Olocausto e memoria storica. Uno spunto di riflessione sulla nostra Storia recente per la prossima Giornata della Memoria!

Nel 2007 feci un viaggio in Polonia, dal 4 all’ 11 agosto, ed ebbi modo di ammirare una nazione che mi sembrò assai più bella di quanto potessi immaginare.

In quei giorni vidi i luoghi sacri, i castelli medievali (molto bello quello di Malbork), la più grande miniera di sale europea, a Wieliczka, ma anche i terribili campi di concentramento di Auschwitz. Ciò mi spinse a riflettere, con profonda amarezza, sulle vicissitudini storiche di questo popolo, che ha sofferto, forse più di altri popoli, il peso delle dominazioni straniere e delle tirannie che ne scaturirono. Mi riferisco all’orrore di due dittature: quella nazista, durante la II guerra mondiale, e quella comunista, dal secondo dopoguerra fino al 1989. Due incubi vissuti nel Novecento, il controverso “secolo breve“, per usare le parole dello storico britannico Eric Hobsbawm, autore del celebre saggio “Il secolo breve 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi” (titolo originale, in inglese, “The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914-1991“).

Non ci sono differenze tra dittature e dittature: possono essere bianche, nere, rosse, di stampo fascista o comunista, di tipo militare o civile, per non parlare dei regimi islamici e teocratici che, in Medio Oriente, continuano a soffocare i diritti e le libertà dei cittadini e ad uccidere, in modo empio, uomini, donne, ragazzi e bambini, sotto lo sguardo impotente ed inerte dell’Occidente. Tutte le dittature sono egualmente fondate sulla negazione dei diritti dell’uomo e, quindi, sull’annullamento dell’essere umano in quanto tale.

In questo post vorrei, però, soffermarmi sul periodo storico della Polonia che coincise con l’invasione tedesca, per fare delle riflessioni anche di carattere generale.

In quel periodo, dal 1939 al 1945, l’ordine mondiale concepito da uno degli uomini più folli di tutti i tempi, cioè Hitler, prevedeva la “Soluzione Finale” del “problema ebraico”, “lo sterminio sistematico degli Ebrei d’Europa” (https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/final-solution-overview) e il loro annientamento.

La concezione dei campi di concentramento, soprattutto quello di Birkenau, trovava i suoi tragici fondamenti in ciò che possiamo definire l’industria della morte, realizzata attraverso una lunga serie di umiliazioni psicologiche, di maltrattamenti e di costrizioni fisiche che portavano lentamente, ma, inesorabilmente, all’annientamento fisico del detenuto e, quindi, al suo decesso, spesso durante le selezioni e nelle camere a gas, spesso, però, anche a seguito di punizioni o per altre circostanze.

L’esperienza della visita ad Auschwitz, soprattutto nel luogo delle baracche dove dormivano i detenuti, fu per me emblematica e credo che dovrebbe essere consigliata a tutti coloro che ancora oggi negano quanto è successo lì dentro, come in altri luoghi simili.

Ma perché ricordare sempre queste cose?” Sono in tanti, troppi, purtroppo, nel Terzo Millennio, a porsi ancora queste domande. Io risponderei che è importante in primo luogo perché i popoli non possono e non devono mai perdere la loro memoria storica. Occorre costruire il futuro conoscendo ciò che è accaduto nel passato, anche in ossequio al principio che la Storia è “testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis“, come scriveva Cicerone nel De Oratore, II, 9, 36.

Ma è fondamentale ricordare quanto è avvenuto nel nostro passato recente anche perché in Europa e nel mondo, nel corso degli anni, si sono allargati a macchia d’olio episodi di antisemitismo e di xenofobia, legati al razzismo, all’intolleranza e, direi, alla paura, per il diverso, per “l’altro da sé”.

Queste sono, senza dubbio, delle valide ragioni per ravvivare ogni giorno di più il ricordo di ciò che è accaduto tanti anni fa.

Allo stesso modo, è doveroso fare memoria anche di tante altre campagne di sterminio e stragi che hanno insanguinato il XX secolo. Penso al massacro delle Foibe (1943 – 1945), di cui celebreremo il ricordo il 10 febbraio, al genocidio degli Armeni (1915 – 1916), a quello dei Tutsi (1994), ai massacri nella ex Jugoslavia.

Certamente, infine, il nostro pensiero non può non andare alla “martoriata Ucraina e a tutti i popoli tormentati dalla guerra” (Papa Francesco, 26 dicembre 2022).

Allora, bisogna ricordare, ma, soprattutto, far ricordare.

È proprio attraverso il consolidamento della nostra memoria storica, la quale non può non avere come presupposto una salda e rinnovata coscienza delle nostre radici, che si può piegare il negazionismo e, con esso, ogni pericolo di ritorno a un passato così tragico e orrendo.

Rinnovare ogni anno il ricordo è fondamentale: lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri studenti, ai nostri figli, ma anche ai nostri genitori e ai nostri nonni, nonché alle vittime di quelle barbarie e a tutti coloro che hanno combattuto, spesso a prezzo del loro stesso sangue, per donarci un’Europa democratica, pacifica, libera e aperta a tutte le culture e a tutti i popoli!

Castello di Malbork, immagine tratta dal sito https://whc.unesco.org/en/list/847/

Interno del castello di Malbork, immagine tratta dal sito https://congruentcastles.wordpress.com/2020/12/15/interior-of-malbork-castle-poland/

Immagine tratta dal sito https://zamkigotyckie.org.pl/en/member/malbork/2441.htm

Immagine tratta dal sito https://www.incinqueconlavaligia.com/visitare-auschwitz-con-i-bambini-la-nostra-esperienza/

Immagine tratta dal sito https://www.raicultura.it/storia/foto/2020/01/Auschwitz-81d399c8-a848-49ce-8d79-3d0d4193245a.html

Immagine tratta dal sito https://www.raicultura.it/storia/foto/2020/01/Auschwitz-81d399c8-a848-49ce-8d79-3d0d4193245a.html

Liceo Classico, Classico Europeo, Artistico, Musicale: ampliamento dell’offerta formativa con grande attenzione all’innovazione tecnologica!

Letteratura, ma anche molto altro! … Coding e robotica all’IIS “Perito Levi” di Eboli. Una scuola proiettata verso il futuro!

“A scuola per le STEM”. Gli alunni della classe V D del Liceo Classico Europeo, impegnati con il coding e la robotica, realizzano un robot “intelligente” per il pensiero computazionale!

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Archiloco

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“Tendi la tua mano”

In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Alzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

«È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Centrale è questo interrogativo che Gesù pone ai farisei. Ritenete che, pur essendo sabato, si possa salvare la vita di una persona o pensate che questa persona debba essere abbandonata al suo destino?

Nella pagina odierna del Vangelo, Gesù si sofferma ancora sulle prescrizioni e sulle norme che caratterizzavano la legge mosaica, soprattutto in merito al sabato. Lo Shabbat era un po’ come per noi la domenica: il giorno del Signore, il giorno del riposo, il momento in cui ci si doveva astenere dalle attività lavorative per pregare e per lodare il Signore. E, pertanto, secondo l’interpretazione eccessivamente rigida dei contemporanei di Gesù, di sabato non doveva essere considerato lecito neppure guarire una persona, in quanto ciò rientrava nelle attività lavorative.

Gesù pone questa domanda ai farisei, ma, con sua grande delusione, non può fare altro che constatare la loro ottusa durezza dei cuori. Ma il Figlio dell’uomo, sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek, è venuto tra gli uomini proprio per rinnovare i cuori degli uomini, portando a compimento e umanizzando la legge mosaica. Pertanto, di sabato, nella sinagoga, non esita a guarire la mano paralizzata di una persona.

Alla durezza dei cuori dei farisei si contrappone la dolcezza e la mitezza con cui Gesù si rivolge alla persona malata: “tendi la mano” e, da quel momento, “la sua mano fu guarita“.

Anche oggi, il Signore vuol ricordare a tutti noi che al centro di tutto, alla base di ogni norma e di ogni legge, devono esserci sempre il benessere e la felicità degli uomini, quegli uomini che Dio ha tanto amato da donare il suo Figlio unigenito (GV 3,16). Norme e precetti devono spingerci a compiere il bene, ad agire per gli altri, ad andare, sempre e comunque, in aiuto agli altri, secondo le nostre possibilità.

Anche a noi Gesù, ogni giorno, dice “Tendi la mano” e, a sua volta, ci porge la sua mano. Ogni giorno Egli ci invita ad aprirci al Vangelo e, attraverso il Vangelo, ad aprirci agli altri, al nostro prossimo.

Il Signore è sempre pronto a guarirci, a liberarci dalle nostre paure e dalle nostre paralisi e lo fa anche chiamandoci continuamente a stare sempre dalla parte delle persone, soprattutto, di quelle più bisognose. Nei loro occhi, nelle loro parole, nei loro gesti e nelle loro sofferenze noi possiamo incontrare Gesù che è sempre in mezzo a noi; possiamo vedere il Signore che ci dice ancora “tendi la mano” per essere guarito, ma anche, a tua volta, per guarire gli altri!

Apriamoci, dunque, a Cristo, spalanchiamo a lui le porte del nostro cuore, facendoci, attraverso di lui, messaggeri di pace, in un mondo sconvolto da tante guerre, e testimoni di gioia, di conforto, di amore e solidarietà, in un tempo, quello in cui viviamo, macchiato e contaminato da egoismi, povertà, tristezza e solitudine.

Gesù, con le sue parole e le sue azioni, “provoca” non solo i farisei del suo tempo, ma anche tutti noi oggi, chiedendoci di scegliere da che parte stare e indicandoci la via giusta.

Forse, ciò che possiamo fare per gli altri, può sembrare insufficiente, eppure il poco diventa molto nelle mani di Dio.

Ciascuno di noi, illuminato e guidato dalla Parola di Gesù, può diventare una “piccola goccia” dell’immenso Oceano dell’amore di Dio, un piccolo porto di quiete, una piccola ancora di salvezza nel mare tempestoso di chi soffre e di chi è in pericolo!

“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”

Dal vangelo secondo Marco (Mc 2,23-28)

In quel tempo, di sabato, Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.

I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».

E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

immagine tratta dal sito https://www.papabhttps://www.materecclesiaebernalda.it/gesu-educa-alla-legalita-attraverso-la-carita-e-la-lealta-alluomo-martedi-della-ii-settimana-del-tempo-ordinario-anno-dispari/oys.org/il-figlio-delluomo-e-signore-del-sabato/

Gesù difende dalle critiche dei farisei i discepoli accusati di violare il sabato, perché in tale giorno essi raccolgono le spighe. Questo atto rientrava, secondo la legge ebraica, tra le attività lavorative vietate nel giorno del sabato, considerato come “giorno del Signore”.

Le parole dei farisei, in verità, sono caratterizzate da un legalismo sterile e fine a se stesso e costituiscono un pretesto per non accogliere la proposta di rinnovamento e di conversione suggerita da Gesù. Ma il Signore, che scruta i cuori di tutti, ribatte citando, come testimonianza, il passo delle Scritture in cui Davide, in un momento di grande necessità, entrò con i suoi compagni nel tempio e mangiò, con loro, i pani, compiendo un’azione che spettava solo ai sacerdoti.

Così, in merito al sabato, Gesù esclama a gran voce: “il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato! Perciò, il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”.

Gesù apprezza i digiuni, come momento in cui l’uomo dimostra la sua forza contro ogni tentazione e ogni schiavitù. Gradisce anche il rispetto di altre pratiche religiose, come quella dello Shabbat, in quanto momento di riposo, di contemplazione e di lode per Dio e per tutto ciò che Egli ci ha donato. Tuttavia, ci invita a “partecipare al riposo di Dio, non a subirlo”. Per questo, Cristo, in qualche modo, subordina il sabato alla centralità dell’uomo e ai suoi bisogni.

Contro ogni rigido fanatismo e legalismo, Gesù vuol far comprendere che il sabato è stato voluto come “giorno del Signore” non per opprimere gli uomini, ma per offrire loro un gioioso momento di lode, di adorazione e di santificazione.  

Gesù, dunque, cambia nel profondo la legge del sabato, le dà compimento, la innesta nella legge dell’amore e della carità, proponendo, ancora una volta, una vera e propria conversione della mente e dei cuori.

Nella conversione che Gesù ci propone non c’è più spazio per le vecchie categorie di “lecito” e “illecito”. Già ai tempi di Davide, il Signore aveva fatto capire che le regole sono state fatte per l’uomo e non viceversa.

La legge è stata concepita per far vivere meglio l’uomo e non per soffocarne la dignità. La Legge mosaica non viene abolita, ma, anzi, completata e umanizzata.

Anche a noi Gesù chiede di vivere nel suo amore e di testimoniare con fede il suo Vangelo, senza mai volgere in nostro sguardo indietro e liberandoci da forma di ostacolo o di pretesto che ci impedisca di collaborare al progetto che Dio ha per ciascuno di noi. Per farlo, però, dovremo saper accogliere il “vino nuovo in otri nuovi”, lasciandoci rinnovare dalla “gioia del Vangelo”.

Non mancano certamente esempi illustri a cui ispirarci per far arrivare a tutti l’amore caritatevole di Cristo. Pensiamo a un grande santo di cui oggi ricorre la memoria liturgica: S. Antonio Abate (III-IV secolo) che, in piena aderenza con lo spirito evangelico, si privò di tutti i suoi beni per accogliere in modo radicale la proposta di Gesù; pensiamo a S. Francesco, ma anche a testimoni più recenti, come il beato Carlo Acutis, oppure l’amato Fratel Biagio Conte, “missionario di speranza e di carità”, scomparso lo scorso 12 gennaio, che con la sua “fede perseverante” si è fatto ultimo tra gli ultimi, dedicando a loro ogni istante della sua vita.

Certo, la conversione che Gesù richiede a ogni cristiano è un percorso molto impegnativo che si basa su «regole» e leggi precise, ma anche molto «semplici», da seguire nella concretezza della vita. Queste leggi devono essere attuate sempre attraverso slanci di carità e di lealtà verso il nostro prossimo.

In questo percorso non siamo soli: i grandi santi, la Madonna, lo Spirito Santo sono sempre pronti ad accompagnarci.

Lasciamoci, dunque, guidare da loro e lasciamoci soprattutto prenderci per mano da Gesù che non ci abbandona mai e non ci fa mai mancare il suo aiuto e il suo conforto.

“Vino nuovo in otri nuovi” (Marco 2,22)

«E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!» (Marco 2,22)

Immagine tratta dal sito https://www.notiziecristiane.com/otri-nuovi/

Abbandoniamo quanto di vecchio e di caduco c’è in noi e impegniamoci a vivere nella gioia e ad esortare anche gli altri a fare altrettanto. Non rimaniamo prigionieri del vecchio, sforziamoci di essere “vino nuovo in otri nuovi”. Il vino nuovo è lo stile di vita del Vangelo; gli otri nuovi siamo noi, con i nostri cuori rinnovati che con gioia accolgono la Parola di Cristo, la testimoniano e la annunciano agli altri.

Se viviamo in pieno il Vangelo, potremo guardare al futuro con fiducia e, allo stesso tempo, anche con letizia e stupore. «Il Vangelo è novità, il Vangelo è festa. Il Vangelo è gioia. E soltanto si può vivere pienamente il Vangelo in un cuore gioioso e in un cuore rinnovato» (Papa Francesco, 5 settembre 2014).

Non lasciamo, dunque, che questo rinnovamento rimanga confinato e nascosto dentro di noi e nei nostri cuori. Diffondiamolo ovunque, facendoci sempre di più fermento e lievito di gioia, di fraternità, di amore e di solidarietà per chi vive il disagio e le sofferenze dei nostri tempi.

Comminiamo insieme “con tutti e per tutti” (Matteo Truffelli), contribuendo a realizzare la “Chiesa in uscita”, la “Chiesa missionaria”, la “Chiesa ospedale da campo” di cui il mondo del Terzo Millennio ha così tanto disperatamente bisogno.

Ecco l’Agnello di Dio!! – II Domenica del T.O. Anno A

Giovanni Battista riconosce in Gesù l’“agnello di Dio”, il messia, colui che è stato inviato da Dio per salvare l’umanità. Il Battista non lo ha mai visto prima, ma, illuminato da intelligenza divina e Spirito Santo, individua con certezza in Cristo il Signore che viene in mezzo a noi e lo indica a tutti gli uomini, testimoniando che “questi è il figlio di Dio”.

Giovanni vede in lui il liberatore, l’agnello che si offre in sacrificio per tutti noi e ce lo presenta come colui sul quale ha visto “lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere con lui”.

Immagine tratta dal sito https://paolaserra97.blogspot.com/2017/01/ecco-lagnello-di-dio-colui-che-toglie.html

E noi? Siamo in grado di riconoscere Gesù che viene? Sappiamo individuare la presenza di Dio nella nostra vita, riusciamo, inoltre, a testimoniarla agli altri, al nostro prossimo?

San Paolo, oggi, nella prima lettera ai Corinzi, ci dice che siamo chiamati ad essere “santificati in Cristo Gesù”, in quanto innestati in lui per effetto del Battesimo, ma …. quanto è difficile farsi santi ai giorni nostri!

È difficile, ma non impossibile, soprattutto se accettiamo di collaborare con il Signore e se anche noi, come il salmista, con fiducia diciamo: “ecco, io vengo … su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel mio intimo”.

La santità è “sperare con coraggio ogni giorno”, camminando con coraggio e con fiducia alla presenza di Dio. Un cammino che si può percorrere solo se, come dice Papa Francesco, a sostenerlo sono i quattro «pilastri» del coraggio, della speranza, della grazia e della conversione.

Immagine tratta dal sito https://bfrasi.com/camminate-con-decisione/

Possiamo fare la volontà del Signore nella semplicità dei nostri gesti quotidiani, riconoscendo Cristo in un semplice passante, proprio come Giovanni, e rendendoci prossimi a chi ha bisogno di noi.

Lasciamoci guidare dallo Spirito Santo e annunciamo anche noi con gioia e fervore la presenza salvifica del Figlio di Dio nella nostra storia e nel nostro mondo. Potremo, così, infondere fiducia, serenità e speranza a chi, per tante diverse ragioni, fiducia, serenità e speranza oggi proprio non riesce più ad averne!

                                                                                                                           Amen

“Allegri”, ma non troppo, anzi… piuttosto tristi !! ⚽️⚽️⚽️⚽️⚽️ Tristemente ALLEGRI o ALLEGRAMENTE tristi!!

Da “Allegri” a tristi il passo è breve… ⚽️⚽️⚽️⚽️⚽️

Tre babà e due sfogliatelle….

La Parola di oggi 11 gennaio 2023: l’azione guaritrice e risanatrice di Gesù

Anche oggi l’evangelista Marco si sofferma sui segni operati da Gesù e, in particolare, sulle guarigioni. Diversa, rispetto alla pagina del Vangelo di ieri, è la scena in cui Gesù agisce. Non più la sinagoga, bensì la casa di Simone e Andrea.

Qui dimora, malata e allettata a causa della febbre, anche la suocera di Simone. Gesù si avvicina a lei, la prende per mano e, facendola alzare, la guarisce.

La donna, ormai in forze e in piena salute, si mette subito a servire il Signore.

Al termine della giornata, dopo il tramonto, la porta della casa di Pietro (Simone) diventa, per usare un’espressione moderna, “meta di pellegrinaggio” per tanti malati e per tanti indemoniati che chiedono di essere guariti da Gesù.

La mattina seguente, Gesù si ritira in un luogo deserto per pregare e, rintracciato dai discepoli, li invita a recarsi con lui negli altri villaggi della Galilea per predicare e per guarire anche nelle sinagoghe di questi villaggi.

Sono diversi gli elementi significativi di questa pagina del Vangelo:

  1. in primo luogo, possiamo notare che la suocera di Pietro, appena guarita, si pone al servizio di Gesù e di coloro che stanno con lui. Quella operata da Gesù è, dunque, una “guarigione per la diakonia”, cioè per il servizio, per la ministerialità. Allo stesso modo, Gesù guarisce, o meglio, converte anche ciascuno di noi, ma, al contempo, ci chiede di servirlo per diffondere la sua Parola ovunque noi possiamo farlo. Si tratta non tanto di guarigioni fisiche, quanto, piuttosto, di guarigioni morali e spirituali. Attraverso l’incontro con Gesù, medico delle anime e dei corpi, siamo chiamati alla conversione e alla missione di annunciare il Regno di Dio e l’intervento salvifico di Cristo in favore dell’umanità.
  2. In secondo luogo, abbiamo notato che diversa è la scena in cui Gesù opera le sue guarigioni. Non più la sinagoga di Cafarnao, ma la casa di Simone e Andrea. Questo luogo potrebbe, in qualche modo, rappresentare il simbolo della “soglia”, della “Chiesa in uscita”, della Chiesa “ospedale da campo”, per riprendere un’immagine tanto cara a Papa Francesco. Una Chiesa che non rimane chiusa all’interno delle sue mura, ma che si mette costantemente in cammino, per portare conforto e aiuto a chi ne ha bisogno. Non a caso, Gesù non si trattiene in questo luogo, ma decide di proseguire, di andare “altrove”.
  3. Cristo porta avanti, per evocare le parole di Martin Dibelius, teologo tedesco vissuto tra l’Ottocento e il Novecento, una sorta di “nascosta epifania”. Una “epifania” attraverso la quale il Figlio di Dio si manifesta a coloro che lo invocano e a coloro a cui il Padre lo ha mandato.

Anche oggi Gesù vuole manifestarsi quotidianamente a tutti noi, vuole guarirci dal peccato, dall’orgoglio e dalla superbia e vuole allontanare i “nostri demoni”, cioè le nostre afflizioni e, soprattutto, le nostre paure.

Carissimi, spesso, però, è soprattutto la paura a frenarci e ad impedirci di progredire nel nostro percorso di santificazione. Proprio la paura, che ci blocca e non ci fa camminare con Dio, è uno dei più grandi peccati da temere e da evitare. Essa è, infatti, diabolica. È il mezzo di cui il maligno si serve per allontanarci da Cristo.

Gesù, invece, è venuto per noi, per guarire dal di dentro l’umanità, rendendosi in tutto simile a noi fuorché nel peccato! Ci tende sempre la mano, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà, nei momenti in cui sembra che stiamo per “naufragare”.

Lasciamoci, dunque, ispirare e guidare da lui, affinché possiamo essere anche noi, sia pur con tutti i limiti delle nostre imperfezioni, “guaritori” delle sofferenze e delle paure altrui.

Non temiamo di imitare Cristo, nostro “fratello maggiore” per effetto del Battesimo. Come Gesù si prende cura di noi, per liberarci da ogni male, così anche noi prendiamoci cura degli altri, anche semplicemente testimoniando la nostra presenza, una presenza magari muta e silenziosa, nei casi in cui non sappiamo che cosa dire, ma, pur sempre, tangibile, sensibile e foriera di consolazione, di conforto e di condivisione.

Ricerchiamo ogni giorno in noi la presenza di Dio e facciamocene annunciatori e portatori agli altri con la preghiera costante e con le opere buone.

Oggi …. e sempre ….

Viviamo l’oggi di Dio

In Gesù, Verbo Incarnato, si compie la Scrittura. In Lui l’Antica Alleanza diventa Nuova Alleanza, fondata sul progetto di liberazione e di salvezza per tutti gli uomini.

Dobbiamo ascoltare la Parola, vivendo e testimoniando, per quanto possibile, “l’oggi di Dio”, cioè il tempo di Dio, visto non come asse cronologico, ma come straordinaria opportunità di cambiamento, di operosità e di salvezza, per noi e per gli altri.

Dobbiamo vivere questa dimensione dell’oggi di Dio testimoniando, con la nostra vita, il Vangelo nella nostra società e nella nostra epoca, prendendoci, ad esempio, cura di chi ci tende la mano per essere aiutato.

Dio, infatti, attraverso Cristo, si prende cura dei poveri e dei diseredati, facendosi vangelo, cioè buona notizia di speranza, di liberazione e di salvezza.

Il presente per noi è sicuramente l’oggi di Dio: quell’oggi che non è più ieri e non è ancora domani; quell’oggi che ci aiuta a rintracciare la presenza di Cristo intono a noi, nel nostro prossimo.

Solo il presente ci appartiene. Ieri non è più nostro. Domani non è ancora nostro.

L’oggi di Dio diventa, dunque, l’unica vera dimensione nella quale possiamo e dobbiamo operare, trasformando il χρόνος (chronos), cioè il tempo quantitativo, scandito dallo scorrere ciclico e monotono delle ore, dei minuti e dei secondi, in καιρός (kairòs), cioè nel momento opportuno per il nostro cambiamento e per il nostro rinnovamento interiore.

 

Felicità, libertà e coraggio…

Foto tratta da: https://www.facebook.com/groups/41183979282/user/100012295214356/

τὸ εὔδαιμον τὸ ἐλεύθερον, τὸ δ᾽ἐλεύθερον τὸ εὔψυχον (Tucidide, St., Epitaffio di Pericle, II, 43, 4).


“LA FELICITÀ CONSISTE NELLA LIBERTÀ, LA LIBERTÀ CONSISTE NEL CORAGGIO”.

Aggiungo che la vera libertà e il vero coraggio consistono anche nell’andare controcorrente, quando ciò è necessario.

I cristiani, ma non solo loro, non devono avere paura di andare controcorrente.  

“Essere cristiani significa andare controcorrente rispetto alla mentalità di questo mondo”

(cfr. https://costanzamiriano.com/2016/02/08/essere-cristiani-significa-andare-controcorrente-rispetto-alla-mentalita-di-questo-mondo/).

Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24). Rinnegare se stessi ed accettare la croce significa morire al proprio orgoglio e fidarsi totalmente di Dio, vivendo come Cristo nella totale dedizione al Padre e ai fratelli.

Andare controcorrente significa essere felicemente, liberamente e coraggiosamente se stessi!!

Foto tratta dal sito: https://www.notiziecristiane.com/vivere-con-dio-vuol-dire-andare-contro-corrente/

Parlare, ma anche ascoltare…

“Parlare è il privilegio della conoscenza, ascoltare è il privilegio della saggezza”.

Io sono d’accordo. E voi?

Immagine tratta dal sito: https://www.facebook.com/radioculturesco/photos/a.156700051696984/1150644572302522/

PAPERINO E LA NOTTE DEL SARACINO — IN LINGUA LATINA: Donaldus Anas atque Nox Saraceni (1984): “Paperino e la notte del saraceno”.

ECCO A VOI UN BEL PDF DI UN FUMETTO IN LATINO DEDICATO A PAPERINO & COMPANY. (GIUSTO QUALCHE ISTANTE PER CARICARE IL FILE, POI POTETE LEGGERLO….

Il file è stato preso dal link: https://ia802905.us.archive.org/1/items/disney-w.-donaldus-anas-atque-nox-saraceni-1984/DISNEY%2C%20W.%20-%20Donaldus%20Anas%20atque%20Nox%20Saraceni%20%5B1984%5D.pdf

Qui di seguito, la traduzione in italiano, che potete trovare sul sito https://www.facebook.com/media/set/?set=a.894126117322147.1073741842.268118169922948&type=3

Buona lettura!!

Il lavoro e l’impegno costituiscono il più grande tesoro!

Il lavoro e l’impegno costituiscono il più grande tesoro!


Narrava Esopo che

Un contadino, che stava sul punto di morire, volendo che i propri figli acquisissero pratica dell’agricoltura, avendoli chiamati a sè, disse: “figli miei, io ormai sono sul punto di lasciare questa vita, ma voi, cercando bene nella vigna, troverete tutto ciò che è stato da me nascosto”. Quelli, dunque, pensando che lì, da qualche parte, fosse stato sepolto un tesoro, dopo la morte del padre cominiciarono a scavare: orbene, non trovarono alcun tesoro, ma la vigna zappata nel modo giusto diede frutti in modo straordinario.

La favola dimostra che il lavoro è per gli uomini il vero tesoro!

Allora, cari ragazzi ed amici del blog, lungi da me qualsiasi intento moralista, soprattutto a quest’ora. Ma qual è il vero messaggio della favola?

E’ semplice: non possiamo e non dobbiamo dare tutto per scontato, come se ogni cosa ci fosse dovuta per chissà quale ragione!

I figli del contadino, ascoltando le parole del padre morente, pensavano che avrebbero trovato un tesoro nascosto presso la vigna. Così non fu. Ma il lavoro svolto attorno alla vigna rese quest’ultima molto ricca di frutti e questa fu la vera fonte di ricchezza per i figli del contadino.

Essi, dunque, compresero che il vero tesoro era solo quello che scaturiva dalle loro fatiche e dal loro lavoro.

Analogamente, nulla può esserci sic et simpliciter regalato.

Le ricchezze, soprattutto quelle morali e professionali (o, nel caso di molti di voi, scolastiche) possiamo guadagnarcele solo con il nostro costante e proficuo impegno.

Il lavoro e l’impegno sono, dunque, i nostri ed i vostri veri tesori.

Se ci impegneremo vedremo sempre riconosciuto, ed adeguatamente premiato, il nostro lavoro.

E’ importante che si comprenda che nulla può mai essere considerato dovuto, senza che si faccia alcunché per meritarselo. Ciò vale per la scuola, ma vale, più in generale, per la vita, di cui la scuola è, con i suoi pregi ed i suoi difetti, certamente lo specchio fedele!



Sapiens fingit fortunam sibi.

Quisque faber fortunae suae!