domani

E per domani, vedremo domani…..
 
L’importante è capire la….. lezione!

una regina scaltra ed animosa

 
 
 
Una regina scaltra ed animosa (Artemisia)
 
Dopo la morte di Mausolo, re di Caria, prese il potere Artemisia, sua moglie. Allora, gli abitanti di Rodi, armata una flotta, partirono per occupare il regno di Artemisia. La regina, avendo saputo ciò, occultati i rematori, allestì una flotta nascosta nella parte (più) interna del porto di Alicarnasso; ordinò, poi, agli altri cittadini di collocarsi presso le mura (letteralmente: "il muro"). Quando poi i Rodii fecero approdare la flotta ben equipaggiata nel porto, i cittadini che si trovavano (erano) presso le mura (il muro), su ordine di Artemisia, tributarono un grande applauso ai nemici e promisero di consegnare loro la città. E così, i Rodii entrarono nelle mura e fecero sbarcare le truppe (= et in terram exposuerunt copias). Ma all’improvviso Artemisia ostruì il porto con le sue navi e i Rodii, bloccati nel mezzo, furono tutti catturati. Quindi la regina fece salire sulle navi dei Rodii i suoi soldati e i rematori e salpò per Rodi. Gli abitanti di Rodi, avendo visto da lontano arrivare le loro navi cinte di alloro, pensando che i (loro) concittadini ritornassero vittoriosi, fecero entrare (letteralmente: "accolsero") i nemici.

VIP: Very Important Post: il significato del termine POLIS

 
 
Very Important P….ost:
 
La polis ed  il  suo  significato .
La città di SPARTA
 
Il termine polis indica, nel complesso, il luogo nel quale sorgevano gli edifici pubblici e in cui si praticavano i culti, ma anche e, forse, in misura maggiore, la forma statale, l’organizzazione politica e, quindi, la comunità degli uomini e dei cittadini che abitavano quel luogo.
 
La polis, infatti, oltre che un luogo geografico, in cui abitare, era soprattutto un "spazio politico", in cui prendere decisioni che venivano prese non da un’unica persona o da un ristretto gruppo di persone (eccezion fatta per il caso delle tirannidi), ma  "una pluralità di soggetti", cioé dai cittadini, dai politai, che, contrariamente a quanto accadeva nelle città – stato orientali, svolgevano un ruolo attivo nella vita politica della polis.
Le due poleis principali, attorno alle quali è sempre ruotata la storia della Grecia del V e del IV secolo a.C., furono Sparta e Atene.
 
La costituzione di Sparta affonda le sue radici nella Grande Rhetra, cioé nel grande responso delfico, ricevuto e messo in atto dal legislatore spartano Licurgo (nel IX secolo a.C. circa). Come si può desumere dalla radice della parola (che si richiama alla radice rhe- , collegata al significato del dire, del parlare ), la Grande Rhetra è una costituzione NON SCRITTA, ma "detta" oralmente.
 
Quasi tutti gli organi politici e costituzionali erano compresi nella Costituzione non scritta di Licurgo, ad eccezione del collegio dei cinque efori, che Sparta introdusse nel suo ordinamento, forse, dal 754/753 in poi, mentre già erano contemplate, probabilmente la diarchia, la gherousia e l’apella. 
 
Una città fondata su un rigido militarismo e su una ferrea organizzazione politico – militare, non poteva non presentare, quale suo elemento peculiare, l’ agoghé, cioé l’educazione e l’istruzione del giovane spartiate. Caratterizzavano l’agoghé spartana:
 
1) una rigida divisione dei giovani combattenti per classi d’età
2) una costante preparazione all’esercizio e alla sopportazione della vita militare
3) la partecipazione ai sissizi (da  sussition o sussitia ), cioé ai pasti comuni, al fine di sviluppare nei fanciulli, educati ad essere validi e forti soldati, il senso dell’appartenenza comune ad uno stesso "Stato".
 
 
Postiamo, da Wikipedia,  le notizie, più in generale, sulla costituzione spartana.
 
 
  APELLA E DIARCHIA

                       (assemblea cittadini

                       di pieno diritto)     |

                                             |   

                                     —————-

                                    |                |

                                   EFORI        GERUSIA

 

 Caste sociali 

 

 Gli Spartiati 

Gli spartiati appartenevano al ceto dominante di Sparta ed erano gli unici cittadini a pieno diritto. Essi si dichiaravano homòioi, uguali, anche se la loro uguaglianza era solo di carattere giuridico. Gli spartiati si dedicavano esclusivamente alle attività belliche, alle quali venivano addestrati in un regime di vita comunitario. A sette anni i fanciulli di robusta costituzione fisica venivano sottratti alla famiglia e educati alle arti belliche in vita comunitaria mentre a diciannove anni erano ammessi nell’esercito. Compiuto il trentesimo anno, infine, si potevano trasferire in abitazioni private con la moglie e i figli benché fossero tenuti a continuare gli addestramenti militari fino ai sessant’anni. Ogni spartiate possedeva un appezzamento di terreno inalienabile, che poteva essere lasciato in eredità solo al primo figlio maschio e assicurava il mantenimento della famiglia.

 

 

 I Perieci 

I perieci ("quelli che abitano intorno") erano gli abitanti delle comunità presenti nei territori che circondavano la città, come le parti costiere del territorio, viventi, sebbene sotto il dominio politico di Sparta, in stato di libertà e di autonomia, soprattutto dediti a lavori commerciali e artigianali, attività che invece gli spartani ignoravano, in quanto gli unici cittadini a pieno diritto, gli spartiati, non potevano arricchirsi e commerciare per rimanere appunto homoioi. Sull’ origine dei perieci ci sono pareri discordanti, c’è chi ritiene sia una popolazione derivante dalle popolazioni assoggettate dagli spartani al momento della loro invasione del territorio, micenee o pre-micenee (che, a differenza degli iloti, non opposero resistenza militare); altre ipotesi è che derivino da insediamenti militari situati in prossimità della frontiera[2]; o che fu una classe istituita per. spezzare la solidarietà fra i messeni vinti[3]. Come membri di comunità conquistate essi dovevano combattere, in posizione subalterna, a fianco di Sparta in caso di guerra. Essi rimanevano autonomi nelle loro città, obbligati anche al pagamento di tasse, ma esclusi dai pieni diritti politici.

 

 

 Gli Iloti 

Gli iloti si suppone furono i discendenti degli indigeni, soprattutto dei messeni, popolazione assoggettata dagli spartani all’inizio dell’occupazione della laconia, per allargare i possedimenti e concedere più terreni agli spartiati; i dori li avevano asserviti al momento della loro invasione del territorio. Nella loro qualità di schiavi pubblici, erano privi di qualunque diritto civile e politico, e venivano costretti, in misura prevalente, al lavoro agricolo. Ogni anno i magistrati spartani dichiaravano formalmente guerra agli iloti, così da rendere lecite potenziali aggressioni nei loro confronti. Le dure condizioni in cui si trovavano gli iloti e il loro numero, essendo stati sempre più numerosi degli spartiati (non si sa con sicurezza in che proporzione, forse è eccessivo il rapporto suggerito da Erodoto di 7 a 1 nel V secolo a.C.), facevano temere continuamente la possibilità di rivolte. Particolarmente significativa fu quella del 464 a.C., seguita a un terremoto che colpì la città, durante la quale gli iloti si arroccarono sul monte Itome, nel cuore della Messenia.

 

Caratteristica di Sparta fu l’aura di ammirazione e leggenda che la circondava, derivante dall’assenza di testimonianze scritte provenienti da essa. Le principali notizie che la riguardano provengono infatti tutte da fonti esterne a essa, e conseguentemente indirette. Sempre all’interno dei miti relativi a Sparta si ricorda Elena, la donna più bella dell’antichità. Suo padre Tindaro la dette in sposa a Menelao, che aveva ottenuto la promessa di protezione degli altri pretendenti greci, i più grandi sovrani della Grecia arcaica. Ben presto si abbatte la sventura sulla coe, Elena fu affidata da Ermes al re d’Egitto, che la custodì fino al ritorno in patria; la ragazza per cui si combatteva a Troia era solo una nuvola con le sue sembianze.

 

 

 Educazione 

La ricostruzione della sua reale natura è complicata dalla presenza di solo fonti di periodo tardo, che potrebbero quindi rappresentarla in modo idealizzato. Ne dà una importante testimonianza Plutarco nella Vita di Licurgo.

 

Il caratteristico sistema educativo a cui obbligatoriamente veniva sottoposto ogni giovane spartano era detto agoghé (ἀγωγή). Il giovane iniziava il proprio percorso formativo all’età di sette anni, lasciando definitivamente le cure familiari, e lo concludeva a 20 anni, allorché, non più fanciullo, era considerato un irene (in greco εἰρήν). L’educazione dei giovani, divisi in classi d’età, avveniva in comune, come comunitario era il momento del gioco e del confronto. Durante l’agoghé i fanciulli più validi venivano scelti per essere sottoposti ad una ulteriore e più severa fase d’addestramento, la krypteía (κρυπτεία), durante la quale i fanciulli erano confinati in località periferiche, con mezzi limitati, in particolare armati di un pugnale, e l’ordine di restare nascosti di giorno. La loro missione era l’aggressione degli iloti in cui si potevano imbattere la notte. Comportamenti considerati da alcuni studiosi complementari alla formazione del cittadino spartano, orientata verso il sistema oplitico, coprendone gli aspetti solitari, da caccia selvaggia, dotati comunque di una loro utilità in battaglia, retaggio di una possibile tradizione precedente il nuovo ordinamento militare[1].

 

 

 L’organizzazione dello stato 

A capo della città di Sparta vi erano due re: Sparta fu l’unica città nell’antichità ad assumere la diarchia come forma di governo. Questo rispondeva anche ad una necessità pratica. Infatti, poichè Sparta era una città basata sulla forza, si trovava continuamente coinvolta in lotte, e interne e esterne. Quindi tramite due re si poteva avere un controllo totale sia della situazione interna sia di quella esterna. Non va dimenticato altresì come i re avessero una funzione di condottieri militari. In tempo di pace i re avevano un potere nullo, figuravano solo tra le fila del senato, in tempo di guerra avevano poteri assoluti. Rivestivano anche cariche di capi religiosi. La carica di re era per via ereditaria: entrambi appartenevano alla dinastia degli Agiadi e degli Europontidi. Ben più forti rispetto ai re erano gli èfori, che venivano eletti annualmente dall’assemblea. Di questa istituzione non si hanno notizie nella Grande Rhetra, fu istituito nell’VIII secolo a.C.. Era il vero e proprio senato, formato da trenta membri eletti dalle tre tribù (Dimani, Pamfili, Illei). Essi controllavano le leggi, l’educazione dei cittadini, il comportamento dei cittadini, la politica estera amminisdicare i re. Ognuno degli èfori alla fine del mandato era sottoposto a un processo, per controllarne l’operato. L’assemblea dei cittadini (dei soli Spartiati quindi), aveva poteri molto ristretti: potevano solo approvare o disapprovare le leggi avanzate dalla gerusìa. Non erano previsti dibattiti o scambi di opinioni, e non si potevano avanzare leggi. Infine troviamo la gerusia, consiglio composto da 28 ai (detti geronti) di età superiore ai 60 anni, eletti a vita, e i due re.                                    

L’oracolo di Apollo a Delfi

 
Un potentissimo "mezzo di comunicazione" dell’antichità, posto nel centro del mondo
 
L’oracolo di Apollo a Delfi
 
 
 
Potremmo considerarlo a tutti gli effetti il primo grande esempio di "banca dati" universale al mondo. L’oracolo di Delfi, infatti, era il principale centro di informazione e di comunicazione non solo per la Grecia, ma per il mondo intero. Da ogni parte del globo vi giungevano uomini e personalità di spicco per chiedere informazioni su eventi già accaduti o, nella maggior parte dei casi, su eventi futuri e su scelte da compiere a livello individuale o collettivo. Numerosi erano gli ex voto lasciati nel santuario per benefici ricevuti. Il dio manifestava la sua volontà attraverso la Pizia, una sacerdotessa prescelta tra le fanciulle  del luogo, che, dopo essersi purificata con l’acqua della fonte Castalia e dopo aver masticato foglie di alloro, accedeva all’adyton, la cella sotterranea del tempio. Qui, caduta in stato di trance, ispirata dal dio Apollo, parlava in sua vece, formulando responsi generalmente ambigui e di non facile interpretazione. Possiamo ricordare, ad esempio, il responso tramandato dai Romani: "ibis redibis non morieris in bello", che, a seconda della punteggiatura poteva essere interpretato: "ibis, redibis, non morieris in bello" oppure "ibis, redibis non, morieris in bello", cioé: "andrai, ritornerai, non morirai in guerra", ma anche "andrai, non ritornerai, morirai in guerra".
 
 
 
 
 
 
La storia di questo santuario è antichissima ed avvincente. Il mito narra che Zeus, desiderando trovare il centro del mondo, avesse fatto volare da due punti opposti della Terra due aquile. Esse si "incrociarono" nella regione del Parnaso, a Delfi, nella Focide, che da allora i Greci considerarono l’omphalos, l’ombelico del mondo. Il santuario di Apollo soppiantò quello più antico consacrato a Gea (la Terra), al cui culto erano associati i figli Themis (la Giustizia) e Pitone (dall’aspetto di serpente). Pochi giorni dopo la sua nascita nell’isola di Delo, Apollo giunse a Delfi per impossessarsi dell’oracolo, uccidendo Pitone che custodiva il santuario di Gea. Costretto da Zeus a fuggire, il dio vi fece ritorno sotto forma di delfino con dei marinai cretesi che poi "promosse" al rango di sacerdoti  del tempio, assumendo lui stesso l’epiteto di Pitico, in memoria di Pitone.
Il santuario di Delfi fu chiuso definitivamente tra il 381 ed il 394 d.C. da Teodosio , ma già una ventina di anni prima, come riferisce la tradizione, esso aveva profetizzato la sua fine imminente ai legati dell’imperatore Giuliano l’Apostata che, intorno al 362 – 363 d.C., mosso dal disegno di restaurare il paganesimo e di riportarlo agli antichi splendori, fece interrogare l’oracolo, anche al fine di garantirsene il sostegno. Il dio, però, freddò le sue ambizioni, rispondendo più o meno così: "Dite al re che sono crollate le corti sfarzose, che Febo Apollo non abita più qui, che il dio non ha più riparo. Ditegli pure che l’albero profetico si è essiccato e che l’acqua che gorgogliava non parla più", rimarcando, in tal modo, lo sgretolamento inarrestabile e definitivo di un’epoca grandiosa e straordinaria, quella del paganesimo ed, in generale, del mondo antico, che si era riconosciuto idealmente, e non solo, in questo luogo misterioso ed affascinante allo stesso tempo.  
 
 

Claudio, imperatore rivalutato

 

Claudio:  un imperatore rivalutato dalla storiografia moderna

Il 24 gennaio del 41 d.C., durante le feste augustali, dopo tre anni, dieci mesi e otto giorni di governo, venne ucciso Caligola, l’imperatore forse più pazzo che la storia romana ricordi. Morì per mano del tribuno dei pretoriani Cassio Cherea, che il despota era solito umiliare ed insultare, e di Cornelio Sabino. Il primo lo colpì alla testa con una spada, l’altro al petto. L’opera venne “completata” da altri congiurati di origine senatoria ed equestre. Come in una sorta di déjà vu, che richiama alla mente l’uccisione di Cesare, i congiurati uscirono per le strade dell’Urbe gridando: “Roma libera, Roma libera”.

 

All’inizio il popolo romano, avvezzo alle folli stranezze di Caligola, accolse l’annuncio della morte senza alcuna reazione, credendo che non fosse veritiero e che lo stesso imperatore avesse diffuso ad arte quella notizia per poi uccidere tutti coloro che avessero esultato. 

 

Salì al potere Claudio (Tiberius Claudius Drusus Nero Germanicus, fratello di Germanico e, quindi, zio dell’imperatore ucciso) e governò Roma dal 41 al 54 d.C.. Come già accaduto per il suo predecessore, è molto probabile che la nomina di Claudio sia stata influenzata dal mito di Germanico, che tra il 14 ed il 15 d.C., si era brillantemente distinto in Germania.

 

Il nuovo imperatore raccolse un’eredità difficile, resa ancora meno invidiabile dalla crisi economica provocata dalle folli spese di Caligola. Claudio  cercò di attuare all’inizio del suo principato una politica volta a restaurare quell’equilibrio istituzionale e sociale che aveva già caratterizzato il periodo augusteo.

 

In tale direzione andava il suo tentativo di avviare una proficua collaborazione con il Senato. Tuttavia, non riuscì nel suo intento soprattutto a causa delle sempre crescenti ostilità e diffidenze del Senato romano.

 

Per questa ragione, abbandonando l’iniziale suo progetto politico, mirò a consolidare l’appoggio dell’esercito e conferì al suo governo un aspetto dispotico e tirannico.

Dette vita ad un’ efficiente burocrazia di corte (costituita da un ampio numero di liberti, cioé schiavi poi liberati) ed estese la cittadinanza ed il rango senatorio a molti abitanti delle province, rendendo il senato un organismo sempre più “universale” e sempre meno italico.  

 

Questi, in breve, furono gli aspetti salienti della sua azione politica:

 

* visione dell’impero come un “unico organismo” territoriale, senza privilegi o disparità tra le popolazioni

 

* volontà di rendere il Senato un organismo rappresentativo di tutto l’impero e non solo dell’aristocrazia romana ed italica

 

* estensione del diritto di cittadinanza ad un numero sempre più ampio di uomini ed, in particolare, ai soldati ausiliari

 

* creazione di un’efficiente burocrazia imperiale, attraverso il coinvolgimento dei liberti a lui  fedeli (liberi imperiali)

 

* indebolimento dell’aristocrazia romana

 

* risanamento delle finanze pubbliche

 

* ampliamento del porto di Ostia e realizzazione del grandioso acquedotto dell’ Acqua Claudia, già avviata, però, da Caligola

 

 * politica estera “difensiva” o, comunque, fondata sul rafforzamento dei confini. 

 

 * conquiste militari  importanti:

 

           – Mauretania (attuale Marocco), nel 42 d.C.

           – Britannia, ( in parte conquistata dal figlio Britannico), nel 43 d.C. 

           – Giudea, nel 44 d.C. .

  

Tuttavia, i buoni risultati politici vennero rapidamente offuscati dagli scandali e dalla corruzione di corte, che videro coinvolte anche personalità della famiglia imperiale. Lo stesso Claudio, su pressione dai liberti, fece giustiziare la moglie Messalina. Successivamente, sposò Agrippina, sorella del defunto Caligola, madre di Nerone.

Proprio questa donna provocò la fine del suo impero e la sua morte. Infatti, ella, dopo aver messo fuori gioco l’influenza dei liberti imperiali,  persuase il marito a designare come suo successore proprio Nerone e poi lo avvelenò.

 

Gli antichi scrittori, quali Seneca, Svetonio, Tacito ed altri, rappresentavano questo imperatore come una persona abulica  e succube sia delle donne di corte, sia dei suoi potenti liberti.

 

Eppure, come la storiografia moderna ha giustamente evidenziato, il principato di Claudio è stato uno dei migliori quanto meno tra quelli del primo  secolo d.C. e, soprattutto, uno dei più innovatori.

 

Claudio, infatti, fu ispirato da una visione straordinariamente moderna dell’impero e della missione di Roma. La  potremmo definire universalistica e cosmopolita, fondata sulla concezione di una società aperta e “globalizzata” che sapesse inserire ed integrare negli organismi politici e dirigenti le forze migliori, al di là della loro provenienza o della loro condizione di nascita. Solo così, dunque, possiamo spiegarci la sua decisione di estendere il rango senatorio anche agli abitanti delle province, oppure la sua volontà di conferire le più alte cariche istituzionali a persone che, anche se di origine servile, avessero mostrato una particolare attitudine per l’espletamento di quegli incarichi. Sotto questo profilo, egli fu il primo a creare, in Roma una burocrazia centralizzata e ad affidare l’amministrazione pubblica imperiale a liberti professionisti, in base a diverse sfere di influenza, conferendo a ciascun liberto una sorta di funzione ministeriale. Tra questi liberti si distinsero in particolare:

  

* Narciso, capo della segreteria privata del princeps e incaricato di gestire le relazioni con i governatori, l’esame 

   di  lettere e messaggi di vari funzionari, le relazioni con città o comunità  provinciali;

* Pallante, responsabile della ragioneria, dell’erario e delle finanze dello Stato; 

* Callisto che si interessava, in particolare, delle richieste inviate al princeps;

* Polibio che svolgeva funzioni di consigliere culturale di Claudio.

 

Essi, pur coinvolti in intrighi di corte  e in giochi di potere, mostrarono in genere grandi capacità e furono le “colonne” del nuovo sistema burocratico ed amministrativo centralizzato voluto dall’imperatore.

 

Il giudizio negativo della storiografia e dell’ intellighenzia del suo tempo sul suo operato scaturisce, con ogni probabilità, dal fatto che con queste riforme Claudio aveva ridimensionato drasticamente il potere ed il prestigio della classe senatoria ed aristocratica, dalle cui file tutti questi vari scrittori provenivano.

A parte Tacito e Svetonio, fu soprattutto Seneca a delinearne un ritratto negativo nell’opera Apocolokyntosis, sive de morte Claudii,  cioè ZUCCHIFICAZIONE, ovvero sulla morte di Claudio. Trasformazione in una zucca, era il termine impiegato dal filosofo stoico per ridicolizzare il processo di apoteosi e divinizzazione voluto per Claudio dopo la sua morte.