Il grande e mitico Jeeg Robot

 

Jeeg robot d’acciaio 

 

 

E’ una delle immagini di quello che io considero il più bello dei cartoni animati degli anni ’80: sto parlando di Jeeg Robot d’Acciaio!!!

 

Chi ricorda la vicenda?

Sicuramente i miei coetanei, ma non penso soltanto loro, visto che la sigla di questo mitico telefilm ancora imperversa nelle suonerie dei cellulari.

 

Una sequenza del telefilm                                                 Un’altra scena del cartone animato

        

 

 

 

La sigla iniziale di JEEG ROBOT                                             I NEMICI DI JEEG: LA REGINA HIMIKA

                                                                                         E I MOSTRI DELLA ROCCIA

                

 

 

la vicenda:
 

Durante uno scavo archeologico, il Professor Shiba rinviene una campana di bronzo appartenente ad un’antica civiltà scomparsa da moltissimo tempo. Sulla campana vi sono antichissime incisioni che la fanno risalire a una civiltà del passato, tanto avanzata tecnologicamente quanto malvagia, che si sarebbe presto risvegliata anche in questo millennio. Proprio in questi giorni  Hiroshi, figlio del professore, a soli tre giorni di vita, viene coinvolto in un’esplosione che lo riduce in fin di vita. Il professore allora decide di tentare un esperimento: sfruttando le potenzialità della campana di bronzo riesce ad usarla come sorgente elettromagnetica, miniaturizza il manufatto e lo nasconde nel petto del figlio. Ciò permetterà a Hiroshi di avere in futuro poteri fuori dal comune.

 

 

25 anni dopo la scoperta, le profezie della campana diventano realtà. Il malvagio popolo Aniba si risveglia dal lungo sonno. La perfida regina Himika, al comando di un numerosissimo esercito di soldati, rivendica la sua sovranità sul territorio giapponese e si dichiara disposta a tutto pur di riavere ciò che considera suo.

 

 

Himika vuole recuperare la campana di bronzo che custodisce un preziosissimo segreto, e che ora si trova nelle mani del professor Shiba. I seguaci di Himika, fermano il professore, al fine di estorcergli i segreti della campana, ma durante la colluttazione lo uccidono facendolo cadere da un burrone. Miwa, l’assistente di Shiba, lo trova morente sul burrone e lo riporta dal figlio Hiroshi, giusto in tempo per consegnargli un paio di guanti e un ciondolo, l’occorrente per trasformarsi in Jeeg, il robot d’acciaio, l’unica valida difesa terrestre contro la minaccia dell’impero Yamatai.

 

 

Il professore trasferisce la propria "coscienza" in un elaboratore elettronico della Base Antiatomica, la sede dei suoi esperimenti e svela al figlio il suo destino e la sua abilità speciale che gli consente di trasformarsi nella testa di Jeeg, un potente robot. Jeeg però necessita dei componenti, che verranno agganciati alla testa grazie all’energia elettromagnetica presente nel corpo di Hiroshi e lanciati dalla navetta Big Shooter, pilotata da Miwa, l’assistente del professore. Inizia così il lungo scontro fra la Terra e il popolo Aniba.

 
 

Dopo moltissimi scontri Himika riesce ad impossessarsi del segreto della campana, ma per ironia della sorte, quel segreto segnerà la fine della regina. Il Grande Imperatore del Drago, evocato dalle proprietà della campana, uccide infatti Himika e sottomette con la forza il suo popolo, muovendo, con mostri ben pèiù temibili, alla conquista della Terra.

 

Il suo più fedele generale è Flora, una donna di origine terrestre che dopo essersi più volte scontrata con Hiroshi, arriverà ad innamorarsi di lui e lo aiuterà, pagando però con la vita. Alla fine, dopo una dura battaglia nella quale Hiroshi sta per soccombere, il professor Shiba sacrifica la sua esistenza elettronica contro l’astronave di Himika, mentre il Grande Imperatore dopo un estenuante corpo a corpo con Jeeg viene ucciso grazie ai potenti missili perforanti del robot d’acciaio. Grazie al robot magnetico, la Terra si avvia verso un periodo di pace.

 

Ora altre foto relative anche alle armi di jeeg: (tra queste: il doppio maglio perforante, Antares e il raggio protonico!!)

 big shooter da cui                                                         Miwa lancia a Hiroshi i componenti

I poeti e la guerra

Soldati (Giuseppe Ungaretti)
 
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

I poeti e la guerra: la guerra di Piero

La guerra di Piero, canzone celeberrima dell’inizio degli anni 1960, è il racconto al contempo dolce e triste della contradditorietà e stupidità della guerra, fatto dal punto di vista di chi l’ha vissuta in prima persona, un semplice soldato. Riporto qui di seguito il testo della canzone.

Il video è tratto da Youtube. Il testo e il commento postati sotto il video sono tratti dal sito: http://www.letteratour.it/altro/A01deandF01.htm

 

La guerra di Piero                              La guerra di Piero, rivisitazione di

(Fabrizio De Andrè)                            Adriano Celentano 

La guerra di Piero (Fabrizio De Andrè)

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.

«Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati,
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente».

Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve;
Il vento ti sputa in faccia la neve.

Fermati Piero, fermati adesso,
lascia che il vento ti passi un po’ addosso,
Dei morti in battaglia ti porti la voce:
"Chi diede la vita ebbe in cambio una croce".

Ma tu non la udisti e il tempo passava
Con le stagioni, a passo di giava,
Ed arrivasti a passar la frontiera
In un bel giorno di primavera.

E mentre marciavi con l’animo in spalla
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora,
E dopo un colpo sparagli ancora,
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere a terra a coprire il suo sangue.

«E se gli sparo in fronte o nel cuore,
Soltanto il tempo avrà per morire,
Ma il tempo a me resterà per vedere,
Vedere gli occhi di un uomo che muore».

E mentre gli usi questa premura,
Quello si volta, ti vede, ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia.

Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato ritorno.

«Ninetta mia, a crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio,
Ninetta bella, dritto all’inferno
Avrei preferito andarci d’inverno».

E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi il fucile,
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole.

Dormi sepolto in campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.

Piccola bozza di analisi

SCHEMA METRICO

Canzone di 13 strofe; ogni strofa è composta da 4 endecasillabi. Rime spesso baciate!

NARRAZIONE

Come un vero e proprio racconto, abbiamo qui essenzialmente due voci: quella del narratore e quella del protagonista.
Il narratore è esterno e parla in terza persona, ma in alcuni momenti entra nella narrazione con le sue esortazioni («Fermati Piero», «Sparagli Piero»), immedesimandosi nella situazione e perciò provocando anche un maggior coinvolgimento nel lettore/ascoltatore. Il discorso riportato di Piero, che si trova in tre strofe (strofa 2, 8 e 11), rende più tangibile la figura di Piero (che altrimenti rimarrebbe un semplice soldato-fantasma in mezzo a molti altri) accentuando così il coinvolgimento del lettore/ascoltatore.

RITMO

Oltre ad essere musicata, questa canzone presenta a livello testuale numerose ripetizioni che le danno un ritmo particolare e che sottolineano nel testo i passaggi più carichi di significato e di emotività.
Così, ad esempio, nella strofa 8, in cui si riporta il discorso centrale di Piero (se sparo a quel soldato io vedrò morire un uomo), si ripetono per due volte le espressioni: "il tempo" e "vedere". Il tempo infatti è protagonista della situazione: mentre Piero si sofferma a riflettere sul fatto che proprio il tempo darà a lui la possibilità di vedere un uomo che muore, egli perde irrimediabilmente tempo e dà così modo all’altro di agire. Infatti, a differenza della strofa 8 che con le sue ripetizioni scandisce un tempo assai lento, la strofa 9, quella in cui l’altro soldato agisce senza perdere tempo, si muove su un ritmo veloce, spesso per asindeto:
 "si volta, ti vede, ha paura".

Campi semantici e antitesi

la morte: il dormire sepolto, l’ombra dei fossi, i cadaveri dei soldati, l’inverno, i morti in battaglia, la croce, i colpi da sparare, il vedere un uomo che muore, le parole gelate.
la vita: il grano, i papaveri rossi, i lucci argentati, la primavera, la figura dell’amata (Ninetta).
il tempo: il fermarsi, il tempo che passa, il passare delle stagioni, il tempo che rimane per vedere, il non-ritorno dalla morte.
L’antitesi principale sulla quale si costruisce la poesia è quella tra la morte e la vita, dove ogni elemento appartenente al campo semantico dell’uno si trova in prossimità e in contrasto con gli elementi del campo semantico dell’altro. Tra i due termini, il tempo costituisce il tramite o la separazione, talvolta come mezzo di passaggio dalla vita alla morte (la perdita di tempo di Piero che è causa della sua morte), talatra come confine invalicabile tra i due mondi («ti accorgesti in un solo momento che (…) non ci sarebbe stato ritorno»).

Inter Juve: che ne pensate?

Inter  Juve:
 
che cosa pensate della splendida partita di ieri sera????

La guerra dei poeti: “Non verremo alla mèta ad uno ad uno” (paul éluard)

 

La guerra dei poeti (II)

 
Paul Èluard (poeta francese vissuto tra il 1895 ed il 1952, iscritto al Partito Comunista francese ed attivo esponente della Resistenza contro l’occupazione nazista)
 
 
Non verremo alla mèta ad uno ad uno
 
Non verremo alla mèta ad uno ad uno,
Ma a due a due. Se ci conosceremo
A due a due, noi ci conosceremo
Tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
Un giorno rideranno
Della leggenda nera dove un uomo
Lacrima in solitudine
 
 
                                   _______________________
 
 
Il poeta scrive questa poesia nel 1946 e questi versi risentono dell’esperienza vissuta nella Resistenza antinazista  e dell’amore per la sua compagna, che muore proprio in quello stesso anno.
 
La mèta è l’obiettivo della realizzazione di una società ideale fondata sulla giustizia , sulla libertà e sulla fratellanza.
 
L’espressione "a due a due" si riferisce all’amore di coppia, ma più in generale al superamento dell’egoismo e dell’individualismo
 
"I figli" = i posteri
 
"leggenda nera"= si riferisce al periodo storico della seconda guerra mondiale, vissuto dal poeta ed esprime anche la speranza che in una società futura ideale i giorni vissuti dal poeta, pieni di odio, di guerra e di furore, possano essere ricordati come una "leggenda nera", come un qualcosa di funesto che non sarà destinato a ripetersi più.
 
In questo ipotetico futuro ideale, dunque,  il dualismo ("due a due") prevarrà sull’egoismo e con esso si diffonderanno ovunque la fratellanza e la solidarietà. 
 
Il finale della poesia è sicuramente ad effetto: l’immagine "leggenda nera" e l’antitesi "rideranno…. lacrima" sottolineano in modo efficace il contrasto tra il presente funesto, dominato dall’egoismo e dall’odio, ed il domani ideale, dualistico e felice.
 
Il poeta, dunque, sembra preconizzare una sorte di Pasqua, di resurrezione dell’animo umano ed una sua rigenerazione in un futuro e in un mondo migliori!!!