Appunti di Storia 4 parte: da Enrico VI a Federico II – l’Italia meridionale dopo Federico II

Enrico VI

Il nuovo imperatore dovette combattere per entrare in possesso della corona del Regno di Sicilia, riuscendovi solo nel 1194, dopo aver sconfitto il conte Tancredi di Lecce, che gli era stato contrapposto al trono dal partito baronale del regno normanno. Dopo aver imposto la sua autorità nel Sud dell’Italia, Enrico poté contare su un impero che annoverava i territori germanici, i territori dell’Italia settentrionale, nominalmente sottoposti all’impero, e quelli dell’Italia meridionale con l’assunzione del trono di Sicilia.

 

Enrico, però, dovette ben presto scontrarsi con il Papa Celestino III (1191 – 1198) quando, nel 1196, proclamò il figlio Federico Ruggero (il futuro Federico II) re dei Romani.

Celestino III vide in quest’atto una prevaricazione che giudicò lesiva dell’autorità del papa, unico depositario della prerogativa di incoronare re e sovrani. Pertanto, scomunicò l’imperatore che poi morì nel 1197 in Sicilia, all’età di 32 anni, mentre stava preparando una crociata in Oriente. 

L’anno successivo morì anche Costanza di Altavilla.

 

Il poeta Pietro da Eboli ci narra le vicende legate a questo scontro nel Liber ad honorem Augusti, conosciuto anche con il titolo De rebus Siculis carmen

 

 

 

Pietro da Eboli

Opere di Pietro da Eboli

Pietro da Eboli figura tra le massime glorie ebolitane dei secoli scorsi. Visse tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIII. L’opera più importante che ci è rimasta di lui è  il Liber ad honorem Augusti, composto in distici elegiaci  (un tipo di strofa costituita da una coppia di versi, un esametro e un pentametro) e dedicato ad Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa) vissuto tra il 1165 ed il 1197), che dal 1191 al 1197 fu imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e dal 1194 al 1197 fu anche Re di Sicilia.

Enrico, come si è visto, aveva sposato Costanza di Altavilla, che era figlia di Ruggero II, re di Sicilia, e in quanto zia dell’ultimo re normanno Guglielmo II aveva ereditato il trono normanno.

In virtù di questo matrimonio Enrico aveva aggiunto al suo titolo imperiale quello di Re di Sicilia, dopo uno scontro con il “partito nazionalista” che gli aveva opposto, come candidato al trono, il conte Tancredi di Lecce, anche lui imparentato con Guglielmo II e nipote per via di padre della stessa Costanza.

Ad Eboli, definita dulce solum, Pietro rimase sempre legato, al punto da rivendicarne il conferimento del titolo di città, in segno di gratitudine per la fedeltà osservata dagli abitanti di Eboli alla causa imperiale, riconoscimento reso da Federico II.

 

Il Liber di Pietro da Eboli può essere considerato una pregevole opera di poesia, ma anche un importante documento storico, arricchito da preziose miniature. Esso, infatti, è l’unica opera in versi che descrive il passaggio dalla monarchia normanna a quella sveva  in Italia meridionale.

 

Notevole, in Pietro, fu anche la speranza nell’Impero come unica istituzione in grado di reggere le sorti dell’umanità. Una fede sincera, quella del nostro illustre concittadino, che sembra anticipare la visione politica di Dante che, nel De Monarchia, formulerà la “teoria dei due Soli”.

 

Il Liber ad honorem Augusti (conosciuto anche con il titolo Petri d’Ebulo carmen de motibus Siculis inter Henricum VI Romanorum imperatorem et Tancredum seculo XII gestis, o più semplicemente con l’altro titolo De rebus Siculis carmen, Liber ad honorem Augusti) fa parte di una trilogia di opere, composte da Pietro e dedicate alla casa sveva che annovera il Liber ad honorem Augusti, il De balneis Puteolanis, e i Gesta Friderici, dedicato a Federico II.

 

Il Liber, diviso in 52 particole e in miniature che ne illustrano il contenuto, tratta dello scontro avutosi, nel corso dell’ultima dominazione normanna in Italia meridionale, tra Enrico VI e Tancredi di Lecce. Nel poema vengono narrate le vicende di questo scontro e la vittoria finale di Enrico VI. Viene anche ricordata la nascita di Federico Ruggero, il futuro Federico II. Il terzo e ultimo libro del carme contiene una sorta di inno di elogio nei confronti di Enrico VI.

 

 Federico II

 

Alla morte di Costanza di Altavilla, assunse la reggenza del piccolo Federico Ruggero il Papa Innocenzo III (1198 – 1216).

Questi impresse una svolta decisamente autoritaria al suo pontificato e fu un convinto assertore della superiorità del papato sull’Impero.

 

Nel 1209 incoronò imperatore Ottone di Brunswick, che prese il nome di Ottone IV. Successivamente, volendo Ottone ristabilire l’autorità imperiale in Italia, Innocenzo III lo scomunicò e incoronò re di Germania, nel 1212, Federico II, dopo avergli strappato l’impegno a non riunificare la corona imperiale a quella siciliana, di cui ere erede dopo la morte di Enrico VI e di Costanza.

 

Federico II sconfisse definitivamente Ottone IV nella battaglia di Bouvines, nelle Fiandre, nel 1214. Fu incoronato imperatore nel 1220 a San Pietro dal nuovo Papa Onorio III (1216 – 1227), dopo aver fatto conferire, nello stesso anno, il titolo di re di Germania al figlio Enrico VII di appena nove anni sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia .

 

Ottenuta l’incoronazione imperiale, Federico consolidò il suo potere. Poiché non mantenne fede alla promessa fatta ad Onorio III di intraprendere una nuova crociata, fu scomunicato una prima volta, nel 1227, dal nuovo Papa Gregorio IX (1227 – 1241). L’imperatore fu, quindi, costretto ad intraprendere la spedizione contro i Musulmani in Terrasanta. Era la sesta crociata (1228 – 1230).

In questa circostanza, Federico ottenne degli importanti successi diplomatici: sottoscrisse una pace decennale con il sovrano d’Egitto Al Kamil che si impegnò a non ostacolare i pellegrinaggi in Terrasanta. Gregorio IX, tuttavia, non accettò questo risultato, accusando  Federico di essere sceso a patti con gli “infedeli”. Lo incolpò anche di essere entrato nel Sepolcro di Cristo nonostante la scomunica. Per questo, lanciò le sue truppe contro il Regno di Sicilia. Federico ebbe facile gioco nel vincere le truppe del Papa che dovette ritirare la scomunica e stipulare presso Montecassino con Federico, nel 1230, il trattato di San Germano.

 

Il regno federiciano di Sicilia e la sua crisi

Federico spostò la sua corte in Sicilia, a Palermo, Impresse un’impronta fortemente centralistica al suo regno e promulgò, nel 1231, il Liber Augustalis, noto anche con la denominazione Costituzioni melfitane, così chiamate perché furono promulgate a Melfi, in Basilicata. Si trattava di una raccolta di leggi, redatte sul modello del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, da esperti giuristi, tra cui il capuano Pier delle Vigne. Attraverso le Costituzioni melfitane, Federico II intese riaffermare la sua autorità sui feudatari e sulle città della penisola, riaccendendo anche lo scontro tra Comuni ed Impero.

 

In questo quadro, nel 1234, Federico dovette fronteggiare la rivolta del figlio Enrico VII[1], re di Germania. Questi, che aveva il sostegno dei principi tedeschi e l’appoggio dei Comuni della Lega Lombarda, sosteneva che la politica del padre era troppo incentrata sulla Sicilia e lasciava il potere imperiale in balia dei baroni e delle loro prepotenze. Enrico fu sconfitto dal padre nel 1235 e si uccise poco dopo. La Lega Lombarda fu sconfitta nel 1237 nella battaglia di Cortenuova, vicino Bergamo.

 

Tuttavia la seconda scomunica del 1239 ad opera di Gregorio IX, la  terza scomunica del 1245, ad opera del Papa Innocenzo IV (1243 – 1254), e la sconfitta delle truppe imperiali a Fossalta, presso Bologna, nel 1249, segnarono il declino di Federico, che morì a Ferentino, in Puglia, nel 1250, mentre stava organizzando un esercito per un nuovo scontro in Italia settentrionale. Con la morte di Federico II fallì anche il disegno universalistico del suo impero, contrastato dalla resistenza dei Comuni e della Chiesa.

 

La fine della dinastia sveva e la divisione del Regno di Sicilia

Dopo la morte di Federico, i principi tedeschi elessero re di Germania e dei Romani Rodolfo I d’Asburgo. La corona di Sicilia, intanto, fu assunta nel 1258 da Manfredi, figlio di Federico. La sua politica di alleanze suggellata dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona,  la sua vittoria contro le truppe della guelfa Firenze, nella battaglia di Montaperti del 1260, nonché la sua tenace volontà di unificare la corona di Sicilia e quella del Regno d’Italia nelle sue mani, preoccuparono il Papa Clemente IV. Questi, che era di origini francesi, chiamò in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi a Benevento nel 1266 e pose l’Italia meridionale sotto il suo dominio. L’ultimo tentativo di riorganizzare il regno svevo fu compiuto da un altro figlio di Federico, Corradino di Svevia. Questi, nel 1268, combatté contro gli Angioini a Tagliacozzo, in Abruzzo, nell’agosto del 1268. Dopo un primo parziale successo, Corradino fu sconfitto e fu fatto prigioniero. Condotto a Napoli, fu decapitato nella Piazza del Mercato il 28 ottobre del 1268. Con la morte di Corradino si estinse anche la Casa Sveva. Il regno di Sicilia, comprendente tutta l’Italia meridionale, rimase stabilmente nelle mani degli Angioini fino al 1282. La corte fu spostata a Napoli, con forte risentimento dei Siciliani.

Nella Pasqua del 1282 una rivolta scoppiata in Palermo e in tutta la Sicilia, segnò la fine della dominazione angioina nell’isola.

L’insurrezione, motivata dal malcontento dei sudditi per il trasferimento della capitale del Regno a Napoli e per l’esosa politica fiscale degli Angioini, scoppiò per motivi apparentemente futili: la perquisizione di una donna siciliana ad opera di un soldato francese, nell’ora del Vespro, dinanzi alla chiesa del Santo Spirito, accese la miccia di una situazione già incandescente. Pietro III d’Aragona, legittimo erede in quanto marito di Costanza, la figlia di Manfredi, giunse in Sicilia e si impossessò dell’isola. Lo scontro, passato alla storia con la denominazione di Guerra del Vespro o Vespri Siciliani, durò venti anni e si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta con cui si conferì la corona di Sicilia agli Aragonesi.

In tal modo, il regno normanno – svevo di Sicilia si ritrovò diviso in due: il Regno di Napoli, sotto gli Angioini, ed il Regno di Sicilia, sotto gli Aragonesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Enrico VII di Hohenstaufen (Palermo, 1211 – Martirano, 10 febbraio 1242) era il figlio primogenito di Federico II e di Costanza d’Aragona. Diventato adulto, si dimostrò irrequieto e sovversivo. Infatti Enrico aveva sviluppato nei confronti del padre un odio profondo inasprito dalla lontananza del padre che aveva posto la sua corte in Sicilia. Lo scontro tra padre e figlio divenne inevitabile quando Enrico, mal consigliato dall’aristocrazia tedesca, si rese promotore di una lotta senza quartiere contro il regime imperialistico di Federico che sfavoriva lo sviluppo delle terre tedesche. Alla fine del 1234, Federico apprese con costernazione che il figlio si era alleato contro di lui con i suoi più temibili nemici, i Comuni della Lega Lombarda. Enrico fu deposto e condannato a morte. In seguito la condanna fu commutata in carcere a vita. Si uccise in Calabria, nel 1242, durante il trasferimento in una delle prigioni del Regno di Sicilia.

Appunti di Storia 3 parte: lo scontro tra Comuni e Impero con Federico Barbarossa

Lo scontro tra Comuni e Impero

La morte di Enrico V, nel 1125, aveva lasciato l’impero germanico in una situazione di stallo e di caos. Era morto senza eredi. Lo scontro per la successione ebbe una durata quasi trentennale e coinvolse la Casa di Baviera, rappresentata dal duca Lotario II, e la Casa di Svevia, guidata da Corrado III di Hohenstaufen. L’anarchia che ne seguì vide alternarsi al potere entrambi i contendenti: Lotario II resse il governo dal 1133 al 1137, Corrado III dal 1137 al 1152. I sostenitori della Casa di Baviera erano detti guelfi, da Welf (Guelfo), il fondatore della casata bavarese; i fautori della Casa di Svevia erano detti ghibellini, dal nome del castello di Weiblingen, posseduto dagli Hohenstaufen. Poiché i duchi di Svevia che possedevano il castello di Weiblingen erano favorevoli alla politica imperiale, mentre i duchi di Baviera erano contrari alla politica imperiale, la distinzione tra guelfi e ghibellini, fu introdotta anche in Italia, per definire, rispettivamente, coloro che sostenevano la causa della Chiesa e coloro che difendevano l’impero.

 

Nel 1152, i principi tedeschi elessero imperatore Federico I di Hohenstaufen, detto Federico Barbarossa. Egli discendeva, per parte di padre, dai duchi di Svevia del casato degli Hohenstaufen, per parte di madre, invece, era imparentato con i duchi di Baviera. L’elezione di Federico I costituiva, dunque, una sorta di compromesso, dal momento che il sovrano era imparentato con entrambe le famiglie che si contendevano il potere.

 

L’esordio politico di Federico fu improntato al conseguimento dei seguenti obiettivi:

 

1)     Ripristinare l’autorità imperiale in Italia

2)     assumere il controllo delle città del Nord e del Centro

3)     ricondurre nell’ambito della giurisdizione imperiale le regalie[1] “usurpate” dai Comuni, cioè i diritti di imporre tasse, battere moneta, stipulare trattati di cui i Comuni si erano impossessati

4)     farsi consacrare dal Papa re d’Italia e imperatore

5)      abbattere la monarchia normanna retta, in questa fase, da Guglielmo I il Malo (1131 – 1166)

6)     conquistare il sud Italia.

 

Il 18 giugno del 1154, Federico discese in Italia dove, nel 1155, fu incoronato re d’Italia ed imperatore dal Papa Adriano IV  (1154 – 1159)[2].

 

La prima Dieta di Roncaglia

 

Spinto dalla volontà di ripristinare in Italia l’autorità imperiale, Federico convocò una dieta, cioè una riunione con i rappresentanti dei comuni italiani, a Roncaglia (vicino Piacenza) nel dicembre del 1154 nella quale dichiarò nulle le regalie usurpate dai comuni[3]. Tuttavia, messo alle strette dalle forti opposizioni dei rappresentanti dei comuni, privo di un esercito che potesse consentirgli di piegarne le resistenze, a Federico non rimase altro che desistere dal suo proposito. Si recò, quindi, a Roma dove appoggiò il Papa Adriano IV contro l’azione di Arnaldo da Brescia che, facendosi portavoce del movimento della patarìa (che puntava a moralizzare la Chiesa, riconducendola alla semplicità delle origini), si era opposto al potere temporale del Papa. Arnaldo da Brescia fu catturato e giustiziato e Adriano IV, in segno di gratitudine nei confronti del Barbarossa, come si è sopra accennato, lo incoronò nel 1155 re d’Italia e imperatore. Federico dovette, poi, rientrare in Germania a causa di una rivolta.

In Germania, nel settembre del 1157, convocò una dieta a Würzburg: in quella circostanza teorizzò l’inalienabilità dell’autorità imperiale ed il carattere universale della sua istituzione, specificando che il potere e la corona non gli venivano dalla Chiesa, come una sorta di privilegio feudale, ma direttamente da Dio.

 

In una seconda dieta di Roncaglia (1158), Federico emanò tre direttive, una contro il Papa, una contro i Comuni, una contro i feudatari:

 

1)     il volere del principe aveva, di per sé, forza ed effetto di legge. Era superflua l’incoronazione da parte del Papa

2)     Le regalie spettavano al re e i comuni dovevano porsi sotto la sua influenza. Il governo doveva essere accentrato nelle mani di podestà o governatori di fiducia del sovrano

3)     le lotte tra i comuni mettevano a rischio la pace.

 

I comuni insorsero ancora una volta contro le decisioni dell’imperatore, trovando, questa volta, un forte sostegno nel nuovo Papa Alessandro III (1159 – 1181), acerrimo nemico dell’imperatore.

 

La reazione del Barbarossa alla rivolta dei Comuni e al sostegno offerto loro dal nuovo pontefice fu molto pesante: le città di Crema e di Milano furono distrutte, rispettivamente, nel 1159 e nel 1162, mentre al Papa l’imperatore contrappose un antipapa nella figura di Vittore IV.

 

La Lega lombarda e la sconfitta di Federico I

Per resistere con maggiore efficacia ai tentativi egemonici del Barbarossa, diversi comuni veneti e lombardi si allearono, nel 1167, nella Lega lombarda per combattere contro l’imperatore. La Lega ebbe l’appoggio del Papa Alessandro III e sconfisse Federico Barbarossa nella battaglia di Legnano[4] del 29 maggio 1176.

Federico firmò un’ intesa con il Papa, nel 1177, garantendogli la fine delle ostilità  e la destituzione dell’antipapa Vittore. Firmò, poi, con i comuni la Pace di Costanza del 1183[5], che vincolava l’imperatore a riconoscere l’autonomia dei comuni in cambio di un loro formale atto di sottomissione attraverso un giuramento di fedeltà e in cambio della riscossione del fodro[6]. 

In questo modo, il Barbarossa rinunciò ad ogni pretesa di egemonia sui comuni italiani, così come fece anche nei confronti del papato.

 

La monarchia normanno – sveva nell’Italia meridionale

Tre anni dopo la Pace di Costanza, nel 1186, Federico ottenne un importante successo diplomatico facendo celebrare il matrimonio tra suo figlio Enrico VI e Costanza di Altavilla, figlia di Ruggero II, il fondatore del Regno normanno di Sicilia. Federico riuscì, in tal modo, ad associare, tramite Enrico VI, la corona di Sicilia a quella imperiale degli Hohenstaufen. Nel 1189, alla morte del re normanno Guglielmo II il Buono, Costanza, sorella del padre del re, Guglielmo I il Malo, divenne unica erede della corona del Regno di Sicilia. La morte improvvisa del Barbarossa, avvenuta nel 1190 in Asia Minore durante la III Crociata, avviò la transizione dalla monarchia normanna a quella sveva nell’Italia meridionale con l’insediamento al trono imperiale di Enrico VI (1190 – 1197).

 


[1] Dal latino regalia, il termine “regalie” indicavano le “cose regali”, le “cose che spettano al re”.

[2] Era Nicholas Breakspear, l’unico inglese ad aver occupato il soglio pontificio.

[3] In effetti, in Italia, l’autorità imperiale era ostacolata non tanto dai feudatari, come in Germania, quanto dai comuni. Per questo, Federico cercò anche di imporre dei podestà di sua fiducia per condizionarne la vita politica.

[4] A questa battaglia è legato il nome di Alberto da Giussano. Questi avrebbe guidato, secondo la leggenda, le truppe  militari dei comuni. Possiamo ritenere Alberto da Giussano un personaggio leggendario, più che storico. Secondo la tradizione, si distinsero particolarmente le truppe dei Milanesi, guidate da Alberto da Giussano e unite attorno alle insegne del Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine, intorno al quale si raccoglievano e combattevano le milizie dei comuni lombardi, probabilmente inventato dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, tra il 1037 e il 1039.

[5] Il trattato prese il nome della città in cui fu siglato, sulla riva del Lago di Costanza, nella Germania sud – occidentale, ai confini con la Svizzera.

[6] Il termine ”fodro” deriva dal longobardo fodr, foraggio. Era il diritto (detto anche albergaria) dei pubblici ufficiali e del sovrano in viaggio di esigere dalle popolazioni foraggio e biada per i cavalli.

Appunti di Storia 2 parte: le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani

Le “due Italie” e la specificità dei Comuni italiani

 

Nella nostra penisola si formarono due aree distinte: l’Italia centro – settentrionale in cui le città, contando su un’ampia autonomia dall’Impero a cui solo formalmente erano sottoposte, poterono facilmente organizzarsi in città – stato e, quindi, adottare la forma di autogoverno del Comune; l’Italia meridionale in cui, pur affermandosi delle realtà cittadine come Napoli, Amalfi, Bari, Trani, il controllo ferreo ed accentratore della monarchia normanna non permetteva il costituirsi di liberi Comuni.

 

In proposito, lo storico Giuseppe Petralia ha affermato che la questione meridionale affonda le sue radici proprio in questo assetto politico differente tra il Nord ed il Sud della nostra penisola. L’Italia meridionale che, durante la fase bizantina e sotto l’influsso islamico, aveva conosciuto una fase di sviluppo, perse gran parte della sua vitalità economica e sociale con la monarchia normanno – sveva e con le dominazioni degli Angioini e degli Aragonesi, che, privilegiando le esportazioni di frumento e di materie prime e puntando essenzialmente su una politica agraria, non consentirono l’affermarsi di una classe mercantile e borghese locale e, pertanto, non favorirono l’arricchimento di queste aree. E fu a partire da questo  momento, afferma il Petralia, che si crearono nell’ambito dei rapporti di forza tra gruppi sociali le profonde differenze tra Nord e Sud che sono alla base della nostra questione meridionale.

 

I comuni si formarono con maggiore rapidità lì dove si registrò una grande vitalità dei ceti borghesi. Nel nostro Meridione, soffocato dall’eccessivo centralismo politico normanno (e poi angioino ed aragonese) e dal sistema vassallatico – feudale, venne bloccata sul nascere qualsiasi esperienza di autogoverno cittadino.

 

Le istituzioni comunali

 

Il comune era amministrato dal consiglio, detto anche arengo[1] o concio[2], un’assemblea cittadina che eleggeva i rappresentanti dei cittadini e discuteva le leggi. I supremi magistrati spesso erano definiti consoli[3] e, in numero variabile da un minimo di due fino a venti, governavano per un periodo che andava dai sei ai dodici mesi. I consoli avevano ampie prerogative: garantivano l’applicazione delle leggi, guidavano l’esercito della città in caso di guerra e rappresentavano il comune nelle ambascerie e nelle delegazioni ufficiali. Essi erano affiancati, nell’esercizio delle proprie funzioni, dall’arengo.

C’erano, poi, i cittadini di pieno diritto. Questi costituivano un’esigua minoranza, in cui non rientravano i servi, le donne, i forestieri giunti da poco nella città, i disoccupati e le minoranze religiose.

 

I comuni più ricchi e potenti estesero la loro giurisdizione anche ai territori dei comuni vicini, superando il confine segnato dalle mura cittadine. Assunsero, pertanto, la fisionomia di veri e propri Stati territoriali. Tra i comuni italiani che maggiormente si distinsero in questa capacità espansiva, ricordiamo Milano, Firenze, Venezia e Verona, città che avrebbero dato vita, nei secoli successivi, ad importanti Stati regionali che avrebbero influenzato la storia politica della nostra penisola nell’età moderna.

 

I comuni dell’Italia centro – settentrionale cercheranno, da un lato, di preservare gelosamente la propria autonomia, dall’altro, di estendere il controllo anche al di fuori delle mura cittadine, nell’area più ampia posta sotto la propria giurisdizione che viene definita “contado” (relativa anche al territorio agricolo che si estende attorno alla città) assumendo la fisionomia di “Stati territoriali”. Occorre anche dire che, se formalmente le città dell’Italia del centro – nord dipendevano dall’imperatore, di fatto, la figura imperiale, divisa tra il ruolo di re d’Italia e di imperatore, risultava quasi sempre assente.

 

 

Il passaggio dal regime consolare al regime podestarile

 

Appena eletti, i consoli giuravano solennemente di salvaguardare gli interessi generali della collettività e di porsi al di sopra delle parti e degli interessi delle fazioni. Tuttavia, non sempre essi riuscirono a mantenere un metro di giudizio e di comportamento equo e imparziale in quanto, essendo membri della stessa città, inevitabilmente si lasciavano coinvolgere nelle beghe tra fazioni o, comunque, non potevano rimanere estranei alle stesse passioni politiche che animavano i loro concittadini. Inoltre, il frequente ricambio delle magistrature consolari evitava, da un lato, una potenziale deriva autoritaria del governo comunale ma, dall’altro, rendeva instabile e discontinua la governabilità, con il risultato di inasprire i contrasti tra le fazioni cittadine per la conquista del potere. Per queste ragioni, spesso, a partire dalla seconda metà del XII secolo, si rese necessario ricorrere ad un arbitro che fosse davvero imparziale e che non avesse alcun interesse politico o economico per farsi coinvolgere nella dialettica tra le fazioni. Si passò dai consoli al podestà,[4] che era per lo più un forestiero estraneo agli interessi delle fazioni politiche e sociali.

Il podestà era un vero e proprio funzionario stipendiato durava un anno ed i suoi atti venivano giudicati da una commissione cittadina. Nella sua azione politica era affiancato da due consigli cittadini, espressione delle famiglie più influenti: il consiglio maggiore, costituito da alcune centinaia di persone, ed il Consiglio minore, composto, al massimo, da dieci – dodici persone.

Si avviò la trasformazione del Comune dal regime consolare a quello podestarile.

 

La tendenza a concentrare il potere nelle mani di una sola persona fu un fattore determinante dell’ulteriore passaggio, tra i secoli XIII e XIV, al governo delle Signorie. Il Signore poteva appartenere alla borghesia o alla feudalità; poteva essere un generale che si poneva a capo della amministrazione e della politica del Comune, acquisendo un forte potere personale.

Il passaggio successivo fu l’evoluzione dalla Signoria al Principato che si realizzava quando il potere del il Signore veniva “ufficializzato” con l’incoronazione papale o imperiale.

 

Le classi sociali nei comuni italiani

Classe sociale

Composizione

Associazioni

Prerogative

Nobili o Magnati

Piccoli feudatari trasferitisi in città (Possidenti terrieri)

Si associavano in consorterie

Assumono ruoli direttivi.

Avevano minore rappresentatività nei “comuni di popolo”.

Popolo grasso

Mercanti, artigiani, banchieri, professionisti (Ricca borghesia)

Si associavano nelle “Arti maggiori”[5]

Inizialmente esclusi dalla vita politica, fanno poi valere i propri diritti politici.

Popolo minuto

Piccoli e medi artigiani;  proprietari di piccole imprese

Arti medie e minori

Potevano difendere i loro diritti economici, ma erano esclusi dalla vita pubblica.

Plebe

Lavoratori salariati (braccianti e operai, proletariato cittadino)

Non avevano alcun diritto di associazione

Erano esclusi dalla vita pubblica.

 

Con il passar del tempo, i Nobili, definiti anche Magnati, persero molto della loro importanza, mentre si fece sempre più rilevante l’ascesa del popolo grasso, cioè dell’alta borghesia rappresentata dai grandi imprenditori e dai grandi commercianti. Il popolo grasso si impose, in genere, sia sulla nobiltà feudale inurbata nella realtà cittadina, sia sul popolo minuto, la classe sociale composta dagli operai e dai piccoli artigiani.

Tra i secoli XII e XIII, infatti, lo scontro tra i nobili ed il popolo grasso fu molto acceso e, lì dove il popolo grasso si affermava sui magnati, si registrava il passaggio dal “comune aristocratico” al “comune di popolo” o comune popolare. Anche se il comune popolare fece registrare importanti e significativi risultati in termini amministrativi, fiscali e giudiziari, non fu mai un’esperienza pienamente democratica, nell’accezione moderna del termine. Dalla partecipazione politica, infatti, continuavano a rimanere escluse le classi sociali più basse. Diversamente che nel comune aristocratico, però, il comune popolare tagliava fuori dalla vita politica anche le classi sociali più alte, quelle dei nobili o magnati. Alla fine del XIII secolo, infatti, nei comuni di popolo, che erano l’espressione della rappresentanza del popolo grasso, furono promulgate diverse disposizioni “antimagnatizie” che impedivano ai magnati l’accesso alle cariche pubbliche. Un esempio emblematico fu rappresentato dagli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella con i quali, in Firenze nel 1293, i nobili furono privati dei diritti politici.

 

 

 

 


[1] L’etimologia del termine “arengo” non è del tutto chiara. Inizialmente indicava un luogo recintato, poi ha designato lo spazio, cioè l’edificio comunale, in cui si svolgevano le assemblee dei cittadini e, quindi, ha assunto il significato di “assemblea”.

[2] Dal latino contio – contionis, a sua volta derivante da “conventio” = assemblea, adunanza.

[3] console: dal latino “consul”, designava nell’antica Roma la più alta magistratura. Nel Medioevo indica i magistrati che rappresentano e governano il comune. Evidente appare, nelle scelta terminologica, la volontà di richiamarsi all’esperienza dell’antica Res publica Romana. 

[4] podestà: dal latino “potestas” = “autorità”, “esercizio del potere”. Il termine indicava, nel Medioevo, la più alta magistratura del comune che si sostituì a quella dei consoli. Il podestà aveva anche il compito di amministrare la giustizia e di comandare l’esercito.

[5] Con le espressioni “Arti maggiori” e “Arti minori” si indicavano nel Medioevo le associazioni di tutti coloro che svolgevano una professione o un mestiere. Le “Arti maggiori” raggruppavano  coloro che esercitavano le attività economiche, commerciali e professionali più importanti e redditizie.

Appunti di Storia 1 parte: a’anno Mille (in sintesi) e l’avvento del Comune

Il potere trasmesso dall’alto: papato e impero

 

 Il potere del Papa e l’organizzazione pontificia

Lo scontro tra il Papa e l’Imperatore poggiava anche su presupposti teorici e teologici: il potere del Papa discendeva direttamente da Dio e, pertanto, egli non poteva che porsi al di sopra di ogni altro potere temporale, in quanto era rappresentante di Dio in terra. Quella pontificia era, dunque, una concezione teocratica del potere, in base alla quale l’autorità pontificia assumeva un’origine divina e non umana. La conseguenza più diretta di tale visione teocratica fu che ogni altro potere temporale doveva essere subordinato a quello del Papa che diventava, così, l’anello di distribuzione del potere dall’alto verso il basso. Anche i sovrani, infatti, come tutti gli altri fedeli (e secondo il modello teodosiano) dovevano sottostare al volere del Papa, la cui figura e il cui ruolo nella società era stabilito dal diritto ecclesiastico, definito anche diritto canonico, dai “canoni” che costituivano le singole norme del diritto ecclesiastico.

Il decretum Gratiani, redatto dal monaco benedettino Graziano, professore all’Università di Bologna tra il 1139 ed il 1148, riordinò tutte le fonti e le norme del diritto canonico fino a quel momento in vigore, ma non codificate in un’unica raccolta di leggi.

 

Il papato basava la sua forza anche su una potente e capillare organizzazione interna che era così strutturata:

1)     Curia Romana: la corte del Papa, cioè l’insieme degli uffici e dei funzionari pontifici

2)     Collegio dei cardinali: un collegio composto da persone scelte dal Papa, spesso tra l’aristocrazia locale, a cui spettava l’elezione del pontefice[1]

3)     Camera apostolica: preposta all’amministrazione finanziaria

4)     Cancelleria: il luogo e l’ambito in cui si compilavano e si conservavano tutti i provvedimenti del pontefice.

La Chiesa riusciva a trovare un forte radicamento nella società anche grazie alla rete dei vescovi, il cui potere afferiva sia alle questioni religiose sia all’amministrazione delle terre, della giustizia e delle imposte.

Il potere monarchico

Il potere monarchico, come quello imperiale, tendeva a contrapporsi a quello pontificio. Sovrani ed imperatori non disconoscevano l’autorità religiosa e spirituale del Papa. Tuttavia contestavano al pontefice la legittimità delle ingerenze nel potere temporale. Un fondamento biblico a cui i detentori del potere politico potevano appigliarsi era la formula di San Paolo omnis potestas a Deo (“ogni potere discende da Dio”).

Anche la visione “laica” del potere era di natura teocratica e comportava, analogamente alla concezione del papato, una trasmissione del potere dall’alto verso il basso. La differenza stava nel fatto che i sovrani e, ancor di più, l’imperatore reclamavano per sé l’assoluta supremazia nel campo delle azioni e delle decisioni terrene. Come il papa, il sovrano rivendicava la sacralità della propria persona e l’infallibilità del proprio operato.

Il potere trasmesso dal basso: comunità di villaggio e comune

 

A queste due forme di organizzazione e trasmissione del potere dall’alto se ne affiancava un’altra che comportava, al contrario, una investitura dal basso, derivante dal consenso e dal sostegno dei membri della comunità.

Nelle campagne questo si verificava con la comunità di villaggio, nelle città, invece, con i comuni.

Comunità di villaggio

La comunità di villaggio si fondava sulle assemblee di tutti coloro che appartenevano ad una determinata comunità. Queste, pur dipendendo dai signori feudali, individuavano delle forme di organizzazione e di autogoverno per tutte le questioni che riguardavano l’impiego delle terre comuni, le modalità ed i tempi di lavorazione. A partire dal XIII secolo, la progressiva differenziazione tra i membri della comunità sarà alla base di quella solidarietà economica e religiosa che caratterizzano le comunità di villaggio dei secoli XI e XII.

 

La rinascita dell’ anno Mille

Lo sviluppo del comune in Italia e in Europa si inserisce nell’ampio contesto europeo di rinascita segnato dall’ anno Mille, caratterizzata da una notevole crescita demografica, dalla fine delle invasioni, dal miglioramento delle condizioni climatiche, dai progressi in agricoltura, nell’artigianato e, più in generale, nel commercio e nell’economia.

 

Questi progressi furono favoriti dalla diffusione dell’aratro pesante con due lame che scavavano in profondità il suolo; dall’impiego dell’ “energia animale” con l’uso dei buoi; dalla maggiore diffusione del cavallo nei lavori agricoli; dalla rotazione triennale delle colture che prevedeva la suddivisione del terreno in tre parti, di cui una si lasciava a riposo e le altre due erano preposte, a fasi alternate, alle colture primaverili e a quelle autunnali; dall’impiego dei mulini ad acqua o a vento; dai progressi della metallurgia.

 

L’incremento dei guadagni e delle attività favorì la rinascita delle città, all’interno delle quali, soprattutto in Italia, lo sviluppo delle attività commerciali urbane portò alla nascita delle Arti, o Corporazioni, che riunivano tutti i rappresentanti di uno stesso mestiere o di una stessa arte. Si affermò la figura del mercante come esempio del dinamismo e della vivacità dei nuovi centri economici e produttivi.

 

In Italia un grande contributo allo sviluppo urbano e commerciale venne dalle città marinare di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia a cui si aggiunsero, in seguito, altre importanti città dell’Italia centro – settentrionale, tra cui Firenze.

 

Il risveglio economico ed urbano fu accompagnato anche da un risveglio della cultura e dell’istruzione superiore. Sorsero le Università, inizialmente sotto forma associazioni di maestri e scolari. Si affermava, dunque, l’Universitas magistrorum et scholarium, la corporazione dei maestri e degli studenti, che con il passar del tempo assunse la fisionomia della moderna università. La più antica università fu la Scuola Medica Salernitana, formalmente riconosciuta nel 1231, ma operante già dalla metà del secolo XI. Altri centri importanti furono quelli di Parigi, Bologna, Oxford, Napoli, Cambridge, Padova, Roma, ecc. Gli studi universitari erano strutturati in base alle facoltà. Si studiavano le Arti liberali del Trivio e del Quadrivio, il Decreto (diritto canonico), il Diritto civile, la Medicina e la Teologia.

  

Il Comune

Il comune rappresenta la più originale organizzazione di governo e la più singolare forma di investitura dal basso.

Costituisce una forma di autogoverno che caratterizza le realtà urbane della Germania, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia centro – settentrionale.

 

Affonda le sue radici nelle coniurationes, cioè nelle associazioni private di cittadini che poi trattavano con i signori feudali per avere il consenso a fare comune, cioè a trovare delle forme di autogoverno. Queste associazioni prendevano il nome dal giuramento collettivo con cui i membri si impegnavano a mantenere la pace tra i cittadini e a battersi per l’autonomia della città. I signori concedevano la carta di comune, in cui erano stabiliti i diritti e i privilegi delle singole comunità. In cambio le associazioni che ottenevano il consenso a “fare comune” dovevano versare ai signori che lo accordavano delle ingenti somme di denaro.  Se il consenso veniva negato, la comunità si ribellava e ricorreva alla lotta armata. Concedendo maggiore spazio ai rappresentanti della borghesia, i sovrani puntavano ad indebolire  la vecchia nobiltà feudale che spesso destabilizzava il loro potere e ricevevano, allo stesso tempo, cospicui benefici economici grazie al pagamento che veniva loro corrisposto per la concessione della “Carta di Comune”. Le città, a loro volta, ottenevano una relativa autonomia, senza però disconoscere l’autorità superiore dell’imperatore o del sovrano.

 

Poiché i Comuni nacquero come espressione dei ceti borghesi in opposizione alle vecchie nobiltà feudali, il loro processo di formazione fu favorito da sovrani o da principi che puntavano ad indebolire lo strapotere dei signori feudali, togliendo loro il controllo delle città e del contado[2] circostante. Il contado aveva un’importanza notevole per le risorse del comune: procuravano le derrate alimentari alla città; consentivano al governo di ricavare ulteriori introiti fiscali da coloro che vi abitavano; rinfoltivano le file dell’esercito; offrivano possibilità di investimenti finanziari sui terreni a coloro che vivevano in città. La forza politica, militare ed economica del comune era direttamente proporzionale alla sua capacità di espansione nel contado, capacità che caratterizzò le esperienze comunali in Italia, diversificandole da quelle europee.


[1] I cardinali nella Chiesa Cattolica costituiscono il collegio dei vescovi preposto all’elezione del Papa. Essi, inoltre, collaborano con il Papa, che è anche il vescovo di Roma, sostenendolo nella sua funzione. L’abito dei cardinali è di color rosso – porpora. Per questa ragione, essi sono definiti anche “porporati”. La riunione del collegio cardinalizio è detta “concistoro”, dal latino consistorium = seduta, assemblea. I concistori, attualmente, si tengono nella Città del Vaticano e sono convocati dal Papa. Nei concistori si procede anche alla nomina dei nuovi porporati.

Il termine cardinale deriva da “cardine” e sta ad indicare l’asse attorno a cui ruota tutta l’organizzazione pontificia. Nel 1059 papa Niccolò II, con la Costituzione Apostolica In nomine Domini, riservò il diritto di elezione del papa ai soli cardinali vescovi romani. Nel 1179 papa Alessandro III, con la Costituzione Apostolica Licet de vitanda discordia, estese questo diritto a tutti i cardinali. Nel 1274 il beato papa Gregorio X, con la Costituzione Apostolica Ubi periculum, fissò per l’elezione del papa la maggioranza dei due terzi dei cardinali, il conclave e l’obbligo del segreto nell’elezione e successivamente. Queste disposizioni sono state recepite nella normativa oggi vigente.

[2] contado: dal latino comitatus, indica il feudo di un “comes”, cioè di un conte. Nel Medioevo questo termine ha assunto il significato di “territorio di campagna” comprendente ville, poderi e villaggi posto sotto la giurisdizione di un comune. “Contadino”  è, dunque, chi abita o lavora nel “contado”.