Il Tar sospende, per ora, la riforma Gelmini ed i tagli alle cattedre

Il Tar boccia e sospende la riforma Gelmini…. Irregolari, almeno per ora, i tagli alle cattedre!
 
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Il Tar boccia la “riforma” Gelmini

Domenica 27 Giugno 2010 09:07

Mariastella Gelmini

Redazione

Tagli del personale e riduzione di orari introdotti prima dell’entrata in vigore dei regolamenti attuativi. Entro il 19 luglio la ministra dovrà dare spiegazioni ai giudici di legittimità amministrativa. Circolari utilizzate come norme di legge

ROMA – Ancora una tegola per la cosiddetta “riforma” Gelmini. Il Tar del Lazio ha accolto la sospensiva. Una ordinanza del Tar del Lazio sospende i provvedimenti ministeriali in materia di organici accogliendo una richiesta del "Comitato nazionale per scuola della Repubblica" e del "Comitato bolognese scuola e costituzione".

Il ricorso riguarda le circolari sugli organici che, secondo i legali di parte, sarebbero illegittime in quanto emanate prima che i Regolamenti sulla riforma della secondaria di secondo grado entrassero in vigore. Il Tar del Lazio per il momento non e’ ancora entrato nel merito ma disposto la sospensione dei provvedimenti impugnati ordinando al Ministro di depositare nel termine di quindici giorni una "documentata relazione" per acquisire ulteriori elementi. Il 19 luglio e’ fissato una nuova udienza per decidere se confermare o meno la sospensione dei provvedimenti impugnati. Intanto, pero’, la sospensione delle circolari potrebbe avere qualche conseguenza. Secondo i Comitati che hanno promosso il ricorso la sospensione comporta che fino al 19 luglio tutte le operazioni sull’organico e i relativi trasferimenti del personale e quelle sulle iscrizioni sono congelate.

Secondo i Comitati che hanno presentato il ricorso "la serie di illegittimita’ compiute dal ministro Gelmini che, usando circolari come fossero leggi, ha forzato tempi e procedure della riforma al solo scopo di incassare i tagli di spesa, ha messo nel caos le scuole e mette a rischio l’inizio regolare del prossimo anno scolastico". Il Comitato Scuola e Costituzione sottolinea, in una nota, che i genitori hanno dovuto procedere all’iscrizione dei figli alle prime classi dei nuovi indirizzi per l’anno scolastico 2010-2011 "senza conoscere i programmi di studio e sulla base dell’offerta formativa dello scorso anno che gli istituti non sono stati in grado di aggiornare, in mancanza dei programmi e dei regolamenti definitivi". Sempre in assenza di programmi e regolamenti "e’ stato imposto ai Collegi l’adozione dei libri di testo entro il 31 maggio per le nuove classi prime" ed "e’ incerto a quali insegnanti verrà affidato l’insegnamento delle discipline introdotte dai nuovi ordinamenti e non previste dai precedenti". Infine, il Comitato mette in evidenza come siano "in enorme ritardo" le operazioni di definizione dell’organico e quindi quelle di mobilità (in questo momento sono in fase di definizione quelle della sola scuola primaria). "I docenti si troveranno trasferiti d’ufficio sulla base di un organico basato per il prossimo anno su classi di concorso ‘atipiche’ ovvero di classi prodotte da una commistione fra le vecchie classi e quelle previste dal regolamento di revisione, rimasto congelato nel suo iter. In tal modo – conclude il Comitato alcune graduatorie verranno penalizzate dall’unificazione con altre".

«Fino ad oggi sono state reticenti le risposte del ministro Gelmini alle nostre interrogazioni sull’uso disinvolto delle circolari in assenza di leggi e sulla mai avvenuta pubblicazione dei decreti interministeriali sugli organici. Ma, davanti all’ordinanza di ieri del Tar del Lazio e alla richiesta di presentare entro 15 giorni una ‘documentata relazione, il ministro non potrà più far finta di niente». Lo ha affermato Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura di Montecitorio dopo l’ordinanza del tribunale amministrativo sugli organici. «Non avrà più alibi per non venire in Parlamento a render conto dell’irregolarità e delle disfunzioni amministrative che hanno caratterizzato l’applicazione dei tagli di 130 mila posti tra docenti e personale non insegnante. Il silenzio della Gelmini potrebbe essere compreso solo se il ministro fosse impegnata in queste ore in un esame di coscienza sui devastanti tagli e sul caos creato alla scuola pubblica». 

Seconda prova maturità classica – Platone: Socrate e la politica.

Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca

M492 – ESAME DI STATO DI LICEO CLASSICO

CORSO DI ORDINAMENTO

Versione dal GRECO

Socrate e la politica

Ἐγὼ γάρ, ὦ ἄνδρες ᾿Αθηναῖοι, ἄλλην μὲν ἀρχὴν οὐδεμίαν πώποτε ἦρξα ἐν τῇ πόλει, ἐβούλευσα δέ• καὶ ἔτυχεν ἡμῶν ἡ φυλὴ Ἀντιοχὶς πρυτανεύουσα ὅτε ὑμεῖς τοὺς δέκα στρατηγοὺς τοὺς οὐκ ἀνελομένους τοὺς ἐκ τῆς ναυμαχίας ἐβουλεύσασθε ἁθρόους κρίνειν, παρανόμως, ὡς ἐν τῷ ὑστέρῳ χρόνῳ πᾶσιν ὑμῖν ἔδοξεν. Τότ’ ἐγὼ μόνος τῶν πρυτάνεων ἠναντιώθην ὑμῖν μηδὲν ποιεῖν παρὰ τοὺς νόμους καὶ ἐναντία ἐψηφισάμην• καὶ ἑτοίμων ὄντων ἐνδεικνύναι με καὶ ἀπάγειν τῶν ῥητόρων, καὶ ὑμῶν κελευόντων καὶ βοώντων, μετὰ τοῦ νόμου καὶ τοῦ δικαίου ᾤμην μᾶλλόν με δεῖν διακινδυνεύειν ἢ μεθ’ ὑμῶν γενέσθαι μὴ δίκαια βουλευομένων, φοβηθέντα δεσμὸν ἢ θάνατον. Καὶ ταῦτα μὲν ἦν ἔτι δημοκρατουμένης τῆς πόλεως• ἐπειδὴ δὲ ὀλιγαρχία ἐγένετο, οἱ τριάκοντα αὖ μεταπεμψάμενοί με πέμπτον αὐτὸν εἰς τὴν θόλον προσέταξαν ἀγαγεῖν ἐκ Σαλαμῖνος Λέοντα τὸν Σαλαμίνιον ἵνα ἀποθάνοι• οἷα δὴ καὶ ἄλλοις ἐκεῖνοι πολλοῖς πολλὰ προσέταττον, βουλόμενοι ὡς πλείστους ἀναπλῆσαι αἰτιῶν. Τότε μέντοι ἐγὼ οὐ λόγῳ ἀλλ’ ἔργῳ αὖ ἐνεδειξάμην ὅτι ἐμοὶ θανάτου μὲν μέλει, εἰ μὴ ἀγροικότερον ἦν εἰπεῖν, οὐδ’ ὁτιοῦν, τοῦ δὲ μηδὲν ἄδικον μηδ’ ἀνόσιον ἐργάζεσθαι, τούτου δὲ τὸ πᾶν μέλει. Ἐμὲ γὰρ ἐκείνη ἡ ἀρχὴ οὐκ ἐξέπληξεν, οὕτως ἰσχυρὰ οὖσα, ὥστε ἄδικόν τι ἐργάσασθαι, ἀλλ’ ἐπειδὴ ἐκ τῆς θόλου ἐξήλθομεν, οἱ μὲν τέτταρες ᾤχοντο εἰς Σαλαμῖνα καὶ ἤγαγον Λέοντα, ἐγὼ δὲ ᾠχόμην ἀπιὼν οἴκαδε.

                                                                                                                                                                                    PLATONE

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Durata massima della prova: 4 ore.

È consentito soltanto l’uso del dizionario di greco.

Non è consentito lasciare l’Istituto prima che siano trascorse 3 ore dalla dettaura del tema.

 
 

La traduzione proposta dal Corriere della Sera al sito: http://www.corriere.it/cronache/speciali/2010/maturita/notizie/23-giugno-seconda-classico-gusmini_b8c79872-7ea1-11df-b520-00144f02aabe.shtml

 

«Infatti, o ateniesi, io non ho mai esercitato nessuna carica in città, solo una volta sono stato membro della Bulé; e la mia tribù Antiochide aveva la pritania quando decideste di processare insieme – illegittimamente, come poi riconosceste tutti voi – i dieci strateghi che non avevano soccorso i naufraghi della battaglia navale. In quel frangente, io solo fra i pritani mi opposi perché non faceste nulla contro la legge, e votai contro. E mentre c’erano politicanti pronti a denunciarmi e a trascinarmi in giudizio e voi davate ordini e li incitavate, io pensavo che per me fosse meglio correre rischi schierandomi con la legge e la giustizia, piuttosto che, per paura della prigione o della morte, con voi, che stavate deliberando contro la legge. E questo accadde quando c’era ancora la democrazia; ma quando si affermò l’oligarchia, i trenta mi mandarono a chiamare al Tholos con altri quattro, e ci ordinarono di andare a prelevare da Salamina Leonte di Salamina, per mandarlo a morte; e molti ordini del genere ne diedero a molti altri, per coinvolgere nei loro crimini più persone possibili. Ma anche allora provai, non a parole ma coi fatti, che della morte non m’importa – se non è troppo rozzo dirla così – un bel niente, mentre non fare nulla di illegale né di empio, questo sì m’importa. E difatti quel governo, per quanto duro, non riuscì a spaventarmi tanto da farmi compiere un crimine: quando uscimmo dal Tholos, gli altri quattro andarono a Salamina a prendere Leonte, mentre io me ne tornai a casa».

Franca Gusmini
(Liceo Classico «Tito Livio», Milano)
23 giugno 2010

Discussione su YouTube – Peter Frampton – Now – 09. While my guitar gently weeps

Italia Forza!!

Che ci porti fortuna al mondiale
 

Goal

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

                                                                                  

       Umberto Saba.

Discussione su YouTube – Fratelli d’Italia

E le statistiche?

E le statistiche ….
che fine hanno fatto?

Appunti di Storia 4 parte: da Enrico VI a Federico II – l’Italia meridionale dopo Federico II

Enrico VI

Il nuovo imperatore dovette combattere per entrare in possesso della corona del Regno di Sicilia, riuscendovi solo nel 1194, dopo aver sconfitto il conte Tancredi di Lecce, che gli era stato contrapposto al trono dal partito baronale del regno normanno. Dopo aver imposto la sua autorità nel Sud dell’Italia, Enrico poté contare su un impero che annoverava i territori germanici, i territori dell’Italia settentrionale, nominalmente sottoposti all’impero, e quelli dell’Italia meridionale con l’assunzione del trono di Sicilia.

 

Enrico, però, dovette ben presto scontrarsi con il Papa Celestino III (1191 – 1198) quando, nel 1196, proclamò il figlio Federico Ruggero (il futuro Federico II) re dei Romani.

Celestino III vide in quest’atto una prevaricazione che giudicò lesiva dell’autorità del papa, unico depositario della prerogativa di incoronare re e sovrani. Pertanto, scomunicò l’imperatore che poi morì nel 1197 in Sicilia, all’età di 32 anni, mentre stava preparando una crociata in Oriente. 

L’anno successivo morì anche Costanza di Altavilla.

 

Il poeta Pietro da Eboli ci narra le vicende legate a questo scontro nel Liber ad honorem Augusti, conosciuto anche con il titolo De rebus Siculis carmen

 

 

 

Pietro da Eboli

Opere di Pietro da Eboli

Pietro da Eboli figura tra le massime glorie ebolitane dei secoli scorsi. Visse tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIII. L’opera più importante che ci è rimasta di lui è  il Liber ad honorem Augusti, composto in distici elegiaci  (un tipo di strofa costituita da una coppia di versi, un esametro e un pentametro) e dedicato ad Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa) vissuto tra il 1165 ed il 1197), che dal 1191 al 1197 fu imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e dal 1194 al 1197 fu anche Re di Sicilia.

Enrico, come si è visto, aveva sposato Costanza di Altavilla, che era figlia di Ruggero II, re di Sicilia, e in quanto zia dell’ultimo re normanno Guglielmo II aveva ereditato il trono normanno.

In virtù di questo matrimonio Enrico aveva aggiunto al suo titolo imperiale quello di Re di Sicilia, dopo uno scontro con il “partito nazionalista” che gli aveva opposto, come candidato al trono, il conte Tancredi di Lecce, anche lui imparentato con Guglielmo II e nipote per via di padre della stessa Costanza.

Ad Eboli, definita dulce solum, Pietro rimase sempre legato, al punto da rivendicarne il conferimento del titolo di città, in segno di gratitudine per la fedeltà osservata dagli abitanti di Eboli alla causa imperiale, riconoscimento reso da Federico II.

 

Il Liber di Pietro da Eboli può essere considerato una pregevole opera di poesia, ma anche un importante documento storico, arricchito da preziose miniature. Esso, infatti, è l’unica opera in versi che descrive il passaggio dalla monarchia normanna a quella sveva  in Italia meridionale.

 

Notevole, in Pietro, fu anche la speranza nell’Impero come unica istituzione in grado di reggere le sorti dell’umanità. Una fede sincera, quella del nostro illustre concittadino, che sembra anticipare la visione politica di Dante che, nel De Monarchia, formulerà la “teoria dei due Soli”.

 

Il Liber ad honorem Augusti (conosciuto anche con il titolo Petri d’Ebulo carmen de motibus Siculis inter Henricum VI Romanorum imperatorem et Tancredum seculo XII gestis, o più semplicemente con l’altro titolo De rebus Siculis carmen, Liber ad honorem Augusti) fa parte di una trilogia di opere, composte da Pietro e dedicate alla casa sveva che annovera il Liber ad honorem Augusti, il De balneis Puteolanis, e i Gesta Friderici, dedicato a Federico II.

 

Il Liber, diviso in 52 particole e in miniature che ne illustrano il contenuto, tratta dello scontro avutosi, nel corso dell’ultima dominazione normanna in Italia meridionale, tra Enrico VI e Tancredi di Lecce. Nel poema vengono narrate le vicende di questo scontro e la vittoria finale di Enrico VI. Viene anche ricordata la nascita di Federico Ruggero, il futuro Federico II. Il terzo e ultimo libro del carme contiene una sorta di inno di elogio nei confronti di Enrico VI.

 

 Federico II

 

Alla morte di Costanza di Altavilla, assunse la reggenza del piccolo Federico Ruggero il Papa Innocenzo III (1198 – 1216).

Questi impresse una svolta decisamente autoritaria al suo pontificato e fu un convinto assertore della superiorità del papato sull’Impero.

 

Nel 1209 incoronò imperatore Ottone di Brunswick, che prese il nome di Ottone IV. Successivamente, volendo Ottone ristabilire l’autorità imperiale in Italia, Innocenzo III lo scomunicò e incoronò re di Germania, nel 1212, Federico II, dopo avergli strappato l’impegno a non riunificare la corona imperiale a quella siciliana, di cui ere erede dopo la morte di Enrico VI e di Costanza.

 

Federico II sconfisse definitivamente Ottone IV nella battaglia di Bouvines, nelle Fiandre, nel 1214. Fu incoronato imperatore nel 1220 a San Pietro dal nuovo Papa Onorio III (1216 – 1227), dopo aver fatto conferire, nello stesso anno, il titolo di re di Germania al figlio Enrico VII di appena nove anni sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia .

 

Ottenuta l’incoronazione imperiale, Federico consolidò il suo potere. Poiché non mantenne fede alla promessa fatta ad Onorio III di intraprendere una nuova crociata, fu scomunicato una prima volta, nel 1227, dal nuovo Papa Gregorio IX (1227 – 1241). L’imperatore fu, quindi, costretto ad intraprendere la spedizione contro i Musulmani in Terrasanta. Era la sesta crociata (1228 – 1230).

In questa circostanza, Federico ottenne degli importanti successi diplomatici: sottoscrisse una pace decennale con il sovrano d’Egitto Al Kamil che si impegnò a non ostacolare i pellegrinaggi in Terrasanta. Gregorio IX, tuttavia, non accettò questo risultato, accusando  Federico di essere sceso a patti con gli “infedeli”. Lo incolpò anche di essere entrato nel Sepolcro di Cristo nonostante la scomunica. Per questo, lanciò le sue truppe contro il Regno di Sicilia. Federico ebbe facile gioco nel vincere le truppe del Papa che dovette ritirare la scomunica e stipulare presso Montecassino con Federico, nel 1230, il trattato di San Germano.

 

Il regno federiciano di Sicilia e la sua crisi

Federico spostò la sua corte in Sicilia, a Palermo, Impresse un’impronta fortemente centralistica al suo regno e promulgò, nel 1231, il Liber Augustalis, noto anche con la denominazione Costituzioni melfitane, così chiamate perché furono promulgate a Melfi, in Basilicata. Si trattava di una raccolta di leggi, redatte sul modello del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, da esperti giuristi, tra cui il capuano Pier delle Vigne. Attraverso le Costituzioni melfitane, Federico II intese riaffermare la sua autorità sui feudatari e sulle città della penisola, riaccendendo anche lo scontro tra Comuni ed Impero.

 

In questo quadro, nel 1234, Federico dovette fronteggiare la rivolta del figlio Enrico VII[1], re di Germania. Questi, che aveva il sostegno dei principi tedeschi e l’appoggio dei Comuni della Lega Lombarda, sosteneva che la politica del padre era troppo incentrata sulla Sicilia e lasciava il potere imperiale in balia dei baroni e delle loro prepotenze. Enrico fu sconfitto dal padre nel 1235 e si uccise poco dopo. La Lega Lombarda fu sconfitta nel 1237 nella battaglia di Cortenuova, vicino Bergamo.

 

Tuttavia la seconda scomunica del 1239 ad opera di Gregorio IX, la  terza scomunica del 1245, ad opera del Papa Innocenzo IV (1243 – 1254), e la sconfitta delle truppe imperiali a Fossalta, presso Bologna, nel 1249, segnarono il declino di Federico, che morì a Ferentino, in Puglia, nel 1250, mentre stava organizzando un esercito per un nuovo scontro in Italia settentrionale. Con la morte di Federico II fallì anche il disegno universalistico del suo impero, contrastato dalla resistenza dei Comuni e della Chiesa.

 

La fine della dinastia sveva e la divisione del Regno di Sicilia

Dopo la morte di Federico, i principi tedeschi elessero re di Germania e dei Romani Rodolfo I d’Asburgo. La corona di Sicilia, intanto, fu assunta nel 1258 da Manfredi, figlio di Federico. La sua politica di alleanze suggellata dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona,  la sua vittoria contro le truppe della guelfa Firenze, nella battaglia di Montaperti del 1260, nonché la sua tenace volontà di unificare la corona di Sicilia e quella del Regno d’Italia nelle sue mani, preoccuparono il Papa Clemente IV. Questi, che era di origini francesi, chiamò in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi a Benevento nel 1266 e pose l’Italia meridionale sotto il suo dominio. L’ultimo tentativo di riorganizzare il regno svevo fu compiuto da un altro figlio di Federico, Corradino di Svevia. Questi, nel 1268, combatté contro gli Angioini a Tagliacozzo, in Abruzzo, nell’agosto del 1268. Dopo un primo parziale successo, Corradino fu sconfitto e fu fatto prigioniero. Condotto a Napoli, fu decapitato nella Piazza del Mercato il 28 ottobre del 1268. Con la morte di Corradino si estinse anche la Casa Sveva. Il regno di Sicilia, comprendente tutta l’Italia meridionale, rimase stabilmente nelle mani degli Angioini fino al 1282. La corte fu spostata a Napoli, con forte risentimento dei Siciliani.

Nella Pasqua del 1282 una rivolta scoppiata in Palermo e in tutta la Sicilia, segnò la fine della dominazione angioina nell’isola.

L’insurrezione, motivata dal malcontento dei sudditi per il trasferimento della capitale del Regno a Napoli e per l’esosa politica fiscale degli Angioini, scoppiò per motivi apparentemente futili: la perquisizione di una donna siciliana ad opera di un soldato francese, nell’ora del Vespro, dinanzi alla chiesa del Santo Spirito, accese la miccia di una situazione già incandescente. Pietro III d’Aragona, legittimo erede in quanto marito di Costanza, la figlia di Manfredi, giunse in Sicilia e si impossessò dell’isola. Lo scontro, passato alla storia con la denominazione di Guerra del Vespro o Vespri Siciliani, durò venti anni e si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta con cui si conferì la corona di Sicilia agli Aragonesi.

In tal modo, il regno normanno – svevo di Sicilia si ritrovò diviso in due: il Regno di Napoli, sotto gli Angioini, ed il Regno di Sicilia, sotto gli Aragonesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Enrico VII di Hohenstaufen (Palermo, 1211 – Martirano, 10 febbraio 1242) era il figlio primogenito di Federico II e di Costanza d’Aragona. Diventato adulto, si dimostrò irrequieto e sovversivo. Infatti Enrico aveva sviluppato nei confronti del padre un odio profondo inasprito dalla lontananza del padre che aveva posto la sua corte in Sicilia. Lo scontro tra padre e figlio divenne inevitabile quando Enrico, mal consigliato dall’aristocrazia tedesca, si rese promotore di una lotta senza quartiere contro il regime imperialistico di Federico che sfavoriva lo sviluppo delle terre tedesche. Alla fine del 1234, Federico apprese con costernazione che il figlio si era alleato contro di lui con i suoi più temibili nemici, i Comuni della Lega Lombarda. Enrico fu deposto e condannato a morte. In seguito la condanna fu commutata in carcere a vita. Si uccise in Calabria, nel 1242, durante il trasferimento in una delle prigioni del Regno di Sicilia.

Appunti di Storia 3 parte: lo scontro tra Comuni e Impero con Federico Barbarossa

Lo scontro tra Comuni e Impero

La morte di Enrico V, nel 1125, aveva lasciato l’impero germanico in una situazione di stallo e di caos. Era morto senza eredi. Lo scontro per la successione ebbe una durata quasi trentennale e coinvolse la Casa di Baviera, rappresentata dal duca Lotario II, e la Casa di Svevia, guidata da Corrado III di Hohenstaufen. L’anarchia che ne seguì vide alternarsi al potere entrambi i contendenti: Lotario II resse il governo dal 1133 al 1137, Corrado III dal 1137 al 1152. I sostenitori della Casa di Baviera erano detti guelfi, da Welf (Guelfo), il fondatore della casata bavarese; i fautori della Casa di Svevia erano detti ghibellini, dal nome del castello di Weiblingen, posseduto dagli Hohenstaufen. Poiché i duchi di Svevia che possedevano il castello di Weiblingen erano favorevoli alla politica imperiale, mentre i duchi di Baviera erano contrari alla politica imperiale, la distinzione tra guelfi e ghibellini, fu introdotta anche in Italia, per definire, rispettivamente, coloro che sostenevano la causa della Chiesa e coloro che difendevano l’impero.

 

Nel 1152, i principi tedeschi elessero imperatore Federico I di Hohenstaufen, detto Federico Barbarossa. Egli discendeva, per parte di padre, dai duchi di Svevia del casato degli Hohenstaufen, per parte di madre, invece, era imparentato con i duchi di Baviera. L’elezione di Federico I costituiva, dunque, una sorta di compromesso, dal momento che il sovrano era imparentato con entrambe le famiglie che si contendevano il potere.

 

L’esordio politico di Federico fu improntato al conseguimento dei seguenti obiettivi:

 

1)     Ripristinare l’autorità imperiale in Italia

2)     assumere il controllo delle città del Nord e del Centro

3)     ricondurre nell’ambito della giurisdizione imperiale le regalie[1] “usurpate” dai Comuni, cioè i diritti di imporre tasse, battere moneta, stipulare trattati di cui i Comuni si erano impossessati

4)     farsi consacrare dal Papa re d’Italia e imperatore

5)      abbattere la monarchia normanna retta, in questa fase, da Guglielmo I il Malo (1131 – 1166)

6)     conquistare il sud Italia.

 

Il 18 giugno del 1154, Federico discese in Italia dove, nel 1155, fu incoronato re d’Italia ed imperatore dal Papa Adriano IV  (1154 – 1159)[2].

 

La prima Dieta di Roncaglia

 

Spinto dalla volontà di ripristinare in Italia l’autorità imperiale, Federico convocò una dieta, cioè una riunione con i rappresentanti dei comuni italiani, a Roncaglia (vicino Piacenza) nel dicembre del 1154 nella quale dichiarò nulle le regalie usurpate dai comuni[3]. Tuttavia, messo alle strette dalle forti opposizioni dei rappresentanti dei comuni, privo di un esercito che potesse consentirgli di piegarne le resistenze, a Federico non rimase altro che desistere dal suo proposito. Si recò, quindi, a Roma dove appoggiò il Papa Adriano IV contro l’azione di Arnaldo da Brescia che, facendosi portavoce del movimento della patarìa (che puntava a moralizzare la Chiesa, riconducendola alla semplicità delle origini), si era opposto al potere temporale del Papa. Arnaldo da Brescia fu catturato e giustiziato e Adriano IV, in segno di gratitudine nei confronti del Barbarossa, come si è sopra accennato, lo incoronò nel 1155 re d’Italia e imperatore. Federico dovette, poi, rientrare in Germania a causa di una rivolta.

In Germania, nel settembre del 1157, convocò una dieta a Würzburg: in quella circostanza teorizzò l’inalienabilità dell’autorità imperiale ed il carattere universale della sua istituzione, specificando che il potere e la corona non gli venivano dalla Chiesa, come una sorta di privilegio feudale, ma direttamente da Dio.

 

In una seconda dieta di Roncaglia (1158), Federico emanò tre direttive, una contro il Papa, una contro i Comuni, una contro i feudatari:

 

1)     il volere del principe aveva, di per sé, forza ed effetto di legge. Era superflua l’incoronazione da parte del Papa

2)     Le regalie spettavano al re e i comuni dovevano porsi sotto la sua influenza. Il governo doveva essere accentrato nelle mani di podestà o governatori di fiducia del sovrano

3)     le lotte tra i comuni mettevano a rischio la pace.

 

I comuni insorsero ancora una volta contro le decisioni dell’imperatore, trovando, questa volta, un forte sostegno nel nuovo Papa Alessandro III (1159 – 1181), acerrimo nemico dell’imperatore.

 

La reazione del Barbarossa alla rivolta dei Comuni e al sostegno offerto loro dal nuovo pontefice fu molto pesante: le città di Crema e di Milano furono distrutte, rispettivamente, nel 1159 e nel 1162, mentre al Papa l’imperatore contrappose un antipapa nella figura di Vittore IV.

 

La Lega lombarda e la sconfitta di Federico I

Per resistere con maggiore efficacia ai tentativi egemonici del Barbarossa, diversi comuni veneti e lombardi si allearono, nel 1167, nella Lega lombarda per combattere contro l’imperatore. La Lega ebbe l’appoggio del Papa Alessandro III e sconfisse Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano[4] del 29 maggio 1176.

Federico firmò un’ intesa con il Papa, nel 1177, garantendogli la fine delle ostilità  e la destituzione dell’antipapa Vittore. Firmò, poi, con i comuni la Pace di Costanza del 1183[5], che vincolava l’imperatore a riconoscere l’autonomia dei comuni in cambio di un loro formale atto di sottomissione attraverso un giuramento di fedeltà e in cambio della riscossione del fodro[6]. 

In questo modo, il Barbarossa rinunciò ad ogni pretesa di egemonia sui comuni italiani, così come fece anche nei confronti del papato.

 

La monarchia normanno – sveva nell’Italia meridionale

Tre anni dopo la Pace di Costanza, nel 1186, Federico ottenne un importante successo diplomatico facendo celebrare il matrimonio tra suo figlio Enrico VI e Costanza di Altavilla, figlia di Ruggero II, il fondatore del Regno normanno di Sicilia. Federico riuscì, in tal modo, ad associare, tramite Enrico VI, la corona di Sicilia a quella imperiale degli Hohenstaufen. Nel 1189, alla morte del re normanno Guglielmo II il Buono, Costanza, sorella del padre del re, Guglielmo I il Malo, divenne unica erede della corona del Regno di Sicilia. La morte improvvisa del Barbarossa, avvenuta nel 1190 in Asia Minore durante la III Crociata, avviò la transizione dalla monarchia normanna a quella sveva nell’Italia meridionale con l’insediamento al trono imperiale di Enrico VI (1190 – 1197).

 


[1] Dal latino regalia, il termine “regalie” indicavano le “cose regali”, le “cose che spettano al re”.

[2] Era Nicholas Breakspear, l’unico inglese ad aver occupato il soglio pontificio.

[3] In effetti, in Italia, l’autorità imperiale era ostacolata non tanto dai feudatari, come in Germania, quanto dai comuni. Per questo, Federico cercò anche di imporre dei podestà di sua fiducia per condizionarne la vita politica.

[4] A questa battaglia è legato il nome di Alberto da Giussano. Questi avrebbe guidato, secondo la leggenda, le truppe  militari dei comuni. Possiamo ritenere Alberto da Giussano un personaggio leggendario, più che storico. Secondo la tradizione, si distinsero particolarmente le truppe dei Milanesi, guidate da Alberto da Giussano e unite attorno alle insegne del Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine, intorno al quale si raccoglievano e combattevano le milizie dei comuni lombardi, probabilmente inventato dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, tra il 1037 e il 1039.

[5] Il trattato prese il nome della città in cui fu siglato, sulla riva del Lago di Costanza, nella Germania sud – occidentale, ai confini con la Svizzera.

[6] Il termine ”fodro” deriva dal longobardo fodr, foraggio. Era il diritto (detto anche albergaria) dei pubblici ufficiali e del sovrano in viaggio di esigere dalle popolazioni foraggio e biada per i cavalli.

Appunti di Storia 2 parte: le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani

Le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani

 

Nella nostra penisola si formarono due aree distinte: l’Italia centro – settentrionale in cui le città, contando su un’ampia autonomia dall’Impero a cui solo formalmente erano sottoposte, poterono facilmente organizzarsi in città – stato e, quindi, adottare la forma di autogoverno del Comune; l’Italia meridionale in cui, pur affermandosi delle realtà cittadine come Napoli, Amalfi, Bari, Trani, il controllo ferreo ed accentratore della monarchia normanna non permetteva il costituirsi di liberi Comuni.

 

In proposito, lo storico Giuseppe Petralia ha affermato che la questione meridionale affonda le sue radici proprio in questo assetto politico differente tra il Nord ed il Sud della nostra penisola. L’Italia meridionale che, durante la fase bizantina e sotto l’influsso islamico, aveva conosciuto una fase di sviluppo, perse gran parte della sua vitalità economica e sociale con la monarchia normanno – sveva e con le dominazioni degli Angioini e degli Aragonesi, che, privilegiando le esportazioni di frumento e di materie prime e puntando essenzialmente su una politica agraria, non consentirono l’affermarsi di una classe mercantile e borghese locale e, pertanto, non favorirono l’arricchimento di queste aree. E fu a partire da questo  momento, afferma il Petralia, che si crearono nell’ambito dei rapporti di forza tra gruppi sociali le profonde differenze tra Nord e Sud che sono alla base della nostra questione meridionale.

 

I comuni si formarono con maggiore rapidità lì dove si registrò una grande vitalità dei ceti borghesi. Nel nostro Meridione, soffocato dall’eccessivo centralismo politico normanno (e poi angioino ed aragonese) e dal sistema vassallatico – feudale, venne bloccata sul nascere qualsiasi esperienza di autogoverno cittadino.

 

Le istituzioni comunali

 

Il comune era amministrato dal consiglio, detto anche arengo[1] o concio[2], un’assemblea cittadina che eleggeva i rappresentanti dei cittadini e discuteva le leggi. I supremi magistrati spesso erano definiti consoli[3] e, in numero variabile da un minimo di due fino a venti, governavano per un periodo che andava dai sei ai dodici mesi. I consoli avevano ampie prerogative: garantivano l’applicazione delle leggi, guidavano l’esercito della città in caso di guerra e rappresentavano il comune nelle ambascerie e nelle delegazioni ufficiali. Essi erano affiancati, nell’esercizio delle proprie funzioni, dall’arengo.

C’erano, poi, i cittadini di pieno diritto. Questi costituivano un’esigua minoranza, in cui non rientravano i servi, le donne, i forestieri giunti da poco nella città, i disoccupati e le minoranze religiose.

 

I comuni più ricchi e potenti estesero la loro giurisdizione anche ai territori dei comuni vicini, superando il confine segnato dalle mura cittadine. Assunsero, pertanto, la fisionomia di veri e propri Stati territoriali. Tra i comuni italiani che maggiormente si distinsero in questa capacità espansiva, ricordiamo Milano, Firenze, Venezia e Verona, città che avrebbero dato vita, nei secoli successivi, ad importanti Stati regionali che avrebbero influenzato la storia politica della nostra penisola nell’età moderna.

 

I comuni dell’Italia centro – settentrionale cercheranno, da un lato, di preservare gelosamente la propria autonomia, dall’altro, di estendere il controllo anche al di fuori delle mura cittadine, nell’area più ampia posta sotto la propria giurisdizione che viene definita “contado” (relativa anche al territorio agricolo che si estende attorno alla città) assumendo la fisionomia di “Stati territoriali”. Occorre anche dire che, se formalmente le città dell’Italia del centro – nord dipendevano dall’imperatore, di fatto, la figura imperiale, divisa tra il ruolo di re d’Italia e di imperatore, risultava quasi sempre assente.

 

 

Il passaggio dal regime consolare al regime podestarile

 

Appena eletti, i consoli giuravano solennemente di salvaguardare gli interessi generali della collettività e di porsi al di sopra delle parti e degli interessi delle fazioni. Tuttavia, non sempre essi riuscirono a mantenere un metro di giudizio e di comportamento equo e imparziale in quanto, essendo membri della stessa città, inevitabilmente si lasciavano coinvolgere nelle beghe tra fazioni o, comunque, non potevano rimanere estranei alle stesse passioni politiche che animavano i loro concittadini. Inoltre, il frequente ricambio delle magistrature consolari evitava, da un lato, una potenziale deriva autoritaria del governo comunale ma, dall’altro, rendeva instabile e discontinua la governabilità, con il risultato di inasprire i contrasti tra le fazioni cittadine per la conquista del potere. Per queste ragioni, spesso, a partire dalla seconda metà del XII secolo, si rese necessario ricorrere ad un arbitro che fosse davvero imparziale e che non avesse alcun interesse politico o economico per farsi coinvolgere nella dialettica tra le fazioni. Si passò dai consoli al podestà,[4] che era per lo più un forestiero estraneo agli interessi delle fazioni politiche e sociali.

Il podestà era un vero e proprio funzionario stipendiato durava un anno ed i suoi atti venivano giudicati da una commissione cittadina. Nella sua azione politica era affiancato da due consigli cittadini, espressione delle famiglie più influenti: il consiglio maggiore, costituito da alcune centinaia di persone, ed il Consiglio minore, composto, al massimo, da dieci – dodici persone.

Si avviò la trasformazione del Comune dal regime consolare a quello podestarile.

 

La tendenza a concentrare il potere nelle mani di una sola persona fu un fattore determinante dell’ulteriore passaggio, tra i secoli XIII e XIV, al governo delle Signorie. Il Signore poteva appartenere alla borghesia o alla feudalità; poteva essere un generale che si poneva a capo della amministrazione e della politica del Comune, acquisendo un forte potere personale.

Il passaggio successivo fu l’evoluzione dalla Signoria al Principato che si realizzava quando il potere del il Signore veniva “ufficializzato” con l’incoronazione papale o imperiale.

 

Le classi sociali nei comuni italiani

Classe sociale

Composizione

Associazioni

Prerogative

Nobili o Magnati

Piccoli feudatari trasferitisi in città (Possidenti terrieri)

Si associavano in consorterie

Assumono ruoli direttivi.

Avevano minore rappresentatività nei “comuni di popolo”.

Popolo grasso

Mercanti, artigiani, banchieri, professionisti (Ricca borghesia)

Si associavano nelle “Arti maggiori”[5]

Inizialmente esclusi dalla vita politica, fanno poi valere i propri diritti politici.

Popolo minuto

Piccoli e medi artigiani;  proprietari di piccole imprese

Arti medie e minori

Potevano difendere i loro diritti economici, ma erano esclusi dalla vita pubblica.

Plebe

Lavoratori salariati (braccianti e operai, proletariato cittadino)

Non avevano alcun diritto di associazione

Erano esclusi dalla vita pubblica.

 

Con il passar del tempo, i Nobili, definiti anche Magnati, persero molto della loro importanza, mentre si fece sempre più rilevante l’ascesa del popolo grasso, cioè dell’alta borghesia rappresentata dai grandi imprenditori e dai grandi commercianti. Il popolo grasso si impose, in genere, sia sulla nobiltà feudale inurbata nella realtà cittadina, sia sul popolo minuto, la classe sociale composta dagli operai e dai piccoli artigiani.

Tra i secoli XII e XIII, infatti, lo scontro tra i nobili ed il popolo grasso fu molto acceso e, lì dove il popolo grasso si affermava sui magnati, si registrava il passaggio dal “comune aristocratico” al “comune di popolo” o comune popolare. Anche se il comune popolare fece registrare importanti e significativi risultati in termini amministrativi, fiscali e giudiziari, non fu mai un’esperienza pienamente democratica, nell’accezione moderna del termine. Dalla partecipazione politica, infatti, continuavano a rimanere escluse le classi sociali più basse. Diversamente che nel comune aristocratico, però, il comune popolare tagliava fuori dalla vita politica anche le classi sociali più alte, quelle dei nobili o magnati. Alla fine del XIII secolo, infatti, nei comuni di popolo, che erano l’espressione della rappresentanza del popolo grasso, furono promulgate diverse disposizioni “antimagnatizie” che impedivano ai magnati l’accesso alle cariche pubbliche. Un esempio emblematico fu rappresentato dagli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella con i quali, in Firenze nel 1293, i nobili furono privati dei diritti politici.

 

 

 

 


[1] L’etimologia del termine “arengo” non è del tutto chiara. Inizialmente indicava un luogo recintato, poi ha designato lo spazio, cioè l’edificio comunale, in cui si svolgevano le assemblee dei cittadini e, quindi, ha assunto il significato di “assemblea”.

[2] Dal latino contio – contionis, a sua volta derivante da “conventio” = assemblea, adunanza.

[3] console: dal latino “consul”, designava nell’antica Roma la più alta magistratura. Nel Medioevo indica i magistrati che rappresentano e governano il comune. Evidente appare, nelle scelta terminologica, la volontà di richiamarsi all’esperienza dell’antica Res publica Romana. 

[4] podestà: dal latino “potestas” = “autorità”, “esercizio del potere”. Il termine indicava, nel Medioevo, la più alta magistratura del comune che si sostituì a quella dei consoli. Il podestà aveva anche il compito di amministrare la giustizia e di comandare l’esercito.

[5] Con le espressioni “Arti maggiori” e “Arti minori” si indicavano nel Medioevo le associazioni di tutti coloro che svolgevano una professione o un mestiere. Le “Arti maggiori” raggruppavano  coloro che esercitavano le attività economiche, commerciali e professionali più importanti e redditizie.

Appunti di Storia 1 parte: a’anno Mille (in sintesi) e l’avvento del Comune

Il potere trasmesso dall’alto: papato e impero

 

 Il potere del Papa e l’organizzazione pontificia

Lo scontro tra il Papa e l’Imperatore poggiava anche su presupposti teorici e teologici: il potere del Papa discendeva direttamente da Dio e, pertanto, egli non poteva che porsi al di sopra di ogni altro potere temporale, in quanto era rappresentante di Dio in terra. Quella pontificia era, dunque, una concezione teocratica del potere, in base alla quale l’autorità pontificia assumeva un’origine divina e non umana. La conseguenza più diretta di tale visione teocratica fu che ogni altro potere temporale doveva essere subordinato a quello del Papa che diventava, così, l’anello di distribuzione del potere dall’alto verso il basso. Anche i sovrani, infatti, come tutti gli altri fedeli (e secondo il modello teodosiano) dovevano sottostare al volere del Papa, la cui figura e il cui ruolo nella società era stabilito dal diritto ecclesiastico, definito anche diritto canonico, dai “canoni” che costituivano le singole norme del diritto ecclesiastico.

Il decretum Gratiani, redatto dal monaco benedettino Graziano, professore all’Università di Bologna tra il 1139 ed il 1148, riordinò tutte le fonti e le norme del diritto canonico fino a quel momento in vigore, ma non codificate in un’unica raccolta di leggi.

 

Il papato basava la sua forza anche su una potente e capillare organizzazione interna che era così strutturata:

1)     Curia Romana: la corte del Papa, cioè l’insieme degli uffici e dei funzionari pontifici

2)     Collegio dei cardinali: un collegio composto da persone scelte dal Papa, spesso tra l’aristocrazia locale, a cui spettava l’elezione del pontefice[1]

3)     Camera apostolica: preposta all’amministrazione finanziaria

4)     Cancelleria: il luogo e l’ambito in cui si compilavano e si conservavano tutti i provvedimenti del pontefice.

La Chiesa riusciva a trovare un forte radicamento nella società anche grazie alla rete dei vescovi, il cui potere afferiva sia alle questioni religiose sia all’amministrazione delle terre, della giustizia e delle imposte.

Il potere monarchico

Il potere monarchico, come quello imperiale, tendeva a contrapporsi a quello pontificio. Sovrani ed imperatori non disconoscevano l’autorità religiosa e spirituale del Papa. Tuttavia contestavano al pontefice la legittimità delle ingerenze nel potere temporale. Un fondamento biblico a cui i detentori del potere politico potevano appigliarsi era la formula di San Paolo omnis potestas a Deo (“ogni potere discende da Dio”).

Anche la visione “laica” del potere era di natura teocratica e comportava, analogamente alla concezione del papato, una trasmissione del potere dall’alto verso il basso. La differenza stava nel fatto che i sovrani e, ancor di più, l’imperatore reclamavano per sé l’assoluta supremazia nel campo delle azioni e delle decisioni terrene. Come il papa, il sovrano rivendicava la sacralità della propria persona e l’infallibilità del proprio operato.

Il potere trasmesso dal basso: comunità di villaggio e comune

 

A queste due forme di organizzazione e trasmissione del potere dall’alto se ne affiancava un’altra che comportava, al contrario, una investitura dal basso, derivante dal consenso e dal sostegno dei membri della comunità.

Nelle campagne questo si verificava con la comunità di villaggio, nelle città, invece, con i comuni.

Comunità di villaggio

La comunità di villaggio si fondava sulle assemblee di tutti coloro che appartenevano ad una determinata comunità. Queste, pur dipendendo dai signori feudali, individuavano delle forme di organizzazione e di autogoverno per tutte le questioni che riguardavano l’impiego delle terre comuni, le modalità ed i tempi di lavorazione. A partire dal XIII secolo, la progressiva differenziazione tra i membri della comunità sarà alla base di quella solidarietà economica e religiosa che caratterizzano le comunità di villaggio dei secoli XI e XII.

 

La rinascita dell’ anno Mille

Lo sviluppo del comune in Italia e in Europa si inserisce nell’ampio contesto europeo di rinascita segnato dall’ anno Mille, caratterizzata da una notevole crescita demografica, dalla fine delle invasioni, dal miglioramento delle condizioni climatiche, dai progressi in agricoltura, nell’artigianato e, più in generale, nel commercio e nell’economia.

 

Questi progressi furono favoriti dalla diffusione dell’aratro pesante con due lame che scavavano in profondità il suolo; dall’impiego dell’ “energia animale” con l’uso dei buoi; dalla maggiore diffusione del cavallo nei lavori agricoli; dalla rotazione triennale delle colture che prevedeva la suddivisione del terreno in tre parti, di cui una si lasciava a riposo e le altre due erano preposte, a fasi alternate, alle colture primaverili e a quelle autunnali; dall’impiego dei mulini ad acqua o a vento; dai progressi della metallurgia.

 

L’incremento dei guadagni e delle attività favorì la rinascita delle città, all’interno delle quali, soprattutto in Italia, lo sviluppo delle attività commerciali urbane portò alla nascita delle Arti, o Corporazioni, che riunivano tutti i rappresentanti di uno stesso mestiere o di una stessa arte. Si affermò la figura del mercante come esempio del dinamismo e della vivacità dei nuovi centri economici e produttivi.

 

In Italia un grande contributo allo sviluppo urbano e commerciale venne dalle città marinare di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia a cui si aggiunsero, in seguito, altre importanti città dell’Italia centro – settentrionale, tra cui Firenze.

 

Il risveglio economico ed urbano fu accompagnato anche da un risveglio della cultura e dell’istruzione superiore. Sorsero le Università, inizialmente sotto forma associazioni di maestri e scolari. Si affermava, dunque, l’Universitas magistrorum et scholarium, la corporazione dei maestri e degli studenti, che con il passar del tempo assunse la fisionomia della moderna università. La più antica università fu la Scuola Medica Salernitana, formalmente riconosciuta nel 1231, ma operante già dalla metà del secolo XI. Altri centri importanti furono quelli di Parigi, Bologna, Oxford, Napoli, Cambridge, Padova, Roma, ecc. Gli studi universitari erano strutturati in base alle facoltà. Si studiavano le Arti liberali del Trivio e del Quadrivio, il Decreto (diritto canonico), il Diritto civile, la Medicina e la Teologia.

  

Il Comune

Il comune rappresenta la più originale organizzazione di governo e la più singolare forma di investitura dal basso.

Costituisce una forma di autogoverno che caratterizza le realtà urbane della Germania, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia centro – settentrionale.

 

Affonda le sue radici nelle coniurationes, cioè nelle associazioni private di cittadini che poi trattavano con i signori feudali per avere il consenso a fare comune, cioè a trovare delle forme di autogoverno. Queste associazioni prendevano il nome dal giuramento collettivo con cui i membri si impegnavano a mantenere la pace tra i cittadini e a battersi per l’autonomia della città. I signori concedevano la carta di comune, in cui erano stabiliti i diritti e i privilegi delle singole comunità. In cambio le associazioni che ottenevano il consenso a “fare comune” dovevano versare ai signori che lo accordavano delle ingenti somme di denaro.  Se il consenso veniva negato, la comunità si ribellava e ricorreva alla lotta armata. Concedendo maggiore spazio ai rappresentanti della borghesia, i sovrani puntavano ad indebolire  la vecchia nobiltà feudale che spesso destabilizzava il loro potere e ricevevano, allo stesso tempo, cospicui benefici economici grazie al pagamento che veniva loro corrisposto per la concessione della “Carta di Comune”. Le città, a loro volta, ottenevano una relativa autonomia, senza però disconoscere l’autorità superiore dell’imperatore o del sovrano.

 

Poiché i Comuni nacquero come espressione dei ceti borghesi in opposizione alle vecchie nobiltà feudali, il loro processo di formazione fu favorito da sovrani o da principi che puntavano ad indebolire lo strapotere dei signori feudali, togliendo loro il controllo delle città e del contado[2] circostante. Il contado aveva un’importanza notevole per le risorse del comune: procuravano le derrate alimentari alla città; consentivano al governo di ricavare ulteriori introiti fiscali da coloro che vi abitavano; rinfoltivano le file dell’esercito; offrivano possibilità di investimenti finanziari sui terreni a coloro che vivevano in città. La forza politica, militare ed economica del comune era direttamente proporzionale alla sua capacità di espansione nel contado, capacità che caratterizzò le esperienze comunali in Italia, diversificandole da quelle europee.


[1] I cardinali nella Chiesa Cattolica costituiscono il collegio dei vescovi preposto all’elezione del Papa. Essi, inoltre, collaborano con il Papa, che è anche il vescovo di Roma, sostenendolo nella sua funzione. L’abito dei cardinali è di color rosso – porpora. Per questa ragione, essi sono definiti anche “porporati”. La riunione del collegio cardinalizio è detta “concistoro”, dal latino consistorium = seduta, assemblea. I concistori, attualmente, si tengono nella Città del Vaticano e sono convocati dal Papa. Nei concistori si procede anche alla nomina dei nuovi porporati.

Il termine cardinale deriva da “cardine” e sta ad indicare l’asse attorno a cui ruota tutta l’organizzazione pontificia. Nel 1059 papa Niccolò II, con la Costituzione Apostolica In nomine Domini, riservò il diritto di elezione del papa ai soli cardinali vescovi romani. Nel 1179 papa Alessandro III, con la Costituzione Apostolica Licet de vitanda discordia, estese questo diritto a tutti i cardinali. Nel 1274 il beato papa Gregorio X, con la Costituzione Apostolica Ubi periculum, fissò per l’elezione del papa la maggioranza dei due terzi dei cardinali, il conclave e l’obbligo del segreto nell’elezione e successivamente. Queste disposizioni sono state recepite nella normativa oggi vigente.

[2] contado: dal latino comitatus, indica il feudo di un “comes”, cioè di un conte. Nel Medioevo questo termine ha assunto il significato di “territorio di campagna” comprendente ville, poderi e villaggi posto sotto la giurisdizione di un comune. “Contadino”  è, dunque, chi abita o lavora nel “contado”.

APPUNTI DI STORIA QUARTA ED ULTIMA PARTE: DAI NORMANNI IN ITALIA AL CONCORDATO DI WORMS

 

 

I Normanni in Italia meridionale

Come si è visto, Ottone I e i suoi due successori cercarono di estendere il potere anche in Italia meridionale. In quest’area, fino ai primi decenni dell’ XI secolo, regnava una certa instabilità politica determinata dalla debolezza della presenza bizantina, messa a dura prova dalle incursioni dei musulmani e dalle intemperanze dei potentati longobardi della Campania.

Una prima svolta si ebbe agli inizi dell’ XI secolo. Nel 1009, le città pugliesi di Bari, Trani e Bitonto insorsero contro la rigida politica fiscale delle autorità bizantine preposte al governo della regione. La rivolta fu appoggiata da alcuni principi longobardi e non fu osteggiata dal papa Sergio IV. In una prima fase sembrava che i rivoltosi fossero destinati a coronare con il successo la loro azione politica. Ma il nuovo governatore bizantino Basilio riconquistò le posizioni perdute. Tra i rivoltosi vi fu Melo di Bari che, nel 1011, riuscì a sfuggire alla repressione bizantina per poi recarsi in Germania, nel 1015, presso l’imperatore Enrico II (di cui, forse, era parente) per chiedergli sostegno contro i Bizantini. Anche in questo caso, però, le autorità bizantine ebbero la meglio, nel 1018, e Melo si rifugiò in Germania dove morì nel 1020. Nel corso di questi avvenimenti, gruppi di mercenari normanni cominciarono ad insediarsi nell’Italia meridionale. Tra il 1027 ed il 1030 uno dei capi dei Normanni, Rainolfo Drengot, ottenne dal duca di Napoli Sergio IV in feudo la Contea di Aversa, come premio della lealtà dimostrata negli anni precedenti. Fu la prima di una serie di concessioni territoriali ad esponenti normanni e, sicuramente, fu il primo possesso statale normanno in Italia.

Negli anni successivi si distinse, tra i Normanni, soprattutto il gruppo familiare degli Altavilla (Hauteville in francese). Nel 1043 Guglielmo Braccio di Ferro occupò la Contea di Melfi. Suo fratello, Roberto il Guiscardo (cioè “l’astuto”), giunto in Italia nel 1047, rafforzò la presenza normanna nella Penisola e sconfisse, presso Civitate del Friuli, le truppe del Papa (Leone IX), catturandolo, nel 1053, e rendendolo suo prigioniero. Il Papa non poté fare altro che riconoscere i territori normanni della Contea di Puglia e del Principato di Capua. Nel 1059 il nuovo Papa Niccolò II concesse a Roberto il Guiscardo, in qualità di suo vassallo, il Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia, con il triplice risultato di autorizzare Roberto ad annientare la residua presenza bizantina, ad occupare nuovi territori e ad attaccare la Sicilia occupata dai Musulmani.

Nel giro di alcuni decenni l’Italia meridionale fu occupata dai Normanni e, intorno al 1091, Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, completò l’opera sconfiggendo i Musulmani di Sicilia ed occupando, in qualità di conte di Sicilia, l’isola.

Nel XII secolo, Ruggero II, figlio del Ruggero che aveva conquistato la Sicilia, dette vita al Regno di Sicilia, unificando nella sua corona l’isola e l’Italia Meridionale e collocando la sua corte a Palermo. Il regno normanno assunse i tratti di una monarchia feudale dal forte potere centrale. Il regno venne diviso in circoscrizioni a ciascuna delle quali era preposto un giustiziere, al quale spettava l’amministrazione della giustizia, e un camerario, che si occupava delle riscossione dei tributi. Anche se continuarono a resistere delle ampie autonomie territoriali, quali Montecassino, Cava dei Tirreni ecc., l’intera popolazione del nostro Meridione si ritrovò sotto la giurisdizione normanna, soprattutto sul piano tributario e fiscale. Malgrado le autonomie territoriali avessero un ampio margine di libertà sul piano amministrativo, le decisioni più importanti spettarono sempre al sovrano normanno.

Se il regno normanno unificò sotto un’unica corona l’Italia meridionale, occorre anche dire che proprio il centralismo normanno impedì che prendesse piede anche nel Sud l’importante esperienza dei Comuni che, in quegli stessi anni, stava caratterizzando l’Italia centro – settentrionale.    

 

Crisi della Chiesa

Il papato, tra IX e X secolo, visse un periodo di crisi dovuta sia a fattori esterni che interni.

Le cause esterne furono sostanzialmente due:

a)     L’aristocrazia romana aveva ripetutamente interferito nella elezione dei pontefici, condizionandone anche la politica.

b)     Il Privilegio Ottoniano aveva sottoposto l’autorità del Papa a quella dell’Imperatore.

La causa interna era legata all’alto grado di corruzione che aveva da tempo contaminato la Chiesa e che si manifestava essenzialmente, ma non esclusivamente, attraverso la simonia e il concubinato.

La simonia era la vendita delle cariche ecclesiastiche (vescovo – abate o anche semplice parroco) a persone che non erano spinte da una vera e propria vocazione religiosa, ma da meri interessi economici, collegati anche alla possibilità di gestire rendite o feudi. A loro volta, coloro che avevano pagato la carica ecclesiastica si prefissavano di recuperare la somma versata facendo pagare alla gente comune i sacramenti, le funzioni religiose e le indulgenze per i morti.

Il concubinato era, invece, la convivenza degli ecclesiastici con delle donne, che spesso sfociava nella clerogamia, cioè nel matrimonio dei preti, nonostante l’obbligo del celibato imposto dalla Chiesa.

 

La reazione a questo stato di cose non tardò ad arrivare e si manifestò all’interno della stessa istituzione ecclesiastica.

Sorsero, infatti dei movimenti che puntavano, dal basso, ad una profonda riforma della Chiesa, allo scopo di ricondurla alla purezza e semplicità delle origini.

Tra i centri propulsori di questo movimento riformatore vi fu il monastero benedettino di Cluny, in Borgogna. I monaci cluniacensi, pur seguendo la regola benedettina improntata sulla massima “ora et labora”, introdussero un nuovo modello di vita monastica,  privilegiando particolarmente l’aspetto liturgico e la preghiera rispetto al lavoro manuale, al punto da arrivare a celebrare fino a 200 salmi al giorno. I cluniacensi istituirono la celebrazione dei defunti il 2 novembre, poi estesa a tutta la cristianità.

Il monastero di Cluny fu posto direttamente alle dipendenze del Papa, in modo da non sottostare alle autorità ecclesiastiche e laiche locali.

L’iniziativa riformatrice cluniacense riaffermò il ritorno alla purezza e alla semplicità evangelica e fu presa a modello anche da altri ordini religiosi che all’esigenza di un ritorno della Chiesa alla purezza delle origini associavano anche la riaffermazione del valore del lavoro manuale contro i vizi e la corruzione della vita mondana.

Importante fu anche il monachesimo eremitico che ruotava attorno all’ordine dei certosini, fondato a Grenoble con il monastero denominato Grande chartreuse, nel 1084. I certosini vivevano nelle grandi abbazie denominate certose (come quella di Padula), ma conducevano gran parte della loro giornata isolati in preghiera.

Significativa fu anche l’esperienza dei monaci cistercensi, così denominati dall’abbazia di Citeaux, fondata in Borgogna nel 1098. Essi ripresero in pieno l’antica regola di San Benedetto “ora et labora”, ridussero il tempo dedicato alle preghiere, abbracciarono il lavoro agricolo e fecero una scelta di campo a favore di una vita povera e semplice.

I movimenti riformatori sorti all’interno della Chiesa impressero una forte spinta moralizzatrice e favorirono la nascita di altri movimenti riformatori esterni alla Chiesa. Tra questi, ricordiamo il movimento della patarìa, sorto a Milano e diffusosi in altri centri dell’Italia centro – settentrionale tra il 1056 ed il 1075. I seguaci, prevalentemente artigiani e mercanti, vennero definiti, con una denominazione di origine incerta, patarini,  organizzarono una serie di rivolte popolari per contestare l’arcivescovo di Milano, Guido da Velate, accusato di simonia, per aver ottenuto la carica arcivescovile illecitamente dall’imperatore Enrico III, di corruzione e di concubinato.

Questi ed altri movimenti popolari analoghi avevano in comune l’ispirazione pauperistica (da pauper – pauperis = povero), cioè la richiesta che la Chiesa facesse proprio l’ideale evangelico della povertà e dell’umiltà delle origini.

In questo quadro si inserì anche la rottura definitiva tra la Chiesa di Roma (quella d’Occidente) e la Chiesa di Costantinopoli (quella d’Oriente). Quest’ultima non volle accettare la superiorità della Chiesa di Roma e determinò, nel 1054, lo SCISMA d’Oriente, cioè la separazione della Cristianità orientale, i cui rappresentanti si definirono “ortodossi”, cioè seguaci della “vera dottrina”.

 

Dalla crisi della Chiesa alla lotta per le investiture  

La corruzione e la debolezza della Chiesa cattolica culminarono, nel 1045, nella vendita, ad opera del papa Benedetto IX, del seggio pontificio al successore Gregorio VI.

Uno scandalo inaudito, di fronte al quale l’imperatore Enrico III di Franconia decise di intervenire imponendo al soglio pontificio, come pontefice, il vescovo tedesco Clemente II, sostenitore dei movimenti riformatori pauperistici.

Seguendo quanto era stato sancito del “Privilegio di Ottone”, Enrico III cercò di ripristinare l’autorevolezza della Chiesa Cattolica attraverso l’imposizione di un pontefice adatto a questo scopo. Tuttavia, questo intervento ebbe conseguenze pesanti nell’ambito dei rapporti tra impero e papato. Lo stesso pontefice che Enrico aveva imposto sul trono, come anche i suoi successori Damaso II (1047 – 1048) e Leone IX (1049 – 1054), anche costoro di nazionalità tedesca, ritennero che l’unico modo per porre fine alla crisi della Chiesa fosse il recupero della piena autonomia e indipendenza del papato dal potere dell’imperatore, rendendo la Chiesa il più possibile libera da ogni sorta di influenza esterna. Si affermò gradualmente l’idea della libertas Ecclesiae, in base alla quale i laici non potevano assolutamente intervenire nell’assegnazione delle cariche ecclesiastiche. Questo doveva valere sia per i nobili laici sia per l’imperatore. Era il rifiuto più netto del sistema ottoniano dei vescovi – conte.

Lo scontro tra Papato ed Impero si acuì con il Concilio Lateranense del 1059, quando il pontefice Niccolò II, al fine di evitare ogni interferenza esterna nella scelta dei papi, decretò che, da quel momento in poi, i pontefici dovessero essere eletti solo dai cardinali. Fino a quel momento il papa era sempre stato eletto per acclamazione del popolo e del “basso clero” romano che, però, potevano essere facilmente strumentalizzati dalla nobiltà. Niccolò II stabilì anche che nessun ecclesiastico potesse essere nominato da un laico: i nobili, i sovrani e lo stesso imperatore si vedevano così privati della possibilità di attribuire benefici ecclesiastici e fu praticamente abrogato il Privilegio di Ottone.

 

Da questo momento, aspra divenne la cosiddetta lotta per le investiture. Lo scontro più aspro ci fu tra il papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana, intransigente sostenitore della riforma e della ripresa del prestigio della Chiesa, 1073 – 1085) e l’imperatore Enrico IV di Franconia (1056 – 1106).

Gregorio VII, nel 1075, promulgò il Dictatus papae, con cui il pontefice affermava la superiorità del Papa sull’imperatore e reclamava, di conseguenza, il diritto di scomunicare e destituire un imperatore o un qualunque altro sovrano, qualora costui si fosse rivelato moralmente indegno ed avesse danneggiato gli interessi della Chiesa e della comunità ecclesiastica.

 

Forte fu la reazione di Enrico IV: egli, nel 1076, convocò a Worms un concilio di vescovi tedeschi in cui dichiarò decaduto il papa. Gregorio VII reagì a sua volta scomunicando l’imperatore, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà nei suoi confronti. La scomunica, pertanto, non avrebbe avuto soltanto conseguenze sul piano religioso, ma anche e soprattutto sul piano politico: di ciò fu consapevole Enrico IV che, per evitare la perdita del suo potere, implorò il perdono del Papa, facendo una dura ed umiliante penitenza all’esterno del castello di Canossa[1], nell’attuale Emilia Romagna, dove il papa era ospitato dalla contessa Matilde. Enrico IV attese per tre giorni al freddo ed in mezzo alla neve, finché non ottenne il perdono del Papa che ritirò la scomunica, anche grazie alla mediazione di Matilde, imparentata con l’imperatore, e dell’abate Ugo di Cluny.

Si trattò, tuttavia, solo di una tregua e le ostilità ripresero subito dopo. Nel 1080, infatti, Enrico discese in Italia, destituì Gregorio VII e nominò pontefice l’arcivescovo di Ravenna, Guilberto, che assunse il nome di Clemente III, dal quale si fece incoronare imperatore. Enrico costrinse Gregorio VII a fuggire presso i Normanni a Salerno, dove morì nel 1085.

Morto anche Enrico IV, nel 1106, lo scontro si attenuò con il suo successore, il figlio Enrico V (1106 – 1125) che, nel 1122, raggiunse un’intesa con il papa Callisto II.

L’accordo fu formalizzato nel Concordato di Worms. Tale accordo prevedeva che la nomina dei vescovi spettasse al Papa, al di fuori di qualsiasi ingerenza laica e imperiale. Poteva esserci, però, per i vescovi una duplice investitura: quella religiosa e quella laico – temporale, poiché l’imperatore poteva conferire loro beni e cariche politiche.

In Italia i vescovi avrebbero, però, dovuto ricevere prima l’investitura religiosa da parte del Papa e poi quella laica dal parte del sovrano o dell’imperatore. In Germania, invece, l’investitura laica avrebbe preceduto quella religiosa. In tal modo, il papato era sciolto da ogni forma di tutela e di interferenza imperiale ma, nello stessi tempo, l’imperatore, in Germania, poteva ancora intervenire, sul piano politico, nella scelta delle gerarchie ecclesiastiche. Formalmente, si trattò di un successo della Chiesa, poiché si sanciva che il potere politico non poteva intervenire nell’investitura dei vescovi e degli abati. Tuttavia, soprattutto in Germania, l’Imperatore avrebbe continuato ad influenzare la scelta dei candidati alla designazione vescovile. L’accordo di Worms ebbe come risultato quello di rafforzare l’autorità pontificia in Italia, dove l’investitura ecclesiastica precedeva per importanza quella laica, e l’autorità imperiale in Germania, dove l’investitura laica prevaleva su quella religiosa. Tuttavia, i contrasti tra Papato ed Impero non cessarono ed influenzarono a lungo anche la lotta politica in Europa e i Italia, con la nascita delle due grandi fazioni dei Ghibellini, così chiamati dai signori del castello di Weibling, in Sassonia, che parteggiavano per l’imperatore, e dei Guelfi, che prendevano la denominazione Welf, il duca di Baviera che si fece sostenitore della “libertà della Chiesa Romana”.

 

 

 


[1]Ancora oggi è usata la locuzione: “andare a Canossa” in riferimento a chi, avendo riconosciuto i propri errori, si umilia o compie un formale atto di contrizione per essere perdonato.

La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), fu contessa, duchessa e marchesa. Matilde fu una potente feudataria. Sostenne con vigore Il Papato nella lotta per le investiture; fu una figura femminile di primissimo piano in un’epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore ed arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa.  Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. Fu incoronata, nel 1111, presso il Castello di Bianello (Reggio Emilia) dall’imperatore Enrico V, figlio di Enrico IV, con il titolo di Regina d’Italia e vicaria papale.

Dopo la sua morte attorno a Matilde si creò un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio descrivendola come una contessa dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede.

 

 

 

APPUNTI DI STORIA TERZA PARTE: IL REGNO D’ITALIA E OTTONE I

 

 

Il Regno d’Italia

Contrariamente a quanto avveniva in Inghilterra e in Francia, l’Italia era caratterizzata da una eccessiva frammentazione. Dopo la morte di Carlo il Grosso (888), il Regno d’Italia era stato assegnato a Berengario I, marchese del Friuli. Tuttavia, nell’891, fu destituito da Guido da Spoleto che regnò fino all’894. Questi fece incoronare imperatore il proprio figlio, Lamberto da Spoleto, dal Papa Formoso (891 – 896) che, però, alcuni anni dopo, con un voltafaccia clamoroso, incoronò imperatore il re di Germania Arnolfo di Carinzia. Il pontefice morì nell’ 896. L’anno successivo, Lamberto riprese il controllo della situazione ed obbligò il nuovo pontefice, Stefano VI, da lui stesso imposto al soglio papale, a riesumare il corpo di Formoso e di condurlo in giudizio in un macabro processo post mortem. Il cadavere di Formoso fu collocato, in posizione da seduto, sul trono nella sala del Concilio a San Giovanni in Laterano e gli fu “concesso” anche un avvocato. Tra le accuse che gli vennero rivolte, vi fu quella di corruzione e di ambizione sfrenata. Fu dichiarata nulla la sua elezione e vennero invalidate tutte le sue decisioni, anche in materia di ordinazioni cardinalizie e vescovili. Al cadavere furono strappate le vesti sacre e furono tagliate le tre dita con cui aveva, in vita, impartito le benedizioni.

Sinodo del cadavere (o Concilio cadaverico), Jean-Paul Laurens (1870), Nantes, Musée des Beaux-Arts.

Stefano VI,  a sinistra, punta il dito contro il cadavere di Formoso, “seduto” sul trono.

Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Questo episodio è passato alla storia come il sinodo del cadavere, ed è testimoniato anche dal dipinto del 1870 di Jean – Paul Laurens[1]. Successivamente, Formoso fu riabilitato dai pontefici Teodoro II (morto nell’897) e Sergio III (904 – 911). In seguito, le controversie dinastiche in Italia si protrassero e videro avvicendarsi al trono vari sovrani. Gli ultimi furono Ugo da Provenza (926 – 947), suo figlio Lotario (947 – 950) e Berengario II (950 – 962). Berengario II salì al trono grazie al re di Germania Ottone I di Sassonia. Questo evento avrebbe di lì a qualche anno portato all’annessione del regno d’Italia a quello di Germania.

Ottone I e il Sacro Romano Impero Germanico

In Germania, nel 919, si era affermata la dinastia di Sassonia con Enrico I, detto l’Uccellatore, per la sua passione della caccia con il falcone, come si può vedere nel dipinto di Hermann Vogel del 1911, in cui Enrico viene incoronato durante una battuta di caccia.

Alla morte di Enrico, successe al trono il figlio Ottone (936 – 973). Per contrastare i tentativi autonomistici dei feudatari e per accaparrarsi le simpatie dell’episcopato, Ottone creò delle potenti signorie feudali affidate non a laici, ma a vescovi e ad altri esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. Si trattava dei cosiddetti vescovi – conti. Con questa mossa, Enrico ottenne il duplice risultato di neutralizzare le spinte centrifughe della nobiltà locale e di assicurarsi la fedeltà di feudatari ecclesiastici leali e capaci.

Il 10 agosto del 955 nella battaglia di Lechfeld, in Germania, Ottone sconfisse definitivamente gli Ungari.

Moltissimi prigionieri di guerra vennero uccisi o rimandati in patria al cospetto del loro sovrano Taksony d’Ungheria con il naso e le orecchie mozzate.

Sul campo di battaglia i nobili germanici, esultanti per la vittoria, sollevarono sui loro scudi Ottone proclamandolo loro imperatore. Alcuni anni dopo, ancora forte di questa vittoria Ottone si recò a Roma e si fece incoronare dal pontefice stesso. Nel frattempo i magiari si convertirono al Cristianesimo. Le incursioni ungare in Europa potevano dirsi concluse.

Nel 962 Ottone si fece incoronare imperatore dal pontefice Giovanni XII (955 – 963). Tra i suoi primi atti vi fu la promulgazione del Privilegio Ottoniano, con il quale l’imperatore riconosceva alla Chiesa e al Papa le proprietà terriere e le prerogative ecclesiastiche, ma si imponeva allo stesso pontefice di giurare fedeltà all’imperatore, una volta eletto dal clero romano. Inoltre, Ottone riservò a se stesso la prerogativa della nomina  dei vescovi. Ai vescovi nominati dal re venivano concessi dei feudi e, così, diventavano a tutti gli effetti dei vescovi – conti. Tale imposizione aveva un indubbio vantaggio pratico, oltre che politico: i vescovi – conti erano celibi e, pertanto, alla loro morte i feudi sarebbero sicuramente ritornati all’imperatore. Una nuova versione del cesaropapismo che avrebbe, di lì a poco, scatenato uno scontro furibondo tra papato e impero per il riconoscimento del primato politico. Nel Privilegio Ottoniano si vietava ai papi anche di incoronare imperatori che non fossero di origine germanica. Il Sacro Romano Impero Germanico si differenziava notevolmente dall’impero carolingio per le seguenti ragioni:

a)     aveva un’estensione territoriale molto più ridotta, dal momento che non comprendeva la Francia ed era circoscritto alla Germania e all’Italia centro – settentrionale.

b)     L’impero carolingio era nato sulla base dell’accordo tra le due massime autorità (Carlo Magno e Leone III). L’impero germanico è il frutto della subordinazione della Chiesa e dell’Episcopato al potere imperiale.

c)     L’impero di Carlo Magno nacque dall’esigenza di difendere l’Europa cristiana dal pericolo islamico. Quello di Ottone nasce dalla necessità del sovrano di ricondurre all’obbedienza la feudalità ribelle attraverso la restaurazione dell’autorità imperiale.

 

Il Sacro Romano Impero di nazione germanica durerà fino al 1806, quando Napoleone destituirà Francesco II.

Ottone II (973 – 983) cercò di proseguire la politica espansionistica del padre nell’Italia meridionale, dove persisteva ancora una debole presenza bizantina, ma senza risultati.

 

Fallimentare si sarebbe rivelato anche il tentativo di Ottone III (983 – 1002) che non riuscì a realizzare il sogno della renovatio imperii su basi cristiane e incontrò notevoli resistenze sia nella nobiltà germanica che nella nostra Penisola. Ottone III morì nel 1002, all’età di ventidue anni, senza lasciare eredi.

 

A Ottone III successe Enrico II di Baviera (1002 – 1024) che, però, preferì rinunciare al titolo imperiale, accontentandosi del titolo di re di Germania.

L’autorità imperiale fu ripristinata da Corrado II il Salico (1024 – 1039), fondatore della dinastia di Franconia.[1]

Corrado II dovette, però, fronteggiare la rivolta dei feudatari minori (i valvassori) che chiedevano l’estensione dell’ereditarietà dei feudi anche ai territori da loro controllati. A Milano ci fu un vero e proprio scontro armato tra la grande nobiltà, già avvantaggiata dal capitolare di Quierzy dell’877, e i valvassori, appoggiati dall’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano. Corrado, nel 1037, promulgò la Constitutio de feudis, con cui rese ereditari anche i feudi minori.

La pacificazione definitiva di Milano, però, ci fu solo nel 1045, con l’imperatore Enrico III che concesse al popolo milanese (cioè la componente dei cittadini benestanti, ma non nobili), che aveva chiesto maggiori poteri, di partecipare al governo di Milano con propri rappresentanti. 

Questa concessione segnò l’inizio della positiva esperienza politica dei comuni dell’Italia centro – settentrionale.


[1] La Franconia, colonizzata dai Franchi alla fine del VII secolo, corrisponde alla zona dove oggi si trova Francoforte, cioè dove il fiume Meno confluisce nel Reno.


[1] pittore francese vissuto tra il 1838 ed il 1921.

 

APPUNTI DI STORIA – SECONDA PARTE: LA CAVALLERIA- LA SITUAZIONE IN EUROPA e in Inghilterra

 

 

APPUNTI DI STORIA SECONDA PARTE

Dalla Storia alla Letteratura: dai bellatores ai poemi cavallereschi

I bellatores costituirono la cavalleria, termine con cui si indicava il gruppo dei guerrieri di professione appartenenti alle classi sociali più elevate. I cavalieri, spesso idealizzati come “eroi”, aiutavano il principe o il signore da cui ricevevano l’investitura a difendere il popolo da attacchi nemici, ma anche da imboscate ordite da traditori interni, e a mantenere l’ordine sociale. A partire dal secolo XI, la Chiesa trasformò la cavalleria in una sorta di Militia Christi, cioè un “esercito di Cristo”, all’interno del quale il singolo cavaliere assurgeva al ruolo di miles Christi.

I cavalieri, infatti, ebbero il compito di difendere la fede cristiana ed i luoghi sacri ad essa legati. Questa funzione sacra e religiosa della cavalleria troverà la sua più importante realizzazione nelle Crociate, cioè nelle spedizioni militari organizzate a partire dall’XI secolo per la conquista di Gerusalemme e del Sacro Sepolcro caduti nelle mani dei Turchi (la prima crociata si ebbe tra il 1095 ed il 1099 e fu indetta dal papa Urbano II. Il termine “Crociate” deriva dal simbolo della croce che i soldati avevano come vessillo). A partire da questo periodo nacquero, in seno alla cavalleria, anche alcuni importanti ordini religiosi e militari:

         l’Ordine di San Lazzaro (preposto alla cura dei lebbrosi)

         l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, conosciuti anche come Cavalieri di Rodi e, in seguito, come Cavalieri di Malta (preposto alla cura dei pellegrini che si dirigevano nella Terra Santa)

         l’Ordine dei Templari (preposti alla sicurezza dei pellegrini che si recavano in Terra Santa per visitare i luoghi sacri)

         Ordine dei Cavalieri Teutonici, fondato in Palestina intorno al 1191.

Tutte queste associazioni di cavalieri, oltre che conquistare e difendere i luoghi sacri ed aiutare i pellegrini che andavano a visitarli, avevano anche il compito di curare i feriti e coloro che si ammalavano durante le Crociate o i pellegrinaggi. L’intervento della Chiesa, volto a rendere la Cavalleria una Militia Christi, fu molto importante perché pose fine alle violenze ed alle scorribande dei cavalieri, ponendoli al servizio dell’intera popolazione e, soprattutto, dei più deboli. Per questo motivo, la gente cominciò a considerare la Cavalleria come un qualcosa di meraviglioso e i cavalieri apparivano forti, coraggiosi, ma soprattutto generosi e leali.

Sorsero, attorno ad essi, numerose leggende avventurose ed eroiche e, in varie parti d’Europa, si svilupparono molti esempi di letteratura cavalleresca, cioè di composizioni in versi, anche piuttosto estese, che narravano le magnifiche ed intrepide gesta di eroici cavalieri. In Francia, ad esempio, nacquero le Chansons de geste, cioè “Canzoni di gesta” eroiche. Opere simili si affermarono in altre regioni europee.

Le diverse leggende costituirono la “fonte” primaria della letteratura cavalleresca, nell’ambito della quale possiamo individuare tre grandi gruppi o cicli :

a)    Ciclo Carolingio, in cui si rievocano le gesta eroiche dei cavalieri di Carlo Magno

b)    Ciclo Bretone o arturiano, di cui fa parte la leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda

c)     Ciclo Classico, ispirato alle leggende degli eroi omerici e dell’antichità classica

d)    In Spagna e in Germania si affermarono due importantissime opere: il “Cantare del mio Cid” e “La Canzone dei Nibelunghi”.

Diventare cavaliere non significava solo imbracciare le armi, ma implicava anche l’adesione ad un codice morale ed ideale di comportamento fondato sulla lealtà, sul coraggio e sulla generosità verso i più bisognosi. Tra le virtù del “cavaliere cortese” assunse un significato particolare l’amore, inteso come devozione nei confronti di una donna nobile e irraggiungibile. Un amore platonico, riservato, casto, nel nome del quale il cavaliere era disposto a compiere azioni nobili e valorose pur di conquistare il cuore della donna amata. Così, nel Ciclo bretone, Lancillotto è innamorato segretamente di Ginevra, ma continua a servire fedelmente il suo signore, il re Artù. Tra i due sentimenti (la devozione per re Artù e l’amore per Ginevra) non c’è incompatibilità, in quanto l’amore per la regina è puro e spirituale, sprona il cavaliere a nobili imprese e ne purifica l’animo.

Il nuovo volto dell’Europa e la nascita dei nuovi regni cristiani

Dopo le ultime invasioni, in Europa si affermarono nuovi regni cristiani: nell’ Est europeo si affermarono il regno di Ungheria, il regno di Polonia, il regno di Bulgaria e il regno di Russia, che ebbe come primo nucleo l’area del principato di Kiev e che subì l’influenza dei Bizantini, sul piano religioso ed economico. Nel Nord Europa si rafforzarono i regni già cristianizzati di Danimarca, Svezia e Norvegia. Il regno danese con Canuto il Grande (994 – 1035) conquistò, nel 1015, l’Inghilterra e, nel 1028, assunse anche la corona della Norvegia. I regni cristiani nell’est e nel nord dell’Europa protessero il continente da nuove invasioni e contribuirono a conferirgli quella connotazione etnica e geo – politica che assume ancora oggi. Nella penisola iberica, all’inizio del IX secolo, sotto il controllo dei musulmani si erano consolidati, nell’area centro – meridionale, il califfato di Cordova ed il regno di Granada; cristiani erano, invece, il regno di Leon, la Contea del Portogallo (distaccatasi dal regno di Leon alla fine del IX secolo), nell’area nord – occidentale, il regno di Castiglia, il regno di Navarra e il regno di Aragona, in prossimità dei Pirenei, nell’area centro settentrionale e nord – orientale, la Contea di Barcellona, poi conquistata dal regno di Aragona.  I regni cristiani iberici, tra il secolo IX e X, effettuarono delle incursioni nell’area islamizzata della regione. Gli effetti furono particolarmente evidenti nel corso del secolo XI, anche a seguito della debolezza politica del Califfato di Cordova. Ebbe così inizio la prima fase di quella che è stata definita la Reconquista, che si sarebbe protratta per diversi secoli, fino al 2 gennaio 1492 quando Ferdinando II di Aragona e Isabella I di Castiglia si impossessarono dell’ultimo baluardo islamico, il regno di Granada, unificando in unico stato i diversi regni spagnoli. Il territorio di Navarra venne annesso alla Spagna alcuni anni dopo, nel 1512. La situazione in Francia: dopo la morte di Carlo il Semplice, provocata nel 922 da una congiura di feudatari, ci furono diversi anni di anarchia e caos fino al 987, quando salì al potere Ugo Capeto (987 – 996) fondatore della dinastia capetingia. Tuttavia, anche in Francia, come altrove, il potere del re era fieramente contrastato dalla nobiltà locale. Le diverse signorie territoriali, come la contea di Bretagna, la contea di Provenza, il ducato di Normandia e il ducato di Borgogna, continuarono a mantenere una forte autonomia rispetto al potere centrale. Sarà solo a partire dal 1108, con i re taumaturghi, così definiti perché si riteneva che avessero il potere di far guarire le persone, in quanto incoronati e unti dal Signore, si ebbe un rafforzamento del potere centrale ai danni delle signorie feudali. (Luigi VI e Luigi VII). La situazione in Inghilterra: dopo la parentesi di Canuto il Grande (1015 – 1035), nel 1042, i sovrani anglosassoni ripresero il potere con Edoardo il Confessore (1042 –  1066), figlio del sovrano Etelredo l’Impreparato (che aveva combattuto contro Canuto il Grande) e di Emma di Normandia.

Figura 6: Sant’Edoardo III il Confessore (1002 – 1066). Fu venerato dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana. Beatificazione: Canonizzazione 1161, da Papa Alessandro III. Santuario principale Abbazia di Westminster, Londra.Ricorrenza 13 ottobre, 5 gennaio. Patrono di Re; matrimoni difficili; sposi separati; famiglia reale inglese

Dopo la sua morte, successe al trono il cognato Aroldo II. Guglielmo, nipote di Edoardo il Confessore e duca di Normandia, pretese per sé la corona inglese. Così, nel 1066, Guglielmo combatté contro Aroldo, sconfiggendolo nella battaglia di Hastings. Per questo successo fu definito Il Conquistatore. Regnò dal 1066 al 1087, introducendo nella monarchia inglese le usanze francesi e normanne, tra cui i rapporti vassallatico – beneficiari. Guglielmo rafforzò l’autorità del potere centrale, dividendo il territorio in contee, ponendo, però, gli sceriffi sotto il controllo di magistrati di nomina e fiducia regia, definiti giustizieri.

 

 

 

Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia (1035 – 1087) e re di Inghilterra (1035 – 1087). Ritratto immaginario risalente al 1620

Il potere monarchico viene ulteriormente rafforzato, nel corso del XII secolo, dal sovrano di origine francese Enrico II il Plantageneto (1154 – 1189) che provvide a rafforzare il suo potere anche in Francia.

 

concetto di Medioevo – feudalesimo – nuova dimensione geo – politica e sociale

Il concetto di Medioevo

Il termine Medioevo indica età di mezzo ed è una definizione che risale alla tradizione umanistica, i cui rappresentanti vedevano nell’epoca precedente alla loro uno strappo rispetto al mondo classico. Il Medioevo, in sostanza, rappresentava quel lungo intervallo di circa dieci secoli tra l’Antichità e l’inizio dell’età moderna. Al termine si associò una connotazione negativa, sia da parte degli intellettuali umanisti sia da parte degli illuministi. Questi ultimi, in particolare, vedevano nell’età di mezzo una fase di oscurantismo e di oblio della ragione, determinato dai fanatismi e dai dogmatismi religiosi. Oggi, invece, la storiografia ha notevolmente rivalutato quest’epoca, vedendo in essa una fase storica importante, densa di processi politici e sociali che furono alla base del successivo costituirsi degli Stati nazionali europei. L’Europa dell’Alto Medioevo, caratterizzata dal proliferare dei regni romano – barbarici e, in seguito, dalla restauratio imperii carolingia, sarà il luogo in cui si fonderanno e si armonizzeranno (spesso a prezzo di conflitti e di incomprensioni) la storica e grande eredità greco – romana con la civiltà delle popolazioni germaniche del Nord. Tale fusione avverrà, prevalentemente, intorno alla comune adesione al Cattolicesimo.

 

Il feudalesimo e il villaggio feudale

L’esigenza fondamentale di Carlo Magno e dei sovrani carolingi successivi fu quella di

evitare che la nobiltà locale potesse prendere il sopravvento rispetto al potere centrale. Per tale ragione, Carlo Magno decise di riprendere un’antica usanza della tradizione franca fondata sul vassaticum, o vassallaggio, attraverso il quale il signore riconduceva il vassallo alla fedeltà nei suoi confronti, in cambio della concessione di un feudo, o beneficio, in genere un possedimento terriero. Il feudalesimo, come sistema centralizzato di potere, nasce dunque con Carlo Magno.

Questa forma di organizzazione, che troverà la sua piena maturazione intorno all’anno Mille, è stato definito dagli storici sistema vassallatico – beneficiario o feudale. Il sistema di relazioni interpersonali fu tale che, con il passare del tempo, i vassalli ebbero, come loro sottoposti, i valvassori e questi ultimi i valvassini.

L’efficacia del sistema era legata alla revocabilità del feudo: il signore poteva riprendersi il feudo o dopo la morte del vassallo o, in caso di gravi motivi, anche quando il vassallo era ancora in vita. Era proprio il timore di perdere il beneficio ottenuto a rinsaldare i legami tra vassallo e signore.

L’investitura feudale

Il termine “feudalesimo” risale alla radice germanica “fehu[1] che significa bestiame.

Dal punto di vista economico, infatti, il feudalesimo era fondato sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame e presupponeva l’esistenza di una forte aristocrazia terriera detentrice del potere politico, di quello economico e di quello giudiziario.

Il sistema vassallatico era un patto reciproco tra signore e vassallo ed implicava anche un vincolo di carattere morale, oltre che economico e politico. Piuttosto articolata e complessa era anche la cerimonia rituale dell’investitura che possiamo delineare attraverso le seguenti fasi:
 
 1: il giuramento ed il gesto rituale dell’ immixtio manuum in una miniatura del XIV secolo.
 

1)     il nuovo vassallo si inginocchiava di fronte all’imperatore

2)     poneva le mani giunte in quelle del signore, secondo il gesto simbolico dell’ immixtio manuum, o intreccio della mani

3)     attraverso una breve formula, il vassallo si riconosceva “uomo” dell’imperatore (homo, da cui deriva la parola “omaggio”)

4)     all’omaggio e al giuramento di fedeltà faceva seguito l’ investitura: il signore consegnava al vassallo un oggetto, simbolo del potere feudale, come uno scettro, un bastone, una zolla di terra, un guanto o un anello.

Il vassallo, accolto nella “famiglia” del sovrano, doveva, come un figlio e più di un figlio, garantire obbedienza, sostegno e lealtà al suo signore. Quest’ultimo, però, doveva garantire al suo sottoposto la massima protezione attraverso il potere del “mundio”, difenderlo anche con le armi, se fosse stato necessario, ma punirlo severamente, come un padre deve fare con il proprio figlio, se il vassallo lo avesse tradito. Il giuramento di fedeltà aveva un carattere sacro: il feudatario che lo avesse violato veniva emarginato dalla comunità ed era bollato con l’infamante denominazione di “fellone”, un marchio che lo disonorava per sempre, privandolo di ogni diritto.

Rapporti di vassallaggio potevano essere realizzati tra i membri della società anche a livelli diversi da quello che vincolava il vassallo al sovrano. Possiamo così parlare di feudi e di feudatari maggiori, con riferimento ai vassalli che ricevevano l’investitura direttamente dal re. Ma questi, soprattutto nel caso in cui non fossero stati in grado di amministrare direttamente i terreni loro concessi, potevano nominare ed “investire” anche dei feudatari minori, definiti “valvassori” che, a loro volta, potevano nominare altri feudatari minori, detti “valvassini”.

 

 
 
 
 

Il sistema curtense
L’organizzazione feudale fondava le sue basi economiche sulle nuove strutture di produzione determinatesi nel campo dell’agricoltura, settore preponderante.

 

Figura 4: il villaggio feudale con la curtis. Si notino la "pars dominica", o terra padronale, e la "pars massaricia", o parte colonica.

 

La struttura fondamentale era rappresentata dalla curtis, o villa. La curtis rientrava nell’ambito della grande proprietà fondiaria che poteva appartenere o al sovrano o ai nobili o alla Chiesa. Essa si componeva di due parti principali: la pars dominica, e la pars massaricia.

La pars dominica era gestita direttamente dal signore e comprendeva la dimora del signore, gli alloggi dei servi, le stalle, le cantine, i magazzini, i laboratori, i ponti e i forni. La pars dominica costituiva anche la “riserva” del signore. Essa poteva includere anche ampie distese di pascoli e boschi e poteva essere coltivata da servi prebendari che, in cambio, ricevevano il vitto.

La pars massaricia era un insieme di poderi di non grandi dimensioni, detti mansi, la cui coltivazione era affidata ai servi casati, così definiti perché abitavano in una loro casa. La pars massaricia poteva essere anche data in affitto a contadini, o coloni, di libera condizione che, però, in cambio, dovevano corrispondere un canone in natura e / o in danaro e, spesso, dovevano assicurare delle giornate lavorative, dette corvées[2].

L’agricoltura veniva praticata con tecniche piuttosto semplici e rudimentali. Dei campi potevano essere lavorati per diversi anni consecutivi per poi essere lasciati a lungo a riposo, per far recuperare loro la fertilità del suolo.

L’economia curtense si basava prevalentemente sull’autosufficienza e sull’autoconsumo per la comunità. Ciò ha spinto, in passato, molti studiosi a parlare di economia chiusa. Tuttavia, non si è escluso che, in alcuni casi, si verificassero degli scambi, o in moneta o sotto forma di baratto, proprio lì dove tale autosufficienza non poteva essere raggiunta o lì dove vi fosse un’eccedenza di prodotti tale da consentirne la commercializzazione o lo scambio con altri prodotti, soprattutto per quelli dell’artigianato. Per questo motivo, la concezione del sistema curtense come modello di economia chiusa è stato in parte superato.

 

I presupposti del feudalesimo

Il feudalesimo trova le sue radici nei presupposti economici e sociali preesistenti, afferenti sia alla tradizione romana del Tardo Impero, sia al costume germanico.

Nelle antiche ville dei latifondi romani il proprietario, protetto dai suoi fedeli, imponeva la sua ferrea volontà su tutti coloro che si trovassero sotto la sua dipendenza. Nei momenti più critici dell’impero, ogni villa costituì un mondo economicamente chiuso ed autosufficiente, uno spazio economico e sociale entro il quale i proprietari, a guisa di veri e propri signorotti, godevano di un potere molto rilevante.

 

Presso i popoli germanici era invalsa l’usanza che il sovrano distribuisse terre ai loro più stretti collaboratori. I beneficiati avevano obblighi di lealtà nei confronti del re ma, a loro volta, potevano contare sulle prestazioni e sui tributi da parte dei loro sottoposti.

 

Dopo Carlo Magno, i feudatari cominciarono ad imporre sempre di più la loro tendenza all’autogoverno, soprattutto nei momenti di maggiore debolezza del potere centrale. Essi, infatti, dettero presto vita ad una lunga lotta per eliminare la “revocabilità” del feudo avuto in investitura, al fine di poterlo lasciare in eredità ai figli. Inizialmente, essi incontrarono la ferma resistenza dei sovrani, poiché la revocabilità del feudo era la garanzia più ampia della lealtà dei vassalli. Tuttavia, nell’ 877 Carlo il Calvo dovette accontentare le richieste dei feudatari, rendendo, con il Capitolare di Quierzy, ereditari i feudi maggiori. Il 28 maggio del 1037, infine, l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico Corrado II sancì, con la Constitutio de feudis, l’ereditarietà dei feudi minori, cioè di quelli di minore estensione e importanza, concessi dai vassalli ai valvassori e da questi ai valvassini.

 Occorre anche sottolineare che, a partire da Carlo Magno, furono concessi feudi anche ai prelati delle sfere più alte della Chiesa, come gli abati e i vescovi. Per questo motivo, accanto alla nobiltà laica, si affermò anche la nobiltà ecclesiastica e ciò accrebbe ulteriormente i possedimenti ed il potere della Chiesa.  

 

La nuova dimensione storica e geo – politica

Sul piano storico – politico, l’età medievale vede lo spostamento del teatro d’azione dal Mediterraneo all’Europa centro – occidentale e, in quello che un tempo era lo spazio unitario dell’impero romano, l’affermarsi di tre grandi civiltà di riferimento: l’Oriente, l’Occidente, l’Islam.

Nell’area centro – occidentale, un’altra forza politica si costituisce e spesso si confronta con il regno franco e, in seguito, con l’impero: il papato. L’impero carolingio, sorto anche sull’ideale della renovatio imperii, si fonda sulla fusione tra la civiltà romana e quella germanica e, in virtù dell’appoggio determinante della Chiesa, si configura come un corpo politico e religioso allo stesso tempo. Il pontefice può contare, nella nostra Penisola, sul cosiddetto patrimonio di San Pietro, vale a dire sul controllo dei territori compresi tra il Lazio e la Romagna, compresi quelli che, facendo inizialmente parte dell’esarcato bizantino, furono conquistati dai Longobardi e poi sottratti ai Longobardi e donati alla Chiesa. Fanno parte di questa vasta area territoriale anche le zone intorno a Narni e a Sutri, concesse al Papa Gregorio II dal sovrano longobardo Liutprando, nel 728.

 

Le ultime invasioni in Europa

Per l’Europa cristiana il pericolo delle invasioni non era limitato alle incursioni degli Arabi. Nuovi gruppi fecero la loro comparsa nel continente tra il IX ed il X secolo:

         gli Ungari, provenienti dall’Asia centrale, si insediarono in Pannonia e, tra l’896 ed il 955, effettuarono numerose incursioni nelle campagne della Germania, della Francia, dell’Italia settentrionale, della Campania e della Puglia. Queste invasioni non erano legate a scopi espansionistici, ma miravano esclusivamente alla ricerca di bottino. Dopo questa parentesi, anche a causa della resistenza opposta dai popoli invasi, gli Ungari si ritirarono definitivamente in Pannonia, regione che da loro prese il nome di Ungheria. Si trasformarono in sedentari e cercarono di avere rapporti pacifici con gli Stati occidentali. Convertitisi al cristianesimo, nel 1001 il loro capo, Stefano, fu incoronato re di Ungheria dal Papa Silvestro II.

         I Normanni, o Vichinghi, erano popolazioni germaniche, Norvegesi, Svedesi, Danesi, che per ragioni di sovrappopolamento, si spostarono dai loro nuclei originari in diverse direzioni. Nell’VIII secolo i primi gruppi, definiti Vareghi, avevano attraversato le steppe della Russia per stanziarsi lungo il Mar Caspio (tra il Sud della Russia e l’Iran) e lungo il Mar Nero (tra Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), in regioni che appartenevano a Costantinopoli. Nell’886 assediarono, senza espugnarla, anche Costantinopoli. Nell’ 874 avevano occupato l’Islanda. Da qui, con Erik il Rosso nel 985, gruppi di vichinghi si spingeranno verso la Groenlandia e le coste del Labrador. Proprio i Vichinghi, nell’ 887, assestarono il colpo fatale all’impero Carolingio, con l’assedio di Parigi. Carlo il Grosso, che aveva riunificato le corone di Francia, Germania e Italia, pagò un ingente tributo ai Vichinghi affinché non occupassero la città. I nobili non videro di buon occhio questo atteggiamento e lo deposero. Gli scontri con i Franchi proseguirono, finché, nel 911, Carlo il Semplice non riconobbe al capo dei Vichinghi, Rollone, il titolo di duca, dopo che gruppi di normanni avevano occupato la regione del Nord della Francia che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Nell’ XI secolo i Normanni fecero nuove incursioni in Italia e in Inghilterra.

         I Saraceni, attaccarono l’Europa da Sud, dirigendosi dalla Spagna, dalla Corsica, dalle Baleari verso la Provenza e l’Italia. Gruppi di Saraceni dal nord – Africa attaccarono la Sicilia e l’Italia meridionale. La Sicilia fu conquistata, nonostante la resistenza dei Bizantini, tra l’827 e il 902. La conquista della Sicilia consentì per oltre un secolo agli Arabi di controllare il Mediterraneo.

L’incastellamento

Per fronteggiare queste ondate di invasioni, i signori feudali europei organizzarono la difesa dei propri territori attraverso la costruzione di castelli, con le fortezze e le torri che ancora oggi costituiscono il simbolo del Medioevo. Col tempo, i castelli da semplice costruzioni difensive si trasformarono in veri e propri centri di potere dei signori feudali. La proliferazione dei castelli, dunque, determinò il progressivo indebolimento del potere centrale a tutto vantaggio dei potenti signori locali che ebbero modo di estendere la loro egemonia e la loro volontà di potenza sulle popolazioni locali. Queste ultime, precedentemente disperse nelle campagne, cominciarono sempre di più a dare vita ad insediamenti in prossimità degli stessi castelli. Appena fuori delle mura del castello, furono impiantati gli orti, i vigneti e gli alberi da frutto. Il territorio assunse una fisionomia del tutto nuova. L’autonomia dei potentati locali fu riconosciuta, come si è visto, da Carlo il Calvo con il Capitolare di Quierzy, nell’ 877 (che rese ereditari i feudi maggiori) e da Corrado II il Salico, nel 1037, con la Constitutio de feudis (che sanciva l’ereditarietà anche dei feudi minori).

 

La tripartizione della società  nell’Alto Medioevo nella “teoria dei tre ordini”

La struttura sociale si rispecchiava nella tripartizione delle società teorizzata dal vescovo francese Adalberone di Laon (947 – 1030) nella “teoria dei tre ordini”, con riferimento ai tre principali ordini o gruppi sociali. Essa prevedeva la suddivisione della società nei seguenti ordini:

         oratores, cioè coloro che pregano: gli ecclesiastici

         bellatores, cioè coloro che combattono: i guerrieri

         laboratores, cioè coloro che lavorano: i contadini

Questa tripartizione, che non poteva essere messa in discussione perché era considerata necessaria, in quanto voluta dallo stesso Dio, faceva riferimento alle funzioni sociali svolte da ciascuno dei tre gruppi. I laboratores  producevano il cibo e, quindi, garantivano il sostentamento anche degli altri due gruppi sociali, oltre che di se stessi; i bellatores combattevano in difesa dello Stato e, quindi, garantivano la sicurezza a se stessi e agli altri; gli oratores, con le loro preghiere facevano sì che la protezione divina fosse garantita a se stessi e agli altri due ordini. Adalberone di Laon collocò gli oratores, cioè il clero, al primo posto della gerarchia sociale in quanto la religione aveva un ruolo preponderante e perché si riteneva che Dio avesse affidato loro non solo il compito di gestire e di amministrare le funzioni sacre, ma anche quello di insegnare agli uomini la fede cristiana. Gli oratores, in genere, non svolgevano lavori manuali. Importante era anche la funzione dei bellatores, identificati da Adalberone nella nobiltà guerriera e cavalleresca. Una nobiltà che poteva comprendere i sovrani, i duchi, i marchesi, i conti. Possiamo aggiungere che, mentre in passato l’arruolamento dei guerrieri avveniva anche tra le persone umili, durante il feudalesimo il monopolio dell’attività militare fu assunto dai nobili, in genere dai vassalli che combattevano al fianco del loro signore. Solo gli aristocratici, infatti, potevano permettersi il costo dell’equipaggiamento richiesto e la possibilità di procurarsi un cavallo, le armi, gli elmi, ecc. In tal modo, il gruppo sociale della nobiltà combattente, o della nobiltà guerriera, diventò sempre più elitario e ristretto e assunse la denominazione di “cavalleria”.   

I laboratores, posti alla base della piramide sociale, comprendevano contadini, artigiani, mercanti e funzionari statali. Ai contadini e ai servi della gleba toccavano i lavori più faticosi, ma essi erano ugualmente importanti per Adalberone, in quanto senza di loro i rappresentanti degli altri due gruppi sociali non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni.

Occorre dire, però, che la struttura teorizzata dal vescovo di Laon si fondava su una visione parziale e incompleta della società feudale, una visione che non teneva conto del profilarsi, all’interno delle città, di un gruppo intermedio, cioè della borghesia, i cui rappresentanti erano bottegai, artigiani, mercanti e banchieri. 

 

 


[1] La parola è connessa anche con il latino pecus, che si ritrova in italiano in pecora e in pecuniario. Il termine germanico è entrato anche in italiano nella sola espressione pagare il fio, "fare ammenda" e quindi "avere la pena meritata").

[2] Dal latino: “corrogata” = opera richiesta. Le corvées, in pratica, coincidevano con le prestazioni lavorative gratuite che i coloni di libera condizione della pars massaricia erano tenuti ad assicurare nella pars dominica.

 

Organizzazione dell’Impero di Carlo Magno e sua dissoluzione

 

 

Organizzazione dell’impero

Il Sacro Romano Impero comprendeva un’ampia parte dell’Europa occidentale. Esso fu suddiviso in conteemarche e ducati. Le contee erano sottoposte al governo dei conti che avevano poteri amministrativi, civili e militari. La loro azione era tenuta sotto osservazione dai missi dominici, una sorta di ispettori inviati dal sovrano nelle diverse contee con funzioni di controllo. I missi, che garantivano il rapporto tra centro e periferia, viaggiavano sempre in coppia: uno dei due era un ecclesiastico. In tal modo, venivano controllati e garantiti gli interessi territoriali ed amministrativi dell’Impero e quelli della Chiesa. Il sovrano conferì donazioni e privilegi ai conti, sia per ricompensarli della loro azione governativa ed amministrativa, sia per tenerli legati a sé. I conti, a loro volta, avevano dei loro fedeli o, se vogliamo, dei loro sottoposti a cui affidavano incarichi particolari. Si gettano, in tal modo, le premesse per l’affermazione del feudalesimo e del suo sistema vassallatico. Le marche erano le circoscrizioni, più ampie delle contee, dei territori di confine, come quello della marca di Spagna. Erano governate dai markgraf, cioè dai marchesi. I ducati erano distretti abitati dalle popolazioni più recalcitranti e caratterizzati da un forte “nazionalismo”. Erano governati dai duchi. Conti e marchesi non percepivano uno stipendio fisso. Il sovrano concedeva loro delle terre, come si è già detto, a cui poteva aggiungersi la possibilità di percepire un terzo del reddito prodotto dalla regione posta sotto la loro giurisdizione. Il servizio militare era esercitato per lo più dai proprietari: il nerbo era composto dai cavalieri. I soldati dovevano provvedere da soli al loro equipaggiamento ed il reclutamento era praticato in base alla ricchezza e alle proprietà possedute. Il Capitulare missorum de exercitu promovendo decretava “Ogni uomo libero che possiede quattro mansi (40 ettari) di terra abitati sia come proprietario che come beneficiario di un signore, si prepari e venga al quartier militare col suo signore, se lo ha, oppure con il conte. Chi possiede tre mansi si associ a chi ne possiede uno solo e gli dia i mezzi per l’equipaggiamento in modo che questi possa prestare servizio per entrambi. Chi possiede soltanto due mansi, si unisca ad un altro possessore di due mansi e uno di loro, equipaggiato a spese dell’altro, vada a prestare il servizio. A chi possiede soltanto un manso si associno altri tre della sua stessa condizione e gli forniscano l’equipaggiamento; egli soltanto sarà reclutato, e coloro che avranno fatte le spese rimarranno a casa”. Da ciò si può comprendere che la proprietà di 4 mansi di terra era la base economica per l’arruolamento e che, pertanto, non tutti potevano accedervi. Carlo promosse anche una grande politica culturale, mirata alla rinascita della cultura e delle scuole in tutti i territori dell’impero. Presso la Corte, ad Aquisgrana, fu istituita la Schola Palatina, presieduta dal monaco anglosassone Alcuino da York. Questo importante centro culturale riunì attorno a sé illustri uomini di cultura, tra i quali Paolo Diacono, monaco, storico e poeta longobardo in lingua latina. Tra le sue opere ricordiamo la monumentale Historia Langobardorum che in sei libri rievocava le vicende dei Longobardi dall’epoca di re Alboino fino alla morte di Liutprando, avvenuta nel 744. Altre scuole vennero istituite nelle cattedrali e nei conventi. Erano aperte anche ai laici. Vi si potevano studiare le sette arti liberali del Trivio e del Quadrivio. Le arti del Trivio, che precedevano quelle del Quadrivio nel percorso di studi, erano la grammatica (cioè l’insegnamento della lingua latina), la retorica (cioè l’arte di scrivere un discorso e di pronunciarlo in pubblico) e la dialettica (cioè la filosofia). Le arti del Quadrivio erano l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica. Le prime tre erano dette artes sermocinales, le ultime quattro, invece, erano definite artes reales. Più in generale, con le espressioni arti liberali ci si riferiva alle attività che richiedevano uno sforzo intellettivo, in contrapposizione alle arti meccaniche, che implicavano uno sforzo fisico e manuale. Con il Capitulare de litteris colendis Carlo promulgò la riforma dell’insegnamento. Con la riforma della cultura Carlo Magno si prefiggeva di formare

1)     un clero colto, capace di leggere la Sacra Scrittura in latino e anche le opere dei Padri della Chiesa, tutte in lingua latina

2)     dei funzionari istruiti, che sapessero scrivere in modo corretto gli atti ufficiali per i quali si usava ancora il latino

3)     una base linguistica e culturale per unificare una popolazione formata dalla mescolanza di tanti popoli diversi.

L’azione educativa fu affidata alla Chiesa. Un punto del capitolare recitava: Che i preti aprano scuole nei borghi e nei villaggi. Se un fedele vuole inviare loro i suoi figli per farli istruire, essi non dovranno rifiutarsi di riceverli e di istruirli. E che essi non chiedano, per questa attività, nessun compenso e non accettino niente, se non ciò che sarà loro offerto spontaneamente per amicizia”. Venne anche semplificata la scrittura, con l’introduzione della minuscola carolina. La politica culturale di Carlo promosse anche la produzione e la diffusione dei libri, resa possibile da monaci esperti nell’arte della ricopiatura e della miniatura. Possiamo vedere in questi atti una vera e propria ansia di rinnovamento e di promozione della cultura che, non a torto, ha spinto molti storici a parlare di rinascenza carolingia.

La dissoluzione dell’Impero carolingio

Carlo Magno, nell’806, aveva provveduto a dividere l’impero fra i suoi tre figli, Carlo, Ludovico il Pio, Pipino. Morti prematuramente Carlo e Pipino, Ludovico il Pio rimase l’unico erede e governò dall’814 all’840.

Tra i suoi primi atti di governo vi fu, nell’817, la cosiddetta Ordinatio imperii, con cui proclamò suo unico successore al trono il figlio primogenito Lotario, assegnandogli il titolo di imperatore, assegnandogli anche l’Italia. Agli altri due figli, Pipino e Ludovico il Germanico, diede rispettivamente il Regno di Aquitania e il Regno di Baviera.[1] La tensione si accentuò ulteriormente quando Ludovico il Pio volle inserire tra i suoi eredi anche il figlio illegittimo Carlo il Calvo.

Dopo la morte di Pipino (838) e di Ludovico il Pio (840), si giunse ad un accordo tra i contendenti rimasti. Con il Giuramento di Strasburgo (842) Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo posero fine alle ostilità. L’intesa fu approvata, nell’843, anche da Lotario e fu suggellata dal trattato di Verdun. L’accordo prevedeva che a Lotario sarebbero andati il titolo di Imperatore (ormai poco più che simbolico), il Regno d’Italia e la regione che sarà poi definita Lotaringia, compresa tra i fiumi Reno e Loira. Carlo il Calvo avrebbe avuto il Regno di Francia, Ludovico il Germanico, invece, il Regno di Germania.

 

Questa spartizione segnò il declino dell’impero carolingio, ma pose anche le basi del costituirsi delle tre principali “nazionalità” europee del tempo: quella italiana, quella francese e quella germanica.

La dinastia carolingia si estinse definitivamente nell’887 con Carlo il Grosso. Questi, nell’884 aveva riunificato sotto il suo potere l’Italia, la Francia e la Germania. Ma per la sua incapacità di governare, messa a dura prova dalle incursioni dei Normanni, fu costretto a lasciare il trono nell’887. Si ebbe, in tal modo, la definitiva spartizione dei territori dell’impero. Il titolo imperiale ed il Regno di Germania furono affidati ad Arnolfo di Carinzia, figlio di Carlomanno di Baviera, nato a sua volta da Ludovico il Germanico.  Il Regno di Francia fu assegnato a Oddone di Angers, mentre il Regno d’Italia andò a Berengario I, marchese del Friuli.

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[1] L’Ordinatio imperii si scontrava con quella che per molto tempo era stata per i Franchi la concezione patrimoniale del potere. In base a tale concezione, il regno veniva considerato patrimonio della famiglia, non del primogenito, e andava diviso, dopo la morte del sovrano, tra tutti i figli