SORPRESA 3

cOMUNQUE, SE RIGUARDASSE LA SCUOLA
 
NON E’ DETTO CHE SIA BRUTTA!!
 
ANCHE SE TUTTO è RELATIVO!!

sorpresa domani

La sorpresa potrebbe  essere relativa alla scuola….
 
Ma potrebbe anche….

Sorpresa….

Sorpresa
 
 
Bella o brutta sorpresa?
 
 
Tutto è relativo!!!

Se lo dicessi…

Se lo dicessi, non sarebbe una sorpresa
 
Per il momento è TROP SEGRET!!

No comment… LEGGERE URGENTE

Domani, forse, una sorpresa……
 
 
per il momento "NO COMMENT"
 
E’  "TROP SEGRET!"
 
MA…….
 
 
 

Se impedirò….

Se impedirò che sia spezzato un cuore,
invano vita non avrò vissuto.
Se di una vita lenirò il dolore,
se ad una pena darò refrigerio,
o un pettirosso affranto aiuterò
chè al suo nido ritorni,
invano vita non avrò vissuto.
 
(Emily Dickinson)

Vi invito tutti…a non essere complici!!

Cari amici e cari blogger,
 
per quel poco che può servire, vi invito tutti a diffondere l’indignazione per il barbaro omicidio compiuto a Verona. Come tutti sanno, la notte del primo maggio cinque balordi hanno massacrato il ventinovenne Nicola Tommasoli.
 
Questi ha combattuto per alcuni giorni tra la vita e la morte e stasera è deceduto.
 
Alcuni dei responsabili sono stati arrestati. Tutti e cinque appartengono ad un gruppo di neofascisti, che già in passato aveva compiuto azioni criminali.
 
Un giovane di 29 anni ha perso la vita a causa della violenza cieca e folle di cinque barbari teppisti che lo hanno colpito alle spalle e massacrato.
 
Facciamo sentire sui nostri blog l’indignazione per quanto è accaduto e chiediamo con forza che le istituzioni, anziché minimizzare eventi del genere, li prendano di petto e cerchino di estirparli alla radice.
 
Una società non può definirsi tale se è contaminata da simili atti di violenza e nessuno di noi potrà dirsi al sicuro se gruppi di teppisti continueranno a spadroneggiare impuniti nelle nostre città.
 
Un altro grave episodio è accaduto presso Viterbo, dove alcuni ragazzi hanno seviziato un compagno della loro stessa scuola, bruciandogli i capelli e spegnendogli sigarette sulle braccia.
 
 
 

 
 
 
Questa foto è, a dir poco, sconcertante.
 
Sono aspetti diversi di una società malata che ha bisogno di cure immediate.
 
Se restassimo indifferenti a tutto ciò, saremmo inevitabilmente complici e, quindi, diventeremmo anche noi colpevoli.
 
PENSIAMOCI BENE!!!

Non fraintendete

Non fraintendete il post sulla giornata di domani
 
Sarà rispettato l’orario previsto, senza cambiamenti.
 
 

Uomo del mio tempo

UOMO DEL MIO TEMPO.

(S. Quasimodo)

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

(dal sito:” http://www.italialibri.net/opere/uomodelmiotempo.html)

Il tema della poesia è l’immutabilità della natura umana, rimasta uguale a quella dell’uomo «della pietra e della fionda», fatta di istinti, di pulsioni, di sentimenti e di egoismo, è rimasta uguale fino a oggi, anche se la scienza ha fatto passi da giganti. La scienza ha perfezionato le armi che portano la morte ai fratelli. Alcuni uomini, presi dalla volontà di potenza, ancora oggi scatenano guerre che portano lutti e sofferenza alle popolazioni civili. La civiltà ha solo mutato le condizioni di guerra: dalla fionda si è passati ai carri armati, e agli aerei [e ai missili, aggiungeremmo noi ndr.] che seminano la morte. L’uomo del nostro tempo, afferma il poeta, ha perduto ogni considerazione dei fratelli e ha dimenticato la solidarietà e la religione che lo trattengono dalla violenza. E rimasto uguale all’uomo che, attratto il fratello in un campo, lo ha ucciso. Di nuovo l’uomo del nostro tempo tradisce oggi il fratello. E la menzogna di allora è arrivata fino all’uomo del nostro tempo. Di fronte alla menzogna e all’inganno i giovani di oggi, i figli, farebbero bene a rinnegare i padri che portano la guerra: le loro tombe giacciono in una terra desolata, gli avvoltoi rodono il loro cuore e il vento sparge nell’aria l’odore dei loro cadaveri”.

«E’ un implacabile atto d’accusa contro la ferocia – bestiale e razionale ad un tempo – a cui si sono abbandonati gli uomini nella seconda guerra mondiale. Agli occhi del poeta appare un’umanità mostruosa che inizia il suo cammino con il più belluino dei suoi gesti: il fratricidio. Non solo non è mutato nulla da allora, ma l’uomo ha mirato a perfezionare sempre di più le armi dello sterminio; ha rivestito la guerra di ideali, legittimando perfino gli assassini. La cosiddetta “ civiltà”, quindi, invece di rendere gli uomini più buoni, li lasciò fermi nei loro istinti di primitivi, di uomini-belva, alla barbarie di Caino. Ma le nuove generazioni devono ora avere il coraggio di vergognarsi dei loro padri e di dimenticarli, piuttosto che vergognarsi di essere uomini, e devono sostituire, finalmente la legge di Caino con quella di Cristo». (A. Frattini, Poeti italiani del XX secolo pagina 670).

È la constatazione della crudeltà dell’uomo che a distanza di tanti secoli è rimasto uguale a se stesso: primitivo, ferino, bestiale, crudele, istintivo, irriflessivo, selvaggio, spietato, al pari di quando per uccidere si serviva di strumenti approssimativi. Il progresso della civiltà non è servito a farne un uomo migliore e oggi si costruiscono armi sempre più intelligenti, destinate alla distruzioni di interi popoli. L’uomo del nostro tempo ha perduto l’amore, la solidarietà verso gli altri uomini e ha perduto la religione che invita gli uomini ad amare gli altri uomini e magari a sacrificarsi per essi come ha fatto Gesù Cristo che si è immolato per salvare la terra dal peccato e dal male. Ecco il commento di B. Panebianco:

« Nella prima parte il poeta esprime le sue considerazioni nei confronti del progresso: l’uomo contemporaneo è brutale come nell’età delle caverne, ha solo perfezionato i suoi strumenti distruttivi, rendendoli sempre più sofisticati. La civiltà è senza amore e senza Cristo, l’odore dell’odio e del sangue fraterno si sprigiona dalle origini fino ad oggi e l’uomo continua ad uccidere, versando altro sangue. Poi il poeta invita le nuove generazioni a dimenticare le violenze dei padri , le cui tombe sono ricoperte dalle ceneri delle distruzioni che loro stessi hanno provocato: occorre essere uomini migliori per costruire un futuro di pace e d’amore». (da Moduli di educazione letteraria pagina B157).

Ogni verso scorre veloce fino alla fine. Le parole sono prese dal linguaggio comune ma sono costruite su molte figure retoriche – sinestesia (odore sangue) analogia (nuvole di sangue) –, su richiami biblici e su richiami storici che innalzano la poesia a un linguaggio poetico efficace e tagliente. Molto bello l’appello finale nel quale il poeta condanna i padri che scatenano le guerre a danno dei figli. È compito dei figli rinnegare i padri che portano sciagure e guerre. Ecco il bel giudizio di Francesco Puccio sul finale della poesia:

« Nei confronti dell’uomo del suo tempo, come di ogni tempo, la cui unica religione è quella di uccidere il fratello, non c’è imperativo etico che imponga ai figli di seguire le orme dei padri. Dall’angoscia allo sdegno, all’ammonizione, all’esortazione finale, la voce del poeta si leva calda e accorata: che i figli non si sentano fratelli di Caino e che abbiano il coraggio di non ereditare il freddo testamento di morte lasciato dal fratricida e che purtroppo si è luttuosamente trasmesso alle generazioni ad essi precedenti, resistendo agli attacchi del tempo e ad ogni forma di pietà: che essi rinneghino la lezione dei padri intrisa dell’acre odore del sangue che si solleva da terra come una nuvola: che pongano fine ad ogni atto devozionale nei confronti delle tombe degli avi, dissacrate e assunte a testimonianza della barbarie perpretata». (pagina 600).

 

Scuola, domani..

Scuola
 
latino, greco e IN QUINTA storia
 
domani recupereremo alla grande
 
siate (e siamo) pronti!!

CLINICAMENTE MORTO NICOLA TOMMASOLI

E’ CLINICAMENTE MORTO NICOLA TOMMASOLI, IL VENTINOVENNE MASSACRATO DA UNA BANDA DI CINQUE NEOFASCISTI LA NOTTE DEL PRIMO MAGGIO.
 
CINQUE BALORDI CRIMINALI, INFATUATI DELLE FOLLIE NEONAZISTE E NEOFASCISTE, HANNO UCCISO UN RAGAZZO DI VENTINOVE ANNI, SENZA ALCUNA RAGIONE, SOLO PER IL GUSTO DI FAR PREVALERE LA LORO PREPOTENZA E LA LORO VIOLENZA.
 
SONO DEI BALORDI CHE DOVRANNO ESSERE SEVERAMENTE PUNITI. 
 
MA MOLTE COLPE DEVONO ESSERE DATE ANCHE ALLA SOCIETA’ IN CUI LORO ED ALTRI GIOVANI COME LORO SONO CRESCIUTI.
 
UNA SOCIETA’ (SCUOLA E FAMIGLIA IN PRIMO LUOGO) CHE NON HA SAPUTO INCULCARE I GIUSTI VALORI FONDATI SUL RISPETTO DEGLI ALTRI. UNA SOCIETA’ CHE, ALMENO IN QUESTI CASI, HA FALLITO CLAMOROSAMENTE!! ESSA, INFATTI, HA SEMPRE FATTO CREDERE CHE TUTTO FOSSE DOVUTO E, SOPRATTUTTO, CHE CON LA PREPOTENZA TUTTO POTESSE ESSERE OTTENUTO.
 
 
 
LA SCUOLA E LA FAMIGLIA, CON IL LORO BUONISMO FINE A SE STESSO E CON IL LORO LASSISMO, HANNO GENERATO, IN PIU’ DI UN CASO, DEI VERI E PROPRI MOSTRI! E SU QUESTO TUTTI NOI EDUCATORI DOBBIAMO INTERROGARCI,  RIFLETTERE E, SOPRATTUTTO, DOBBIAMO SAPER PRENDERE LE GIUSTE POSIZIONI PER EVITARE CHE LA SITUAZIONE PEGGIORI SEMPRE DI PIU’, PER FARE IN MODO CHE NON CI SIANO PIU’ ALTRI NICOLA TOMMASOLI!!
 
E’ DI OGGI LA NOTIZIA DI VIOLENTI ATTI DI BULLISMO IN UNA SCUOLA DEL VITERBESE AI DANNI DI UN RAGAZZO DI QUATTORDICI ANNI.
 
ANCHE QUI CI TROVIAMO DI FRONTE AD UNA PATOLOGIA SOCIALE MOLTO GRAVE, PERCHE’ NON SI TRATTA PIU’ DI "COMUNI" DEPRECABILI ATTI DI BULLISMO.
 
SI TRATTA DI VERE E PROPRIE VIOLENZE CHE POSSONO METTERE A RISCHIO LA STESSA INCOLUMITA’ PERSONALE DI CHI LI SUBISCE.
 
QUESTI ED ALTRI EPISODI ACCADUTI IN QUESTI GIORNI,  SONO I SEGNI PIU’ CHIARI E TANGIBILI DI UNA SOCIETA’ SEMPRE PIU’ ALLO SBANDO E SEMPRE PIU’ MALATA!!!

L’ITALIA DOPO IL 476 D.C.

I regni romano – barbarici e la situazione in Italia

 

All’inizio del VI secolo i regni che si crearono in Europa furono i seguenti:

         Il regno dei Vandali   (Tunisia, Algeria, Sardegna, Corsica, Isole Baleari)

         Il regno dei Visigoti   (Spagna, Gallia meridionale)

         Il regno dei Burgundi (valle del Rodano)

         Il regno dei Franchi    (Gallia centro – settentrionale)

         Il regno degli Svevi    (area nord – occidentale della Penisola iberica, poi successivamente, insieme ad altre popolazioni occuparono la Baviera)

         Il regno degli Ostrogoti (in Italia)

         Il regno degli Alamanni, nella Gallia compresa tra i Franchi e i Burgundi

         Gli stanziamenti di Angli, Juti e Sassoni in Britannia (le antiche popolazioni britanniche furono costrette a migrare in Gallia, nella regione della Bretagna che da loro prese il nome.

 

Questi regni furono definiti romano – barbarici per due ragioni:

  1. i barbari, pur conservando le proprie tradizioni, mantennero le leggi romane vigenti;
  2. questi regni si formarono sui territori occupati dall’Impero romano e nel loro apparato amministrativo non mancarono esponenti del vecchio mondo romano.

 

I nuovi regni mostrarono una stabilità maggiore nelle aree in cui si era registrata una più forte integrazione tra romani e barbari e in cui si era avuta la conversione dei barbari al cattolicesimo (Visigoti e Franchi).

Si ebbe, invece, una marcata instabilità nei territori in cui era perdurata la distinzione tra i barbari e le popolazioni locali (presso i regni dei Vandali, degli Ostrogoti e degli Svevi).

 

Italia, da Odoacre (capo degli Eruli) a Teodorico

Nel 476 Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che si protrasse dal 488 al 494.

Teodorico riportò la vittoria decisiva su Odoacre nella battaglia di Verona (489) e, dopo un lungo assedio a Ravenna, lo fece uccidere.

 

Con Teodorico abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.

 

In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino. Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.


In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.

La convivenza tra barbari e romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.

 

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.

 

Teodorico cercò anche di mantenere una posizione neutrale nella disputa che opponeva Roma e Costantinopoli in merito al monofisismo, cioè alla dottrina, sostenuta dai sovrani orientali, che vedeva in Cristo la sola natura divina.

 

Importante fu l’editto di Teodorico (redatto tra il 493 ed il 526), con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.

 

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.

Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, nel 523, un decreto contro gli ariani, che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.

 

Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.

 

Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.

 

Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

 

L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.

La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni di combattimenti, con la prima guerra gotica (dal 535 al 540, durante la quale Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri) e con una seconda guerra gotica (dal 544 al 553, dopo che Totila, il nuovo re degli Ostrogoti era riuscito a ricnquistare l’Italia).

 

Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse il re dei Goti Teia, eletto nel 553.

Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. Nella penisola, alcune aree, tuttavia, si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione

 

I longobardi in Italia

 

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), ampia parte della Toscana, Spoleto, Benevento, Salerno. D’altro canto, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravemma, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.

 

Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni eccelesiastici del clero.

 

Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.

 

La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

 

Frammentazione politica e territoriale

 

La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.

Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.

 

Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574) del suo successore Clefi.

 

Morto anche questo sovrano, vi fu un decennio di interregno,  durante il quale i ducati governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.

 

La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.

 

Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.

 

Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto.

 

Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole raffgorzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.

 

Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.

La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).

Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.

 

La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.

 

Per tale ragione, Liutprando occupà l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).

Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.

 

Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.

 

I re longobardi furono i primi a fregiarsi abitualmente del titolo di Re d’Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fine del regno longobardo

 

 

 

QUESTA MATTINATA E’ ANDATA E DOMANI?

Anche questa mattinata è passata, sia pur a fatica.
 
Non ci lamentiamo e proseguiremo sempre così sull’onda dell’entusiasmo.
 
 
E domani che cosa succederà?
 
 
…………………
 
………………………..
 
 
(aggiornamenti in corso d’opera)

Res publica est res populi

Est igitur… res publica res populi, populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus. Eius autem prima causa coeundi est non tam imbecillitas quam naturalis quaedam hominum quasi congregatio. (Cicerone, De republica I, 39)
 
 
La repubblica, dunque, è la cosa del popolo ed il popolo non è un qualsiasi agglomerato di persone riunite in qualunque modo, bensì una riunione di gente che si è associata sulla base dell’accordo nell’osservare la giustizia e sulla base di comuni interessi. Inoltre, la prima ragione di questa associazione non è tanto la debolezza, quanto una sorta di istinto associativo naturale.

Che sarà mai?

Donazione di Sutri (728 d. C.): che sarà mai?
Quale fu l’importanza di questo avvenimento?