Con i giovani e, in particolare, con gli studenti, bisogna essere autorevoli, non autoritari. Autorevolezza sempre, autoritarismo mai. Gli …”ismi” sono sempre molto pericolosi e possono produrre drammatiche “allergie” alla democrazia!



Con i giovani e, in particolare, con gli studenti, bisogna essere autorevoli, non autoritari. Autorevolezza sempre, autoritarismo mai. Gli …”ismi” sono sempre molto pericolosi e possono produrre drammatiche “allergie” alla democrazia!



“Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,13-21)
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Il passo del Vangelo di Luca che, oggi, la Liturgia ci ha proposto, ci fa riflettere su un aspetto molto importante: Gesù ci indica il giusto atteggiamento da osservare verso i beni terreni.
Lo spunto per questa importante riflessione gli è offerto da un tale che, tra la folla, interviene e rivolge al Signore una richiesta ben precisa: “Di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”.
Questo anonimo personaggio spera in una risposta affermativa, ma Gesù rifiuta di farsi giudice di faccende legate ai beni terreni e vede nel suo interlocutore un uomo dal cuore appesantito e intristito dall’eccessivo attaccamento alle ricchezze di questo mondo. Così invita quel personaggio (ma, al contempo, anche tutti noi) a superare la logica dell’attaccamento alle ricchezze, a tenersi lontano da ogni forma di avidità e di cupidigia, nella consapevolezza che la vita di ciascuno non dipende da ciò che si possiede.
Questa esortazione è accompagnata da una parabola, quella di un uomo ricco che, avendo ottenuto un raccolto abbondante, al di là di ogni più rosea previsione e aspettativa, preso dall’euforia, si lancia a fare progetti a lungo termine per il futuro: costruire nuovi magazzini più grandi, per depositarvi il suo grano e tutte le sue ricchezze (una sorta di Zio Paperone ante litteram), riposarsi, mangiare, bere darsi alla pazza gioia per tutto il resto della propria vita.
Eppure, ecco che, in quello stesso momento, sente una voce che gli dice: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. È la voce del Signore che lo mette in guardia sul fatto che presto, molto presto, dovrà rendere a Dio la propria vita e lasciare su questa terra tutto ciò che ha accumulato.
Ed è proprio così! Gesù, come sappiamo, non condanna la ricchezza in sé, ma, piuttosto, l’utilizzo che se ne fa. La ricchezza non può essere un fine, quanto uno strumento, un mezzo per realizzare opere buone e gradite a Dio.
Non è vietato avere delle speranze, desiderare qualcosa di meglio per se stessi e per la propria famiglia. I desideri umani, però, se non sono guidati e controllati dallo Spirito Santo, rischiano di degenerare nell’avidità e nella cupidigia, frutto di quella mentalità che induce gli uomini a pensare di dover vivere sempre e soltanto qui, su questa terra, padroni di ricchezze sempre più grandi. Spinti da questo modo di pensare, quasi ci si convince, stoltamente, di essere padroni del tempo e della vita e si incatena il cuore a cose davvero insignificanti, rispetto a quella che dovrebbe essere la vera ricchezza.
Questo rischio può riguardare anche noi. Anche noi corriamo il pericolo di pensare, una volta acquisite determinate sicurezze, di potercene stare oziosi, di poter mangiare, bere e darci alla pazza gioia, nella falsa illusione che ormai abbiamo tutto ciò che ci serve.
Eppure, come scriveva Francesco Petrarca nel sonetto proemiale del suo Canzoniere scriveva “quanto piace al mondo è breve sogno”.
“Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”, leggiamo nella parte finale del vangelo. Per questo, il Signore ci invita ad abbandonare ogni forma di avidità e di cupidigia. Rischiamo di fare male i nostri conti, di sbagliare verso gli uomini, ma soprattutto verso Dio, che ci chiede semplicemente di metterci alla sua sequela e di orientare verso di lui la nostra vita.
Il ricco di questa parabola quale grande errore ha commesso? Ha pensato solo alla felicità terrena, ma si è dimenticato della felicità eterna alla quale ciascuno di noi è chiamato.
Ecco perché, come abbiamo letto nella prima parte del vangelo odierno, Gesù non vuole immischiarsi nelle faccende dell’eredità dei due fratelli. Troppo spesso, proprio in queste circostanze, emerge, talora in modo anche violento, l’attaccamento al denaro e agli interessi terreni. Da questa logica scaturiscono tutti i problemi: i contrasti nelle famiglie e tra le famiglie, le contese all’interno di uno Stato, le inimicizie tra gli Stati e tra i popoli e, dunque, tutte queste guerre da cui il mondo oggi è sempre più e drammaticamente colpito ed afflitto. “Quella casa appartiene a me!”; “quel mobile, quella sedia, quel quadro devo averli io, non certo tu!”; “non toccare quell’orologio era di mio nonno e lo aveva promesso a me!”.
Invischiati in questi ragionamenti, rischiamo di perdere di vista il nostro vero obiettivo, la nostra vera ricchezza a cui dobbiamo tendere. La nostra vera vita non è quaggiù, ma lassù, dove troveremo la vera ricchezza e i veri beni.
Certo, siamo umano ed è facile cadere in tentazione, ma, ogni volta che siamo allettati da falsi desideri, preghiamo e teniamo sempre a mente ciò che diceva P. Pio: “la preghiera calma i turbamenti dell’anima, assopisce la collera, scaccia la gelosia, spegne la cupidigia, diminuisce e inaridisce l’attaccamento ai beni di questa terra, procura allo spirito una pace profonda…” (Pensieri di padre Pio)
Certo, quando verrà il momento di restituire la vita a Dio, non potremo portare con noi il bancomat o la carta di credito, ce ne andremo “nudi”, come nudi siamo venuti in questo mondo.
Potremo portare con noi soltanto una “valigia”: quella delle opere buone che saremo riusciti o che non saremo riusciti a realizzare, della carità e dell’amore che avremo dimostrato o che non avremo dimostrato al nostro prossimo. Più questa valigia sarà colma e pesante e maggiore sarà la possibilità che Dio ci dica: “Vieni, servo buono e fedele: prendi parte alla gioia del tuo Signore”.
Amen

L’Immagine è tratta dal sito https://www.facebook.com/…/a.108266…/182045760071061/…
LA DONNA CANANEA (DOMENICA 20 AGOSTO 2023) – XX DOMENICA DEL T.O. – ANNO A –
Il Vangelo di oggi inizia con una indicazione geografica, riferendo che Gesù con i suoi si trova nella terra di Canaan, al di fuori dei confini di Israele.
Il Signore lascia un segno della sua messianicità anche in questa terra segnata dal paganesimo. E lo fa con un nuovo miracolo.
È una donna la protagonista di questo miracolo. Questa donna, avendo sentito la fama dei prodigi di Gesù gli si fa incontro e con tutte le sue forze gli grida la sua necessità: la guarigione della figlia tormentata dallo spirito impuro di un demonio.
In questa donna possiamo vedere gli stessi sentimenti e lo stesso stato d’animo di una madre che si rivolge al Signore e gli chiede di aiutare il proprio figlio in difficoltà, colpito da una malattia o afflitto da un qualche problema di difficile soluzione.
Eppure, sorprendente è l’indifferenza di Gesù nei confronti di questa richiesta. Egli è insensibile al grido di dolore di quella madre.
Come mai?
È davvero strano, se pensiamo che in altri brani del Vangelo il cuore di Cristo ha sempre avuto compassione per le necessità degli altri e questa compassione lo ha sempre spinto ad aiutarli.
Gesù sembra comportarsi in modo provocatorio: leggiamo nel Vangelo “ma egli non le rivolse neppure una parola”. Finanche i discepoli, infastiditi dall’insistenza della donna, si sorprendono e, stupiti, gli dicono: “esaudiscila, non vedi come ti grida dietro?”.
La reazione infastidita dei discepoli mette a nudo l’apparente indifferenza di Gesù.
Egli risponde affermando che la salvezza appartiene a un popolo prescelto, quello di Israele, ed egli è stato inviato dal Padre suo alla Casa di Israele. Per questo dice: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.
Il pane rappresenta la salvezza, cioè il dono di grazia portato da Cristo, e i cagnolini, nel linguaggio del tempo, erano le persone impure, coloro che non appartenevano al popolo, quindi tutti i pagani.
Ma la donna non si offende e, soprattutto, non desiste e ribatte affermando: “È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Gesù, allora, ammirato dalla tenacia di quella madre cananea, lascia ora trasparire nel suo volto, apparentemente duro, un dolce e rassicurante sorriso.
Così, il Signore, a sua volta, risponde: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri” e, in quello stesso momento, la figlia fu guarita.
Se Gesù sottolinea che la salvezza passa per il popolo eletto, la risposta della donna evidenzia, invece, l’universalità o, come si direbbe oggi, la cattolicità di questo dono che non si limita solo al popolo di Israele, ma che raggiunge tutti gli uomini di buona volontà, cioè tutti coloro si aprono alla grazia di Cristo e che ne accolgono il Vangelo con fede.
Il messaggio fondamentale del passo odierno del vangelo è che la “condicio sine qua non” per ottenere la salvezza non è l’appartenenza ad un popolo, ma è la fede. È la fede, quindi, che ci salva! Per questo Gesù in un passo nel Vangelo di Marco con grande chiarezza afferma: “chi crederà e sarà battezzato” sarà salvo.
Ma che cos’è la fede? Che cosa significa “credere”?
Secondo una suggestiva etimologia latina, “credere” deriva dall’espressione “cor dare”, cioè “dare il cuore”. Dunque, “credere” vuol dire “dare il cuore a Cristo”, affidarsi totalmente a Lui e credere incessantemente nella sua onnipotenza.
E noi a chi affidiamo il nostro cuore? Alle creature o al Creatore? Agli uomini o a Dio?
La donna cananea ha scelto di affidarsi al Signore e non è rimasta delusa!
Imitiamola e anche noi sperimenteremo la benevolenza e l’onnipotenza di Dio e sicuramente anche a noi il Signore, un giorno, dirà: “grande è la tua fede!”.
L’immagine è tratta dal sito: https://www.facebook.com/1954moreno.33/posts/domenica-16-agosto-2020xx-domenica-to-anno-a-dal-vangelo-secondo-matteo-1521-28-/3233565606692927/
LA DONNA CANANEA (DOMENICA 20 AGOSTO 2023) – XX DOMENICA DEL T.O. – ANNO A –
Il Vangelo di oggi inizia con una indicazione geografica, riferendo che Gesù con i suoi si trova nella terra di Canaan, al di fuori dei confini di Israele.
Il Signore lascia un segno della sua messianicità anche in questa terra segnata dal paganesimo. E lo fa con un nuovo miracolo.
È una donna la protagonista di questo miracolo. Questa donna, avendo sentito la fama dei prodigi di Gesù gli si fa incontro e con tutte le sue forze gli grida la sua necessità: la guarigione della figlia tormentata dallo spirito impuro di un demonio.
In questa donna possiamo vedere gli stessi sentimenti e lo stesso stato d’animo di una madre che si rivolge al Signore e gli chiede di aiutare il proprio figlio in difficoltà, colpito da una malattia o afflitto da un qualche problema di difficile soluzione.
Eppure, sorprendente è l’indifferenza di Gesù nei confronti di questa richiesta. Egli è insensibile al grido di dolore di quella madre.
Come mai?
È davvero strano, se pensiamo che in altri brani del Vangelo il cuore di Cristo ha sempre avuto compassione per le necessità degli altri e questa compassione lo ha sempre spinto ad aiutarli.
Gesù sembra comportarsi in modo provocatorio: leggiamo nel Vangelo “ma egli non le rivolse neppure una parola”. Finanche i discepoli, infastiditi dall’insistenza della donna, si sorprendono e, stupiti, gli dicono: “esaudiscila, non vedi come ti grida dietro?”.
La reazione infastidita dei discepoli mette a nudo l’apparente indifferenza di Gesù.
Egli risponde affermando che la salvezza appartiene a un popolo prescelto, quello di Israele, ed egli è stato inviato dal Padre suo alla Casa di Israele. Per questo dice: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.
Il pane rappresenta la salvezza, cioè il dono di grazia portato da Cristo, e i cagnolini, nel linguaggio del tempo, erano le persone impure, coloro che non appartenevano al popolo, quindi tutti i pagani.
Ma la donna non si offende e, soprattutto, non desiste e ribatte affermando: “È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Gesù, allora, ammirato dalla tenacia di quella madre cananea, lascia ora trasparire nel suo volto, apparentemente duro, un dolce e rassicurante sorriso.
Così, il Signore, a sua volta, risponde: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri” e, in quello stesso momento, la figlia fu guarita.
Se Gesù sottolinea che la salvezza passa per il popolo eletto, la risposta della donna evidenzia, invece, l’universalità o, come si direbbe oggi, la cattolicità di questo dono che non si limita solo al popolo di Israele, ma che raggiunge tutti gli uomini di buona volontà, cioè tutti coloro si aprono alla grazia di Cristo e che ne accolgono il Vangelo con fede.
Il messaggio fondamentale del passo odierno del vangelo è che la “condicio sine qua non” per ottenere la salvezza non è l’appartenenza ad un popolo, ma è la fede. È la fede, quindi, che ci salva! Per questo Gesù in un passo nel Vangelo di Marco con grande chiarezza afferma: “chi crederà e sarà battezzato” sarà salvo.
Ma che cos’è la fede? Che cosa significa “credere”?
Secondo una suggestiva etimologia latina, “credere” deriva dall’espressione “cor dare”, cioè “dare il cuore”. Dunque, “credere” vuol dire “dare il cuore a Cristo”, affidarsi totalmente a Lui e credere incessantemente nella sua onnipotenza.
E noi a chi affidiamo il nostro cuore? Alle creature o al Creatore? Agli uomini o a Dio?
La donna cananea ha scelto di affidarsi al Signore e non è rimasta delusa!
Imitiamola e anche noi sperimenteremo la benevolenza e l’onnipotenza di Dio e sicuramente anche a noi il Signore, un giorno, dirà: “grande è la tua fede!”.
L’immagine è tratta dal sito: https://www.facebook.com/1954moreno.33/posts/domenica-16-agosto-2020xx-domenica-to-anno-a-dal-vangelo-secondo-matteo-1521-28-/3233565606692927/

Breve, ma bella e illuminante, è la pagina del Vangelo di oggi, sabato 12 agosto. Gesù, dopo aver lasciato la Galilea (Mt 19,1), si reca in Giudea per diffondere anche lì la sua predicazione e il suo annuncio di salvezza.
La fama che precede il Signore, ovunque egli vada, è tale che vengono portati al suo cospetto tutti i “diseredati”, affinché egli imponga su di loro le mani, li benedica e li conforti con il suo messaggio di speranza e di pace. E tra questi diseredati non possono certamente mancare i bambini.
Nel Vangelo di oggi i bambini rappresentano:
1. un’altra categoria di persone deboli da proteggere e sostenere
2. un piccolo grande modello di comportamento che tutti dovrebbero seguire per poter entrare nel Regno dei cieli.
È sorprendente la considerazione che il Maestro ha per i bambini: i discepoli li rimproverano e cercano di allontanarli da Gesù, ma egli, con tono fermo, esclama: «lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il Regno dei cieli».
Ancora una volta, dunque, Gesù ribalta e sovverte pregiudizi e abitudini duri a morire e rivolge il suo sguardo a coloro che vengono generalmente tenuti ai margini della società e non godono di alcuna considerazione e, in particolare, a quei “piccoli” ai quali, come leggiamo nel Canto al Vangelo di oggi, “Dio Padre, Signore del cielo e della terra, ha voluto rivelare i misteri del Regno”.
Gesù è molto vicino ai bambini perché sa che essi hanno un grande bisogno di protezione e di aiuto, così come hanno bisogno di autorevoli figure di riferimento che possano allevarli e educarli nel migliore dei modi. A tutto ciò il Maestro per eccellenza non può certamente rimanere insensibile!
Quanto attuale e prezioso è per tutti noi educatori questo atteggiamento di Gesù! Verrebbe da pensare a tutte quelle volte in cui, nelle varie parti del mondo, le legislazioni, le istituzioni e le varie strutture preposte alla cura e alla formazione dei più giovani sono state davvero manchevoli nei loro confronti!
C’è, poi, un secondo aspetto che rende Gesù particolarmente vicino ai bambini: la loro capacità di stupirsi e di meravigliarsi di fronte ad ogni nuova esperienza. Sono delle qualità preziose che li rendono sempre disponibili ad ascoltare, a credere e ad affidarsi agli altri, con una lealtà e con uno spirito di obbedienza certamente più saldi di quanto, nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro di Giosuè, abbia dimostrato il popolo di Israele. Per questo, Gesù vede in loro delle persone semplici, umili e pure, per nulla inclini alla superbia, alla prepotenza e alla volontà di prevaricazione che caratterizzano, in qualche caso, noi adulti.
Tutti noi dobbiamo cercare di diventare come i bambini del Vangelo di oggi, liberandoci da logiche egoistiche e di tornaconto personale, e tornando a vedere la realtà con gli occhi puri e semplici dei fanciulli.
Dobbiamo “farci piccoli”, umili e puri come loro, convertendoci sempre di più al Signore e impegnandoci a “formare in noi un cuore nuovo e uno spirito nuovo”.
È una conversione radicale, dunque, quella che Dio ci chiede, è una conversione che rischia di spiazzarci, perché ci destabilizza rispetto a vecchie e desuete certezze.
Ci riusciremo solo affidandoci a Gesù!
Possiamo chiedere anche noi al più paziente e al più saggio Maestro dei “piccoli” di illuminarci, di aiutarci ad entrare nel suo Regno, guidando i nostri passi malfermi lungo il sentiero, per noi forse ancora inesplorato, della purezza, della semplicità e dell’umiltà.
Facciamoci anche noi umili e piccoli come questi bambini, affinché anche a noi possa un giorno appartenere il regno dei cieli!

A chi è come loro appartiene il Regno dei cieli!! (sabato 19 agosto 2023
Breve, ma bella e illuminante, è la pagina del Vangelo di oggi, sabato 12 agosto. Gesù, dopo aver lasciato la Galilea (Mt 19,1), si reca in Giudea per diffondere anche lì la sua predicazione e il suo annuncio di salvezza.
La fama che precede il Signore, ovunque egli vada, è tale che vengono portati al suo cospetto tutti i “diseredati”, affinché egli imponga su di loro le mani, li benedica e li conforti con il suo messaggio di speranza e di pace. E tra questi diseredati non possono certamente mancare i bambini.
Nel Vangelo di oggi i bambini rappresentano:
1. un’altra categoria di persone deboli da proteggere e sostenere
2. un piccolo grande modello di comportamento che tutti dovrebbero seguire per poter entrare nel Regno dei cieli.
È sorprendente la considerazione che il Maestro ha per i bambini: i discepoli li rimproverano e cercano di allontanarli da Gesù, ma egli, con tono fermo, esclama: «lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il Regno dei cieli».
Ancora una volta, dunque, Gesù ribalta e sovverte pregiudizi e abitudini duri a morire e rivolge il suo sguardo a coloro che vengono generalmente tenuti ai margini della società e non godono di alcuna considerazione e, in particolare, a quei “piccoli” ai quali, come leggiamo nel Canto al Vangelo di oggi, “Dio Padre, Signore del cielo e della terra, ha voluto rivelare i misteri del Regno”.
Gesù è molto vicino ai bambini perché sa che essi hanno un grande bisogno di protezione e di aiuto, così come hanno bisogno di autorevoli figure di riferimento che possano allevarli e educarli nel migliore dei modi. A tutto ciò il Maestro per eccellenza non può certamente rimanere insensibile!
Quanto attuale e prezioso è per tutti noi educatori questo atteggiamento di Gesù! Verrebbe da pensare a tutte quelle volte in cui, nelle varie parti del mondo, le legislazioni, le istituzioni e le varie strutture preposte alla cura e alla formazione dei più giovani sono state davvero manchevoli nei loro confronti!
C’è, poi, un secondo aspetto che rende Gesù particolarmente vicino ai bambini: la loro capacità di stupirsi e di meravigliarsi di fronte ad ogni nuova esperienza. Sono delle qualità preziose che li rendono sempre disponibili ad ascoltare, a credere e ad affidarsi agli altri, con una lealtà e con uno spirito di obbedienza certamente più saldi di quanto, nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro di Giosuè, abbia dimostrato il popolo di Israele. Per questo, Gesù vede in loro delle persone semplici, umili e pure, per nulla inclini alla superbia, alla prepotenza e alla volontà di prevaricazione che caratterizzano, in qualche caso, noi adulti.
Tutti noi dobbiamo cercare di diventare come i bambini del Vangelo di oggi, liberandoci da logiche egoistiche e di tornaconto personale, e tornando a vedere la realtà con gli occhi puri e semplici dei fanciulli.
Dobbiamo “farci piccoli”, umili e puri come loro, convertendoci sempre di più al Signore e impegnandoci a “formare in noi un cuore nuovo e uno spirito nuovo”.
È una conversione radicale, dunque, quella che Dio ci chiede, è una conversione che rischia di spiazzarci, perché ci destabilizza rispetto a vecchie e desuete certezze.
Ci riusciremo solo affidandoci a Gesù! Possiamo chiedere anche noi al più paziente e al più saggio Maestro dei “piccoli” di illuminarci, di aiutarci ad entrare nel suo Regno, guidando i nostri passi malfermi lungo il sentiero, per noi forse ancora inesplorato, della purezza, della semplicità e dell’umiltà.
Facciamoci anche noi umili e piccoli come questi bambini, affinché anche a noi possa un giorno appartenere il regno dei cieli!

Una donna ha chiuso la porta del cielo,
una donna l’apre per noi:
Maria, madre del Signore, alleluia (dai Primi Vespri di ieri, 14 agosto).
BUONA SOLENNITÀ DI MARIA ASSUNTA IN CIELO!!!
Buon onomastico a tutte coloro che portano il nome di Assunta!
Assunzione in cielo di Maria, “donna del sì”, “donna del Magnificat” e dell’ascolto” (15 agosto 2023).
Oggi celebriamo la solennità di Maria assunta in cielo in corpo e anima.
I padri della Chiesa parlano di “dormizione di Maria” (“dormitio Mariae”) o “riposo di Maria” (“pausatio Mariae”) per indicare il trapasso della Vergine e la sua assunzione in cielo.
Colei che portò nel mondo l’umanità di Cristo, è oggi festosamente accolta da Cristo, suo figlio, in Paradiso e «viene assunta alla gloria celeste in anima e corpo», come leggiamo nella Costituzione Apostolica di Pio XII “Munificentissimus Deus”, con cui, nel 1950, fu istituito il dogma dell’Assunzione di Maria.
Unita a Gesù ai piedi della Croce, Maria è ora unita al Figlio anche nel trionfo in cielo. E, così, anche lei, seconda dopo Gesù, primizia dei risorti, gode della visione beatifica di Dio, nella gloria totale dell’anima e del corpo.
Possiamo immaginare, con le parole di San Pio, “la gioia indefinibile” con cui in Paradiso è stato salutato l’ingresso della “Madre di Dio”. Pensiamo al grande tripudio di festa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, alla letizia di tutti gli angeli del Paradiso, all’esultanza di San Michele Arcangelo, il “Principe della Milizia Celeste”, che “con la potenza divina ricaccia nell’inferno satana e gli altri spiriti maligni”. Sì, Maria assunta in cielo rappresenta anche questo: la nuova grande vittoria di Dio, il nuovo trionfo, dopo quello della resurrezione di Gesù, della vita sulla morte, della luce sulle tenebre del peccato, del bene sul male, la dimostrazione più efficace che “la vita non è tolta, ma è trasformata”.
L’umile fanciulla del “Magnificat”, diventa la nuova Eva, colei che riapre le porte del Paradiso all’umanità. “Là dove Eva, con la sua disobbedienza, aveva reciso in radice la comunione tra Dio e l’umanità, Maria con il suo sì diviene canale di grazia per gli uomini e per l’intero creato” (Anna Maria Canopi), schiacciando sotto il calcagno quel drago rosso, con sette teste e dieci corna, di cui parla San Giovanni apostolo nel Libro dell’Apocalisse.
La gloriosa assunzione di Maria è, come spiega chiaramente l’apostolo Paolo nella Seconda Lettura di oggi, anche l’anticipazione di ciò che accadrà a noi dopo la morte, quando, dopo la seconda venuta di Cristo e il giudizio universale, la nostra anima si riunirà al corpo e risorgeremo anche noi in Cristo risorto, trasfigurati ed illuminati nella contemplazione dello splendore e della gloria di Dio nella Gerusalemme Celeste.
Maria è la “vera madre dei viventi”! Non stanchiamoci mai di ricorrere a lei, di invocarla: sempre, ma, soprattutto, quando ci troviamo in difficoltà.
Lei è sempre pronta a rialzarci e a sorreggerci ogni volta che nel nostro animo soffia forte il vento della tentazione, ogni volta che si insinuano in noi il dubbio e la paura, ogni volta che le prove della vita ci angosciano.
Maria, “donna del sì”, “donna del Magnificat” e dell’ascolto” è il modello più puro e perfetto di quella fede limpida e solida su cui si fonda il Vangelo. Ella è la “stella della nuova evangelizzazione”, la luce del mattino che guida e orienta i nostri passi. Affidiamoci sempre a lei: ella ci prenderà per mano e ci guiderà lungo il giusto cammino.



Crux fidélis ínter ómnes
árbor úna nóbilis
núlla sílva tálem prófert,
frónde, flóre, gérmine.
Dúlce lígnum, dúlces clávos,
dúlce póndus sústinet.
Pánge língua gloriósi
láuream certáminis,
et súper crúcis trophéo
dic triúmphum nóbilem
quáliter Redémptor órbis
immolátus vícerit.
Crux fidélis ínter ómnes
árbor úna nóbilis
núlla sílva tálem prófert,
frónde, flóre, gérmine.
Dúlce lígnum, dúlces clávos,
dúlce póndus sústinet.
Félle pótus écce lánguet
spína, clávi, láncea,
míte córpus perforárunt,
únda mánat et crúor
térra, póntus, ástra, múndus,
quo lavántur flúmine!
Crux fidélis ínter ómnes
árbor úna nóbilis
núlla sílva tálem prófert,
frónde, flóre, gérmine.
Dúlce lígnum, dúlces clávos,
dúlce póndus sústinet.
Flécte rámos, árbor álta,
ténsa láxa víscera,
et rígor lentéscat ílle,
quem dédit natívitas
et supérni mémbra régis
ténde míti stípite.
Crux fidélis ínter ómnes
árbor úna nóbilis
núlla sílva tálem prófert,
frónde, flóre, gérmine.
Dúlce lígnum, dúlces clávos,
dúlce póndus sústinet.
Sóla dígna tu fuísti
férre múndi víctimam
átque pórtum præparáre
árca múndo náufrago
quam sácer crúor perúnxit
fúsus ágni córpore.
Crux fidélis ínter ómnes
árbor úna nóbilis
núlla sílva tálem prófert,
frónde, flóre, gérmine.
Dúlce lígnum, dúlces clávos,
dúlce póndus sústinet.
Sempitérna sit beátæ
Trinitáti glória
æqua Pátri Filióque,
par décus Paraclíto
uníus trínique nómen
láudet univérsitas.
Crux fidélis ínter ómnes
árbor úna nóbilis
núlla sílva tálem prófert,
frónde, flóre, gérmine.
Dúlce lígnum, dúlces clávos,
dúlce póndus sústinet.
Traduzione:
Croce fedele, fra tutti
unico albero nobile:
nessuna selva ne produce
uno simile per fronde, fiori e frutti.
Dolce legno, dolci chiodi
che sostenete il dolce peso.
Celebra, o lingua, la vittoria
del glorioso combattimento,
e racconta del nobile trionfo
davanti al trofeo della croce:
in che modo il redentore del mondo,
pur essendo vittima, abbia vinto.
Ecco, egli langue, abbeverato di fiele,
poiché le spine, i chiodi e la lancia
hanno trafitto il mite suo corpo,
da cui sgorgano sangue ed acqua:
in quel fiume sono lavati la terra,
il mare, il cielo, il mondo.
Croce fedele…
Piega i rami, o albero singolare,
rilascia le fibre tese,
si addolcisca quel rigore
che natura ti diede
ed offri un mite sostegno
alle membra del re celeste.
Croce fedele…
Tu solo fosti degno
di sostenere la vittima del mondo;
tu solo fosti l’arca degna di procurare
un porto al naufrago mondo;
tu, bagnato dal sacro sangue
scaturito dal corpo dell’agnello.
Croce fedele…
Sia gloria eterna
alla beata Trinità;
uguale onore al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo.
Tutto il mondo dia lode
al nome di Dio, uno e trino.
Croce fedele…
La divisione non viene da Dio, ma dal diavolo.
La parola “diavolo” deriva dal greco διάβολος (diabolos) ed è passata nella nostra lingua attraverso il latino “diabolus”.
Il termine διάβολος (diàbolos) deriva, a sua volta, dal verbo διαβάλλω (diabàllo) e presenta la vocale -o- per apofonia di grado forte nella radice del sostantivo.
Il verbo διαβάλλω (diabàllo) significa “mettersi di traverso”, “gettare discordia”, “disunire”, “separare”, “calunniare”.
Il διάβολος (diàbolos), cioè il diavolo, è, dunque, colui che si mette di traverso, colui che calunnia, che separa, che disunisce, colui che “getta” guerra e discordia “tra” due o più persone.
In quanto “calunniatore”, il διάβολος (diàbolos) è anche il “divisore” per eccellenza, è colui che intrappola nella sua rete di malvagità chi non riesce a discernere le sue opere e le sue malefiche seduzioni.
Il διάβολος (diàbolos) calunnia e, dunque, divide e fomenta sempre sentimenti di discordia.
Dio, invece, unisce e ispira sempre sentimenti di pace e di concordia.
“Le divisioni sono l’arma che il diavolo ha più alla mano per distruggere…” (cit. Papa Francesco).
Gesù vuole e ci chiede unità e concordia.
La divisione è il campo del diavolo.
L’unità, nella carità e nella verità, è, invece, il campo di Dio.
A noi spetta operare la nostra giusta scelta di campo, pregando e discernendo con molta attenzione che cosa ci avvicina a Dio e che cosa, invece, ci allontana da lui.