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Tre versi, questi di Quasimodo, dedicati alla caducità della vita e caratterizzati da un profondo pessimismo che ruota attorno alla sensazione della solitudine e della incomunicabilità.
Nel v.1 il pronome ognuno e l’espressione al cuor della terra alludono ad una condizione universale, oltre le singole esperienze e la specifica situazione storica. L’uomo, infatti, crede di trovarsi al centro della terra, ma, in realtà, acquisisce subito la consapevolezza della caducità della vita umana e del suo destino di solitudine.
Nel v.2, l’espressione trafitto da un raggio di sole contiene una metafora: quella dell’uomo illuminato, ma anche trafitto, quindi ferito, da un raggio di sole, cioè da uno spiraglio di luce che, però, subito svanisce, rendendo ancora più evidente il senso della caducità della vita. Anche per questo motivo, il sole non illumina e non riscalda, ma trafigge e ferisce!
Nel v. 3, l’espressione ed è subito sera contiene la metafora della sera della vita, cioè della morte.
Spicca nella breve poesia il contrasto, da un lato, tra la dilatazione dello spazio e del tempo, che rappresentano la condizione universale della vita umana, e la rapidità, dall’altro, con cui, fulminea, giunge la "sera".
Accentuano questo contrasto le allitterazioni nelle parole sta solo (seguito da due parole monosillabiche "sul" – "cuor") sul e le somiglianze foniche (e, nel secondo esempio qui citato, una vera e propria assonanze) solo sole / terra sera.
Uno scenario, quello evocato dalla trama fono – simbolica di questo testo, in cui il poeta constata amaramente che tutto passa velocemente e che, pertanto, è subito sera.
Nell’attesa che venga (il) domani, "cogli l’attimo"!!!
Carpe diem, cogli l’attimo
Carpe diem (lett. "Cogli il giorno", generalmente tradotta con l’espressione "Cogli l’attimo", anche se la traduzione più appropriata sarebbe "Vivi il presente" (non pensando al futuro).
Si tratta di una locuzione tratta dai Carmina del poeta latino Orazio (odi 1, 11, 8). Viene di norma citata in questa forma abbreviata, anche se sarebbe opportuno completarla con il seguito del verso oraziano: "quam minimum credula postero" ("confidando il meno possibile nel domani
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri, o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà: se molti inverni Giove ancor ti conceda o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino – breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: cogli l’attimo, non pensare a domani.
"Spesso male interpretata e identificata con un gretto opportunismo o con il più gaudente edonismo, la «filosofia» oraziana del carpe diem si fonda sulla razionale considerazione che all’uomo non è dato di conoscere il futuro, né tanto meno di determinarlo. Solo sul presente l’uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi il suo agire, che, in ogni sua manifestazione, deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro.
Si tratta di una «filosofia» che pone in primo piano la libertà dell’uomo nel gestire la propria vita, un invito a essere responsabili del proprio tempo, perché, come dice il Poeta stesso nel verso precedente, "Dum loquimur, fugerit invida aetas" ("Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già passato")."
Buona, felice, serena e fantasiosa Pasquetta a tutti!!
Ma da dove deriva questa festa? Chi lo vuole sapere può leggere qui sotto.
Alla prossima
Pasquetta (da Wikipedia)
Il lunedì dell’Angelo (detto anche lunedì di Pasqua oppure Pasquetta) è il giorno dopo la Pasqua
Prende il nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro dell’angelo con le donne accorse al sepolcro. Invece Pasquetta è il termine laico indicare questo giorno. In generale il termine "Pasquetta" indica il lunedì dopo la Pasqua.
Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salome andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il corpo di Gesù. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mt 28,5-6). E aggiunse: "Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli", e si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.
Il lunedì dell’Angelo è giorno dell’ottava di Pasqua, ma non è giorno di precetto per i cattolici, cosa che comporterebbe l’obbligo di partecipare alla santa messa.
Civilmente il lunedì di Pasqua è un giorno festivo, introdotto dallo Stato italiano nel dopoguerra, e che è stato creato per allungare la festa della Pasqua, in modo da rendere quel giorno più festoso e sereno, senza il pensiero incombente del lavoro dell’indomani, così come è avvenuto per il 26 dicembre, indomani di Natale.
Il lunedì dell’Angelo, in Italia, è un giorno di festa che generalmente si trascorre insieme a parenti o amici con una tradizionale gita o scampagnata, pic-nic sull’erba e attività all’aperto. Una interpretazione di questa tradizione potrebbe essere che si voglia ricordare i discepoli diretti ad Emmaus. Infatti, lo stesso giorno della Resurrezione, Gesù appare a due discepoli in cammino verso Emmaus a pochi chilometri da Gerusalemme: per ricordare quel viaggio dei due discepoli si trascorrerebbe, dunque, il giorno di Pasquetta facendo una passeggiata o una scampagnata "fuori le mura" o "fuori porta".
E’ una delle immagini di quello che io considero il più bello dei cartoni animati degli anni ’80: sto parlando di Jeeg Robot d’Acciaio!!!
Chi ricorda la vicenda?
Sicuramente i miei coetanei, ma non penso soltanto loro, visto che la sigla di questo mitico telefilm ancora imperversa nelle suonerie dei cellulari.
Una sequenza del telefilm Un’altra scena del cartone animato
La sigla iniziale di JEEG ROBOT I NEMICI DI JEEG: LA REGINA HIMIKA
E I MOSTRI DELLA ROCCIA
la vicenda:
Durante uno scavo archeologico, il Professor Shiba rinviene una campana di bronzo appartenente ad un’antica civiltà scomparsa da moltissimo tempo. Sulla campana vi sono antichissime incisioni che la fanno risalire a una civiltà del passato, tanto avanzata tecnologicamente quanto malvagia, che si sarebbe presto risvegliata anche in questo millennio. Proprio in questi giorni Hiroshi, figlio del professore, a soli tre giorni di vita, viene coinvolto in un’esplosione che lo riduce in fin di vita. Il professore allora decide di tentare un esperimento: sfruttando le potenzialità della campana di bronzo riesce ad usarla come sorgente elettromagnetica, miniaturizza il manufatto e lo nasconde nel petto del figlio. Ciò permetterà a Hiroshi di avere in futuro poteri fuori dal comune.
25 anni dopo la scoperta, le profezie della campana diventano realtà. Il malvagio popolo Aniba si risveglia dal lungo sonno. La perfida regina Himika, al comando di un numerosissimo esercito di soldati, rivendica la sua sovranità sul territorio giapponese e si dichiara disposta a tutto pur di riavere ciò che considera suo.
Himika vuole recuperare la campana di bronzo che custodisce un preziosissimo segreto, e che ora si trova nelle mani del professor Shiba. I seguaci di Himika, fermano il professore, al fine di estorcergli i segreti della campana, ma durante la colluttazione lo uccidono facendolo cadere da un burrone. Miwa, l’assistente di Shiba, lo trova morente sul burrone e lo riporta dal figlio Hiroshi, giusto in tempo per consegnargli un paio di guanti e un ciondolo, l’occorrente per trasformarsi in Jeeg, il robot d’acciaio, l’unica valida difesa terrestre contro la minaccia dell’impero Yamatai.
Il professore trasferisce la propria "coscienza" in un elaboratore elettronico della Base Antiatomica, la sede dei suoi esperimenti e svela al figlio il suo destino e la sua abilità speciale che gli consente di trasformarsi nella testa di Jeeg, un potente robot. Jeeg però necessita dei componenti, che verranno agganciati alla testa grazie all’energia elettromagnetica presente nel corpo di Hiroshi e lanciati dalla navetta Big Shooter, pilotata da Miwa, l’assistente del professore. Inizia così il lungo scontro fra la Terra e il popolo Aniba.
Dopo moltissimi scontri Himika riesce ad impossessarsi del segreto della campana, ma per ironia della sorte, quel segreto segnerà la fine della regina. Il Grande Imperatore del Drago, evocato dalle proprietà della campana, uccide infatti Himika e sottomette con la forza il suo popolo, muovendo, con mostri ben pèiù temibili, alla conquista della Terra.
Il suo più fedele generale è Flora, una donna di origine terrestre che dopo essersi più volte scontrata con Hiroshi, arriverà ad innamorarsi di lui e lo aiuterà, pagando però con la vita. Alla fine, dopo una dura battaglia nella quale Hiroshi sta per soccombere, il professor Shiba sacrifica la sua esistenza elettronica contro l’astronave di Himika, mentre il Grande Imperatore dopo un estenuante corpo a corpo con Jeeg viene ucciso grazie ai potenti missili perforanti del robot d’acciaio. Grazie al robot magnetico, la Terra si avvia verso un periodo di pace.
Ora altre foto relative anche alle armi di jeeg: (tra queste: il doppio maglio perforante, Antares e il raggio protonico!!)
big shooter da cui Miwa lancia a Hiroshi i componenti
La guerra di Piero, canzone celeberrima dell’inizio degli anni 1960, è il racconto al contempo dolce e triste della contradditorietà e stupidità della guerra, fatto dal punto di vista di chi l’ha vissuta in prima persona, un semplice soldato. Riporto qui di seguito il testo della canzone.
La guerra di Piero La guerra di Piero, rivisitazione di
(Fabrizio De Andrè) Adriano Celentano
La guerra di Piero (Fabrizio De Andrè)
Dormi sepolto in un campo di grano Non è la rosa, non è il tulipano Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi Ma sono mille papaveri rossi.
«Lungo le sponde del mio torrente Voglio che scendano i lucci argentati, Non più i cadaveri dei soldati Portati in braccio dalla corrente».
Così dicevi ed era d’inverno E come gli altri verso l’inferno Te ne vai triste come chi deve; Il vento ti sputa in faccia la neve.
Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po’ addosso, Dei morti in battaglia ti porti la voce: "Chi diede la vita ebbe in cambio una croce".
Ma tu non la udisti e il tempo passava Con le stagioni, a passo di giava, Ed arrivasti a passar la frontiera In un bel giorno di primavera.
E mentre marciavi con l’animo in spalla Vedesti un uomo in fondo alla valle Che aveva il tuo stesso identico umore Ma la divisa di un altro colore.
Sparagli Piero, sparagli ora, E dopo un colpo sparagli ancora, Fino a che tu non lo vedrai esangue Cadere a terra a coprire il suo sangue.
«E se gli sparo in fronte o nel cuore, Soltanto il tempo avrà per morire, Ma il tempo a me resterà per vedere, Vedere gli occhi di un uomo che muore».
E mentre gli usi questa premura, Quello si volta, ti vede, ha paura Ed imbracciata l’artiglieria Non ti ricambia la cortesia.
Cadesti a terra senza un lamento E ti accorgesti in un solo momento Che la tua vita finiva quel giorno E non ci sarebbe stato ritorno.
«Ninetta mia, a crepare di maggio Ci vuole tanto, troppo coraggio, Ninetta bella, dritto all’inferno Avrei preferito andarci d’inverno».
E mentre il grano ti stava a sentire Dentro alle mani stringevi il fucile, Dentro alla bocca stringevi parole Troppo gelate per sciogliersi al sole.
Dormi sepolto in campo di grano Non è la rosa, non è il tulipano Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi Ma sono mille papaveri rossi.
Piccola bozza di analisi
SCHEMA METRICO
Canzone di 13 strofe; ogni strofa è composta da 4 endecasillabi. Rime spesso baciate!
NARRAZIONE
Come un vero e proprio racconto, abbiamo qui essenzialmente due voci: quella del narratore e quella del protagonista. Il narratore è esterno e parla in terza persona, ma in alcuni momenti entra nella narrazione con le sue esortazioni («Fermati Piero», «Sparagli Piero»), immedesimandosi nella situazione e perciò provocando anche un maggior coinvolgimento nel lettore/ascoltatore. Il discorso riportato di Piero, che si trova in tre strofe (strofa 2, 8 e 11), rende più tangibile la figura di Piero (che altrimenti rimarrebbe un semplice soldato-fantasma in mezzo a molti altri) accentuando così il coinvolgimento del lettore/ascoltatore.
RITMO
Oltre ad essere musicata, questa canzone presenta a livello testuale numerose ripetizioni che le danno un ritmo particolare e che sottolineano nel testo i passaggi più carichi di significato e di emotività. Così, ad esempio, nella strofa 8, in cui si riporta il discorso centrale di Piero (se sparo a quel soldato io vedrò morire un uomo), si ripetono per due volte le espressioni: "il tempo" e "vedere". Il tempo infatti è protagonista della situazione: mentre Piero si sofferma a riflettere sul fatto che proprio il tempo darà a lui la possibilità di vedere un uomo che muore, egli perde irrimediabilmente tempo e dà così modo all’altro di agire. Infatti, a differenza della strofa 8 che con le sue ripetizioni scandisce un tempo assai lento, la strofa 9, quella in cui l’altro soldato agisce senza perdere tempo, si muove su un ritmo veloce, spesso per asindeto: "si volta, ti vede, ha paura".
Campi semantici e antitesi
– la morte: il dormire sepolto, l’ombra dei fossi, i cadaveri dei soldati, l’inverno, i morti in battaglia, la croce, i colpi da sparare, il vedere un uomo che muore, le parole gelate. – la vita: il grano, i papaveri rossi, i lucci argentati, la primavera, la figura dell’amata (Ninetta). – il tempo: il fermarsi, il tempo che passa, il passare delle stagioni, il tempo che rimane per vedere, il non-ritorno dalla morte. L’antitesi principale sulla quale si costruisce la poesia è quella tra la morte e la vita, dove ogni elemento appartenente al campo semantico dell’uno si trova in prossimità e in contrasto con gli elementi del campo semantico dell’altro. Tra i due termini, il tempo costituisce il tramite o la separazione, talvolta come mezzo di passaggio dalla vita alla morte (la perdita di tempo di Piero che è causa della sua morte), talatra come confine invalicabile tra i due mondi («ti accorgesti in un solo momento che (…) non ci sarebbe stato ritorno»).
Paul Èluard (poeta francese vissuto tra il 1895 ed il 1952, iscritto al Partito Comunista francese ed attivo esponente della Resistenza contro l’occupazione nazista)
Non verremo alla mèta ad uno ad uno
Non verremo alla mèta ad uno ad uno,
Ma a due a due. Se ci conosceremo
A due a due, noi ci conosceremo
Tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
Un giorno rideranno
Della leggenda nera dove un uomo
Lacrima in solitudine
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Il poeta scrive questa poesia nel 1946 e questi versi risentono dell’esperienza vissuta nella Resistenza antinazista e dell’amore per la sua compagna, che muore proprio in quello stesso anno.
La mèta è l’obiettivo della realizzazione di una società ideale fondata sulla giustizia , sulla libertà e sulla fratellanza.
L’espressione "a due a due" si riferisce all’amore di coppia, ma più in generale al superamento dell’egoismo e dell’individualismo
"I figli" = i posteri
"leggenda nera"= si riferisce al periodo storico della seconda guerra mondiale, vissuto dal poeta ed esprime anche la speranza che in una società futura ideale i giorni vissuti dal poeta, pieni di odio, di guerra e di furore, possano essere ricordati come una "leggenda nera", come un qualcosa di funesto che non sarà destinato a ripetersi più.
In questo ipotetico futuro ideale, dunque, il dualismo ("due a due") prevarrà sull’egoismo e con esso si diffonderanno ovunque la fratellanza e la solidarietà.
Il finale della poesia è sicuramente ad effetto: l’immagine "leggenda nera" e l’antitesi "rideranno…. lacrima" sottolineano in modo efficace il contrasto tra il presente funesto, dominato dall’egoismo e dall’odio, ed il domani ideale, dualistico e felice.
Il poeta, dunque, sembra preconizzare una sorte di Pasqua, di resurrezione dell’animo umano ed una sua rigenerazione in un futuro e in un mondo migliori!!!
La Juventus castiga l’Inter a San Siro e riapre il campionato: il 2-1 con cui la squadra di Ranieri ha fermato la capolista è la sorpresa nell’uovo di Pasqua che in molti si auguravano, soprattutto la Roma, la vera vincitrice di questa 30ª giornata di serie A, che con il successo sull’Empoli per 2-1 ha conquistato i tre punti che la portano ora a meno quattro dai campioni d’Italia. Vincono anche Fiorentina e Milan, che hanno battuto rispettivamente Lazio (1-0) e Torino (1-0). In zona Uefa mezzo falso della Sampdoria che impatta in casa con il Cagliari, mentre l’Udinese la sorpassa. In chiave salvezza il Siena batte il Parma. Pari tra Atalanta e Catania, e tra Reggina e Napoli, il Genoa vince a Palermo.
INTER KO – La partita di San Siro si è giocata soprattutto nel secondo tempo dopo una prima fase di gara che non ha regalato grandissime emozioni. A sbloccare il risultato è stato Camoranesi al quarto minuto della ripresa. Un gol su cui i neroazzurri avranno molto da recriminare, visto che l’intera azione è stata viziata da un fuorigioco non segnalato dal guardalinee. Al 18esimo è stato Trezeguet a centrare il raddoppio. I neroazzurri solo a questo punto, forse, hanno iniziato a mettercela tutta, accorciando le distanze con un gol di Maniche al 38°, dopo un suggerimento di Maicon. Sul finale l’Inter ha condotto un forte pressing cercando di agguantare la rete del pareggio e andandoci vicino al 46° con un forte tiro di Maniche, finito però in pieno contro il palo alla destra di Buffon. Ma non è servito e alla fine la Juve è riuscita ad uscire vittoriosa dal campo del Meazza.
LA ROMA SI RIPRENDE – «Contro l’Empoli è la partita più importante dell’anno», aveva detto il tecnico Spalletti dopo la sconfitta nel derby. E la Roma ha fatto più fatica del previsto ad avere ragione dell’Empoli che, con la sconfitta 2-1, è penultimo in classifica. I toscani si sono basati sulle grande giocate di Giovinco: il gol del momentaneo pareggio, una traversa e altre ottime azioni. Primo tempo in ombra per i giallorossi che passano comunque in vantaggio al 36′ con Tonetto con un’azione manovrata. Ma al 5′ della ripresa pareggia Giovinco, poi Perrotta viene espulso per un inutile fallo da dietro. In dieci ci pensa Panucci di testa a dare al 18′ la vittoria alla Roma, che continua la rincorsa all’Inter.
FIORENTINA, GOL DEL «PAZZO» – È Pazzini al 32′ della ripresa, subentrato a Vieri, a dare la vittoria alla Fiorentina contro una Lazio volitiva, ma imprecisa sotto porta con Rocchi, Bianchi e Pandev. I viola avrebbero meritato forse una vittoria più larga: gol annullato a Santana, traversa di Pazzini, e grande parate di Ballotta su Mutu.
MILAN, UN RESPIRO DI SOLLIEVO – Il Milan, dopo due sconfitte consecutive, passa a Torino 1-0 con un gol di Pato. Il brasiliano al 21′ della ripresa tocca a 10 cm dalla linea di porta un tiro di Gilardino che forse sarebbe entrato comunque. Per i rossoneri, senza Kakà, sono tre punti importanti per continuare la corsa sulla Fiorentina per il quarto posto in campionato che dà l’accesso alla prossima Champions League. Bella la reazione del Torino, menomato dagli infortuni, ma il Milan ha meritato il successo.
LE ALTRE PARTITE – Atalanta-Catania 0-0 (Doni ha fallito un rigore, parato da Polito); Palermo-Genoa 2-3 (non è bastata la doppietta di Amauri per i siciliani, Guidolin praticamente già esonerato dal presidente Zamparini); Reggina-Napoli 1-1 (i calabresi pareggiano al 92′ con Brienza il gol di Sosa al 77′); Sampdoria-Cagliari 1-1 (pari al 91′ dei doriani, i sardi hanno fallito numerose occasioni); Siena-Parma 2-0 (Maccarone all’87’ – rigore – e al 94′): Udinese-Livorno 2-0 (firmano i bomber Quagliarella e Di Natale).