APPUNTI DI STORIA QUARTA ED ULTIMA PARTE: DAI NORMANNI IN ITALIA AL CONCORDATO DI WORMS

 

 

I Normanni in Italia meridionale

Come si è visto, Ottone I e i suoi due successori cercarono di estendere il potere anche in Italia meridionale. In quest’area, fino ai primi decenni dell’ XI secolo, regnava una certa instabilità politica determinata dalla debolezza della presenza bizantina, messa a dura prova dalle incursioni dei musulmani e dalle intemperanze dei potentati longobardi della Campania.

Una prima svolta si ebbe agli inizi dell’ XI secolo. Nel 1009, le città pugliesi di Bari, Trani e Bitonto insorsero contro la rigida politica fiscale delle autorità bizantine preposte al governo della regione. La rivolta fu appoggiata da alcuni principi longobardi e non fu osteggiata dal papa Sergio IV. In una prima fase sembrava che i rivoltosi fossero destinati a coronare con il successo la loro azione politica. Ma il nuovo governatore bizantino Basilio riconquistò le posizioni perdute. Tra i rivoltosi vi fu Melo di Bari che, nel 1011, riuscì a sfuggire alla repressione bizantina per poi recarsi in Germania, nel 1015, presso l’imperatore Enrico II (di cui, forse, era parente) per chiedergli sostegno contro i Bizantini. Anche in questo caso, però, le autorità bizantine ebbero la meglio, nel 1018, e Melo si rifugiò in Germania dove morì nel 1020. Nel corso di questi avvenimenti, gruppi di mercenari normanni cominciarono ad insediarsi nell’Italia meridionale. Tra il 1027 ed il 1030 uno dei capi dei Normanni, Rainolfo Drengot, ottenne dal duca di Napoli Sergio IV in feudo la Contea di Aversa, come premio della lealtà dimostrata negli anni precedenti. Fu la prima di una serie di concessioni territoriali ad esponenti normanni e, sicuramente, fu il primo possesso statale normanno in Italia.

Negli anni successivi si distinse, tra i Normanni, soprattutto il gruppo familiare degli Altavilla (Hauteville in francese). Nel 1043 Guglielmo Braccio di Ferro occupò la Contea di Melfi. Suo fratello, Roberto il Guiscardo (cioè “l’astuto”), giunto in Italia nel 1047, rafforzò la presenza normanna nella Penisola e sconfisse, presso Civitate del Friuli, le truppe del Papa (Leone IX), catturandolo, nel 1053, e rendendolo suo prigioniero. Il Papa non poté fare altro che riconoscere i territori normanni della Contea di Puglia e del Principato di Capua. Nel 1059 il nuovo Papa Niccolò II concesse a Roberto il Guiscardo, in qualità di suo vassallo, il Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia, con il triplice risultato di autorizzare Roberto ad annientare la residua presenza bizantina, ad occupare nuovi territori e ad attaccare la Sicilia occupata dai Musulmani.

Nel giro di alcuni decenni l’Italia meridionale fu occupata dai Normanni e, intorno al 1091, Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, completò l’opera sconfiggendo i Musulmani di Sicilia ed occupando, in qualità di conte di Sicilia, l’isola.

Nel XII secolo, Ruggero II, figlio del Ruggero che aveva conquistato la Sicilia, dette vita al Regno di Sicilia, unificando nella sua corona l’isola e l’Italia Meridionale e collocando la sua corte a Palermo. Il regno normanno assunse i tratti di una monarchia feudale dal forte potere centrale. Il regno venne diviso in circoscrizioni a ciascuna delle quali era preposto un giustiziere, al quale spettava l’amministrazione della giustizia, e un camerario, che si occupava delle riscossione dei tributi. Anche se continuarono a resistere delle ampie autonomie territoriali, quali Montecassino, Cava dei Tirreni ecc., l’intera popolazione del nostro Meridione si ritrovò sotto la giurisdizione normanna, soprattutto sul piano tributario e fiscale. Malgrado le autonomie territoriali avessero un ampio margine di libertà sul piano amministrativo, le decisioni più importanti spettarono sempre al sovrano normanno.

Se il regno normanno unificò sotto un’unica corona l’Italia meridionale, occorre anche dire che proprio il centralismo normanno impedì che prendesse piede anche nel Sud l’importante esperienza dei Comuni che, in quegli stessi anni, stava caratterizzando l’Italia centro – settentrionale.    

 

Crisi della Chiesa

Il papato, tra IX e X secolo, visse un periodo di crisi dovuta sia a fattori esterni che interni.

Le cause esterne furono sostanzialmente due:

a)     L’aristocrazia romana aveva ripetutamente interferito nella elezione dei pontefici, condizionandone anche la politica.

b)     Il Privilegio Ottoniano aveva sottoposto l’autorità del Papa a quella dell’Imperatore.

La causa interna era legata all’alto grado di corruzione che aveva da tempo contaminato la Chiesa e che si manifestava essenzialmente, ma non esclusivamente, attraverso la simonia e il concubinato.

La simonia era la vendita delle cariche ecclesiastiche (vescovo – abate o anche semplice parroco) a persone che non erano spinte da una vera e propria vocazione religiosa, ma da meri interessi economici, collegati anche alla possibilità di gestire rendite o feudi. A loro volta, coloro che avevano pagato la carica ecclesiastica si prefissavano di recuperare la somma versata facendo pagare alla gente comune i sacramenti, le funzioni religiose e le indulgenze per i morti.

Il concubinato era, invece, la convivenza degli ecclesiastici con delle donne, che spesso sfociava nella clerogamia, cioè nel matrimonio dei preti, nonostante l’obbligo del celibato imposto dalla Chiesa.

 

La reazione a questo stato di cose non tardò ad arrivare e si manifestò all’interno della stessa istituzione ecclesiastica.

Sorsero, infatti dei movimenti che puntavano, dal basso, ad una profonda riforma della Chiesa, allo scopo di ricondurla alla purezza e semplicità delle origini.

Tra i centri propulsori di questo movimento riformatore vi fu il monastero benedettino di Cluny, in Borgogna. I monaci cluniacensi, pur seguendo la regola benedettina improntata sulla massima “ora et labora”, introdussero un nuovo modello di vita monastica,  privilegiando particolarmente l’aspetto liturgico e la preghiera rispetto al lavoro manuale, al punto da arrivare a celebrare fino a 200 salmi al giorno. I cluniacensi istituirono la celebrazione dei defunti il 2 novembre, poi estesa a tutta la cristianità.

Il monastero di Cluny fu posto direttamente alle dipendenze del Papa, in modo da non sottostare alle autorità ecclesiastiche e laiche locali.

L’iniziativa riformatrice cluniacense riaffermò il ritorno alla purezza e alla semplicità evangelica e fu presa a modello anche da altri ordini religiosi che all’esigenza di un ritorno della Chiesa alla purezza delle origini associavano anche la riaffermazione del valore del lavoro manuale contro i vizi e la corruzione della vita mondana.

Importante fu anche il monachesimo eremitico che ruotava attorno all’ordine dei certosini, fondato a Grenoble con il monastero denominato Grande chartreuse, nel 1084. I certosini vivevano nelle grandi abbazie denominate certose (come quella di Padula), ma conducevano gran parte della loro giornata isolati in preghiera.

Significativa fu anche l’esperienza dei monaci cistercensi, così denominati dall’abbazia di Citeaux, fondata in Borgogna nel 1098. Essi ripresero in pieno l’antica regola di San Benedetto “ora et labora”, ridussero il tempo dedicato alle preghiere, abbracciarono il lavoro agricolo e fecero una scelta di campo a favore di una vita povera e semplice.

I movimenti riformatori sorti all’interno della Chiesa impressero una forte spinta moralizzatrice e favorirono la nascita di altri movimenti riformatori esterni alla Chiesa. Tra questi, ricordiamo il movimento della patarìa, sorto a Milano e diffusosi in altri centri dell’Italia centro – settentrionale tra il 1056 ed il 1075. I seguaci, prevalentemente artigiani e mercanti, vennero definiti, con una denominazione di origine incerta, patarini,  organizzarono una serie di rivolte popolari per contestare l’arcivescovo di Milano, Guido da Velate, accusato di simonia, per aver ottenuto la carica arcivescovile illecitamente dall’imperatore Enrico III, di corruzione e di concubinato.

Questi ed altri movimenti popolari analoghi avevano in comune l’ispirazione pauperistica (da pauper – pauperis = povero), cioè la richiesta che la Chiesa facesse proprio l’ideale evangelico della povertà e dell’umiltà delle origini.

In questo quadro si inserì anche la rottura definitiva tra la Chiesa di Roma (quella d’Occidente) e la Chiesa di Costantinopoli (quella d’Oriente). Quest’ultima non volle accettare la superiorità della Chiesa di Roma e determinò, nel 1054, lo SCISMA d’Oriente, cioè la separazione della Cristianità orientale, i cui rappresentanti si definirono “ortodossi”, cioè seguaci della “vera dottrina”.

 

Dalla crisi della Chiesa alla lotta per le investiture  

La corruzione e la debolezza della Chiesa cattolica culminarono, nel 1045, nella vendita, ad opera del papa Benedetto IX, del seggio pontificio al successore Gregorio VI.

Uno scandalo inaudito, di fronte al quale l’imperatore Enrico III di Franconia decise di intervenire imponendo al soglio pontificio, come pontefice, il vescovo tedesco Clemente II, sostenitore dei movimenti riformatori pauperistici.

Seguendo quanto era stato sancito del “Privilegio di Ottone”, Enrico III cercò di ripristinare l’autorevolezza della Chiesa Cattolica attraverso l’imposizione di un pontefice adatto a questo scopo. Tuttavia, questo intervento ebbe conseguenze pesanti nell’ambito dei rapporti tra impero e papato. Lo stesso pontefice che Enrico aveva imposto sul trono, come anche i suoi successori Damaso II (1047 – 1048) e Leone IX (1049 – 1054), anche costoro di nazionalità tedesca, ritennero che l’unico modo per porre fine alla crisi della Chiesa fosse il recupero della piena autonomia e indipendenza del papato dal potere dell’imperatore, rendendo la Chiesa il più possibile libera da ogni sorta di influenza esterna. Si affermò gradualmente l’idea della libertas Ecclesiae, in base alla quale i laici non potevano assolutamente intervenire nell’assegnazione delle cariche ecclesiastiche. Questo doveva valere sia per i nobili laici sia per l’imperatore. Era il rifiuto più netto del sistema ottoniano dei vescovi – conte.

Lo scontro tra Papato ed Impero si acuì con il Concilio Lateranense del 1059, quando il pontefice Niccolò II, al fine di evitare ogni interferenza esterna nella scelta dei papi, decretò che, da quel momento in poi, i pontefici dovessero essere eletti solo dai cardinali. Fino a quel momento il papa era sempre stato eletto per acclamazione del popolo e del “basso clero” romano che, però, potevano essere facilmente strumentalizzati dalla nobiltà. Niccolò II stabilì anche che nessun ecclesiastico potesse essere nominato da un laico: i nobili, i sovrani e lo stesso imperatore si vedevano così privati della possibilità di attribuire benefici ecclesiastici e fu praticamente abrogato il Privilegio di Ottone.

 

Da questo momento, aspra divenne la cosiddetta lotta per le investiture. Lo scontro più aspro ci fu tra il papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana, intransigente sostenitore della riforma e della ripresa del prestigio della Chiesa, 1073 – 1085) e l’imperatore Enrico IV di Franconia (1056 – 1106).

Gregorio VII, nel 1075, promulgò il Dictatus papae, con cui il pontefice affermava la superiorità del Papa sull’imperatore e reclamava, di conseguenza, il diritto di scomunicare e destituire un imperatore o un qualunque altro sovrano, qualora costui si fosse rivelato moralmente indegno ed avesse danneggiato gli interessi della Chiesa e della comunità ecclesiastica.

 

Forte fu la reazione di Enrico IV: egli, nel 1076, convocò a Worms un concilio di vescovi tedeschi in cui dichiarò decaduto il papa. Gregorio VII reagì a sua volta scomunicando l’imperatore, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà nei suoi confronti. La scomunica, pertanto, non avrebbe avuto soltanto conseguenze sul piano religioso, ma anche e soprattutto sul piano politico: di ciò fu consapevole Enrico IV che, per evitare la perdita del suo potere, implorò il perdono del Papa, facendo una dura ed umiliante penitenza all’esterno del castello di Canossa[1], nell’attuale Emilia Romagna, dove il papa era ospitato dalla contessa Matilde. Enrico IV attese per tre giorni al freddo ed in mezzo alla neve, finché non ottenne il perdono del Papa che ritirò la scomunica, anche grazie alla mediazione di Matilde, imparentata con l’imperatore, e dell’abate Ugo di Cluny.

Si trattò, tuttavia, solo di una tregua e le ostilità ripresero subito dopo. Nel 1080, infatti, Enrico discese in Italia, destituì Gregorio VII e nominò pontefice l’arcivescovo di Ravenna, Guilberto, che assunse il nome di Clemente III, dal quale si fece incoronare imperatore. Enrico costrinse Gregorio VII a fuggire presso i Normanni a Salerno, dove morì nel 1085.

Morto anche Enrico IV, nel 1106, lo scontro si attenuò con il suo successore, il figlio Enrico V (1106 – 1125) che, nel 1122, raggiunse un’intesa con il papa Callisto II.

L’accordo fu formalizzato nel Concordato di Worms. Tale accordo prevedeva che la nomina dei vescovi spettasse al Papa, al di fuori di qualsiasi ingerenza laica e imperiale. Poteva esserci, però, per i vescovi una duplice investitura: quella religiosa e quella laico – temporale, poiché l’imperatore poteva conferire loro beni e cariche politiche.

In Italia i vescovi avrebbero, però, dovuto ricevere prima l’investitura religiosa da parte del Papa e poi quella laica dal parte del sovrano o dell’imperatore. In Germania, invece, l’investitura laica avrebbe preceduto quella religiosa. In tal modo, il papato era sciolto da ogni forma di tutela e di interferenza imperiale ma, nello stessi tempo, l’imperatore, in Germania, poteva ancora intervenire, sul piano politico, nella scelta delle gerarchie ecclesiastiche. Formalmente, si trattò di un successo della Chiesa, poiché si sanciva che il potere politico non poteva intervenire nell’investitura dei vescovi e degli abati. Tuttavia, soprattutto in Germania, l’Imperatore avrebbe continuato ad influenzare la scelta dei candidati alla designazione vescovile. L’accordo di Worms ebbe come risultato quello di rafforzare l’autorità pontificia in Italia, dove l’investitura ecclesiastica precedeva per importanza quella laica, e l’autorità imperiale in Germania, dove l’investitura laica prevaleva su quella religiosa. Tuttavia, i contrasti tra Papato ed Impero non cessarono ed influenzarono a lungo anche la lotta politica in Europa e i Italia, con la nascita delle due grandi fazioni dei Ghibellini, così chiamati dai signori del castello di Weibling, in Sassonia, che parteggiavano per l’imperatore, e dei Guelfi, che prendevano la denominazione Welf, il duca di Baviera che si fece sostenitore della “libertà della Chiesa Romana”.

 

 

 


[1]Ancora oggi è usata la locuzione: “andare a Canossa” in riferimento a chi, avendo riconosciuto i propri errori, si umilia o compie un formale atto di contrizione per essere perdonato.

La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), fu contessa, duchessa e marchesa. Matilde fu una potente feudataria. Sostenne con vigore Il Papato nella lotta per le investiture; fu una figura femminile di primissimo piano in un’epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore ed arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa.  Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. Fu incoronata, nel 1111, presso il Castello di Bianello (Reggio Emilia) dall’imperatore Enrico V, figlio di Enrico IV, con il titolo di Regina d’Italia e vicaria papale.

Dopo la sua morte attorno a Matilde si creò un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio descrivendola come una contessa dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede.

 

 

 

APPUNTI DI STORIA TERZA PARTE: IL REGNO D’ITALIA E OTTONE I

 

 

Il Regno d’Italia

Contrariamente a quanto avveniva in Inghilterra e in Francia, l’Italia era caratterizzata da una eccessiva frammentazione. Dopo la morte di Carlo il Grosso (888), il Regno d’Italia era stato assegnato a Berengario I, marchese del Friuli. Tuttavia, nell’891, fu destituito da Guido da Spoleto che regnò fino all’894. Questi fece incoronare imperatore il proprio figlio, Lamberto da Spoleto, dal Papa Formoso (891 – 896) che, però, alcuni anni dopo, con un voltafaccia clamoroso, incoronò imperatore il re di Germania Arnolfo di Carinzia. Il pontefice morì nell’ 896. L’anno successivo, Lamberto riprese il controllo della situazione ed obbligò il nuovo pontefice, Stefano VI, da lui stesso imposto al soglio papale, a riesumare il corpo di Formoso e di condurlo in giudizio in un macabro processo post mortem. Il cadavere di Formoso fu collocato, in posizione da seduto, sul trono nella sala del Concilio a San Giovanni in Laterano e gli fu “concesso” anche un avvocato. Tra le accuse che gli vennero rivolte, vi fu quella di corruzione e di ambizione sfrenata. Fu dichiarata nulla la sua elezione e vennero invalidate tutte le sue decisioni, anche in materia di ordinazioni cardinalizie e vescovili. Al cadavere furono strappate le vesti sacre e furono tagliate le tre dita con cui aveva, in vita, impartito le benedizioni.

Sinodo del cadavere (o Concilio cadaverico), Jean-Paul Laurens (1870), Nantes, Musée des Beaux-Arts.

Stefano VI,  a sinistra, punta il dito contro il cadavere di Formoso, “seduto” sul trono.

Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Questo episodio è passato alla storia come il sinodo del cadavere, ed è testimoniato anche dal dipinto del 1870 di Jean – Paul Laurens[1]. Successivamente, Formoso fu riabilitato dai pontefici Teodoro II (morto nell’897) e Sergio III (904 – 911). In seguito, le controversie dinastiche in Italia si protrassero e videro avvicendarsi al trono vari sovrani. Gli ultimi furono Ugo da Provenza (926 – 947), suo figlio Lotario (947 – 950) e Berengario II (950 – 962). Berengario II salì al trono grazie al re di Germania Ottone I di Sassonia. Questo evento avrebbe di lì a qualche anno portato all’annessione del regno d’Italia a quello di Germania.

Ottone I e il Sacro Romano Impero Germanico

In Germania, nel 919, si era affermata la dinastia di Sassonia con Enrico I, detto l’Uccellatore, per la sua passione della caccia con il falcone, come si può vedere nel dipinto di Hermann Vogel del 1911, in cui Enrico viene incoronato durante una battuta di caccia.

Alla morte di Enrico, successe al trono il figlio Ottone (936 – 973). Per contrastare i tentativi autonomistici dei feudatari e per accaparrarsi le simpatie dell’episcopato, Ottone creò delle potenti signorie feudali affidate non a laici, ma a vescovi e ad altri esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. Si trattava dei cosiddetti vescovi – conti. Con questa mossa, Enrico ottenne il duplice risultato di neutralizzare le spinte centrifughe della nobiltà locale e di assicurarsi la fedeltà di feudatari ecclesiastici leali e capaci.

Il 10 agosto del 955 nella battaglia di Lechfeld, in Germania, Ottone sconfisse definitivamente gli Ungari.

Moltissimi prigionieri di guerra vennero uccisi o rimandati in patria al cospetto del loro sovrano Taksony d’Ungheria con il naso e le orecchie mozzate.

Sul campo di battaglia i nobili germanici, esultanti per la vittoria, sollevarono sui loro scudi Ottone proclamandolo loro imperatore. Alcuni anni dopo, ancora forte di questa vittoria Ottone si recò a Roma e si fece incoronare dal pontefice stesso. Nel frattempo i magiari si convertirono al Cristianesimo. Le incursioni ungare in Europa potevano dirsi concluse.

Nel 962 Ottone si fece incoronare imperatore dal pontefice Giovanni XII (955 – 963). Tra i suoi primi atti vi fu la promulgazione del Privilegio Ottoniano, con il quale l’imperatore riconosceva alla Chiesa e al Papa le proprietà terriere e le prerogative ecclesiastiche, ma si imponeva allo stesso pontefice di giurare fedeltà all’imperatore, una volta eletto dal clero romano. Inoltre, Ottone riservò a se stesso la prerogativa della nomina  dei vescovi. Ai vescovi nominati dal re venivano concessi dei feudi e, così, diventavano a tutti gli effetti dei vescovi – conti. Tale imposizione aveva un indubbio vantaggio pratico, oltre che politico: i vescovi – conti erano celibi e, pertanto, alla loro morte i feudi sarebbero sicuramente ritornati all’imperatore. Una nuova versione del cesaropapismo che avrebbe, di lì a poco, scatenato uno scontro furibondo tra papato e impero per il riconoscimento del primato politico. Nel Privilegio Ottoniano si vietava ai papi anche di incoronare imperatori che non fossero di origine germanica. Il Sacro Romano Impero Germanico si differenziava notevolmente dall’impero carolingio per le seguenti ragioni:

a)     aveva un’estensione territoriale molto più ridotta, dal momento che non comprendeva la Francia ed era circoscritto alla Germania e all’Italia centro – settentrionale.

b)     L’impero carolingio era nato sulla base dell’accordo tra le due massime autorità (Carlo Magno e Leone III). L’impero germanico è il frutto della subordinazione della Chiesa e dell’Episcopato al potere imperiale.

c)     L’impero di Carlo Magno nacque dall’esigenza di difendere l’Europa cristiana dal pericolo islamico. Quello di Ottone nasce dalla necessità del sovrano di ricondurre all’obbedienza la feudalità ribelle attraverso la restaurazione dell’autorità imperiale.

 

Il Sacro Romano Impero di nazione germanica durerà fino al 1806, quando Napoleone destituirà Francesco II.

Ottone II (973 – 983) cercò di proseguire la politica espansionistica del padre nell’Italia meridionale, dove persisteva ancora una debole presenza bizantina, ma senza risultati.

 

Fallimentare si sarebbe rivelato anche il tentativo di Ottone III (983 – 1002) che non riuscì a realizzare il sogno della renovatio imperii su basi cristiane e incontrò notevoli resistenze sia nella nobiltà germanica che nella nostra Penisola. Ottone III morì nel 1002, all’età di ventidue anni, senza lasciare eredi.

 

A Ottone III successe Enrico II di Baviera (1002 – 1024) che, però, preferì rinunciare al titolo imperiale, accontentandosi del titolo di re di Germania.

L’autorità imperiale fu ripristinata da Corrado II il Salico (1024 – 1039), fondatore della dinastia di Franconia.[1]

Corrado II dovette, però, fronteggiare la rivolta dei feudatari minori (i valvassori) che chiedevano l’estensione dell’ereditarietà dei feudi anche ai territori da loro controllati. A Milano ci fu un vero e proprio scontro armato tra la grande nobiltà, già avvantaggiata dal capitolare di Quierzy dell’877, e i valvassori, appoggiati dall’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano. Corrado, nel 1037, promulgò la Constitutio de feudis, con cui rese ereditari anche i feudi minori.

La pacificazione definitiva di Milano, però, ci fu solo nel 1045, con l’imperatore Enrico III che concesse al popolo milanese (cioè la componente dei cittadini benestanti, ma non nobili), che aveva chiesto maggiori poteri, di partecipare al governo di Milano con propri rappresentanti. 

Questa concessione segnò l’inizio della positiva esperienza politica dei comuni dell’Italia centro – settentrionale.


[1] La Franconia, colonizzata dai Franchi alla fine del VII secolo, corrisponde alla zona dove oggi si trova Francoforte, cioè dove il fiume Meno confluisce nel Reno.


[1] pittore francese vissuto tra il 1838 ed il 1921.

 

APPUNTI DI STORIA – SECONDA PARTE: LA CAVALLERIA- LA SITUAZIONE IN EUROPA e in Inghilterra

 

 

APPUNTI DI STORIA SECONDA PARTE

Dalla Storia alla Letteratura: dai bellatores ai poemi cavallereschi

I bellatores costituirono la cavalleria, termine con cui si indicava il gruppo dei guerrieri di professione appartenenti alle classi sociali più elevate. I cavalieri, spesso idealizzati come “eroi”, aiutavano il principe o il signore da cui ricevevano l’investitura a difendere il popolo da attacchi nemici, ma anche da imboscate ordite da traditori interni, e a mantenere l’ordine sociale. A partire dal secolo XI, la Chiesa trasformò la cavalleria in una sorta di Militia Christi, cioè un “esercito di Cristo”, all’interno del quale il singolo cavaliere assurgeva al ruolo di miles Christi.

I cavalieri, infatti, ebbero il compito di difendere la fede cristiana ed i luoghi sacri ad essa legati. Questa funzione sacra e religiosa della cavalleria troverà la sua più importante realizzazione nelle Crociate, cioè nelle spedizioni militari organizzate a partire dall’XI secolo per la conquista di Gerusalemme e del Sacro Sepolcro caduti nelle mani dei Turchi (la prima crociata si ebbe tra il 1095 ed il 1099 e fu indetta dal papa Urbano II. Il termine “Crociate” deriva dal simbolo della croce che i soldati avevano come vessillo). A partire da questo periodo nacquero, in seno alla cavalleria, anche alcuni importanti ordini religiosi e militari:

         l’Ordine di San Lazzaro (preposto alla cura dei lebbrosi)

         l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, conosciuti anche come Cavalieri di Rodi e, in seguito, come Cavalieri di Malta (preposto alla cura dei pellegrini che si dirigevano nella Terra Santa)

         l’Ordine dei Templari (preposti alla sicurezza dei pellegrini che si recavano in Terra Santa per visitare i luoghi sacri)

         Ordine dei Cavalieri Teutonici, fondato in Palestina intorno al 1191.

Tutte queste associazioni di cavalieri, oltre che conquistare e difendere i luoghi sacri ed aiutare i pellegrini che andavano a visitarli, avevano anche il compito di curare i feriti e coloro che si ammalavano durante le Crociate o i pellegrinaggi. L’intervento della Chiesa, volto a rendere la Cavalleria una Militia Christi, fu molto importante perché pose fine alle violenze ed alle scorribande dei cavalieri, ponendoli al servizio dell’intera popolazione e, soprattutto, dei più deboli. Per questo motivo, la gente cominciò a considerare la Cavalleria come un qualcosa di meraviglioso e i cavalieri apparivano forti, coraggiosi, ma soprattutto generosi e leali.

Sorsero, attorno ad essi, numerose leggende avventurose ed eroiche e, in varie parti d’Europa, si svilupparono molti esempi di letteratura cavalleresca, cioè di composizioni in versi, anche piuttosto estese, che narravano le magnifiche ed intrepide gesta di eroici cavalieri. In Francia, ad esempio, nacquero le Chansons de geste, cioè “Canzoni di gesta” eroiche. Opere simili si affermarono in altre regioni europee.

Le diverse leggende costituirono la “fonte” primaria della letteratura cavalleresca, nell’ambito della quale possiamo individuare tre grandi gruppi o cicli :

a)    Ciclo Carolingio, in cui si rievocano le gesta eroiche dei cavalieri di Carlo Magno

b)    Ciclo Bretone o arturiano, di cui fa parte la leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda

c)     Ciclo Classico, ispirato alle leggende degli eroi omerici e dell’antichità classica

d)    In Spagna e in Germania si affermarono due importantissime opere: il “Cantare del mio Cid” e “La Canzone dei Nibelunghi”.

Diventare cavaliere non significava solo imbracciare le armi, ma implicava anche l’adesione ad un codice morale ed ideale di comportamento fondato sulla lealtà, sul coraggio e sulla generosità verso i più bisognosi. Tra le virtù del “cavaliere cortese” assunse un significato particolare l’amore, inteso come devozione nei confronti di una donna nobile e irraggiungibile. Un amore platonico, riservato, casto, nel nome del quale il cavaliere era disposto a compiere azioni nobili e valorose pur di conquistare il cuore della donna amata. Così, nel Ciclo bretone, Lancillotto è innamorato segretamente di Ginevra, ma continua a servire fedelmente il suo signore, il re Artù. Tra i due sentimenti (la devozione per re Artù e l’amore per Ginevra) non c’è incompatibilità, in quanto l’amore per la regina è puro e spirituale, sprona il cavaliere a nobili imprese e ne purifica l’animo.

Il nuovo volto dell’Europa e la nascita dei nuovi regni cristiani

Dopo le ultime invasioni, in Europa si affermarono nuovi regni cristiani: nell’ Est europeo si affermarono il regno di Ungheria, il regno di Polonia, il regno di Bulgaria e il regno di Russia, che ebbe come primo nucleo l’area del principato di Kiev e che subì l’influenza dei Bizantini, sul piano religioso ed economico. Nel Nord Europa si rafforzarono i regni già cristianizzati di Danimarca, Svezia e Norvegia. Il regno danese con Canuto il Grande (994 – 1035) conquistò, nel 1015, l’Inghilterra e, nel 1028, assunse anche la corona della Norvegia. I regni cristiani nell’est e nel nord dell’Europa protessero il continente da nuove invasioni e contribuirono a conferirgli quella connotazione etnica e geo – politica che assume ancora oggi. Nella penisola iberica, all’inizio del IX secolo, sotto il controllo dei musulmani si erano consolidati, nell’area centro – meridionale, il califfato di Cordova ed il regno di Granada; cristiani erano, invece, il regno di Leon, la Contea del Portogallo (distaccatasi dal regno di Leon alla fine del IX secolo), nell’area nord – occidentale, il regno di Castiglia, il regno di Navarra e il regno di Aragona, in prossimità dei Pirenei, nell’area centro settentrionale e nord – orientale, la Contea di Barcellona, poi conquistata dal regno di Aragona.  I regni cristiani iberici, tra il secolo IX e X, effettuarono delle incursioni nell’area islamizzata della regione. Gli effetti furono particolarmente evidenti nel corso del secolo XI, anche a seguito della debolezza politica del Califfato di Cordova. Ebbe così inizio la prima fase di quella che è stata definita la Reconquista, che si sarebbe protratta per diversi secoli, fino al 2 gennaio 1492 quando Ferdinando II di Aragona e Isabella I di Castiglia si impossessarono dell’ultimo baluardo islamico, il regno di Granada, unificando in unico stato i diversi regni spagnoli. Il territorio di Navarra venne annesso alla Spagna alcuni anni dopo, nel 1512. La situazione in Francia: dopo la morte di Carlo il Semplice, provocata nel 922 da una congiura di feudatari, ci furono diversi anni di anarchia e caos fino al 987, quando salì al potere Ugo Capeto (987 – 996) fondatore della dinastia capetingia. Tuttavia, anche in Francia, come altrove, il potere del re era fieramente contrastato dalla nobiltà locale. Le diverse signorie territoriali, come la contea di Bretagna, la contea di Provenza, il ducato di Normandia e il ducato di Borgogna, continuarono a mantenere una forte autonomia rispetto al potere centrale. Sarà solo a partire dal 1108, con i re taumaturghi, così definiti perché si riteneva che avessero il potere di far guarire le persone, in quanto incoronati e unti dal Signore, si ebbe un rafforzamento del potere centrale ai danni delle signorie feudali. (Luigi VI e Luigi VII). La situazione in Inghilterra: dopo la parentesi di Canuto il Grande (1015 – 1035), nel 1042, i sovrani anglosassoni ripresero il potere con Edoardo il Confessore (1042 –  1066), figlio del sovrano Etelredo l’Impreparato (che aveva combattuto contro Canuto il Grande) e di Emma di Normandia.

Figura 6: Sant’Edoardo III il Confessore (1002 – 1066). Fu venerato dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana. Beatificazione: Canonizzazione 1161, da Papa Alessandro III. Santuario principale Abbazia di Westminster, Londra.Ricorrenza 13 ottobre, 5 gennaio. Patrono di Re; matrimoni difficili; sposi separati; famiglia reale inglese

Dopo la sua morte, successe al trono il cognato Aroldo II. Guglielmo, nipote di Edoardo il Confessore e duca di Normandia, pretese per sé la corona inglese. Così, nel 1066, Guglielmo combatté contro Aroldo, sconfiggendolo nella battaglia di Hastings. Per questo successo fu definito Il Conquistatore. Regnò dal 1066 al 1087, introducendo nella monarchia inglese le usanze francesi e normanne, tra cui i rapporti vassallatico – beneficiari. Guglielmo rafforzò l’autorità del potere centrale, dividendo il territorio in contee, ponendo, però, gli sceriffi sotto il controllo di magistrati di nomina e fiducia regia, definiti giustizieri.

 

 

 

Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia (1035 – 1087) e re di Inghilterra (1035 – 1087). Ritratto immaginario risalente al 1620

Il potere monarchico viene ulteriormente rafforzato, nel corso del XII secolo, dal sovrano di origine francese Enrico II il Plantageneto (1154 – 1189) che provvide a rafforzare il suo potere anche in Francia.

 

concetto di Medioevo – feudalesimo – nuova dimensione geo – politica e sociale

Il concetto di Medioevo

Il termine Medioevo indica età di mezzo ed è una definizione che risale alla tradizione umanistica, i cui rappresentanti vedevano nell’epoca precedente alla loro uno strappo rispetto al mondo classico. Il Medioevo, in sostanza, rappresentava quel lungo intervallo di circa dieci secoli tra l’Antichità e l’inizio dell’età moderna. Al termine si associò una connotazione negativa, sia da parte degli intellettuali umanisti sia da parte degli illuministi. Questi ultimi, in particolare, vedevano nell’età di mezzo una fase di oscurantismo e di oblio della ragione, determinato dai fanatismi e dai dogmatismi religiosi. Oggi, invece, la storiografia ha notevolmente rivalutato quest’epoca, vedendo in essa una fase storica importante, densa di processi politici e sociali che furono alla base del successivo costituirsi degli Stati nazionali europei. L’Europa dell’Alto Medioevo, caratterizzata dal proliferare dei regni romano – barbarici e, in seguito, dalla restauratio imperii carolingia, sarà il luogo in cui si fonderanno e si armonizzeranno (spesso a prezzo di conflitti e di incomprensioni) la storica e grande eredità greco – romana con la civiltà delle popolazioni germaniche del Nord. Tale fusione avverrà, prevalentemente, intorno alla comune adesione al Cattolicesimo.

 

Il feudalesimo e il villaggio feudale

L’esigenza fondamentale di Carlo Magno e dei sovrani carolingi successivi fu quella di

evitare che la nobiltà locale potesse prendere il sopravvento rispetto al potere centrale. Per tale ragione, Carlo Magno decise di riprendere un’antica usanza della tradizione franca fondata sul vassaticum, o vassallaggio, attraverso il quale il signore riconduceva il vassallo alla fedeltà nei suoi confronti, in cambio della concessione di un feudo, o beneficio, in genere un possedimento terriero. Il feudalesimo, come sistema centralizzato di potere, nasce dunque con Carlo Magno.

Questa forma di organizzazione, che troverà la sua piena maturazione intorno all’anno Mille, è stato definito dagli storici sistema vassallatico – beneficiario o feudale. Il sistema di relazioni interpersonali fu tale che, con il passare del tempo, i vassalli ebbero, come loro sottoposti, i valvassori e questi ultimi i valvassini.

L’efficacia del sistema era legata alla revocabilità del feudo: il signore poteva riprendersi il feudo o dopo la morte del vassallo o, in caso di gravi motivi, anche quando il vassallo era ancora in vita. Era proprio il timore di perdere il beneficio ottenuto a rinsaldare i legami tra vassallo e signore.

L’investitura feudale

Il termine “feudalesimo” risale alla radice germanica “fehu[1] che significa bestiame.

Dal punto di vista economico, infatti, il feudalesimo era fondato sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame e presupponeva l’esistenza di una forte aristocrazia terriera detentrice del potere politico, di quello economico e di quello giudiziario.

Il sistema vassallatico era un patto reciproco tra signore e vassallo ed implicava anche un vincolo di carattere morale, oltre che economico e politico. Piuttosto articolata e complessa era anche la cerimonia rituale dell’investitura che possiamo delineare attraverso le seguenti fasi:
 
 1: il giuramento ed il gesto rituale dell’ immixtio manuum in una miniatura del XIV secolo.
 

1)     il nuovo vassallo si inginocchiava di fronte all’imperatore

2)     poneva le mani giunte in quelle del signore, secondo il gesto simbolico dell’ immixtio manuum, o intreccio della mani

3)     attraverso una breve formula, il vassallo si riconosceva “uomo” dell’imperatore (homo, da cui deriva la parola “omaggio”)

4)     all’omaggio e al giuramento di fedeltà faceva seguito l’ investitura: il signore consegnava al vassallo un oggetto, simbolo del potere feudale, come uno scettro, un bastone, una zolla di terra, un guanto o un anello.

Il vassallo, accolto nella “famiglia” del sovrano, doveva, come un figlio e più di un figlio, garantire obbedienza, sostegno e lealtà al suo signore. Quest’ultimo, però, doveva garantire al suo sottoposto la massima protezione attraverso il potere del “mundio”, difenderlo anche con le armi, se fosse stato necessario, ma punirlo severamente, come un padre deve fare con il proprio figlio, se il vassallo lo avesse tradito. Il giuramento di fedeltà aveva un carattere sacro: il feudatario che lo avesse violato veniva emarginato dalla comunità ed era bollato con l’infamante denominazione di “fellone”, un marchio che lo disonorava per sempre, privandolo di ogni diritto.

Rapporti di vassallaggio potevano essere realizzati tra i membri della società anche a livelli diversi da quello che vincolava il vassallo al sovrano. Possiamo così parlare di feudi e di feudatari maggiori, con riferimento ai vassalli che ricevevano l’investitura direttamente dal re. Ma questi, soprattutto nel caso in cui non fossero stati in grado di amministrare direttamente i terreni loro concessi, potevano nominare ed “investire” anche dei feudatari minori, definiti “valvassori” che, a loro volta, potevano nominare altri feudatari minori, detti “valvassini”.

 

 
 
 
 

Il sistema curtense
L’organizzazione feudale fondava le sue basi economiche sulle nuove strutture di produzione determinatesi nel campo dell’agricoltura, settore preponderante.

 

Figura 4: il villaggio feudale con la curtis. Si notino la "pars dominica", o terra padronale, e la "pars massaricia", o parte colonica.

 

La struttura fondamentale era rappresentata dalla curtis, o villa. La curtis rientrava nell’ambito della grande proprietà fondiaria che poteva appartenere o al sovrano o ai nobili o alla Chiesa. Essa si componeva di due parti principali: la pars dominica, e la pars massaricia.

La pars dominica era gestita direttamente dal signore e comprendeva la dimora del signore, gli alloggi dei servi, le stalle, le cantine, i magazzini, i laboratori, i ponti e i forni. La pars dominica costituiva anche la “riserva” del signore. Essa poteva includere anche ampie distese di pascoli e boschi e poteva essere coltivata da servi prebendari che, in cambio, ricevevano il vitto.

La pars massaricia era un insieme di poderi di non grandi dimensioni, detti mansi, la cui coltivazione era affidata ai servi casati, così definiti perché abitavano in una loro casa. La pars massaricia poteva essere anche data in affitto a contadini, o coloni, di libera condizione che, però, in cambio, dovevano corrispondere un canone in natura e / o in danaro e, spesso, dovevano assicurare delle giornate lavorative, dette corvées[2].

L’agricoltura veniva praticata con tecniche piuttosto semplici e rudimentali. Dei campi potevano essere lavorati per diversi anni consecutivi per poi essere lasciati a lungo a riposo, per far recuperare loro la fertilità del suolo.

L’economia curtense si basava prevalentemente sull’autosufficienza e sull’autoconsumo per la comunità. Ciò ha spinto, in passato, molti studiosi a parlare di economia chiusa. Tuttavia, non si è escluso che, in alcuni casi, si verificassero degli scambi, o in moneta o sotto forma di baratto, proprio lì dove tale autosufficienza non poteva essere raggiunta o lì dove vi fosse un’eccedenza di prodotti tale da consentirne la commercializzazione o lo scambio con altri prodotti, soprattutto per quelli dell’artigianato. Per questo motivo, la concezione del sistema curtense come modello di economia chiusa è stato in parte superato.

 

I presupposti del feudalesimo

Il feudalesimo trova le sue radici nei presupposti economici e sociali preesistenti, afferenti sia alla tradizione romana del Tardo Impero, sia al costume germanico.

Nelle antiche ville dei latifondi romani il proprietario, protetto dai suoi fedeli, imponeva la sua ferrea volontà su tutti coloro che si trovassero sotto la sua dipendenza. Nei momenti più critici dell’impero, ogni villa costituì un mondo economicamente chiuso ed autosufficiente, uno spazio economico e sociale entro il quale i proprietari, a guisa di veri e propri signorotti, godevano di un potere molto rilevante.

 

Presso i popoli germanici era invalsa l’usanza che il sovrano distribuisse terre ai loro più stretti collaboratori. I beneficiati avevano obblighi di lealtà nei confronti del re ma, a loro volta, potevano contare sulle prestazioni e sui tributi da parte dei loro sottoposti.

 

Dopo Carlo Magno, i feudatari cominciarono ad imporre sempre di più la loro tendenza all’autogoverno, soprattutto nei momenti di maggiore debolezza del potere centrale. Essi, infatti, dettero presto vita ad una lunga lotta per eliminare la “revocabilità” del feudo avuto in investitura, al fine di poterlo lasciare in eredità ai figli. Inizialmente, essi incontrarono la ferma resistenza dei sovrani, poiché la revocabilità del feudo era la garanzia più ampia della lealtà dei vassalli. Tuttavia, nell’ 877 Carlo il Calvo dovette accontentare le richieste dei feudatari, rendendo, con il Capitolare di Quierzy, ereditari i feudi maggiori. Il 28 maggio del 1037, infine, l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico Corrado II sancì, con la Constitutio de feudis, l’ereditarietà dei feudi minori, cioè di quelli di minore estensione e importanza, concessi dai vassalli ai valvassori e da questi ai valvassini.

 Occorre anche sottolineare che, a partire da Carlo Magno, furono concessi feudi anche ai prelati delle sfere più alte della Chiesa, come gli abati e i vescovi. Per questo motivo, accanto alla nobiltà laica, si affermò anche la nobiltà ecclesiastica e ciò accrebbe ulteriormente i possedimenti ed il potere della Chiesa.  

 

La nuova dimensione storica e geo – politica

Sul piano storico – politico, l’età medievale vede lo spostamento del teatro d’azione dal Mediterraneo all’Europa centro – occidentale e, in quello che un tempo era lo spazio unitario dell’impero romano, l’affermarsi di tre grandi civiltà di riferimento: l’Oriente, l’Occidente, l’Islam.

Nell’area centro – occidentale, un’altra forza politica si costituisce e spesso si confronta con il regno franco e, in seguito, con l’impero: il papato. L’impero carolingio, sorto anche sull’ideale della renovatio imperii, si fonda sulla fusione tra la civiltà romana e quella germanica e, in virtù dell’appoggio determinante della Chiesa, si configura come un corpo politico e religioso allo stesso tempo. Il pontefice può contare, nella nostra Penisola, sul cosiddetto patrimonio di San Pietro, vale a dire sul controllo dei territori compresi tra il Lazio e la Romagna, compresi quelli che, facendo inizialmente parte dell’esarcato bizantino, furono conquistati dai Longobardi e poi sottratti ai Longobardi e donati alla Chiesa. Fanno parte di questa vasta area territoriale anche le zone intorno a Narni e a Sutri, concesse al Papa Gregorio II dal sovrano longobardo Liutprando, nel 728.

 

Le ultime invasioni in Europa

Per l’Europa cristiana il pericolo delle invasioni non era limitato alle incursioni degli Arabi. Nuovi gruppi fecero la loro comparsa nel continente tra il IX ed il X secolo:

         gli Ungari, provenienti dall’Asia centrale, si insediarono in Pannonia e, tra l’896 ed il 955, effettuarono numerose incursioni nelle campagne della Germania, della Francia, dell’Italia settentrionale, della Campania e della Puglia. Queste invasioni non erano legate a scopi espansionistici, ma miravano esclusivamente alla ricerca di bottino. Dopo questa parentesi, anche a causa della resistenza opposta dai popoli invasi, gli Ungari si ritirarono definitivamente in Pannonia, regione che da loro prese il nome di Ungheria. Si trasformarono in sedentari e cercarono di avere rapporti pacifici con gli Stati occidentali. Convertitisi al cristianesimo, nel 1001 il loro capo, Stefano, fu incoronato re di Ungheria dal Papa Silvestro II.

         I Normanni, o Vichinghi, erano popolazioni germaniche, Norvegesi, Svedesi, Danesi, che per ragioni di sovrappopolamento, si spostarono dai loro nuclei originari in diverse direzioni. Nell’VIII secolo i primi gruppi, definiti Vareghi, avevano attraversato le steppe della Russia per stanziarsi lungo il Mar Caspio (tra il Sud della Russia e l’Iran) e lungo il Mar Nero (tra Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), in regioni che appartenevano a Costantinopoli. Nell’886 assediarono, senza espugnarla, anche Costantinopoli. Nell’ 874 avevano occupato l’Islanda. Da qui, con Erik il Rosso nel 985, gruppi di vichinghi si spingeranno verso la Groenlandia e le coste del Labrador. Proprio i Vichinghi, nell’ 887, assestarono il colpo fatale all’impero Carolingio, con l’assedio di Parigi. Carlo il Grosso, che aveva riunificato le corone di Francia, Germania e Italia, pagò un ingente tributo ai Vichinghi affinché non occupassero la città. I nobili non videro di buon occhio questo atteggiamento e lo deposero. Gli scontri con i Franchi proseguirono, finché, nel 911, Carlo il Semplice non riconobbe al capo dei Vichinghi, Rollone, il titolo di duca, dopo che gruppi di normanni avevano occupato la regione del Nord della Francia che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Nell’ XI secolo i Normanni fecero nuove incursioni in Italia e in Inghilterra.

         I Saraceni, attaccarono l’Europa da Sud, dirigendosi dalla Spagna, dalla Corsica, dalle Baleari verso la Provenza e l’Italia. Gruppi di Saraceni dal nord – Africa attaccarono la Sicilia e l’Italia meridionale. La Sicilia fu conquistata, nonostante la resistenza dei Bizantini, tra l’827 e il 902. La conquista della Sicilia consentì per oltre un secolo agli Arabi di controllare il Mediterraneo.

L’incastellamento

Per fronteggiare queste ondate di invasioni, i signori feudali europei organizzarono la difesa dei propri territori attraverso la costruzione di castelli, con le fortezze e le torri che ancora oggi costituiscono il simbolo del Medioevo. Col tempo, i castelli da semplice costruzioni difensive si trasformarono in veri e propri centri di potere dei signori feudali. La proliferazione dei castelli, dunque, determinò il progressivo indebolimento del potere centrale a tutto vantaggio dei potenti signori locali che ebbero modo di estendere la loro egemonia e la loro volontà di potenza sulle popolazioni locali. Queste ultime, precedentemente disperse nelle campagne, cominciarono sempre di più a dare vita ad insediamenti in prossimità degli stessi castelli. Appena fuori delle mura del castello, furono impiantati gli orti, i vigneti e gli alberi da frutto. Il territorio assunse una fisionomia del tutto nuova. L’autonomia dei potentati locali fu riconosciuta, come si è visto, da Carlo il Calvo con il Capitolare di Quierzy, nell’ 877 (che rese ereditari i feudi maggiori) e da Corrado II il Salico, nel 1037, con la Constitutio de feudis (che sanciva l’ereditarietà anche dei feudi minori).

 

La tripartizione della società  nell’Alto Medioevo nella “teoria dei tre ordini”

La struttura sociale si rispecchiava nella tripartizione delle società teorizzata dal vescovo francese Adalberone di Laon (947 – 1030) nella “teoria dei tre ordini”, con riferimento ai tre principali ordini o gruppi sociali. Essa prevedeva la suddivisione della società nei seguenti ordini:

         oratores, cioè coloro che pregano: gli ecclesiastici

         bellatores, cioè coloro che combattono: i guerrieri

         laboratores, cioè coloro che lavorano: i contadini

Questa tripartizione, che non poteva essere messa in discussione perché era considerata necessaria, in quanto voluta dallo stesso Dio, faceva riferimento alle funzioni sociali svolte da ciascuno dei tre gruppi. I laboratores  producevano il cibo e, quindi, garantivano il sostentamento anche degli altri due gruppi sociali, oltre che di se stessi; i bellatores combattevano in difesa dello Stato e, quindi, garantivano la sicurezza a se stessi e agli altri; gli oratores, con le loro preghiere facevano sì che la protezione divina fosse garantita a se stessi e agli altri due ordini. Adalberone di Laon collocò gli oratores, cioè il clero, al primo posto della gerarchia sociale in quanto la religione aveva un ruolo preponderante e perché si riteneva che Dio avesse affidato loro non solo il compito di gestire e di amministrare le funzioni sacre, ma anche quello di insegnare agli uomini la fede cristiana. Gli oratores, in genere, non svolgevano lavori manuali. Importante era anche la funzione dei bellatores, identificati da Adalberone nella nobiltà guerriera e cavalleresca. Una nobiltà che poteva comprendere i sovrani, i duchi, i marchesi, i conti. Possiamo aggiungere che, mentre in passato l’arruolamento dei guerrieri avveniva anche tra le persone umili, durante il feudalesimo il monopolio dell’attività militare fu assunto dai nobili, in genere dai vassalli che combattevano al fianco del loro signore. Solo gli aristocratici, infatti, potevano permettersi il costo dell’equipaggiamento richiesto e la possibilità di procurarsi un cavallo, le armi, gli elmi, ecc. In tal modo, il gruppo sociale della nobiltà combattente, o della nobiltà guerriera, diventò sempre più elitario e ristretto e assunse la denominazione di “cavalleria”.   

I laboratores, posti alla base della piramide sociale, comprendevano contadini, artigiani, mercanti e funzionari statali. Ai contadini e ai servi della gleba toccavano i lavori più faticosi, ma essi erano ugualmente importanti per Adalberone, in quanto senza di loro i rappresentanti degli altri due gruppi sociali non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni.

Occorre dire, però, che la struttura teorizzata dal vescovo di Laon si fondava su una visione parziale e incompleta della società feudale, una visione che non teneva conto del profilarsi, all’interno delle città, di un gruppo intermedio, cioè della borghesia, i cui rappresentanti erano bottegai, artigiani, mercanti e banchieri. 

 

 


[1] La parola è connessa anche con il latino pecus, che si ritrova in italiano in pecora e in pecuniario. Il termine germanico è entrato anche in italiano nella sola espressione pagare il fio, "fare ammenda" e quindi "avere la pena meritata").

[2] Dal latino: “corrogata” = opera richiesta. Le corvées, in pratica, coincidevano con le prestazioni lavorative gratuite che i coloni di libera condizione della pars massaricia erano tenuti ad assicurare nella pars dominica.

 

Organizzazione dell’Impero di Carlo Magno e sua dissoluzione

 

 

Organizzazione dell’impero

Il Sacro Romano Impero comprendeva un’ampia parte dell’Europa occidentale. Esso fu suddiviso in conteemarche e ducati. Le contee erano sottoposte al governo dei conti che avevano poteri amministrativi, civili e militari. La loro azione era tenuta sotto osservazione dai missi dominici, una sorta di ispettori inviati dal sovrano nelle diverse contee con funzioni di controllo. I missi, che garantivano il rapporto tra centro e periferia, viaggiavano sempre in coppia: uno dei due era un ecclesiastico. In tal modo, venivano controllati e garantiti gli interessi territoriali ed amministrativi dell’Impero e quelli della Chiesa. Il sovrano conferì donazioni e privilegi ai conti, sia per ricompensarli della loro azione governativa ed amministrativa, sia per tenerli legati a sé. I conti, a loro volta, avevano dei loro fedeli o, se vogliamo, dei loro sottoposti a cui affidavano incarichi particolari. Si gettano, in tal modo, le premesse per l’affermazione del feudalesimo e del suo sistema vassallatico. Le marche erano le circoscrizioni, più ampie delle contee, dei territori di confine, come quello della marca di Spagna. Erano governate dai markgraf, cioè dai marchesi. I ducati erano distretti abitati dalle popolazioni più recalcitranti e caratterizzati da un forte “nazionalismo”. Erano governati dai duchi. Conti e marchesi non percepivano uno stipendio fisso. Il sovrano concedeva loro delle terre, come si è già detto, a cui poteva aggiungersi la possibilità di percepire un terzo del reddito prodotto dalla regione posta sotto la loro giurisdizione. Il servizio militare era esercitato per lo più dai proprietari: il nerbo era composto dai cavalieri. I soldati dovevano provvedere da soli al loro equipaggiamento ed il reclutamento era praticato in base alla ricchezza e alle proprietà possedute. Il Capitulare missorum de exercitu promovendo decretava “Ogni uomo libero che possiede quattro mansi (40 ettari) di terra abitati sia come proprietario che come beneficiario di un signore, si prepari e venga al quartier militare col suo signore, se lo ha, oppure con il conte. Chi possiede tre mansi si associ a chi ne possiede uno solo e gli dia i mezzi per l’equipaggiamento in modo che questi possa prestare servizio per entrambi. Chi possiede soltanto due mansi, si unisca ad un altro possessore di due mansi e uno di loro, equipaggiato a spese dell’altro, vada a prestare il servizio. A chi possiede soltanto un manso si associno altri tre della sua stessa condizione e gli forniscano l’equipaggiamento; egli soltanto sarà reclutato, e coloro che avranno fatte le spese rimarranno a casa”. Da ciò si può comprendere che la proprietà di 4 mansi di terra era la base economica per l’arruolamento e che, pertanto, non tutti potevano accedervi. Carlo promosse anche una grande politica culturale, mirata alla rinascita della cultura e delle scuole in tutti i territori dell’impero. Presso la Corte, ad Aquisgrana, fu istituita la Schola Palatina, presieduta dal monaco anglosassone Alcuino da York. Questo importante centro culturale riunì attorno a sé illustri uomini di cultura, tra i quali Paolo Diacono, monaco, storico e poeta longobardo in lingua latina. Tra le sue opere ricordiamo la monumentale Historia Langobardorum che in sei libri rievocava le vicende dei Longobardi dall’epoca di re Alboino fino alla morte di Liutprando, avvenuta nel 744. Altre scuole vennero istituite nelle cattedrali e nei conventi. Erano aperte anche ai laici. Vi si potevano studiare le sette arti liberali del Trivio e del Quadrivio. Le arti del Trivio, che precedevano quelle del Quadrivio nel percorso di studi, erano la grammatica (cioè l’insegnamento della lingua latina), la retorica (cioè l’arte di scrivere un discorso e di pronunciarlo in pubblico) e la dialettica (cioè la filosofia). Le arti del Quadrivio erano l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica. Le prime tre erano dette artes sermocinales, le ultime quattro, invece, erano definite artes reales. Più in generale, con le espressioni arti liberali ci si riferiva alle attività che richiedevano uno sforzo intellettivo, in contrapposizione alle arti meccaniche, che implicavano uno sforzo fisico e manuale. Con il Capitulare de litteris colendis Carlo promulgò la riforma dell’insegnamento. Con la riforma della cultura Carlo Magno si prefiggeva di formare

1)     un clero colto, capace di leggere la Sacra Scrittura in latino e anche le opere dei Padri della Chiesa, tutte in lingua latina

2)     dei funzionari istruiti, che sapessero scrivere in modo corretto gli atti ufficiali per i quali si usava ancora il latino

3)     una base linguistica e culturale per unificare una popolazione formata dalla mescolanza di tanti popoli diversi.

L’azione educativa fu affidata alla Chiesa. Un punto del capitolare recitava: Che i preti aprano scuole nei borghi e nei villaggi. Se un fedele vuole inviare loro i suoi figli per farli istruire, essi non dovranno rifiutarsi di riceverli e di istruirli. E che essi non chiedano, per questa attività, nessun compenso e non accettino niente, se non ciò che sarà loro offerto spontaneamente per amicizia”. Venne anche semplificata la scrittura, con l’introduzione della minuscola carolina. La politica culturale di Carlo promosse anche la produzione e la diffusione dei libri, resa possibile da monaci esperti nell’arte della ricopiatura e della miniatura. Possiamo vedere in questi atti una vera e propria ansia di rinnovamento e di promozione della cultura che, non a torto, ha spinto molti storici a parlare di rinascenza carolingia.

La dissoluzione dell’Impero carolingio

Carlo Magno, nell’806, aveva provveduto a dividere l’impero fra i suoi tre figli, Carlo, Ludovico il Pio, Pipino. Morti prematuramente Carlo e Pipino, Ludovico il Pio rimase l’unico erede e governò dall’814 all’840.

Tra i suoi primi atti di governo vi fu, nell’817, la cosiddetta Ordinatio imperii, con cui proclamò suo unico successore al trono il figlio primogenito Lotario, assegnandogli il titolo di imperatore, assegnandogli anche l’Italia. Agli altri due figli, Pipino e Ludovico il Germanico, diede rispettivamente il Regno di Aquitania e il Regno di Baviera.[1] La tensione si accentuò ulteriormente quando Ludovico il Pio volle inserire tra i suoi eredi anche il figlio illegittimo Carlo il Calvo.

Dopo la morte di Pipino (838) e di Ludovico il Pio (840), si giunse ad un accordo tra i contendenti rimasti. Con il Giuramento di Strasburgo (842) Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo posero fine alle ostilità. L’intesa fu approvata, nell’843, anche da Lotario e fu suggellata dal trattato di Verdun. L’accordo prevedeva che a Lotario sarebbero andati il titolo di Imperatore (ormai poco più che simbolico), il Regno d’Italia e la regione che sarà poi definita Lotaringia, compresa tra i fiumi Reno e Loira. Carlo il Calvo avrebbe avuto il Regno di Francia, Ludovico il Germanico, invece, il Regno di Germania.

 

Questa spartizione segnò il declino dell’impero carolingio, ma pose anche le basi del costituirsi delle tre principali “nazionalità” europee del tempo: quella italiana, quella francese e quella germanica.

La dinastia carolingia si estinse definitivamente nell’887 con Carlo il Grosso. Questi, nell’884 aveva riunificato sotto il suo potere l’Italia, la Francia e la Germania. Ma per la sua incapacità di governare, messa a dura prova dalle incursioni dei Normanni, fu costretto a lasciare il trono nell’887. Si ebbe, in tal modo, la definitiva spartizione dei territori dell’impero. Il titolo imperiale ed il Regno di Germania furono affidati ad Arnolfo di Carinzia, figlio di Carlomanno di Baviera, nato a sua volta da Ludovico il Germanico.  Il Regno di Francia fu assegnato a Oddone di Angers, mentre il Regno d’Italia andò a Berengario I, marchese del Friuli.

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[1] L’Ordinatio imperii si scontrava con quella che per molto tempo era stata per i Franchi la concezione patrimoniale del potere. In base a tale concezione, il regno veniva considerato patrimonio della famiglia, non del primogenito, e andava diviso, dopo la morte del sovrano, tra tutti i figli 

 

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

 

 

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

In Gallia, una delle regioni più ricche dell’Occidente, si era costituito il Regno dei Franchi. I Franchi erano una popolazione germanica, comparsa intorno al III secolo d.C. sulle rive del fiume Reno, inizialmente divisa in tribù, guidate da capi militari, stanziatesi lungo i corsi dei fiumi Meno[1] e Reno[2]. Il termine  Franchi rimandava al concetto della libertà, e significava uomini liberi. I guerrieri franchi avevano impressionato i Romani per la loro alta statura, per i capelli rossi e per i lunghi baffi. Furono insediati presso la foce del Reno (in Gallia settentrionale) da Giuliano l’Apostata (361 – 363) e furono dall’imperatore integrati nell’Impero Romano con lo status giuridico di foederati. In quest’area della Gallia settentrionale si formarono due principali gruppi tribali: i Franchi Salii e i Franchi Ripuarii, o Renani[3].

Clodoveo (481 – 511), divenuto re negli ultimi anni del V secolo, diede alle tribù dei Franchi un primo importante assetto unitario e tra la fine del V secolo e l’inizio del VI secolo sconfisse Alamanni e Visigoti. Clodoveo apparteneva alla dinastia dei Merovingi, così chiamata dal capostipite Meroveo[4] (448 – 457).

Fondamentale fu per Clodoveo, dopo lo scontro con gli Alamanni, la conversione sua personale e del suo popolo al cattolicesimo, facilitata dal fatto che i Franchi erano ancora pagani. La conversione, voluta fortemente dalla moglie Clotilde, di fede cattolica, favorì l’integrazione tra i Franchi ed la popolazione Gallo – romana che rappresentava il 98% della popolazione.

In ambito politico, Clodoveo collaborò con l’aristocrazia gallo – romana (sia laica che ecclesiastica) per controllare in modo più ferreo non solo i territori conquistati.

Nel 510 Clodoveo fece codificare in forma scritta le leggi franche, note con il nome di Lex salica.[5] La legge salica proibiva anche le successioni femminili al trono nei territori delle terre saliche, ma non lo vietava espressamente per le successioni in altre regioni non saliche controllate dai Franchi.

Alla morte di Clodoveo, nel 511, il regno fu diviso tra i suoi figli in

1)    Neustria (tra il fiume Schelda e Loira) lungo la Senna, nella Gallia nord – occidentale. Parigi ne era la città principale.

2)  Austrasia, ad Est, lungo le valli della Mosa, della Mosella e del Reno, comprendente tutta la Gallia nord – orientale. I suoi centri principali erano Reims e Metz.

3)     Aquitania, in Francia centro e sud – occidentale, con capitale Poitiers.

4)     Borgogna, in Francia centro meridionale e sud – orientale, tra la Loira e il Rodano. Mâcon, Chalon, Sens, Auxerre, Tonnerre, Nevers erano i centri principali.

La monarchia merovingia entrò in crisi tra il VI ed il VII secolo a causa dei conflitti che opponevano l’aristocrazia locale al potere regio centrale. La figura dei re si indebolì sempre di più ed il potere venne esercitato dai maestri di palazzo. Inizialmente, costoro erano responsabili dell’amministrazione delle terre e del fisco e assistevano il re nell’esercizio del potere. Gradualmente, però, i maestri di palazzo finirono con il sostituirsi ai re[6], il cui ruolo divenne puramente simbolico. Tra i maestri di palazzo si distinse la personalità di Pipino  di Héristal,[7] che fu il primo esponente della dinastia dei Carolingi[8].

Pipino di Héristal divenne, nel 687, l’unico signore del regno dei Franchi, avendo riunificato sotto il suo potere i regni di Neustria e di Austrasia.

 

Nel 714, dopo la sua morte, la carica di maestro di palazzo, o maggiordomo, fu assunta da  Carlo Martello (piccolo Marte), figlio naturale di Pipino, che consolidò il regno dei Franchi. 

 

Nel 732, a Poitiers, Carlo Martello frenò l’avanzata degli Arabi[9] in Occidente[10].

Questo evento lo contraddistinse come paladino della cristianità.

Alla sua morte, nel 741, il regno fu diviso tra i due figli Carlomanno e Pipino il Breve. Carlomanno ottenne l’Austrasia, l’Alamannia e la Turingia, Pipino il Breve, invece, ottenne la Neustria, la Borgogna e la Provenza.

 

Tuttavia, nel 743, le proteste all’interno del regno indussero i due figli di Carlo Martello a restaurare l’unità del regno e a portare sul trono l’ultimo esponente della monarchia merovingia, Childerico III.

Dopo il ritiro dalla scena politica di Carlomanno, Pipino il Breve riuscì ad impadronirsi del titolo regio e depose, nel 752, Childerico, di cui era il maestro di palazzo, sostituendolo alla guida del regno dei Franchi (cfr. note 6 – 7). Il papa Stefano II riconobbe il nuovo sovrano ottenendone, nel 754, l’appoggio contro la politica espansionistica del sovrano longobardo Astolfo.

 

Nel 768, ormai vicino alla morte, Pipino divise il regno tra i suoi due figli Carlomanno e Carlo. Carlomanno, fautore di una politica non belligerante verso i Longobardi, morì tre anni dopo e Carlo si proclamò unico signore del regno (771). Nel 773 Carlo, invocato dal nuovo papa Adriano I, discese in Italia contro re Desiderio.

 

Carlo Magno e le sue campagne militari

 

Carlo governò, come re, dal 771 e, come imperatore, dall’800 fino all’814. Per la sue conquiste fu definito Carolus Magnus, Carlo il Grande, o Carlo Magno.

 

I fronti di guerra sui quali Carlo si impegnò furono quelli contro:

1)     I Sassoni nella Germania nord – orientale

2)     Gli Arabi in Spagna

3)     Gli Avari, in Pannonia a sud del Danubio

4)     I Longobardi in Italia

 

La guerra con i Sassoni si protrasse dal 772 all’ 805. I Sassoni erano una popolazione pagana della Germania settentrionale. Essi furono, però, piegati e convertiti definitivamente al cristianesimo solo nell’804. Nel 784 Carlo sconfisse anche i Frisoni che erano stanziati nell’attuale Olanda. La campagna militare contro i musulmani di Spagna iniziò nel 776 e durò circa un ventennio, al termine del quale Carlo riuscì a sottrarre agli Arabi, nell’ 801, solo la porzione di territorio compresa tra i Pirenei ed il fiume Ebro, area in cui costituì la marca di Spagna. In questo contesto rientra il celebre episodio dell’imboscata di Roncisvalle, del 778, in cui perse la vita Orlando, il più grande paladino di Carlo Magno. Questo episodio, anche se di non primaria importanza, entrò di diritto nell’epopea franca e fu tramandato oralmente e, poi, per iscritto, nelle epoche successive.

Carlo, infine, tra il 795 ed il 796, sottomise e convertì al cristianesimo gli Avari, popolo proveniente dall’Asia centrale ed insediatosi tra l’Austria e il Friuli.

L’imposizione della conversione al cristianesimo  caratterizzò in senso fortemente religioso l’espansionismo franco – carolingio. Ciò dipese sia da ragioni legate all’opportunità di mantenere buoni rapporti con la Chiesa, sia da ragioni di carattere strettamente personale: Carlo fu effettivamente un fervente cattolico. Anzi, come scrisse il monaco inglese Alcuino di York (735 – 804), fu cattolico per la fede, re per il potere, pontefice per la predicazione. Il sovrano, tuttavia, contrariamente a quanto accadeva a Bisanzio, non confuse mai il potere politico con quello spirituale e si presentò sempre come un fedele paladino e servitore della Chiesa.

 

Carlo imperatore del Sacro Romano Impero

 

La svolta per la storia europea e per quella personale di Carlo ci fu nel Natale dell’800. Durante la messa del giorno di Natale di quell’anno, infatti, Carlo venne incoronato e proclamato imperatore dal pontefice Leone III a Roma nella Basilica di San Pietro.

Nasceva, così, per volontà di Leone III e di Carlo, il Sacro Romano Impero che si ricollegava idealmente al glorioso impero romano d’Occidente dissoltosi nel 476.

 

L’evento fu tanto più straordinario, in quanto per la prima volta, dal 476 d.C., il titolo di imperatore dei Romani venne assunto non dal sovrano di Bisanzio, ma da un monarca occidentale. Le fonti franche ed il biografo Eginardo sostengono che Carlo fu sorpreso ed addirittura contrariato per la sua incoronazione imperiale, tuttavia l’evento fu concordato e preparato con cura dal re carolingio e dal pontefice. Tra le due personalità, del resto, si erano stabiliti dei rapporti che andavano al di là della sfera meramente politica. Difatti, Leone III, eletto nel 795, proveniva da umili origini e ciò lo aveva messo in contrasto con l’aristocrazia e con il clero. Nel 799, durante una processione, Leone fu addirittura disarcionato dal suo cavallo. Fu catturato da alcuni congiurati, che cercarono di cavargli gli occhi e di strappargli la lingua per renderlo inadatto a svolgere il suo ruolo, riuscì miracolosamente a fuggire e fu ospitato da Carlo a Paderbon, in Sassonia, dove in quel periodo stava combattendo. È probabile, dunque, che dietro la proclamazione imperiale di Carlo ad opera del papa vi fosse anche la necessità per il pontefice di sdebitarsi con il suo salvatore. Tuttavia, al di là dei rapporti personali, con questo gesto Leone rafforzò la sua posizione, sia perché si smarcava definitivamente dall’influenza bizantina, avendo egli stesso proclamato un nuovo imperatore d’Occidente, sia perché da quel momento l’investitura imperiale sarebbe stata concessa da un pontefice. In pratica, questo rituale indicava che il potere imperiale discendeva da Dio e dal suo più alto rappresentante sulla Terra, cioè il Papa. Venne consolidata e ufficializzata, in tal modo, quell’influenza che già in passato il pontefice aveva esercitato anche in ambito politico e militare. Si costituirono, così, i due grandi poteri universali che avrebbero dominato, spesso scontrandosi, la storia europea durante tutto il Medioevo. Carlo, da parte sua, assumendo l’autorità imperiale, si poneva in aperto contrasto con l’imperatore d’Oriente. A quel tempo, però, il trono era ricoperto da una donna: Irene, madre di Costantino VI, di cui teneva la reggenza.  Solo nell’ 812 l’imperatore bizantino, Michele I, riconoscerà Carlo Magno come imperatore e augusto, ma non come imperatore dei Romani. In cambio Carlo assunse l’impegno di non occupare Venezia e di porre fine alle ostilità nei confronti degli interessi bizantini in Veneto, Istria e Dalmazia. L’intesa fu ratificata con il Trattato di Aquisgrana.

 


note al testo

 

[1] Lungo, 524 km. È un affluente destro del Reno, percorre la Germania  da est ad Ovest.

[2] Lungo 1232 km. Il nome deriva da una radice indoeuropea che significa scorrere. Con il Danubio costituiva il confine settentrionale dell’Impero Romano. Segna, oggi, il confine tra Germania, Olanda, Svizzera e Francia.

[3] Il termine Salii potrebbe derivare dal nome di un lago salato olandese (provenienti dal lago salato Issel (Salato). L’intera zona circostante, infatti, è definita Saaland: Terra del sale. Il termine Ripuarii  indica, invece, i Franchi che abitarono lungo il medio corso del Reno, stanziati presso le città di Treviri e Colonia e deriva da ripa.

[4] Su Meroveo, il fondatore della dinastia da cui sarebbe derivato il glorioso regno dei Franchi, non ci sono molte notizie e la sua stessa origine è avvolta nel mistero. Secondo una leggenda, Meroveo nacque da un mostro marino, chiamato quinotauro.

[5] Questa legge, che prende la denominazione dai Franchi Salii, vietava la vendetta personale, stabilendo della ammende in proporzione alla gravità del reato ed alla classe sociale di appartenenza. Ad esempio, l’omicidio di un non franco era punito con una multa di 67 scellini, l’assassinio di un franco di libera condizione era sanzionato con un’ammenda di 200 scellini.

[6] I sovrani di questa fase storica sono stati definiti « rois fainéants », cioè re fannulloni. Questa espressione fu coniata da Eginardo, biografo di Carlo Magno, vissuto tra il 775 e l’ 840. L’epoca dei re fannulloni si protrasse dal 639 con il re  Dagoberto I al 751 con il re Childerico III. Questi fu spodestato e fatto arrestare dal suo maggiordomo Pipino il Breve.

[7] Pipino di Héristal era chiamato anche Pipino II, poiché fu il secondo dei tre Maestri di palazzo a portare questo nome, dopo Pipino di Landen e prima di Pipino il Breve (dinastia dei Pipinidi).

[8] Sarà chiamata così da Carolus, cioè dal nome di Carlo Magno che ne fu il più autorevole rappresentante.

[9] Dopo aver cercato senza successo, tra il 668 – 669, di conquistare Costantinopoli, gli Arabi avviarono una massiccia campagna di espansione in Occidente. Intorno al 670, iniziò la conquista dell’Africa Settentrionale. Nel 711, un esercito guidato da Tariq ibn Ziyad, governatore di Tangeri, avviò l’occupazione della Spagna, che fu realizzata in cinque anni. Lo Stretto di Gibilterra, che segna il confine tra la Spagna e l’Africa settentrionale, prende il nome dall’espressione Djebel Tariq, “montagna, o terra, di Tariq”.

[10] L’espansione araba durò dal 632 al 750 e avvenne in due fasi: la prima fase si svolse sotto la guida dei califfi elettivi. L’ultimo dei califfi fu Alì (656 – 661). Alla sua morte l’Islam si divise in Sciiti e Sunniti. La seconda fase avvenne sotto la dinastia degli Omayyadi.

Nella prima fase, gli Arabi si mossero verso il Vicino Oriente, l’Egitto e la Persia. Ad una ad una, capitolarono città importanti come Damasco, Gerusalemme e Ctesifonte (capitale della Persia).

Il primo califfo, Abu Bakr (632 – 634), sconfisse le truppe bizantine stanziate in Siria. Il suo successore, Omar (644 – 634), completò la conquista della Siria. Poi occupò l’Egitto e la Palestina (che appartenevano all’impero bizantino) e la Mesopotamia (che apparteneva ai Persiani). L’impero persiano fu definitivamente sottomesso nel 651 dal terzo califfo, Othman (644 – 656), che occupò anche la costa settentrionale dell’Africa fino alla città di Tripoli.

Fu più volte attaccata anche Costantinopoli, ma senza successo. Nella seconda fase (661 – 750), gli Arabi occuparono l’Asia, il Nord Africa e la Spagna. 

I Longobardi

I longobardi in Italia

 

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), occupando importanti città come Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano. Dopo qualche anno fu conquistata anche Pavia, che divenne la capitale del regno. Conquistarono anche ampia parte della Toscana, nonché Spoleto, Benevento e Salerno. Tuttavia, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.

La nuova situazione politica, che vedeva la nostra Penisola divisa tra aree longobarde e aree bizantine, fu ratificata nel 603 con il riconoscimento ufficiale della Romània, cioè della parte bizantina, e della Longobardia, da cui deriva il nome dell’attuale Lombardia. La capitale dell’esarcato bizantino continuò ad essere Ravenna. I Bizantini controllavano anche le città di Ancona, Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini (la pentapoli adriatica) e Gubbio, Jesi, Cagli, Fossombrone e Urbino (la pentapoli dell’entroterra).

 

Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni ecclesiastici del clero.

 

Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.

 

La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

 

Frammentazione politica e territoriale

 

La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.

Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.

 

Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574), del suo successore Clefi.

 

Morto anche questo sovrano, vi fu un decennio di interregno,  durante il quale i duchi governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.

 

La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.

 

Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.

 

Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto. Rotari era stato preceduto da Arioaldo, che aveva governato dopo Adaloaldo dal 626 al 636.

 

Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole rafforzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.

 

Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.

La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).

Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.

 

La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.

 

Per tale ragione, Liutprando occupò l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).

Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.

 

Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.

 

La fine del regno longobardo

 

Dopo l’accordo sancito tra il Papato e il re Liutprando, i Longobardi, con il re Astolfo (749 – 756), proseguirono la loro politica espansionistica, conquistando la città di Ravenna ed avvicinandosi pericolosamente alla zona intorno a Roma.

 

Per far fronte al nuovo pericolo, il papa Stefano II chiese l’intervento del re dei Franchi Pipino il Breve, assicurandosene la protezione non solo per allontanare un pericolo militare, quale la minaccia di invasione di Astolfo, ma anche per la prospettiva, a medio termine, dell’assunzione del controllo da parte della Chiesa romana dei possedimenti bizantini nella nostra penisola.

 

Pertanto, tra il 755 ed il 756, ci furono due importanti spedizioni militari dei Franchi in Italia, per ridimensionare la forza territoriale dei Longobardi, togliendo loro i territori delle Marche e della Romagna che non furono restituiti ai Bizantini, ma furono concessi in dono alla Chiesa insieme al territorio del Lazio.

 

Pipino il Breve morì nel 768 e la scomparsa prematura del figlio Carlomanno, rese erede universale l’altro figlio, Carlo, poi detto Carlo Magno per le sue imprese.

 

Nel 773 Carlo portò i Franchi ad intervenire nuovamente in Italia sempre su richiesta della Chiesa, ancora attaccata dai Longobardi.

 

A capo dei Longobardi era il re Desiderio e con lui, precedentemente, Carlo aveva stipulato un accordo suggellato dal suo matrimonio con Ermengarda, la figlia di Desiderio.

 

Nel 773, dunque, dopo aver ripudiato la donna, Carlo scese in Italia, espugnò Pavia e sconfisse in maniera definitiva, a Verona, Desiderio e suo figlio Adelchi. Nel 774, dopo aver inglobato i territori longobardi tra i suoi domini, Carlo aggiunse al titolo di re dei Franchi quello di re dei Longobardi.

 

Aveva fine, in tal modo, il terzo regno romano – barbarico sorto nel nostro Paese (dopo quello di Odoacre e quello di Teodorico), durato dal 568 al 774.

 

Nel 785 i Franchi attaccarono anche i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Dodici anni dopo, nel 797, i Bizantini dovettero cedere a Carlo l’Istria e il Ducato di Benevento.

 

 

L’impero bizantino, GIustiniano e l’Italia

 

Il fuoco greco consentì ai Bizantini di difendersi per decenni dagli attacchi nemici, fino all’invenzione della polvere da sparo, inventata, secondo alcuni, nel 1044 dai Cinesi, secondo altri, nel 1267.

 

 

 

L’imperatore bizantino e i rapporti con la Chiesa

 

L’impero bizantino si estendeva dall’Egitto al Danubio, dalla Siria al Mar Nero.

L’imperatore acquisì caratteri di onnipotenza ed era venerato come un sole che illuminava con la sua presenza tutta l’umanità. La figura imperiale era venerata da tutti gli strati della società, con un rituale che culminava nella proskynesis. Il palazzo imperiale era considerato sacro. Sacri erano anche i vestiti di porpora, simbolo del potere imperiale. La porpora stessa divenne emblema della grandezza dell’imperatore per discendenza diretta, al punto che l’imperatore poteva essere definito Porfirogenito, cioè “nato nella porpora”. L’origine di questa espressione è anche da ricollegare al fatto che esisteva nella residenza imperiale di Costantinopoli la Sala della Porpora in cui la moglie dell’imperatore dava alla luce i figli destinati a guidare l’Impero. Anche per queste ragioni, l’imperatore venne accentrando nelle sue mani poteri sempre più vasti che afferivano non soltanto alla sfera politica, ma anche a quella religiosa ed ecclesiastica, di cui si vantava di essere l’autorità più alta e rappresentativa. Per questo motivo, l’imperatore assunse il pieno controllo dell’organizzazione e delle strutture ecclesiastiche. Si affermò, così, il cesaropapismo, cioè il potere sacro e religioso dell’imperatore, considerato come il massimo rappresentante di Dio sulla Terra.

 

Giustiniano

Giustiniano dominò la scena politica bizantina dal 527 al 565. La sua azione politica fu legata al progetto di restaurazione dell’impero romano e delle sue vecchie frontiere. Progetto che non contrastava necessariamente con la mutata situazione storico – politica dei regni romano – germanici, in quanto Giustiniano considerava i sovrani germanici non come re autonomi, ma come delegati dall’imperatore stesso a governare nei territori occidentali dell’Impero.  Il suo progetto politico era legato inscindibilmente alla sua visione religiosa: il concetto di impero veniva a coincidere con il concetto di mondo cristiano. Il tutto nel quadro di quella visione cesaropapista che concentrava nelle mani del sovrano il potere temporale e quello spirituale.

In  quanto rappresentante della Chiesa, Giustiniano intervenne nelle controversia teologica che opponeva da tempo i nestoriani ai monofisiti. I nestoriani, seguaci del patriarca di Costantinopoli Nestorio (428 – 431), credevano nella compresenza in Cristo di due nature distinte, quella umana e quella divina. I monofisiti, invece, attribuivano a Gesù la sola natura divina. Giustiniano cercò di mediare tra le due posizioni e, consapevole del fatto che i monofisiti erano molto forti in aree importanti dell’impero, quali la Siria e l’Egitto ed avevano anche il consenso della moglie Teodora, condannò in parte, nel 544, la dottrina nestoriana nell’ Editto dei Tre Capitoli

 

 

 

La riconquista dell’Occidente e la situazione in Italia

Nel 533, grazie all’azione militare del generale Belisario, Giustiniano in un solo anno riuscì a porre fine, in Africa, al regno dei Vandali che era stato costituito nel 429 da Genserico.

Intanto, in Italia, nel 476, Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che iniziò nel 488 e si concluse nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

 

Con Teodorico (493 – 526) abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.

In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.

La convivenza tra Barbari e Romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i Barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dei territori dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.

 

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.

Importante fu l’editto di Teodorico, databile tra il 493 ed il 526, con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.

 

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.

Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, contro gli ariani, nel 523, un decreto che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, ma poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.

 

Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.

 

Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.

 

Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

 

Guerra gotica e annessione dell’Italia all’impero bizantino: la Prammatica sanzione

L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.

La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni, in due fasi. La prima guerra gotica durò dal 535 al 540: Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri). La seconda fase fu combattuta dal 544 al 55 contro Totila (541 – 552), il nuovo re degli Ostrogoti, che era riuscito a riconquistare l’Italia.

 

Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse Teia, che fu re dei Goti, tra il 552 ed il 553, dopo la morte di Totila.

Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. L’annessione fu suggellata, nel 554, con l’emanazione, da parte di Giustiniano, della Prammatica sanzione, con cui si estendeva alla nostra Penisola la legislazione imperiale e si istituivano nuovi assetti amministrativi. L’Italia, inoltre fu trasformata in una prefettura dell’impero bizantino. Nel 567, un anno prima della discesa dei Longobardi in Italia, la Prefettura d’Italia fu trasformata in esarcato, con capitale Ravenna. La Prammatica sanzione prevedeva, tra le altre cose, la restituzione alla Chiesa cattolica delle terre confiscate, la divisione dell’Italia in distretti amministrativi, a cui venne preposto un iudex, l’affidamento dell’amministrazione militare a un dux, una drastica politica di tagli alla spesa pubblica e di forte imposizione fiscale.  Nella penisola, tuttavia, crebbe il malcontento soprattutto per la politica economica e alcune aree si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

 

Il Corpus iuris civilis di Giustiniano

Il Corpus è un’ imponente raccolta, in dodici libri, delle leggi imperiali.

È così suddiviso:

1)     Digesta (chiamati anche Pandectae), in  50 libri, in cui troviamo i frammenti di opere di giuristi romani.  

2)     Institutiones, opera didattica in 4 libri destinata agli studioso del diritto.

3)     Codex in cui troviamo una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano in poi.

4)     Novellae Constitutiones contenenti le costituzioni emanate da Giustiniano.

 

Le prime tre parti del Corpus sono scritte in latino mentre l’ultima parte, quella delle Novellae Constitutiones, è composta in greco.

 

Gli ultimi cento anni dell’Impero

Gli ultimi cento anni dell’Impero                                                  

Il fallimento della spedizione di Giuliano l’Apostata in Persia contribuì ad aggravare ulteriormente la situazione dell’esercito romano, rendendo Roma ancora più debole ed esposta alle incursioni germaniche. Tra il 374 ed il 375 gli Unni si spinsero verso occidente attraversando il fiume Volga e costringendo i Visigoti a spostarsi verso le frontiere romane.

Gli Unni costituivano un gruppo di popolazioni nomadi di origine mongolica. La loro economia si basava sull’allevamento del bestiame e sul nomadismo. Per i loro spostamenti si avvalevano del cavallo. In ambito militare, inoltre, la cavalleria potentissima e temutissima consentiva loro di compiere incursioni rapide ed efficaci nei territori limitrofi. Essi trasmisero l’uso dei cavalli nel combattimento anche ai Germani e ai Goti con i quali erano entrati in contatto a partire dal IV secolo. Nel quinto secolo essi furono capeggiati da Attila, definito il flagello di Dio.

Intorno al 376, i Visigoti (Westgothen o Goti dell’Ovest, così definiti poiché si erano stanziati ad ovest del fiume Dnestr, distinti dagli Ostrogoti, o Ostgothen, o “goti dell’est”, ad est del medesimo fiume) furono spinti dalle incursioni degli Unni ad occupare la Tracia (un territorio dell’impero), chiedendo l’autorizzazione a risiedervi in cambio della difesa della regione. L’accordo fu raggiunto rapidamente, anche perché l’imperatore Valente si rese conto che era preferibile trovare una soluzione pacifica, non essendo l’esercito in grado di affrontare uno scontro militare. Ma la convivenza tra Romani e Goti durò pochi mesi: nel 377, infatti, a causa delle vessazioni a cui i Romani sottoponevano i Visigoti, si giunse ad uno scontro aperto tra le due componenti. Il conflitto culminò nella battaglia di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia) del 378, in cui l’imperatore Valente (364 – 378) fu sconfitto ed ucciso. Inoltre, la sconfitta di Adrianopoli richiamò alla mente la dolorosa sconfitta che Roma aveva subito a Canne ad opera di Annibale.

Teodosio, il successore di Valente, dovette concedere ai Goti dell’Ovest lo statuto di federati nell’impero, con l’obbligo di militare nell’esercito romano. Fu un ulteriore passo verso la barbarizzazione dell’esercito e verso l’inesorabile declino dell’impero.

Lo storico Ammiano Marcellino definì quella battaglia un disastro, le cui conseguenze pesarono a lungo sui destini dello Stato. L’importanza della battaglia di Adrianopoli fu anche di carattere politico: i Visigoti ottennero, come foederati il permesso di risiedere all’interno dei confini imperiali in cambio dell’impegno di combattere al fianco dell’esercito romano. Ma l’idea che dei barbari potessero lealmente difendere lo Stato romano contro altri barbari si sarebbe rivelata illusoria. Anzi, possiamo dire che con la sconfitta romana ad Adrianopoli fu distrutta la frontiera orientale dell’impero romano.

Teodosio (379 – 395)

Teodosio, eletto nel 379, assunse il potere in una situazione molto critica per la stabilità dell’impero, caratterizzata da nuove massicce ondate di barbari: Unni, Visigoti, Ostrogoti e Vandali. Il nuovo imperatore concesse, come si è detto, ai Goti di insediarsi nella regione dell’Illirico come federati all’impero. Tuttavia, nel 390, il popolo di Tessalonica (l’odierna Salonicco), in larga maggioranza cattolico, si ribellò ai Goti (in parte pagani, in parte ariani) e Teodosio ordinò ai soldati romani di punire i cittadini, provocando il famoso massacro di Tessalonica che costò la vita a migliaia di persone. La Chiesa reagì con orrore, ma anche con fermezza ed il vescovo di Milano, Ambrogio, scomunicò Teodosio, costringendolo a pentirsi pubblicamente e a chiedere perdono per quella strage. L’imperatore era un fervente cristiano e, quindi, accettò di chiedere perdono per poter essere riammesso tra i fedeli. Tuttavia, l’episodio fu indicativo dei mutati rapporti tra lo Stato e la Chiesa e segnò, per certi aspetti, anche l’inizio di quello che in seguito sarebbe stato definito potere temporale della Chiesa.

Questa fu la causa della vicenda:A Tessalonica, nel 390, la popolazione si era ribellata per i soprusi ingiuriando il governatore Boterico. Questi in previsione dei giochi annuali, una specie di olimpiade, volle vendicarsi e con il pretesto dell’ordine pubblico non fece scendere in lizza gli atleti della città. Nacquero discussione, poi tumulti, ci furono scontri sempre più incontrollabili, fin quando si passò alle vie di fatto, e messe le mani su Boterico, qualcuno gridò "a morte", gli inferociti gli saltarono addosso e messogli una corda al collo lo impiccarono a un albero e con lui qualche altro malcapitato della milizia. Teodosio informato ordinò una rappresaglia (senza specificare come e in quale misura) e le milizie, forse perchè erano stati uccisi dei loro colleghi , andarono forse sopra le righe di quell’ ordine, che forse riferendosi agli assassini diceva "li voglio tutti morti". Le milizie e i soldati dopo alcuni giorni dal misfatto, con un pretesto di una gara di bighe, fecero entrare nel grande circo quasi tutta la popolazione della città, poi sbarrarono le porte e si misero a fare la strage dei Tessalonicensi. Si narra che le vittime furono 7.000, l’arena trasformata in un lago di sangue”

(dal sito: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/altro/Teodosio-tessalonica.html) .

Teodosio, che nel 380 aveva proclamato con un editto il cristianesimo religione ufficiale dell’impero, affrontò con grande successo, tra il 5 ed il 6 settembre del 394, l’ultima resistenza pagana, organizzata da Flavio Eugenio, usurpatore del trono dell’impero d’Occidente dopo la morte di Valentiniano II, nella battaglia presso il fiume Frigido (l’attuale fiume Isonzo che scorre tra la Slovenia ed il Friuli Venezia Giulia). Dopo la sua morte, nel 395, l’impero fu diviso tra i figli Arcadio (395 – 408), al quale fu riservato l’Oriente, ed Onorio (395 – 423) che ebbe l’Occidente. Arcadio era appena diciottenne, mentre Onorio, che nel 401 spostò la capitale da Milano a Ravenna, in ragione della vicinanza al mare, utile per i rifornimenti,  non superava gli undici anni. Per questo entrambi furono posti sotto la reggenza del generale Stilicone, di origine vandala.

Tuttavia, Stilicone riuscì ad esercitare la sua influenza solo su Onorio, poiché Arcadio, consigliato dai suoi funzionari, adottò una politica indipendente, dando inizio ad una nuova divisione dell’impero. Pertanto la formula del commune imperium, divisis tantum sedibus, con cui Teodosio aveva affidato il trono imperiale ad entrambi i suoi figli, non funzionò.

Il destino di Stilicone ed il sacco di Roma del 410

Stilicone, di origine vandala, si dedicò con decisione alla difesa dell’impero, riportando importanti successi, nel 402, contro i Visigoti di Alarico a Pollenzo (Piemonte) e presso Verona. Per evitare inutili stragi tra gli sconfitti, Stilicone ne reclutò i sopravvissuti tra le file dell’esercito romano, come avevano già fatto, in passato, altri generali. Tuttavia, complice anche la sua origine barbara, attirò su di sé i sospetti e le ire del Senato di Roma e delle corti imperiali d’Occidente e d’Oriente. Negli anni successivi fu isolato sempre di più e fu privato degli aiuti militari ed economici che gli occorrevano per la lotta contro i barbari. Infine, nel 408, dopo una ribellione dell’esercito, Onorio lo fece arrestare e decapitare, privando l’impero di uno dei più forti ed abili generali della sua storia, non senza conseguenze sul piano della stabilità e della difesa militare. Nel 410, infatti, i Visigoti, guidati dal re Alarico, saccheggiarono la città di Roma. Alarico conquistò anche l’Italia meridionale e mirò all’occupazione dell’Africa. Tuttavia, morì nei pressi di Cosenza. Gli successe Ataulfo che sposò Galla Placidia, sorella di Onorio, e cominciò a porre le premesse per la formazione del primo regno romano – germanico. L’opera fu portata a termine dal suo successore, Vallia, che, con il consenso di Onorio, nel 418, occupò l’Aquitania (Francia sud – occidentale), dando vita al Regno visigoto di Tolosa, che si estendeva da Tolosa (la capitale) fino all’Oceano Atlantico.

Verso la fine dell’impero d’Occidente

Tra il 434 ed il 454 si distinse la figura dell’ultimo grande generale dell’impero romano: Ezio.  Nel 451 Ezio sconfisse ai Campi Catalaunici (odierna Chalons sur Marne, in Francia nord – orientale) gli Unni capeggiati da Attila e provenienti dalle steppe della Russia. Attila si rifugiò in Pannonia, ma l’anno seguente marciò contro l’Italia, saccheggiando Padova, Verona e Milano. Solo l’intervento di papa Leone I riuscì a salvare Roma dall’invasione. Il pontefice, infatti, inviò a Governolo (in provincia di Mantova) un’ambasceria con ricchi doni per persuadere il nemico a recedere dall’idea di attaccare Roma. Leone ebbe buon gioco nel ridurre Attila a più miti consigli, anche perché le forze degli Unni erano state colpite da una peste di grandi proporzioni che li indebolì notevolmente. Il ruolo giocato dal Pontefice fu di grande rilevanza e contribuì a rendere il Papato l’unica istituzione credibile ed in grado di garantire sicurezza.

Il popolo degli Unni era rimasto diviso in clan fino al termine del III secolo d.C. . Attila,  vissuto tra il 400 ed il 453 aveva costituito un grande impero che si estendeva dalla Mongolia all’Europa. La vittoria romana ai Campi Catalaunici del 451 fu l’ultima grande vittoria di un generale romano. Il senato considerò Ezio il difensore della libertà di Roma, ma il fatto che egli, per fermare dei barbari, si fosse servito di altri barbari dimostra che l’impero era ormai privo di una sua propria valida difesa.

 

 

Il nuovo sacco di Roma

Tuttavia, nonostante gli sforzi dei pontefici, Roma non fu risparmiata da una nuova invasione nel 455 d.C.. Nel 454 erano stati uccisi sia Ezio che l’imperatore Valentiniano III. Il territorio fu, così, più facilmente esposto alle invasioni dei Vandali guidati dal re Genserico

Gli ultimi due decenni furono caratterizzati dai cosiddetti “imperatori – fantoccio”: spesso a farla da padroni erano i generali che non di rado eliminavano dal trono il sovrano di turno e vi collocavano una persona di loro fiducia. Nel 475 il generale goto Oreste cacciò dalla penisola l’imperatore Giulio Nepote e pose sul trono il proprio giovanissimo figlio Romolo Augusto (o Augustolo, come soprannome). Oreste aveva potuto ribellarsi a Nepote grazie all’apporto di mercenari germanici. Questi, nel 476, pretesero un terzo delle terre italiche in cambio dell’aiuto concesso. Poiché la richiesta fu rifiutata, essi guidati dal capo degli Eruli Odoacre uccisero Oreste e mandarono in esilio Romolo Augustolo.

Odoacre governò l’Italia con il titolo di “patrizio” ed inviò le insegne militari  Zenone, imperatore dei Bizantini.

I regni romano – barbarici e la situazione in Italia

All’inizio del VI secolo i regni che si crearono in Europa furono i seguenti:

–         Il regno dei Vandali   (Tunisia, Algeria, Sardegna, Corsica, Isole Baleari)

–         Il regno dei Visigoti   (Spagna, Gallia meridionale)

–         Il regno dei Burgundi (valle del Rodano)

–         Il regno dei Franchi    (Gallia centro – settentrionale)

–         Il regno degli Svevi    (area nord – occidentale della Penisola iberica, che

          successivamente insieme ad altre popolazioni occuparono la Baviera)

–         Il regno degli Ostrogoti (in Italia)

–         Il regno degli Alamanni, nella Gallia compresa tra i Franchi e i Burgundi

–         Gli stanziamenti di Angli, Juti e Sassoni in Britannia (le antiche popolazioni 

          britanniche furono costrette a migrare in Gallia, nella regione della Bretagna

          che da loro prese il nome).

 

Questi regni furono definiti romano – barbarici per due ragioni:

1.    i barbari, pur conservando le proprie tradizioni, mantennero le leggi romane vigenti;

2.    questi regni si formarono sui territori occupati dall’Impero romano e nel loro 

       apparato amministrativo non mancarono esponenti del vecchio mondo romano.

 

I nuovi regni mostrarono una stabilità maggiore nelle aree in cui si creò una più forte integrazione tra romani e barbari e in cui si ebbe la conversione dei barbari al cattolicesimo (Visigoti e Franchi). Si registrò, al contrario, una marcata instabilità nei territori in cui perdurò la distinzione tra i barbari e le popolazioni locali (presso i regni dei Vandali, degli Ostrogoti e degli Svevi).

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che caratterizzarono l’impero d’Occidente.

In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente vanno ricercate essenzialmente nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Oltre a ciò, bisogna considerare altri aspetti non meno importanti:

 

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta dallo stesso Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molto tempo, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco. Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Di tale liquido combustibile faceva parte anche il petrolio, ma dovevano esserci anche altre sostanze.

 

 

Diocleziano

Diocleziano (285 – 305)

Acclamato imperatore dall’esercito nel 284 d.C., Diocleziano ottenne effettivamente il potere nell’estate del 285, dopo aver sconfitto le truppe del generale Carino. Egli, consapevole dell’impossibilità di governare stabilmente l’impero da solo, suddivise in più persone il potere imperiale. Così, scelse in primo luogo un collega, che individuò in Marco Aurelio Massimiano. Tenne per sé l’Oriente e diede all’altro Augusto la parte occidentale dell’impero. Alcuni anni dopo, nel 293, entrambi gli Augusti scelsero due “Cesari” e, cioè, Costanzo I Cloro, come Cesare di Massimiano, Caio Galerio, come Cesare di Diocleziano. In tal modo nacque la tetrarchia che segnava, mutatis mutandis, il ritorno al criterio di successione basato sulla scelta del migliore, come ai tempi di Nerva. Molto importante fu, inoltre, la riforma amministrativa di Diocleziano. Essa prevedeva:

a) il ridimensionamento territoriale delle province ed il loro incremento in termini numerici;

b) il raggruppamento delle novantasei nuove province in 12 diocesi, rette da vicari con compiti di amministrazione della giustizia e di riscossione delle imposte;

c) riforma fiscale, contestuale alla divisione dell’impero in 12 diocesi, caratterizzata dall’introduzione del tributo di capitazione con cui si calcolava, anche in rapporto al patrimonio, quanto dovesse pagare allo Stato ciascun abitante dell’impero.  

c) il raggruppamento delle diocesi in quattro prefetture, corrispondenti alle quattro regioni dell’impero assegnate ai tetrarchi, vale a dire, l’Oriente, con l’Asia, la Tracia e l’Egitto (Diocleziano); la Grecia, la Macedonia e l’Illiria (Galerio, Cesare di Diocleziano); Italia, isole italiche e Africa (Massimiano); Britannia, Gallia, Spagna e una parte della Mauritania (Costanzo I Cloro, Cesare di Massimiano). Ne scaturì anche la suddivisione del potere militare, affidato a un dux, e del potere civile, affidato a un prefetto. Rientravano, come unità più piccole, nella suddivisione territoriale ed amministrativa dell’impero quelle dei  Municipia, governati dalle curie, i cui membri, definiti curiales, avevano il compito di riscuotere le imposte previste, rischiando di pagare di tasca propria i proventi non riscossi. Molti cercarono di rifiutare questo incarico così gravoso, ma Diocleziano rese tale carica ereditaria, così come fece per i soldati, per i contadini e per tutti coloro che erano impegnati in mestieri o professioni, creando, in tal modo, delle classi sociali chiuse e, nel caso dei contadini, gettando le premesse per il costituirsi della servitù della gleba. 

 

Molto importante fu anche la riforma dell’esercito, di cui venne accresciuto il numero delle legioni e vennero suddivisi i reparti in limitanei (quelli di confine stanziati nelle province, che dovevano anche coltivare i territori occupati) e in comitatensi (quelli dislocati in punti strategici e costituiti dai comitatus, gruppi di manovra in grado di intervenire rapidamente, ovunque fosse stato necessario). Mancando una vera e propria leva volontaria ed essendo insufficienti le risorse della leva militare ereditaria, Diocleziano obbligò i proprietari terrieri a fornire uomini per l’esercito o, in alternativa, a pagare, come forma di “permuta”, una somma di danaro. Ma nell’uno e nell’altro caso l’esercito fu danneggiato: infatti, nel caso di arruolamento di uomini sottratti al lavoro dei campi, non esperti e demotivati, l’esercito vedeva peggiorare notevolmente la qualità dell’addestramento militare. Invece, nel caso della “permuta”, occorreva sopperire alla mancanza di manodopera militare con soldati arruolati tra i barbari. In ogni caso, dunque, l’esercito ne sarebbe uscito indebolito.

La trasformazione delle classi sociali in “caste” chiuse rispondeva all’esigenza di conferire maggiore stabilità alle forze produttrici dell’impero. In questa logica, dunque, rientrava anche la nuova definizione dei clarissimi (l’antico ordine senatorio degli optimates), chiamati ad amministrare la burocrazia statale; dei perfectissimi (o cavalieri); dei curiales, cioè coloro che erano costretti a tramandare di padre in figlio la loro professione di esattori

Diocleziano e la crisi economica

L’imperatore affrontò la crisi economica cercando di frenare anche il costante aumento dei prezzi attraverso l’emanazione, nel 301, dell’editto dei prezzi con cui si stabiliva il prezzo massimo delle merci. Tuttavia questo provvedimento, volto a calmierare, cioè a contenere i prezzi, si rivelò, tuttavia, inidoneo, dal momento che tutte le merci incluse nel provvedimento vennero ritirate dal mercato ufficiale per essere immesse successivamente sul mercato nero, cioè su un mercato clandestino con prezzi molto più elevati.

Con Diocleziano si ebbe anche l’ultima delle grandi persecuzioni contro i Cristiani che, tuttavia, pur provocando molte vittime tra i cristiani, non riuscì nell’intento di eliminare la cristianità dall’impero.

Crisi del III secolo – diffusione del Cristianesimo – anarchia militare

La crisi del III secolo d.C.

 Introduzione

Come si è già detto, l’impero romano del II e, soprattutto, del III secolo d.C. propone, come novità principale, l’integrazione di tutti i popoli e di tutti i paesi del Mediterraneo entro un unico grande organismo unitario, secondo un progetto ed una visione politica, definitisi gradualmente, già a partire dal I secolo d.C. con l’imperatore Claudio.Tuttavia, ciò non contribuì a portare, soprattutto a lungo termine, pace e stabilità nei territori controllati da Roma. Molti segnali di crisi si profilavano all’orizzonte, soprattutto sul piano economico, ambito nel quale le possibilità di un miglioramento venivano fortemente soffocate dalla mancanza di un vero e proprio progresso tecnico. Per comprendere meglio il senso di tale affermazione, è sufficiente prendere in considerazione quanto avveniva nel campo dell’agricoltura, in cui il sistema dello schiavismo determinava un forte ristagno nelle tecniche di lavorazione e di produzione. In ambito culturale, il diffondersi della filosofia stoica e di altre correnti filosofiche manifestavano un altro aspetto della crisi che attraversava l’impero in questo periodo. La sfiducia nelle “risorse puramente umane” spingeva molti romani ad abbandonare la religione tradizionale per abbracciare culti mistici che implicavano un più intimo contatto con la divinità come speranza di salvezza. Non c’è da stupirsi,  pertanto, che in tale contesto trovasse amplissima diffusione il Cristianesimo che sovvertiva alla radice i valori tradizionali e preannunciava un vero e proprio “rovesciamento delle gerarchie”. La nuova religione lasciava sperare che in una vita ultraterrena i poveri ed i perseguitati sarebbero stati rinfrancati dalla grazia divina, mentre i potenti della terra sarebbero stati puniti per le colpe commesse in vita. Il Cristianesimo, dunque, veniva percepito sempre di più come la religione dei poveri, dei bisognosi e degli ultimi cosa che, peraltro, lo rendeva, più di altre religioni, esposto alle persecuzioni dei Romani.

Infatti l’impero, che era stato sempre tollerante nei confronti dei popoli e dei loro culti religiosi, ricorse ad una politica sempre più persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo. Ciò soprattutto perché il Cristianesimo, oltre che come religione degli ultimi, si presentava anche come la religione dell’uomo e non dello Stato. I cristiani, pur riconoscendo in pieno l’autorità politica, non solo rifiutavano la venerazione dell’imperatore come dio in terra, ma tendevano a scardinare quello che era un pilastro fondamentale dell’economia romana, cioè lo schiavismo, in quanto gli schiavi, al pari di tutti gli uomini, venivano considerati figli di Dio e, come tali, andavano trattati al pari di tutti gli altri figli di Dio.

L’economia dell’impero

Nei primi tre secoli dopo la nascita di Cristo, come si è già detto, l’impero inquadrò in un organismo unitario tutti i Paesi del Mediterraneo, cercò di promuovere un’amministrazione più giusta nelle province e segnò un record senza precedenti della sua durata e della sua estensione, ben maggiori di quella, ad esempio, soprattutto sul piano temporale, dello stesso impero di Alessandro Magno.

Come oggi parliamo di area del dollaro o dell’euro, allo stesso modo in quei tempi si sarebbe potuto parlare di area del denario (la moneta romana); sul piano linguistico, il latino in Occidente e il greco in oriente avrebbero potuto considerarsi alla stessa stregua dell’inglese di oggi.

Tuttavia, accanto a questi punti di forza, riscontriamo anche degli importanti elementi di debolezza, ravvisabili nei seguenti fattori:

1)   l’eccessiva concentrazione di popolazione, spesso improduttiva, nelle città.

2)   Gli acquisti, sempre più frequenti e consistenti, di merci di lusso dai mercati dell’Estremo Oriente, pagati con moneta pregiata, in modo tale da determinare una progressiva mancanza di oro e di argento, la coniazione di monete con un potere di acquisto sempre più basso e, quindi, un notevole aumento dell’inflazione.

3)   Il forte ristagno, come si è detto, del progresso tecnico e l’insufficienza produttiva, da considerare come effetti negativi dell’economia fondata sul sistema dello schiavismo. Gli schiavi, infatti, tendevano generalmente a lavorare il meno possibile e nel peggiore dei modi, nonostante il timore delle punizioni. In un tale contesto, pertanto, non avrebbe avuto senso dedicarsi (finanziandone le attività) all’invenzione di nuovi e più raffinati attrezzi e strumenti, anche perché l’uso maldestro da parte degli schiavi avrebbe potuto metterli rapidamente fuori combattimento.

4)   Il “parassitismo di massa” che caratterizzava, oltre agli schiavi, un po’ tutti gli strati sociali più poveri della popolazione.

 A questi fattori dobbiamo aggiungerne altri che riguardano più specificamente i mutati rapporti economici tra l’Italia e le province.

La nostra penisola, che in passato aveva costituito la spina dorsale dell’economia imperiale, aveva fin dal I secolo d.C. evidenziato profondi segnali di crisi che investivano soprattutto l’agricoltura, il cui sviluppo era stato frenato dal perdurare del latifondismo a discapito della media e piccola proprietà contadina. Del resto, quello del latifondo era una questione già presa in seria considerazione dai Gracchi. Era stata poi oggetto delle riforme di Cesare, di Augusto e della politica economica di altri imperatori, ma nessun risultato sostanziale e, soprattutto, duraturo era stato conseguito. La stessa distribuzione di appezzamenti di terreno ai veterani non aveva sortito grandi effetti, in quanto i nuovi padroni o rivendevano subito i terreni o, comunque, ne affidavano la lavorazione agli schiavi senza curarsene più di tanto. Il lavoro schiavile, inoltre, metteva in ginocchio i cosiddetti “lavoratori liberi”, favorendone l’aumento della disoccupazione. Lo scrittore Giunio Moderato Columella, vissuto nel I secolo d.C., lamentava che i Romani abbandonavano “l’agricoltura allo schiavo più inetto, come ad un boia per il castigo, mentre i nostri antenati vi impiegavano la gente migliore nel migliore dei modi”. Non bisogna quindi stupirsi se anche per i prodotti agricoli, come più in generale per tutte le merci, in un regime di libera circolazione non caratterizzato da misure protezionistiche, la penisola italica e la stessa Roma si fossero presto venute a trovare a dover subire la concorrenza agguerrita delle province, sia d’Occidente che d’Oriente. Ad esempio, la Gallia era diventata una grande esportatrice di olio. Questi mutati rapporti economici fra l’Italia e le province spinsero imperatori come Vespasiano ad ampliare le maglie della classe dirigente alle classi sociali più ricche della Gallia e della Spagna, oppure imperatori come Nerva e Traiano a promuovere provvedimenti in favore delle famiglie più povere e dei contadini italici, oppure imperatori come Caracalla ad estendere, con la  Costitutio Antoniniana, ricordata anche come Editto di Caracalla, la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero, esclusi i dediticii, cioè le popolazioni rurali.

Religione nell’impero tra I e III secolo d.C.

Molti imperatori, tra cui principalmente Augusto, avevano cercato di ridare slancio e vitalità alla religione tradizionale. Tuttavia essi dovettero arrendersi di fronte al fatto che un sentimento o una professione religiosa non possono essere promossi o imposti da provvedimenti legislativi se non coinvolgono in pieno la spiritualità degli uomini. E tale spiritualità era talmente lontana dai riti della religione ufficiale da percorrere le strade totalmente diverse dello stoicismo, da un  lato, e delle correnti mistiche (fondate sull’apporto degli “iniziati”) dall’altro.

Lo stoicismo aveva introdotto il concetto di una provvidenza divina che regge l’universo ed aveva vincolato l’uomo al rispetto di precisi canoni etici nelle proprie azioni. I culti misterici orientali, in particolar modo quelli di Cibele, la Grande Madre, di Iside e Osiride e, soprattutto, quello persiano di Mitra, identificato con il dio Sole in lotta contro il male, erano accomunati allo stoicismo e, per certi aspetti, al cristianesimo dal fatto che nascevano dall’esigenza di un più intimo rapporto tra i fedeli e la divinità, nonché da un desiderio di purificazione personale tale da consentire una speranza di salvezza. Gli uomini si rivolgevano al “divino” che era alla base di questi nuovi culti religiosi soprattutto perché avvertivano in pieno l’incapacità di trovare da soli una via di uscita ad una crisi che non era solo economica e politica, ma anche spirituale e culturale.

La diffusione del Cristianesimo

diffusione

Cartina dal sito http://www.luzappy.eu/cristianesimantico/nascita_cristianesimo.htm

In tale contesto maturò la diffusione del Cristianesimo e del messaggio di Cristo.

Esso si rivolgeva soprattutto ai poveri e agli umili e, come si può evincere dal famoso Discorso della montagna (il discorso delle beatitudini), riportato nel Vangelo di Luca, aveva un valore talmente eversivo, in termini di rovesciamento delle gerarchie sociali, da essere subito visto con diffidenza dalle classi dirigenti romane. Alla diffusione della Buona Novella diede, tra gli altri, un contributo decisivo Paolo di Tarso. Questi, nativo di Tarso in Cilicia, era stato inizialmente ostile ai cristiani, salvo poi convertirsi alla religione cristiana  nel 34 d.C.. Da quel momento si dedicò con passione alla predicazione e alla diffusione della nuova religione. Fu decapitato nei pressi di Roma, lungo la Via Ostiense, al tempo di Nerone.

Le prime comunità di cristiani si formarono tra il I ed il II secolo d.C. e trovarono seguaci soprattutto tra le classi medie e quelle meno abbienti. Ogni comunità era guidata dagli anziani, definiti presbyteroi, e dai “sorveglianti”, chiamati episcopoi. La predicazione e l’applicazione del messaggio di Gesù trovavano piena e concreta realizzazione nell’assistenza ai poveri e ai malati. Cominceranno, ben presto, a crearsi legami tra le diverse comunità dei fedeli, in Oriente e in Occidente e cominciò a costituirsi la Chiesa come struttura organizzata. Il punto di forza e di coesione delle comunità cristiane era dato dal fatto che la loro fede non si offuscava neppure dinanzi alle persecuzioni violente di cui molti furono vittime. Se al tempo di Nerone la persecuzione anticristiana fu alimentata dal desiderio dell’imperatore di allontanare da sé la rabbia del popolo per l’incendio di Roma, la politica di intolleranza dei successivi imperatori deve essere ricondotta alla netta dicotomia operata dai cristiani tra autorità politica e autorità religiosa, secondo la celebre frase di Gesù Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio.

 

Anarchia militare

Un aspetto della crisi del III secolo: le invasioni barbariche

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Alle frontiere imperiali, come si è visto, incalzavano diverse popolazioni, tra cui quelle degli Alamanni (lungo il Reno), quelle dominate dalla dinastia dei Sasànidi, o Sassanidi (lungo il territorio dei Parti) e dalla dinastia degli Arsàcidi (nell’area persiana). Alessandro Severo aveva cercato di difendere le aree maggiormente esposte agli attacchi delle popolazioni confinanti, ma la sua abitudine a patteggiare e a mercanteggiare con i nemici gli costarono il risentimento dell’esercito e la stessa sua uccisione.

Nel periodo che va dal 235 al 268 si ebbe un periodo di grave disordine ed instabilità che siamo soliti definire anarchia militare, caratterizzata dallo strapotere dell’esercito in una situazione di vuoto e di instabilità in termini di potere centrale e politico. Diversi furono gli imperatori di questo periodo: il primo fu  Giulio Vero Massimino (detto Massimino il Trace), che governò dal 235 al 238, anno in cui fu assassinato dai suoi legionari. Benché fosse inviso al Senato e a gran parte della popolazione, Massimino il Trace riuscì a governare per qualche anno, grazie alla sua riconosciuta esperienza militare, di cui l’impero in questa fase di grande pericolo aveva certamente bisogno. Massimino ottenne importanti successi lungo il Reno e il Danubio contro le popolazioni germaniche. Tuttavia, i crescenti sforzi militari richiesero un notevole aggravio della pressione fiscale ai danni dei contribuenti. I cittadini, soprattutto gli aristocratici, non furono disposti a finanziare le guerre con le nuove tasse imposte da Massimino. Per questo ci furono diverse rivolte dentro e fuori l’Italia, finché Massimino il Trace non venne ucciso dai suoi legionari presso Aquileia. Con Massimino il Trace si ebbe anche una nuova e più sistematica persecuzione dei Cristiani ai quali lo Stato confiscò anche molti beni che andarono a rimpinguare l’erario pubblico. A lui successe il dodicenne Gordiano III che regnò per alcuni anni, fino al 244 d.C., con il sostegno del suocero, prefetto del pretorio, la cui morte mise poi a repentaglio lo stesso impero di Gordiano. Per cinque anni, dal 244 al 249, governò Filippo l’Arabo. A lui toccò, il 21 aprile 248, celebrare il primo millenario della fondazione di Roma. Questi venne, però, ucciso da Decio, generale delle truppe della Pannonia, che governò dal 249 al 251. Decio dovette fronteggiare i Goti e i Persiani. Morì nel 251, combattendo contro i Goti. Dopo ulteriori avvicendamenti si giunse all’impero di Valeriano (253 – 260). Valeriano, che associò a sé il figlio Gallieno, attaccò i Persiani, ma fu catturato e fatto prigioniero dal loro re Shapur. Mai, fino a questo momento, era successo che un imperatore romano cadesse prigioniero in mano nemica. Morto Valeriano, il figlio Gallieno governò, come imperatore unico, dal 260 al 268. Anche Gallieno, però, morì violentemente, vittima di una congiura. Sotto il suo regno, le tendenze separatistiche delle province si esasperarono. Infatti, l’impero si trovò diviso in tre parti: oltre a quello “ufficiale” guidato da Roma, in Oriente, si costituì, sotto la guida della regina Zenobia, il Regno autonomo di Palmira, attorno alla città omonima, comprendente il territorio della Siria, della Palestina e della Mesopotamia; in Occidente, invece, sorse, sotto la guida del generale Postumo, il Regno autonomo delle Gallie comprendente Gallia, Spagna e Britannia.

Deceduto Gallieno, governò, dal 268 al 270, M. Aurelio Claudio, chiamato Gotico per una sua vittoria sui Goti.

Invasioni_barbariche_occidente_268-271

Invasioni barbariche lungo il Limes danubiano

Cartina tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Aureliano

Questo imperatore morì di peste. Poi fu la volta di Aureliano, dal 270 al 275. Questi restaurò l’unità dell’impero in Asia e nelle Gallie e difese l’Italia da un’invasione di barbari. Per fronteggiare il pericolo di nuovi attacchi, Aureliano fece costruire attorno alla città di Roma delle poderose mura difensive, dette mura aureliane. Oltre ad aver ricostituito l’unità dell’impero, Aureliano riuscì anche a ridare prestigio alla figura del sovrano attraverso la divinizzazione del monarca, considerato come tramite tra uomini e divinità, associando il culto del dio Sole a quello dell’imperatore. Il culto introdotto da Aureliano si ispirava all’analogo tentativo intrapreso, tra il 218 ed il  222, da Elagabalo (per i Romani Eliogabalo) di imporre ai Romani un culto di tipo monoteistico di origine siriaca che, però, gli costò il risentimento dei pretoriani che nel 222 lo uccisero.

eliogabalo testa

Eliogabalo: imperatore dell’eccesso

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/personaggi/Eliogabalo-imperatore-delleccesso.html

Eliogabalo era successo a Caracalla, in quanto si era fatto credere suo figlio. In realtà, egli era un sacerdote assiro del dio Sole, Elagabal, di cui assunse il nome.  Alla morte di Aureliano, nel 275, seguì un altro decennio di instabilità e di anarchia. La svolta si ebbe nel 285, con l’ascesa al potere dell’imperatore illirico Valerio Diocleziano (285 – 305).

Da Commodo ai Severi

Limes reno – danubiano
Punti nevralgici dell’Impero tra II e III secolo d.C.

Commodo (180 – 192)

Con Marco Aurelio si concluse l’era del principato adottivo inaugurato nel 98 d.C. da Nerva. Alla morte di Lucio Vero, infatti, Marco Aurelio aveva associato al trono il figlio Commodo, ripristinando, in tal modo, il principio della successione ereditaria. Salito al potere all’età di diciotto anni, Commodo si dimostrò subito incapace di governare. Strinse in primo luogo una pace affrettata con i Quadi e i Marcomanni. In seguito, si disinteressò totalmente delle vicende politiche dell’impero. Come Nerone, si propose di guadagnarsi il favore della plebe romana con elargizioni e azioni demagogiche. A guisa di un novello Ercole, si esibiva nelle arene e nei circhi con una clava e con la pelle di leone. Incurante dell’aggravarsi della crisi militare, Commodo continuò ad esibirsi in spettacoli e a manifestare atteggiamenti sempre più autoritari che gli procurarono l’avversione dell’aristocrazia senatoria. Con Commodo termina l’età d’oro dell’impero, quel beatissimum saeculum che era iniziato con la nomina di Nerva e con l’avvento degli Antonini.

Commodo fu ucciso nel 192 d.C. dalla sua concubina Marcia.

Si riaprì ancora una volta la questione della successione. Abbiamo visto che nei primi due secoli dell’impero furono sperimentati diversi metodi di successione: l’acclamazione da parte dei soldati di un imperatore che poi veniva ufficialmente riconosciuto dal Senato, la successione ereditaria (con Tito e Domiziano), la designazione da parte del Senato (con Nerva), l’adozione (da Traiano a Marco Aurelio) e, infine, di nuovo la successione ereditaria (con Commodo). Il metodo migliore si è rivelato quello legato al principato adottivo. Ma, probabilmente, la sua affermazione era legata anche al fatto che gli imperatori che si erano avvalsi dell’adozione per scegliere il successore non avevano figli. Questi, infatti, avrebbero preteso il trono o, comunque, avrebbero potuto impugnare  l’adozione e la scelta di un successore estraneo alla famiglia. Fu per questa ragione, forse, che Marco Aurelio volle che fosse il figlio Commodo a subentrare a lui nella gestione del potere. Come si può vedere, nessuno dei metodi di successione utilizzati tra il I ed il II secolo d.C. erano pienamente in grado di allontanare del tutto il pericolo dell’instabilità politica e ad evitare la crisi in cui lo Stato romano piombò nel III secolo d.C. . La crisi si acuì nella fase finale della dominazione dei Severi ed in quella immediatamente successiva.

La dinastia dei Severi

Dopo la morte di Commodo, si ebbe un periodo di instabilità che vide la contesa per il potere tra Pertinace (prefetto della guardia pretoriana di Commodo), Pescennio Nigro (comandante delle legioni di Siria), Clodio Albino (comandante delle legioni in Britannia) ed il governatore della Pannonia Lucio Settimio Severo. Quest’ultimo riuscì ad affermarsi nel 193 e governò fino al 211 d.C. . Nativo di Leptis Magna (un po’ più ad est dell’odierna Tripoli), Lucio Settimio Severo cercò, in primo luogo di attuare una riorganizzazione dell’impero, soprattutto nelle zone di confine, attraverso l’estensione del corpo (e dell’influenza) dei legionari, a danno del corpo dei pretoriani,  giudicato come la causa principale dell’instabilità. La riforma militare di Severo si tradusse, però, in una progressiva germanizzazione dei posti – chiave non solo nell’ambito militare, ma anche, più in generale, in quello amministrativo e politico. La cittadinanza scattava automaticamente all’atto stesso dell’arruolamento nell’esercito. Un fattore di impoverimento, soprattutto dell’agricoltura, fu il provvedimento dell’annona militare, cioè l’obbligo per tutti i proprietari di terreni di dare allo Stato una quantità prestabilita del raccolto, al fine di provvedere al vettovagliamento delle truppe. Non si trattava di una percentuale variabile in ragione del raccolto annuale, ma di una quota fissa, da rispettare in ogni caso, anche qualora il raccolto fosse stato più scarso. Ciò provocò un progressivo impoverimento dell’agricoltura, anche perché molti agricoltori si videro costretti ad abbandonare le terre e a trasferirsi in città. Inoltre, sempre sul piano della politica interna, Settimio Severo provvide a designare come suo successore il figlio tredicenne Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, al quale affiancò l’altro figlio Geta. Nell’ottica di indebolire la residua autorità del senato, Settimio favorì il ceto equestre, equiparò all’Italia le altre province dell’impero ed impose una vera e propria monarchia militare, spingendo per la prima volta il senato a riconoscere la sua sconfitta.

Sul piano militare, rafforzò i confini nell’area dei Parti e della Britannia, dove, però, incontrò la morte, ad Eboracum (York), nel tentativo di sedare una rivolta degli stessi Britanni, nel 211 d.C. . Egli aveva precedentemente contenuto le avanzate dei Caledoni al di là del Vallo di Adriano ed aveva provveduto alla realizzazione di una nuova fortificazione più a nord.

A Lucio Settimio Severo successe il figlio Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, che  fece uccidere il fratello Geta.

Molto importante fu, nel 212, la sua Constitutio  Antoniniana, o anche editto di Caracalla, con cui venne estesa la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero. Il provvedimento, che segnò il compimento del processo di parificazione dell’impero e della sua romanizzazione, nacque da ragioni economiche. Infatti, l’allargamento della cittadinanza comportava l’estensione del pagamento delle imposte di successione e delle tasse sull’affrancamento degli schiavi che Augusto aveva introdotto per i soli Romani. Caracalla morì nel 217 d.C., per mano dei suoi soldati, nel corso di una campagna contro i Parti. A lui, nel 218, succedette il nipote Elagabalo (o Eliogabalo), che governò fino al 222. Questi introdusse il culto del dio – sole El Gabal, venerato in Siria. Dedicò a questa divinità splendidi templi e massimi onori. Un’influenza eccessiva durante il suo impero fu esercitata dalla madre Soemia che, fatto mai accaduto nella storia di Roma, pretese ed ottenne di partecipare alle riunioni del Senato. Questa ed altre stranezze spinsero i pretoriani, nel 222 d.C., ad uccidere l’imperatore e sua madre. L’ultimo della dinastia dei Severi fu Alessandro Severo (222 – 235). Salito al trono all’età di 14 anni circa, Alessandro Severo, cugino di Elagabalo, governò per i primi anni assicurando un periodo di pace. Nel 227, però, il re dei Parti Artabano V venne deposto ed ucciso da Ardashir, rappresentante della dinastia sasanide dei Persiani. Alessandro Severo, che nel nome e nelle imprese intendeva rinnovare la gloria del grande Alessandro Magno, guidò, tra il 230 ed il 233, una spedizione militare contro i Persiani (nel tentativo di emulare la grande impresa di Alessandro Magno contro Dario III nel IV sec. a.C.. Ricordiamo, in proposito, la battaglia presso il fiume Granico, nel 334 a.C, la battaglia di Isso e la fuga di Dario, nel 333 a.C., la battaglia di Gaugamela, nel 331 a.C.). Ma gli esiti furono ben più modesti: Alessandro Severo ottenne qualche pallido successo, ma dovette subire gravi perdite militari ed umane. Nel 234 Alessandro Severo intraprese una campagna militare contro la tribù germanica degli Alamanni (o Alemanni) che avevano attaccato i confini dell’impero, oltrepassando il Reno e il Danubio. Alessandro trovò la morte tra il 18 e il 19 marzo del 235 a Mogontiacum (Magonza) insieme alla madre, in un ammutinamento probabilmente capeggiato da Massimino Trace, un generale della Tracia, che si assicurò il trono.

Il principato adottivo

Il principato adottivo
Impero Romano al tempo di Domiziano

Dopo la morte di Domiziano, nel 96 d.C., il Senato riuscì a riprendere il controllo della situazione e ad imporre un suo candidato che individuò nella figura di Marco Cocceio Nerva, un anziano esponente dell’aristocrazia senatoria. Il Senato stabilì anche che la successione imperiale dovesse avvenire attraverso il sistema dell’adozione e non più attraverso la trasmissione ereditaria del potere. Nerva si dimostrò molto rispettoso degli equilibri politici e governò con moderazione e saggezza, instaurando un clima di maggiore serenità e ponendo fine ai processi contro gli oppositori politici. Nerva, nel 97 d.C., adottò come suo successore un comandante militare: il generale spagnolo Marco Ulpio Traiano, che si era distinto nella guida delle legioni imperiali in Germania. Questa decisione fu determinata anche dall’esigenza di ottenere il favore dell’esercito. La scelta di Traiano fu la prima positiva conseguenza del cambiamento importante che si era avviato nella politica romana con il passaggio dalla successione ereditaria al principato adottivo. Fu una novità di grande rilievo che assicurò almeno un secolo di prosperità, definito dai critici come il beatissimum saeculum, il secolo d’oro dell’impero. Fu una novità significativa soprattutto perché il sistema ereditario non garantiva che il nuovo imperatore fosse realmente capace di ricoprire questo ruolo. Inoltre, l’estinzione della dinastia regnante avrebbe comportato il rischio di una guerra civile perché l’esercito ed il Senato avrebbero cercato di  imporre entrambi un proprio candidato. Al contrario, il metodo dell’adozione, cardine del nuovo principato adottivo, consentiva all’imperatore in carica di scegliere come suo successore il migliore ed il più capace dei suoi collaboratori, non necessariamente dello stesso ambito familiare. Non è un caso se, nel 180 d.C., con il ripristino della successione ereditaria che consentirà a Marco Aurelio di favorire il figlio Commodo, l’impero ripiomberà di nuovo nella buia atmosfera del dispotismo, del caos e dell’inefficienza.

L’età degli Antonini: Traiano (98 – 117) , Adriano (117 – 138) e Antonino Pio (138 – 161), Marco Aurelio (161 – 180), Commodo (180 – 192)

Con Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo abbiamo l’età degli Antonini, che prende il nome da Antonino Pio. Il fatto che questa stagione politica prenda il nome dal terzultimo degli imperatori, anziché dal primo, ci consente di paragonare la “dinastia” degli Antonini ad un’opera drammaturgica costituita da un prologo (Nerva), quattro atti (Traiano, Adriano, Antonino e Marco Aurelio) e da un tragico epilogo (Commodo). Tale definizione è stata, dunque, convenzionalmente coniata dagli storici per indicare un lungo periodo della storia imperiale, quello che va dal 98 al 180 d.C., che fu caratterizzato da alcuni tratti comuni, quali la difesa dei confini, fatta eccezione per Traiano, la lunga stabilità politica, il rapporto più equilibrato tra potere imperiale e Senato, lo sviluppo dei traffici commerciali ed una più marcata diffusione della cultura romana nelle province.

                                                        Traiano (98 – 117)

Nel 98 d.C., alla morte naturale di Nerva, Traiano, originario della città di Italica in Spagna, prese dunque il potere. Fu il primo imperatore non originario della nostra Penisola e ciò segnò un ulteriore importante cambiamento nella romanizzazione delle province che ora apparivano in grado di fornire esse stesse i quadri dirigenti dell’impero romano. Traiano evidenziò fin dal principio grande equilibrio e sensibilità politica, introducendo una forma di monarchia illuminata che potremmo definire costituzionale, in quanto l’imperatore governava con la collaborazione di altri poteri, come il Senato ed i comizi, ai quali vennero restituite le specifiche prerogative. Per questo Traiano viene ricordato, anche da Plinio il Giovane, come modello ideale di sovrano e come optimus princeps[1], nonché come l’ultimo grande conquistatore romano. Tra il 101 ed il 106, infatti, conquistò la Dacia, cioè l’attuale Romania (Stato che ancora oggi conserva nella sua denominazione i segni tangibili della civiltà e della cultura di Roma) e l’Arabia nord – occidentale. La conquista della Dacia venne vista come un grande successo dal momento che, nell’89 d.C., sotto Domiziano, i Daci avevano imposto a Roma una pace disonorevole[2].

Il loro re Decebalo fu umiliato e tutta la Dacia, peraltro ricca di risorse minerarie, fu ridotta a nuova provincia[3]. Testimonianza importante di questo trionfo è, ancora oggi, la Colonna Traiana. Le ricchezze conquistate con la sottomissione della Dacia vennero utilizzate per nuove conquiste militari: in primo luogo, sempre nel 106 d.C., quella dell’Arabia.

Questa regione era chiamata anche Arabia Petrea da Petra, la sua località più importante[4].  Tra il 115 ed il 117 si dedicò con successo alla conquista dei Parti, campagna che si concluse con la conquista della stessa capitale Ctesifonte e di Babilonia. Furono quindi create due nuove province: quella della Mesopotamia, a sud del fiume Tigri, e quella dell’Assiria a nord dello stesso. Per questo, Traiano fu anche definito Parthicus Maximus. In quello stesso periodo, tuttavia, scoppiò nell’impero una violenta rivolta delle comunità giudaiche di Palestina, Cirene, Cipro e di Alessandria. Traiano morì in Cilicia, nel 117, durante la preparazione di alcune operazioni militari. La rivolta giudaica fu repressa nel sangue, ma presto le conquiste di Traiano in Oriente si sarebbero rivelate insicure ed instabili.

Sul piano dell’amministrazione civile, Traiano, che si avvalse della collaborazione di grandi personalità, come ad esempio Plinio il Giovane e Dione di Prusa, controllò con zelo i bilanci cittadini, servendosi dell’ausilio di appositi curatori dei conti, detti loghistai. Accrebbe il numero dei senatori provenienti dalle province, ma fece in modo che almeno un terzo delle loro proprietà e dei loro investimenti fosse concentrato in Italia, affinché reputassero l’Italia e Roma come la loro patria. Rese più efficiente l’istituto degli alimenta, già introdotto da Nerva, grazie al quale gli agricoltori potevano ottenere prestiti con tassi di interesse bassi e lo Stato poteva, con gli interessi riscossi, elargire delle sovvenzioni pubbliche alle famiglie più povere e bisognose. Verso i cristiani fu meno intollerante dei suoi predecessori. Notevole fu l’impegno profuso da Traiano nella realizzazione delle opere pubbliche. Ricordiamo il Foro Traiano e la Basilica Ulpia del 112, la Colonna Traiana (5) del 113 d.C., i porti di Ancona, Civitavecchia ed Ostia, nonché la creazione di strade importanti, come quella dal Ponto Eusino alle Gallie.

 

 

 

 

 

Publio Elio Adriano (117 – 138)

Con Adriano ( 117 – 138), cugino di Traiano, si chiuse il ciclo delle grandi conquiste e si puntò ad una politica di difesa e di consolidamento dei confini. In Oriente il nuovo imperatore abbandonò, contro le aspettative dell’esercito, le conquiste partiche realizzate da Traiano. Lo stesso avrebbe fatto anche il suo successore, Antonino Pio (138 – 161 d.C.).

In Occidente, invece, Adriano puntò a rafforzare la difesa della Britannia, contro le incursioni delle tribù dei Briganti (nome che potrebbe derivare da quello della dea celtica Briganzia o Brigid) e dei Caledoni attraverso la costruzione del Vallo di Adriano, a cui si aggiunse, nell’area danubiana, un’altra fortificazione innalzata a difesa delle proprietà agricole dei veterani di guerra. Il Vallo di Adriano costituiva un vero e proprio limes. In passato il concetto di limes indicava una linea di confine destinata a spostarsi progressivamente più avanti in ragione delle nuove conquiste territoriali. Con Adriano, invece, questo termine assumeva delle caratteristiche difensive ed indicava che la spinta propulsiva ed espansionistica dell’impero era ormai terminata.

 

·         Sul piano interno, Adriano avviò una politica di capillare burocratizzazione, sostituendo l’apparato fondato sui liberti con funzionari di origine non servile inquadrati in percorsi di carriere ben definiti. In pratica, la burocrazia venne affidata alla sola classe degli equites che, in tal modo, divennero veri e propri “impiegati” statali.

·         Avviò anche una forte politica di decentramento, conferendo alle province una maggiore autonomia amministrativa. Adriano si interessò personalmente delle condizioni di vita nelle province, dove dimorò spesso nel corso dei suoi viaggi che lo tennero lontano da Roma per ben dodici anni sui ventuno anni di regno.

·         Cancellò le ormai vecchie istituzioni repubblicane e ne accentrò le prerogative nel Consilium principis.

·         Realizzò diverse opere pubbliche, come il tempio di Venere (vicino al Colosseo), la Mole Adriana, una tomba monumentale, poi usata nel Medioevo come fortezza, oggi nota con il nome di Castel S.Angelo, e la Villa Adriana a Tivoli.

Antonino  Pio (138 – 161)

Nel 138 Adriano prescelse come suo successore Tito Aurelio Fulvio Antonino, in seguito definito Pio per la sua religiosità, per la sua tolleranza e per la sua rettitudine. Come già accaduto per il suo predecessore, anche Antonino Pio, in politica estera, puntò alla difesa dei confini, piuttosto che al loro ampliamento, facendo costruire un altro Vallo in Britannia, poco più a Nord di quello di Adriano, in Scozia. Antonino Pio governò mantenendo buoni rapporti con il Senato. Qualche mese prima di morire, nel 161, Antonino Pio individuò nel genero Marco Aurelio il proprio successore.

 

Marco Aurelio Antonino (161 – 180)

Nel periodo di Marco Aurelio l’impero cominciò ad avvertire i primi segni della crisi soprattutto a causa di due fattori fondamentali:

         la minaccia dei barbari ai confini dell’impero

         una duratura, terribile epidemia di peste che decimò, secondo gli storici, la metà della popolazione dell’impero.

Consapevole della estrema difficoltà di governare un impero così grande e in circostanze così difficili, Marco Aurelio associò al trono il fratello adottivo Lucio Vero (161 – 169), di nove anni più giovane, introducendo, per la prima volta, una forma di diarchia al vertice dell’impero. Tuttavia, Lucio Vero non si dimostrò all’altezza della situazione e, per giunta, morì prematuramente nel 169 d.C. .

I primi anni del regno di Marco Aurelio furono caratterizzati dallo scontro con i Parti, popolazione asiatica con la quale Roma, dal 53 a.C., aveva instaurato un difficile clima di convivenza oscillante tra momenti di pace e momenti di guerra. I Parti trovarono, tra il 161 ed il 162, una strenua resistenza nelle truppe di Roma. Le forze militari di Marco Aurelio avrebbero inferto la sconfitta definitiva a questa popolazione se l’improvviso evento della peste bubbonica non avesse decimato le truppe romane e, con esse, anche gran parte della popolazione.

Un altro grave fronte di guerra per Roma si era aperto, in quegli stessi anni, lungo il confine danubiano a seguito delle pressioni dei Quadi e dei Marcomanni. Queste tribù germaniche dilagarono nei Balcani per poi penetrare in Italia, dove misero a ferro e a fuoco la città veneta di Aquileia (Verona), mentre altri barbari saccheggiavano le aree dell’Asia Minore e della Grecia. Fu lo stesso Marco Aurelio a guidare la controffensiva romana. Nel 175, dopo lunghe ed estenuanti battaglie, ottenne una grande vittoria che costrinse i popoli germanici a stipulare la pace. Tuttavia, si trattò solo di una tregua di due anni: le ostilità ripresero nel 177 d.C. . Marco Aurelio si accingeva a dare alle tribù dei Quadi e dei Marcomanni il colpo di grazia, ma anche in questo caso un evento imprevisto impedì che l’impero ottenesse un risultato così importante: colpito dalla peste, Marco Aurelio perse la vita nel 180 d.C..

 


[1] La denominazione di questa località deriva da πέτρα, che in greco significa roccia. Era una città in cui l’uomo, fin dalla preistoria, aveva usato le caverne naturali a scopo abitativo, posta a circa 250 km a Sud di Amman, la capitale della Giordania. Il suo nome semitico era Reqem o Raqmu (« la Variopinta »).

[2] titolo che gli derivò anche dall’essere considerato rappresentante sulla terra di Giove Ottimo Massimo.

[3] In politica estera Domiziano si era limitato a rafforzare i confini dell’impero. Si segnalano, tuttavia, la campagna militare contro la Britannia, condotta dal generale Gneo Giulio Agricola, quella contro le popolazioni del Reno, nonché la creazione delle nuove province della Germania superiore e della Germania inferiore. La Germania superiore comprendeva i territori dell’attuale Svizzera, Germania e Francia. La Germania inferiore comprendeva Paesi Bassi e Germania occidentale. Gli insediamenti principali della regione erano Bonna (Bonn), Castra Vetera (Xanten), Trajectum ad Rhenum (Utrecht), e Colonia Agrippinensis (Colonia), la capitale della provincia. Altro successo di Domiziano era stato il consolidamento del limes, cioè della cinta muraria fortificata che Vespasiano aveva fatto innalzare, come costruzione difensiva, attorno al territorio compreso tra il Reno e il Danubio. Diversamente erano andate le cose in Europa orientale, dove Domiziano aveva subito una pesante sconfitta in Dacia (attuale Romania). I Daci avevano ottenuto dai Romani l’indipendenza in cambio del sostegno militare nella difesa dei confini dell’impero in quell’area. Questa concessione era stata considerata dagli avversari di Domiziano un compromesso al ribasso e rese piuttosto traballante la posizione politica del principe.

[4] Le campagne militari di Traiano contro i Daci erano state due: la prima, tra il 101 ed il 102 d.C., ebbe come esito la riduzione della Dacia a stato vassallo di Roma. La seconda, tra il 105 ed il 106 d.C., vide la trasformazione di questa regione in provincia romana.

Da Vespasiano a Domiziano

Da Vespasiano a Domiziano

 

Alla  morte di Nerone seguì un periodo di anarchia militare che vide alternarsi nell’arco di un solo anno ben quattro imperatori:

  1. Servio Sulpicio Galba, comandante delle truppe “ispaniche”, nonché patrizio gradito al Senato, fu acclamato imperatore dai suoi soldati. Ma in pochissimi mesi si inimicò la plebe ed anche i suoi stessi soldati, cui non concesse i benefici economici promessi. Così, egli fu ucciso dai pretoriani il 15 gennaio del 69 d.C. .
  1. Eliminato Galba, i pretoriani acclamarono imperatore Marco Salvio Otone, comandante delle truppe in Lusitania. Ma il suo governo durò solo novantacinque giorni: egli, infatti, regnò dal 15 gennaio al 16 aprile del 69 d.C. , ma dopo alcune pesanti sconfitte militari subite ad opera di Aulo Vitellio, comandante delle truppe stanziate in Germania, si tolse la vita, appunto il 16 aprile del 69 d.C. .
  1. Aulo Vitellio, alcune settimane dopo la morte di Galba, marciò verso Roma, dove assunse, nel mese di giugno, il titolo di consul perpetuus.
  1. Contro Vitellio, tuttavia, giocarono l’acclamazione di Tito Flavio Vespasiano ad imperatore, ad opera delle truppe d’Oriente, ed una rivolta delle truppe del basso Danubio, della Pannonia e dell’Illiria che riconobbero in Vespasiano il loro principe. Vitellio governò, dunque, dal 16 aprile al 22 dicembre del 69 d.C.. Fu, quindi, ucciso ed il suo corpo fu gettato nel Tevere.

La vittoria di Tito Flavio Vespasiano, che nel 66 era stato inviato da Nerone a domare la rivolta in Giudea e in Palestina, segnò un netto successo militare e politico delle legioni d’Oriente su quelle occidentali.

Vespasiano, dunque, lasciò il figlio Tito, destinato a succedergli nel 79 d.C., in Giudea e marciò vittorioso verso Roma, da signore incontrastato di un impero che era stato lacerato da nuove guerre civili e che, proprio in ragione della sempre crescente influenza militare (non più solo dei pretoriani, ma delle truppe in generale), si avviava a diventare una vera e propria monarchia assoluta.

Vespasiano (69 – 79 d.C.)

Proveniente da una modesta famiglia della Sabina, nativo di Rieti, Tito Flavio Vespasiano si distinse per le sue ottime qualità di generale. Il padre era un contadino poi diventato pubblicano a Rieti.

Vespasiano fu il primo imperatore non appartenente all’aristocrazia romana. In ragione di ciò, fu indotto ad avere nei confronti del senato un atteggiamento ancor meno rispettoso.

Giunto a Roma, nel 69 d.C., Vespasiano, consapevole dell’acquisita grande potenza decisionale, e perciò stesso destabilizzante, dell’esercito, puntò immediatamente ad una sua profonda riforma, smobilitandone alcune legioni, ma soprattutto allontanando dall’esercito tutti gli Italici che si fossero dimostrati eccessivamente legati alle clientele di Roma e che, quindi, avrebbero potuto nuocere alla stabilità del suo potere.

Per sostituire tutti gli italici destituiti dai loro incarichi, Vespasiano intensificò le operazioni di arruolamento nelle province. Ciò, da un lato, determinò il ripopolamento di alcune aree della nostra penisola, proprio in ragione dell’arrivo di nuovi soldati e di nuovi veterani dalle province, dall’altro, però, provocò un ulteriore ridimensionamento, in termini di potere effettivo e decisionale e di ruolo – guida dell’impero, della nostra Penisola, proprio in seguito all’ingresso di sempre maggiori elementi provenienti dalle province nella vita politica dello Stato, anche attraverso una sempre più ampia concessione della cittadinanza. Come già era accaduto con Claudio, lo stato romano diventava sempre più sovranazionale ed universale.

Nel 69 d.C., un Senato sempre più debole, dovette ratificare la famosa Lex de imperio Vespasiani, con cui il principato da istituzione caratterizzata da “eccezionalità” e temporaneità costituzionale diventava una vera e propria magistratura, contemplata come organo costituzionale pienamente legittimato. Peculiarità principale di tale provvedimento fu il conferimento del carattere autocratico al principato, che, in tal modo, non doveva derivare la propria legittimità da alcuna investitura esterna di nessun altro organo politico. Principale conseguenza fu l’ulteriore grave indebolimento del Senato, in quanto al principe si concedeva la possibilità di intraprendere, autonomamente, ogni tipo di iniziativa che andasse nella direzione di ciò che veniva definito “progresso e tutela dello Stato”. Il regime assoluto si fondava sul presupposto che il princeps era svincolato dalle leggi e che tutto ciò che piaceva al princeps aveva vigore di legge.

Un provvedimento importante fu l’estensione della cittadinanza romana agli abitanti della Spagna. L’impero si avviò a diventare sempre più multietnico.

Sul piano amministrativo finanziario, cercò di rianimare le finanze dello Stato dissestate da Nerone, ma soprattutto eliminò i tribunali ed i processi per lesa maestà.

Per risanare le finanze Vespasiano aumentò le imposte, ma, al contempo, fece avviare numerosi lavori pubblici per attenuare il malcontento popolare. Tra le maggiori opere pubbliche ricordiamo l’avvio della costruzione dell’ anfiteatro Flavio, poi ultimato dal figlio Tito, meglio noto col nome di Colosseo, in quanto nelle vicinanze era collocata una grande statua inizialmente dedicata a Nerone, poi identificata con il dio Sole e definita, per le sue proporzioni, Colossus. Come già aveva fatto Augusto, Vespasiano protesse le arti e le lettere e ricondusse i costumi lungo una direzione moralmente più sobria e moderata.

Sul piano militare, nel quadro di un indirizzo generale di difesa dei confini, si segnalano il consolidamento della conquista della Britannia, con l’annessione dell’attuale Scozia e, soprattutto, la conquista di Gerusalemme, distrutta da Tito nel 70 d.C., e della fortezza di Masada, nel 73, dove si erano asserragliati i ribelli, che preferirono togliersi la vita, piuttosto che consegnarsi ai Romani.

Tito (79 – 81 d.C.)

A Vespasiano, nel 79 d.C., subentrò il figlio Tito, associato dal padre al trono imperiale per evitare lotte di successione. Nonostante il breve periodo di governo, Tito, che prima di divenire imperatore aveva represso con estrema durezza una rivolta degli Ebrei in Giudea, tra il 66 ed il 70 d.C.

Tito fu definito dalla storiografia ufficiale delizia del genere umano, per la sensibilità dimostrata sia verso il popolo che verso la classe aristocratico – senatoria. Il breve principato di Tito fu caratterizzato da ben tre sciagure:

  1. 79 d.C.: eruzione del Vesuvio e distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia;
  2. 80 d.C.: scoppio di una terribile epidemia di peste;
  3. 80 d.C.: scoppio, in Roma, di un nuovo incendio che distrusse il Campidoglio.

L’anno seguente, poi, Tito morì, cedendo il posto al suo fratello minore, Tito Flavio Domiziano.

Tito Flavio Domiziano (81 – 96 d.C.)

Definito da Svetonio il Nerone calvo, Domiziano impostò il suo principato su basi dispotiche ed assolutistiche. Tuttavia, la storiografia moderna lo considera come il migliore dei Flavi, avendo egli evidenziato un grande attaccamento ai suoi compiti ed, in generale, all’amministrazione della giustizia ed all’applicazione delle leggi. Dopo la breve parentesi di Tito, sotto Domiziano si riaccese lo scontro con il Senato: egli, nell’84 d.C., si attribuì la carica di censore perpetuo, che gli avrebbe consentito di allontanare dal Senato chiunque gli fosse stato ostile. Punì, però, anche la corruzione dei magistrati e protesse le classi popolari ed i piccoli proprietari terrieri.

Potendo contare su un forte appoggio dall’esercito, a partire dall’86 d.C., egli rese il suo principato assoluto e dispotico, facendosi onorare come dominus ac deus ed imponendo, di fatto, la divinizzazione del potere imperiale.

Più vicino alle scelte del padre Vespasiano fu Domiziano in politica estera: egli si limitò a rafforzare i confini dell’impero. Si segnalano, tuttavia, la campagna militare contro la Britannia, condotta dal generale Gneo Giulio Agricola, quella contro le popolazioni del Reno, nonché la creazione delle nuove province della Germania superiore (La Germania superiore comprendeva i territori dell’attuale Svizzera, Germania e Francia) e della Germania inferiore (La Germania inferiore comprendeva Paesi Bassi e Germania occidentale).

Gli insediamenti principali della provincia erano Bonna (Bonn), Castra Vetera (Xanten), Trajectum ad Rhenum (Utrecht), e Colonia Agrippinensis (Colonia), la capitale della provincia. ed il consolidamento del limes, cioè di quella cinta muraria fortificata che Vespasiano aveva fatto innalzare, come costruzione difensiva, attorno al territorio compreso tra il Reno e il Danubio.

Diversamente andarono le cose in Europa orientale, dove Domiziano dovette subire una pesante sconfitta in Dacia (attuale Romania), la cui popolazione ottenne dai Romani l’indipendenza in cambio di appoggio militare nella difesa dei confini dell’impero in quell’area.

Questa concessione fu considerata dai suoi avversari come una sorta di compromesso al ribasso, che rese piuttosto traballante la posizione politica del principe.

L’ultima fase del suo principato vide un ulteriore inasprimento del clima di terrore, anche con il ricorso, sempre più frequente, ai tribunali di lesa maestà. Infine, nel 96 d.C., Domiziano morì durante una congiura, alla quale non fu estranea la sua stessa moglie, Flavia Domitilla.

La cattiva fama di Domiziano fu determinata anche dall’ostilità del mondo cristiano duramente colpito dalle persecuzioni.

La politica anticristiana dell’impero, ad una lettura superficiale, mal si conciliava con la tolleranza che da sempre aveva determinato l’atteggiamento dei Romani nei confronti dei popoli sottomessi. In realtà, in Roma e nell’impero era consentita ogni forma di culto religioso che non turbasse l’ordine sociale e che non entrasse in rotta di collisione con il potere politico.

La fede dei Cristiani nell’unico DIO entrò in conflitto con la pretesa di Domiziano di essere adorato come una divinità vivente in Terra. Il fatto che i Cristiani rispettassero e riconoscessero l’autorità politica dell’imperatore, ma rifiutassero di adorarlo come un dio, fu visto da Domiziano come un atto di sfida nei confronti della sua persona e della sua potestà e ciò bastò a scatenare una dura ondata di repressione contro i seguaci di Cristo.

Dal canto loro, i Cristiani dettero prova di fede e di coraggio, sottoponendosi alle più atroci punizioni. Per questo motivo furono definiti martyroi, cioè testimoni della fede. Il principato adottivo e l’età aurea dell’impero.

Da Claudio a Nerone

Claudio: un imperatore rivalutato dalla storiografia moderna

Il 24 gennaio del 41 d.C., durante le feste augustali, dopo tre anni, dieci mesi e otto giorni di governo, venne ucciso Caligola, l’imperatore forse più pazzo che la storia romana ricordi. Morì per mano del tribuno dei pretoriani Cassio Cherea, che il despota era solito umiliare ed insultare, e di Cornelio Sabino. Il primo lo colpì alla testa con una spada, l’altro al petto. L’opera venne “completata” da altri congiurati di origine senatoria ed equestre. Come in una sorta di déjà vu, che richiama alla mente l’uccisione di Cesare, i congiurati uscirono per le strade dell’Urbe gridando: “Roma libera, Roma libera”.

All’inizio il popolo romano, avvezzo alle folli stranezze di Caligola, accolse l’annuncio della morte senza alcuna reazione, credendo che non fosse veritiero e che lo stesso imperatore avesse diffuso ad arte quella notizia per poi uccidere tutti coloro che avessero esultato.

Anche per imposizione dei pretoriani salì al potere Claudio (Tiberius Claudius Drusus Nero Germanicus, fratello di Germanico e, quindi, zio dell’imperatore ucciso) e governò Roma dal 41 al 54 d.C.. Come già accaduto per il suo predecessore, molto probabilmente anche la nomina di Claudio fu influenzata dal mito di Germanico, che tra il 14 ed il 15 d.C., si era brillantemente distinto in Germania. Il nuovo imperatore raccolse un’eredità difficile, resa ancora meno invidiabile dalla crisi economica provocata dalle folli spese di Caligola. Claudio cercò di attuare all’inizio del suo mandato una politica volta a restaurare quell’equilibrio istituzionale e sociale che aveva già caratterizzato il periodo augusteo.

In tale direzione andava il suo tentativo di avviare una proficua collaborazione con il Senato. Tuttavia, non riuscì nel suo intento soprattutto a causa delle sempre crescenti ostilità e diffidenze del Senato romano.

Per questa ragione, abbandonando l’iniziale suo progetto politico, mirò a consolidare l’appoggio dell’esercito e conferì al suo governo un aspetto dispotico e tirannico.

Dette vita ad un’efficiente burocrazia di corte (costituita da un ampio numero di liberti, cioè schiavi poi liberati) ed estese la cittadinanza ed il rango senatorio a molti abitanti delle province, rendendo il senato un organismo sempre più “universale” e sempre meno italico.

Questi, in breve, furono gli aspetti salienti della sua azione politica:

  • visione dell’impero come un "unico organismo" territoriale, senza privilegi o disparità tra le popolazioni
  • volontà di rendere il Senato un organismo rappresentativo di tutto l’impero e non solo dell’aristocrazia romana ed italica
  • estensione del diritto di cittadinanza ad un numero sempre più ampio di uomini ed, in particolare, ai soldati ausiliari
  • creazione di un’efficiente burocrazia imperiale, attraverso il coinvolgimento dei liberti a lui fedeli (liberti imperiali)
  • indebolimento dell’aristocrazia romana
  • risanamento delle finanze pubbliche
  • ampliamento del porto di Ostia e realizzazione del grandioso acquedotto dell’ Acqua Claudia, già avviata, però, da Caligola
  • politica estera "difensiva" o, comunque, fondata sul rafforzamento dei confini.

conquiste militari importanti:

– Mauretania (attuale Marocco), nel 42 d.C.

– Britannia, ( in parte conquistata dal figlio Britannico), nel 43 d.C.

– Giudea, nel 44 d.C. .

Tuttavia, i buoni risultati politici vennero rapidamente offuscati dagli scandali e dalla corruzione di corte, che videro coinvolte anche personalità della famiglia imperiale. Lo stesso Claudio, su pressione dai liberti, fece giustiziare la moglie Messalina, sia a causa dei suoi comportamenti licenziosi, sia perché si era resa colpevole di una congiura ai danni del marito. Successivamente, sposò Agrippina, sorella del defunto Caligola, madre di Nerone.

Proprio questa donna provocò la fine del suo impero e la sua morte. Infatti, ella, dopo aver messo fuori gioco l’influenza dei liberti imperiali, persuase il marito a designare come suo successore proprio Nerone e poi lo avvelenò.

Gli antichi scrittori, quali Seneca, Svetonio, Tacito ed altri, rappresentavano questo imperatore come una persona abulica e succube sia delle donne di corte, sia dei suoi potenti liberti.

Eppure, come la storiografia moderna ha giustamente evidenziato, il principato di Claudio è stato uno dei migliori quanto meno tra quelli del primo secolo d.C. e, soprattutto, uno dei più innovatori.

Claudio, infatti, fu ispirato da una visione straordinariamente moderna dell’impero e della missione di Roma. La potremmo definire universalistica e cosmopolita, fondata sulla concezione di una società aperta e "globalizzata" che sapesse inserire ed integrare negli organismi politici e dirigenti le forze migliori, al di là della loro provenienza o della loro condizione di nascita. Solo così, dunque, possiamo spiegarci la sua decisione di estendere il rango senatorio anche agli abitanti delle province, oppure la sua volontà di conferire le più alte cariche istituzionali a persone che, anche se di origine servile, avessero mostrato una particolare attitudine per l’espletamento di quegli incarichi.

Sotto questo profilo, egli fu il primo a creare, in Roma, una burocrazia centralizzata e ad affidare l’amministrazione pubblica imperiale a liberti professionisti, in base a diverse sfere di influenza, conferendo a ciascun liberto una sorta di funzione ministeriale. Tra questi liberti si distinsero in particolare:

* Narciso, capo della segreteria privata del princeps e incaricato di gestire le relazioni con i governatori, le lettere e messaggi di vari funzionari, le relazioni con città o comunità provinciali;

* Pallante, responsabile della ragioneria, dell’erario e delle finanze dello Stato;

* Callisto che si interessava, in particolare, delle richieste inviate al princeps;

* Polibio che svolgeva funzioni di consigliere culturale di Claudio.

Essi, pur coinvolti in intrighi di corte e in giochi di potere, mostrarono in genere grandi capacità e furono le "colonne" del nuovo sistema burocratico ed amministrativo centralizzato voluto dall’imperatore.

Il giudizio negativo della storiografia e dell’ intellighenzia del suo tempo sul suo operato scaturisce, con ogni probabilità, dal fatto che con queste riforme Claudio aveva ridimensionato drasticamente il potere ed il prestigio della classe senatoria ed aristocratica, dalle cui file tutti questi vari scrittori provenivano.

A parte Tacito e Svetonio, fu soprattutto Seneca a delinearne un ritratto negativo nell’opera Apocolokyntosis, sive de morte Claudii, cioè ZUCCHIFICAZIONE, ovvero sulla morte di Claudio.

Trasformazione in una zucca, era il termine impiegato dal filosofo stoico per ridicolizzare il processo di apoteosi e divinizzazione voluto per Claudio dopo la sua morte.

Nerone (54 – 68 d.C.)

Claudio, dunque, fu assassinato da Agrippina nell’ottobre del 54 d.C.. Come da copione, salì al trono Nerone, non ancora diciassettenne, che subentrò a Britannico, il figlio di Claudio, nei diritti per la successione al trono, come erede designato e come marito di Ottavia, figlia dell’imperatore ucciso.

Come già accaduto anche per Caligola (37 – 41 d.C.), Nerone governò, in una prima fase, in modo saggio ed illuminato. Anzi dei suoi quattordici anni di principato, gli storici tendono a mettere in risalto il cosiddetto quinquennio felice che interessò i primi cinque anni di governo, in cui egli, ancora giovane, era guidato nelle sue scelte dalla madre Agrippina, dal prefetto del pretorio Afranio Burro, ma soprattutto dal filosofo stoico spagnolo Lucio Anneo Seneca, che cercò di indirizzarlo verso una politica filo – senatoria e incentrata su una politica di equilibrio tra i poteri del princeps e del senato.

Tuttavia, il carattere dispotico di Nerone non tardò ad evidenziarsi.

Desideroso di rendersi autonomo dalle eccessive ingerenze materne negli affari politici, avendo Agrippina, nel 55 d.C., minacciato di sostenere Britannico nella lotta per il riconoscimento dei suoi diritti alla successione imperiale, Nerone fece avvelenare proprio il fratellastro. Infine, nel 59 d.C., fece uccidere la stessa Agrippina, che aveva preso anche le difese di Ottavia, moglie di Nerone, contro Poppea. Come già accaduto con Claudio, Nerone si discostò presto dalla politica filo – senatoria ispiratagli da Seneca, per instaurare una monarchia assoluta di tipo orientale.

In relazione a ciò, occorre dire che fin dall’inizio del principato, cioè fin dal 13 ottobre del 54 d.C., la personalità del principe era stata agitata da un forte contrasto politico ed ideologico:

  1. da un lato, la ricerca dell’appoggio dei senatori e dei ceti privilegiati, attraverso la difesa dei loro privilegi, direzione verso la quale lo spingeva lo stesso Seneca;
  2. dall’altro, il desiderio di emulare il grandioso precedente di Alessandro Magno, anche attraverso l’esaltazione della tradizione culturale greco – orientale su quella romano – italica ed attraverso il sostegno delle masse popolari meno abbienti. La volontà di ispirarsi al modello del macedone e di instaurare anche in Roma una monarchia assoluta di tipo orientale, era in parte alimentata anche dalla sfiducia delle masse popolari verso la religione tradizionale e verso riti che erano stati, in passato, l’espressione del potere delle classi aristocratiche.

Così, anche nella fase del cosiddetto QUINQUENNIO FELICE, quella, cioè, in cui Nerone si era sforzato, forse suo malgrado, di seguire una politica filo – senatoria e filo – aristocratica, spesso, a dispetto delle ufficiali buone intenzioni, ai propositi non seguivano, poi, sempre i fatti. Ad esempio, Nerone restituì, ufficialmente, al Senato il diritto di coniazione di monete d’oro e d’argento, ma di fatto affidò questo compito a senatori da lui stesso stipendiati. Ciò voleva dire che si trattava di senatori, ma alle dipendenze del princeps. Quindi non venne rivalutato affatto il Senato in quanto istituzione.

Un altro esempio a conferma di ciò può essere individuato nella abolizione delle imposte indirette ed, in particolare, dei PORTORIA (dal latino “portorium” = dazio d’entrate, sulle merci importate in Roma o dazio d’uscita, sulle merci esportate da Roma). Tra le merci sulle quali gravava il dazio doganale c’erano prodotti di lusso i cui proventi arricchivano le classi aristocratiche, ma c’erano anche generi alimentari e materie prime. L’assenza di qualsiasi misura protezionistica sulle merci importate in Roma rese, spesso, proprio queste merci prodotte nelle province dell’impero più concorrenziali, economicamente, con grave danno, spesso, proprio per i ceti possidenti romani, senza contare che proprio l’abolizione dei portoria colpì in modo inesorabile tutti coloro che si erano arricchiti proprio attraverso le società di esazione dei tributi medesimi.

Un altro duro colpo fu inferto alla nobilitas romana nel 63 d.C., con la riforma monetaria. In quell’anno, infatti, Nerone aveva ridotto di circa 1/12 il peso della moneta in rapporto alla quantità di metallo aureo o argenteo impiegato.

Se, infatti, fino a quel momento si ricavavano 40 aurei da una libbra d’oro (circa 327 grammi) e 84 denarii d’argento da una libbra d’argento, con la riforma neroniana, che puntava a ridurre il peso e, quindi, la quantità di oro e di argento impiegata nella coniazione di una moneta, poterono essere realizzati 45 aurei (e non più 40) con una libbra d’oro e ben 96 denarii (al posto dei precedenti 84) con una libbra d’argento. L’alleggerimento del peso delle monete fece sì che lo Stato riuscisse a coniare più monete con la stessa quantità di metallo e la spinta all’inflazione determinata da questa misura fu apparentemente compensata dalla circolazione di un numero assai maggiore di monete messe a disposizione delle classi meno abbienti. Questa misura fu, dunque, appoggiata dal popolo, ma avversata fieramente dai ceti possidenti che, invece, avevano sempre contato sul valore effettivo dell’oro e dell’argento posseduto, più che sulla moneta in sé. L’anno successivo, il 64 d.C., fu caratterizzato da un incendio, scoppiato nella notte tra il 18 ed il 19 luglio, che, per molti storici moderni non poteva essere stato doloso, dal momento che si era verificato in una notte di plenilunio, in cui nessuno si sarebbe arrischiato ad appiccarlo, con il pericolo di essere visto ed individuato. Tuttavia, venne attribuita proprio a Nerone la diretta responsabilità del disastro, in quanto egli, nella successiva fase della ricostruzione, si era lasciato prendere da un eccessivo entusiasmo che lo aveva spinto a far costruire la Domus Aurea e a dichiarare di voler edificare una nuova Roma. L’imperatore, a sua volta, per allontanare i sospetti che gravavano su di lui, fece credere che la responsabilità dell’incendio fosse da attribuire ai cristiani. Fu, dunque, il primo imperatore ad avviare una politica fortemente persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo, di cui pagarono le spese anche l’apostolo Pietro, crocifisso a testa in giù sul colle Vaticano, e l’apostolo Paolo che fu, invece, decapitato, nel luogo in cui oggi sorge la basilica di San Paolo.

La Basilica di San Paolo fuori le mura sorge lungo la Via Ostiense, vicino alla riva sinistra del Tevere, a circa due km fuori dalle mura aureliane. Si erge sul luogo che la tradizione indica come quello della sepoltura dell’apostolo Paolo (a circa 3 km dal luogo – detto "Tre Fontane" – in cui subì il martirio e fu decapitato); la tomba del santo si trova sotto l’altare maggiore, detto altare papale. Per questo, nel corso dei secoli, è stata sempre meta di pellegrinaggi; dal 1300, data del primo Anno Santo, fa parte dell’itinerario giubilare per ottenere l’indulgenza e vi si celebra il rito dell’apertura della Porta Santa. L’intero complesso degli edifici non appartiene alla Repubblica Italiana ma è proprietà extraterritoriale della Santa Sede.

Dal 65 in poi si ebbero diverse congiure contro Nerone. Tra queste, la più famosa fu quella dei Pisoni, ordita nell’aprile del 65 d.C., guidata da Caio Calpurnio Pisone e repressa duramente. Vi furono coinvolti anche gli scrittori Lucio Anneo Seneca e Marco Anneo Lucano che furono costretti ad uccidersi.

Una seconda congiura scoppiò in Palestina, ma fu domata, nel 66 d.C., da Tito Flavio Vespasiano che, già dal 51 d.C., era governatore dell’Africa. Egli conquistò militarmente tutte le città più importanti della Giudea e pose l’assedio alla stessa Gerusalemme. Inviò, inoltre, il generale Corbulone in una campagna militare contro i Parti per il controllo dell’Armenia. Lo scontro non ebbe né vincitori né vinti, tuttavia, i Parti riconobbero la sovranità romana sull’Armenia e questo fu un grande successo per Roma.

Questa rivolta, in realtà, fu fomentata anche dalle correnti giudaiche più intransigenti e gelose della propria identità religiosa e culturale.

Infine, nel 68 d.C., si ribellarono Giulio Vindice, comandante delle truppe stanziate in Gallia, Sulpicio Galba, comandante delle truppe posizionate in Spagna, Claudio Macro, dall’Africa, e Marco Salvio Otone comandante dell’esercito in Lusitania. Per Nerone la situazione divenne insostenibile, tanto che fu deposto e dichiarato nemico pubblico dal Senato. Così, in quello stesso 68 d.C., fu costretto a togliersi la vita.