alla stessa Gerusalemme. Inviò, inoltre, il generale Corbulone in una campagna militare contro i Parti per il controllo dell’Armenia. Lo scontro non ebbe né vincitori né vinti, tuttavia, i Parti riconobbero la sovranità romana sull’Armenia e questo fu un grande successo per Roma.

Questa rivolta, in realtà, fu fomentata anche dalle correnti giudaiche più intransigenti e gelose della propria identità religiosa e culturale.

Infine, nel 68 d.C., si ribellarono Giulio Vindice, comandante delle truppe stanziate in Gallia, Sulpicio Galba, comandante delle truppe posizionate in Spagna, Claudio Macro, dall’Africa, e Marco Salvio Otone comandante dell’esercito in Lusitania. Per Nerone la situazione divenne insostenibile, tanto che fu deposto e dichiarato nemico pubblico dal Senato. Così, in quello stesso 68 d.C., fu costretto a togliersi la vita.

Da Augusto a Caligola

Da Augusto a Domiziano: luci ed ombre della gestione del potere.

Augusto e la disfatta di Teutoburgo

Con Augusto nacque il principato, cioè il governo del princeps. Tale fu Augusto agli occhi dei Romani: non un sovrano, ma un princeps, cioè il “primo” tra i cittadini.

Come abbiamo visto, le vicende storiche dei secoli precedenti avevano di fatto spianato la strada a questo processo politico – amministrativo. Tutto aveva avuto inizio con la riforma dell’esercito attuata da Mario, basata sull’arruolamento volontario. Fu questo il punto di non ritorno: da questo momento in poi i soldati avrebbero mostrato fedeltà al proprio generale, piuttosto che allo Stato, con grave detrimento per la stabilità delle istituzioni repubblicane. I Romani, dunque, si sarebbero divisi tra le varie personalità dominanti, in lotta tra loro. Le tre guerre civili fra Mariani e Sillani (88 – 82 a.C), tra Cesariani e Pompeiani (49 – 45 a.C.) e, infine, tra Antonio e Ottaviano (Modena, 43 a.C.; 36 – 31 a.C.) possono essere considerate come una grave conseguenza del nuovo assetto militare voluto, tra il 107 ed il 105, da Caio Mario.

Tra le prime riforme adottate da Ottaviano, non a caso, possiamo inserire quella dell’esercito. Egli congedò circa 150.000 veterani, riducendo di molto il numero delle forze militari. Ridusse le legioni dei soldati effettivi da 65 a 25. Fondò, a difesa della persona del princeps, nove coorti di pretoriani (per un totale di 9000 uomini) guidate da un prefetto del pretorio. Aggiunse quattro coorti urbane e otto coorti di “vigili” notturni per proteggere la popolazione dagli incendi, dai furti e da ogni forma di turbamento dell’ordine pubblico. Anche la flotta fu riorganizzata e posta sotto il comando di due prefetti della flotta. Furono create, infatti, due basi permanenti (a Miseno, per il controllo del Tirreno, e a Ravenna per il controllo dell’Adriatico).

Più precisamente, Augusto assunse per sé l’imperio proconsolare maius et infinitum (più esteso di quello che generalmente veniva in passato attribuito a un singolo proconsole e non limitato ad una sola provincia) e la tribunicia potestas. Formalmente, Augusto, in quanto tribuno della plebe, aveva le stesse prerogative degli altri tribuni della plebe. Di fatto, però, Augusto non avrebbe mai potuto subire le limitazioni ed il veto che ogni singolo tribuno poteva assumere da un altro tribuno. La fama di Augusto si accrebbe e sfociò, nelle province orientali, in una vera e propria divinizzazione del princeps. In Occidente questo processo fu assai più lento e graduale, in quanto le popolazioni apparivano assai più restie a concedere onori divini ad un imperatore.

Sul piano delle riforme, cui si è accennato sopra, egli ricercò ed ottenne l’accordo tra l’ordine senatorio e quello equestre. Queste due classi sociali, dunque, si trovarono a dividersi le più importanti cariche: all’ordine equestre vennero assegnate le seguenti magistrature: 1) prefettura del pretorio, 2) prefettura dell’annona, prefettura dei vigili, prefettura della flotta, prefettura d’Egitto. All’ordine senatorio vennero concesse: 1) prefettura urbana (coadiuvata dai vigili e preposta all’ordine pubblico), 2) governatori delle province senatorie (le province imperiali erano governate da uomini di fiducia dell’imperatore), comando delle legioni. Questa suddivisione delle cariche di fatto sanciva la preferenza del princeps per l’ordine equestre, a cui aveva tra l’altro affidato la protezione della stessa sua persona.

Sul piano militare, Augusto puntò ad una stabilizzazione dei confini ed alla instaurazione di un duraturo periodo di pace. Compì delle spedizioni in Val d’Aosta, dolve furono sottomessi i Salassi, in Spagna dove, tra il 26 ed il 19 a.C. Augusto riscosse un ampio successo, in Germania e in Pannonia. Subì, però, una pesantissima sconfitta a Teutoburgo (l’odierna Kalkriese, in Germania nord – occidentale), nell’ottobre del 9 d.C. .

La Germania settentrionale era stata da poco conquistata da Druso e da Tiberio, entrambi figliastri di Augusto. Il governatore Publio Quintilio Varo marciava verso il suo quartiere invernale con ventimila uomini, seguendo il tragitto indicatogli da Arminio, capo dei Cherusci. Questi aveva militato per cinque anni nell’esercito romano. Fidandosi delle indicazioni e delle fedeltà di Arminio, Varo condusse i soldati romani lungo strade in cui erano costretti a marciare su file strette, con le armi riposte, senza inviare esploratori per osservare la situazione del luogo e gli eventuali pericoli. In realtà, Arminio stava tendendo un’imboscata ai Romani, in segno di ribellione contro la soffocante presenza romana in quella regione. Giunti in una strettoia ubicata lungo un territorio collinare e costeggiata da entrambi i lati da zone paludose, i Romani furono improvvisamente colpiti da una pioggia di massi e lance. Subito dopo i germanici di Arminio si lanciarono in massa all’assalto dei legionari romani cogliendoli di sorpresa. Quintilio Varo, per sfuggire alla cattura si tolse la vita.

Svetonio (69 d.C. circa – 130 d.C.) così racconta (I – XXIII): Graves ignominias duas omnino nec alibi quam in Germania accepit, Lollianam et Varianam, sed Lollianam maioris infamiae quam detrimenti, Varianam paene exitiabilem tribus legionibus cum duce legatisque et auxiliis omnibus caesis […] . Adeo denique consternatum ferunt, ut per continuos menses barba capilloque summisso caput interdum foribus illideret vociferans: “Quintili Vare, legiones redde!”.

Subì in tutto due sconfitte: quella di Lollio e quella di Varo. Ma mentre nella prima fu maggiore l’infamia, quella di Varo fu quasi esiziale, essendo state distrutte tre legioni con il loro comandante, i luogotenenti e le truppe ausiliarie. […] Dicono inoltre che (Augusto) fosse tanto sconvolto dal dolore da lasciarsi crescere la barba e i capelli per parecchi mesi e che, talvolta, battendo la testa contro lo stipite delle porte gridasse: “Quintilio Varo, rendimi le mie legioni!”.

(La clades Lolliana a cui Svetonio fa riferimento fece seguito alla disfatta subita dal generale, nel 17 a.C., contro i Sigambri o Sugambri, gli Usipeti e i Tencteri in territorio germanico. La clades Lolliana costò la perdita dell’intera V legione).

La sconfitta di Varo fu pesante anche dal punto di vista politico, in quanto segnò il tramonto del sogno di conquistare il territorio germanico a nord del Danubio e ad est del Reno. Questo fiume venne a costituire una sorta di pomerium germanico, cioè un confine invalicabile, un limes oltre il quale nessun legionario avrebbe potuto e dovuto spingersi.

Fu un pomerium anche dal punto di vista culturale: segnò, infatti, il “confine” tra cultura latina (irradiata nella grande area compresa tra Spagna, Francia e Italia) e cultura germanica.

La successione ad Augusto: la dinastia Giulio – Claudia

Negli ultimi anni del suo principato, Augusto si pose il problema della successione.

Dal pluridecennale matrimonio con Livia non aveva avuto figli maschi. I candidati di volta in volta prescelti morirono.

Così, nel 4 d.C., si trovò costretto ad adottare e a designare come suo successore Tiberio, nato da un precedente matrimonio di Livia con l’aristocratico Claudio Nerone, della gens Claudia.

Per effetto di tale adozione, Tiberio, della gens Claudia, si imparentò con la gens Giulia di Ottaviano. Nacque, in tal modo, la dinastia giulio – claudia che avrebbe esercitato il potere dal 14 al 68 d.C. .

I regnanti di questa linea dinastica furono: Tiberio (14 – 37 d.C.), Caligola (37 – 41 d.C.), Claudio (41 – 54 d.C.), Nerone (54 – 68 d.C.).

TIBERIO (14 – 37 d.C.)

Al contrario di Augusto, che era di famiglia equestre, Tiberio apparteneva, come si è detto, ad una gens aristocratica di grande prestigio.

Investito del ruolo di successore al principato, Tiberio si trovò di fronte ad un bivio. In quanto esponente dell’aristocrazia, egli avrebbe voluto che si ripristinassero in qualche modo la res publica e l’autorità del Senato di fatto scardinate da Augusto.

Accettando il ruolo di princeps, invece, si sarebbe reso “autore” della soppressione definitiva, anche “de iure” dell’antico ordinamento repubblicano; non accettando, tuttavia, avrebbe messo in serio pericolo l’ordine, la stabilità e la pace che con grande fatica Augusto aveva ristabilito nel suo lungo principato.

Così, nonostante le perplessità e le titubanze, Tiberio, nel 14 d.C., salì al potere, ma rifiutò sia il titolo di pater patriae, sia quello di imperator.

Nei primi anni di governo, egli mostrò grande rispetto verso il Senato a cui spesso fece ricorso per le sue decisioni.

Sul piano economico, venne istituita per la prima volta una sorta di banca di credito agricolo destinata a concedere prestiti triennali senza interesse ai piccoli proprietari terrieri. Non mancarono rivolte in Italia e nelle province che Tiberio dovette reprimere nel sangue. In particolare dobbiamo registrare l’insurrezione delle legioni romane stanziate in Pannonia, regione conquistata durante il principato di Augusto, e di quelle stanziate lungo il fiume Reno, in Germania.

Per fronteggiare quest’ultima, Tiberio affidò il comando al nipote Germanico, figlio di suo fratello Druso. L’azione di Germanico fu talmente efficace che, dopo aver ristabilito l’ordine fra le truppe romane, riportò anche una serie di successi contro le popolazioni germaniche tra il 14 ed il 16 d.C., vendicando l’umiliazione di Teutoburgo. La sua fama crebbe notevolmente, sia fra le truppe (che ne “adottarono” come mascotte il figlioletto Caio Cesare Germanico, il futuro Caligola), sia tra la stessa popolazione romana. Germanico progettò anche di combattere nei territori germanici al di là del fiume Elba per estendere la presenza romana.

Ma Tiberio, preoccupato dalla crescente gloria militare e politica di Germanico, timoroso anche del fatto che una politica estera eccessivamente espansionistica avrebbe potuto mettere a rischio la difesa dei confini già acquisiti, richiamò Germanico a Roma, nel 17 d.C., per affidargli il comando di una nuova operazione militare in Oriente, dove occorreva pacificare le popolazioni locali degli Armeni, i Parti ed i Siriaci. Proprio in Siria, ad Antiochia, Germanico morì avvelenato dal governatore Pisone.

Tiberio non fu giudicato estraneo al complotto, anche perché, eliminato Germanico (che egli aveva dovuto adottare su esplicita richiesta di Augusto), avrebbe spianato la strada alla successione al proprio figlio Druso. I sospetti influirono sul suo carattere, già per natura cupo e schivo, al punto da indurlo a distaccarsi dall’azione diretta di governo.

Così, dopo il 20 d.C., Tiberio cominciò a vivere sempre di più nella sua villa di Capri, affidandosi per il governo dell’impero a Lucio Elio Seiano, suo prefetto del pretorio.

Seiano, approfittando dell’assenza del princeps, spadroneggiò nell’Urbe, dando inizio ad una lunga fase di dispotismo e di persecuzioni. In tale clima i pretoriani acquisirono un potere sempre più ampio.

Vane furono le resistenze dell’oligarchia senatoria.

Il Senato si vide progressivamente spogliato di tutte le sue prerogative, che vennero sempre più concentrate nelle mani del princeps o, come nel caso di Tiberio, nelle mani di chi a Roma lo rappresentava, cioè Seiano.

Fu questa la fase che segnò il passaggio dal principato al dominato.

Ritiratosi definitivamente a Capri, Tiberio comunicava le sue decisioni a Roma per mezzo di lettere. Seiano, ritenendosi ormai padrone assoluto di Roma, indotto da un’ambizione sempre più grande di potere, fece avvelenare il figlio di Tiberio, Druso, sbarazzandosi del più potente dei suoi rivali al trono. Fu in questa circostanza che Tiberio decise di liberarsi di Seiano e di farlo uccidere nel 31 d.C. .

Nel 37 d.C. morì anche Tiberio con grande gioia dell’oligarchia senatoria, che in quegli anni aveva subito i tragici effetti delle delazioni e delle repressioni imposte da Seiano, ma anche delle classi popolari, cui la politica di rigore di Tiberio aveva tolto le frumentazioni, le costose feste pubbliche e le elargizioni alle quali in passato erano state abituate.

 

Politica amministrativa ed economica di Tiberio

  • eliminazione abusi nella pubblica amministrazione
  • alleviamento delle condizioni degli agricoltori attraverso una sorta di banca di credito agricolo che forniva prestiti triennali ai piccoli proprietari terrieri senza tassi di interesse
  • ricorso a collaboratori diretti per le varie funzioni economiche ed amministrative, con conseguente esautoramento delle magistrature ordinarie, come quelle dei pretori, dei censori, degli edili.
  • graduale esautoramento delle assemblee politiche che non potevano opporsi alla elezione dei cosiddetti candidati commendati, cioè “raccomandati” da Tiberio
  • riduzione delle assemblee alla semplice funzione di formale approvazione degli atti e dei progetti del principe
  • conferma della prerogativa del Senato in materia di emissione di monete, di amministrazione giudiziaria e di introduzione di nuovi culti religiosi
  • progressivo svuotamento dei poteri effettivi del Senato attraverso la cooptazione di uomini di fiducia del principe

Politica estera e militare

  • politica sostanzialmente difensiva: rinuncia ad ogni ulteriore ampliamento dei confini dell’impero
  • difesa dei confini esistenti
  • Riduzione a provincia della Cilicia e della Cappadocia (Turchia)
  • affidamento al nipote Germanico del comando militare in Germania e, successivamente, in Oriente

Caligola (37 – 41 d.C.)

Tiberio aveva designato come suo successore Gaio Cesare, figlio di Germanico. Questi era definito Caligola dalla caliga, la calzatura militare che fin da ragazzo era solito portare. La sua successione al trono, all’età di 24 anni, fu certamente favorita anche dal grande consenso popolare che aveva avuto il padre Germanico. Nei primi otto mesi del suo governo, Caligola fu abbastanza moderato: mostrò lealtà ai valori dell’antica res publica, sospese i processi di lesa maestà e restituì ai comizi le loro antiche prerogative.

Ma, trascorsi questi primi mesi di governo, cominciò a dare segni di squilibrio, instaurando un clima di terrore e di repressione e commettendo una serie di stranezze, come l’elezione a senatore del suo cavallo. Preparò anche una spedizione in Britannia che non fu, però, mai attuata. Impose il culto della sua persona, introducendo una monarchia assoluta e teocratica di stampo orientale, cui anche il Senato, per paura, dovette piegarsi.

Per queste ragioni furono ordite contro di lui tre congiure, l’ultima delle quali, nel 41 d.C., andò a segno.

 

Secondo triumvirato – età di Augusto

Il secondo triumvirato

Dopo l’uccisione di Cesare i contrasti politici tra i suoi sostenitori ed i suoi avversari si accesero notevolmente. I cesaricidi, tra i quali Caio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, videro deluse le loro aspettative di un appoggio incondizionato da parte del popolo, mentre tra i sostenitori di Cesare particolarmente duro sarebbe stato, di lì a poco, lo scontro tra Marco Antonio e Caio Ottavio, il futuro Ottaviano.

Marco Antonio, che nel 44 a.C. era console, si appropriò dei beni di Cesare e fece ampie elargizioni al popolo, a cui lesse anche le numerose disposizioni favorevoli che Cesare aveva inserito nel suo testamento. Durante la celebrazione dei funerali, tenutisi il 20 marzo, Antonio impiegò parte del patrimonio di Cesare in elargizioni al popolo e pronunziò un’orazione tanto appassionata e ricca di elogi per il dittatore ucciso da sollevare un grande focolaio di protesta del popolo contro i congiurati che furono costretti a rifugiarsi in Grecia.

Intanto Caio Ottavio, un pronipote di Cesare, adottato come figlio e come erede di ampia parte del suo patrimonio, pretese da Marco Antonio la restituzione di quanto gli spettava.

Al suo rifiuto, Ottavio (che assunse il nome adottivo di Caio Giulio Cesare Ottaviano) avvicinatosi alle posizioni del senato e di Cicerone, vendette la restante parte del patrimonio di Cesare, non ancora consumata da Antonio, oltre che il proprio patrimonio, per assolvere agli obblighi del testamento e conquistarsi il favore popolare. Antonio, che ambiva a succedere a Cesare si fece assegnare dai comizi il governo della Gallia Cisalpina che fu tolto al congiurato Decimo Bruto, al quale quel territorio era stato assegnato da Cesare. Lo scontro tra Decimo Bruto e Marco Antonio fu aspro, ma breve, e si concluse a Modena, con la vittoria di Marco Antonio, nel dicembre del 44 a.C…

 

Modena, (Mutina), fu il teatro di un nuovo scontro, nel 43 a.C., tra Ottaviano e Marco Antonio, terminato, questa volta, con la sconfitta di Antonio e la sua fuga in Gallia Narbonese, dove si unì alle truppe di Marco Emilio Lepido, governatore di quella legione.

 

Alla seconda battaglia di Modena, del 43 a.C., si era giunti in seguito alla decisione del senato di inviare Ottaviano contro Marco Antonio, accusato dall’organismo senatorio di complottare contro lo Stato.

Dopo quel fulmineo successo, Ottaviano, a soli venti anni e senza aver ricoperto cariche inferiori, decise di candidarsi al consolato, sperando nell’appoggio del senato. Ma quando quest’ultimo glielo negò, egli, seguendo l’esempio di Silla, marciò su Roma con otto legioni e si fece attribuire la carica consolare dal popolo.

Per suggellare la sua ascesa al potere, si accordò segretamente con Marco Antonio e con Marco Emilio Lepido, ai quali condonò tutte la accuse ed i provvedimenti che erano stati assunti a loro carico.

Nacque così, nel 43 a.C., il secondo triumvirato che venne ad assumere, contrariamente al primo, l’aspetto di una vera e propria magistratura, dal momento che i triumviri avevano il compito di riorganizzare lo Stato (triumviri reipublicae costituendae). Gli accordi che furono alla base della costituzione del nuovo triumvirato prevedevano l’invio di Ottaviano ed Antonio in Oriente, con l’incarico di combattere contro Bruto e Cassio in Grecia, e la permanenza, in qualità di console, di Lepido in Italia.

Il secondo triumvirato si distinse anche per il rinnovo delle proscrizioni di stampo sillano, di cui cadde vittima, con 300 senatori e 3000 cavalieri, lo stesso Cicerone. La strage di un così ampio numero di cittadini fu il prezzo pagato dagli avversari dell’uno o dell’altro triumviro per l’accordo tra uomini politici che in precedenza avevano accanitamente combattuto in schieramenti contrapposti. Ottenuto il rinnovo della carica per un quinquennio, i triumviri si spartirono le province imperiali, assumendo Antonio il comando di quelle orientali, Ottaviano di quelle occidentali e Lepido dell’Africa.

Ottaviano e Antonio affrontarono i repubblicani guidati da Bruto e Cassio a Filippi (in Tracia, al confine con la Macedonia, chiamata così in onore di Filippo il Macedone dal quale era stata ingrandita e fortificata nel 356 a.C.).

Lo scontro terminò con la piena vittoria di Ottaviano e Antonio e con il suicidio di Bruto e Cassio.

A questa battaglia è legata la celeberrima espressione ci rivedremo a Filippi, ancora oggi usata per indicare l’imminenza di una resa dei conti.

Secondo la tradizione, queste parole furono rivolte, in sogno, a Bruto dallo spettro di Cesare alcune notti prima della battaglia di Filippi. La frase è citata anche nella celebre tragedia di Shakespeare (1564 – 1616), intitolata Giulio Cesare, in cui Bruto dapprima si oppone alla congiura contro il dittatore, poi si lascia convincere a partecipare.

(La tragedia si conclude con il suicidio di Bruto e Cassio e con un accenno all’imminente scontro tra Antonio e Ottaviano, che sarà poi più diffusamente narrato nel dramma Antonio e Cleopatra. In questa seconda tragedia, Shakespeare rievoca anche l’ascesa al potere di Ottaviano dopo la sconfitta di Antonio ad Azio, nel 31 a.C.).

Stabilitosi in Egitto, Antonio sposò Cleopatra, prese stabile dimora ad Alessandria e portò avanti una politica da sovrano orientale, assumendo dei comportamenti che offrirono ad Ottaviano, a Roma, facile gioco nel metterlo in cattiva luce presso l’opinione pubblica e presso lo stesso senato.

Fu, difatti, propagata la voce che Antonio volesse fare di Cleopatra la regina di un nuovo impero. Erano i primi segnali di una nuova guerra civile, accelerata, nel 36 a.C.,dalla grande

 

vittoria sui repubblicani guidati da Sesto Pompeo, dalla rimozione di Lepido dal governo dell’Africa e dalla trasformazione del triumvirato in un duumvirato.

Ottaviano poté così scontrarsi direttamente e frontalmente con Antonio che sconfisse ad Azio, sulla costa occidentale della Grecia, il 2 settembre del 31 a.C. . Dopo la sconfitta, Antonio fuggì in Egitto, ma fu inseguito dallo stesso Ottaviano. Antonio e Cleopatra, per evitare la cattura, si uccisero nel 30 a.C. . L’Egitto, formidabile risorsa di grano, divenne un possedimento personale di Ottaviano. Con la morte di Antonio, il duumvirato si trasformò in un principato e si ebbe la fine irreversibile dell’indipendenza dell’Egitto ed il trionfo dell’Occidente sull’Oriente.

Il secolo di Augusto

Dopo il 31 a.C., Ottaviano si trovò ad essere l’unico protagonista della politica romana, nell’ambito della quale venne dunque assumendo la posizione di princeps, di arbitro indiscusso. Egli, forte dell’esperienza di Cesare, caduto vittima di una congiura repubblicana, per aver cercato di calcare eccessivamente la mano nella trasformazione politica della forma di governo, mirò soprattutto a presentarsi come il garante della pace e dell’ordine. Assunse il titolo di imperator. Suo obiettivo principale fu quello di creare un forte potere personale fondato sul controllo dell’esercito, realizzandolo, però, nel rispetto formale, anche se non sostanziale, degli ordinamenti repubblicani che, però svuotò di ogni potere, facendosi attribuire progressivamente le cariche di tribuno, di principe del senato, di censore, di console, di proconsole, di pontefice massimo ed, infine, il titolo di Augusto.

Si affermò, in tal modo, un governo repubblicano nella forma, ma monarchico nella sostanza che gli storici sono soliti definire principato, distinguendo questa fase da quella successiva dell’impero. Augusto governò dal 31 a.C. al 14 d. C., anno della sua morte avvenuta a Nola. Nel 4 d.C., scomparsi tutti i suoi eredi diretti, nominò come suo successore il figliastro Tiberio, figlio della sua terza moglie Livia, che egli adottò  e designò a succedergli.

L’età augustea fu caratterizzata, sul piano politico – militare, da un lungo periodo di pace, tant’ è che, nel 29 a.C., fu chiuso, per la prima volta dopo la prima guerra punica, il tempio di Giano e fu costruita, nel Campo Marzio, l’Ara Pacis. Augusto concluse anche la pace con i Parti, mentre dovette subire una dura sconfitta, nel 9 d.C., a Teutoburgo, a causa del malgoverno di Publio Quintilio Varo. Questi, sorpreso in un’imboscata da Arminio, capo dei Cherusci, fu duramente sconfitto, determinando, così, la fine del sogno di espansione romana a nord del Danubio.

Azione istituzionale, economica e sociale di Augusto

         rispetto formale della tradizione, sostanziale trasformazione dello Stato

         accentramento nelle sue mani delle cariche di tribuno (inviolabilità), console (potere esecutivo), censore (controllo della vigilanza sul censo e sui costumi), pontefice massimo (supremi poteri religiosi), princeps senatus (diritto di prendere per primo la parola nel Senato e di influenzarne le decisioni). Accettò il titolo di “imperator”, non, però, inteso nel senso tradizionale del termine. In genere, infatti, questo titolo era assegnato ai generali nel giorno del trionfo e solo in quella circostanza e subito dopo il trionfo doveva essere deposto.

         Per Augusto il titolo di imperator assunse una caratterizzazione completamente diversa. Non più di carattere transitorio e legato alla sola durata del trionfo, diventava una qualificazionedi carattere permanente, tanto da entrare a far parte del nome stesso della persona. Augusto, infatti, fu  chiamato: Imperator Caesar divi filius Augustus, Augusto Cesare imperatorefiglio del divino (Cesare).

         Riassetto delle finanze pubbliche, con imposizione di tre nuove tasse (sulle successioni notevoli, sulla liberazioni degli schiavi e sulle compravendite) i cui proventi vennero utilizzati per la creazione di un erario militare per stipendiare i soldati che venivano congedati, e valorizzazione dell’agricoltura (attraverso una politica puntata a consentire il ritorno alla vita dei campi delle molte persone che ne erano state allontanate a causa delle guerre).

         Riforma dell’esercito: congedo di oltre 150.000 veterani, riduzione da 60 a 25 legioni, istituzioni di nove coorti di pretoriani con un prefetto del pretorio, riorganizzazione della flotta, posta sotto il comando di due prefetti della flotta e dislocata in diverse basi, tra cui le due permanenti di Miseno e Ravenna, per il controllo, rispettivamente, del Tirreno e dell’Adriatico.

         Rafforzamento dei confini. Divisione dell’impero in province senatorie (affidate ad un proconsole di nomina senatoria) e imperiali (affidate a governatori individuati da Augusto, ed in genere, di estrazione equestre, o poste, sotto il comando dello stesso princeps, al fine di garantirsi un rapporto diretto e, quindi, il controllo dell’esercito). L’Egitto fu considerato dominio personale di Augusto, che ne controllava l’amministrazione attraverso la figura del prefetto dell’Egitto. Questa decisione era motivata dal fatto che l’Egitto era un’indispensabile fonte di grano per le frumentationes, con cui il princeps si assicurava il favore delle plebe romana. Sviluppo delle vie di comunicazione ed istituzione del cursus publicus.

         Periodo di pace offuscato dalla sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C.

         Mecenatismo culturale come organizzazione del consenso.

 Politica culturale e religiosa di Augusto

         Richiamo agli antichi valori repubblicani. Augusto colpì il lusso eccessivo con la legge suntuaria (da sumptuarius, derivato a sua volta da sumo, is, sumpsi, sumptum, sumere = prendere, spendere).

         Esaltazione dell’attaccamento alla famiglia e ai valori del matrimonio.

         Promozione della riscoperta delle origini di Roma e della sua leggendaria grandezza.

         Promozione delle arti, della letteratura e della cultura in generale. Augusto si avvale di grandi autori come Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio, ecc per la diffusione della sua politica culturale e di restaurazione morale. Attraverso il Circolo di Mecenate, il principe offre protezione ai grandi scrittori, dai quali viene spesso ricambiato con una più o meno esplicita esaltazione della sua politica di pace e di rinnovamento etico e culturale. Lo storico Tito Livio celebra nella sua monumentale opera la grandezza della Roma repubblicana destinata a consolidarsi e a rinnovarsi sotto Augusto. Virgilio, nelle Georgiche, esalta l’importanza dell’agricoltura e, nell’Eneide, celebra i valori della pìetas incarnati da Enea e nei quali il popolo romano tutto doveva identificarsi. 

         Rilancio dei culti religiosi tradizionali.

         Introduzione di un culto imperiale in Oriente, con templi e sacerdoti consacrati ad Augusto.

 

Cesare e Pompeo

ASCESA DI CESARE E PRIMO TRIUMVIRATO

Nel 61 a.C. rientrava dalla Spagna, dove aveva esercitato la carica di propretore, Caio Giulio Cesare. Egli apparteneva alla gens Iulia, una delle più antiche e nobili famiglie romane. Aveva militato tra le file dei mariani sia per fare carriera, sia per ostacolare il dominio oligarchico del senato. Tornato a Roma, Cesare fu mosso dall’intenzione di proporsi come candidato per il consolato. Al diniego del Senato, per assicurarsi la vittoria, Cesare si procurò l’appoggio dei due uomini più influenti del tempo: Pompeo e Crasso. A Pompeo garantì che avrebbe dato seguito alle richieste negate l’anno precedente dal Senato, a Crasso promise vantaggi economici per gli equites nella riscossione delle imposte nelle province. Nacque il primo triumvirato: si trattava di un accordo privato, più che di una vera magistratura, fra tre persone per la spartizione del potere. Tale accordo fu formalizzato nel 60 a.C. attorno ai seguenti punti: 1) elezione di Cesare a console nel 59 a.C.; 2) approvazione di una nuova legge per la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo e ratifica delle decisione assunte da quest’ultimo in Oriente dopo la vittoria su Mitridate; 3) riduzione di un terzo del canone di appalto per la riscossione delle imposte in Asia, come richiesto da Crasso. Cesare, tuttavia, mirava ad accrescere il suo prestigio militare allo scopo di procurarsi un esercito proprio e di ottenere il favore popolare. Pertanto, chiese ed ottenne l’assegnazione per cinque anni consecutivi, come proconsole, del governo della Gallia Cisalpina e Narbonese e dell’Illirico. Nel 58 a.C., partì alla volta della Gallia, non prima di aver fatto allontanare Marco Porcio Catone (inviato come propretore a Cipro, dove rimase fino al 56 a.C.) Cicerone (condannato all’esilio)[1].

La scelta di Cesare ricadde sulla Gallia Narbonese, in particolare, perché essa confinava con il vasto territorio della Gallia transalpina, che comprendeva la Francia attuale, il Belgio e l’area germanica della riva sinistra del Reno. Altrettanto strategica fu la scelta della Gallia Cisalpina. Su questo versante, infatti, le minacce degli Elvezi ai confini della provincia consentirono a Cesare di intervenire rapidamente. L’intesa tra Cesare, Pompeo e Crasso, infatti, fu rafforzata nel 56 a.C. con l’accordo di Lucca: Pompeo avrebbe ottenuto il comando delle province iberiche, Crasso quello della provincia di Siria, Cesare guadagnò il prolungamento del suo mandato in Gallia per altri cinque anni.

Nel giro di alcuni anni la Gallia fu completamente  sottomessa con la vittoria riportata nel 52 a.C. da Cesare su Vercingetorige nella battaglia di Alesia. [2]

Nei due anni seguenti, Cesare consolidò le sue posizioni sottomettendo totalmente la Gallia. Egli perpetuò il ricordo delle sue imprese e del suo trionfo nell’opera De bello Gallico.[3]

Guerra civile tra Cesare e Pompeo

L’ incontro a Lucca consolidò l’accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso, sancendo la divisione delle province per cinque anni fra i tre comprimari della politica romana. Tuttavia, la morte di Crasso in Mesopotamia, a Carre, nel 53 a.C., ma soprattutto la prematura scomparsa di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, ebbero effetti devastanti sull’equilibrio politico. Il triumvirato aveva, infatti, evitato la riproposizione di un nuovo scontro tra due grandi personalità come era già accaduto al tempo di Mario e Silla. Con la scomparsa di Crasso, invece, Cesare e Pompeo si trovarono a condividere il potere e lo scontro tra i due divenne inevitabile. La tensione si acuì inevitabilmente dopo la morte di Giulia che costituiva l’ultimo grande legame tra i due. In un contesto sociale caratterizzato da tumulti e spargimenti di sangue, il Senato affidò, nel 52 a.C., a Pompeo l’incarico di consul sine collega, conferendogli una forma di dittatura denominata, però, con un nome differente. Pompeo si schierò, dunque, con il Senato e ciò mise in allarme Cesare, soprattutto dopo l’approvazione da parte del Senato della revoca a Cesare del comando militare in Gallia e dopo l’intimazione a tornare in patria da privato cittadino, per evitare di essere dichiarato nemico della patria.

Cesare varcò il Rubicone, alla testa del suo esercito, nel 49 a.C., dando inizio alla guerra civile che durò ben quattro anni. Preso alla sprovvista, Pompeo, impaurito, fuggì a Brindisi, insieme a molti senatori ed ai consoli Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello. Da Brindisi Pompeo si diresse in Epiro, dove organizzò un esercito di ben undici legioni ed una flotta di 600 navi, e di lì giunse in Grecia.

 

A Roma, intanto, Cesare divenne padrone assoluto e riuscì a convincere i senatori che non avevano lasciato la città a passare dalla sua parte. Da Roma organizzò una spedizione in Spagna, dove sbaragliò rapidamente le truppe pompeiane ivi stanziate. Subito dopo, mosse alla volta della Grecia. Lo scontro decisivo avvenne a Farsàlo, in Tessaglia, nel 48 a.C. e si risolse con una strepitosa vittoria di Cesare. Pompeo si rifugiò in Egitto, presso Tolomeo  che, tuttavia, lo fece assassinare e decapitare, per ingraziarsi il favore di Cesare. Ma Cesare fece destituire Tolomeo dal trono che affidò alla sorella Cleopatra (marzo del 47 a.C.).  Prima di rientrare in Italia sconfisse Farnace, figlio di Mitridate VI, a Zela (oggi Zile, in Turchia), ottenendo una vittoria così rapida (in soli cinque giorni) che inviò la notizia al Senato con la frase veni, vidi, vici. Farnace aveva cercato di ribellarsi ai Romani che controllavano il Ponto, spinto dalla volontà di ricostituire il regno paterno.

 

I pompeiani superstiti, tra cui Gneo e Sesto Pompeo (figli del generale sconfitto) e Marco Porcio Catone Uticense (pronipote del censore Catone) si erano intanto organizzati in Africa, dove si erano alleati anche con Giuba, re di Numidia, figlio di Iempsale II. In Africa le forze dello schieramento senatoriale, guidate da Quinto Cecilio Metello Scipione e da Giuba si scontrarono con l’esercito di Cesare, che ebbe un nettissimo sopravvento, a Tapso (odierna Ras Dimas, in Tunisia), il 6 febbraio del 46 a.C.

 

 

La tradizione narra che l’esercito di Cesare avesse ucciso circa 10.000 soldati dello schieramento dei Pompeiani che, peraltro, avrebbero voluto arrendersi a lui. Questa notizia contrasta con la fama di Cesare, noto come generoso nel gestire le vittorie, soprattutto nei confronti dei nemici catturati. Si pensa, però, che Cesare avesse avuto un attacco epilettico durante la battaglia e che, pertanto, non avesse il pieno controllo dell’esercito e dei suoi soldati quando fu compiuta la carneficina. Dopo aver assediato ed espugnato Tapso, Cesare conquistò Utica, dove si trovava Catone con le sue truppe. Catone, per non cadere nelle mani dell’avversario, si tolse la vita, morendo da eroe.[4] Secondo Plutarco, Cesare, appresa la notizia della sua morte, avrebbe esclamato: “Catone, ti invidio la tua morte, come tu hai invidiato che io potessi salvarti la vita”.

Le due vittorie a Tapso e ad Utica consegnarono l’Africa a Cesare. Tuttavia i figli di Pompeo ed altri pompeiani si rifugiarono in Spagna. Qui, il 7 marzo del 45 a.C., a Munda, nel sud della Spagna si svolse l’ultima grande battaglia. Morirono il generale Tito Labieno e Gneo Pompeo (il figlio maggiore di Pompeo). Cesare tornò da trionfatore a Roma, dove assunse il titolo di dittatore perpetuo. Dopo la vittoria di Munda, Cesare conquistò alla sua causa altre regioni della Spagna che in precedenza avevano giurato fedeltà ai seguaci di Pompeo e alla causa repubblicana.

Età di Cesare

Con la pacificazione della Spagna, Cesare si ritrovò praticamente senza avversari e a Roma, sempre nel 45 a. C., assunse il titolo di dittatore, come si è già detto. Si fece anche nominare tribuno della plebe, garantendosi le prerogative tribunizie dell’inviolabilità e del diritto di veto, nonché pontefice massimo. Concentrò, di fatto, nelle sue mani tutti i poteri di un re.

L’anno seguente, il 15 marzo, Cesare fu assassinato dai repubblicani guidati da Bruto e Cassio. Ormai, però, la res publica era destinata a tramontare. Ad approfittare della situazione, come vedremo, sarà il nipote di Cesare, Caio Ottavio, poi divenuto Ottaviano Augusto.

Riforme di Cesare

Le riforme di Cesare investirono l’aspetto giuridico, l’aspetto economico, il campo sociale, le colonie.

In campo giuridico: cercò di rafforzare l’autorità dello Stato assecondando gli interessi di tutte le classi sociali. Deliberò che fosse punito il delitto politico e la condanna a morte di un cittadino senza regolare processo.       

In campo economico: promosse le attività agricole, industriali e commerciali e puntò a risanare le finanze dello Stato.

In campo sociale: riprese la politica riformatrice dei Gracchi, distribuendo terre ai soldati veterani e ai cittadini meno abbienti. Protesse la piccola proprietà terriera contro il grande latifondo, impiegò le masse dei disoccupati in grandi opere pubbliche. Razionalizzò il sistema delle distribuzioni pubbliche di grano, facendo in modo che ne usufruisse solo chi ne avesse avuto veramente bisogno, dimezzando, a tal fine, il numero di coloro che potevano disporne. Garantì a molti proletari una dignitosa sistemazione fuori Roma in colonie appositamente fondate.

In campo politico – amministrativo: puntò a rafforzare l’ordine pubblico; inviò  80.000 cittadini nelle colonie anche al fine di ripopolare le campagne, ma soprattutto per romanizzare le province. Promulgò la Lex Iulia municipalis per l’amministrazione dei municipi italici (….); aumentò il numero dei magistrati; portò da 600 a 900 il numero dei senatori, facendo entrare in questo consesso molti uomini di sua fiducia; fece conferire la cittadinanza romana a molti abitanti delle province, nell’ottica di una sempre maggiore integrazione tra Roma e le province. Infine, riformò il calendario (da lui detto giuliano), aggiungendo 10 giorni ai 355 già previsti con l’inserimento di un giorno in più (quello bisestile) ogni quattro anni.

Gravi errori furono, però, commessi da Cesare in campo istituzionale.

Convinto com’era, infatti, dell’esigenza di un forte rinnovamento delle istituzioni e, soprattutto, della necessità di un governo forte ed unitario, concentrò nelle sue mani tutto il potere, trasformando la dittatura decennale, conferitagli dal Senato nel 47 a.C., in dittatura vitalizia e appropriandosi del titolo di imperator, che prima spettava, in ambito militare, solo ai generali e solo nel momento del loro trionfo. Ne scaturì un forte ed esasperato svuotamento delle vecchie istituzioni repubblicane che mise in allarme i sostenitori della tradizione repubblicana. Per questa ragione, fu organizzata una congiura contro il dittatore, guidata da Caio Cassio Longino ed il figliastro di Cesare Marco Giunio Bruto, che avevano sostenuto la causa pompeiana ed erano poi stati perdonati da Cesare.

Il 18 marzo del 44 a.C. Cesare sarebbe dovuto partire per una spedizione contro i Parti per vendicare l’uccisione di Crasso. Per il 15 marzo, tre giorni prima della partenza, era fissata l’ultima seduta pubblica del Senato, a cui Cesare decise di partecipare, nonostante gli fossero giunte voci e premonizioni che facevano ipotizzare una congiura. In quella circostanza Cesare fu colpito da ventitré pugnalate, simbolicamente proprio ai piedi della statua di Pompeo.


[1] Nel 58 a.C. il tribuno della plebe Clodio Pulcro, ostile al grande oratore per un precedente processo intentato contro di lui per sacrilegio, aveva fatto approvare, su sollecitazione di Cesare, una legge con la quale si condannava all’esilio chiunque avesse fatto condannare a morte un cittadino senza il beneficio della provocatio ad populum. Il provvedimento ebbe valore retroattivo e colpì lo stesso Cicerone. In realtà, si trattò di un’abile mossa politica di Cesare, realizzata attraverso Clodio, per allontanare da Roma un potenziale avversario politico, prima della sua partenza per la Gallia.

La provocatio ad populum era una delle istituzioni fondamentali del diritto pubblico romano, in particolare nel periodo repubblicano. Essa fu introdotta dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C.. La legge prendeva il nome dal console Publio Valerio Publicola (560 – 503 circa a.C). Il soprannome Publicola, talvolta sostituito dalle forme grafiche Poplicola o Poplicula,  significava amico del popolo. La provocatio ad populum ammetteva la possibilità, per chi fosse stato condannato a morte, di ottenere la trasformazione della pena capitale in altra pena mediante il giudizio popolare. Scomparve definitivamente nel periodo dell’impero.

[2] l’attuale Alise Sainte Reine in Borgogna in Francia centro – occidentale.

[3] I Commentarii de bello Gallico descrivevano le operazioni militari in Gallia. Si compongono di otto libri, di cui sette sicuramente attribuibili a Cesare. L’ultimo fu scritto da Aulo Irzio, luogotenente di Cesare in Gallia.

Nei Commentarii de bello civili, invece, Cesare espose, in tre libri, i primi due anni dello scontro con Pompeo, dal passaggio del Rubicone alla sconfitta di Pompeo a Farsalo ed alla sua fuga in Egitto.

[4] La figura di Catone l’ Uticense assunse, fin dall’ antichità le proporzioni di un simbolo universale. La sua azione politica e la sua statura morale vennero esaltate, nel I secolo d.C., dal poeta Marco Anneo Lucano, nell’opera intitolata Pharsalia (o  Bellum civile), dove l’Uticense assurge a simbolo di fedeltà eroica e di libertà politica difese strenuamente, fino al gesto estremo del suicidio.

Nel Medioevo Catone, in quanto uomo giusto, severo, pio e coerente, divenne simbolo della libertà spirituale dell’uomo dalla schiavitù del peccato. Dante lo pose a custodia del Purgatorio, di quel regno, cioè, in cui le anime si liberano della loro condizione di peccato per poi divenire degne di accedere al Paradiso. In virtù della presenza di Catone, il Purgatorio diventa il regno della libertà. Non a caso Virgilio, per propiziare l’assenso di Catone al proseguimento del viaggio di Dante: Or ti piaccia gradir la sua venuta: / libertà va cercando, ch’è sì cara, / come ben sa chi per lei vita rifiuta. / Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara / in Utica la morte … (Purgatorio, I vv. 70 – 74).

Anche Dante, dunque, cercherà, infatti,  quella libertà per la quale Catone aveva sacrificato la sua vita. Una libertà morale che comprende anche la libertà politica e che si esprime attraverso la coerenza dei gesti e delle azioni.

 

Pompeo e Crasso

Pompeo e Crasso

La morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C., non placò i contrasti e le tensioni che scuotevano la società romana.

Dopo la scomparsa di Mario, molti suoi sostenitori si erano rifugiati in Spagna ed avevano ricostituito le loro forze attorno a Quinto Sertorio, un ex ufficiale di Mario che, tra l’ 83 e l’ 80 a.C., aveva istituito un governo autonomo con il consenso delle popolazioni locali. Nel 76 a.C. il Senato inviò in Spagna Pompeo Magno, di nobile famiglia italica[1], distintosi come luogotenente di Silla nella guerra civile contro Mario. Sertorio vinse più volte contro le truppe di Pompeo, prevalendo militarmente con le sue azioni di guerriglia sulla tattica troppo avventata e spregiudicata dell’avversario. Tuttavia, fu tradito da Marco Perperna, il suo maggiore collaboratore. Nel 72 a.C., quindi, Sertorio fu avvelenato durante un banchetto. In quello stesso anno la Spagna rientrò sotto il controllo romano.

                                       

Spartaco e la rivolta degli schiavi

In Italia Pompeo, insieme a Marco Licinio Crasso, affrontò le ultime fasi di una grave rivolta scoppiata nel 73 a.C.: quella degli schiavi e dei gladiatori. Questi ultimi erano schiavi di guerra e venivano costretti a combattere, per il divertimento del pubblico, nei ludi gladiatori o contro gli animali.

Questo nuovo fronte di guerra era iniziato con l’insurrezione degli schiavi della scuola di gladiatori di Capua contro le disumane condizioni di vita imposte loro dal lanista Lentulo Battiato.

Alla guida della rivolta si era posto Spartaco, uno schiavo proveniente dalla Tracia. Agli schiavi ribelli si erano uniti anche molti uomini liberi, scontenti delle loro condizioni economiche e, tra questi, in particolare, i piccoli contadini italici. L’esercito degli insorti, già forte di settantamila uomini, raggiunse le centocinquantamila unità. Spartaco inizialmente riportò diversi successi. Nel 71 a.C., però, i ribelli furono sconfitti da otto legioni guidate da Crasso in una battaglia combattutasi presso il fiume Sele, nella quale morirono 60.000 schiavi e lo stesso Spartaco. Sorte peggiore toccò a 6000 prigionieri che vennero crocefissi lungo la via Appia. Alla vittoria finale concorse anche Pompeo che stava tornando con le sue truppe dalla Spagna.

 

 

 

 

Il consolato di Pompeo e Crasso

I successi militari resero Pompeo e Crasso gli uomini più influenti della scena politica romana. Tra i due vi era una naturale rivalità politica: il primo, infatti, discendeva da una nobile famiglia del Piceno, il secondo, invece, era un importante esponente degli equites. Il Senato sperava che i due esponenti si combattessero e si neutralizzassero a vicenda. Ma così non fu: anzi, Pompeo e Crasso si allearono e si candidarono insieme al consolato per il 70 a.C., nonostante Pompeo non avesse ricoperto alcuna magistratura del cursus honorum.[2] Per guadagnare il consenso della plebe e di quei nobili moderati che si erano schierati contro Silla, Pompeo e Crasso, durante il consolato, smantellarono le leggi Cornelie, ripristinarono il potere di veto dei tribuni della plebe, il ruolo dei cavalieri nei tribunali, la censura abolita da Silla, nonché il ruolo degli equites nel sistema tributario delle province asiatiche. Allo scadere del mandato, Pompeo visse da privato cittadino fino al 67 a.C., quando gli venne conferito l’imperium infinitum per tre anni delle operazioni militari contro i pirati che infestavano le coste della Cilicia e del Mediterraneo, rendendo difficili i traffici marittimi da Roma e per Roma. Gli furono sufficienti solo tre mesi per porre fine alle incursioni dei pirati.

 

 

 

 

Nuova guerra mitridatica

Nel 66 a.C. Pompeo ottenne il comando di una seconda guerra contro Mitridate Eupatore. Il sovrano del Ponto si era impadronito del vicino regno di Bitinia, dopo che il re Nicomede III, morto nel 74 a.C. senza figli, aveva lasciato il regno in eredità al popolo romano.

Già nel 68 a.C. Roma aveva inviato delle truppe al comando di Lucio Licinio Lucullo. Questi, però, fu costretto ad abbandonare il comando per una insubordinazione dei suoi soldati. L’azione di Pompeo fu ancora una volta risolutrice, sia sul piano militare, sia su quello diplomatico. Su questo fronte, infatti, egli riuscì a dividere Mitridate e Tigrane, il re dell’Armenia che si era precedentemente alleato con l’Eupatore. Pompeo ottenne la vittoria definitiva nel 66 a.C., presso il fiume Halys, nell’odierna Turchia.

Tra il 64 ed il 62, Pompeo rese il Ponto, la Cilicia e la Siria province romane, mentre l’Armenia, la Cappadocia, la Galazia, la Colchide e la Giudea divennero stati vassalli di Roma. La Giudea era stata inglobata, dopo la morte di Alessandro Magno, nel Regno di Siria. Si era liberata dal giogo siriaco nel 168 a.C., sotto la dinastia degli Asmonei che avevano guidato la rivolta giudaica contro i Seleucidi.

 

Situazione a Roma durante l’assenza di Pompeo: la congiura di Catilina

Intanto, a Roma, corruzione e malcontento serpeggiavano un po’ dovunque. In questo contesto maturò la congiura di Catilina (108 – 62 a.C).

Lucio Sergio Catilina era nato da nobile famiglia nel 108 a.C. e aveva mosso i primi passi della sua carriera politica nelle file dei seguaci di Silla, dimostrando una grande brama di potere. Catilina aspirava al consolato, anche nella speranza di risolvere problemi economici personali. Una sua prima candidatura, nel 65, fu bocciata dal Senato perché sulla sua fedina penale gravava una denuncia per guadagni illeciti. Partecipò, quindi, ad un primo tentativo di congiura, che puntava all’assassinio dei consoli in carica quell’anno, cioè Lucio Manlio Torquato e Lucio Aurelio Cotta, ma questo piano eversivo fallì. Nel 63 Catilina si candidò nuovamente al consolato, appoggiato dalla plebe romana e da vecchi seguaci di Silla, poi caduti in disgrazia. Alla base del suo programma vi era la promessa di una più equa ripartizione delle terre dell’ager publicus e dei bottini di guerra. Ma fu sconfitto dal più grande oratore romano, Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a.C.). Catilina accusò Cicerone di brogli elettorali ed organizzò una nuova congiura. Cicerone, scoperte le prove dei piani di Catilina, lo accusò pubblicamente in Senato, pronunciando le orazioni passate alla storia con il nome di Catilinarie. Fece arrestare molti congiurati e li fece giustiziare illegalmente, senza concedere loro il beneficio della provocatio ad populum. Catilina ripiegò verso l’Etruria dove continuò a combattere, allestendo un proprio esercito. Morì eroicamente a Pistoia, nel 62 a.C., nel corso degli scontri con l’esercito romano.

Come Caio Mario, anche Cicerone era un homo novus della politica romana. Egli, però, non fu un generale, ma un uomo di cultura e sosteneva gli ideali e gli interessi della nobiltà senatoria. Forte del grande prestigio personale acquisito, Cicerone cercò di promuovere un progetto politico fondato sulla concordia ordinum, cioè sull’accordo di tutti i ceti sociali e di tutte le fazioni politiche. L’oratore aveva individuato in Pompeo la figura più adatta per realizzare questo disegno. Tuttavia molti esponenti della classe senatoria diffidavano di Pompeo, timorosi che egli mirasse ad un potere personale e dispotico.

Il ritorno di Pompeo a Roma

Pompeo tornò dall’Oriente nel 62 a.C.. Giunto a Brindisi, aveva chiesto di poter entrare trionfalmente a Roma con il suo esercito, ma il Senato oppose un deciso rifiuto, dal momento che ciò avrebbe violato la norma sillana relativa al pomerium. Pompeo, contrariamente alle aspettative congedò l’esercito e si avviò verso Roma accompagnato solo da una folla di civili. A Roma, però, dovette subire un altro rifiuto del Senato. Questa volta il generale si vide negare la ratifica di tutti gli ordinamenti politici introdotti in Asia, delle alleanze, nonché della concessione del secondo consolato e  della distribuzione di terre per i suoi veterani. Fu in seguito al rifiuto opposto dal Senato che Pompeo passò dalla parte dei cavalieri e dei populares.


[1] Gneo Pompeo Magno (106 – 48 a.C.) apparteneva alla gens Pompeia, di tradizione rurale e plebea che solo da pochi decenni aveva raggiunto il lignaggio della nobiltà. Suo padre, Pompeo Strabone, era stato il primo della sua famiglia ad accedere, come homo novus, ai gradi più alti del cursus honorum romano. Era diventato console nell’89, durante la guerra sociale. In quel contesto si era distinto nella lotta contro gli alleati italici del Nord e del centro dell’Italia. Si era fatto inoltre promotore, sempre nell’ 89, della Lex Pompeia de Transpadanis, che prevedeva la concessione del diritto latino ai Transpadani. Il diritto latino (in latino: ius Latii o Latinitas o Latium) era una condizione giuridica intermedia tra lo stato di non cittadino e la piena cittadinanza romana. Secondo alcuni studiosi, fu proprio Strabone  a proporre a Roma di estendere il diritto latino anche ad altri alleati italici.

[2] Il cursus honorum prevedeva, come tappe iniziali, la questura, l’edilità e la pretura. Poteva diventare tribuno della plebe chi fosse già stato questore  ed edile. Gli ex consoli potevano accedere alla censura o alla dittatura.

Il primo passo era quello di Questore (quaestor). I candidati dovevano avere almeno 30 anni. I patrizi potevano anticipare la loro candidatura di due anni, per questa come per la altre cariche. I questori si occupavano dell’ amministrazione finanziaria di Roma oppure si ponevano al seguito dei governatori. L’elezione a questore comportava automaticamente l’accesso al Senato.

A 36 anni, gli ex questori potevano candidarsi  per la carica di Edile (aedilis). Gli edili erano solitamente due patrizi e due plebei. Questo passaggio era facoltativo.

I Pretori (Praetor) dovevano aver compiuto almeno 39 anni. Principalmente avevano responsabilità giudiziarie a Roma. Tuttavia potevano anche comandare una legione e avere l’incarico di governare, alla fine del loro mandato, province non assegnate ai consoli.

La carica di Console (consul) era la più prestigiosa e la più importante di tutte. L’età minima per accedervi era di 42 anni (con la riforma di Augusto fu abbassata a 33 anni). I nomi dei due consoli eletti identificavano l’anno. I consoli erano responsabili dell’azione politica, del comando di eserciti di grandi dimensioni e governavano, alla fine del loro mandato, province importanti. Un secondo mandato come console poteva essere tentato solo dopo un intervallo di 10 anni.

L’ufficio di Censore (censor) era l’unico con una durata di diciotto mesi anziché dodici. I censori venivano eletti ogni cinque anni ed erano responsabili dello vita morale dello Stato. Selezionavano i membri del Senato e potevano decretarne l’espulsione, la causa più frequente era l’indebitamento eccessivo di un membro del Senato. Si occupavano anche dei grandi lavori pubblici.

La carica di Tribuno della plebe era un passo importante nella carriera politica di un plebeo, anche se non faceva parte del cursus honorum. La sua rilevanza era dovuta all’assoluta inviolabilità della sua persona (tale norma sacra fu violata solo nella circostanza dell’assassinio di Tiberio  Gracco).

Altre importanti cariche Romane, al di fuori del cursus honorum, erano il Governatore (gubernator) (Proconsole), il Pontefice massimo (pontifex maximus), ed il Princeps senatus (presidente del Senato).

 

Storia I parte: concetto di Medioevo – feudalesimo – nuova dimensione geo – politica e sociale

Il concetto di Medioevo

Il termine Medioevo indica età di mezzo ed è una definizione che risale alla tradizione umanistica, i cui rappresentanti vedevano nell’epoca precedente alla loro uno strappo rispetto al mondo classico. Il Medioevo, in sostanza, rappresentava quel lungo intervallo di circa dieci secoli tra l’Antichità e l’inizio dell’età moderna. Al termine si associò una connotazione negativa, sia da parte degli intellettuali umanisti sia da parte degli illuministi. Questi ultimi, in particolare, vedevano nell’età di mezzo una fase di oscurantismo e di oblio della ragione, determinato dai fanatismi e dai dogmatismi religiosi. Oggi, invece, la storiografia ha notevolmente rivalutato quest’epoca, vedendo in essa una fase storica importante, densa di processi politici e sociali che furono alla base del successivo costituirsi degli Stati nazionali europei. L’Europa dell’Alto Medioevo, caratterizzata dal proliferare dei regni romano – barbarici e, in seguito, dalla restauratio imperii carolingia, sarà il luogo in cui si fonderanno e si armonizzeranno (spesso a prezzo di conflitti e di incomprensioni) la storica e grande eredità greco – romana con la civiltà delle popolazioni germaniche del Nord. Tale fusione avverrà, prevalentemente, intorno alla comune adesione al Cattolicesimo.

 

Il feudalesimo e il villaggio feudale

L’esigenza fondamentale di Carlo Magno e dei sovrani carolingi successivi fu quella di

evitare che la nobiltà locale potesse prendere il sopravvento rispetto al potere centrale. Per tale ragione, Carlo Magno decise di riprendere un’antica usanza della tradizione franca fondata sul vassaticum, o vassallaggio, attraverso il quale il signore riconduceva il vassallo alla fedeltà nei suoi confronti, in cambio della concessione di un feudo, o beneficio, in genere un possedimento terriero. Il feudalesimo, come sistema centralizzato di potere, nasce dunque con Carlo Magno.

Questa forma di organizzazione, che troverà la sua piena maturazione intorno all’anno Mille, è stato definito dagli storici sistema vassallatico – beneficiario o feudale. Il sistema di relazioni interpersonali fu tale che, con il passare del tempo, i vassalli ebbero, come loro sottoposti, i valvassori e questi ultimi i valvassini.

L’efficacia del sistema era legata alla revocabilità del feudo: il signore poteva riprendersi il feudo o dopo la morte del vassallo o, in caso di gravi motivi, anche quando il vassallo era ancora in vita. Era proprio il timore di perdere il beneficio ottenuto a rinsaldare i legami tra vassallo e signore.

L’investitura feudale

Il termine “feudalesimo” risale alla radice germanica “fehu[1] che significa bestiame.

Dal punto di vista economico, infatti, il feudalesimo era fondato sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame e presupponeva l’esistenza di una forte aristocrazia terriera detentrice del potere politico, di quello economico e di quello giudiziario.

Il sistema vassallatico era un patto reciproco tra signore e vassallo ed implicava anche un vincolo di carattere morale, oltre che economico e politico. Piuttosto articolata e complessa era anche la cerimonia rituale dell’investitura che possiamo delineare attraverso le seguenti fasi:
 
 1: il giuramento ed il gesto rituale dell’ immixtio manuum in una miniatura del XIV secolo.
 

1)     il nuovo vassallo si inginocchiava di fronte all’imperatore

2)     poneva le mani giunte in quelle del signore, secondo il gesto simbolico dell’ immixtio manuum, o intreccio della mani

3)     attraverso una breve formula, il vassallo si riconosceva “uomo” dell’imperatore (homo, da cui deriva la parola “omaggio”)

4)     all’omaggio e al giuramento di fedeltà faceva seguito l’ investitura: il signore consegnava al vassallo un oggetto, simbolo del potere feudale, come uno scettro, un bastone, una zolla di terra, un guanto o un anello.

Il vassallo, accolto nella “famiglia” del sovrano, doveva, come un figlio e più di un figlio, garantire obbedienza, sostegno e lealtà al suo signore. Quest’ultimo, però, doveva garantire al suo sottoposto la massima protezione attraverso il potere del “mundio”, difenderlo anche con le armi, se fosse stato necessario, ma punirlo severamente, come un padre deve fare con il proprio figlio, se il vassallo lo avesse tradito. Il giuramento di fedeltà aveva un carattere sacro: il feudatario che lo avesse violato veniva emarginato dalla comunità ed era bollato con l’infamante denominazione di “fellone”, un marchio che lo disonorava per sempre, privandolo di ogni diritto.

Rapporti di vassallaggio potevano essere realizzati tra i membri della società anche a livelli diversi da quello che vincolava il vassallo al sovrano. Possiamo così parlare di feudi e di feudatari maggiori, con riferimento ai vassalli che ricevevano l’investitura direttamente dal re. Ma questi, soprattutto nel caso in cui non fossero stati in grado di amministrare direttamente i terreni loro concessi, potevano nominare ed “investire” anche dei feudatari minori, definiti “valvassori” che, a loro volta, potevano nominare altri feudatari minori, detti “valvassini”.

 

 
 
 
 

Il sistema curtense
L’organizzazione feudale fondava le sue basi economiche sulle nuove strutture di produzione determinatesi nel campo dell’agricoltura, settore preponderante.

 

Figura 4: il villaggio feudale con la curtis. Si notino la "pars dominica", o terra padronale, e la "pars massaricia", o parte colonica.

 

La struttura fondamentale era rappresentata dalla curtis, o villa. La curtis rientrava nell’ambito della grande proprietà fondiaria che poteva appartenere o al sovrano o ai nobili o alla Chiesa. Essa si componeva di due parti principali: la pars dominica, e la pars massaricia.

La pars dominica era gestita direttamente dal signore e comprendeva la dimora del signore, gli alloggi dei servi, le stalle, le cantine, i magazzini, i laboratori, i ponti e i forni. La pars dominica costituiva anche la “riserva” del signore. Essa poteva includere anche ampie distese di pascoli e boschi e poteva essere coltivata da servi prebendari che, in cambio, ricevevano il vitto.

La pars massaricia era un insieme di poderi di non grandi dimensioni, detti mansi, la cui coltivazione era affidata ai servi casati, così definiti perché abitavano in una loro casa. La pars massaricia poteva essere anche data in affitto a contadini, o coloni, di libera condizione che, però, in cambio, dovevano corrispondere un canone in natura e / o in danaro e, spesso, dovevano assicurare delle giornate lavorative, dette corvées[2].

L’agricoltura veniva praticata con tecniche piuttosto semplici e rudimentali. Dei campi potevano essere lavorati per diversi anni consecutivi per poi essere lasciati a lungo a riposo, per far recuperare loro la fertilità del suolo.

L’economia curtense si basava prevalentemente sull’autosufficienza e sull’autoconsumo per la comunità. Ciò ha spinto, in passato, molti studiosi a parlare di economia chiusa. Tuttavia, non si è escluso che, in alcuni casi, si verificassero degli scambi, o in moneta o sotto forma di baratto, proprio lì dove tale autosufficienza non poteva essere raggiunta o lì dove vi fosse un’eccedenza di prodotti tale da consentirne la commercializzazione o lo scambio con altri prodotti, soprattutto per quelli dell’artigianato. Per questo motivo, la concezione del sistema curtense come modello di economia chiusa è stato in parte superato.

 

I presupposti del feudalesimo

Il feudalesimo trova le sue radici nei presupposti economici e sociali preesistenti, afferenti sia alla tradizione romana del Tardo Impero, sia al costume germanico.

Nelle antiche ville dei latifondi romani il proprietario, protetto dai suoi fedeli, imponeva la sua ferrea volontà su tutti coloro che si trovassero sotto la sua dipendenza. Nei momenti più critici dell’impero, ogni villa costituì un mondo economicamente chiuso ed autosufficiente, uno spazio economico e sociale entro il quale i proprietari, a guisa di veri e propri signorotti, godevano di un potere molto rilevante.

 

Presso i popoli germanici era invalsa l’usanza che il sovrano distribuisse terre ai loro più stretti collaboratori. I beneficiati avevano obblighi di lealtà nei confronti del re ma, a loro volta, potevano contare sulle prestazioni e sui tributi da parte dei loro sottoposti.

 

Dopo Carlo Magno, i feudatari cominciarono ad imporre sempre di più la loro tendenza all’autogoverno, soprattutto nei momenti di maggiore debolezza del potere centrale. Essi, infatti, dettero presto vita ad una lunga lotta per eliminare la “revocabilità” del feudo avuto in investitura, al fine di poterlo lasciare in eredità ai figli. Inizialmente, essi incontrarono la ferma resistenza dei sovrani, poiché la revocabilità del feudo era la garanzia più ampia della lealtà dei vassalli. Tuttavia, nell’ 877 Carlo il Calvo dovette accontentare le richieste dei feudatari, rendendo, con il Capitolare di Quierzy, ereditari i feudi maggiori. Il 28 maggio del 1037, infine, l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico Corrado II sancì, con la Constitutio de feudis, l’ereditarietà dei feudi minori, cioè di quelli di minore estensione e importanza, concessi dai vassalli ai valvassori e da questi ai valvassini.

 Occorre anche sottolineare che, a partire da Carlo Magno, furono concessi feudi anche ai prelati delle sfere più alte della Chiesa, come gli abati e i vescovi. Per questo motivo, accanto alla nobiltà laica, si affermò anche la nobiltà ecclesiastica e ciò accrebbe ulteriormente i possedimenti ed il potere della Chiesa.  

 

La nuova dimensione storica e geo – politica

Sul piano storico – politico, l’età medievale vede lo spostamento del teatro d’azione dal Mediterraneo all’Europa centro – occidentale e, in quello che un tempo era lo spazio unitario dell’impero romano, l’affermarsi di tre grandi civiltà di riferimento: l’Oriente, l’Occidente, l’Islam.

Nell’area centro – occidentale, un’altra forza politica si costituisce e spesso si confronta con il regno franco e, in seguito, con l’impero: il papato. L’impero carolingio, sorto anche sull’ideale della renovatio imperii, si fonda sulla fusione tra la civiltà romana e quella germanica e, in virtù dell’appoggio determinante della Chiesa, si configura come un corpo politico e religioso allo stesso tempo. Il pontefice può contare, nella nostra Penisola, sul cosiddetto patrimonio di San Pietro, vale a dire sul controllo dei territori compresi tra il Lazio e la Romagna, compresi quelli che, facendo inizialmente parte dell’esarcato bizantino, furono conquistati dai Longobardi e poi sottratti ai Longobardi e donati alla Chiesa. Fanno parte di questa vasta area territoriale anche le zone intorno a Narni e a Sutri, concesse al Papa Gregorio II dal sovrano longobardo Liutprando, nel 728.

 

Le ultime invasioni in Europa

Per l’Europa cristiana il pericolo delle invasioni non era limitato alle incursioni degli Arabi. Nuovi gruppi fecero la loro comparsa nel continente tra il IX ed il X secolo:

         gli Ungari, provenienti dall’Asia centrale, si insediarono in Pannonia e, tra l’896 ed il 955, effettuarono numerose incursioni nelle campagne della Germania, della Francia, dell’Italia settentrionale, della Campania e della Puglia. Queste invasioni non erano legate a scopi espansionistici, ma miravano esclusivamente alla ricerca di bottino. Dopo questa parentesi, anche a causa della resistenza opposta dai popoli invasi, gli Ungari si ritirarono definitivamente in Pannonia, regione che da loro prese il nome di Ungheria. Si trasformarono in sedentari e cercarono di avere rapporti pacifici con gli Stati occidentali. Convertitisi al cristianesimo, nel 1001 il loro capo, Stefano, fu incoronato re di Ungheria dal Papa Silvestro II.

         I Normanni, o Vichinghi, erano popolazioni germaniche, Norvegesi, Svedesi, Danesi, che per ragioni di sovrappopolamento, si spostarono dai loro nuclei originari in diverse direzioni. Nell’VIII secolo i primi gruppi, definiti Vareghi, avevano attraversato le steppe della Russia per stanziarsi lungo il Mar Caspio (tra il Sud della Russia e l’Iran) e lungo il Mar Nero (tra Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), in regioni che appartenevano a Costantinopoli. Nell’886 assediarono, senza espugnarla, anche Costantinopoli. Nell’ 874 avevano occupato l’Islanda. Da qui, con Erik il Rosso nel 985, gruppi di vichinghi si spingeranno verso la Groenlandia e le coste del Labrador. Proprio i Vichinghi, nell’ 887, assestarono il colpo fatale all’impero Carolingio, con l’assedio di Parigi. Carlo il Grosso, che aveva riunificato le corone di Francia, Germania e Italia, pagò un ingente tributo ai Vichinghi affinché non occupassero la città. I nobili non videro di buon occhio questo atteggiamento e lo deposero. Gli scontri con i Franchi proseguirono, finché, nel 911, Carlo il Semplice non riconobbe al capo dei Vichinghi, Rollone, il titolo di duca, dopo che gruppi di normanni avevano occupato la regione del Nord della Francia che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Nell’ XI secolo i Normanni fecero nuove incursioni in Italia e in Inghilterra.

         I Saraceni, attaccarono l’Europa da Sud, dirigendosi dalla Spagna, dalla Corsica, dalle Baleari verso la Provenza e l’Italia. Gruppi di Saraceni dal nord – Africa attaccarono la Sicilia e l’Italia meridionale. La Sicilia fu conquistata, nonostante la resistenza dei Bizantini, tra l’827 e il 902. La conquista della Sicilia consentì per oltre un secolo agli Arabi di controllare il Mediterraneo.

L’incastellamento

Per fronteggiare queste ondate di invasioni, i signori feudali europei organizzarono la difesa dei propri territori attraverso la costruzione di castelli, con le fortezze e le torri che ancora oggi costituiscono il simbolo del Medioevo. Col tempo, i castelli da semplice costruzioni difensive si trasformarono in veri e propri centri di potere dei signori feudali. La proliferazione dei castelli, dunque, determinò il progressivo indebolimento del potere centrale a tutto vantaggio dei potenti signori locali che ebbero modo di estendere la loro egemonia e la loro volontà di potenza sulle popolazioni locali. Queste ultime, precedentemente disperse nelle campagne, cominciarono sempre di più a dare vita ad insediamenti in prossimità degli stessi castelli. Appena fuori delle mura del castello, furono impiantati gli orti, i vigneti e gli alberi da frutto. Il territorio assunse una fisionomia del tutto nuova. L’autonomia dei potentati locali fu riconosciuta, come si è visto, da Carlo il Calvo con il Capitolare di Quierzy, nell’ 877 (che rese ereditari i feudi maggiori) e da Corrado II il Salico, nel 1037, con la Constitutio de feudis (che sanciva l’ereditarietà anche dei feudi minori).

 

La tripartizione della società  nell’Alto Medioevo nella “teoria dei tre ordini”

La struttura sociale si rispecchiava nella tripartizione delle società teorizzata dal vescovo francese Adalberone di Laon (947 – 1030) nella “teoria dei tre ordini”, con riferimento ai tre principali ordini o gruppi sociali. Essa prevedeva la suddivisione della società nei seguenti ordini:

         oratores, cioè coloro che pregano: gli ecclesiastici

         bellatores, cioè coloro che combattono: i guerrieri

         laboratores, cioè coloro che lavorano: i contadini

Questa tripartizione, che non poteva essere messa in discussione perché era considerata necessaria, in quanto voluta dallo stesso Dio, faceva riferimento alle funzioni sociali svolte da ciascuno dei tre gruppi. I laboratores  producevano il cibo e, quindi, garantivano il sostentamento anche degli altri due gruppi sociali, oltre che di se stessi; i bellatores combattevano in difesa dello Stato e, quindi, garantivano la sicurezza a se stessi e agli altri; gli oratores, con le loro preghiere facevano sì che la protezione divina fosse garantita a se stessi e agli altri due ordini. Adalberone di Laon collocò gli oratores, cioè il clero, al primo posto della gerarchia sociale in quanto la religione aveva un ruolo preponderante e perché si riteneva che Dio avesse affidato loro non solo il compito di gestire e di amministrare le funzioni sacre, ma anche quello di insegnare agli uomini la fede cristiana. Gli oratores, in genere, non svolgevano lavori manuali. Importante era anche la funzione dei bellatores, identificati da Adalberone nella nobiltà guerriera e cavalleresca. Una nobiltà che poteva comprendere i sovrani, i duchi, i marchesi, i conti. Possiamo aggiungere che, mentre in passato l’arruolamento dei guerrieri avveniva anche tra le persone umili, durante il feudalesimo il monopolio dell’attività militare fu assunto dai nobili, in genere dai vassalli che combattevano al fianco del loro signore. Solo gli aristocratici, infatti, potevano permettersi il costo dell’equipaggiamento richiesto e la possibilità di procurarsi un cavallo, le armi, gli elmi, ecc. In tal modo, il gruppo sociale della nobiltà combattente, o della nobiltà guerriera, diventò sempre più elitario e ristretto e assunse la denominazione di “cavalleria”.   

I laboratores, posti alla base della piramide sociale, comprendevano contadini, artigiani, mercanti e funzionari statali. Ai contadini e ai servi della gleba toccavano i lavori più faticosi, ma essi erano ugualmente importanti per Adalberone, in quanto senza di loro i rappresentanti degli altri due gruppi sociali non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni.

Occorre dire, però, che la struttura teorizzata dal vescovo di Laon si fondava su una visione parziale e incompleta della società feudale, una visione che non teneva conto del profilarsi, all’interno delle città, di un gruppo intermedio, cioè della borghesia, i cui rappresentanti erano bottegai, artigiani, mercanti e banchieri. 

 

 


[1] La parola è connessa anche con il latino pecus, che si ritrova in italiano in pecora e in pecuniario. Il termine germanico è entrato anche in italiano nella sola espressione pagare il fio, "fare ammenda" e quindi "avere la pena meritata").

[2] Dal latino: “corrogata” = opera richiesta. Le corvées, in pratica, coincidevano con le prestazioni lavorative gratuite che i coloni di libera condizione della pars massaricia erano tenuti ad assicurare nella pars dominica.