Da Augusto a Caligola

Da Augusto a Domiziano: luci ed ombre della gestione del potere.

Augusto e la disfatta di Teutoburgo

Con Augusto nacque il principato, cioè il governo del princeps. Tale fu Augusto agli occhi dei Romani: non un sovrano, ma un princeps, cioè il “primo” tra i cittadini.

Come abbiamo visto, le vicende storiche dei secoli precedenti avevano di fatto spianato la strada a questo processo politico – amministrativo. Tutto aveva avuto inizio con la riforma dell’esercito attuata da Mario, basata sull’arruolamento volontario. Fu questo il punto di non ritorno: da questo momento in poi i soldati avrebbero mostrato fedeltà al proprio generale, piuttosto che allo Stato, con grave detrimento per la stabilità delle istituzioni repubblicane. I Romani, dunque, si sarebbero divisi tra le varie personalità dominanti, in lotta tra loro. Le tre guerre civili fra Mariani e Sillani (88 – 82 a.C), tra Cesariani e Pompeiani (49 – 45 a.C.) e, infine, tra Antonio e Ottaviano (Modena, 43 a.C.; 36 – 31 a.C.) possono essere considerate come una grave conseguenza del nuovo assetto militare voluto, tra il 107 ed il 105, da Caio Mario.

Tra le prime riforme adottate da Ottaviano, non a caso, possiamo inserire quella dell’esercito. Egli congedò circa 150.000 veterani, riducendo di molto il numero delle forze militari. Ridusse le legioni dei soldati effettivi da 65 a 25. Fondò, a difesa della persona del princeps, nove coorti di pretoriani (per un totale di 9000 uomini) guidate da un prefetto del pretorio. Aggiunse quattro coorti urbane e otto coorti di “vigili” notturni per proteggere la popolazione dagli incendi, dai furti e da ogni forma di turbamento dell’ordine pubblico. Anche la flotta fu riorganizzata e posta sotto il comando di due prefetti della flotta. Furono create, infatti, due basi permanenti (a Miseno, per il controllo del Tirreno, e a Ravenna per il controllo dell’Adriatico).

Più precisamente, Augusto assunse per sé l’imperio proconsolare maius et infinitum (più esteso di quello che generalmente veniva in passato attribuito a un singolo proconsole e non limitato ad una sola provincia) e la tribunicia potestas. Formalmente, Augusto, in quanto tribuno della plebe, aveva le stesse prerogative degli altri tribuni della plebe. Di fatto, però, Augusto non avrebbe mai potuto subire le limitazioni ed il veto che ogni singolo tribuno poteva assumere da un altro tribuno. La fama di Augusto si accrebbe e sfociò, nelle province orientali, in una vera e propria divinizzazione del princeps. In Occidente questo processo fu assai più lento e graduale, in quanto le popolazioni apparivano assai più restie a concedere onori divini ad un imperatore.

Sul piano delle riforme, cui si è accennato sopra, egli ricercò ed ottenne l’accordo tra l’ordine senatorio e quello equestre. Queste due classi sociali, dunque, si trovarono a dividersi le più importanti cariche: all’ordine equestre vennero assegnate le seguenti magistrature: 1) prefettura del pretorio, 2) prefettura dell’annona, prefettura dei vigili, prefettura della flotta, prefettura d’Egitto. All’ordine senatorio vennero concesse: 1) prefettura urbana (coadiuvata dai vigili e preposta all’ordine pubblico), 2) governatori delle province senatorie (le province imperiali erano governate da uomini di fiducia dell’imperatore), comando delle legioni. Questa suddivisione delle cariche di fatto sanciva la preferenza del princeps per l’ordine equestre, a cui aveva tra l’altro affidato la protezione della stessa sua persona.

Sul piano militare, Augusto puntò ad una stabilizzazione dei confini ed alla instaurazione di un duraturo periodo di pace. Compì delle spedizioni in Val d’Aosta, dolve furono sottomessi i Salassi, in Spagna dove, tra il 26 ed il 19 a.C. Augusto riscosse un ampio successo, in Germania e in Pannonia. Subì, però, una pesantissima sconfitta a Teutoburgo (l’odierna Kalkriese, in Germania nord – occidentale), nell’ottobre del 9 d.C. .

La Germania settentrionale era stata da poco conquistata da Druso e da Tiberio, entrambi figliastri di Augusto. Il governatore Publio Quintilio Varo marciava verso il suo quartiere invernale con ventimila uomini, seguendo il tragitto indicatogli da Arminio, capo dei Cherusci. Questi aveva militato per cinque anni nell’esercito romano. Fidandosi delle indicazioni e delle fedeltà di Arminio, Varo condusse i soldati romani lungo strade in cui erano costretti a marciare su file strette, con le armi riposte, senza inviare esploratori per osservare la situazione del luogo e gli eventuali pericoli. In realtà, Arminio stava tendendo un’imboscata ai Romani, in segno di ribellione contro la soffocante presenza romana in quella regione. Giunti in una strettoia ubicata lungo un territorio collinare e costeggiata da entrambi i lati da zone paludose, i Romani furono improvvisamente colpiti da una pioggia di massi e lance. Subito dopo i germanici di Arminio si lanciarono in massa all’assalto dei legionari romani cogliendoli di sorpresa. Quintilio Varo, per sfuggire alla cattura si tolse la vita.

Svetonio (69 d.C. circa – 130 d.C.) così racconta (I – XXIII): Graves ignominias duas omnino nec alibi quam in Germania accepit, Lollianam et Varianam, sed Lollianam maioris infamiae quam detrimenti, Varianam paene exitiabilem tribus legionibus cum duce legatisque et auxiliis omnibus caesis […] . Adeo denique consternatum ferunt, ut per continuos menses barba capilloque summisso caput interdum foribus illideret vociferans: “Quintili Vare, legiones redde!”.

Subì in tutto due sconfitte: quella di Lollio e quella di Varo. Ma mentre nella prima fu maggiore l’infamia, quella di Varo fu quasi esiziale, essendo state distrutte tre legioni con il loro comandante, i luogotenenti e le truppe ausiliarie. […] Dicono inoltre che (Augusto) fosse tanto sconvolto dal dolore da lasciarsi crescere la barba e i capelli per parecchi mesi e che, talvolta, battendo la testa contro lo stipite delle porte gridasse: “Quintilio Varo, rendimi le mie legioni!”.

(La clades Lolliana a cui Svetonio fa riferimento fece seguito alla disfatta subita dal generale, nel 17 a.C., contro i Sigambri o Sugambri, gli Usipeti e i Tencteri in territorio germanico. La clades Lolliana costò la perdita dell’intera V legione).

La sconfitta di Varo fu pesante anche dal punto di vista politico, in quanto segnò il tramonto del sogno di conquistare il territorio germanico a nord del Danubio e ad est del Reno. Questo fiume venne a costituire una sorta di pomerium germanico, cioè un confine invalicabile, un limes oltre il quale nessun legionario avrebbe potuto e dovuto spingersi.

Fu un pomerium anche dal punto di vista culturale: segnò, infatti, il “confine” tra cultura latina (irradiata nella grande area compresa tra Spagna, Francia e Italia) e cultura germanica.

La successione ad Augusto: la dinastia Giulio – Claudia

Negli ultimi anni del suo principato, Augusto si pose il problema della successione.

Dal pluridecennale matrimonio con Livia non aveva avuto figli maschi. I candidati di volta in volta prescelti morirono.

Così, nel 4 d.C., si trovò costretto ad adottare e a designare come suo successore Tiberio, nato da un precedente matrimonio di Livia con l’aristocratico Claudio Nerone, della gens Claudia.

Per effetto di tale adozione, Tiberio, della gens Claudia, si imparentò con la gens Giulia di Ottaviano. Nacque, in tal modo, la dinastia giulio – claudia che avrebbe esercitato il potere dal 14 al 68 d.C. .

I regnanti di questa linea dinastica furono: Tiberio (14 – 37 d.C.), Caligola (37 – 41 d.C.), Claudio (41 – 54 d.C.), Nerone (54 – 68 d.C.).

TIBERIO (14 – 37 d.C.)

Al contrario di Augusto, che era di famiglia equestre, Tiberio apparteneva, come si è detto, ad una gens aristocratica di grande prestigio.

Investito del ruolo di successore al principato, Tiberio si trovò di fronte ad un bivio. In quanto esponente dell’aristocrazia, egli avrebbe voluto che si ripristinassero in qualche modo la res publica e l’autorità del Senato di fatto scardinate da Augusto.

Accettando il ruolo di princeps, invece, si sarebbe reso “autore” della soppressione definitiva, anche “de iure” dell’antico ordinamento repubblicano; non accettando, tuttavia, avrebbe messo in serio pericolo l’ordine, la stabilità e la pace che con grande fatica Augusto aveva ristabilito nel suo lungo principato.

Così, nonostante le perplessità e le titubanze, Tiberio, nel 14 d.C., salì al potere, ma rifiutò sia il titolo di pater patriae, sia quello di imperator.

Nei primi anni di governo, egli mostrò grande rispetto verso il Senato a cui spesso fece ricorso per le sue decisioni.

Sul piano economico, venne istituita per la prima volta una sorta di banca di credito agricolo destinata a concedere prestiti triennali senza interesse ai piccoli proprietari terrieri. Non mancarono rivolte in Italia e nelle province che Tiberio dovette reprimere nel sangue. In particolare dobbiamo registrare l’insurrezione delle legioni romane stanziate in Pannonia, regione conquistata durante il principato di Augusto, e di quelle stanziate lungo il fiume Reno, in Germania.

Per fronteggiare quest’ultima, Tiberio affidò il comando al nipote Germanico, figlio di suo fratello Druso. L’azione di Germanico fu talmente efficace che, dopo aver ristabilito l’ordine fra le truppe romane, riportò anche una serie di successi contro le popolazioni germaniche tra il 14 ed il 16 d.C., vendicando l’umiliazione di Teutoburgo. La sua fama crebbe notevolmente, sia fra le truppe (che ne “adottarono” come mascotte il figlioletto Caio Cesare Germanico, il futuro Caligola), sia tra la stessa popolazione romana. Germanico progettò anche di combattere nei territori germanici al di là del fiume Elba per estendere la presenza romana.

Ma Tiberio, preoccupato dalla crescente gloria militare e politica di Germanico, timoroso anche del fatto che una politica estera eccessivamente espansionistica avrebbe potuto mettere a rischio la difesa dei confini già acquisiti, richiamò Germanico a Roma, nel 17 d.C., per affidargli il comando di una nuova operazione militare in Oriente, dove occorreva pacificare le popolazioni locali degli Armeni, i Parti ed i Siriaci. Proprio in Siria, ad Antiochia, Germanico morì avvelenato dal governatore Pisone.

Tiberio non fu giudicato estraneo al complotto, anche perché, eliminato Germanico (che egli aveva dovuto adottare su esplicita richiesta di Augusto), avrebbe spianato la strada alla successione al proprio figlio Druso. I sospetti influirono sul suo carattere, già per natura cupo e schivo, al punto da indurlo a distaccarsi dall’azione diretta di governo.

Così, dopo il 20 d.C., Tiberio cominciò a vivere sempre di più nella sua villa di Capri, affidandosi per il governo dell’impero a Lucio Elio Seiano, suo prefetto del pretorio.

Seiano, approfittando dell’assenza del princeps, spadroneggiò nell’Urbe, dando inizio ad una lunga fase di dispotismo e di persecuzioni. In tale clima i pretoriani acquisirono un potere sempre più ampio.

Vane furono le resistenze dell’oligarchia senatoria.

Il Senato si vide progressivamente spogliato di tutte le sue prerogative, che vennero sempre più concentrate nelle mani del princeps o, come nel caso di Tiberio, nelle mani di chi a Roma lo rappresentava, cioè Seiano.

Fu questa la fase che segnò il passaggio dal principato al dominato.

Ritiratosi definitivamente a Capri, Tiberio comunicava le sue decisioni a Roma per mezzo di lettere. Seiano, ritenendosi ormai padrone assoluto di Roma, indotto da un’ambizione sempre più grande di potere, fece avvelenare il figlio di Tiberio, Druso, sbarazzandosi del più potente dei suoi rivali al trono. Fu in questa circostanza che Tiberio decise di liberarsi di Seiano e di farlo uccidere nel 31 d.C. .

Nel 37 d.C. morì anche Tiberio con grande gioia dell’oligarchia senatoria, che in quegli anni aveva subito i tragici effetti delle delazioni e delle repressioni imposte da Seiano, ma anche delle classi popolari, cui la politica di rigore di Tiberio aveva tolto le frumentazioni, le costose feste pubbliche e le elargizioni alle quali in passato erano state abituate.

 

Politica amministrativa ed economica di Tiberio

  • eliminazione abusi nella pubblica amministrazione
  • alleviamento delle condizioni degli agricoltori attraverso una sorta di banca di credito agricolo che forniva prestiti triennali ai piccoli proprietari terrieri senza tassi di interesse
  • ricorso a collaboratori diretti per le varie funzioni economiche ed amministrative, con conseguente esautoramento delle magistrature ordinarie, come quelle dei pretori, dei censori, degli edili.
  • graduale esautoramento delle assemblee politiche che non potevano opporsi alla elezione dei cosiddetti candidati commendati, cioè “raccomandati” da Tiberio
  • riduzione delle assemblee alla semplice funzione di formale approvazione degli atti e dei progetti del principe
  • conferma della prerogativa del Senato in materia di emissione di monete, di amministrazione giudiziaria e di introduzione di nuovi culti religiosi
  • progressivo svuotamento dei poteri effettivi del Senato attraverso la cooptazione di uomini di fiducia del principe

Politica estera e militare

  • politica sostanzialmente difensiva: rinuncia ad ogni ulteriore ampliamento dei confini dell’impero
  • difesa dei confini esistenti
  • Riduzione a provincia della Cilicia e della Cappadocia (Turchia)
  • affidamento al nipote Germanico del comando militare in Germania e, successivamente, in Oriente

Caligola (37 – 41 d.C.)

Tiberio aveva designato come suo successore Gaio Cesare, figlio di Germanico. Questi era definito Caligola dalla caliga, la calzatura militare che fin da ragazzo era solito portare. La sua successione al trono, all’età di 24 anni, fu certamente favorita anche dal grande consenso popolare che aveva avuto il padre Germanico. Nei primi otto mesi del suo governo, Caligola fu abbastanza moderato: mostrò lealtà ai valori dell’antica res publica, sospese i processi di lesa maestà e restituì ai comizi le loro antiche prerogative.

Ma, trascorsi questi primi mesi di governo, cominciò a dare segni di squilibrio, instaurando un clima di terrore e di repressione e commettendo una serie di stranezze, come l’elezione a senatore del suo cavallo. Preparò anche una spedizione in Britannia che non fu, però, mai attuata. Impose il culto della sua persona, introducendo una monarchia assoluta e teocratica di stampo orientale, cui anche il Senato, per paura, dovette piegarsi.

Per queste ragioni furono ordite contro di lui tre congiure, l’ultima delle quali, nel 41 d.C., andò a segno.

 

Secondo triumvirato – età di Augusto

Il secondo triumvirato

Dopo l’uccisione di Cesare i contrasti politici tra i suoi sostenitori ed i suoi avversari si accesero notevolmente. I cesaricidi, tra i quali Caio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, videro deluse le loro aspettative di un appoggio incondizionato da parte del popolo, mentre tra i sostenitori di Cesare particolarmente duro sarebbe stato, di lì a poco, lo scontro tra Marco Antonio e Caio Ottavio, il futuro Ottaviano.

Marco Antonio, che nel 44 a.C. era console, si appropriò dei beni di Cesare e fece ampie elargizioni al popolo, a cui lesse anche le numerose disposizioni favorevoli che Cesare aveva inserito nel suo testamento. Durante la celebrazione dei funerali, tenutisi il 20 marzo, Antonio impiegò parte del patrimonio di Cesare in elargizioni al popolo e pronunziò un’orazione tanto appassionata e ricca di elogi per il dittatore ucciso da sollevare un grande focolaio di protesta del popolo contro i congiurati che furono costretti a rifugiarsi in Grecia.

Intanto Caio Ottavio, un pronipote di Cesare, adottato come figlio e come erede di ampia parte del suo patrimonio, pretese da Marco Antonio la restituzione di quanto gli spettava.

Al suo rifiuto, Ottavio (che assunse il nome adottivo di Caio Giulio Cesare Ottaviano) avvicinatosi alle posizioni del senato e di Cicerone, vendette la restante parte del patrimonio di Cesare, non ancora consumata da Antonio, oltre che il proprio patrimonio, per assolvere agli obblighi del testamento e conquistarsi il favore popolare. Antonio, che ambiva a succedere a Cesare si fece assegnare dai comizi il governo della Gallia Cisalpina che fu tolto al congiurato Decimo Bruto, al quale quel territorio era stato assegnato da Cesare. Lo scontro tra Decimo Bruto e Marco Antonio fu aspro, ma breve, e si concluse a Modena, con la vittoria di Marco Antonio, nel dicembre del 44 a.C…

 

Modena, (Mutina), fu il teatro di un nuovo scontro, nel 43 a.C., tra Ottaviano e Marco Antonio, terminato, questa volta, con la sconfitta di Antonio e la sua fuga in Gallia Narbonese, dove si unì alle truppe di Marco Emilio Lepido, governatore di quella legione.

 

Alla seconda battaglia di Modena, del 43 a.C., si era giunti in seguito alla decisione del senato di inviare Ottaviano contro Marco Antonio, accusato dall’organismo senatorio di complottare contro lo Stato.

Dopo quel fulmineo successo, Ottaviano, a soli venti anni e senza aver ricoperto cariche inferiori, decise di candidarsi al consolato, sperando nell’appoggio del senato. Ma quando quest’ultimo glielo negò, egli, seguendo l’esempio di Silla, marciò su Roma con otto legioni e si fece attribuire la carica consolare dal popolo.

Per suggellare la sua ascesa al potere, si accordò segretamente con Marco Antonio e con Marco Emilio Lepido, ai quali condonò tutte la accuse ed i provvedimenti che erano stati assunti a loro carico.

Nacque così, nel 43 a.C., il secondo triumvirato che venne ad assumere, contrariamente al primo, l’aspetto di una vera e propria magistratura, dal momento che i triumviri avevano il compito di riorganizzare lo Stato (triumviri reipublicae costituendae). Gli accordi che furono alla base della costituzione del nuovo triumvirato prevedevano l’invio di Ottaviano ed Antonio in Oriente, con l’incarico di combattere contro Bruto e Cassio in Grecia, e la permanenza, in qualità di console, di Lepido in Italia.

Il secondo triumvirato si distinse anche per il rinnovo delle proscrizioni di stampo sillano, di cui cadde vittima, con 300 senatori e 3000 cavalieri, lo stesso Cicerone. La strage di un così ampio numero di cittadini fu il prezzo pagato dagli avversari dell’uno o dell’altro triumviro per l’accordo tra uomini politici che in precedenza avevano accanitamente combattuto in schieramenti contrapposti. Ottenuto il rinnovo della carica per un quinquennio, i triumviri si spartirono le province imperiali, assumendo Antonio il comando di quelle orientali, Ottaviano di quelle occidentali e Lepido dell’Africa.

Ottaviano e Antonio affrontarono i repubblicani guidati da Bruto e Cassio a Filippi (in Tracia, al confine con la Macedonia, chiamata così in onore di Filippo il Macedone dal quale era stata ingrandita e fortificata nel 356 a.C.).

Lo scontro terminò con la piena vittoria di Ottaviano e Antonio e con il suicidio di Bruto e Cassio.

A questa battaglia è legata la celeberrima espressione ci rivedremo a Filippi, ancora oggi usata per indicare l’imminenza di una resa dei conti.

Secondo la tradizione, queste parole furono rivolte, in sogno, a Bruto dallo spettro di Cesare alcune notti prima della battaglia di Filippi. La frase è citata anche nella celebre tragedia di Shakespeare (1564 – 1616), intitolata Giulio Cesare, in cui Bruto dapprima si oppone alla congiura contro il dittatore, poi si lascia convincere a partecipare.

(La tragedia si conclude con il suicidio di Bruto e Cassio e con un accenno all’imminente scontro tra Antonio e Ottaviano, che sarà poi più diffusamente narrato nel dramma Antonio e Cleopatra. In questa seconda tragedia, Shakespeare rievoca anche l’ascesa al potere di Ottaviano dopo la sconfitta di Antonio ad Azio, nel 31 a.C.).

Stabilitosi in Egitto, Antonio sposò Cleopatra, prese stabile dimora ad Alessandria e portò avanti una politica da sovrano orientale, assumendo dei comportamenti che offrirono ad Ottaviano, a Roma, facile gioco nel metterlo in cattiva luce presso l’opinione pubblica e presso lo stesso senato.

Fu, difatti, propagata la voce che Antonio volesse fare di Cleopatra la regina di un nuovo impero. Erano i primi segnali di una nuova guerra civile, accelerata, nel 36 a.C.,dalla grande

 

vittoria sui repubblicani guidati da Sesto Pompeo, dalla rimozione di Lepido dal governo dell’Africa e dalla trasformazione del triumvirato in un duumvirato.

Ottaviano poté così scontrarsi direttamente e frontalmente con Antonio che sconfisse ad Azio, sulla costa occidentale della Grecia, il 2 settembre del 31 a.C. . Dopo la sconfitta, Antonio fuggì in Egitto, ma fu inseguito dallo stesso Ottaviano. Antonio e Cleopatra, per evitare la cattura, si uccisero nel 30 a.C. . L’Egitto, formidabile risorsa di grano, divenne un possedimento personale di Ottaviano. Con la morte di Antonio, il duumvirato si trasformò in un principato e si ebbe la fine irreversibile dell’indipendenza dell’Egitto ed il trionfo dell’Occidente sull’Oriente.

Il secolo di Augusto

Dopo il 31 a.C., Ottaviano si trovò ad essere l’unico protagonista della politica romana, nell’ambito della quale venne dunque assumendo la posizione di princeps, di arbitro indiscusso. Egli, forte dell’esperienza di Cesare, caduto vittima di una congiura repubblicana, per aver cercato di calcare eccessivamente la mano nella trasformazione politica della forma di governo, mirò soprattutto a presentarsi come il garante della pace e dell’ordine. Assunse il titolo di imperator. Suo obiettivo principale fu quello di creare un forte potere personale fondato sul controllo dell’esercito, realizzandolo, però, nel rispetto formale, anche se non sostanziale, degli ordinamenti repubblicani che, però svuotò di ogni potere, facendosi attribuire progressivamente le cariche di tribuno, di principe del senato, di censore, di console, di proconsole, di pontefice massimo ed, infine, il titolo di Augusto.

Si affermò, in tal modo, un governo repubblicano nella forma, ma monarchico nella sostanza che gli storici sono soliti definire principato, distinguendo questa fase da quella successiva dell’impero. Augusto governò dal 31 a.C. al 14 d. C., anno della sua morte avvenuta a Nola. Nel 4 d.C., scomparsi tutti i suoi eredi diretti, nominò come suo successore il figliastro Tiberio, figlio della sua terza moglie Livia, che egli adottò  e designò a succedergli.

L’età augustea fu caratterizzata, sul piano politico – militare, da un lungo periodo di pace, tant’ è che, nel 29 a.C., fu chiuso, per la prima volta dopo la prima guerra punica, il tempio di Giano e fu costruita, nel Campo Marzio, l’Ara Pacis. Augusto concluse anche la pace con i Parti, mentre dovette subire una dura sconfitta, nel 9 d.C., a Teutoburgo, a causa del malgoverno di Publio Quintilio Varo. Questi, sorpreso in un’imboscata da Arminio, capo dei Cherusci, fu duramente sconfitto, determinando, così, la fine del sogno di espansione romana a nord del Danubio.

Azione istituzionale, economica e sociale di Augusto

         rispetto formale della tradizione, sostanziale trasformazione dello Stato

         accentramento nelle sue mani delle cariche di tribuno (inviolabilità), console (potere esecutivo), censore (controllo della vigilanza sul censo e sui costumi), pontefice massimo (supremi poteri religiosi), princeps senatus (diritto di prendere per primo la parola nel Senato e di influenzarne le decisioni). Accettò il titolo di “imperator”, non, però, inteso nel senso tradizionale del termine. In genere, infatti, questo titolo era assegnato ai generali nel giorno del trionfo e solo in quella circostanza e subito dopo il trionfo doveva essere deposto.

         Per Augusto il titolo di imperator assunse una caratterizzazione completamente diversa. Non più di carattere transitorio e legato alla sola durata del trionfo, diventava una qualificazionedi carattere permanente, tanto da entrare a far parte del nome stesso della persona. Augusto, infatti, fu  chiamato: Imperator Caesar divi filius Augustus, Augusto Cesare imperatorefiglio del divino (Cesare).

         Riassetto delle finanze pubbliche, con imposizione di tre nuove tasse (sulle successioni notevoli, sulla liberazioni degli schiavi e sulle compravendite) i cui proventi vennero utilizzati per la creazione di un erario militare per stipendiare i soldati che venivano congedati, e valorizzazione dell’agricoltura (attraverso una politica puntata a consentire il ritorno alla vita dei campi delle molte persone che ne erano state allontanate a causa delle guerre).

         Riforma dell’esercito: congedo di oltre 150.000 veterani, riduzione da 60 a 25 legioni, istituzioni di nove coorti di pretoriani con un prefetto del pretorio, riorganizzazione della flotta, posta sotto il comando di due prefetti della flotta e dislocata in diverse basi, tra cui le due permanenti di Miseno e Ravenna, per il controllo, rispettivamente, del Tirreno e dell’Adriatico.

         Rafforzamento dei confini. Divisione dell’impero in province senatorie (affidate ad un proconsole di nomina senatoria) e imperiali (affidate a governatori individuati da Augusto, ed in genere, di estrazione equestre, o poste, sotto il comando dello stesso princeps, al fine di garantirsi un rapporto diretto e, quindi, il controllo dell’esercito). L’Egitto fu considerato dominio personale di Augusto, che ne controllava l’amministrazione attraverso la figura del prefetto dell’Egitto. Questa decisione era motivata dal fatto che l’Egitto era un’indispensabile fonte di grano per le frumentationes, con cui il princeps si assicurava il favore delle plebe romana. Sviluppo delle vie di comunicazione ed istituzione del cursus publicus.

         Periodo di pace offuscato dalla sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C.

         Mecenatismo culturale come organizzazione del consenso.

 Politica culturale e religiosa di Augusto

         Richiamo agli antichi valori repubblicani. Augusto colpì il lusso eccessivo con la legge suntuaria (da sumptuarius, derivato a sua volta da sumo, is, sumpsi, sumptum, sumere = prendere, spendere).

         Esaltazione dell’attaccamento alla famiglia e ai valori del matrimonio.

         Promozione della riscoperta delle origini di Roma e della sua leggendaria grandezza.

         Promozione delle arti, della letteratura e della cultura in generale. Augusto si avvale di grandi autori come Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio, ecc per la diffusione della sua politica culturale e di restaurazione morale. Attraverso il Circolo di Mecenate, il principe offre protezione ai grandi scrittori, dai quali viene spesso ricambiato con una più o meno esplicita esaltazione della sua politica di pace e di rinnovamento etico e culturale. Lo storico Tito Livio celebra nella sua monumentale opera la grandezza della Roma repubblicana destinata a consolidarsi e a rinnovarsi sotto Augusto. Virgilio, nelle Georgiche, esalta l’importanza dell’agricoltura e, nell’Eneide, celebra i valori della pìetas incarnati da Enea e nei quali il popolo romano tutto doveva identificarsi. 

         Rilancio dei culti religiosi tradizionali.

         Introduzione di un culto imperiale in Oriente, con templi e sacerdoti consacrati ad Augusto.

 

Cesare e Pompeo

ASCESA DI CESARE E PRIMO TRIUMVIRATO

Nel 61 a.C. rientrava dalla Spagna, dove aveva esercitato la carica di propretore, Caio Giulio Cesare. Egli apparteneva alla gens Iulia, una delle più antiche e nobili famiglie romane. Aveva militato tra le file dei mariani sia per fare carriera, sia per ostacolare il dominio oligarchico del senato. Tornato a Roma, Cesare fu mosso dall’intenzione di proporsi come candidato per il consolato. Al diniego del Senato, per assicurarsi la vittoria, Cesare si procurò l’appoggio dei due uomini più influenti del tempo: Pompeo e Crasso. A Pompeo garantì che avrebbe dato seguito alle richieste negate l’anno precedente dal Senato, a Crasso promise vantaggi economici per gli equites nella riscossione delle imposte nelle province. Nacque il primo triumvirato: si trattava di un accordo privato, più che di una vera magistratura, fra tre persone per la spartizione del potere. Tale accordo fu formalizzato nel 60 a.C. attorno ai seguenti punti: 1) elezione di Cesare a console nel 59 a.C.; 2) approvazione di una nuova legge per la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo e ratifica delle decisione assunte da quest’ultimo in Oriente dopo la vittoria su Mitridate; 3) riduzione di un terzo del canone di appalto per la riscossione delle imposte in Asia, come richiesto da Crasso. Cesare, tuttavia, mirava ad accrescere il suo prestigio militare allo scopo di procurarsi un esercito proprio e di ottenere il favore popolare. Pertanto, chiese ed ottenne l’assegnazione per cinque anni consecutivi, come proconsole, del governo della Gallia Cisalpina e Narbonese e dell’Illirico. Nel 58 a.C., partì alla volta della Gallia, non prima di aver fatto allontanare Marco Porcio Catone (inviato come propretore a Cipro, dove rimase fino al 56 a.C.) Cicerone (condannato all’esilio)[1].

La scelta di Cesare ricadde sulla Gallia Narbonese, in particolare, perché essa confinava con il vasto territorio della Gallia transalpina, che comprendeva la Francia attuale, il Belgio e l’area germanica della riva sinistra del Reno. Altrettanto strategica fu la scelta della Gallia Cisalpina. Su questo versante, infatti, le minacce degli Elvezi ai confini della provincia consentirono a Cesare di intervenire rapidamente. L’intesa tra Cesare, Pompeo e Crasso, infatti, fu rafforzata nel 56 a.C. con l’accordo di Lucca: Pompeo avrebbe ottenuto il comando delle province iberiche, Crasso quello della provincia di Siria, Cesare guadagnò il prolungamento del suo mandato in Gallia per altri cinque anni.

Nel giro di alcuni anni la Gallia fu completamente  sottomessa con la vittoria riportata nel 52 a.C. da Cesare su Vercingetorige nella battaglia di Alesia. [2]

Nei due anni seguenti, Cesare consolidò le sue posizioni sottomettendo totalmente la Gallia. Egli perpetuò il ricordo delle sue imprese e del suo trionfo nell’opera De bello Gallico.[3]

Guerra civile tra Cesare e Pompeo

L’ incontro a Lucca consolidò l’accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso, sancendo la divisione delle province per cinque anni fra i tre comprimari della politica romana. Tuttavia, la morte di Crasso in Mesopotamia, a Carre, nel 53 a.C., ma soprattutto la prematura scomparsa di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, ebbero effetti devastanti sull’equilibrio politico. Il triumvirato aveva, infatti, evitato la riproposizione di un nuovo scontro tra due grandi personalità come era già accaduto al tempo di Mario e Silla. Con la scomparsa di Crasso, invece, Cesare e Pompeo si trovarono a condividere il potere e lo scontro tra i due divenne inevitabile. La tensione si acuì inevitabilmente dopo la morte di Giulia che costituiva l’ultimo grande legame tra i due. In un contesto sociale caratterizzato da tumulti e spargimenti di sangue, il Senato affidò, nel 52 a.C., a Pompeo l’incarico di consul sine collega, conferendogli una forma di dittatura denominata, però, con un nome differente. Pompeo si schierò, dunque, con il Senato e ciò mise in allarme Cesare, soprattutto dopo l’approvazione da parte del Senato della revoca a Cesare del comando militare in Gallia e dopo l’intimazione a tornare in patria da privato cittadino, per evitare di essere dichiarato nemico della patria.

Cesare varcò il Rubicone, alla testa del suo esercito, nel 49 a.C., dando inizio alla guerra civile che durò ben quattro anni. Preso alla sprovvista, Pompeo, impaurito, fuggì a Brindisi, insieme a molti senatori ed ai consoli Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello. Da Brindisi Pompeo si diresse in Epiro, dove organizzò un esercito di ben undici legioni ed una flotta di 600 navi, e di lì giunse in Grecia.

 

A Roma, intanto, Cesare divenne padrone assoluto e riuscì a convincere i senatori che non avevano lasciato la città a passare dalla sua parte. Da Roma organizzò una spedizione in Spagna, dove sbaragliò rapidamente le truppe pompeiane ivi stanziate. Subito dopo, mosse alla volta della Grecia. Lo scontro decisivo avvenne a Farsàlo, in Tessaglia, nel 48 a.C. e si risolse con una strepitosa vittoria di Cesare. Pompeo si rifugiò in Egitto, presso Tolomeo  che, tuttavia, lo fece assassinare e decapitare, per ingraziarsi il favore di Cesare. Ma Cesare fece destituire Tolomeo dal trono che affidò alla sorella Cleopatra (marzo del 47 a.C.).  Prima di rientrare in Italia sconfisse Farnace, figlio di Mitridate VI, a Zela (oggi Zile, in Turchia), ottenendo una vittoria così rapida (in soli cinque giorni) che inviò la notizia al Senato con la frase veni, vidi, vici. Farnace aveva cercato di ribellarsi ai Romani che controllavano il Ponto, spinto dalla volontà di ricostituire il regno paterno.

 

I pompeiani superstiti, tra cui Gneo e Sesto Pompeo (figli del generale sconfitto) e Marco Porcio Catone Uticense (pronipote del censore Catone) si erano intanto organizzati in Africa, dove si erano alleati anche con Giuba, re di Numidia, figlio di Iempsale II. In Africa le forze dello schieramento senatoriale, guidate da Quinto Cecilio Metello Scipione e da Giuba si scontrarono con l’esercito di Cesare, che ebbe un nettissimo sopravvento, a Tapso (odierna Ras Dimas, in Tunisia), il 6 febbraio del 46 a.C.

 

 

La tradizione narra che l’esercito di Cesare avesse ucciso circa 10.000 soldati dello schieramento dei Pompeiani che, peraltro, avrebbero voluto arrendersi a lui. Questa notizia contrasta con la fama di Cesare, noto come generoso nel gestire le vittorie, soprattutto nei confronti dei nemici catturati. Si pensa, però, che Cesare avesse avuto un attacco epilettico durante la battaglia e che, pertanto, non avesse il pieno controllo dell’esercito e dei suoi soldati quando fu compiuta la carneficina. Dopo aver assediato ed espugnato Tapso, Cesare conquistò Utica, dove si trovava Catone con le sue truppe. Catone, per non cadere nelle mani dell’avversario, si tolse la vita, morendo da eroe.[4] Secondo Plutarco, Cesare, appresa la notizia della sua morte, avrebbe esclamato: “Catone, ti invidio la tua morte, come tu hai invidiato che io potessi salvarti la vita”.

Le due vittorie a Tapso e ad Utica consegnarono l’Africa a Cesare. Tuttavia i figli di Pompeo ed altri pompeiani si rifugiarono in Spagna. Qui, il 7 marzo del 45 a.C., a Munda, nel sud della Spagna si svolse l’ultima grande battaglia. Morirono il generale Tito Labieno e Gneo Pompeo (il figlio maggiore di Pompeo). Cesare tornò da trionfatore a Roma, dove assunse il titolo di dittatore perpetuo. Dopo la vittoria di Munda, Cesare conquistò alla sua causa altre regioni della Spagna che in precedenza avevano giurato fedeltà ai seguaci di Pompeo e alla causa repubblicana.

Età di Cesare

Con la pacificazione della Spagna, Cesare si ritrovò praticamente senza avversari e a Roma, sempre nel 45 a. C., assunse il titolo di dittatore, come si è già detto. Si fece anche nominare tribuno della plebe, garantendosi le prerogative tribunizie dell’inviolabilità e del diritto di veto, nonché pontefice massimo. Concentrò, di fatto, nelle sue mani tutti i poteri di un re.

L’anno seguente, il 15 marzo, Cesare fu assassinato dai repubblicani guidati da Bruto e Cassio. Ormai, però, la res publica era destinata a tramontare. Ad approfittare della situazione, come vedremo, sarà il nipote di Cesare, Caio Ottavio, poi divenuto Ottaviano Augusto.

Riforme di Cesare

Le riforme di Cesare investirono l’aspetto giuridico, l’aspetto economico, il campo sociale, le colonie.

In campo giuridico: cercò di rafforzare l’autorità dello Stato assecondando gli interessi di tutte le classi sociali. Deliberò che fosse punito il delitto politico e la condanna a morte di un cittadino senza regolare processo.       

In campo economico: promosse le attività agricole, industriali e commerciali e puntò a risanare le finanze dello Stato.

In campo sociale: riprese la politica riformatrice dei Gracchi, distribuendo terre ai soldati veterani e ai cittadini meno abbienti. Protesse la piccola proprietà terriera contro il grande latifondo, impiegò le masse dei disoccupati in grandi opere pubbliche. Razionalizzò il sistema delle distribuzioni pubbliche di grano, facendo in modo che ne usufruisse solo chi ne avesse avuto veramente bisogno, dimezzando, a tal fine, il numero di coloro che potevano disporne. Garantì a molti proletari una dignitosa sistemazione fuori Roma in colonie appositamente fondate.

In campo politico – amministrativo: puntò a rafforzare l’ordine pubblico; inviò  80.000 cittadini nelle colonie anche al fine di ripopolare le campagne, ma soprattutto per romanizzare le province. Promulgò la Lex Iulia municipalis per l’amministrazione dei municipi italici (….); aumentò il numero dei magistrati; portò da 600 a 900 il numero dei senatori, facendo entrare in questo consesso molti uomini di sua fiducia; fece conferire la cittadinanza romana a molti abitanti delle province, nell’ottica di una sempre maggiore integrazione tra Roma e le province. Infine, riformò il calendario (da lui detto giuliano), aggiungendo 10 giorni ai 355 già previsti con l’inserimento di un giorno in più (quello bisestile) ogni quattro anni.

Gravi errori furono, però, commessi da Cesare in campo istituzionale.

Convinto com’era, infatti, dell’esigenza di un forte rinnovamento delle istituzioni e, soprattutto, della necessità di un governo forte ed unitario, concentrò nelle sue mani tutto il potere, trasformando la dittatura decennale, conferitagli dal Senato nel 47 a.C., in dittatura vitalizia e appropriandosi del titolo di imperator, che prima spettava, in ambito militare, solo ai generali e solo nel momento del loro trionfo. Ne scaturì un forte ed esasperato svuotamento delle vecchie istituzioni repubblicane che mise in allarme i sostenitori della tradizione repubblicana. Per questa ragione, fu organizzata una congiura contro il dittatore, guidata da Caio Cassio Longino ed il figliastro di Cesare Marco Giunio Bruto, che avevano sostenuto la causa pompeiana ed erano poi stati perdonati da Cesare.

Il 18 marzo del 44 a.C. Cesare sarebbe dovuto partire per una spedizione contro i Parti per vendicare l’uccisione di Crasso. Per il 15 marzo, tre giorni prima della partenza, era fissata l’ultima seduta pubblica del Senato, a cui Cesare decise di partecipare, nonostante gli fossero giunte voci e premonizioni che facevano ipotizzare una congiura. In quella circostanza Cesare fu colpito da ventitré pugnalate, simbolicamente proprio ai piedi della statua di Pompeo.


[1] Nel 58 a.C. il tribuno della plebe Clodio Pulcro, ostile al grande oratore per un precedente processo intentato contro di lui per sacrilegio, aveva fatto approvare, su sollecitazione di Cesare, una legge con la quale si condannava all’esilio chiunque avesse fatto condannare a morte un cittadino senza il beneficio della provocatio ad populum. Il provvedimento ebbe valore retroattivo e colpì lo stesso Cicerone. In realtà, si trattò di un’abile mossa politica di Cesare, realizzata attraverso Clodio, per allontanare da Roma un potenziale avversario politico, prima della sua partenza per la Gallia.

La provocatio ad populum era una delle istituzioni fondamentali del diritto pubblico romano, in particolare nel periodo repubblicano. Essa fu introdotta dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C.. La legge prendeva il nome dal console Publio Valerio Publicola (560 – 503 circa a.C). Il soprannome Publicola, talvolta sostituito dalle forme grafiche Poplicola o Poplicula,  significava amico del popolo. La provocatio ad populum ammetteva la possibilità, per chi fosse stato condannato a morte, di ottenere la trasformazione della pena capitale in altra pena mediante il giudizio popolare. Scomparve definitivamente nel periodo dell’impero.

[2] l’attuale Alise Sainte Reine in Borgogna in Francia centro – occidentale.

[3] I Commentarii de bello Gallico descrivevano le operazioni militari in Gallia. Si compongono di otto libri, di cui sette sicuramente attribuibili a Cesare. L’ultimo fu scritto da Aulo Irzio, luogotenente di Cesare in Gallia.

Nei Commentarii de bello civili, invece, Cesare espose, in tre libri, i primi due anni dello scontro con Pompeo, dal passaggio del Rubicone alla sconfitta di Pompeo a Farsalo ed alla sua fuga in Egitto.

[4] La figura di Catone l’ Uticense assunse, fin dall’ antichità le proporzioni di un simbolo universale. La sua azione politica e la sua statura morale vennero esaltate, nel I secolo d.C., dal poeta Marco Anneo Lucano, nell’opera intitolata Pharsalia (o  Bellum civile), dove l’Uticense assurge a simbolo di fedeltà eroica e di libertà politica difese strenuamente, fino al gesto estremo del suicidio.

Nel Medioevo Catone, in quanto uomo giusto, severo, pio e coerente, divenne simbolo della libertà spirituale dell’uomo dalla schiavitù del peccato. Dante lo pose a custodia del Purgatorio, di quel regno, cioè, in cui le anime si liberano della loro condizione di peccato per poi divenire degne di accedere al Paradiso. In virtù della presenza di Catone, il Purgatorio diventa il regno della libertà. Non a caso Virgilio, per propiziare l’assenso di Catone al proseguimento del viaggio di Dante: Or ti piaccia gradir la sua venuta: / libertà va cercando, ch’è sì cara, / come ben sa chi per lei vita rifiuta. / Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara / in Utica la morte … (Purgatorio, I vv. 70 – 74).

Anche Dante, dunque, cercherà, infatti,  quella libertà per la quale Catone aveva sacrificato la sua vita. Una libertà morale che comprende anche la libertà politica e che si esprime attraverso la coerenza dei gesti e delle azioni.

 

Pompeo e Crasso

Pompeo e Crasso

La morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C., non placò i contrasti e le tensioni che scuotevano la società romana.

Dopo la scomparsa di Mario, molti suoi sostenitori si erano rifugiati in Spagna ed avevano ricostituito le loro forze attorno a Quinto Sertorio, un ex ufficiale di Mario che, tra l’ 83 e l’ 80 a.C., aveva istituito un governo autonomo con il consenso delle popolazioni locali. Nel 76 a.C. il Senato inviò in Spagna Pompeo Magno, di nobile famiglia italica[1], distintosi come luogotenente di Silla nella guerra civile contro Mario. Sertorio vinse più volte contro le truppe di Pompeo, prevalendo militarmente con le sue azioni di guerriglia sulla tattica troppo avventata e spregiudicata dell’avversario. Tuttavia, fu tradito da Marco Perperna, il suo maggiore collaboratore. Nel 72 a.C., quindi, Sertorio fu avvelenato durante un banchetto. In quello stesso anno la Spagna rientrò sotto il controllo romano.

                                       

Spartaco e la rivolta degli schiavi

In Italia Pompeo, insieme a Marco Licinio Crasso, affrontò le ultime fasi di una grave rivolta scoppiata nel 73 a.C.: quella degli schiavi e dei gladiatori. Questi ultimi erano schiavi di guerra e venivano costretti a combattere, per il divertimento del pubblico, nei ludi gladiatori o contro gli animali.

Questo nuovo fronte di guerra era iniziato con l’insurrezione degli schiavi della scuola di gladiatori di Capua contro le disumane condizioni di vita imposte loro dal lanista Lentulo Battiato.

Alla guida della rivolta si era posto Spartaco, uno schiavo proveniente dalla Tracia. Agli schiavi ribelli si erano uniti anche molti uomini liberi, scontenti delle loro condizioni economiche e, tra questi, in particolare, i piccoli contadini italici. L’esercito degli insorti, già forte di settantamila uomini, raggiunse le centocinquantamila unità. Spartaco inizialmente riportò diversi successi. Nel 71 a.C., però, i ribelli furono sconfitti da otto legioni guidate da Crasso in una battaglia combattutasi presso il fiume Sele, nella quale morirono 60.000 schiavi e lo stesso Spartaco. Sorte peggiore toccò a 6000 prigionieri che vennero crocefissi lungo la via Appia. Alla vittoria finale concorse anche Pompeo che stava tornando con le sue truppe dalla Spagna.

 

 

 

 

Il consolato di Pompeo e Crasso

I successi militari resero Pompeo e Crasso gli uomini più influenti della scena politica romana. Tra i due vi era una naturale rivalità politica: il primo, infatti, discendeva da una nobile famiglia del Piceno, il secondo, invece, era un importante esponente degli equites. Il Senato sperava che i due esponenti si combattessero e si neutralizzassero a vicenda. Ma così non fu: anzi, Pompeo e Crasso si allearono e si candidarono insieme al consolato per il 70 a.C., nonostante Pompeo non avesse ricoperto alcuna magistratura del cursus honorum.[2] Per guadagnare il consenso della plebe e di quei nobili moderati che si erano schierati contro Silla, Pompeo e Crasso, durante il consolato, smantellarono le leggi Cornelie, ripristinarono il potere di veto dei tribuni della plebe, il ruolo dei cavalieri nei tribunali, la censura abolita da Silla, nonché il ruolo degli equites nel sistema tributario delle province asiatiche. Allo scadere del mandato, Pompeo visse da privato cittadino fino al 67 a.C., quando gli venne conferito l’imperium infinitum per tre anni delle operazioni militari contro i pirati che infestavano le coste della Cilicia e del Mediterraneo, rendendo difficili i traffici marittimi da Roma e per Roma. Gli furono sufficienti solo tre mesi per porre fine alle incursioni dei pirati.

 

 

 

 

Nuova guerra mitridatica

Nel 66 a.C. Pompeo ottenne il comando di una seconda guerra contro Mitridate Eupatore. Il sovrano del Ponto si era impadronito del vicino regno di Bitinia, dopo che il re Nicomede III, morto nel 74 a.C. senza figli, aveva lasciato il regno in eredità al popolo romano.

Già nel 68 a.C. Roma aveva inviato delle truppe al comando di Lucio Licinio Lucullo. Questi, però, fu costretto ad abbandonare il comando per una insubordinazione dei suoi soldati. L’azione di Pompeo fu ancora una volta risolutrice, sia sul piano militare, sia su quello diplomatico. Su questo fronte, infatti, egli riuscì a dividere Mitridate e Tigrane, il re dell’Armenia che si era precedentemente alleato con l’Eupatore. Pompeo ottenne la vittoria definitiva nel 66 a.C., presso il fiume Halys, nell’odierna Turchia.

Tra il 64 ed il 62, Pompeo rese il Ponto, la Cilicia e la Siria province romane, mentre l’Armenia, la Cappadocia, la Galazia, la Colchide e la Giudea divennero stati vassalli di Roma. La Giudea era stata inglobata, dopo la morte di Alessandro Magno, nel Regno di Siria. Si era liberata dal giogo siriaco nel 168 a.C., sotto la dinastia degli Asmonei che avevano guidato la rivolta giudaica contro i Seleucidi.

 

Situazione a Roma durante l’assenza di Pompeo: la congiura di Catilina

Intanto, a Roma, corruzione e malcontento serpeggiavano un po’ dovunque. In questo contesto maturò la congiura di Catilina (108 – 62 a.C).

Lucio Sergio Catilina era nato da nobile famiglia nel 108 a.C. e aveva mosso i primi passi della sua carriera politica nelle file dei seguaci di Silla, dimostrando una grande brama di potere. Catilina aspirava al consolato, anche nella speranza di risolvere problemi economici personali. Una sua prima candidatura, nel 65, fu bocciata dal Senato perché sulla sua fedina penale gravava una denuncia per guadagni illeciti. Partecipò, quindi, ad un primo tentativo di congiura, che puntava all’assassinio dei consoli in carica quell’anno, cioè Lucio Manlio Torquato e Lucio Aurelio Cotta, ma questo piano eversivo fallì. Nel 63 Catilina si candidò nuovamente al consolato, appoggiato dalla plebe romana e da vecchi seguaci di Silla, poi caduti in disgrazia. Alla base del suo programma vi era la promessa di una più equa ripartizione delle terre dell’ager publicus e dei bottini di guerra. Ma fu sconfitto dal più grande oratore romano, Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a.C.). Catilina accusò Cicerone di brogli elettorali ed organizzò una nuova congiura. Cicerone, scoperte le prove dei piani di Catilina, lo accusò pubblicamente in Senato, pronunciando le orazioni passate alla storia con il nome di Catilinarie. Fece arrestare molti congiurati e li fece giustiziare illegalmente, senza concedere loro il beneficio della provocatio ad populum. Catilina ripiegò verso l’Etruria dove continuò a combattere, allestendo un proprio esercito. Morì eroicamente a Pistoia, nel 62 a.C., nel corso degli scontri con l’esercito romano.

Come Caio Mario, anche Cicerone era un homo novus della politica romana. Egli, però, non fu un generale, ma un uomo di cultura e sosteneva gli ideali e gli interessi della nobiltà senatoria. Forte del grande prestigio personale acquisito, Cicerone cercò di promuovere un progetto politico fondato sulla concordia ordinum, cioè sull’accordo di tutti i ceti sociali e di tutte le fazioni politiche. L’oratore aveva individuato in Pompeo la figura più adatta per realizzare questo disegno. Tuttavia molti esponenti della classe senatoria diffidavano di Pompeo, timorosi che egli mirasse ad un potere personale e dispotico.

Il ritorno di Pompeo a Roma

Pompeo tornò dall’Oriente nel 62 a.C.. Giunto a Brindisi, aveva chiesto di poter entrare trionfalmente a Roma con il suo esercito, ma il Senato oppose un deciso rifiuto, dal momento che ciò avrebbe violato la norma sillana relativa al pomerium. Pompeo, contrariamente alle aspettative congedò l’esercito e si avviò verso Roma accompagnato solo da una folla di civili. A Roma, però, dovette subire un altro rifiuto del Senato. Questa volta il generale si vide negare la ratifica di tutti gli ordinamenti politici introdotti in Asia, delle alleanze, nonché della concessione del secondo consolato e  della distribuzione di terre per i suoi veterani. Fu in seguito al rifiuto opposto dal Senato che Pompeo passò dalla parte dei cavalieri e dei populares.


[1] Gneo Pompeo Magno (106 – 48 a.C.) apparteneva alla gens Pompeia, di tradizione rurale e plebea che solo da pochi decenni aveva raggiunto il lignaggio della nobiltà. Suo padre, Pompeo Strabone, era stato il primo della sua famiglia ad accedere, come homo novus, ai gradi più alti del cursus honorum romano. Era diventato console nell’89, durante la guerra sociale. In quel contesto si era distinto nella lotta contro gli alleati italici del Nord e del centro dell’Italia. Si era fatto inoltre promotore, sempre nell’ 89, della Lex Pompeia de Transpadanis, che prevedeva la concessione del diritto latino ai Transpadani. Il diritto latino (in latino: ius Latii o Latinitas o Latium) era una condizione giuridica intermedia tra lo stato di non cittadino e la piena cittadinanza romana. Secondo alcuni studiosi, fu proprio Strabone  a proporre a Roma di estendere il diritto latino anche ad altri alleati italici.

[2] Il cursus honorum prevedeva, come tappe iniziali, la questura, l’edilità e la pretura. Poteva diventare tribuno della plebe chi fosse già stato questore  ed edile. Gli ex consoli potevano accedere alla censura o alla dittatura.

Il primo passo era quello di Questore (quaestor). I candidati dovevano avere almeno 30 anni. I patrizi potevano anticipare la loro candidatura di due anni, per questa come per la altre cariche. I questori si occupavano dell’ amministrazione finanziaria di Roma oppure si ponevano al seguito dei governatori. L’elezione a questore comportava automaticamente l’accesso al Senato.

A 36 anni, gli ex questori potevano candidarsi  per la carica di Edile (aedilis). Gli edili erano solitamente due patrizi e due plebei. Questo passaggio era facoltativo.

I Pretori (Praetor) dovevano aver compiuto almeno 39 anni. Principalmente avevano responsabilità giudiziarie a Roma. Tuttavia potevano anche comandare una legione e avere l’incarico di governare, alla fine del loro mandato, province non assegnate ai consoli.

La carica di Console (consul) era la più prestigiosa e la più importante di tutte. L’età minima per accedervi era di 42 anni (con la riforma di Augusto fu abbassata a 33 anni). I nomi dei due consoli eletti identificavano l’anno. I consoli erano responsabili dell’azione politica, del comando di eserciti di grandi dimensioni e governavano, alla fine del loro mandato, province importanti. Un secondo mandato come console poteva essere tentato solo dopo un intervallo di 10 anni.

L’ufficio di Censore (censor) era l’unico con una durata di diciotto mesi anziché dodici. I censori venivano eletti ogni cinque anni ed erano responsabili dello vita morale dello Stato. Selezionavano i membri del Senato e potevano decretarne l’espulsione, la causa più frequente era l’indebitamento eccessivo di un membro del Senato. Si occupavano anche dei grandi lavori pubblici.

La carica di Tribuno della plebe era un passo importante nella carriera politica di un plebeo, anche se non faceva parte del cursus honorum. La sua rilevanza era dovuta all’assoluta inviolabilità della sua persona (tale norma sacra fu violata solo nella circostanza dell’assassinio di Tiberio  Gracco).

Altre importanti cariche Romane, al di fuori del cursus honorum, erano il Governatore (gubernator) (Proconsole), il Pontefice massimo (pontifex maximus), ed il Princeps senatus (presidente del Senato).

 

Mario e Silla

Guerra contro Giugurta e ascesa di Mario

Il regno di Numidia, corrispondente all’attuale Algeria orientale, era stato scosso da un’aspra lotta di potere dopo la morte del re Micipsa, tradizionale alleato di Roma. Questi aveva due figli, Aderbale ed Iempsale, ed un nipote, Giugurta, ai quali aveva lasciato in eredità il regno. Giugurta non volle condividere il trono con i cugini: appoggiato dall’aristocrazia romana, nel 112 a.C., si impadronì del potere, uccise Iempsale e provocò la fuga di Aderbale. Inoltre, occupò la capitale Cirta (corrispondente all’odierna Costantina, ad est di Algeri) e massacrò insieme alla popolazione locale ed un nutrito gruppo di mercanti italici e romani che svolgevano le loro attività in quella regione. Nonostante questo grave episodio,  il Senato fu, inizialmente, riluttante a reagire, anche perché in quello stesso periodo l’Italia settentrionale era minacciata dalle aggressioni dei Cimbri e dei Teutoni, popolazioni di area germanica. Gli equites, tuttavia, fecero pressioni sull’aristocrazia senatoria dando vita ad una forte mobilitazione delle masse popolari. Il tribuno della plebe Caio Memmio accusò il Senato di non voler combattere contro Giugurta perché corrotti dal suo denaro. Per tutte queste ragioni, il Senato fu costretto a dichiarare guerra a Giugurta.

Il conflitto iniziò nel 111 a.C., ma nella prima fase le operazioni militari furono mal gestite, al punto che i populares accusarono gli aristocratici di essersi lasciati ancora una volta corrompere dall’oro giugurtino.

Infatti, le truppe romane, guidate del console Lucio Calpurnio Bestia, invasero nel 111 a.C. il territorio di Giugurta Il console, però, venne rapidamente a patti con i nemici, anche per ragioni tattiche e militari, dal momento che la fanteria pesante dei Romani non fu in grado di fronteggiare l’assalto della cavalleria leggera dei Numidi.

 

Nel 110 a.C., la guerra continuò sotto la guida del console Spurio Postumio Albino, ma anche in questo caso in modo assai poco efficace. Questi fu, pertanto, sostituito dal fratello Aulo Postumio Albino.

Aulo fu sconfitto e l’esercito romano fu costretto a passare sotto le lance incrociate. Questa  pesante umiliazione, che richiamava alla memoria l’episodio delle forche caudine, offrì ai populares nuovi argomenti di lotta politica. Il tribuno Gaio Manilio fece istituire un tribunale speciale, affidato a giudici scelti tra le file degli equites, e riuscì a far processare e condannare molti senatori per corruzione. Una prima svolta si ebbe nel 109 a.C. con il console Quinto Cecilio Metello. Questi conquistò anche la capitale Cirta e sconfisse il re.

 

La svolta decisiva al conflitto fu impressa da Caio Mario. Questi fu eletto console per la prima volta nel 107 ed ottenne dal popolo l’affidamento della direzione della guerra. Mario, aiutato dal suo questore Lucio Cornelio Silla, condusse a buon fine le operazioni militari, anche grazie all’alleanza con Bocco re della Mauritania (odierni Marocco e Algeria occidentale) e catturò Giugurta, conducendolo, nel 105, prigioniero a Roma, dove fu giustiziato l’anno seguente.

 

Sallustio (86 – 35 a.C.), nella sua opera intitolata Bellum Iugurthinum, analizza le cause e le vicende di questo conflitto. Ecco che cosa dice in un passo della sua monografia:

La guerra contro Giugurta: le cause

(5, 1 – 3)

 

Sto per narrare la guerra che il popolo romano ha combattuto con il re dei Numidi Giugurta, in primo luogo perché fu duratura, sanguinosa e con alterne vicende, poi perché allora per la prima volta si combatté contro la superbia della nobiltà. E questo conflitto  destabilizzò le leggi divine ed umane e giunse a tal punto di furore che alle passioni civili seguirono la guerra e la devastazione dell’Italia. Ma prima di iniziare questa narrazione  riprenderò fatti precedenti affinché tutte le cose più importanti risultino sempre più evidenti.

 

Sallustio, in pratica, afferma che le ragioni che lo hanno spinto a raccontare la guerra giugurtina sono due: 1) l’atrocità e la durata del conflitto; 2) la caratterizzazione della guerra come scontro tra nobili e populares.

 

Tuttavia, l’interpretazione di Sallustio, centrata esclusivamente su criteri moralistici,  offre una ricostruzione solo parziale delle ragioni che furono alla base sia della riluttanza dei nobili romani, sia delle pressioni, sul versante politico opposto, dei mercanti e dei populares.

 

La nobilitas senatoria, maggiormente impegnata nella gestione del latifondo e della proprietà terriera, non era interessata ad una ulteriore politica espansionistica in Africa, anche perché, come sappiamo, i confini della Penisola erano minacciati dai Cimbri e dai Teutoni. Pertanto, essa riteneva secondario lo scontro con Giugurta, indipendentemente  degli episodi di corruzione che effettivamente ci furono.

 

Al contrario, i ceti mercantili e finanziari vedevano nell’Africa settentrionale (e soprattutto nella sua posizione strategica sul mare) una regione di straordinaria importanza per la conduzione delle loro attività economiche. Inoltre, i territori africani avrebbero potuto essere sfruttati per la deduzione di nuove colonie e si sarebbe potuto far fronte, in tal modo, sia al problema della eccessiva concentrazione di abitanti nelle città italiche, sia all’esigenza di offrire ai nuovi poveri un possibile sbocco economico attraverso la concessione di nuove terre da coltivare.

 

 

CAIO  MARIO (157 a.C. – 86 a.C.)

 

Nel panorama politico e sociale di Roma, Caio Mario costituì una novità assoluta. Rappresentò, infatti, un esempio emblematico di quello che potremmo definire un homo novus, un “uomo nuovo”, un “self made man”, un plebeo asceso alla massima carica della Res publica senza aver avuto, nella propria famiglia, dei predecessori.

 

La vittoria contro Giugurta fu per Caio Mario un vero e proprio trampolino di lancio per la sua ascesa politica e militare.

 

Mario, inoltre, prima di partire per l’Africa, aveva attuato, forte del consenso popolare, una riforma dell’esercito che aveva sancito la possibilità di arruolarsi su base volontaria, senza alcun limite per il reddito, consentendo, in tal modo, l’accesso anche ai nullatenenti. Si avvalsero di questa riforma soprattutto i cittadini che appartenevano alle ultime classi sociali, che vedevano nell’impegno militare e nei bottini di guerra un modo per risollevare le proprie condizioni economiche.

 

Nasceva, con tale riforma, un vero e proprio esercito di mestiere, costituito da soldati stipendiati da un generale. Un esercito siffatto, però, si sarebbe fondato non più sull’obbedienza dei soldati allo Stato, ma al singolo generale e ciò avrebbe spianato la strada alle future guerre civili.

 

La popolarità di Mario aumentò ulteriormente, in seguito alle vittorie da lui riportate contro i Cimbri ed i Teutoni tra il 102 ed il 101 a.C. .

 

I Cimbri, nel 105 avevano sbaragliato un grosso esercito romano ad Arausio (Orange), nella Gallia Narbonese, infliggendo  ai Romani quella che fu definita la più grande sconfitta militare dopo la battaglia di Canne. I Cimbri avrebbero potuto agevolmente attraversare le Alpi e dilagare in Italia. Tuttavia, essi desistettero da tale proposito temendo che tale percorso potesse rivelarsi irto di ostacoli e che la stessa potenza romana avrebbe potuto mettere a serio rischio la loro avanzata nella Penisola. Così, essi penetrarono nella Spagna e nella Gallia, dove si allearono con i Teutoni.

 

Lo scontro con i Romani fu, in realtà, solo posticipato di qualche anno. I Romani, infatti, ebbero tutto il tempo per riorganizzare le truppe sotto la guida di Mario, che riuscì a ricoprire la carica di console per ben sette volte. Così, nel 102 a.C., il console sconfisse definitivamente i Teutoni ad Acque Sestie, (Aix – en – Provence, a nord di Marsiglia) ed i Cimbri, nel 101 a.C., ai Campi Raudi, presso il luogo in cui il fiume Sesia confluisce nel Po, in territorio vercellese. L’eco di queste due vittorie fu talmente vasta che Mario fu denominato terzo fondatore di Roma, dopo Romolo e Camillo.

Il Senato, per evitare rischi futuri, decise di consolidare la presenza oltre le Alpi attraverso l’organizzazione della provincia della Gallia Transalpina

Mario e Silla

Il Senato vide nel nobile Lucio Cornelio Silla, che con Mario aveva collaborato nella guerra giugurtina, una valida risposta allo strapotere acquisito dal console.

La prima grande occasione di scontro fu offerta, come vedremo, dalla guerra sociale combattutasi tra il 90 e l’88 a.C. .

Questo conflitto fu chiamato così perché vedeva i socii, cioè gli alleati italici di Roma insorgere contro l’Urbe dopo che il senato romano rifiutò di concedere loro la cittadinanza romana. Essi avevano sperato nel disegno riformatore del tribuno Marco Livio Druso (figlio del Marco Livio Druso che aveva operato contro Caio Gracco nel 121 a. C.), che li aveva appoggiati nella loro richiesta. Nel 91 a. C., Livio Druso aveva proposto la concessione della cittadinanza romana agli italici.

Come al tempo dei Gracchi, la plebe urbana, sobillata dagli abili mestatori dell’aristocrazia, si oppose alla proposta del tribuno. Isolato, Druso fu ucciso da un sicario e ciò provocò la rivolta degli Italici che avevano ormai capito che non avrebbero mai ottenuto la cittadinanza se non attraverso l’uso della forza.

Alla base del conflitto c’erano delle motivazioni molto serie: 1) gli alleati erano stati e continuavano ad essere fondamentali per le conquiste militari romane; 2) nonostante il loro ruolo, venivano costantemente tagliati fuori da ogni processo decisionale e dai vertici militari; 3) gli Italici collaboravano con i Romani nella politica di “sfruttamento” delle province, ma sempre in posizione subordinata; 4) gli Italici erano tagliati fuori dai benefici della redistribuzione dell’agro pubblico.

Gli insorti, organizzati in una vera e propria lega, dettero vita ad uno Stato indipendente (Italia o Viteliu, secondo la forma osca)e stabilirono la capitale nei pressi di Corfinio (provincia di L’Aquila), dando alla città il nome Italica. Lo scontro durò due anni, al termine dei quali il Senato, preoccupato per ragioni economiche e per i disordini che stavano accadendo in Oriente, decise di accogliere le richieste degli alleati, concedendo loro la cittadinanza romana (88 a.C.). Prima che si giungesse a tale risultato, i morti da entrambe le parti furono molto numerosi. Roma riuscì a piegare gli insorti proprio grazie alle concessioni fatte nei confronti di chi avesse posto fine alle ostilità. In tal modo, mano a mano che i socii ponevano fine agli scontri, ottenevano la tanto agognata cittadinanza. Roma, in pratica, vinse la guerra, paradossalmente, cedendo a tutte le richieste avanzate dai rivoltosi.

La guerra mitridatica

Nella guerra sociale e nella campagna militare contro Giugurta si era distinto il nobile Lucio Cornelio Silla. Il giovane Silla sembrava rubare la scena al più anziano Mario, grazie alla sua risolutezza ed alla sua forza militare

L’Oriente, che tanto preoccupava in quegli anni Roma, divenne il terreno di scontro più forte tra Mario e Silla. Nell’88 a.C., Roma dovette occuparsi di quanto stava accadendo nel Ponto, sul Mar Nero. Qui Mitridate VI, re del Ponto, aveva creato un’alleanza delle città greche e di tutti i territori ostili al dominio romano, ordinando anche lo sterminio di tutti i Romani che vivevano in quelle regioni. Mitridate fu considerato come un liberatore in Macedonia e in Grecia. Inizialmente, il Senato affidò il comando militare delle operazioni a Silla. Egli si trovava già verso Nola ed era pronto per guidare l’esercito romano in Oriente, ma l’assemblea della plebe, sollecitata da Mario, tolse a Silla il comando e lo affidò allo stesso Mario. Silla marciò contro la capitale, Mario fu sconfitto alle porte della città e dovette rifugiarsi in Africa. Mitridate fu sconfitto da Silla nell’ 85 a.C. Negli anni dell’impegno di Silla in Oriente, i populares erano riusciti a riportare Mario al potere, ma la sua morte improvvisa nell’86 a.C., durante il settimo consolato, portò i suoi sostenitori allo sbando, esponendoli alla sconfitta, quando Silla fece ritorno a Roma. Dopo la morte di Mario, Silla, infatti, sbaragliò Mariani nella battaglia di Porta Collina dell’82 a.C.. Concentrò i pieni poteri nelle sue mani, accrescendo il ruolo dell’aristocrazia senatoria, svuotando di significato la carica di tribuno della plebe, separando il potere civile da quello militare, ampliando la linea del pomerium e facendo compilare apposite liste di proscrizione, contro gli avversari che potevano essere uccisi come nemici pubblici. Nel 79 a.C. si ritirò a vita privata e morì l’anno successivo.

Le Leggi Cornelie prevedevano:

1) aumento dei senatori da 300 a 600;

2) abolizione della censura per la carica senatoria;

3) approvazione preventiva da parte del Senato delle proposte delle assemblee;

4) forte ridimensionamento del potere degli equites nelle giurie per i processi, con la creazione di tribunali composti da soli senatori;

5) divieto per i tribuni della plebe di convocare il popolo, di parlare alle assemblee e di candidarsi a cariche pubbliche;

6) separazione tra potere civile e militare, di modo che i pretori e i consoli in carica  restassero in Italia per occuparsi, rispettivamente, della giustizia e della politica. Solo in caso di prolungamento del mandato, come proconsoli o propretori, potevano governare le province ed essere a capo di eserciti;

7) ampliamento del pomerio della cinta esterna di Roma fino al Rubicone, per impedire a chiunque di entrare nella città alla guida di un esercito.

Silla precursore dell’impero

Dopo la morte di Silla, nel 78  a.C., la costituzione oligarchica rimase in vigore ed il Senato, formalmente, ebbe nelle sue mani il governo della città. Tuttavia l’evoluzione politica e, soprattutto, militare fu tale che i poteri si sarebbero inevitabilmente concentrati nelle mani di un singolo capo militare, che avrebbe esercitato il dominio assoluto, come era già accaduto con Silla e come sarebbe accaduto da Cesare in poi. Per questo motivo, Silla fu definito un precursore dell’impero.