I talenti come strumento di azione: investire con profitto per il Regno di Dio

Nel passo odierno del vangelo, il Signore ci invita a fare buon uso dei suoi doni e a farli fruttare. Spesso, però, siamo pigri, tiepidi, esitanti. Eppure, un talento regalatoci dal Signore non è solo per noi, ma è anche per chi vive attorno a noi e serve a migliorare la vita di tutti. Abbiamo il dovere morale di non sprecarlo, altrimenti faremmo del male non solo a noi stessi, ma anche a chi ci circonda.

Non mancano esempi straordinari di grandi santi che hanno fatto di questo obiettivo la loro ragione di vita.
Come non pensare, ad esempio, a San Giuseppe Moscati, il grande medico scienziato, che fece fruttare in modo straordinario i doni che Dio gli aveva dato? Non nascose in un fazzoletto i talenti ricevuti, ma li impiegò, senza risparmio di energie e di fatica, per tutti coloro che ne avevano bisogno.
Come non pensare, inoltre, ai ventiquattro anziani, avvolti in candide vesti, e ai quattro “esseri viventi”, di cui parla oggi Giovanni nell’Apocalisse? I dodici patriarchi fondarono, con la guida di Dio, il popolo di Israele. I dodici apostoli, “edificarono” la Chiesa di Cristo, insieme ai quattro esseri viventi nei quali potremmo identificare gli autori dei quattro vangeli.

Imitiamo il loro esempio, non lasciamoci paralizzare dalla paura e dall’esitazione come colui che seppellisce sottoterra la moneta donatagli dal Signore!
Non sarebbe giusto nei confronti di chi potrebbe trarre beneficio dal nostro talento, ma nemmeno nei confronti di nostro Signore Gesù Cristo che non ha esitato a dare la sua vita per noi.

Guai ad essere cristiani da salotto, abbiamo l’obbligo morale di fare la differenza, di impegnarci per rendere il mondo più giusto, più umano, più pacifico, meno egoista e più accogliente.

Non possiamo restare passivi, vale la pena lottare per Dio e con Dio nelle piccole e nelle grandi scelte. Solo in questo modo, potremo dimostrare che non è l’egoismo a muoverci, ma l’amore per il prossimo.
Ogni vita non pienamente vissuta, ogni talento non pienamente utilizzato è una ferita per Cristo. Il cuore di Dio si spezza ogni volta che vede i suoi doni sprecati.
Allora, non deludiamo il Signore, non accontentiamoci di essere i pantofolai dell’esistente!
Siamo chiamati a ben altro. Abbiamo la possibilità di vivere per Cristo (facendo in modo che Gesù diventi il centro e il perno della nostra vita), con Cristo (restando sempre in comunione con lui, nel segno dell’Eucaristia, della Parola e dell’impegno per chi ha bisogno di noi) e in Cristo (identificandoci pienamente in lui e facendo della nostra vita una diaconia, un perenne servizio per lui).

Cristo premierà senza riserve i discepoli che avranno messo pienamente a frutto i loro talenti e, certamente, vuole ricompensare anche noi!
Ma, se terremo la nostra moneta nascosta, “sottrarremo progresso al mondo, santità a noi stessi e amore a Dio”.
Facciamo fruttare ogni dono che Dio ci offre. La vita di tutta l’umanità dipende strettamente da questo. Chi non lo farà, non potrà abitare nella grande casa di Dio.

“Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa”! (XXXIII Domenica T.O. – anno B)

Il passo del Vangelo di questa domenica ci preannuncia la nuova venuta del Signore. Non sappiamo quando, se di notte o di giorno. Non sappiamo in quale ora o in quale momento, ma, di certo, egli arriverà.

Il sole si oscurerà, “le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”. Ma proprio in quel momento, Gesù “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.

D’altronde, se ci pensiamo bene, quante volte nella nostra vita si è oscurato il sole? Quante volte le stelle sono cadute, e anche a grappoli, dal cielo del nostro cuore? Quante volte ci siamo sentiti sconfitti, delusi, vuoti, spaventati per una malattia, per un dolore, per una ingiustizia che abbiamo ricevuto o che, magari, abbiamo inferto ad altri?

Ma, ogni volta, Gesù ci educa alla speranza, ci aiuta a passare dalle tenebre alla luce, ci insegna come uscire dalle “doglie del parto”, per farci assaporare la gioia della nuova vita!

Se resteremo ben radicati nel “Libro della Vita” e ci lasceremo guidare da Cristo, noi potremo, effettivamente, vivere una condizione molto simile a quella di una mamma che sta per dare alla luce un bambino. Nel momento del parto, ella prova dolore, ma, subito dopo, quella sofferenza si trasformerà nella gioia immensa, straordinaria e indescrivibile per la nuova vita che nasce. Quella stessa gioia potremo avvertirla anche noi, quando, assaporeremo la bellezza della nostra nuova vita, la vita eterna, nella Gerusalemme Celeste, in cui ci hanno già preceduto i nostri cari.

Carissimi, Gesù, il terzo giorno, ha rimosso la pietra che chiudeva il sepolcro. Così, anche noi dobbiamo rimuovere la pietra della disperazione che paralizza e blocca il nostro cuore, perché dietro a quel macigno possiamo intravvedere la nostra rinascita e la nostra resurrezione.

Viviamo sempre alla presenza di Dio, vigilando con la preghiera e con le opere buone, per poter andare con gioia incontro al Signore che viene.

Guerre, sofferenze e tribolazioni sono, purtroppo, all’ordine del giorno! Ma non lasciamoci spaventare! Continuiamo a sperare con le splendide parole di Santa Teresa D’Avila: “Nada te turbe, nada te spante: quien a Dios tiene, nada le falta. Todo se pasa, Dios no se muda”.

Sì, a chi ha Dio nel cuore non manca nulla. Tutto passa, solo Dio resta!

E, se anche se “il cielo e la terra passeranno”, la Parola di Cristo non passerà mai!

Se ci rifugeremo in Dio e ci lasceremo “scrivere nel Libro della vita”, il nostro cuore gioirà e la nostra anima esulterà, perché nessuno dei suoi fedeli vedrà la fossa.

I mici mic…enei

Un novello Argo che aspetta un novello Ulisse? Tanto tempo fa accadde ad Itaca. Ma oggi è possibile anche a Micene!!

“Su questa terra arida, la terra di Micene, è nata la memoria dell’uomo occidentale” (Guidorizzi).

03/08/2024: visita ad Atene, “SCUOLA DELL’ ELLADE” e di tutto l’ Occidente. Un incontro con la STORIA suggestivo e commovente allo stesso tempo. La veduta panoramica di Atene dal Partenone ci restituisce una città baciata dai raggi del sole!

https://www.facebook.com/share/p/vk33iAPXED228d4L/

Scuola Futura

https://scuolafutura.pubblica.istruzione.it/

Il sito per la formazione e l’aggiornamento permanente!

Unica

https://unica.istruzione.gov.it/it

Un mondo di servizi digitali per accompagnare ragazze e ragazzi nel percorso di crescita, per aiutarli a fare scelte consapevoli e a coltivare e far emergere i loro talenti

L’aurea mediocritas di Orazio

Verbi greci – conoscenza iniziali

Un’espressione latina proverbiale

Una terribile, ma non sempre incurabile, malattia mortale


Spesso, ci intestardiamo, ci inaridiamo e diventiamo duri nei confronti degli altri, come avviene nel passo odierno del Vangelo di Marco, in cui i Nazareni, ottenebrati dalla loro superbia, non riescono a cogliere la straordinaria novità di cui Gesù si fa portatore.
Quante volte, anche noi, ci ostiniamo a vedere solo il male nelle persone? Quante volte, ancora oggi, l’orgoglio fine a se stesso, il pregiudizio, l’invidia e il rancore offuscano la nostra mente? Quante volte diventiamo ottusi e insensibili, proprio come gli abitanti di Nazaret, che non accolgono Gesù e il suo disegno di salvezza?

Quando ciò avviene, significa che siamo contagiati da una malattia infida e insidiosa, da una “patologia cardiaca” che rischia di ridurci allo stadio di “malati terminali”: la “sclerocardia”, la durezza del cuore, la malattia dell’“impietrimento” mentale e spirituale di coloro che “posseggono un cuore di pietra e la “testa dura” (Papa Francesco). È una malattia interiore che corrode, distrugge e uccide il nostro spirito; un terribile cancro invisibile che attanaglia le “cellule” della nostra anima e si diffonde con “devastanti metastasi” nel nostro cervello, soffocandolo con le sue insormontabili barriere mentali.
Un solo “dottore” potrà curarci da tutto ciò: Cristo, medico dell’anima e del corpo. Se ci affideremo totalmente a lui, saremo salvati, proprio come quei pochi malati che, a Nazaret, credettero veramente in Gesù, e furono da lui guariti (Egli “impose le mani a pochi malati e li guarì”).
Chiediamo con forza allo Spirito Santo di sciogliere il nostro cuore, affinché, affrancati dalla schiavitù dell’orgoglio, del rancore, del pregiudizio e dell’invidia, possiamo finalmente volgere il nostro sguardo verso ciò che veramente conta: Gesù, unica nostra forza, unico nostro motivo di vanto e di orgoglio, unica nostra salvezza, unico nostro e sommo bene! Seguiamo Cristo con spirito libero e umile, affinché possiamo amare gli altri con “il cuore di Dio”.

Foto tratta dal sito https://nicolacostanzo.wordpress.com/2016/08/01/nessuno-e-profeta-in-patria-ancor-piu-se-la-terra-in-questione-si-chiama-sicilia/

Apriamo le porte del nostro cuore alla “potestà salvatrice” di Cristo

(riflessioni sulle letture di oggi 28/05/2024)

“Carissimi, sulla salvezza indagarono e scrutarono i profeti che preannunciavano la grazia a voi destinata” (1Pt, 1-10).

La salvezza a cui Pietro fa riferimento è quella delle anime, la redenzione offertaci da Gesù con la sua passione, morte e resurrezione, preannunciata dai profeti. Il riferimento ai profeti “ispirati dallo spirito di Cristo” evidenzia, inoltre, l’armonia e la comunione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra la vecchia e la nuova alleanza.

Il tratto di unione è dato dallo “spirito di Cristo”, sì, proprio quello Spirito Santo, il Paraclito inviato dal Signore nel giorno di Pentecoste sulla Chiesa nascente.

L’apostolo Pietro ci rassicura e ci incoraggia, ma, nello stesso tempo, ci invita ad essere sobri e temperanti e ad affrontare anche le prove e le sofferenze che possono presentarsi lungo il cammino della nostra esistenza.

Attraverso queste prove, infatti, noi possiamo purificarci e risplendere di maggior luce alla presenza del Dio della luce, proprio come l’oro viene purificato e temprato dal fuoco.

Certo, questo significa anche dover abbracciare una croce che può sembrarci difficile da portare. Eppure, al nostro fianco, accanto a ciascuno di noi, c’è un “Cireneo” speciale che può aiutarci a sopportarne il peso: quel “Cireneo” è Gesù, l’Emmanuele, il “Dio con noi” e il “Dio in noi” che ci invita a metterci sotto il suo giogo dolce e soave, ad abbandonarci a lui con la tranquillità di figli.

Il nostro tenero, sincero e filiale “abbandono” al Signore ci garantirà quelle meraviglie che il Signore compie per ogni uomo e per le quali possiamo e dobbiamo ringraziarlo con lo splendido canto di lode che troviamo nel salmo 97.

Il tema della salvezza è presente anche nel passo odierno del Vangelo (Mc 10,28-31), in cui, alle parole di Pietro, Gesù risponde affermando che porsi alla sua sequela può comportare sacrifici, tribolazioni, prove, sofferenze, ma anche una straordinaria ricompensa. Sì, il Signore ci renderà il centuplo e ci offrirà la salvezza, unica vera meta alla quale dobbiamo aspirare.

Se ci sforzeremo di essere santi, lo sguardo di Gesù si poserà su ciascuno di noi ed egli non smetterà di amarci. Gesù non aspetta altro che questo. Per questo ci chiama con la sua vocazione speciale. E noi, a nostra volta, non dobbiamo fare altro che lasciarci pervadere dalla sua presenza e sottometterci al suo giogo dolce e soave, rendendoci, così, meritevoli della sua ricompensa.

Facciamo nostre le parole di San Giovanni Paolo II: “aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo, alla sua salvatrice potestà”. Se noi apriremo le porte del nostro cuore a Cristo, egli aprirà a noi le porte del suo amore e la sua Parola sarà “lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino”.

……………..

«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna” … (San. Giovanni Paolo II, domenica 22 ottobre 1978, all’inizio del Pontificato di Giovanni Paolo II)».

L’amore unificante ed universale di Cristo

Riflessioni sulla liturgia di oggi, 2 maggio 2024

Oggi la Chiesa celebra la memoria di Sant’Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa, convinto e tenace difensore della fede autentica in un periodo in cui essa era messa a dura prova dall’eresia ariana che, negando la natura divina di Cristo e, quindi, l’uguaglianza e la consustanzialità del Padre e del Figlio, metteva in discussione lo stesso disegno salvifico del Padre per le redenzione dell’umanità attraverso il Figlio.

Le questioni poste in essere da Ario furono affrontate, in particolare, nel Concilio di Nicea del 325 da cui scaturì il “Credo” niceno.

Di “concilio” si può, tuttavia, parlare già con il passo odierno degli Atti (15, 7-21): è il Concilio di Gerusalemme, tenutosi intorno al 49, sul tema che si ricollega al v. 5 dello stesso capitolo, in cui alcuni farisei convertitisi alla religione cristiana affermano che la salvezza è subordinata alla circoncisione.

Paolo e Barnaba, che da Antiochia sono venuti a Gerusalemme proprio per discutere su tale questione, affermano, in linea con la visione di Pietro, che la salvezza e il perdono dei peccati sono il frutto dall’opera di Dio mediante la fede degli uomini e la grazia del Signore Gesù Cristo.

Il Concilio, a cui partecipano Paolo, Barnaba, Pietro e Giacomo, approda alla conclusione che la vera “circoncisione” richiesta da Dio è la “circoncisione dei cuori”. L’uomo è puro per la fede e per la sua capacità di testimoniare il Vangelo.

Pietro, in particolare, afferma: “Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro” (Atti 15, 8-11).

Tale purezza , però, deve essere rafforzata, secondo la visione dell’apostolo Giacomo, con il rispetto di alcuni divieti, già presenti nella legge Mosaica, tra cui quello di astenersi dal culto degli idoli, dalle religioni false, dalle unioni illegittime e dal mangiare cibi impuri, come la carne di animali che avevano ancora il sangue al loro interno. Il sangue, infatti, è il simbolo della vita e, come prescritto già dalla legge mosaica, deve essere offerto al Signore.

Giacomo media tra la posizione di Pietro e quella dei farisei convertiti. Questi ultimi, sconfitti in merito al principio della circoncisione, segnano, in qualche modo, un punto a loro favore con l’imposizione l’obbligo di osservare altri importanti divieti già presenti nella Legge di Mosè.

Così, se da un lato, non si impongono ai pagani convertiti regole “irricevibili” (la circoncisione era considerata dai pagani, già in età classica, un’usanza inammissibile), dall’altro si prescrivono loro alcune regole fondamentali che devono essere rispettate da ogni fedele cristiano.



Una novità straordinaria, quella della salvezza universale donata da Cristo a tutti i popoli, che affonda le sue radici nel passo del Salmo di oggi (95, 1-3, 10):

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.

In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite le sue meraviglie.

Dite tra i popoli: «Il Signore regna!».
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.

Il canto nuovo è la novità del Vangelo, il cui messaggio è universale e, dunque, può e deve essere “cantato” da tutti i popoli della terra.

La decisione assunta dal Concilio di Gerusalemme è perfettamente in linea con quanto predicato nel passo del vangelo di oggi (Gv 15, 9-11), in cui l’evangelista ci invita ad osservare i comandamenti per rimanere sempre radicati nell’amore di Cristo. Solo così potremo contribuire a far nascere una vita e un’umanità nuove.

L’amore che Gesù ci chiede, tuttavia, è totalizzante ed anche esigente, come leggiamo nei versetti immediatamente successivi a quelli che ci vengono proposti oggi dal Lezionario. Cristo ci esorta ad amarci reciprocamente, come lui ha amato noi, e a offrire la nostra vita per gli amici, mettendo a disposizione il nostro tempo per aiutare chi si affida a noi.
Ecco le parole di Gesù che ritroviamo Gv 15, 12-15 ” Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.

Riflettiamo, dunque, su quanto oggi ha da dirci la Parola di Dio e preghiamo lo Spirito Santo affinché ci aiuti a rimanere sempre nell’amore di Cristo, rispettando concretamente il suo più nuovo e più grande comandamento.

Possiamo senz’altro vedere nella parole di Giacomo l’azione sapiente, equilibrata e, proprio per questo, unificante dello Spirito Santo. Quello del Concilio di Gerusalemme può, dunque, costituire, proprio grazie all’azione di Giacomo, uno straordinario esempio di apertura verso al mondo o, come diremmo noi oggi, di dialogo ecumenico.

A Gerusalemme si afferma in maniera irreversibile e definitiva il modello della Chiesa universale che aveva mosso i suoi primi passi ad Antiochia, in Siria, dove, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani (Atti 11, 19-26).

Ubi pax, ibi Deus (dove c’è pace, lì c’è Dio). Sicuri e fiduciosi nella pace del Signore! Riflessioni sulla liturgia di oggi, 30 aprile 2024.

La foto è tratta dal sito https://www.lucarubin.it/vi-lascio-in-pace/ e la frase in latino è posta all’ingresso dell’eremo delle carceri ad Assisi.

Il passo odierno del vangelo, tratto da Giovanni, 14, 27-31, ci parla della pace di Cristo. Essa è radicalmente diversa da quella degli uomini. La pace che Gesù ci dona non è semplicemente assenza di guerra, non è legata alle circostanze e, soprattutto, non scade. Cristo è fedele sempre, siamo noi a tradirlo e, talvolta, ad abbandonarlo. La vera fede consiste nel legarsi indissolubilmente alla Parola e alla persona di Gesù. Così, quando ci troveremo in balia delle tempeste, se avremo fiducia in Lui, sapremo affrontare e superare ogni pericolo. Con Gesù non possiamo e non dobbiamo avere paura.

Il nostro quotidiano atto di fede in Lui implica, di contro, una vera e propria disobbedienza alla paura, perché la pace di Cristo è presente nei nostri cuori quando, pur fra tanti problemi e fra tante angosce, sappiamo di non essere mai soli! D’altronde, “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8, 31-39).

Aggrappiamoci a Gesù: grazie a lui si realizza quell’umanità nuova e riconciliata con Dio a cui possiamo e dobbiamo aspirare! Gesù è la vera pace di cui il mondo, soprattutto oggi, ha così tanto bisogno. Possiamo ottenere questo dono straordinario se ci lasceremo guidare dal Signore per mezzo dello Spirito Santo e se sapremo cambiare radicalmente la nostra vita. Solo così, infatti, potremo “andare con gioia incontro al Signore” che ci dice: “Alzatevi, andiamo via di qui”.

Accogliamo, dunque, l’invito di Gesù e cerchiamo con fiducia la vera pace in Lui. Non stanchiamoci mai di lodare il Signore, come ci chiede il Salmo 144, e di chiedergli sempre “donaci la tua pace, o Signore!”. In Lui troveremo la vera pace, perché “Ubi Deus, ibi pax (Dove c’è Dio, lì c’è la pace)!