commenti alle tracce della prima prova

I commenti alle tracce della prima prova
 
 
 
In merito all’analisi del testo di Montale
 
Maria Luisa Spaziani conferma che quei versi erano dedicati al ballerino russo Kniaseff
A proporre le tracce è un team di esperti, il provvedimento viene poi firmato dal ministro

L’ex compagna del poeta:
"Hanno preso un abbaglio"

L’Arcigay: "Interpretazione ridicola, forse si tratta di una censura maldestra"
E qualcuno avanza il dubbio: "Gli studenti bocciati potrebbero appellarsi al Tar"

ROMA – Chissà cosa hanno pensato gli studenti a cui era stato chiesto di commentare quei versi dedicati a una figura femminile, una volta scoperta la notizia. Eugenio Montale li aveva scritti per un uomo, non per una donna. "Ho dei dubbi sul fatto che Eugenio parlasse di una donna – conferma Maria Luisa Spaziani, per anni compagna del poeta e animatrice di un premio a lui dedicato – credo che il Ministero abbia preso un abbaglio". E’ un team di esperti, coordinati poi da un dirigente del ministero, che sottopone una rosa di tracce al ministro dell’Istruzione (nel caso specifico si parla ancora di Fioroni), che a sua volta firma la decisione, anche se in realtà la scelta viene spesso delegata ai suoi tecnici. E l’errore non è l’unico. Nel tema sullo straniero viene sbagliata una didascalia.

L’ex compagna. Spaziani, anche lei poetessa, sorride quando le viene letta la traccia: "Il ruolo salvifico e consolatorio viene svolto da una figura femminile". E commenta: "Per me il ministero se l’è proprio inventata. Ho la netta impressione che ricordasse delle conoscenze maschili fatte durante l’adolescenza, a teatro, un ballerino o un compagno di scuola". E infatti è così. Quei versi sono dedicati a "K", al secolo il ballerino russo Boris Kniaseff. La poetessa si dice comunque contenta per la scelta della poesia: "Finalmente è stata scelta una lirica che non appartiene agli ultimi tre volumi di Montale".

L’iter delle tracce. A formulare le possibili tracce è una squadra di esperti nelle varie discipline, circa 800, considerando i diversi indirizzi di studio. La supervisione è affidata da qualche decennio a un’ispettrice del ministero, Katia Petruzzi. La scelta finale spetta poi al ministro, che firma il provvedimento, anche se nella prassi delega la decisione finale ai suoi collaboratori. "Un errore gravissimo che grida vendetta, gli esperti meriterebbero di essere ‘bocciati”". Lo dichiara Luigi Camilloni, presidente dell’Osservatorio Sociale – l’augurio è che il ministero rifletta su quanto accaduto e corra ai ripari".

Reazioni del mondo arcobaleno
. Per l’Aricigay, quella del ministero è stata un’interpretazione ridicola. "Eugenio Montale non era omosessuale – dice Aurelio Mancuso – Si voleva forse tentare una maldestra censura per non incorrere in alcun dubbio ‘morale’, visto che quei versi scritti da un uomo parlano di un altro uomo?". Mentre Franco Grillini, componente della Costituente socialista e presidente gaynet, afferma: "non abbiamo un ministero della pubblica istruzione, ma della pubblica ignoranza".

"I bocciati potrebbero fare ricorso". E qualcuno già si chiede se da questo errore potrebbero nascere delle cause legali, portate avanti da studenti bocciati. "Il ministero dell’Istruzione dovrebbe dare disposizioni a tutte le commissioni di considerare come un compito di fantasia – consiglia l’avvocato Isetta Barsanti Mauceri – il ricorso dello dovrebbe essere presentato al Tar, impugnando il giudizio negativo, che però dovrebbe riguardare soltanto il compito scritto di italiano".

Il bis. In serata un sito si studenti, Universinet.it, avverte che esiste un secondo errore (minore), questa volta nella traccia sullo straniero. "La statua di marmo ritratta nella foto è effettivamente romana, ed è stata effettivamente realizzata nel i secolo a.C. – scrive il sito – ma gli autori del compito dimenticano di dire, che questa scultura "è solo una copia romana di un originale (probabilmente di bronzo) che risale al terzo secolo avanti cristo, che fu realizzato in un’antica città dell’asia minore e che celebrava un sovrano ellenistico".

(18 giugno 2008)
 
 
Commento al tema sulla Costituzione
 
IL COMMENTO

La nostra Carta, moderna e trascurata

di Stefano Rodotà
E’ SEMPRE buonissima cosa che nella scuola, e in ogni luogo, si ricordi che esiste ancora una Costituzione della Repubblica e che si inviti a discuterne il significato e la portata. Mi viene un dubbio, però, suscitato proprio dal riferimento iniziale ai versi di Dante. Davvero, in questi ultimi anni, vi è stata un’opera di illuminazione, o solo di buona informazione, intorno alla Costituzione, tale da mettere in condizione i cittadini, e dunque gli studenti, di comprenderne il valore, la sua modernità come carta dei diritti che ha colto con grande intuizione anticipatrice il senso che avrebbero assunto diritti come quello alla salute, che ha dato alla persona ed alla sua dignità un rilievo inedito?

Nella discussione pubblica l’immagine forte della Costituzione capace di guardare lontano, "presbite" come la definì Piero Calamandrei, è stata sopraffatta da una critica che sottolineava il bisogno di cambiarla. E non tutti erano in grado di cogliere la distinzione tra cambiamento delle regole sul funzionamento delle istituzioni e difesa della parte relativa ai diritti. Mancando questa generale consapevolezza, non sono sicuro che la documentazione fornita agli studenti possa aver funzionato come il "lume"dantesco, spingendo a preferire questa traccia alle altre. Mi auguro di essere smentito dai fatti.

(18 giugno 2008)
 
Il commento al tema sull’ sms (bella l’idea di questa traccia!)
 
IL COMMENTO

Ti dico cos’è un sms, ma per lettera

di STEFANO BARTEZZAGHI

CARA SCUOLA, ieri i telegiornali parlavano dell’emozione di noi studenti alla vigilia dell’esame che continua a essere popolarmente chiamato "di maturità". Oggi ti scrivo questa lettera, durante l’esame medesimo, poiché me l’hai chiesta.
Infatti la "traccia" che ho scelto, quella "di attualità", esordisce così: "Comunicare le emozioni: un tempo per farlo si scriveva una lettera, oggi un sms o una e-mail". Quello che mi chiedi, però, non è un sms o una e-mail per comunicarti la mia emozione di maturando. Mi chiedi un tema, e il tema, fra le forme di comunicazione, assomiglia soprattutto alla lettera.

Deve essere una speciale malizia ministeriale, questa: i ragazzi di oggi non sanno più cosa sia una lettera, quindi chiediamogliene una. Cosa posso dirti delle lettere? So che mia madre si è sempre lamentata perché il mio babbo non gliene ha mai scritta una d’amore. So che nell’antologia di letteratura ne abbiamo "fatta" una molto importante, scritta da uno scrittore di Praga a suo padre che stava a Recanati. Sotto il banco ho un telefonino che la commissione non ha scoperto, e ho letto l’sms che mia madre essendo un po’ in ansia mi ha appena mandato: "E’ difficile? Vuoi 1 mano?". Appena il commissario si volta le rispondo: "Ho + o – finito. Torno subito".

Cara Scuola, per concludere io non so cosa sia una lettera. So che se devo dire a un’amica a che ora esco oppure se in televisione passa un video che mi piace, prendo il telefonino e scrivo qualcosa. Tu parli di odori. A cosa ti riferisci? All’inchiostro? Il destinatario di una lettera la annusava? Questa cosa sarebbe assai curiosa, ma non so dirtene molto. Sai com’è; a te, voglio dire a Scuola, non se n’è parlato mai.

(18 giugno 2008)
 
Il commento al tema sul lavoro
 
IL COMMENTO

I due volti del lavoro offeso

di LUCIANO GALLINO

SARA’ INTERESSANTE vedere come i ragazzi hanno interpretato questo tema. Perché oggi la sicurezza del lavoro ha due facce, e ambedue sono offese. Della prima parla ogni giorno la cronaca. Dopo una promettente discesa, da molti anni il numero dei morti e dei mutilati sul lavoro si mantiene stabile su un livello scandalosamente alto. La recente legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ha quasi un anno, ma si tratta d’una legge delega, e prima che i relativi decreti attuativi producano i loro sperabili effetti ci vorranno anni.

L’altra faccia del lavoro offeso è l’insicurezza dell’occupazione che attanaglia masse di lavoratori. Milioni di essi hanno contratti a termine, al di là dei quali è impossibile vedere. Altri milioni hanno un posto di lavoro a tempo indeterminato, ma debbono chiedersi ogni giorno se e quando un padrone invisibile non deciderà di sopprimerlo perché non rende abbastanza, o di trasferirlo in un altro paese dove il suo costo sarebbe dieci volte più basso. Le cause della doppia insicurezza del lavoro sono molteplici; non l’ultima di esse è la povertà delle culture che studiano il lavoro, lo governano, e costruiscono politiche e leggi per regolarlo. E’ bene che nel luogo dove tali culture si formano i ragazzi comincino a discuterne.
(18 giugno 2008)

 
Commenti e svolgimenti tratti da sito corriere.it
 
Analisi del testo
 

Premetto che sono per principio allergico all’analisi di un unico testo e per di più pilotata da una traccia prestabilita, perché quella traccia generalmente svia la lettura o l’imbriglia in un’interpretazione preconfezionata. Oltre tutto, in questa Maturità, la scelta del quarto componimento della terza sezione di Ossi di seppia di Montale non è felice, perché costituisce un testo poco rappresentativo dell’intera raccolta.

Ma entriamo nei dettagli. La traccia prevede, prima di tutto, che lo studente riassuma brevemente il «contenuto informativo della lirica in questione». Una poesia ha il valore di una notizia? Non lo sapevo. Lo studente, più saggio degli esperti del ministero, avrà proceduto a fare un semplice riassunto di ciò che i versi di Montale sanno evocare. La prima strofa mette in scena il ricordo di un «sorriso» che è come «un’acqua limpida», vista per caso, «tra le petraie d’un greto», una sorta di piccolo lago in cui si rispecchia l’edera e più in alto ancora «l’abbraccio d’un bianco cielo». Montale è qui chiarissimo: mette in primo piano un ricordo caro. Il Ministero complica tutto perché chiede di individuare la «visione della realtà» del poeta e quella del «ruolo salvifico e consolatorio della figura femminile». Siamo nei guai. Qui c’è un errore grossolano: la poesia è dedicata a Baris Kniaseff che donna non è, ma un vecchio amico ora «lontano». E allora cosa fare? Bisticciare con gli esperti o fare finta di niente? Dire che la ripetizione di tante «r» sta per una realtà ostile e «l’acqua limpida» per una donna che salva, sarà stata forse la scelta più accomodante.

E’ chiaro che tutto il resto va ora a precipizio perché la traccia, mentre s’intestardisce a mettere in scena una donna, chiede di spiegare (con un italiano traballante) in «che senso il portare con sé la sofferenza per il mondo può essere, come dice il poeta, "un talismano" per un’anima e come questa condizione possa essere altrettanto serena che quella di un’anima "ingenua" non toccata dal male». Ma se si leggono i versi non c’è questa equazione, ma solo una sorta d’interrogativa indiretta in cui ci si chiede se l’amico sia oggi un’anima ingenua o un’anima che soffre.

Lo studente saggio avrà a questo punto mandato a quel paese i signori del ministero e nell’ultima strofa seguirà Montale che, al ricordo della «pensata effigie» dell’amico, sommerge i propri «crucci estrosi». Poi, se sarà stato in grado, avrà fatto la sua bella analisi stilistica del componimento e quindi parlato genericamente della poesia di Montale. Tranquilli ragazzi, niente paura. Con esperti ministeriali così poco competenti, il vostro tema meriterà comunque un punteggio pieno.

Giorgio De Rienzo
18 giugno 2008

Tipologia B

 

Una traccia figlia di un’anomalia italiana: le troppe morti sul lavoro. Fa persino orrore doverla leggere: il lavoro tra sicurezza e produttività. Come a dire che il lavorare, e cioè prestare proprie energie «contro il corrispettivo di una retribuzione», come si legge nell’Enciclopedia Universale edita da Il Sole 24 ore, debba condursi tra il proprio rischio personale (la sicurezza) e il fatto di essere funzionale ed efficace (la produttività). Non quindi un’attività normale così come era stata immaginata dai cosiddetti padri della Patria nello scrivere la Costituzione: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

Da quel terribile binario imposto tra sicurezza e produttività ne esce invece una sorta di nemico e non di attività centrale e costitutiva di una comunità come dovrebbe essere il lavoro. Certo, è la realtà purtroppo a imporre una visione così drammatica. La realtà fatta di due operai, per giunta extracomunitari e non in regola, morti soltanto la scorsa settimana a Milano. O dei sei operai uccisi dalle esalazioni e dai liquami tossici di una vasca in Sicilia. Uno stillicidio continuo nel quale non passa giorno che il nostro Paese non paghi un tremendo tributo al lavoro. Occuparsi di sicurezza diventa quindi un obbligo. Contrastare il lavoro irregolare e investire sulla sicurezza, è «prioritario», come richiesto dal Rapporto Isfol del 2007.

Solo questa battaglia potrà permetterci di occuparci pienamente di rendere il lavoro più «conforme alle aspettative degli individui, sia per la qualità del lavoro disponibile per i nuovi entrati sia per le prassi selettive… attraverso la conciliazione tra competitività e meriti e l’equità dell’accesso alle opportunità», come si legge nel citato rapporto dell’Isfol riportato nella traccia. E invece ci ritroviamo purtroppo a impegnare la maggior parte delle energie a combattere quella malattia troppo diffusa in Italia che è l’allergia alle regole. Come spesso accade infatti è proprio il non rispetto delle norme, che esistono e funzionerebbero se seguite, a determinare questa dolorosa anomalia nazionale della mancata sicurezza che paghiamo con il prezzo più alto: vite umane.

Daniele Manca
18 giugno 2008

 

Commento ambito tecnico scientifico

«Quale idea di scienza nello sviluppo tecnologico della società umana». Formulata in questo modo, la traccia è ambigua, perché «scienza» e «tecnologia» fluttuano in rapporto alla società senza una loro specificità. Così come troppo centrifugo- a rischio di confusione per lo studente – è tutto il ventaglio delle citazioni, esteso da un celebre passo del De rerum natura sull’autonomia della visione scientifica rispetto alla trascendenza e alla religione (che – per inciso – sarebbe stato meglio riportare nella versione di Luca Canali, più concreta ed esatta) alle preoccupazioni tecno-manageriali di Bill Gates, passando per brani di scienziati, filosofi e storici della scienza (tra loro eterogenei per valore e competenza) incentrati solo in parte sul nucleo del tema, cioè sul nesso filosofico e pratico tra scienza e tecnologia.

Comunque, nello sviluppare (e raddrizzare) la traccia sarebbero auspicabili due passaggi essenziali:
a) una distinzione netta tra scienza e tecnologia che vada contromano rispetto alle convenzioni diffuse (a livello sia accademico che giornalistico), secondo le quali la scienza e la tecnologia sarebbero indistintamente e intrinsecamente responsabili di tutti i fenomeni degenerativi delle comunità umane, dal riscaldamento globale al degrado ambientale, dalla disuguaglianza sociale alle psicopatologie di massa. La scienza – nonostante quel che dicono i suoi avversatori – è sostanzialmente neutra, posta aldilà (o aldiquà) di qualunque connotato etico: mentre la sua applicazione (la tecnologia) è dipendente da numerose variabili psicologiche, sociali ed economiche (un esempio classico e sempre valido è quello del coltello, utilizzabile per sbucciare un frutto come per uccidere).
b) Con un salto ulteriore, lo studente dovrebbe chiarire come molti, se non tutti, i comportamenti degenerativi e autodistruttivi della specie (incluso il cattivo uso della tecnologia) siano spiegabili proprio dalle implicazioni filosofiche della scienza. Per fare un paio di esempi: conoscere l’incidenza della biologia e della genetica sui comportamenti aggressivi o solidali (a livello individuale o di gruppo) aiuterebbe a comprendere il carattere mistificatorio di ogni ideologia politica di destra e di sinistra; e conoscere l’incidenza dei fattori strutturali e non «antropici» nell’alterazione climatica (dal vento solare alle emissioni di carbonio dovute al vulcanismo, agli incendi boschivi e al metabolismo animale) farebbe da contrappeso ai toni isterico-profetici di tanto catastrofismo diffuso, attirando l’attenzione su quello che davvero potremmo fare.

In una simile prospettiva, l’approdo finale è una riflessione sulle possibilità e i limiti dell’agire umano in rapporto ai vincoli esercitati sull’individuo e la società dalla fisica e dalla biologia. E quindi, sul rapporto tra libertà e determinismo.

Sandro Modeo
18 giugno 2008

 

Commento ambito artistico – letterario

ARTICOLO DI GIORNALE DI AMBITO ARTISTICO-LETTERARIO

Un titolo totalizzante e impegnativo

Tracce non del tutto coerenti. E manca una riflessione su come lo straniero viva dentro di sè la percezione altrui

 

L’aspetto positivo è indubbiamente costituito dalla proposta di un argomento di scottante attualità, che tra l’altro può vantare ormai qualche anno di attenzione da parte della piccola e grande editoria al problema. Mi riferisco in particolare all’attenzione e pubblicazione di testi di autori di madrelingua non italiana, appartenenti in gran parte alle ondate migranti dell’ultimo ventennio, dapprima supportati da autori italiani in veste di mediatori-traduttori, e poi con i migranti stessi quali scrittori delle proprie esperienze e vicende. E dico subito che con un titolo così totalizzante e impegnativo non sarebbe stato fuori luogo richiamare anche questa prospettiva quanto mai attuale del problema. Che è poi la prospettiva che ha dettato pure il recupero d’una narrativa e d’una memorialistica di chi, italiano, si è trovato a rappresentare “lo straniero” in “casa d’altri”.

Perché ciò che mi pare manchi nelle tracce proposte
è anche proprio come lo Straniero viva dentro di sé la percezione altrui nei suoi confronti. Detto questo, aggiungo che non mi pare poi così semplice lavorare unitariamente sulla traccia proposta, alla luce dei testi allegati. Che mi paiono non del tutto coerenti. D’accordo sulla “normatività” del Deuteronomio (che tra l’altro, narrativamente parlando, avrebbe potuto essere riletto nella vicenda del Libro di Ruth); e d’accordo pure sulla rappresentazione omerica, in una lezione positiva di “accoglienza”: prospettive che ritrovo nella poesia di Walcott
nella pietà che segna la rappresentazione del Galata morente, un soldato sì straniero, non però ai romani (come dice la didascalia ministeriale), ma agli abitanti della città di Pergamo in Asia minore: la scultura marmorea infatti è sì romana, ma per nulla originale, trattandosi di una copia d’una scultura ellenistica realizzata per celebrare la vittoria di Attalo I re di Pergamo appunto sui Galati, ossia i Galli della Galazia.

A suonarmi meno funzionali sono altri testi. Lo Straniero nei Promessi sposi è sì Renzo: ma quello che passa l’Adda in fuga e che poi vede la sua Lucia letta come la “Bella Baggiana”: qui invece siamo nella peste, e in tal caso non parlerei di Straniero in senso generale, ma di chi è reso tale (quindi anche il vicino di casa a noi ben noto) da una Paura resa assoluta dalla forte mortalità giornaliera. Salvo che, in Renzo, si voglia rappresentare, dello Straniero, la componente “malandrina” (e comunque mi pare un po’ troppo), o comunque (e ci potrebbe stare, pur se un po’ tirato) il clima di sospetto. Allo stesso modo non trovo particolarmente stringente il Pirandello di Lontano e, quanto alla Morante, il brano è di fatto riassumibile nel solo ultimo periodo riportato (non poi così diverso da “Gli altri? L’inferno!” del Sartre di Porte chiuse).

In tutta sincerità, mi chiedo cosa possa aver spinto a scegliere Brown: se non forse la volontà di inserire un richiamo alla fantascienza (ma allora perché non evocare ai candidati semplicemente l’ET a loro ben noto?). Semmai, in clima bellico, avrei visto meglio certe pagine di Rigoni Stern dal Sergente nella neve o certe poesie di Ungaretti o Jahier e simili. Diverso il discorso di Baudelaire, che allo Straniero riporta soprattutto per il titolo (ma proprio Lo straniero di Camus dice di quante accezioni si possano dare del termine). Discorso diverso perché richiama un aspetto che sarebbe stato degno d’essere proposto ad analisi, anche perché conosce nella nostra letteratura varie testimonianze. Mi riferisco alla figura dell’Altro, in quanto Straniero o Sconosciuto, pretesto per una narrativa di interrogazione. Quanto poi agli esempi: ecco il Perelà uomo di fumo di Palazzeschi calibrato sulla figura di Cristo; o lo Straniero, il “misterioso ragazzo”, di Teorema di Pasolini. Figure, queste e altre simili, che per un autore agiscono da “grimaldello” di denuncia narrativa: soprattutto delle tante nostre più o meno borghesi “inautenticità”.

Ermanno Paccagnini
18 giugno 2008

 

Commento al tema sulla Costituzione

L’argomento del saggio breve storico-politico appare abbastanza scontato e prevedibile (oltre che assai simile alla corrispondente prova dell’anno passato). Non solo per l’argomento in sé (i 60 anni della Costituzione, che cadono appunto quest’anno), ma anche perché non si vede come potesse fare perfino uno studente particolarmente preparato a scriverne in modo non ovvio. Sembra infatti ben difficile che studenti e studentesse (ma anche la più parte degli insegnanti, direi) potessero affrontare i problemi di interpretazione impliciti in alcune delle citazioni-traccia fornite.

Ad esempio, il fatto – ricordato nel brano di una studiosa, Paola Castagnetti – che la Costituzione contiene non soltanto il riferimento a una serie di diritti e di regole, ma anche a un insieme di direttive per la riforma della società è abitualmente presentato come un elemento di particolare valore. In realtà, è precisamente questo suo carattere politico-programmatico ciò che alcuni studiosi di orientamento liberale hanno spesso rimproverato alla nostra Costituzione.

Ma di un qualunque punto di vista critico la traccia ministeriale sembra aver preferito non tener conto. Prevale infatti, dall’insieme delle citazioni e dalla titolazione stessa del tema, un indirizzo sostanzialmente celebrativo, che sembra sottovalutare quanto la Costituzione repubblicana fosse legata al momento storico in cui venne elaborata e alle necessità di un incontro tra culture diverse (cattolica, socialcomunista, liberale), sulla base di un’enfatizzazione dei diritti sociali e del carattere programmatico del testo costituzionale. In sostanza, la traccia ministeriale, per come è concepita, finisce con l’invitare di fatto gli studenti a cavarsela con le solite, sempre ripetute, affermazioni sulla perenne vitalità della nostra Costituzione e dei suoi valori.

Giovanni Belardelli
18 giugno 2008

Commento tipologia C (ambito storico)

Nel 1913 fu introdotto in Italia il suffragio universale. Maschile, perché le donne erano escluse dal diritto al voto. Un’esclusione che appariva quasi naturale, conforme all’ordine delle cose. In Italia erano sconosciuti movimenti di emancipazione della donna che rivendicassero la parità dei diritti, ma anche in Inghilterra e negli Stati Uniti le «suffragette» che con cartelli e volantini protestavano contro le discriminazioni nei confronti delle donne venivano considerate come un fenomeno eccentrico e stravagante. Fatto sta che nessun politico, ma anche nessun letterato, artista, professore universitario protestò perché quella conquista fondamentale, il suffragio universale, non contemplasse la presenza delle donne.

Bisognerà aspettare il 1946 perché quell’«universale» fosse veramente tale, nelle prime elezioni democratiche dopo il ventennio fascista e le devastazioni della Seconda guerra mondiale. Le donne italiane, confinate in casa come angeli del focolare e tenute lontano dal mondo del lavoro appannaggio degli uomini, scoprirono solo in circostanze tragiche la storia e il mondo esterno alla dimensione domestica. Fu durante la Prima guerra mondiale, quando padri, mariti, figli e fidanzati in divisa erano immersi nel fango e nel sangue delle trincee, che molte donne dovettero rimpiazzare i loro uomini nelle fabbriche e negli uffici sguarniti di manodopera maschile. Il lavoro era pesante, ingrato, durissimo, ma le donne non erano ancora considerate «cittadine» a tutti gli effetti. Nel fascismo divennero «giovani italiane», poi madri prolifiche, inquadrate nelle organizzazioni di massa del regime come gli uomini. Il fascismo moltiplicò l’aiuto «assistenziale» per le donne, ma la cittadinanza femminile era un miraggio ancora lontano.

Le donne potevano consolarsi nell’immaginario cinematografico, l’unico dove il genere femminile poteva dare di sé un’immagine non subalterna. Circolavano le prime istantanee del mondo della moda: uno spiraglio di emancipazione dei costumi. Ma nulla di più. Le donne furono protagoniste nella Seconda guerra mondiale. Moltissime parteciparono alla Resistenza o si arruolarono nell’esercito della Rsi di Mussolini. Ma furono pochissime le donne nell’Assemblea costituente. Pochissime quelle che sedevano sui banchi del primo Parlamento democratico dell’Italia repubblicana. Una donna italiana, Maria Montessori, diede un contributo fondamentale nella storia della pedagogia e dell’istruzione, ma, fino almeno agli anni Settanta, le donne laureate sono state un’esigua minoranza: la schiacciante maggioranza femminile veniva raggiunta piuttosto negli istituti magistrali.

Solo con la «Sex Revolution» degli anni Sessanta, le donne acquistarono una dimensione pubblica che non fosse confinata nei recinti della famiglia e dei lavori più tipicamente «femminili». Nel 1974 le donne votarono a stragrande maggioranza per il divorzio, e quasi tutti i periodici femminili, quelli più tradizionali e quelli con un piglio più moderno ed «emancipato», suggerirono alle loro lettrici di votare a favore del mantenimento del divorzio. Il femminismo, fenomeno giù fiorente negli altri Paesi dell’Occidente del benessere, sbocciò negli anni Settanta. Ma a oltre trent’anni di distanza, con un nuovo diritto di famiglia che ha sancito almeno nella forma l’assoluta parità tra i generi, in Italia la politica, l’economia, le professioni conoscono ancora una percentuale molto ridotta di donne chiamate a responsabilità di potere e di direzione, marcando una discriminazione statisticamente clamorosa rispetto alle altre nazioni europee.

Pierluigi Battista
18 giugno 2008

Commento tipologia D

Tra scrittura ed emozioni c’è sempre stata un’intesa. Le lettere d’amore o di commiato, le proteste o le confessioni si sono adeguate al genere letterario dell’epoca, riuscendo a giungere sino a noi. Ci comunicano in tal modo sentimenti svaniti che il tempo non è riuscito a cancellare. L’odio o l’amore, la delusione o la rabbia, così come un’intuizione o un’idea affidata alla pagina hanno quasi una loro eternità.

Gabriele D’Annunzio, che resta uno degli scrittori più prolifici nelle missive d’amore, sapeva cavarsela sempre con il massimo di eleganza: inondava di aggettivi la donna da corteggiare e le chiedeva un sacrificio come supremo gesto quando doveva liberarsene. In questo era battuto soltanto da Ugo Foscolo che ogni giorno scriveva comunque delle lettere, anche quando non aveva un’amata: conservava queste epistole grondanti promesse e parole alate che si presentavano con uno spazio bianco al posto del nome. Allorché il poeta incontrava una signora degna di attenzione, poteva spedirle una quantità di lettere tale da impressionarla.

Ma queste sono storie di emozioni legate al passato. Dalla nostra epoca sono quasi scomparsi gli epistolari di carta, soprattutto per le faccende d’amore, e si sono sostituiti con l’e-mail o un sms. Se la lettera spedita elettronicamente conserva le caratteristiche dell’antica, e quindi può soffermarsi per tutte le righe necessarie sui particolari del sentimento in evoluzione (o che sta appassendo), l’sms è un tiranno. Costringe a essere sintetici o, come si diceva sino a un paio di decenni fa, telegrafici. Certo, si possono mettere a punto abbreviazioni e acronimi che riescono a rendere comunque efficace il messaggio, ma è altresì vero che tra i due scriventi ci deve essere una particolare intesa affinché questo linguaggio possa raggiungere il suo scopo.

Inoltre sms e e-mail sono veloci e non lasciano quei tempi morti tra scrittura e spedizione, che era una caratteristica delle vecchie lettere. Una dichiarazione d’amore, o il suo contrario, un’idea venuta al tal letterato o a un filosofo o anche a uno scienziato, aveva insomma uno spazio per essere meditata. Oggi comunichiamo velocemente quel che pensiamo e, di conseguenza, anche lo stato emotivo che stiamo vivendo. Sovente, qualche ora più tardi, non siamo d’accordo con quanto abbiamo scritto.

Se gli epistolari della letteratura sono destinati a diventare un ricordo, così come quelli d’amore, noi viviamo comunque un’epoca fantastica che ci permette una comunicazione sconosciuta al passato. Spetta a noi conservare quanto riteniamo utile. In fondo, la memoria elettronica non è peggiore di quella cartacea. Anch’essa è degna di tramandare ai posteri storie d’amore o idee elaborate dal nostro tempo.

Armando Torno
18 giugno 2008

 

 

 

 
 
 
 

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