Archivi giornalieri: 9 marzo 2008
criticate, ma non offendete please!
altra grande vittoria
Vittoria!!
Domani test di storia?
domani
Aedo; Cleobi e Bitone
Erodoto, nelle Storie, racconta:
"Essi, che erano di Argo di stirpe, avevano una vita che dava loro soddisfazione ed inoltre una discreta forza fisica; erano entrambi ugualmente vincitori di gare e si racconta appunto questa storia: mentre era in corso una festa solenne in onore di Era, gli argivi avevano assolutamente bisogno che la loro madre venisse portata al tempio con un cocchio, ma i loro buoi non giungevano in tempo dal campo; essendo dunque impediti dal tempo, i due giovani, infilatisi essi stessi sotto il collare trascinavano il carro, e sopra il carro veniva trasportata la madre; dunque, dopo averla trasportata per 45 stadi, giunsero al tempio.
Dopo aver compiuto tale impresa ed essere stati osservati da tutti i partecipanti alla festa, ebbero la migliore fine della vita, ed il dio mostrò attraverso loro che per un uomo è meglio essere morto che vivere. Gli argivi, infatti, fattisi intorno, si congratulavano con i giovani per la loro forza, e le argive con la loro madre, che figli splendidi avesse avuto in sorte. Allora la madre, enormemente contenta dell’impresa e della fama, postasi davanti alla statua pregava che il dio concedesse a Cleobis e Bitone, i suoi figli, che l’avevano incredibilmente onorata, ciò che per un uomo di meglio fosse possibile da ottenere in sorte. Dopo questa preghiera, appena compirono i sacrifici e banchettarono, i due giovani, addormentatisi nel tempio stesso, non si risvegliarono più, ma morirono così. Gli argivi, allora, fabbricate delle statue che li raffiguravano, le consacrarono a Delfi, agli uomini migliori mai vissuti".
Questo è il contesto narrativo nel quale Erodoto racconta la vicenda dei due ragazzi argivi:
Nel I libro delle Storie, ,dedicato alle rivolte della Ionia, Erodoto narra l’incontro tra Creso, potente re della Lidia, e Solone, legislatore ateniese.
Creso chiede a Solone chi ritenga essere il più felice tra gli uomini,.Solone identifica l’uomo più felice con l’ateniese Tello e dà la seguente motivazione:
Viene così ripresa la concezione di gloria tipica del mondo greco.Non solo è sopravvissuto ai suoi figli(la poesia lirica e gli epigrammi ci descrivono la sciagura di vedere un figlio morto,perdita della stirpe e del sostegno che si avrà da anziani)ma è anche morto combattendo per la polis,la quale ha concesso l’onore dei funerali pubblici(cosa non così facile da ottenere).
Creso vuole allora sapere chi Solone ritenga almeno degno del secondo posto e Solone risponde: “Cleobi e Bitone, entrambi di Argo, i quali ebbero sempre di che vivere e oltre a ciò una notevole forza fisica, sicché tutti e due riportarono vittorie nelle gare atletiche; di loro tra l’altro si racconta il seguente episodio: ad Argo c’era una festa dedicata a Era e i due dovevano assolutamente portare la madre al tempio con un carro, ma i buoi non giungevano in tempo dai campi; allora, per non arrivare in ritardo, i due giovani sistemarono i gioghi sulle proprie spalle, tirarono il carro, sul quale viaggiava la madre, e arrivarono fino al tempio dopo un tragitto di 45 stadi. Al loro gesto, ammirato da tutta la popolazione riunita per la festa, seguì una fine nobilissima: con loro il dio volle mostrare quanto, per un uomo, essere morto sia meglio che vivere. Intorno ai due giovani gli uomini di Argo ne lodavano la forza, mentre le donne si complimentavano con la madre che aveva avuto due figli come quelli; e la madre, oltremodo felice dell’impresa e della grande reputazione derivatane, si fermò in piedi di fronte all’immagine della dea e la pregò di concedere a Cleobi e a Bitone, i suoi due figli che l’avevano tanto onorata, la sorte migliore che possa toccare a un essere umano. Dopo questa preghiera i giovani celebrarono i sacrifici e il banchetto e poi si fermarono a dormire lì nel tempio; e l’indomani non si svegliarono più: furono colti così dalla morte. Gli Argivi li ritrassero in due statue che consacrarono a Delfi, come si fa con gli uomini più illustri".
Il racconto di Erodoto esprime una particolare concezione della vita, vista come luogo di pericolo, solo per le insidie umane ma anche per ciò che possono portare gli dei,non certo visti come benevoli,ma come invidiosi, come viene ben spiegato da Solone, cui parole sono migliori di ogni commento:
"Creso tu interroghi sulla condizione umana un uomo che sa quanto l’atteggiamento divino sia pieno di invidia e pronto a sconvolgere ogni cosa. In un lungo arco di tempo si ha occasione di vedere molte cose che nessuno desidera e molte bisogna subirle. Supponiamo che la vita di un uomo duri settanta anni; settanta anni da soli, senza considerare il mese intercalare, fanno 25.200 giorni; se poi vuoi che un anno ogni due si allunghi di un mese per evitare che le stagioni risultino sfasate, visto che in settanta anni i mesi intercalari sono 35, i giorni da aggiungere risultano 1050. Ebbene, di tutti i giorni che formano quei settanta anni, cioè di ben 26.250 giorni, non uno solo vede lo stesso evento di un altro. E così, Creso, tutto per l’uomo è provvisorio. Vedo bene che tu sei ricchissimo e re di molte genti, ma ciò che mi hai chiesto io non posso attribuirlo a te prima di aver saputo se hai concluso felicemente la tua vita. Chi è molto ricco non è affatto più felice di chi vive alla giornata, se il suo destino non lo accompagna a morire serenamente ancora nella sua prosperità. Infatti molti uomini, pur essendo straricchi, non sono felici, molti invece, che vivono una vita modesta, possono dirsi davvero fortunati. Chi è molto ricco ma infelice è superiore soltanto in due cose a chi è fortunato, ma quest’ultimo rispetto a chi è ricco è superiore da molti punti di vista. Il primo può realizzare un proprio desiderio e sopportare una grave sciagura più facilmente, ma il secondo gli è superiore perché, anche se non è in grado come lui di sopportare sciagure e soddisfare desideri, da questi però la sua buona sorte lo tiene lontano; e non ha imperfezioni fisiche, non ha malattie e non subisce disgrazie, ha bei figli e un aspetto sempre sereno. E se oltre a tutto questo avrà anche una buona morte, allora è proprio lui quello che tu cerchi, quello degno di essere chiamato felice. Ma prima che sia morto bisogna sempre evitare di dirlo felice, soltanto "fortunato". Certo, che un uomo riunisca tutte le suddette fortune, non è possibile, così come nessun paese provvede da solo a tutti i suoi fabbisogni: se qualcosa produce, di altro è carente, cosicché migliore è il paese che produce più beni. Allo stesso modo non c’è essere umano che sia sufficiente a se stesso: possiede qualcosa ma altro gli manca; chi viva, continuamente avendo più beni, e poi concluda la sua vita dolcemente, ecco, signore, per me costui ha diritto di portare quel nome. Di ogni cosa bisogna indagare la fine. A molti il dio ha fatto intravedere la felicità e poi ne ha capovolto i destini, radicalmente".
Ovviamente a Creso non piacque questo discorso e considerò Solone un ignorante sprezzante dei beni materiali e che esortava solo a vedere la fine di ogni cosa.