Organizzazione dell’Impero di Carlo Magno e sua dissoluzione

Organizzazione dell’impero

Il Sacro Romano Impero comprendeva un’ampia parte dell’Europa occidentale. Esso fu suddiviso in conteemarche e ducati. Le contee erano sottoposte al governo dei conti che avevano poteri amministrativi, civili e militari. La loro azione era tenuta sotto osservazione dai missi dominici, una sorta di ispettori inviati dal sovrano nelle diverse contee con funzioni di controllo. I missi, che garantivano il rapporto tra centro e periferia, viaggiavano sempre in coppia: uno dei due era un ecclesiastico. In tal modo, venivano controllati e garantiti gli interessi territoriali ed amministrativi dell’Impero e quelli della Chiesa. Il sovrano conferì donazioni e privilegi ai conti, sia per ricompensarli della loro azione governativa ed amministrativa, sia per tenerli legati a sé. I conti, a loro volta, avevano dei loro fedeli o, se vogliamo, dei loro sottoposti a cui affidavano incarichi particolari. Si gettano, in tal modo, le premesse per l’affermazione del feudalesimo e del suo sistema vassallatico. Le marche erano le circoscrizioni, più ampie delle contee, dei territori di confine, come quello della marca di Spagna. Erano governate dai markgraf, cioè dai marchesi. I ducati erano distretti abitati dalle popolazioni più recalcitranti e caratterizzati da un forte “nazionalismo”. Erano governati dai duchi. Conti e marchesi non percepivano uno stipendio fisso. Il sovrano concedeva loro delle terre, come si è già detto, a cui poteva aggiungersi la possibilità di percepire un terzo del reddito prodotto dalla regione posta sotto la loro giurisdizione. Il servizio militare era esercitato per lo più dai proprietari: il nerbo era composto dai cavalieri. I soldati dovevano provvedere da soli al loro equipaggiamento ed il reclutamento era praticato in base alla ricchezza e alle proprietà possedute. Il Capitulare missorum de exercitu promovendo decretava “Ogni uomo libero che possiede quattro mansi (40 ettari) di terra abitati sia come proprietario che come beneficiario di un signore, si prepari e venga al quartier militare col suo signore, se lo ha, oppure con il conte. Chi possiede tre mansi si associ a chi ne possiede uno solo e gli dia i mezzi per l’equipaggiamento in modo che questi possa prestare servizio per entrambi. Chi possiede soltanto due mansi, si unisca ad un altro possessore di due mansi e uno di loro, equipaggiato a spese dell’altro, vada a prestare il servizio. A chi possiede soltanto un manso si associno altri tre della sua stessa condizione e gli forniscano l’equipaggiamento; egli soltanto sarà reclutato, e coloro che avranno fatte le spese rimarranno a casa”. Da ciò si può comprendere che la proprietà di 4 mansi di terra era la base economica per l’arruolamento e che, pertanto, non tutti potevano accedervi. Carlo promosse anche una grande politica culturale, mirata alla rinascita della cultura e delle scuole in tutti i territori dell’impero. Presso la Corte, ad Aquisgrana, fu istituita la Schola Palatina, presieduta dal monaco anglosassone Alcuino da York. Questo importante centro culturale riunì attorno a sé illustri uomini di cultura, tra i quali Paolo Diacono, monaco, storico e poeta longobardo in lingua latina. Tra le sue opere ricordiamo la monumentale Historia Langobardorum che in sei libri rievocava le vicende dei Longobardi dall’epoca di re Alboino fino alla morte di Liutprando, avvenuta nel 744. Altre scuole vennero istituite nelle cattedrali e nei conventi. Erano aperte anche ai laici. Vi si potevano studiare le sette arti liberali del Trivio e del Quadrivio. Le arti del Trivio, che precedevano quelle del Quadrivio nel percorso di studi, erano la grammatica (cioè l’insegnamento della lingua latina), la retorica (cioè l’arte di scrivere un discorso e di pronunciarlo in pubblico) e la dialettica (cioè la filosofia). Le arti del Quadrivio erano l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica. Le prime tre erano dette artes sermocinales, le ultime quattro, invece, erano definite artes reales. Più in generale, con le espressioni arti liberali ci si riferiva alle attività che richiedevano uno sforzo intellettivo, in contrapposizione alle arti meccaniche, che implicavano uno sforzo fisico e manuale. Con il Capitulare de litteris colendis Carlo promulgò la riforma dell’insegnamento. Con la riforma della cultura Carlo Magno si prefiggeva di formare

1)     un clero colto, capace di leggere la Sacra Scrittura in latino e anche le opere dei Padri della Chiesa, tutte in lingua latina

2)     dei funzionari istruiti, che sapessero scrivere in modo corretto gli atti ufficiali per i quali si usava ancora il latino

3)     una base linguistica e culturale per unificare una popolazione formata dalla mescolanza di tanti popoli diversi.

L’azione educativa fu affidata alla Chiesa. Un punto del capitolare recitava: Che i preti aprano scuole nei borghi e nei villaggi. Se un fedele vuole inviare loro i suoi figli per farli istruire, essi non dovranno rifiutarsi di riceverli e di istruirli. E che essi non chiedano, per questa attività, nessun compenso e non accettino niente, se non ciò che sarà loro offerto spontaneamente per amicizia”. Venne anche semplificata la scrittura, con l’introduzione della minuscola carolina. La politica culturale di Carlo promosse anche la produzione e la diffusione dei libri, resa possibile da monaci esperti nell’arte della ricopiatura e della miniatura. Possiamo vedere in questi atti una vera e propria ansia di rinnovamento e di promozione della cultura che, non a torto, ha spinto molti storici a parlare di rinascenza carolingia.

La dissoluzione dell’Impero carolingio

Carlo Magno, nell’806, aveva provveduto a dividere l’impero fra i suoi tre figli, Carlo, Ludovico il Pio, Pipino. Morti prematuramente Carlo e Pipino, Ludovico il Pio rimase l’unico erede e governò dall’814 all’840.

Tra i suoi primi atti di governo vi fu, nell’817, la cosiddetta Ordinatio imperii, con cui proclamò suo unico successore al trono il figlio primogenito Lotario, assegnandogli il titolo di imperatore, assegnandogli anche l’Italia. Agli altri due figli, Pipino e Ludovico il Germanico, diede rispettivamente il Regno di Aquitania e il Regno di Baviera.[1] La tensione si accentuò ulteriormente quando Ludovico il Pio volle inserire tra i suoi eredi anche il figlio illegittimo Carlo il Calvo.

Dopo la morte di Pipino (838) e di Ludovico il Pio (840), si giunse ad un accordo tra i contendenti rimasti. Con il Giuramento di Strasburgo (842) Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo posero fine alle ostilità. L’intesa fu approvata, nell’843, anche da Lotario e fu suggellata dal trattato di Verdun. L’accordo prevedeva che a Lotario sarebbero andati il titolo di Imperatore (ormai poco più che simbolico), il Regno d’Italia e la regione che sarà poi definita Lotaringia, compresa tra i fiumi Reno e Loira. Carlo il Calvo avrebbe avuto il Regno di Francia, Ludovico il Germanico, invece, il Regno di Germania.

 

Questa spartizione segnò il declino dell’impero carolingio, ma pose anche le basi del costituirsi delle tre principali “nazionalità” europee del tempo: quella italiana, quella francese e quella germanica.

La dinastia carolingia si estinse definitivamente nell’887 con Carlo il Grosso. Questi, nell’884 aveva riunificato sotto il suo potere l’Italia, la Francia e la Germania. Ma per la sua incapacità di governare, messa a dura prova dalle incursioni dei Normanni, fu costretto a lasciare il trono nell’887. Si ebbe, in tal modo, la definitiva spartizione dei territori dell’impero. Il titolo imperiale ed il Regno di Germania furono affidati ad Arnolfo di Carinzia, figlio di Carlomanno di Baviera, nato a sua volta da Ludovico il Germanico.  Il Regno di Francia fu assegnato a Oddone di Angers, mentre il Regno d’Italia andò a Berengario I, marchese del Friuli.

____________________________

[1] L’Ordinatio imperii si scontrava con quella che per molto tempo era stata per i Franchi la concezione patrimoniale del potere. In base a tale concezione, il regno veniva considerato patrimonio della famiglia, non del primogenito, e andava diviso, dopo la morte del sovrano, tra tutti i figli 

 

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

In Gallia, una delle regioni più ricche dell’Occidente, si era costituito il Regno dei Franchi. I Franchi erano una popolazione germanica, comparsa intorno al III secolo d.C. sulle rive del fiume Reno, inizialmente divisa in tribù, guidate da capi militari, stanziatesi lungo i corsi dei fiumi Meno[1] e Reno[2]. Il termine  Franchi rimandava al concetto della libertà, e significava uomini liberi. I guerrieri franchi avevano impressionato i Romani per la loro alta statura, per i capelli rossi e per i lunghi baffi. Furono insediati presso la foce del Reno (in Gallia settentrionale) da Giuliano l’Apostata (361 – 363) e furono dall’imperatore integrati nell’Impero Romano con lo status giuridico di foederati. In quest’area della Gallia settentrionale si formarono due principali gruppi tribali: i Franchi Salii e i Franchi Ripuarii, o Renani[3].

Clodoveo (481 – 511), divenuto re negli ultimi anni del V secolo, diede alle tribù dei Franchi un primo importante assetto unitario e tra la fine del V secolo e l’inizio del VI secolo sconfisse Alamanni e Visigoti. Clodoveo apparteneva alla dinastia dei Merovingi, così chiamata dal capostipite Meroveo[4] (448 – 457).

Fondamentale fu per Clodoveo, dopo lo scontro con gli Alamanni, la conversione sua personale e del suo popolo al cattolicesimo, facilitata dal fatto che i Franchi erano ancora pagani. La conversione, voluta fortemente dalla moglie Clotilde, di fede cattolica, favorì l’integrazione tra i Franchi ed la popolazione Gallo – romana che rappresentava il 98% della popolazione.

In ambito politico, Clodoveo collaborò con l’aristocrazia gallo – romana (sia laica che ecclesiastica) per controllare in modo più ferreo non solo i territori conquistati.

Nel 510 Clodoveo fece codificare in forma scritta le leggi franche, note con il nome di Lex salica.[5] La legge salica proibiva anche le successioni femminili al trono nei territori delle terre saliche, ma non lo vietava espressamente per le successioni in altre regioni non saliche controllate dai Franchi.

Alla morte di Clodoveo, nel 511, il regno fu diviso tra i suoi figli in

1)    Neustria (tra il fiume Schelda e Loira) lungo la Senna, nella Gallia nord – occidentale. Parigi ne era la città principale.

2)  Austrasia, ad Est, lungo le valli della Mosa, della Mosella e del Reno, comprendente tutta la Gallia nord – orientale. I suoi centri principali erano Reims e Metz.

3)     Aquitania, in Francia centro e sud – occidentale, con capitale Poitiers.

4)     Borgogna, in Francia centro meridionale e sud – orientale, tra la Loira e il Rodano. Mâcon, Chalon, Sens, Auxerre, Tonnerre, Nevers erano i centri principali.

La monarchia merovingia entrò in crisi tra il VI ed il VII secolo a causa dei conflitti che opponevano l’aristocrazia locale al potere regio centrale. La figura dei re si indebolì sempre di più ed il potere venne esercitato dai maestri di palazzo. Inizialmente, costoro erano responsabili dell’amministrazione delle terre e del fisco e assistevano il re nell’esercizio del potere. Gradualmente, però, i maestri di palazzo finirono con il sostituirsi ai re[6], il cui ruolo divenne puramente simbolico. Tra i maestri di palazzo si distinse la personalità di Pipino  di Héristal,[7] che fu il primo esponente della dinastia dei Carolingi[8].

Pipino di Héristal divenne, nel 687, l’unico signore del regno dei Franchi, avendo riunificato sotto il suo potere i regni di Neustria e di Austrasia.

 

Nel 714, dopo la sua morte, la carica di maestro di palazzo, o maggiordomo, fu assunta da  Carlo Martello (piccolo Marte), figlio naturale di Pipino, che consolidò il regno dei Franchi. 

 

Nel 732, a Poitiers, Carlo Martello frenò l’avanzata degli Arabi[9] in Occidente[10].

Questo evento lo contraddistinse come paladino della cristianità.

Alla sua morte, nel 741, il regno fu diviso tra i due figli Carlomanno e Pipino il Breve. Carlomanno ottenne l’Austrasia, l’Alamannia e la Turingia, Pipino il Breve, invece, ottenne la Neustria, la Borgogna e la Provenza.

 

Tuttavia, nel 743, le proteste all’interno del regno indussero i due figli di Carlo Martello a restaurare l’unità del regno e a portare sul trono l’ultimo esponente della monarchia merovingia, Childerico III.

Dopo il ritiro dalla scena politica di Carlomanno, Pipino il Breve riuscì ad impadronirsi del titolo regio e depose, nel 752, Childerico, di cui era il maestro di palazzo, sostituendolo alla guida del regno dei Franchi (cfr. note 6 – 7). Il papa Stefano II riconobbe il nuovo sovrano ottenendone, nel 754, l’appoggio contro la politica espansionistica del sovrano longobardo Astolfo.

 

Nel 768, ormai vicino alla morte, Pipino divise il regno tra i suoi due figli Carlomanno e Carlo. Carlomanno, fautore di una politica non belligerante verso i Longobardi, morì tre anni dopo e Carlo si proclamò unico signore del regno (771). Nel 773 Carlo, invocato dal nuovo papa Adriano I, discese in Italia contro re Desiderio.

 

Carlo Magno e le sue campagne militari

 

Carlo governò, come re, dal 771 e, come imperatore, dall’800 fino all’814. Per la sue conquiste fu definito Carolus Magnus, Carlo il Grande, o Carlo Magno.

 

I fronti di guerra sui quali Carlo si impegnò furono quelli contro:

1)     I Sassoni nella Germania nord – orientale

2)     Gli Arabi in Spagna

3)     Gli Avari, in Pannonia a sud del Danubio

4)     I Longobardi in Italia

 

La guerra con i Sassoni si protrasse dal 772 all’ 805. I Sassoni erano una popolazione pagana della Germania settentrionale. Essi furono, però, piegati e convertiti definitivamente al cristianesimo solo nell’804. Nel 784 Carlo sconfisse anche i Frisoni che erano stanziati nell’attuale Olanda. La campagna militare contro i musulmani di Spagna iniziò nel 776 e durò circa un ventennio, al termine del quale Carlo riuscì a sottrarre agli Arabi, nell’ 801, solo la porzione di territorio compresa tra i Pirenei ed il fiume Ebro, area in cui costituì la marca di Spagna. In questo contesto rientra il celebre episodio dell’imboscata di Roncisvalle, del 778, in cui perse la vita Orlando, il più grande paladino di Carlo Magno. Questo episodio, anche se di non primaria importanza, entrò di diritto nell’epopea franca e fu tramandato oralmente e, poi, per iscritto, nelle epoche successive.

Carlo, infine, tra il 795 ed il 796, sottomise e convertì al cristianesimo gli Avari, popolo proveniente dall’Asia centrale ed insediatosi tra l’Austria e il Friuli.

L’imposizione della conversione al cristianesimo  caratterizzò in senso fortemente religioso l’espansionismo franco – carolingio. Ciò dipese sia da ragioni legate all’opportunità di mantenere buoni rapporti con la Chiesa, sia da ragioni di carattere strettamente personale: Carlo fu effettivamente un fervente cattolico. Anzi, come scrisse il monaco inglese Alcuino di York (735 – 804), fu cattolico per la fede, re per il potere, pontefice per la predicazione. Il sovrano, tuttavia, contrariamente a quanto accadeva a Bisanzio, non confuse mai il potere politico con quello spirituale e si presentò sempre come un fedele paladino e servitore della Chiesa.

 

Carlo imperatore del Sacro Romano Impero

 

La svolta per la storia europea e per quella personale di Carlo ci fu nel Natale dell’800. Durante la messa del giorno di Natale di quell’anno, infatti, Carlo venne incoronato e proclamato imperatore dal pontefice Leone III a Roma nella Basilica di San Pietro.

Nasceva, così, per volontà di Leone III e di Carlo, il Sacro Romano Impero che si ricollegava idealmente al glorioso impero romano d’Occidente dissoltosi nel 476.

 

L’evento fu tanto più straordinario, in quanto per la prima volta, dal 476 d.C., il titolo di imperatore dei Romani venne assunto non dal sovrano di Bisanzio, ma da un monarca occidentale. Le fonti franche ed il biografo Eginardo sostengono che Carlo fu sorpreso ed addirittura contrariato per la sua incoronazione imperiale, tuttavia l’evento fu concordato e preparato con cura dal re carolingio e dal pontefice. Tra le due personalità, del resto, si erano stabiliti dei rapporti che andavano al di là della sfera meramente politica. Difatti, Leone III, eletto nel 795, proveniva da umili origini e ciò lo aveva messo in contrasto con l’aristocrazia e con il clero. Nel 799, durante una processione, Leone fu addirittura disarcionato dal suo cavallo. Fu catturato da alcuni congiurati, che cercarono di cavargli gli occhi e di strappargli la lingua per renderlo inadatto a svolgere il suo ruolo, riuscì miracolosamente a fuggire e fu ospitato da Carlo a Paderbon, in Sassonia, dove in quel periodo stava combattendo. È probabile, dunque, che dietro la proclamazione imperiale di Carlo ad opera del papa vi fosse anche la necessità per il pontefice di sdebitarsi con il suo salvatore. Tuttavia, al di là dei rapporti personali, con questo gesto Leone rafforzò la sua posizione, sia perché si smarcava definitivamente dall’influenza bizantina, avendo egli stesso proclamato un nuovo imperatore d’Occidente, sia perché da quel momento l’investitura imperiale sarebbe stata concessa da un pontefice. In pratica, questo rituale indicava che il potere imperiale discendeva da Dio e dal suo più alto rappresentante sulla Terra, cioè il Papa. Venne consolidata e ufficializzata, in tal modo, quell’influenza che già in passato il pontefice aveva esercitato anche in ambito politico e militare. Si costituirono, così, i due grandi poteri universali che avrebbero dominato, spesso scontrandosi, la storia europea durante tutto il Medioevo. Carlo, da parte sua, assumendo l’autorità imperiale, si poneva in aperto contrasto con l’imperatore d’Oriente. A quel tempo, però, il trono era ricoperto da una donna: Irene, madre di Costantino VI, di cui teneva la reggenza.  Solo nell’ 812 l’imperatore bizantino, Michele I, riconoscerà Carlo Magno come imperatore e augusto, ma non come imperatore dei Romani. In cambio Carlo assunse l’impegno di non occupare Venezia e di porre fine alle ostilità nei confronti degli interessi bizantini in Veneto, Istria e Dalmazia. L’intesa fu ratificata con il Trattato di Aquisgrana.

 


note al testo

 

[1] Lungo, 524 km. È un affluente destro del Reno, percorre la Germania  da est ad Ovest.

[2] Lungo 1232 km. Il nome deriva da una radice indoeuropea che significa scorrere. Con il Danubio costituiva il confine settentrionale dell’Impero Romano. Segna, oggi, il confine tra Germania, Olanda, Svizzera e Francia.

[3] Il termine Salii potrebbe derivare dal nome di un lago salato olandese (provenienti dal lago salato Issel (Salato). L’intera zona circostante, infatti, è definita Saaland: Terra del sale. Il termine Ripuarii  indica, invece, i Franchi che abitarono lungo il medio corso del Reno, stanziati presso le città di Treviri e Colonia e deriva da ripa.

[4] Su Meroveo, il fondatore della dinastia da cui sarebbe derivato il glorioso regno dei Franchi, non ci sono molte notizie e la sua stessa origine è avvolta nel mistero. Secondo una leggenda, Meroveo nacque da un mostro marino, chiamato quinotauro.

[5] Questa legge, che prende la denominazione dai Franchi Salii, vietava la vendetta personale, stabilendo della ammende in proporzione alla gravità del reato ed alla classe sociale di appartenenza. Ad esempio, l’omicidio di un non franco era punito con una multa di 67 scellini, l’assassinio di un franco di libera condizione era sanzionato con un’ammenda di 200 scellini.

[6] I sovrani di questa fase storica sono stati definiti « rois fainéants », cioè re fannulloni. Questa espressione fu coniata da Eginardo, biografo di Carlo Magno, vissuto tra il 775 e l’ 840. L’epoca dei re fannulloni si protrasse dal 639 con il re  Dagoberto I al 751 con il re Childerico III. Questi fu spodestato e fatto arrestare dal suo maggiordomo Pipino il Breve.

[7] Pipino di Héristal era chiamato anche Pipino II, poiché fu il secondo dei tre Maestri di palazzo a portare questo nome, dopo Pipino di Landen e prima di Pipino il Breve (dinastia dei Pipinidi).

[8] Sarà chiamata così da Carolus, cioè dal nome di Carlo Magno che ne fu il più autorevole rappresentante.

[9] Dopo aver cercato senza successo, tra il 668 – 669, di conquistare Costantinopoli, gli Arabi avviarono una massiccia campagna di espansione in Occidente. Intorno al 670, iniziò la conquista dell’Africa Settentrionale. Nel 711, un esercito guidato da Tariq ibn Ziyad, governatore di Tangeri, avviò l’occupazione della Spagna, che fu realizzata in cinque anni. Lo Stretto di Gibilterra, che segna il confine tra la Spagna e l’Africa settentrionale, prende il nome dall’espressione Djebel Tariq, “montagna, o terra, di Tariq”.

[10] L’espansione araba durò dal 632 al 750 e avvenne in due fasi: la prima fase si svolse sotto la guida dei califfi elettivi. L’ultimo dei califfi fu Alì (656 – 661). Alla sua morte l’Islam si divise in Sciiti e Sunniti. La seconda fase avvenne sotto la dinastia degli Omayyadi.

Nella prima fase, gli Arabi si mossero verso il Vicino Oriente, l’Egitto e la Persia. Ad una ad una, capitolarono città importanti come Damasco, Gerusalemme e Ctesifonte (capitale della Persia).

Il primo califfo, Abu Bakr (632 – 634), sconfisse le truppe bizantine stanziate in Siria. Il suo successore, Omar (644 – 634), completò la conquista della Siria. Poi occupò l’Egitto e la Palestina (che appartenevano all’impero bizantino) e la Mesopotamia (che apparteneva ai Persiani). L’impero persiano fu definitivamente sottomesso nel 651 dal terzo califfo, Othman (644 – 656), che occupò anche la costa settentrionale dell’Africa fino alla città di Tripoli.

Fu più volte attaccata anche Costantinopoli, ma senza successo. Nella seconda fase (661 – 750), gli Arabi occuparono l’Asia, il Nord Africa e la Spagna. 

Appunti di Storia parte seconda: i Longobardi in Italia e l’avvento di Carlo Magno

I longobardi in Italia

 

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), occupando importanti città come Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano. Dopo qualche anno fu conquistata anche Pavia, che divenne la capitale del regno. Conquistarono anche ampia parte della Toscana, nonché Spoleto, Benevento e Salerno. Tuttavia, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.

La nuova situazione politica, che vedeva la nostra Penisola divisa tra aree longobarde e aree bizantine, fu ratificata nel 603 con il riconoscimento ufficiale della Romània, cioè della parte bizantina, e della Longobardia, da cui deriva il nome dell’attuale Lombardia. La capitale dell’esarcato bizantino continuò ad essere Ravenna. I Bizantini controllavano anche le città di Ancona, Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini (la pentapoli adriatica) e Gubbio, Jesi, Cagli, Fossombrone e Urbino (la pentapoli dell’entroterra).

 

 

 

Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni ecclesiastici del clero.

 

Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.

 

La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

 

Frammentazione politica e territoriale

 

La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.

Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.

 

Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574), del suo successore Clefi.

 

 

 

 

 

Uccisione di Alboino 

 

 

Morto anche Clefi, vi fu un decennio di interregno,  durante il quale i duchi governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.

 

La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.

 

 

  La regina Teodolinda

 

  

I domini longobardi dopo la morte di Agilulfo

Al nord Agilulfo conquistò anche Parma, Piacenza, Padova, Monselice, Este, Cremona e Mantova. Nel Meridione i duchi di Spoleto e Benevento ampliavano i domini longobardi.

 

Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.

 

Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto. Rotari era stato preceduto da Arioaldo, che aveva governato dopo Adaloaldo dal 626 al 636.

 

Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole rafforzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.

 

Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.

 

I domini longobardi alla morte di Rotari (652)

Nel 636 ad Arioaldo successe l’ariano Rotari, duca di Brescia, che regnò fino al 652 e conquistò quasi tutta l’Italia settentrionale, occupando Oderzo e la Liguria. La sua memoria è legata al celebre Editto, promulgato nel 643, che codificava le norme germaniche, ma introduceva anche significative novità (come la sostituzione della faida con il guidrigildo).

 

La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).

Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.

 

La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.

 

Per tale ragione, Liutprando occupò l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).

Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.

 

Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.

 

 

 

 

 

La fine del regno longobardo

 

Dopo l’accordo sancito tra il Papato e il re Liutprando, i Longobardi, con il re Astolfo (749 – 756), proseguirono la loro politica espansionistica, conquistando la città di Ravenna ed avvicinandosi pericolosamente alla zona intorno a Roma.

 

Per far fronte al nuovo pericolo, il papa Stefano II chiese l’intervento del re dei Franchi Pipino il Breve, assicurandosene la protezione non solo per allontanare un pericolo militare, quale la minaccia di invasione di Astolfo, ma anche per la prospettiva, a medio termine, dell’assunzione del controllo da parte della Chiesa romana dei possedimenti bizantini nella nostra penisola.

 

 

 

 I domini longobardi raggiunsero la loro massima estensione dopo le conquiste di Astolfo (751)

 

Pertanto, tra il 755 ed il 756, ci furono due importanti spedizioni militari dei Franchi in Italia, per ridimensionare la forza territoriale dei Longobardi, togliendo loro i territori delle Marche e della Romagna che non furono restituiti ai Bizantini, ma furono concessi in dono alla Chiesa insieme al territorio del Lazio.

 

Pipino il Breve morì nel 768 e la scomparsa prematura del figlio Carlomanno, rese erede universale l’altro figlio, Carlo, poi detto Carlo Magno per le sue imprese.

 

Nel 773 Carlo portò i Franchi ad intervenire nuovamente in Italia sempre su richiesta della Chiesa, ancora attaccata dai Longobardi.

 

A capo dei Longobardi era il re Desiderio e con lui, precedentemente, Carlo aveva stipulato un accordo suggellato dal suo matrimonio con Ermengarda, la figlia di Desiderio.

 

Nel 773, dunque, dopo aver ripudiato la donna, Carlo scese in Italia, espugnò Pavia e sconfisse in maniera definitiva, a Verona, Desiderio e suo figlio Adelchi. Nel 774, dopo aver inglobato i territori longobardi tra i suoi domini, Carlo aggiunse al titolo di re dei Franchi quello di re dei Longobardi.

 

 

Ritratto di Carlo Magno

Da "Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, ossia Storia delle Città, dei Borghi, Comuni, Castelli, ecc. Fino AI Tempi Moderni" per cura di Cesare Cantù e d’Altri letterati, Milano, Corona e Caimi Editori, 1858.

 

 

 

Aveva fine, in tal modo, il terzo regno romano – barbarico sorto nel nostro Paese (dopo quello di Odoacre e quello di Teodorico), durato dal 568 al 774.

 

Nel 785 i Franchi attaccarono anche i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Dodici anni dopo, nel 797, i Bizantini dovettero cedere a Carlo l’Istria e il Ducato di Benevento.

Appunti di Storia parte prima: impero bizantino – guerra greco – gotica

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che caratterizzarono l’impero d’Occidente.

In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente vanno ricercate essenzialmente nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Oltre a ciò, bisogna considerare altri aspetti non meno importanti:

 

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta dallo stesso Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molto tempo, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco. Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Di tale liquido combustibile faceva parte anche il petrolio, ma dovevano esserci anche altre sostanze

 

 

                                       

 

 

 

Il fuoco greco consentì ai Bizantini di difendersi per decenni dagli attacchi nemici, fino all’invenzione della polvere da sparo. 

 

L’imperatore bizantino e i rapporti con la Chiesa

 

L’impero bizantino si estendeva dall’Egitto al Danubio, dalla Siria al Mar Nero.

L’imperatore acquisì caratteri di onnipotenza ed era venerato come un sole che illuminava con la sua presenza tutta l’umanità. La figura imperiale era venerata da tutti gli strati della società, con un rituale che culminava nella proskynesis. Il palazzo imperiale era considerato sacro. Sacri erano anche i vestiti di porpora, simbolo del potere imperiale. La porpora stessa divenne emblema della grandezza dell’imperatore per discendenza diretta, al punto che l’imperatore poteva essere definito Porfirogenito, cioè “nato nella porpora”. L’origine di questa espressione è anche da ricollegare al fatto che esisteva nella residenza imperiale di Costantinopoli la Sala della Porpora in cui la moglie dell’imperatore dava alla luce i figli destinati a guidare l’Impero. Anche per queste ragioni, l’imperatore venne accentrando nelle sue mani poteri sempre più vasti che afferivano non soltanto alla sfera politica, ma anche a quella religiosa ed ecclesiastica, di cui si vantava di essere l’autorità più alta e rappresentativa. Per questo motivo, l’imperatore assunse il pieno controllo dell’organizzazione e delle strutture ecclesiastiche. Si affermò, così, il cesaropapismo, cioè il potere sacro e religioso dell’imperatore, considerato come il massimo rappresentante di Dio sulla Terra.

 

Giustiniano

Giustiniano dominò la scena politica bizantina dal 527 al 565. La sua azione politica fu legata al progetto di restaurazione dell’impero romano e delle sue vecchie frontiere. Progetto che non contrastava necessariamente con la mutata situazione storico – politica dei regni romano – germanici, in quanto Giustiniano considerava i sovrani germanici non come re autonomi, ma come delegati dall’imperatore stesso a governare nei territori occidentali dell’Impero.  Il suo progetto politico era legato inscindibilmente alla sua visione religiosa: il concetto di impero veniva a coincidere con il concetto di mondo cristiano. Il tutto nel quadro di quella visione cesaropapista che concentrava nelle mani del sovrano il potere temporale e quello spirituale.

In  quanto rappresentante della Chiesa, Giustiniano intervenne nelle controversia teologica che opponeva da tempo i nestoriani ai monofisiti. I nestoriani, seguaci del patriarca di Costantinopoli Nestorio (428 – 431), credevano nella compresenza in Cristo di due nature distinte, quella umana e quella divina. I monofisiti, invece, attribuivano a Gesù la sola natura divina. Giustiniano cercò di mediare tra le due posizioni e, consapevole del fatto che i monofisiti erano molto forti in aree importanti dell’impero, quali la Siria e l’Egitto ed avevano anche il consenso della moglie Teodora, condannò in parte, nel 544, la dottrina nestoriana nell’ Editto dei Tre Capitoli

 

 

 

La riconquista dell’Occidente e la situazione in Italia

Nel 533, grazie all’azione militare del generale Belisario, Giustiniano in un solo anno riuscì a porre fine, in Africa, al regno dei Vandali che era stato costituito nel 429 da Genserico.

Intanto, in Italia, nel 476, Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che iniziò nel 488 e si concluse nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

 

Con Teodorico (493 – 526) abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.

In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.

La convivenza tra Barbari e Romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i Barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dei territori dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.

 

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.

Importante fu l’editto di Teodorico, databile tra il 493 ed il 526, con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.

 

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.

Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, contro gli ariani, nel 523, un decreto che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, ma poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.

 

Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.

 

Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.

 

Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

 

Guerra gotica e annessione dell’Italia all’impero bizantino: la Prammatica sanzione

L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.

La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni, in due fasi. La prima guerra gotica durò dal 535 al 540: Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri). La seconda fase fu combattuta dal 544 al 55 contro Totila (541 – 552), il nuovo re degli Ostrogoti, che era riuscito a riconquistare l’Italia.

 

Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse Teia, che fu re dei Goti, tra il 552 ed il 553, dopo la morte di Totila.

Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. L’annessione fu suggellata, nel 554, con l’emanazione, da parte di Giustiniano, della Prammatica sanzione, con cui si estendeva alla nostra Penisola la legislazione imperiale e si istituivano nuovi assetti amministrativi. L’Italia, inoltre fu trasformata in una prefettura dell’impero bizantino. Nel 567, un anno prima della discesa dei Longobardi in Italia, la Prefettura d’Italia fu trasformata in esarcato, con capitale Ravenna. La Prammatica sanzione prevedeva, tra le altre cose, la restituzione alla Chiesa cattolica delle terre confiscate, la divisione dell’Italia in distretti amministrativi, a cui venne preposto un iudex, l’affidamento dell’amministrazione militare a un dux, una drastica politica di tagli alla spesa pubblica e di forte imposizione fiscale.  Nella penisola, tuttavia, crebbe il malcontento soprattutto per la politica economica e alcune aree si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

 

Il Corpus iuris civilis di Giustiniano

Il Corpus è un’ imponente raccolta, in dodici libri, delle leggi imperiali.

È così suddiviso:

1)      Digesta (chiamati anche Pandectae), in  50 libri, in cui troviamo i frammenti di opere di giuristi romani.  

2)     Institutiones, opera didattica in 4 libri destinata agli studioso del diritto.

3)     Codex in cui troviamo una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano in poi.

4)     Novellae Constitutiones contenenti le costituzioni emanate da Giustiniano.

 

Le prime tre parti del Corpus sono scritte in latino mentre l’ultima parte, quella delle Novellae Constitutiones, è composta in greco.

Roma: le prime battaglie fino allo scontro con i Galli di Brenno

 

Roma: le prime battaglie fino allo scontro con i Galli di Brenno

 

508 a.C.: Il primo trattato con Cartagine

Il ruolo e l’importanza di Roma dovettero apparire ben chiari fin dal 508 a. C, dalmomento che la città tiberina stipulò un trattato con la grande potenza del Mediterraneo, Cartagine. Questo trattato, condiviso e controfirmato dalla città fenicia, stabiliva le sfere di influenza delle due città. Questo il testo riportato da Polibio:

«  ἐπὶ τοῖσδε φιλίαν εἶναι Ῥωμαίοις καὶ τοῖς Ῥωμαίων σύμμαχοις καὶ Καρχηδονίοις καὶ τοῖς Καρχηδονίων σύμμαχοις μὴ πλεῖν ‘Ρωμαίους μηδὲ τοὺς Ῥωμαίων συμμάχους ἐπέκεινα τοῦ Καλοῦ ἀκρωτερίου, ἐὰν μὴ ὑπὸ χειμῶνος ἢ πολεμίων ἀναγχασθῶσιν ἐὰν δέ τις βίᾳ κατενεχθῇ, μὴ ἐξέστω αὐτῷ μηδὲν ἀγοράζειν μηδὲ λαμβάνειν πλὴν ὅσα πρὸς πλοίου ἐπισκευὴν ἢ πρὸς ἱερά, ἐν πέντε δ’ἡμέραις ἀποτρεχέτω. Τοῖς δὲ κατ’ἐμπορίαν παραγινομένοις μηδὲν ἔστω τέλος πλὴν ἐπὶ κήρκι ἢ γραμματεῖ. Ὅσα δ’ ἂν τούτων παρόντων πραθῇ, δημοσίᾳ πίστει ὀφειλέσθω τῷ ἀποδομένῳ, ὅσα δ΄ἂν ἢ ἐν Λιβύῃ ἢ ἐν Σαρδόνι πραθῇ. Ἐὰν Ῥωμαίων τις εἰς Σικελίαν παραγίγνεται, ἧς Καρχηδονίοι ἐπάρχουσι, ἴσα ἔστω τὰ Ῥωμαίων πάντα. Καρχηδόνιοι δὲ μὴ άδικείτωσαν δῆμον Ἀρδεατῶν, Ἀντιατῶν, Λαρεντίνων, Κιρκαιιτῶν, Ταρρακινιτῶν, μηδ’ἄλλον μηδένα Λατίνων, ὅσοι ἂν ὑπήκοοι ἐὰν ὡς πολέμιοι εἰς τὴν χώραν εἰσελθῶσιν, ἐν τῇ χώρᾳ μὴ ἐννυκτερευέτωσαν. »

« A queste condizioni ci sia amicizia fra i Romani e gli alleati dei Romani e i Cartaginesi e gli alleati dei Cartaginesi: né i Romani né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello, a meno che non vi siano costretti da una tempesta o da nemici. Qualora uno vi sia trasportato a forza, non gli sia permesso di comprare né prendere nulla tranne quanto gli occorre per riparare l’imbarcazione o per compiere sacrifici, e si allontani entro cinque giorni. A quelli che giungono per commercio non sia possibile portare a termine nessuna transazione se non in presenza di un araldo o di un cancelliere. Quanto sia venduto alla presenza di costoro, se venduto in Libia o in Sardegna sia pagato al venditore sotto la garanzia dello stato. Qualora un Romano giunga in Sicilia, nella parte controllata dai Cartaginesi, siano uguali tutti i diritti dei Romani. I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di Ardea, Anzio, Laurento, Circei, Terracina, né di alcun altro dei Latini, quanti sono soggetti; nel caso che quelli non soggetti si tengano lontani dalle loro città: ciò che prendano, restituiscano ai Romani intatto. Non costruiscano fortezze nel Lazio. Qualora penetrino da nemici nella regione, non passino la notte nella regione. »

Ai Romani, dunque, non era consentito superare il Promontorio Bello. Questo promontorio delimitava il golfo di Cartagine e corrispondeva o al Capo Bon (ad est di Cartagine, in Tunisia, che era collegato molte migliaia di anni fa alla Sicilia e che fungeva da collegamento e da ponte tra Europa ed Africa) o al Capo Farina (a nord -ovest di Cartagine). Non era loro consentito neppure condurre affari commerciali in Africa e in Sardegna senza la presenza di un funzionario della città punica.

Nella Sicilia cartaginese, tuttavia, Roma e Cartagine avevano gli stessi diritti.

Cartagine rivendicava a sé, in Italia, la Sardegna e la Sicilia occidentale. Si impegnava, tuttavia, a non danneggiare le popolazioni del Lazio e a non intaccare gli interessi romani in questa regione. In tal modo, Roma vide riconosciuta la sua posizione nel Lazio in cambio dell’impegno a rispettare l’impero commerciale di Cartagine nel Mediterraneo. Questo trattato, rinnovato nei secoli successivi, dimostra che Roma giocò fin dall’inizio un ruolo importante sullo scenario internazionale.

Guerre difensive

In concomitanza con gli scontri sociali interni tra patrizi e plebei, Roma dovette affrontare dure prove militari contro le città del Lazio e dell’Italia centrale.

  1. Gli etruschi della città di Chiusi (Chiusi in lat. Clusium, in etrusco Clevsi, attualmente in provincia di Siena, fondata da Cluso, figlio di Tirreno.) governati dal re Porsenna, occuparono per breve tempo la città di Roma. Alcuni fanno risalire lo scontro al principio del V secolo, altri al 506 a.C..

  2. Più impegnativo fu lo scontro con i Latini delle città di Tuscolo, Aricia e Lanuvio, coalizzate in una Lega. Queste cercarono di ostacolare l’espansione di Roma nella regione. Lo scontro frontale si ebbe nel 496 a.C. presso il Lago Regillo. La vittoria di Roma fu ratificata, nel 493 a.C., dal foedus Cassianum (così chiamato dal nome del console romano Spurio Cassio firmatario dell’accordo), che spingeva le città latine all’accordo con Roma e sanciva di fatto l’entrata di Roma nella Lega Latina. Questa Lega Latina sarà sciolta dai Romani nel 338 a.C. Dopo la prima guerra sannitica e dopo la cosiddetta guerra latina.

  3. Un altro scontro si ebbe con gli Equi, i Sabini ed i Volsci, che avevano più volte minacciato Roma. Anche in questo caso, Roma prevalse e sconfisse i nemici presso il Monte Algido, vicino a Tuscolo, nel 431 a. C..

  4. Lo scontro con Veio

    Di fondamentale importanza fu lo scontro con la città etrusca di Veio. La sua posizione geografica era importantissima: essa controllava tutta la riva destra del Tevere e i giacimenti di sale che ivi si trovavano. Inoltre fungeva da collegamento tra il Lazio, la Campania e l’Etruria.

    Lo scontro decisivo si ebbe tra il 405 ed il 396. Veio fu conquistata da Roma soltanto dopo dieci anni di assedio e con un inganno ordito dal dittatore Marco Furio Camillo. I Romani, comandati dal dittatore Furio Camillo, avevano scoperto l’esistenza di un vecchio pozzo che passava sotto la città e dopo averlo sgombrato l’utilizzarono per attaccare i nemici alle spalle. Dopo la caduta di Veio il dittatore autorizzò il saccheggio: furono depredate di ogni bene le case private, i palazzi, i templi e gli edifici pubblici. Il dittatore fece vendere all’asta tutti i veienti e si impadronì degli oggetti d’oro di notevole pregio, nonché delle pesanti porte di bronzo della città. Le splendide terrecotte che ornavano il tetto del tempio di Veio (tra cui menzioniamo il famoso Apollo), furono abbattute o distrutte dai legionari romani, ma risparmiate dal saccheggio perché di scarso valore economico. La caduta di Veio provocò, come scrive Livio, un indicibile entusiasmo nella città di Roma.

    Per la durata e le modalità dell’assedio, Veio fu definita la Troia degli Etruschi. A Roma affluì l’imponente bottino di guerra che servì, poi, a placare l’orda dei Galli che si riversò a Roma dopo aver messo in rotta l’esercito romano presso il fiume Allia, che scorreva lungo la via Salaria, nel 390 a.C.. Con la distruzione della città, qualcuno suggerì che sarebbe stato opportuno ritirarsi a Veio, ma fu la tenacia di Camillo ad impedire l’esodo e ad esortare i Romani a ricostruire la loro città.

  5. Il metus Gallicus

    Non c’era neppure stato il tempo di celebrare il trionfo che Roma dovette affrontare l’arrivo dei Celti o Galli, di provenienza incerta (Alcuni la riconducono all’area compresa tra Germania, Francia, Austria e Svizzera). Nel 390 a.C., una tribù di Galli Sènoni, comandata da Brenno occupò Roma, dopo aver devastato l’Etruria.

    Roma fu incendiata e soltanto un compromesso, fondato sul pagamento di un ricco riscatto, evitò la distruzione completa della città. La tradizione romana afferma che i nemici furono sconfitti dal coraggio dei Romani guidati ancora una volta da Furio Camillo. Ma, in realtà, il pagamento di un elevato compenso sembra cosa acclarata.

imperatori romani seconda parte

 
Imperatori Romani, seconda parte (sempre dal sito di wikipedia)
Dominato
Imperatore

Nome e titolo

anno di nascita, periodo di regno

Note

La tetrarchia

Diocleziano

Gaio Aurelio Valerio Diocleziano

(Diocle)

Nato nel 243, regnò dal 20 novembre 284 al 1 maggio 305.

Tetrarchia di quattro imperatori:
augusti: Diocleziano per l’Oriente e Massimiano Erculio (cesare dal
285) per l’Occidente;
cesari: Galerio per l’Oriente e Costanzo Cloro per l’Occidente, (dal
293).
Diocleziano e Massimiano Erculio abdicano nel
305 e moriranno rispettivamente nel 313 e nel 310.
Usurpatori nelle
Gallie: Marco Aurelio Mausaio Carausio (287293)
Lucio Domizio Domiziano(292)
Alletto (293-293.

Massimiano

Marco Aurelio Valerio Massimiano

Nato nel 250 circa, regnò dal 286 al 305.

Costanzo Cloro

Gaio Flavio Valerio Costanzo

Nato nel 250 circa, regnò dal 305 al 306.

Tetrarchia di quattro imperatori:

augusti: Galerio per l’Oriente e Costanzo Cloro per l’Occidente (cesari dal 293);
cesari: Massimino Daia per l’Oriente e Flavio Severo per l’occidente (dal 305).
Nel
306 si proclamano augusti Costantino I e Massenzio in Occidente.

Galerio

Gaio Valerio Galerio Massimiano

nato nel 250 (?), regnò dal 306 al 311.

Flavio Severo

Flavio Valerio Severo

Nato nel ?, regnò dal 306 al 307.

Cesare per l’Occidente dal 305; gli si oppongono Costantino I e Massenzio.

Massimino Daia

Galerio Valerio Massimino Daia

Nato nel ? , regnò dal 308 al 313.

Dal 308 regnarono insieme:

Galerio (cesare dal 293 e augusto per l’Oriente dal 305);
Licinio (augusto dal 308)
Massimino Daia (cesare per l’Oriente dal 305)
Costantino I (autoproclamatosi augusto nel 306).

Marco Aurelio Valerio Massenzio, autoproclamatosi augusto nel 306, ma mai riconosciuto, regnò fino al 312 su Italia e Africa.
Usurpatore in Africa:
Lucio Domizio Alessandro (308-310).

Licinio

Flavio Valerio Liciniano Licinio

Nato nel 250 (?), regnò dal 308 al 324.

Costantino I

Flavio Valerio Costantino

Nato nel 274, regnò dal 306 al 337.

La dinastia di Costantino

Costantino II

Flavio Claudio Giulio Costantino

Nato nel 316, regnò dal 337 al 340.

Regnano insieme Costantino II (Gallie), Costanzo II (in Oriente) e Costante (Italia e Africa).

Designato cesare Flavio Claudio Giulio Costanzo Gallo (351-354) e poi Giuliano (dal 355).
Usurpatori nelle Gallie: Flavio Magno
Magnenzio (350-353) e Magno Decenzio (351-353) e poi Claudio Silvano (355).
Usurpatore a Roma: Flavio Popilio
Nepoziano, imparentato con la famiglia di Costantino, si proclama augusto nel 350.
Usurpatore in
Illirico: Vetranione (350: si ritira e muore poi nel 356).

Costanzo II

Flavio Giulio Costanzo

Nato nel 317, regnò dal 337 al 361.

Costante I

Flavio Giulio Costante

Nato nel 321, regnò dal 337 al 350..

Giuliano

Flavio Claudio Giuliano (Giuliano l’Apostata)

Nato nel 331, regnò dal 360 al 363.

Nominato cesare dal 355.

Gioviano

Claudio Flavio Gioviano

Nato nel 331?, regnò dal 363 al 364.

Dinastia di Valentiniano e Teodosio

Valentiniano I

Flavio Valentiniano

Nato nel 321, regnò dal 364 al 375.

Regnano insieme:

Valentiniano I e Valente

364-367

Valentiniano I, Valente e Graziano (cesare)

367-375

Valente, Graziano e Valentiniano II

375-378

Graziano e Valentiniano II

378-379

Graziano, Valentiniano II e Teodosio I

379-383

Valentiniano II e Teodosio I

383-392

Teodosio I da solo

392-395

Valentiniano II regnò sotto la reggenza della madre Giustina. Usurpatore a Costantinopoli: Procopio (365-366).
Usurpatori nelle Gallie:
Magno Massimo (383-388) e Flavio Vittore (384-388).
Usurpatore in Italia:
Flavio Eugenio (392-394)

Valente

Flavio Valente

Nato nel 328 (?), regnò dal 364 al 378.

Graziano

Flavio Graziano

Nato nel 359, regnò dal 375 al 383

Valentiniano II

Flavio Valentiniano

Nato nel 371, regnò dal 375 al 392.

Teodosio I

Flavio Teodosio

Nato nel 346 (?), regnò dal 379 al 395.

Impero romano d’occidente

Onorio

Flavio Onorio

Nato nel 384, regnò dal 23 gennaio 393 (dal 395 come unico imperatore) al 15 agosto 423.

Imperatori d’Oriente contemporanei: Flavio Arcadio (395-408) e Teodosio II Calligrafo (408-450).

Parens e generale Stilicone (395-408).

Flavio Costanzo, marito di Galla Placidia, sorella di Onorio, è nominato augusto nel 421, ma muore poco dopo.

Usurpatori nelle Gallie: Costantino III (407-411), Costante II (409-411) Massimo (409-411 e forse morto nel 422), Giovino (411-413).
Usurpatore:
Prisco Attalo (nel 409-410 e nel 414-417) per opera di Alarico I.

Costanzo III

Flavio Costanzo

Regnò nel 421.

(interregno senza imperatori in occidente 423-425)

Giovanni Primicerio, eletto dal Senato a Roma e non riconosciuto dall’imperatore d’Oriente Teodosio II

Valentiniano III

Flavio Placido Valentiniano

Nato il 2 luglio 419, regnò dal 425 al 455.

Imperatori d’Oriente contemporanei: Teodosio II Calligrafo (408-450) e

Flavio Marciano (450-457).
Regna sotto la reggenza della madre
Galla Placidia fino al 437. Parens e generale Flavio Ezio (425-454).
Usurpatore in
Dalmazia: Marcellino (dal 454).

Petronio Massimo

Petronio Massimo

Nato nel 397, regnò nel 455.

Imperatore d’Oriente contemporaneo:Flavio Marciano (450-457).

Associato al potere il figlio Palladio

Avito

Flavio Eparchio Avito

Nato nel 395 circa, regnò dal 455 al 456.

Imperatore d’Oriente contemporaneo: Flavio Marciano (450-457).

Patrizio Ricimero (455-472).
Nel 456 viene deposto e diventa
vescovo di Piacenza.

Maggioriano

Giulio Valerio Maggioriano

Regnò dal 457 al 461.

Imperatore d’Oriente contemporaneo: Leone I (457-474)

Patrizio Ricimero (455-472).

Libio Severo

Libio Severo

Nato nel 420 circa, regnò dal 461 al 465.

(interregno senza imperatori in occidente 466467)

Antemio

Procopio Antemio

Nato nel 420 circa, regnò dal 467 al 472.

Anicio Olibrio

Flavio Anicio Olibrio

Regnò nel 472.

Glicerio

Flavio Glicerio

Nato nel 420 circa, regnò dal 473 al 474.

Imperatore d’Oriente contemporaneo: Leone I il Grande (457-474).

Patrizio Gundobado
Glicerio viene deposto e diventa vescovo di Salona e poi di Miliano.

Giulio Nepote

Flavio Giulio Nepote

Nato nel 430 circa, regnò dal 474 al 475.

Imperatori d’Oriente contemporanei: Leone I il Grande (457-474), Leone II (474) e Zenone Isaurico (474-491).

Patrizio Oreste
Giulio Nepote si rifugia in Oriente e muore nel
480. Sebbene deposto, si ritiene il legittimo imperatore fino alla morte.

Romolo Augusto

Romolo Augusto

Nato nel 459, regnò dal 475 al 476.

Imperatore d’Oriente contemporaneo: Zenone Isaurico (474-491) con interruzione per il regno di Basilisco (475-476).

Patrizio Oreste
Romolo Augustolo viene deposto e confinato in Campania da
Odoacre, mentre l’Impero d’Oriente continuerà ad esistere ancora per circa 1000 anni.

La fine dell’impero Romano d’Occidente si fa coincidere tradizionalmente con la riconsegna delle insegne imperiali da parte di Odoacre all’imperatore d’Oriente Zenone, nel 476. Tuttavia va considerato che l’imperatore Giulio Nepote continuò a regnare sulla Dalmazia, considerandosi il legittimo imperatore d’Occidente fino alla sua morte nel 480, per cui secondo alcuni questa è la vera data della fine dell’impero.

A continuazione si veda: Imperatori bizantini, Re barbari di Roma.

la spedizione in Sicilia

 
 
 
 
Se volete, rispondete a questo quesito (chi si scoccia faccia finta di non aver visto questo post):
 
Per quali ragioni Alcibiade convinse gli Ateniesi ad approvare la spedizione in Sicilia? Come si concluse e quale fu il ruolo effettivamente svolto da Alcibiade?

Domanda su Diocleziano: soluzione

Parzialmente corretta la risposta di e@y: Diocleziano, infatti,  ottenne effettivamente l’impero proprio nell’estate del 285, trovandosi solo al potere.
Tuttavia, era stato acclamato Augusto, cioé imperatore, dai suoi soldati il 20 novembre del 284.
Però solo dopo essersi sbarazzato del suo avversario Carino nel 285, presso il fiume Margus, corrispondente a quel fiume Morava che si trova nei Balcani, diventò ufficialmente imperatore.
Carino era il figlio maggiore di Marco Aurelio Caro ed era il fratello di Numeriano. Carino aveva governato, con l’imperatore Caro, nel 283. Nel 284 aveva governato con il fratello Numeriano. Nel 285 si scontrò con Diocleziano da cui fu sconfitto e ucciso.
 
Ecco perché molti testi fanno coincidere l’inizio dell’impero di Diocleziano con il 284 ed altri testi con il 285 d.C. .
Alcuni, in pratica, prendono come riferimento l’anno dell’acclamazione ad imperatore e ad Augusto (20 novembre 284). Altri, forse più giustamente, prendono come punto di riferimento l’anno in cui Diocleziano, sbarazzatosi del rivale, diventò ufficialmente imperatore, vale a dire nel 285. Il suo impero durò fino al 305.

Domanda sulla battaglia delle Arginuse

Corretta la risposta di Arag: la battaglia della Arginuse fu combattuta nel 406 a.C., nella fase finale del peloponneso, e fu vinta dagli Ateniesi. Tuttavia, sei strateghi furono giustiziati perchè condannati per non aver dato soccorso ai naufraghi. In tal modo, Atene, come ricorda anche Aristofane nella commedia "Le Rane" si privò di generali abilissimi che le avevano consentito di ottenere un importante trionfo militare.

Un’altra domanda facile facile

Quando fu combattuta e da chi fu vinta la battaglia delle Arginuse?

Il “dilemma” di Diocleziano

La domanda del giorno, a cui può rispondere chiunque lo voglia, anche facendo una semplice ricerca su internet, riguarda l’imperatore Diocleziano. 
 
Io confermerò la risposta in serata.
 
La domanda è questa:
 
Quando fu acclamato "Augusto" Diocleziano e quando, invece, ottenne effettivamente l’impero?
 
Come aiuto, posso dire che l’acclamazione di "Augusto" e l’ascesa al trono non avvennero nello stesso momento.
 
Forza, datevi da fare!!
 
 

Anarchia militare: introduzione

L’anarchia militare. Sviluppi politici nell’Impero di Roma tra II e III secolo d.C.

 

 

Nel II secolo d.C., meglio conosciuto come beatissimum saeculum, l’impero aveva vissuto il suo periodo di maggior splendore ed aveva saputo realizzare una situazione di grande equilibrio nella società romana. Eppure, proprio in questa fase, non erano mancati segnali che lasciavano presagire la crisi futura: in particolare, sotto il regno di Marco Aurelio (161 – 180 d.C.), l’impero era stato sconvolto da guerre e rivolte sia sul versante britannico, dove la pressione dei barbari era diventata assai più minacciosa che in passato, sia sul versante orientale, dove i Parti, successivamente fermati e respinti oltre il Tigri e l’Eufrate dalle truppe guidate dal generale Avidio Cassio, avevano invaso la Mesopotamia, l’Armenia e la Siria.

A Nord della nostra Penisola le popolazioni dei Marcomanni e dei Quadi avevano oltrepassato i confini del Danubio per spingersi fino alla città di Aquileia, oggi in provincia di Udine (166 d.C.), e solo dopo alcuni anni, nel 175, queste popolazioni furono ricacciate dalle truppe guidate dallo stesso Marco Aurelio, all’interno dei loro territori.

Sul piano giuridico e politico, con Marco Aurelio si era interrotto l’equilibrio , inaugurato  dalla formula nerviana del principato adottivo, con la designazione di Commodo, suo figlio, quale successore al trono. Da questo momento l’esercito tornò a condizionare la nomina degli imperatori e, quindi, la scena politica imperiale. Alla morte di Commodo, il cui governo era durato dal 180 al 192, si scatenò una lotta feroce per la successione e a prevalere, in una prima fase, fu Elvio Pertinace, uomo legato al senato e, quindi, poco gradito all’esercito ed in particolare ai pretoriani.

Nel 193 d.C., divenne imperatore Settimio Severo, che fu il capostipite di una dinastia che avrebbe governato, fino al 235, con l’ultimo suo esponente Alessandro Severo. Proprio la dinastia dei Severi finì con il rafforzare il peso degli eserciti e ciò avrebbe provocato, nel successivo periodo compreso tra il 235 ed 268, una vera e propria situazione di anarchia militare.

 

 

 

La guerra del Peloponneso e relativa cronologia

                                                           

           La guerra del Peloponneso

 

Nonostante la “pace trentennale” conclusa tra Atene e Sparta nel 446 a. C., il conflitto tra le due grandi poleis del mondo greco non potè essere evitato. Esso scoppiò in tutta la sua devastante violenza nel 431 a. C. e, fatta eccezione per una breve tregua, nota come “pace di Nicia”, si protrasse fino al 404 a.C. .

Ebbe, dunque, una durata di circa venticinque anni, periodo durante il quale un’intera generazione nacque, crebbe e divenne adulta convivendo con la cupa atmosfera di un conflitto dalla portata eccezionale.

 

Il primo grande scrittore che ne comprese subito l’eccezionalità fu Tucidide, storico, ma anche generale e uomo politico ateniese. Egli, nella parte introduttiva de La guerra del Peloponneso, scriveva: Tucidide di Atene racconta la guerra sorta tra le città del Peloponneso e Atene, con le sue varie vicende. Cominciò a scriverla subito, ai primi indizi di ostilità, prevedendo che sarebbe stata importante e la più degna di considerazione tra tutte […], questo fu certamente il più grave sconvolgimento che sia mai avvenuto per i Greci. Tucidide, dunque, costituisce la fonte più importante del conflitto, almeno fino agli eventi del 411. Soprattutto, a lui dobbiamo l’analisi delle cause (di quelle occasionali, ma anche di quelle remote) che furono alla base del conflitto.

 

Così, se per causa occasionale possiamo intendere, tra le altre, il cosiddetto decreto megarese, con cui Pericle impose l’esclusione di Megara, città alleata di Sparta, dai porti e dai mercati della lega delio – attica, le cause remote del conflitto possono essere individuate 1) nel crescente imperialismo ateniese; 2) nel timore della stessa Sparta che Atene potesse acquisire il controllo di tutta la Grecia, in palese contrasto con le clausole della pace trentennale del 446 a. C.; 3)  nel profondo conflitto politico – ideologico tra il sistema di governo oligarchico, vigente in Sparta e nelle poleis filo – spartane, e la democrazia ateniese. Il timore che Atene, in caso di vittoria, avrebbe addirittura potuto imporre un unico stato territoriale greco sotto la sua egida, annullando di fatto l’autonomia delle singole poleis, era molto forte e spinse la città lacedemone a farsi paladina dell’autonomia delle città – stato.

 

Antefatti della guerra (433 – 431)

 

Tra gli antefatti, o meglio tra le cause occasionali della guerra, abbiamo la rivalità tra Atene e Corinto.

 

Questa città, collocata sull’Istmo di Corinto, vedeva sempre più minacciate le sue attività commerciali con la Sicilia e l’Italia meridionale dalla concorrenza di Atene, che rivolgeva le sue mire verso le stesse località. Che non si trattasse solo di una rivalità di natura commerciale ed economica, ma anche politica, lo dimostra l’episodio dello scontro fra Atene e Corinto per l’isola di Corcira (oggi Corfù), snodo fondamentale per le rotte commerciali verso la Magna Grecia. Corcira, colonia di Corinto, entrò in guerra con la sua madrepatria ed ottenne l’intervento militare, in suo sostegno, di Atene.

 

Un altro momento dello scontro tra Atene e Corinto riguardò la città di Potidea, situata nella penisola Calcidica (area dell’Egeo settentrionale). Fondata dai Corinzi, Potidea era entrata, come altre città delle aree costiere, nella lega delio – attica. Ciò nonostante, contrariamente a Corcira, aveva continuato ad avere buoni rapporti con la madrepatria, dalla quale ogni anno giungevano  degli speciali magistrati, definiti “epidemiurghi”. Sull’onda del conflitto già in atto con Corinto per la città di Corcira, Pericle ordinò a Potidea di espellere gli epidemiurghi e di demolire il  muro meridionale che la rendeva inespugnabile. Per tutta risposta, Potidea, con l’appoggio di Corinto e del re macedone Perdicca, fuoriuscì dalla lega di Delo, ponendosi in aperto contrasto con Atene.

 

Infine, una terza fase dello scontro tra Atene e Corinto si ebbe quando, nel 432, Atene promulgò il Megarikon  yhfisma (megarikòn psèfisma), cioè il decreto megarese, con cui Pericle introdusse il divieto assoluto per le città della sua lega di relazioni commerciali con Megara, città alleata di Corinto, che era, a sua volta alleata con Sparta.

 

Nel corso di un’assemblea della lega peloponnesiaca, tenutasi nell’inverno del 432 / 431 a.C., Sparta, non ancora intenzionata a combattere in campo aperto con Atene, intimò a Pericle di ritirare il decreto. Il rifiuto di Pericle rese non più procastinabile la guerra.

 

431 – 421: prima fase dello scontro : la guerra archidamica

 

La fase iniziale della guerra vede i seguenti schieramenti: Sparta, potenza terrestre, dotata di un forte esercito di terra; Atene, grande potenza navale.

 

(cliccare sulla cartina per ingrandirla – tratta da Wikipedia) 

 

 

Alleate di Sparta erano la Macedonia, Delfi, Tebe, Megara, la regione del Peloponneso, nonché, in Italia, Siracusa, Gela, Selinunte, Messina.

 

Alleate di Atene erano la Tessaglia, l’Eubea, l’Attica, la penisola Calcidica e le poleis situate lungo le aree costiere della Tracia e dell’Asia Minore. In Italia, Atene poteva contare sull’amicizia di Segesta, Naxos, Catania, Camarina, Reggio, Cuma e Napoli.

 

La guerra vera e propria ebbe inizio con il progetto di occupazione della città di Platea, alleata di Atene, da parte di Tebe, città legata, invece, a Sparta. I Plateesi, sostenuti da Atene trucidarono gli opliti tebani già entrati nella città. Per ritorsione, l’esercito di terra della lega peloponnesiaca invase l’Attica, con i suoi 40.000 uomini contro gli appena 16.000 soldati di Atene e città alleate.

 

L’assedio era guidato dal re spartano Archìdamo e, pertanto, questa prima fase del conflitto viene definita guerra archidamica: i Peloponnesiaci, però, dovettero limitarsi a saccheggiare campagne e villaggi abbandonati su consiglio di Pericle, mentre gli Ateniesi, per ritorsione, reagirono con la devastazione delle coste del Peloponneso, sostenuti dalla potente flotta della lega delio – attica.

 

Pericle, come abbiamo già detto, fece evacuare le campagne dell’Attica, raccogliendone la popolazione dentro le mura della città. Lo stratega ateniese, ritenendo che la salvezza dell’Attica non potesse giungere dalla difesa delle campagne, ma dal mare, decise di evitare lo scontro aperto con Sparta, troppo forte sulla terraferma, per effettuare incursioni contro i nemici. Il piano era quello di logorare la città avversaria con una guerra di lunga durata, dal momento che, essendo Sparta più debole di Atene sul piano economico, non avrebbe potuto affrontare le spese di un conflitto di lunga durata.

 

La strategia di Pericle, tuttavia, non potè essere realizzata in pieno, in quanto una terribile peste, scoppiata in Atene nel 430, lo privò, nel 429, della vita, insieme a molti suoi concittadini.

 

Probabilmente, proprio la scomparsa dell’uomo che aveva fino a quel periodo guidato con successo la politica ateniese fu una delle ragioni della sconfitta finale di Atene. I successori, infatti, non avrebbero dimostrato le sue stesse capacità.

A Pericle subentrò Cleone, spregiudicato sostenitore della guerra ad oltranza e molto criticato dagli intellettuali del tempo ed in modo particolare dal commediografo Aristofane, perché cavalcava spesso, e in modo demagogico, le istanze e gli interessi del demos.

 

Dal 429 al 426 non ci furono risultati di rilievo, anzi la guerra venne assumendo, in quegli anni, un ritmo piuttosto monotono, che vedeva ogni estate Sparta invadere la campagna dell’Attica per poi ritirarsi, con l’avvicinarsi dell’inverno.

 

Occorre, però, ricordare la defezione, avvenuta nel 428, della città di Mitilene, capoluogo dell’isola di Lesbo, dalla lega delio – attica. Molto violenta, foriera per giunta di ulteriori conseguenze, fu la reazione di Atene che fece uccidere molti uomini di Mitilene, mentre fece vendere come schiavi donne e bambini. Altrettanto spietata fu la reazione degli Spartani, che occuparono Platea e uccisero gran parte della popolazione.

 

Un anno di svolta fu, invece, il 425 a. C., quando gli Ateniesi, guidati dallo stesso Cleone, conquistarono l’isola di Sfacteria, prospiciente la costa del Peloponneso, catturando il presidio spartano che ne controllava il territorio e che era stato inviato in quell’area in seguito alla scoperta di un tentativo di Atene di sollevare a Pilo, in Messenia, una rivolta antispartana.

 

Sparta rispose mandando un contingente, guidato da Bràsida, contro le colonie ateniesi della Grecia settentrionale. Bràsida riuscì a conquistarle, occupando, in particolare, la colonia di Anfipoli, la cui perdita tolse ad Atene il controllo delle miniere d’oro del monte Pangeo. Nel conflitto trovarono la morte, nel 422, ad Anfipoli, gli stessi Brasida e Cleone.

 

La scomparsa, in entrambi gli schieramenti, dei due generali più oltranzisti, permise ai sostenitori della pace di prevalere. Fu così che, nel 421, si giunse alla pace di Nicia, così chiamata dal nome del politico ateniese, esponente della fazione conservatrice filospartana. Essa prevedeva il ritorno alla situazione territoriale preesistente allo scoppio del conflitto, con la restituzione dei territori conquistati nei dieci anni appena trascorsi di guerra.

 

421 – 413:  La pace “inesistente” e la seconda fase della guerra

 

In una situazione in cui nessuna delle grandi città si mostrava disponibile a cedere i territori conquistati nei primi dieci anni di guerra, in Atene tornò a prendere il sopravvento la fazione democratico – radicale, guidata da Ipèrbolo, poi ostracizzato nel 417. Ma un nuovo e più importante esponente si affacciò prepotentemente sulla scena politica ateniese: era Alcibiade, appartenente alla nobile famiglia degli Alcmeonidi, che venne eletto, per l’anno 417 / 416, stratega con Nicia, l’estensore del trattato di pace del 421.

Gli anni seguenti furono caratterizzati da una serie di provocazioni ateniesi contro Sparta. Nel 416 a.C., Atene diede pubblica dimostrazione del lato violento della sua politica imperialistica. A farne le spese fu la piccola isola di Melo. Si trattava di una colonia spartana che, però, era rimasta fino a quel momento neutrale. Gli Ateniesi pretesero che i Melii si schierassero dalla loro parte e contro la madrepatria e, al fermo diniego dell’isola, reagirono conquistando la città e massacrandone gran parte degli abitanti.

 

La spedizione in Sicilia (415 – 413)

 

In Sicilia erano scoppiati dei contrasti tra Siracusa, città alleata di Sparta e Lentini, alleata di Atene, da un lato, e tra la filospartana Selinunte e la filoateniese Segesta.

 

Proprio questa città rivolse una richiesta di aiuto ad Atene che l’ecclesìa ateniese subito accolse, dietro consiglio di Alcibiade. Questi, infatti, riteneva politicamente opportuno inserirsi nelle controversie tra le città siciliane, sia per avere, a breve termine, gioco più facile nell’infliggere a Sparta la definitiva sconfitta, sia, in una prospettiva a medio e a lungo termine, per fare della Sicilia conquistata un avamposto per il controllo del Mediterraneo e delle coste dell’Africa, dopo un’eventuale vittoria contro Cartagine.

 

Nicia e i moderati cercarono di opporsi, ma, come si è detto, l’ecclesìa decise di avallare la spedizione in Sicilia, affidandone il comando ad Alcibiade, Lamaco e Nicia. Tutto era pronto, nell’estate del 415, per la partenza della flotta in Sicilia, quando un grave scandalo colpì la città, ma in particolar modo Alcibiade. La notte precedente la partenza della flotta dal Pireo, infatti, si verificò la mutilazione delle Erme, le statue consacrate al dio Ermes, poste agli incroci delle strade ateniesi. La flotta partì ugualmente, ma Alcibiade, accusato di questo sacrilegio dai suoi avversari politici, fu richiamato in patria ed invitato a discolparsi in presenza dei giudici. Temendo un’eventuale condanna, egli si rifugiò, con un clamoroso, ma forse inevitabile, voltafaccia, a Sparta, dove consigliò agli Spartani di inviare truppe in Sicilia contro gli Ateniesi, indicando anche i punti deboli dell’esercito ateniese.

 

Lo scandalo delle Erme non solo privò Atene del suo generale più valente, ma ebbe, come conseguenza ben più grave, il cambiamento improvviso ed imprevisto delle sorti del conflitto in Sicilia.

Difatti, era ormai il 414 a.C. e, sia pur lentamente, le forze ateniesi guidate da Nicia stavano prendendo il sopravvento nella città siracusana. Anzi, le trattative già avviate tra Siracusa ed Atene sembravano attestare che le sorti della colonia spartana fossero già segnate, quando un corpo di spedizione lacedemone, guidato da Gilippo, giunse in soccorso della città assediata dagli Ateniesi, causando loro gravissime perdite. In seguito, lo stesso Nicia cercò di fuggire, abbandonando l’assedio di Siracusa, ma fu intercettato, insieme al generale Demostene (inviato con dei rinforzi a sostegno degli Ateniesi) e con l’esercito ateniese.

 

Nicia e Demostene furono decapitati, i soldati ateniesi rimasti ancora vivi, furono rinchiusi nelle Latomìe, le cave di pietra siracusane utilizzate come prigione, e qui vennero lasciati morire di stenti.

 

 

Terza fase: 413 – 404, la guerra deceleica

 

La rovinosa disfatta di Atene in Sicilia determinò una svolta decisiva per le sorti più generali del conflitto. Sparta, che ormai si avvaleva della preziosa collaborazione di Alcibiade, assediò la località attica di Decelea, un po’ più a Nord di Atene, punto nevralgico per l’arrivo dei rifornimenti e dei rinforzi dal Mare Egeo. Contemporaneamente, Atene dovette assistere alla defezione dalla sua lega di molte città alleate, ormai decise ad allearsi con Sparta.

 

Intanto, nel 411 si ebbero due importanti avvenimenti:

 

        il colpo di Stato oligarchico ad Atene, capeggiato da Antifonte, Pisandro, Frìnico, Teràmene e Crizia, che abolì la costituzione democratica, affidando il governo della città ad un ristretto consiglio di quattrocento persone (definito, appunto, il Consiglio dei Quattrocento)

        l’entrata in scena, nel conflitto, della Persia che, alleandosi con Sparta in funzione antiateniese, sperava di riconquistare le città greche della costa ionica perse nel 480 e nei due anni successivi. L’intervento persiano fece pendere in modo decisivo il piatto della bilancia a favore di Sparta.

 

Il regime oligarchico dei Quattrocento fu deposto, nel 410, dal democratico Trasibulo, mentre, nel 408 – 407, riappacificatosi con la sua città, Alcibiade tornò in Atene, dove fu proclamato strathgoV autokratwr (strategòs autokràtor, cioè stratego con pieni poteri). Tuttavia, il ritorno dell’Alcmeonide non sortì per Atene i risultati sperati: difatti, nella primavera del 407, gli Ateniesi vennero sconfitti dallo spartano Lisandro presso Notion, sulla costa ionica, a nord di Samo. Alcibiade, colpito anche personalmente dalla sconfitta, si ritirò in alcuni suoi possedimenti nel Chersoneso Tracico e, in seguito, fu assassinato.

 

Il 406 fu per Atene un anno importante: infatti, gli Ateniesi sconfissero, nella battaglia navale delle Arginuse (isole poste davanti all’isola di Lesbo), gli Spartani. Tuttavia, gli strateghi ateniesi, non poterono, a causa delle cattive condizioni del mare, recuperare i soldati ateniesi naufraghi e, pertanto, tornati in patria, furono quasi tutti posti sotto processo e giustiziati.

 

Il risultato fu che Atene si privò, in tal modo, dei migliori strateghi che avesse mai avuto da alcuni anni a questa parte e, pertanto, quello stesso esito vittorioso della battaglia, che avrebbe potuto segnare una nuova svolta nel conflitto a favore di Atene, fu drammaticamente compromesso da quell’atto di giustizia sommaria.

 

Così, indebolita dai conflitti intestini e dalla mancanza di viveri e di rinforzi, a seguito dell’assedio di Decelea, Atene fu definitivamente sconfitta, nel 405, nella battaglia navale di Egospotami, sulla costa del Chersoneso Tracico. Sparta, ormai controllava tutto l’Egeo ed il blocco di Decelea continuava ad affamare la popolazione ateniese, fin quando, nel 404, Atene dovette arrendersi alla nuova città egemone del mondo greco, accettando durissime, anche se non insostenibili, condizioni di pace. Queste prevedevano l’abbattimento delle mura che collegavano Atene al Pireo, la rinuncia alla flotta ed all’egemonia, la consegna di tutta la flotta ad eccezione di dodici navi, l’abolizione della costituzione democratica (che, in effetti, fu sostituita dal governo fantoccio dei Trenta Tiranni), la subalternità di Atene a Sparta sancita dall’accettazione di un’alleanza offensiva e difensiva con Sparta.

 

In realtà, Tebe ed altre città della Beozia avrebbero voluto la distruzione completa della città, ma Sparta preferì evitare questo trattamento alla sua eterna rivale anche per evitare che, annientata completamente Atene, Tebe avrebbe potuto rafforzarsi in modo eccessivo ai danni dei Lacedemoni.

 

Cronologia della guerra del Peloponneso (comprensiva degli antefatti)

 

        433: alleanza tra Atene e Corcira

        432: ribellione di Potidea e intervento ateniese

        432/431: decreto ateniese contro Megara

        431/404: guerra del Peloponneso

        431/421: prima fase della guerra

        431: nel mese di maggio l’esercito peloponnesiaco, guidato da Archìdamo, invade l’Attica, assediandola per un mese

        430: nuova invasione peloponnesiaca dell’Attica; inizio della peste ad Atene

        429: morte di Pericle

        428: nuova invasione dell’Attica

        427: capitolazione, nella primavera, di Mitilene e, nell’estate, di Platea

        425: nuova invasione dell’Attica; spedizione di Demostene a Pilo; cattura del contingente spartano a Sfacteria

        422: battaglia di Anfipoli: morte di Cleone e di Bràsida

        421: Pace di Nicia

        420 – 417: Alcibiade irrompe nella scena politica ateniese

        417: ostracismo di Iperbolo

        416: spedizione ateniese contro Melo

        415/413: spedizione ateniese in Sicilia (guidata da Nicia, Lamaco e Alcibiade e preceduta dall’evento della mutilazione delle Erme)

        414: assedio ateniese di Siracusa; intervento dello spartano Gilippo

        413: blocco di Decelea

        411: golpe oligarchico in Atene; intervento della Persia a sostegno di Sparta

        408: ritorno di Alcibiade in Atene

        407: sconfitta di Atene presso Notion, Alcibiade esce dalla scena politica

        406: vittoria ateniese presso le isole Arginuse; processo agli strateghi vincitori

        405: battaglia di Egospotami: gli Ateniesi vengono definitivamente sconfitti dallo spartano Lisandro

        404: (primavera): Atene si arrende a Sparte, accettando dure, ma non disastrose, condizioni di pace

        404: (giugno / dicembre): governo dei Trenta Tiranni

        403: reintroduzione della democrazia ad opera degli esuli ateniesi guidati da Trasibulo

 

 

 
 
 
 
 

L’età di pericle

                                                  L’età di Pericle

 

I Greci, con il concorso fondamentale di Atene, avevano sconfitto i Persiani anche a Platea e a Micale, però restava forte la paura che un nuovo attacco potesse essere condotto dai nemici d’oltremare. Fu così che, subito dopo il 480 a.C., Temistocle ottenne dai suoi concittadini l’appoggio per fortificare il porto del Pireo e rafforzare le difese della città con una imponente cinta muraria. Dopo di ciò, si decise di proseguire nelle direzione già avviata durante la fase dei combattimenti, della difesa comune contro il nemico persiano. Con l’impegno del conservatore Aristide, gli Ateniesi costituirono, nel 477 a. C., la confederazione politico – militare della Lega di Delo (o  Lega delio – attica) con le città della penisola Calcidica, dell’area costiera della Tracia, dell’Ellesponto, della costa ionica dell’Asia Minore, delle Cicladi e dell’Eubea. Una grande ed inedita coalizione militare che nacque, almeno ufficialmente, su basi paritarie. Essa costituiva anche una "risposta" alla  Lega Pelonnesiaca che faceva capo a Sparta, ma, soprattutto, dato il ripiegamento e l’isolazionismo politico di Sparta, consentiva ad Atene di avere, dietro il pretesto di dover controllare l’area e proteggerla da eventuali attacchi persiani, campo libero e ampio spazio di manovra sul mare  .

Lo statuto della confederazione venne, poi, modificato, in senso eccessivamente ateno – centrico, dal figlio di Milziade, Cimone, il quale rese le altre poleis dell’alleanza “città tributarie”. Il successivo trasferimento, nel 454 a.C., del tesoro della Lega da Delo ad Atene, voluto da Pericle, snaturò ulteriormente le ragioni della alleanza delio – attica, ma conferì ad Atene la possibilità di disporre di una grandissima flotta, con la quale, già nel 466, dodici anni prima, Cimone aveva affrontato, presso il fiume Eurimedonte, con successo, la flotta persiana.

 

Esponente di punta della fazione aristocratica e conservatrice, Cimone dovette scontrarsi con un’ampia fetta di popolazione che chiedeva maggiore “intraprendenza” nei confronti con Sparta. Agli aristocratici che, ossessionati dalla difesa dei propri interessi economici, proponevano di stabilire relazioni pacifiche con Sparta, anche per usufruire del suo sostegno in caso di un ulteriore scontro con i Persiani, i democratici rispondevano che, se Atene avesse davvero voluto conquistare l’egemonia sul mare e mantenere, quindi, ciò che fino a quel momento aveva giustamente ottenuto, doveva abbattere il predominio spartano e combattere contro la potenza nemica. Sempre nel 466, inoltre, i rapporti tra Atene e Sparta si guastarono, allorché gli spartani rispedirono ad Atene il contingente militare inviato dalla città attica, su proposta di Cimone, a sostegno della polis peloponnesiaca contro una rivolta degli Iloti.

In seguito a ciò, Cimone subì l’ostracismo e Pericle, il nuovo astro nascente della politica ateniese, rimase il padrone assoluto dal 460 fino alla sua morte, avvenuta nel 429 a. C.. Dopo altri anni inesorabili di guerra, venne stipulata, nel 449, la pace di Callia con i Persiani, mentre la "tregua trentennale stipulata con Sparta, nel 446 a.C, sancì, nei fatti, la suddivisione dell’area in due sfere di influenza, con la rinuncia di Atene ad ogni intromissione nell’area del Peloponneso.

 

L’età di Pericle segnò un periodo di grande splendore per Atene, sia sul piano culturale che su quello politico. Tuttavia, rimarcò i propositi egemonici che fin dall’inizio si erano celati dietro la creazione della lega navale. Quest’ultima, infatti, diventò sempre più un’alleanza – capestro per le altre città confederate, ridotte al ruolo di sudditi, soprattutto dopo che il consiglio federale era stato esautorato e rimpiazzato dall’ecclesìa. Atene, simbolo della democrazia diventò, agli occhi delle altre poleis, una città dispotica e ciò l’avrebbe danneggiata non poco durante la guerra peloponnesiaca.

 

Anche sul piano culturale ed artistico l’età di Pericle fu di grande vivacità. Sotto il suo governo, infatti, Atene divenne il maggiore centro finanziario del mondo greco continentale; si determinarono condizioni di diffuso ed ampio benessere. La città attica, in breve tempo, esercitò il completo controllo economico sull’area ionica, strappandolo a Mileto. Lo stesso porto del Pireo vide notevolmente accresciuta la sua importanza strategica, fino al punto da essere considerato il “mercato della Grecia”.

Sul piano militare, Pericle fece costruire le lunghe mura attorno al Pireo, per garantire meglio la difesa ed il collegamento con Atene in caso di attacco militare.

 

Sul piano industriale, Atene intensificò le sue attività di esportazione di prodotti artigianali, come vasi, stoffe, mobili, ecc. Ma fiorente fu anche l’attività di estrazione di materie prime, come quella del marmo bianco, dell’argento e dell’oro. In breve, il Pireo divenne il punto di riferimento per le navi da ogni parte del Mediterraneo. La città importava ferro e bronzo da Cipro, tappeti e lane dalla Frigia, vini da Lesbo, porcellane dall’Oriente.  

 

Sul piano politico, Pericle si preoccupò di consolidare la partecipazione democratica dei cittadini al governo della polis. C’era, però, il problema dei teti, cioè degli appartenenti alla IV classe, lavoratori salariati, che di fatto, pur vedendosi riconosciuto l’elettorato passivo, non avevano la possibilità di partecipare alla vita politica. Pericle, dunque, introdusse l’istituto della mistoforia: cioè della corresponsione di un compenso per coloro che ricoprivano incarichi politici. Così, decise di pagare con due oboli i membri dell’Eliea, cioè del tribunale popolare, con quattro oboli al giorno gli arconti, con cinque i bouleuti. In tal modo, si consentiva anche ai meno abbienti di partecipare alla vita politica. Infine, non lasciandosi intimorire da accuse di demagogia, impiegò i cittadini più poveri in lavori di grande utilità per lo stato, offrendo loro aiuti economici.

 

La grande leggenda di Sparta

                                                                        Sparta, un mito sopravvissuto nei secoli

 Sparta, per il suo modello di educazione e di organizzazione politico – militare, ha sempre suscitato l’interesse e la curiosità di intellettuali e di uomini politici. Lo storico ateniese Senofonte (430 a.c. – 354 a.C.) ed il grande filosofo Platone (427 – 347 a.C.), ne avevano decantato le lodi. Ai loro occhi Sparta appariva esattamente l’opposto della Atene ricca, democratica e colta e il suo modello politico ed organizzativo veniva nostalgicamente rievocato come testimonianza del periodo dello splendore e della forza delle poleis. Di Sparta aveva colpito anche il fatto che, unica tra le "grandi" città greche, rifiutò l’uso della moneta che, anzi, provvide a rendere illegale.

Possiamo, dunque, dire che essa appariva come un porto, come un’ ancora di salvezza per gli aristocratici,  ateniesi, che si sentivano minacciati dal progresso e dagli sviluppi politici del tempo? Sembra proprio di sì. Lo storico Senofonte esaltò nelle "ELLENICHE" questa scelta adottata dalla città peloponnesiaca, soprattutto sul piano etico e morale. Platone, invece, vagheggiando uno Stato ideale, fondato sulla giustizia e sul buon governo, lo identificò, per diversi aspetti,  con Sparta, con la polis, cioé, che aveva abolito la proprietà privata e in cui l’intera comunità viveva secondo regole ferree, volte a radicare la virtù ed il coraggio nei suoi abitanti.  L’eroismo e la virtù degli spartani, ma soprattutto delle spartane, vennero esaltate anche dallo storico Plutarco, vissuto tra il 46 d.C ed il 120 d.C.

Il caso emblematico di Sparta suscitò, poi, un largo interesse nel Rinascimento e nel periodo della Rivoluzione francese. In particolare, gli esponenti della Rivoluzione celebravano in Sparta e in Atene la mirabile fusione di operosità ed eroismo, che erano stati i tratti distintivi del mondo greco.

Ma Sparta, soprattutto nel primo Novecento, costituì, per altri aspetti, anche un modello  negativo. Ciò accadde soprattutto in Germania, ai tempi dell’ascesa del nazismo al potere. La polis "leader" della lega pelopennesiaca, infatti, veniva additata come modello di purezza razziale e di ordine politico – costituzionale, per la presenza di una forte aristocrazia militare in grado di assoggettare le comunità conquistate (si veda, in proposito il rapporto tra Spartiati ed Iloti), per le leggi sui matrimoni che sembravano scaturire da idee legate  alla purezza della razza, ma soprattutto per la rigida educazione militarista, tanto ammirata dai nazisti del Terzo Reich, non solo per il rifiuto netto della democrazia, ma anche per la soppressione dei bambini nati con deformazioni o con malattie congenite. Un atto deprecabile ed orrendo, ma che, evidentemente, gli spietati nazisti del III Reich apprezzavano ed imitavano alla perfezione. Ecco che cosa scrisse, nel 1937, lo storico Helmut Berve nell’opera intitolata "SPARTA": <<Educazione della gioventù, spirito di corpo, militarizzazione della vita, giusto posto assegnato all’individuo dopo prove che rasentano l’eroismo, doveri e valori per i quali noi lottiamo ancora oggi, tutto questo sembra aver trovato nell’antica Sparta una realizzazione eccezionale: l’ostinazione con cui un’aristocrazia piena della sua dignità si chiude, per la salvezza del suo alto ideale, ad un mondo dedito ad un prestigio esteriore, commercializzato, democratizzato, è profondamente commovente… Con l’aiuto del Fürher noi progettiamo di costruire un grande impero. L’esempio di Sparta ci deve ispirare>>. Naturalmente, queste affermazioni del Berve, soprattutto nella parte finale della citazione, risultano deliranti ed improntate a fanatismo, però costituiscono una ulteriore dimostrazione del mito e del fascino di questa città. Occorre, peraltro, affermare che i nazisti ammiratori della città peloponnesiaca, nel porre l’accento sul supposto razzismo spartano, commisero uno strumentale errore di valutazione, dal momento che il predominio degli spartiati sugli iloti, non può essere tout court ricollegato a motivazioni di purezza razziale. Quella degli Spartiati, infatti, più che una razza, era una classe sociale, un gruppo che aveva acquisito una posizione dominante nella città per ragioni militari.