Da Claudio a Nerone

Claudio: un imperatore rivalutato dalla storiografia moderna

Il 24 gennaio del 41 d.C., durante le feste augustali, dopo tre anni, dieci mesi e otto giorni di governo, venne ucciso Caligola, l’imperatore forse più pazzo che la storia romana ricordi. Morì per mano del tribuno dei pretoriani Cassio Cherea, che il despota era solito umiliare ed insultare, e di Cornelio Sabino. Il primo lo colpì alla testa con una spada, l’altro al petto. L’opera venne “completata” da altri congiurati di origine senatoria ed equestre. Come in una sorta di déjà vu, che richiama alla mente l’uccisione di Cesare, i congiurati uscirono per le strade dell’Urbe gridando: “Roma libera, Roma libera”.

All’inizio il popolo romano, avvezzo alle folli stranezze di Caligola, accolse l’annuncio della morte senza alcuna reazione, credendo che non fosse veritiero e che lo stesso imperatore avesse diffuso ad arte quella notizia per poi uccidere tutti coloro che avessero esultato.

Anche per imposizione dei pretoriani salì al potere Claudio (Tiberius Claudius Drusus Nero Germanicus, fratello di Germanico e, quindi, zio dell’imperatore ucciso) e governò Roma dal 41 al 54 d.C.. Come già accaduto per il suo predecessore, molto probabilmente anche la nomina di Claudio fu influenzata dal mito di Germanico, che tra il 14 ed il 15 d.C., si era brillantemente distinto in Germania. Il nuovo imperatore raccolse un’eredità difficile, resa ancora meno invidiabile dalla crisi economica provocata dalle folli spese di Caligola. Claudio cercò di attuare all’inizio del suo mandato una politica volta a restaurare quell’equilibrio istituzionale e sociale che aveva già caratterizzato il periodo augusteo.

In tale direzione andava il suo tentativo di avviare una proficua collaborazione con il Senato. Tuttavia, non riuscì nel suo intento soprattutto a causa delle sempre crescenti ostilità e diffidenze del Senato romano.

Per questa ragione, abbandonando l’iniziale suo progetto politico, mirò a consolidare l’appoggio dell’esercito e conferì al suo governo un aspetto dispotico e tirannico.

Dette vita ad un’efficiente burocrazia di corte (costituita da un ampio numero di liberti, cioè schiavi poi liberati) ed estese la cittadinanza ed il rango senatorio a molti abitanti delle province, rendendo il senato un organismo sempre più “universale” e sempre meno italico.

Questi, in breve, furono gli aspetti salienti della sua azione politica:

  • visione dell’impero come un "unico organismo" territoriale, senza privilegi o disparità tra le popolazioni
  • volontà di rendere il Senato un organismo rappresentativo di tutto l’impero e non solo dell’aristocrazia romana ed italica
  • estensione del diritto di cittadinanza ad un numero sempre più ampio di uomini ed, in particolare, ai soldati ausiliari
  • creazione di un’efficiente burocrazia imperiale, attraverso il coinvolgimento dei liberti a lui fedeli (liberti imperiali)
  • indebolimento dell’aristocrazia romana
  • risanamento delle finanze pubbliche
  • ampliamento del porto di Ostia e realizzazione del grandioso acquedotto dell’ Acqua Claudia, già avviata, però, da Caligola
  • politica estera "difensiva" o, comunque, fondata sul rafforzamento dei confini.

conquiste militari importanti:

– Mauretania (attuale Marocco), nel 42 d.C.

– Britannia, ( in parte conquistata dal figlio Britannico), nel 43 d.C.

– Giudea, nel 44 d.C. .

Tuttavia, i buoni risultati politici vennero rapidamente offuscati dagli scandali e dalla corruzione di corte, che videro coinvolte anche personalità della famiglia imperiale. Lo stesso Claudio, su pressione dai liberti, fece giustiziare la moglie Messalina, sia a causa dei suoi comportamenti licenziosi, sia perché si era resa colpevole di una congiura ai danni del marito. Successivamente, sposò Agrippina, sorella del defunto Caligola, madre di Nerone.

Proprio questa donna provocò la fine del suo impero e la sua morte. Infatti, ella, dopo aver messo fuori gioco l’influenza dei liberti imperiali, persuase il marito a designare come suo successore proprio Nerone e poi lo avvelenò.

Gli antichi scrittori, quali Seneca, Svetonio, Tacito ed altri, rappresentavano questo imperatore come una persona abulica e succube sia delle donne di corte, sia dei suoi potenti liberti.

Eppure, come la storiografia moderna ha giustamente evidenziato, il principato di Claudio è stato uno dei migliori quanto meno tra quelli del primo secolo d.C. e, soprattutto, uno dei più innovatori.

Claudio, infatti, fu ispirato da una visione straordinariamente moderna dell’impero e della missione di Roma. La potremmo definire universalistica e cosmopolita, fondata sulla concezione di una società aperta e "globalizzata" che sapesse inserire ed integrare negli organismi politici e dirigenti le forze migliori, al di là della loro provenienza o della loro condizione di nascita. Solo così, dunque, possiamo spiegarci la sua decisione di estendere il rango senatorio anche agli abitanti delle province, oppure la sua volontà di conferire le più alte cariche istituzionali a persone che, anche se di origine servile, avessero mostrato una particolare attitudine per l’espletamento di quegli incarichi.

Sotto questo profilo, egli fu il primo a creare, in Roma, una burocrazia centralizzata e ad affidare l’amministrazione pubblica imperiale a liberti professionisti, in base a diverse sfere di influenza, conferendo a ciascun liberto una sorta di funzione ministeriale. Tra questi liberti si distinsero in particolare:

* Narciso, capo della segreteria privata del princeps e incaricato di gestire le relazioni con i governatori, le lettere e messaggi di vari funzionari, le relazioni con città o comunità provinciali;

* Pallante, responsabile della ragioneria, dell’erario e delle finanze dello Stato;

* Callisto che si interessava, in particolare, delle richieste inviate al princeps;

* Polibio che svolgeva funzioni di consigliere culturale di Claudio.

Essi, pur coinvolti in intrighi di corte e in giochi di potere, mostrarono in genere grandi capacità e furono le "colonne" del nuovo sistema burocratico ed amministrativo centralizzato voluto dall’imperatore.

Il giudizio negativo della storiografia e dell’ intellighenzia del suo tempo sul suo operato scaturisce, con ogni probabilità, dal fatto che con queste riforme Claudio aveva ridimensionato drasticamente il potere ed il prestigio della classe senatoria ed aristocratica, dalle cui file tutti questi vari scrittori provenivano.

A parte Tacito e Svetonio, fu soprattutto Seneca a delinearne un ritratto negativo nell’opera Apocolokyntosis, sive de morte Claudii, cioè ZUCCHIFICAZIONE, ovvero sulla morte di Claudio.

Trasformazione in una zucca, era il termine impiegato dal filosofo stoico per ridicolizzare il processo di apoteosi e divinizzazione voluto per Claudio dopo la sua morte.

Nerone (54 – 68 d.C.)

Claudio, dunque, fu assassinato da Agrippina nell’ottobre del 54 d.C.. Come da copione, salì al trono Nerone, non ancora diciassettenne, che subentrò a Britannico, il figlio di Claudio, nei diritti per la successione al trono, come erede designato e come marito di Ottavia, figlia dell’imperatore ucciso.

Come già accaduto anche per Caligola (37 – 41 d.C.), Nerone governò, in una prima fase, in modo saggio ed illuminato. Anzi dei suoi quattordici anni di principato, gli storici tendono a mettere in risalto il cosiddetto quinquennio felice che interessò i primi cinque anni di governo, in cui egli, ancora giovane, era guidato nelle sue scelte dalla madre Agrippina, dal prefetto del pretorio Afranio Burro, ma soprattutto dal filosofo stoico spagnolo Lucio Anneo Seneca, che cercò di indirizzarlo verso una politica filo – senatoria e incentrata su una politica di equilibrio tra i poteri del princeps e del senato.

Tuttavia, il carattere dispotico di Nerone non tardò ad evidenziarsi.

Desideroso di rendersi autonomo dalle eccessive ingerenze materne negli affari politici, avendo Agrippina, nel 55 d.C., minacciato di sostenere Britannico nella lotta per il riconoscimento dei suoi diritti alla successione imperiale, Nerone fece avvelenare proprio il fratellastro. Infine, nel 59 d.C., fece uccidere la stessa Agrippina, che aveva preso anche le difese di Ottavia, moglie di Nerone, contro Poppea. Come già accaduto con Claudio, Nerone si discostò presto dalla politica filo – senatoria ispiratagli da Seneca, per instaurare una monarchia assoluta di tipo orientale.

In relazione a ciò, occorre dire che fin dall’inizio del principato, cioè fin dal 13 ottobre del 54 d.C., la personalità del principe era stata agitata da un forte contrasto politico ed ideologico:

  1. da un lato, la ricerca dell’appoggio dei senatori e dei ceti privilegiati, attraverso la difesa dei loro privilegi, direzione verso la quale lo spingeva lo stesso Seneca;
  2. dall’altro, il desiderio di emulare il grandioso precedente di Alessandro Magno, anche attraverso l’esaltazione della tradizione culturale greco – orientale su quella romano – italica ed attraverso il sostegno delle masse popolari meno abbienti. La volontà di ispirarsi al modello del macedone e di instaurare anche in Roma una monarchia assoluta di tipo orientale, era in parte alimentata anche dalla sfiducia delle masse popolari verso la religione tradizionale e verso riti che erano stati, in passato, l’espressione del potere delle classi aristocratiche.

Così, anche nella fase del cosiddetto QUINQUENNIO FELICE, quella, cioè, in cui Nerone si era sforzato, forse suo malgrado, di seguire una politica filo – senatoria e filo – aristocratica, spesso, a dispetto delle ufficiali buone intenzioni, ai propositi non seguivano, poi, sempre i fatti. Ad esempio, Nerone restituì, ufficialmente, al Senato il diritto di coniazione di monete d’oro e d’argento, ma di fatto affidò questo compito a senatori da lui stesso stipendiati. Ciò voleva dire che si trattava di senatori, ma alle dipendenze del princeps. Quindi non venne rivalutato affatto il Senato in quanto istituzione.

Un altro esempio a conferma di ciò può essere individuato nella abolizione delle imposte indirette ed, in particolare, dei PORTORIA (dal latino “portorium” = dazio d’entrate, sulle merci importate in Roma o dazio d’uscita, sulle merci esportate da Roma). Tra le merci sulle quali gravava il dazio doganale c’erano prodotti di lusso i cui proventi arricchivano le classi aristocratiche, ma c’erano anche generi alimentari e materie prime. L’assenza di qualsiasi misura protezionistica sulle merci importate in Roma rese, spesso, proprio queste merci prodotte nelle province dell’impero più concorrenziali, economicamente, con grave danno, spesso, proprio per i ceti possidenti romani, senza contare che proprio l’abolizione dei portoria colpì in modo inesorabile tutti coloro che si erano arricchiti proprio attraverso le società di esazione dei tributi medesimi.

Un altro duro colpo fu inferto alla nobilitas romana nel 63 d.C., con la riforma monetaria. In quell’anno, infatti, Nerone aveva ridotto di circa 1/12 il peso della moneta in rapporto alla quantità di metallo aureo o argenteo impiegato.

Se, infatti, fino a quel momento si ricavavano 40 aurei da una libbra d’oro (circa 327 grammi) e 84 denarii d’argento da una libbra d’argento, con la riforma neroniana, che puntava a ridurre il peso e, quindi, la quantità di oro e di argento impiegata nella coniazione di una moneta, poterono essere realizzati 45 aurei (e non più 40) con una libbra d’oro e ben 96 denarii (al posto dei precedenti 84) con una libbra d’argento. L’alleggerimento del peso delle monete fece sì che lo Stato riuscisse a coniare più monete con la stessa quantità di metallo e la spinta all’inflazione determinata da questa misura fu apparentemente compensata dalla circolazione di un numero assai maggiore di monete messe a disposizione delle classi meno abbienti. Questa misura fu, dunque, appoggiata dal popolo, ma avversata fieramente dai ceti possidenti che, invece, avevano sempre contato sul valore effettivo dell’oro e dell’argento posseduto, più che sulla moneta in sé. L’anno successivo, il 64 d.C., fu caratterizzato da un incendio, scoppiato nella notte tra il 18 ed il 19 luglio, che, per molti storici moderni non poteva essere stato doloso, dal momento che si era verificato in una notte di plenilunio, in cui nessuno si sarebbe arrischiato ad appiccarlo, con il pericolo di essere visto ed individuato. Tuttavia, venne attribuita proprio a Nerone la diretta responsabilità del disastro, in quanto egli, nella successiva fase della ricostruzione, si era lasciato prendere da un eccessivo entusiasmo che lo aveva spinto a far costruire la Domus Aurea e a dichiarare di voler edificare una nuova Roma. L’imperatore, a sua volta, per allontanare i sospetti che gravavano su di lui, fece credere che la responsabilità dell’incendio fosse da attribuire ai cristiani. Fu, dunque, il primo imperatore ad avviare una politica fortemente persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo, di cui pagarono le spese anche l’apostolo Pietro, crocifisso a testa in giù sul colle Vaticano, e l’apostolo Paolo che fu, invece, decapitato, nel luogo in cui oggi sorge la basilica di San Paolo.

La Basilica di San Paolo fuori le mura sorge lungo la Via Ostiense, vicino alla riva sinistra del Tevere, a circa due km fuori dalle mura aureliane. Si erge sul luogo che la tradizione indica come quello della sepoltura dell’apostolo Paolo (a circa 3 km dal luogo – detto "Tre Fontane" – in cui subì il martirio e fu decapitato); la tomba del santo si trova sotto l’altare maggiore, detto altare papale. Per questo, nel corso dei secoli, è stata sempre meta di pellegrinaggi; dal 1300, data del primo Anno Santo, fa parte dell’itinerario giubilare per ottenere l’indulgenza e vi si celebra il rito dell’apertura della Porta Santa. L’intero complesso degli edifici non appartiene alla Repubblica Italiana ma è proprietà extraterritoriale della Santa Sede.

Dal 65 in poi si ebbero diverse congiure contro Nerone. Tra queste, la più famosa fu quella dei Pisoni, ordita nell’aprile del 65 d.C., guidata da Caio Calpurnio Pisone e repressa duramente. Vi furono coinvolti anche gli scrittori Lucio Anneo Seneca e Marco Anneo Lucano che furono costretti ad uccidersi.

Una seconda congiura scoppiò in Palestina, ma fu domata, nel 66 d.C., da Tito Flavio Vespasiano che, già dal 51 d.C., era governatore dell’Africa. Egli conquistò militarmente tutte le città più importanti della Giudea e pose l’assedio alla stessa Gerusalemme. Inviò, inoltre, il generale Corbulone in una campagna militare contro i Parti per il controllo dell’Armenia. Lo scontro non ebbe né vincitori né vinti, tuttavia, i Parti riconobbero la sovranità romana sull’Armenia e questo fu un grande successo per Roma.

Questa rivolta, in realtà, fu fomentata anche dalle correnti giudaiche più intransigenti e gelose della propria identità religiosa e culturale.

Infine, nel 68 d.C., si ribellarono Giulio Vindice, comandante delle truppe stanziate in Gallia, Sulpicio Galba, comandante delle truppe posizionate in Spagna, Claudio Macro, dall’Africa, e Marco Salvio Otone comandante dell’esercito in Lusitania. Per Nerone la situazione divenne insostenibile, tanto che fu deposto e dichiarato nemico pubblico dal Senato. Così, in quello stesso 68 d.C., fu costretto a togliersi la vita.

Da Augusto a Caligola

Da Augusto a Domiziano: luci ed ombre della gestione del potere.

Augusto e la disfatta di Teutoburgo

Con Augusto nacque il principato, cioè il governo del princeps. Tale fu Augusto agli occhi dei Romani: non un sovrano, ma un princeps, cioè il “primo” tra i cittadini.

Come abbiamo visto, le vicende storiche dei secoli precedenti avevano di fatto spianato la strada a questo processo politico – amministrativo. Tutto aveva avuto inizio con la riforma dell’esercito attuata da Mario, basata sull’arruolamento volontario. Fu questo il punto di non ritorno: da questo momento in poi i soldati avrebbero mostrato fedeltà al proprio generale, piuttosto che allo Stato, con grave detrimento per la stabilità delle istituzioni repubblicane. I Romani, dunque, si sarebbero divisi tra le varie personalità dominanti, in lotta tra loro. Le tre guerre civili fra Mariani e Sillani (88 – 82 a.C), tra Cesariani e Pompeiani (49 – 45 a.C.) e, infine, tra Antonio e Ottaviano (Modena, 43 a.C.; 36 – 31 a.C.) possono essere considerate come una grave conseguenza del nuovo assetto militare voluto, tra il 107 ed il 105, da Caio Mario.

Tra le prime riforme adottate da Ottaviano, non a caso, possiamo inserire quella dell’esercito. Egli congedò circa 150.000 veterani, riducendo di molto il numero delle forze militari. Ridusse le legioni dei soldati effettivi da 65 a 25. Fondò, a difesa della persona del princeps, nove coorti di pretoriani (per un totale di 9000 uomini) guidate da un prefetto del pretorio. Aggiunse quattro coorti urbane e otto coorti di “vigili” notturni per proteggere la popolazione dagli incendi, dai furti e da ogni forma di turbamento dell’ordine pubblico. Anche la flotta fu riorganizzata e posta sotto il comando di due prefetti della flotta. Furono create, infatti, due basi permanenti (a Miseno, per il controllo del Tirreno, e a Ravenna per il controllo dell’Adriatico).

Più precisamente, Augusto assunse per sé l’imperio proconsolare maius et infinitum (più esteso di quello che generalmente veniva in passato attribuito a un singolo proconsole e non limitato ad una sola provincia) e la tribunicia potestas. Formalmente, Augusto, in quanto tribuno della plebe, aveva le stesse prerogative degli altri tribuni della plebe. Di fatto, però, Augusto non avrebbe mai potuto subire le limitazioni ed il veto che ogni singolo tribuno poteva assumere da un altro tribuno. La fama di Augusto si accrebbe e sfociò, nelle province orientali, in una vera e propria divinizzazione del princeps. In Occidente questo processo fu assai più lento e graduale, in quanto le popolazioni apparivano assai più restie a concedere onori divini ad un imperatore.

Sul piano delle riforme, cui si è accennato sopra, egli ricercò ed ottenne l’accordo tra l’ordine senatorio e quello equestre. Queste due classi sociali, dunque, si trovarono a dividersi le più importanti cariche: all’ordine equestre vennero assegnate le seguenti magistrature: 1) prefettura del pretorio, 2) prefettura dell’annona, prefettura dei vigili, prefettura della flotta, prefettura d’Egitto. All’ordine senatorio vennero concesse: 1) prefettura urbana (coadiuvata dai vigili e preposta all’ordine pubblico), 2) governatori delle province senatorie (le province imperiali erano governate da uomini di fiducia dell’imperatore), comando delle legioni. Questa suddivisione delle cariche di fatto sanciva la preferenza del princeps per l’ordine equestre, a cui aveva tra l’altro affidato la protezione della stessa sua persona.

Sul piano militare, Augusto puntò ad una stabilizzazione dei confini ed alla instaurazione di un duraturo periodo di pace. Compì delle spedizioni in Val d’Aosta, dolve furono sottomessi i Salassi, in Spagna dove, tra il 26 ed il 19 a.C. Augusto riscosse un ampio successo, in Germania e in Pannonia. Subì, però, una pesantissima sconfitta a Teutoburgo (l’odierna Kalkriese, in Germania nord – occidentale), nell’ottobre del 9 d.C. .

La Germania settentrionale era stata da poco conquistata da Druso e da Tiberio, entrambi figliastri di Augusto. Il governatore Publio Quintilio Varo marciava verso il suo quartiere invernale con ventimila uomini, seguendo il tragitto indicatogli da Arminio, capo dei Cherusci. Questi aveva militato per cinque anni nell’esercito romano. Fidandosi delle indicazioni e delle fedeltà di Arminio, Varo condusse i soldati romani lungo strade in cui erano costretti a marciare su file strette, con le armi riposte, senza inviare esploratori per osservare la situazione del luogo e gli eventuali pericoli. In realtà, Arminio stava tendendo un’imboscata ai Romani, in segno di ribellione contro la soffocante presenza romana in quella regione. Giunti in una strettoia ubicata lungo un territorio collinare e costeggiata da entrambi i lati da zone paludose, i Romani furono improvvisamente colpiti da una pioggia di massi e lance. Subito dopo i germanici di Arminio si lanciarono in massa all’assalto dei legionari romani cogliendoli di sorpresa. Quintilio Varo, per sfuggire alla cattura si tolse la vita.

Svetonio (69 d.C. circa – 130 d.C.) così racconta (I – XXIII): Graves ignominias duas omnino nec alibi quam in Germania accepit, Lollianam et Varianam, sed Lollianam maioris infamiae quam detrimenti, Varianam paene exitiabilem tribus legionibus cum duce legatisque et auxiliis omnibus caesis […] . Adeo denique consternatum ferunt, ut per continuos menses barba capilloque summisso caput interdum foribus illideret vociferans: “Quintili Vare, legiones redde!”.

Subì in tutto due sconfitte: quella di Lollio e quella di Varo. Ma mentre nella prima fu maggiore l’infamia, quella di Varo fu quasi esiziale, essendo state distrutte tre legioni con il loro comandante, i luogotenenti e le truppe ausiliarie. […] Dicono inoltre che (Augusto) fosse tanto sconvolto dal dolore da lasciarsi crescere la barba e i capelli per parecchi mesi e che, talvolta, battendo la testa contro lo stipite delle porte gridasse: “Quintilio Varo, rendimi le mie legioni!”.

(La clades Lolliana a cui Svetonio fa riferimento fece seguito alla disfatta subita dal generale, nel 17 a.C., contro i Sigambri o Sugambri, gli Usipeti e i Tencteri in territorio germanico. La clades Lolliana costò la perdita dell’intera V legione).

La sconfitta di Varo fu pesante anche dal punto di vista politico, in quanto segnò il tramonto del sogno di conquistare il territorio germanico a nord del Danubio e ad est del Reno. Questo fiume venne a costituire una sorta di pomerium germanico, cioè un confine invalicabile, un limes oltre il quale nessun legionario avrebbe potuto e dovuto spingersi.

Fu un pomerium anche dal punto di vista culturale: segnò, infatti, il “confine” tra cultura latina (irradiata nella grande area compresa tra Spagna, Francia e Italia) e cultura germanica.

La successione ad Augusto: la dinastia Giulio – Claudia

Negli ultimi anni del suo principato, Augusto si pose il problema della successione.

Dal pluridecennale matrimonio con Livia non aveva avuto figli maschi. I candidati di volta in volta prescelti morirono.

Così, nel 4 d.C., si trovò costretto ad adottare e a designare come suo successore Tiberio, nato da un precedente matrimonio di Livia con l’aristocratico Claudio Nerone, della gens Claudia.

Per effetto di tale adozione, Tiberio, della gens Claudia, si imparentò con la gens Giulia di Ottaviano. Nacque, in tal modo, la dinastia giulio – claudia che avrebbe esercitato il potere dal 14 al 68 d.C. .

I regnanti di questa linea dinastica furono: Tiberio (14 – 37 d.C.), Caligola (37 – 41 d.C.), Claudio (41 – 54 d.C.), Nerone (54 – 68 d.C.).

TIBERIO (14 – 37 d.C.)

Al contrario di Augusto, che era di famiglia equestre, Tiberio apparteneva, come si è detto, ad una gens aristocratica di grande prestigio.

Investito del ruolo di successore al principato, Tiberio si trovò di fronte ad un bivio. In quanto esponente dell’aristocrazia, egli avrebbe voluto che si ripristinassero in qualche modo la res publica e l’autorità del Senato di fatto scardinate da Augusto.

Accettando il ruolo di princeps, invece, si sarebbe reso “autore” della soppressione definitiva, anche “de iure” dell’antico ordinamento repubblicano; non accettando, tuttavia, avrebbe messo in serio pericolo l’ordine, la stabilità e la pace che con grande fatica Augusto aveva ristabilito nel suo lungo principato.

Così, nonostante le perplessità e le titubanze, Tiberio, nel 14 d.C., salì al potere, ma rifiutò sia il titolo di pater patriae, sia quello di imperator.

Nei primi anni di governo, egli mostrò grande rispetto verso il Senato a cui spesso fece ricorso per le sue decisioni.

Sul piano economico, venne istituita per la prima volta una sorta di banca di credito agricolo destinata a concedere prestiti triennali senza interesse ai piccoli proprietari terrieri. Non mancarono rivolte in Italia e nelle province che Tiberio dovette reprimere nel sangue. In particolare dobbiamo registrare l’insurrezione delle legioni romane stanziate in Pannonia, regione conquistata durante il principato di Augusto, e di quelle stanziate lungo il fiume Reno, in Germania.

Per fronteggiare quest’ultima, Tiberio affidò il comando al nipote Germanico, figlio di suo fratello Druso. L’azione di Germanico fu talmente efficace che, dopo aver ristabilito l’ordine fra le truppe romane, riportò anche una serie di successi contro le popolazioni germaniche tra il 14 ed il 16 d.C., vendicando l’umiliazione di Teutoburgo. La sua fama crebbe notevolmente, sia fra le truppe (che ne “adottarono” come mascotte il figlioletto Caio Cesare Germanico, il futuro Caligola), sia tra la stessa popolazione romana. Germanico progettò anche di combattere nei territori germanici al di là del fiume Elba per estendere la presenza romana.

Ma Tiberio, preoccupato dalla crescente gloria militare e politica di Germanico, timoroso anche del fatto che una politica estera eccessivamente espansionistica avrebbe potuto mettere a rischio la difesa dei confini già acquisiti, richiamò Germanico a Roma, nel 17 d.C., per affidargli il comando di una nuova operazione militare in Oriente, dove occorreva pacificare le popolazioni locali degli Armeni, i Parti ed i Siriaci. Proprio in Siria, ad Antiochia, Germanico morì avvelenato dal governatore Pisone.

Tiberio non fu giudicato estraneo al complotto, anche perché, eliminato Germanico (che egli aveva dovuto adottare su esplicita richiesta di Augusto), avrebbe spianato la strada alla successione al proprio figlio Druso. I sospetti influirono sul suo carattere, già per natura cupo e schivo, al punto da indurlo a distaccarsi dall’azione diretta di governo.

Così, dopo il 20 d.C., Tiberio cominciò a vivere sempre di più nella sua villa di Capri, affidandosi per il governo dell’impero a Lucio Elio Seiano, suo prefetto del pretorio.

Seiano, approfittando dell’assenza del princeps, spadroneggiò nell’Urbe, dando inizio ad una lunga fase di dispotismo e di persecuzioni. In tale clima i pretoriani acquisirono un potere sempre più ampio.

Vane furono le resistenze dell’oligarchia senatoria.

Il Senato si vide progressivamente spogliato di tutte le sue prerogative, che vennero sempre più concentrate nelle mani del princeps o, come nel caso di Tiberio, nelle mani di chi a Roma lo rappresentava, cioè Seiano.

Fu questa la fase che segnò il passaggio dal principato al dominato.

Ritiratosi definitivamente a Capri, Tiberio comunicava le sue decisioni a Roma per mezzo di lettere. Seiano, ritenendosi ormai padrone assoluto di Roma, indotto da un’ambizione sempre più grande di potere, fece avvelenare il figlio di Tiberio, Druso, sbarazzandosi del più potente dei suoi rivali al trono. Fu in questa circostanza che Tiberio decise di liberarsi di Seiano e di farlo uccidere nel 31 d.C. .

Nel 37 d.C. morì anche Tiberio con grande gioia dell’oligarchia senatoria, che in quegli anni aveva subito i tragici effetti delle delazioni e delle repressioni imposte da Seiano, ma anche delle classi popolari, cui la politica di rigore di Tiberio aveva tolto le frumentazioni, le costose feste pubbliche e le elargizioni alle quali in passato erano state abituate.

 

Politica amministrativa ed economica di Tiberio

  • eliminazione abusi nella pubblica amministrazione
  • alleviamento delle condizioni degli agricoltori attraverso una sorta di banca di credito agricolo che forniva prestiti triennali ai piccoli proprietari terrieri senza tassi di interesse
  • ricorso a collaboratori diretti per le varie funzioni economiche ed amministrative, con conseguente esautoramento delle magistrature ordinarie, come quelle dei pretori, dei censori, degli edili.
  • graduale esautoramento delle assemblee politiche che non potevano opporsi alla elezione dei cosiddetti candidati commendati, cioè “raccomandati” da Tiberio
  • riduzione delle assemblee alla semplice funzione di formale approvazione degli atti e dei progetti del principe
  • conferma della prerogativa del Senato in materia di emissione di monete, di amministrazione giudiziaria e di introduzione di nuovi culti religiosi
  • progressivo svuotamento dei poteri effettivi del Senato attraverso la cooptazione di uomini di fiducia del principe

Politica estera e militare

  • politica sostanzialmente difensiva: rinuncia ad ogni ulteriore ampliamento dei confini dell’impero
  • difesa dei confini esistenti
  • Riduzione a provincia della Cilicia e della Cappadocia (Turchia)
  • affidamento al nipote Germanico del comando militare in Germania e, successivamente, in Oriente

Caligola (37 – 41 d.C.)

Tiberio aveva designato come suo successore Gaio Cesare, figlio di Germanico. Questi era definito Caligola dalla caliga, la calzatura militare che fin da ragazzo era solito portare. La sua successione al trono, all’età di 24 anni, fu certamente favorita anche dal grande consenso popolare che aveva avuto il padre Germanico. Nei primi otto mesi del suo governo, Caligola fu abbastanza moderato: mostrò lealtà ai valori dell’antica res publica, sospese i processi di lesa maestà e restituì ai comizi le loro antiche prerogative.

Ma, trascorsi questi primi mesi di governo, cominciò a dare segni di squilibrio, instaurando un clima di terrore e di repressione e commettendo una serie di stranezze, come l’elezione a senatore del suo cavallo. Preparò anche una spedizione in Britannia che non fu, però, mai attuata. Impose il culto della sua persona, introducendo una monarchia assoluta e teocratica di stampo orientale, cui anche il Senato, per paura, dovette piegarsi.

Per queste ragioni furono ordite contro di lui tre congiure, l’ultima delle quali, nel 41 d.C., andò a segno.

 

Secondo triumvirato – età di Augusto

Il secondo triumvirato

Dopo l’uccisione di Cesare i contrasti politici tra i suoi sostenitori ed i suoi avversari si accesero notevolmente. I cesaricidi, tra i quali Caio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, videro deluse le loro aspettative di un appoggio incondizionato da parte del popolo, mentre tra i sostenitori di Cesare particolarmente duro sarebbe stato, di lì a poco, lo scontro tra Marco Antonio e Caio Ottavio, il futuro Ottaviano.

Marco Antonio, che nel 44 a.C. era console, si appropriò dei beni di Cesare e fece ampie elargizioni al popolo, a cui lesse anche le numerose disposizioni favorevoli che Cesare aveva inserito nel suo testamento. Durante la celebrazione dei funerali, tenutisi il 20 marzo, Antonio impiegò parte del patrimonio di Cesare in elargizioni al popolo e pronunziò un’orazione tanto appassionata e ricca di elogi per il dittatore ucciso da sollevare un grande focolaio di protesta del popolo contro i congiurati che furono costretti a rifugiarsi in Grecia.

Intanto Caio Ottavio, un pronipote di Cesare, adottato come figlio e come erede di ampia parte del suo patrimonio, pretese da Marco Antonio la restituzione di quanto gli spettava.

Al suo rifiuto, Ottavio (che assunse il nome adottivo di Caio Giulio Cesare Ottaviano) avvicinatosi alle posizioni del senato e di Cicerone, vendette la restante parte del patrimonio di Cesare, non ancora consumata da Antonio, oltre che il proprio patrimonio, per assolvere agli obblighi del testamento e conquistarsi il favore popolare. Antonio, che ambiva a succedere a Cesare si fece assegnare dai comizi il governo della Gallia Cisalpina che fu tolto al congiurato Decimo Bruto, al quale quel territorio era stato assegnato da Cesare. Lo scontro tra Decimo Bruto e Marco Antonio fu aspro, ma breve, e si concluse a Modena, con la vittoria di Marco Antonio, nel dicembre del 44 a.C…

 

Modena, (Mutina), fu il teatro di un nuovo scontro, nel 43 a.C., tra Ottaviano e Marco Antonio, terminato, questa volta, con la sconfitta di Antonio e la sua fuga in Gallia Narbonese, dove si unì alle truppe di Marco Emilio Lepido, governatore di quella legione.

 

Alla seconda battaglia di Modena, del 43 a.C., si era giunti in seguito alla decisione del senato di inviare Ottaviano contro Marco Antonio, accusato dall’organismo senatorio di complottare contro lo Stato.

Dopo quel fulmineo successo, Ottaviano, a soli venti anni e senza aver ricoperto cariche inferiori, decise di candidarsi al consolato, sperando nell’appoggio del senato. Ma quando quest’ultimo glielo negò, egli, seguendo l’esempio di Silla, marciò su Roma con otto legioni e si fece attribuire la carica consolare dal popolo.

Per suggellare la sua ascesa al potere, si accordò segretamente con Marco Antonio e con Marco Emilio Lepido, ai quali condonò tutte la accuse ed i provvedimenti che erano stati assunti a loro carico.

Nacque così, nel 43 a.C., il secondo triumvirato che venne ad assumere, contrariamente al primo, l’aspetto di una vera e propria magistratura, dal momento che i triumviri avevano il compito di riorganizzare lo Stato (triumviri reipublicae costituendae). Gli accordi che furono alla base della costituzione del nuovo triumvirato prevedevano l’invio di Ottaviano ed Antonio in Oriente, con l’incarico di combattere contro Bruto e Cassio in Grecia, e la permanenza, in qualità di console, di Lepido in Italia.

Il secondo triumvirato si distinse anche per il rinnovo delle proscrizioni di stampo sillano, di cui cadde vittima, con 300 senatori e 3000 cavalieri, lo stesso Cicerone. La strage di un così ampio numero di cittadini fu il prezzo pagato dagli avversari dell’uno o dell’altro triumviro per l’accordo tra uomini politici che in precedenza avevano accanitamente combattuto in schieramenti contrapposti. Ottenuto il rinnovo della carica per un quinquennio, i triumviri si spartirono le province imperiali, assumendo Antonio il comando di quelle orientali, Ottaviano di quelle occidentali e Lepido dell’Africa.

Ottaviano e Antonio affrontarono i repubblicani guidati da Bruto e Cassio a Filippi (in Tracia, al confine con la Macedonia, chiamata così in onore di Filippo il Macedone dal quale era stata ingrandita e fortificata nel 356 a.C.).

Lo scontro terminò con la piena vittoria di Ottaviano e Antonio e con il suicidio di Bruto e Cassio.

A questa battaglia è legata la celeberrima espressione ci rivedremo a Filippi, ancora oggi usata per indicare l’imminenza di una resa dei conti.

Secondo la tradizione, queste parole furono rivolte, in sogno, a Bruto dallo spettro di Cesare alcune notti prima della battaglia di Filippi. La frase è citata anche nella celebre tragedia di Shakespeare (1564 – 1616), intitolata Giulio Cesare, in cui Bruto dapprima si oppone alla congiura contro il dittatore, poi si lascia convincere a partecipare.

(La tragedia si conclude con il suicidio di Bruto e Cassio e con un accenno all’imminente scontro tra Antonio e Ottaviano, che sarà poi più diffusamente narrato nel dramma Antonio e Cleopatra. In questa seconda tragedia, Shakespeare rievoca anche l’ascesa al potere di Ottaviano dopo la sconfitta di Antonio ad Azio, nel 31 a.C.).

Stabilitosi in Egitto, Antonio sposò Cleopatra, prese stabile dimora ad Alessandria e portò avanti una politica da sovrano orientale, assumendo dei comportamenti che offrirono ad Ottaviano, a Roma, facile gioco nel metterlo in cattiva luce presso l’opinione pubblica e presso lo stesso senato.

Fu, difatti, propagata la voce che Antonio volesse fare di Cleopatra la regina di un nuovo impero. Erano i primi segnali di una nuova guerra civile, accelerata, nel 36 a.C.,dalla grande

 

vittoria sui repubblicani guidati da Sesto Pompeo, dalla rimozione di Lepido dal governo dell’Africa e dalla trasformazione del triumvirato in un duumvirato.

Ottaviano poté così scontrarsi direttamente e frontalmente con Antonio che sconfisse ad Azio, sulla costa occidentale della Grecia, il 2 settembre del 31 a.C. . Dopo la sconfitta, Antonio fuggì in Egitto, ma fu inseguito dallo stesso Ottaviano. Antonio e Cleopatra, per evitare la cattura, si uccisero nel 30 a.C. . L’Egitto, formidabile risorsa di grano, divenne un possedimento personale di Ottaviano. Con la morte di Antonio, il duumvirato si trasformò in un principato e si ebbe la fine irreversibile dell’indipendenza dell’Egitto ed il trionfo dell’Occidente sull’Oriente.

Il secolo di Augusto

Dopo il 31 a.C., Ottaviano si trovò ad essere l’unico protagonista della politica romana, nell’ambito della quale venne dunque assumendo la posizione di princeps, di arbitro indiscusso. Egli, forte dell’esperienza di Cesare, caduto vittima di una congiura repubblicana, per aver cercato di calcare eccessivamente la mano nella trasformazione politica della forma di governo, mirò soprattutto a presentarsi come il garante della pace e dell’ordine. Assunse il titolo di imperator. Suo obiettivo principale fu quello di creare un forte potere personale fondato sul controllo dell’esercito, realizzandolo, però, nel rispetto formale, anche se non sostanziale, degli ordinamenti repubblicani che, però svuotò di ogni potere, facendosi attribuire progressivamente le cariche di tribuno, di principe del senato, di censore, di console, di proconsole, di pontefice massimo ed, infine, il titolo di Augusto.

Si affermò, in tal modo, un governo repubblicano nella forma, ma monarchico nella sostanza che gli storici sono soliti definire principato, distinguendo questa fase da quella successiva dell’impero. Augusto governò dal 31 a.C. al 14 d. C., anno della sua morte avvenuta a Nola. Nel 4 d.C., scomparsi tutti i suoi eredi diretti, nominò come suo successore il figliastro Tiberio, figlio della sua terza moglie Livia, che egli adottò  e designò a succedergli.

L’età augustea fu caratterizzata, sul piano politico – militare, da un lungo periodo di pace, tant’ è che, nel 29 a.C., fu chiuso, per la prima volta dopo la prima guerra punica, il tempio di Giano e fu costruita, nel Campo Marzio, l’Ara Pacis. Augusto concluse anche la pace con i Parti, mentre dovette subire una dura sconfitta, nel 9 d.C., a Teutoburgo, a causa del malgoverno di Publio Quintilio Varo. Questi, sorpreso in un’imboscata da Arminio, capo dei Cherusci, fu duramente sconfitto, determinando, così, la fine del sogno di espansione romana a nord del Danubio.

Azione istituzionale, economica e sociale di Augusto

         rispetto formale della tradizione, sostanziale trasformazione dello Stato

         accentramento nelle sue mani delle cariche di tribuno (inviolabilità), console (potere esecutivo), censore (controllo della vigilanza sul censo e sui costumi), pontefice massimo (supremi poteri religiosi), princeps senatus (diritto di prendere per primo la parola nel Senato e di influenzarne le decisioni). Accettò il titolo di “imperator”, non, però, inteso nel senso tradizionale del termine. In genere, infatti, questo titolo era assegnato ai generali nel giorno del trionfo e solo in quella circostanza e subito dopo il trionfo doveva essere deposto.

         Per Augusto il titolo di imperator assunse una caratterizzazione completamente diversa. Non più di carattere transitorio e legato alla sola durata del trionfo, diventava una qualificazionedi carattere permanente, tanto da entrare a far parte del nome stesso della persona. Augusto, infatti, fu  chiamato: Imperator Caesar divi filius Augustus, Augusto Cesare imperatorefiglio del divino (Cesare).

         Riassetto delle finanze pubbliche, con imposizione di tre nuove tasse (sulle successioni notevoli, sulla liberazioni degli schiavi e sulle compravendite) i cui proventi vennero utilizzati per la creazione di un erario militare per stipendiare i soldati che venivano congedati, e valorizzazione dell’agricoltura (attraverso una politica puntata a consentire il ritorno alla vita dei campi delle molte persone che ne erano state allontanate a causa delle guerre).

         Riforma dell’esercito: congedo di oltre 150.000 veterani, riduzione da 60 a 25 legioni, istituzioni di nove coorti di pretoriani con un prefetto del pretorio, riorganizzazione della flotta, posta sotto il comando di due prefetti della flotta e dislocata in diverse basi, tra cui le due permanenti di Miseno e Ravenna, per il controllo, rispettivamente, del Tirreno e dell’Adriatico.

         Rafforzamento dei confini. Divisione dell’impero in province senatorie (affidate ad un proconsole di nomina senatoria) e imperiali (affidate a governatori individuati da Augusto, ed in genere, di estrazione equestre, o poste, sotto il comando dello stesso princeps, al fine di garantirsi un rapporto diretto e, quindi, il controllo dell’esercito). L’Egitto fu considerato dominio personale di Augusto, che ne controllava l’amministrazione attraverso la figura del prefetto dell’Egitto. Questa decisione era motivata dal fatto che l’Egitto era un’indispensabile fonte di grano per le frumentationes, con cui il princeps si assicurava il favore delle plebe romana. Sviluppo delle vie di comunicazione ed istituzione del cursus publicus.

         Periodo di pace offuscato dalla sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C.

         Mecenatismo culturale come organizzazione del consenso.

 Politica culturale e religiosa di Augusto

         Richiamo agli antichi valori repubblicani. Augusto colpì il lusso eccessivo con la legge suntuaria (da sumptuarius, derivato a sua volta da sumo, is, sumpsi, sumptum, sumere = prendere, spendere).

         Esaltazione dell’attaccamento alla famiglia e ai valori del matrimonio.

         Promozione della riscoperta delle origini di Roma e della sua leggendaria grandezza.

         Promozione delle arti, della letteratura e della cultura in generale. Augusto si avvale di grandi autori come Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio, ecc per la diffusione della sua politica culturale e di restaurazione morale. Attraverso il Circolo di Mecenate, il principe offre protezione ai grandi scrittori, dai quali viene spesso ricambiato con una più o meno esplicita esaltazione della sua politica di pace e di rinnovamento etico e culturale. Lo storico Tito Livio celebra nella sua monumentale opera la grandezza della Roma repubblicana destinata a consolidarsi e a rinnovarsi sotto Augusto. Virgilio, nelle Georgiche, esalta l’importanza dell’agricoltura e, nell’Eneide, celebra i valori della pìetas incarnati da Enea e nei quali il popolo romano tutto doveva identificarsi. 

         Rilancio dei culti religiosi tradizionali.

         Introduzione di un culto imperiale in Oriente, con templi e sacerdoti consacrati ad Augusto.

 

Cesare e Pompeo

ASCESA DI CESARE E PRIMO TRIUMVIRATO

Nel 61 a.C. rientrava dalla Spagna, dove aveva esercitato la carica di propretore, Caio Giulio Cesare. Egli apparteneva alla gens Iulia, una delle più antiche e nobili famiglie romane. Aveva militato tra le file dei mariani sia per fare carriera, sia per ostacolare il dominio oligarchico del senato. Tornato a Roma, Cesare fu mosso dall’intenzione di proporsi come candidato per il consolato. Al diniego del Senato, per assicurarsi la vittoria, Cesare si procurò l’appoggio dei due uomini più influenti del tempo: Pompeo e Crasso. A Pompeo garantì che avrebbe dato seguito alle richieste negate l’anno precedente dal Senato, a Crasso promise vantaggi economici per gli equites nella riscossione delle imposte nelle province. Nacque il primo triumvirato: si trattava di un accordo privato, più che di una vera magistratura, fra tre persone per la spartizione del potere. Tale accordo fu formalizzato nel 60 a.C. attorno ai seguenti punti: 1) elezione di Cesare a console nel 59 a.C.; 2) approvazione di una nuova legge per la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo e ratifica delle decisione assunte da quest’ultimo in Oriente dopo la vittoria su Mitridate; 3) riduzione di un terzo del canone di appalto per la riscossione delle imposte in Asia, come richiesto da Crasso. Cesare, tuttavia, mirava ad accrescere il suo prestigio militare allo scopo di procurarsi un esercito proprio e di ottenere il favore popolare. Pertanto, chiese ed ottenne l’assegnazione per cinque anni consecutivi, come proconsole, del governo della Gallia Cisalpina e Narbonese e dell’Illirico. Nel 58 a.C., partì alla volta della Gallia, non prima di aver fatto allontanare Marco Porcio Catone (inviato come propretore a Cipro, dove rimase fino al 56 a.C.) Cicerone (condannato all’esilio)[1].

La scelta di Cesare ricadde sulla Gallia Narbonese, in particolare, perché essa confinava con il vasto territorio della Gallia transalpina, che comprendeva la Francia attuale, il Belgio e l’area germanica della riva sinistra del Reno. Altrettanto strategica fu la scelta della Gallia Cisalpina. Su questo versante, infatti, le minacce degli Elvezi ai confini della provincia consentirono a Cesare di intervenire rapidamente. L’intesa tra Cesare, Pompeo e Crasso, infatti, fu rafforzata nel 56 a.C. con l’accordo di Lucca: Pompeo avrebbe ottenuto il comando delle province iberiche, Crasso quello della provincia di Siria, Cesare guadagnò il prolungamento del suo mandato in Gallia per altri cinque anni.

Nel giro di alcuni anni la Gallia fu completamente  sottomessa con la vittoria riportata nel 52 a.C. da Cesare su Vercingetorige nella battaglia di Alesia. [2]

Nei due anni seguenti, Cesare consolidò le sue posizioni sottomettendo totalmente la Gallia. Egli perpetuò il ricordo delle sue imprese e del suo trionfo nell’opera De bello Gallico.[3]

Guerra civile tra Cesare e Pompeo

L’ incontro a Lucca consolidò l’accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso, sancendo la divisione delle province per cinque anni fra i tre comprimari della politica romana. Tuttavia, la morte di Crasso in Mesopotamia, a Carre, nel 53 a.C., ma soprattutto la prematura scomparsa di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, ebbero effetti devastanti sull’equilibrio politico. Il triumvirato aveva, infatti, evitato la riproposizione di un nuovo scontro tra due grandi personalità come era già accaduto al tempo di Mario e Silla. Con la scomparsa di Crasso, invece, Cesare e Pompeo si trovarono a condividere il potere e lo scontro tra i due divenne inevitabile. La tensione si acuì inevitabilmente dopo la morte di Giulia che costituiva l’ultimo grande legame tra i due. In un contesto sociale caratterizzato da tumulti e spargimenti di sangue, il Senato affidò, nel 52 a.C., a Pompeo l’incarico di consul sine collega, conferendogli una forma di dittatura denominata, però, con un nome differente. Pompeo si schierò, dunque, con il Senato e ciò mise in allarme Cesare, soprattutto dopo l’approvazione da parte del Senato della revoca a Cesare del comando militare in Gallia e dopo l’intimazione a tornare in patria da privato cittadino, per evitare di essere dichiarato nemico della patria.

Cesare varcò il Rubicone, alla testa del suo esercito, nel 49 a.C., dando inizio alla guerra civile che durò ben quattro anni. Preso alla sprovvista, Pompeo, impaurito, fuggì a Brindisi, insieme a molti senatori ed ai consoli Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello. Da Brindisi Pompeo si diresse in Epiro, dove organizzò un esercito di ben undici legioni ed una flotta di 600 navi, e di lì giunse in Grecia.

 

A Roma, intanto, Cesare divenne padrone assoluto e riuscì a convincere i senatori che non avevano lasciato la città a passare dalla sua parte. Da Roma organizzò una spedizione in Spagna, dove sbaragliò rapidamente le truppe pompeiane ivi stanziate. Subito dopo, mosse alla volta della Grecia. Lo scontro decisivo avvenne a Farsàlo, in Tessaglia, nel 48 a.C. e si risolse con una strepitosa vittoria di Cesare. Pompeo si rifugiò in Egitto, presso Tolomeo  che, tuttavia, lo fece assassinare e decapitare, per ingraziarsi il favore di Cesare. Ma Cesare fece destituire Tolomeo dal trono che affidò alla sorella Cleopatra (marzo del 47 a.C.).  Prima di rientrare in Italia sconfisse Farnace, figlio di Mitridate VI, a Zela (oggi Zile, in Turchia), ottenendo una vittoria così rapida (in soli cinque giorni) che inviò la notizia al Senato con la frase veni, vidi, vici. Farnace aveva cercato di ribellarsi ai Romani che controllavano il Ponto, spinto dalla volontà di ricostituire il regno paterno.

 

I pompeiani superstiti, tra cui Gneo e Sesto Pompeo (figli del generale sconfitto) e Marco Porcio Catone Uticense (pronipote del censore Catone) si erano intanto organizzati in Africa, dove si erano alleati anche con Giuba, re di Numidia, figlio di Iempsale II. In Africa le forze dello schieramento senatoriale, guidate da Quinto Cecilio Metello Scipione e da Giuba si scontrarono con l’esercito di Cesare, che ebbe un nettissimo sopravvento, a Tapso (odierna Ras Dimas, in Tunisia), il 6 febbraio del 46 a.C.

 

 

La tradizione narra che l’esercito di Cesare avesse ucciso circa 10.000 soldati dello schieramento dei Pompeiani che, peraltro, avrebbero voluto arrendersi a lui. Questa notizia contrasta con la fama di Cesare, noto come generoso nel gestire le vittorie, soprattutto nei confronti dei nemici catturati. Si pensa, però, che Cesare avesse avuto un attacco epilettico durante la battaglia e che, pertanto, non avesse il pieno controllo dell’esercito e dei suoi soldati quando fu compiuta la carneficina. Dopo aver assediato ed espugnato Tapso, Cesare conquistò Utica, dove si trovava Catone con le sue truppe. Catone, per non cadere nelle mani dell’avversario, si tolse la vita, morendo da eroe.[4] Secondo Plutarco, Cesare, appresa la notizia della sua morte, avrebbe esclamato: “Catone, ti invidio la tua morte, come tu hai invidiato che io potessi salvarti la vita”.

Le due vittorie a Tapso e ad Utica consegnarono l’Africa a Cesare. Tuttavia i figli di Pompeo ed altri pompeiani si rifugiarono in Spagna. Qui, il 7 marzo del 45 a.C., a Munda, nel sud della Spagna si svolse l’ultima grande battaglia. Morirono il generale Tito Labieno e Gneo Pompeo (il figlio maggiore di Pompeo). Cesare tornò da trionfatore a Roma, dove assunse il titolo di dittatore perpetuo. Dopo la vittoria di Munda, Cesare conquistò alla sua causa altre regioni della Spagna che in precedenza avevano giurato fedeltà ai seguaci di Pompeo e alla causa repubblicana.

Età di Cesare

Con la pacificazione della Spagna, Cesare si ritrovò praticamente senza avversari e a Roma, sempre nel 45 a. C., assunse il titolo di dittatore, come si è già detto. Si fece anche nominare tribuno della plebe, garantendosi le prerogative tribunizie dell’inviolabilità e del diritto di veto, nonché pontefice massimo. Concentrò, di fatto, nelle sue mani tutti i poteri di un re.

L’anno seguente, il 15 marzo, Cesare fu assassinato dai repubblicani guidati da Bruto e Cassio. Ormai, però, la res publica era destinata a tramontare. Ad approfittare della situazione, come vedremo, sarà il nipote di Cesare, Caio Ottavio, poi divenuto Ottaviano Augusto.

Riforme di Cesare

Le riforme di Cesare investirono l’aspetto giuridico, l’aspetto economico, il campo sociale, le colonie.

In campo giuridico: cercò di rafforzare l’autorità dello Stato assecondando gli interessi di tutte le classi sociali. Deliberò che fosse punito il delitto politico e la condanna a morte di un cittadino senza regolare processo.       

In campo economico: promosse le attività agricole, industriali e commerciali e puntò a risanare le finanze dello Stato.

In campo sociale: riprese la politica riformatrice dei Gracchi, distribuendo terre ai soldati veterani e ai cittadini meno abbienti. Protesse la piccola proprietà terriera contro il grande latifondo, impiegò le masse dei disoccupati in grandi opere pubbliche. Razionalizzò il sistema delle distribuzioni pubbliche di grano, facendo in modo che ne usufruisse solo chi ne avesse avuto veramente bisogno, dimezzando, a tal fine, il numero di coloro che potevano disporne. Garantì a molti proletari una dignitosa sistemazione fuori Roma in colonie appositamente fondate.

In campo politico – amministrativo: puntò a rafforzare l’ordine pubblico; inviò  80.000 cittadini nelle colonie anche al fine di ripopolare le campagne, ma soprattutto per romanizzare le province. Promulgò la Lex Iulia municipalis per l’amministrazione dei municipi italici (….); aumentò il numero dei magistrati; portò da 600 a 900 il numero dei senatori, facendo entrare in questo consesso molti uomini di sua fiducia; fece conferire la cittadinanza romana a molti abitanti delle province, nell’ottica di una sempre maggiore integrazione tra Roma e le province. Infine, riformò il calendario (da lui detto giuliano), aggiungendo 10 giorni ai 355 già previsti con l’inserimento di un giorno in più (quello bisestile) ogni quattro anni.

Gravi errori furono, però, commessi da Cesare in campo istituzionale.

Convinto com’era, infatti, dell’esigenza di un forte rinnovamento delle istituzioni e, soprattutto, della necessità di un governo forte ed unitario, concentrò nelle sue mani tutto il potere, trasformando la dittatura decennale, conferitagli dal Senato nel 47 a.C., in dittatura vitalizia e appropriandosi del titolo di imperator, che prima spettava, in ambito militare, solo ai generali e solo nel momento del loro trionfo. Ne scaturì un forte ed esasperato svuotamento delle vecchie istituzioni repubblicane che mise in allarme i sostenitori della tradizione repubblicana. Per questa ragione, fu organizzata una congiura contro il dittatore, guidata da Caio Cassio Longino ed il figliastro di Cesare Marco Giunio Bruto, che avevano sostenuto la causa pompeiana ed erano poi stati perdonati da Cesare.

Il 18 marzo del 44 a.C. Cesare sarebbe dovuto partire per una spedizione contro i Parti per vendicare l’uccisione di Crasso. Per il 15 marzo, tre giorni prima della partenza, era fissata l’ultima seduta pubblica del Senato, a cui Cesare decise di partecipare, nonostante gli fossero giunte voci e premonizioni che facevano ipotizzare una congiura. In quella circostanza Cesare fu colpito da ventitré pugnalate, simbolicamente proprio ai piedi della statua di Pompeo.


[1] Nel 58 a.C. il tribuno della plebe Clodio Pulcro, ostile al grande oratore per un precedente processo intentato contro di lui per sacrilegio, aveva fatto approvare, su sollecitazione di Cesare, una legge con la quale si condannava all’esilio chiunque avesse fatto condannare a morte un cittadino senza il beneficio della provocatio ad populum. Il provvedimento ebbe valore retroattivo e colpì lo stesso Cicerone. In realtà, si trattò di un’abile mossa politica di Cesare, realizzata attraverso Clodio, per allontanare da Roma un potenziale avversario politico, prima della sua partenza per la Gallia.

La provocatio ad populum era una delle istituzioni fondamentali del diritto pubblico romano, in particolare nel periodo repubblicano. Essa fu introdotta dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C.. La legge prendeva il nome dal console Publio Valerio Publicola (560 – 503 circa a.C). Il soprannome Publicola, talvolta sostituito dalle forme grafiche Poplicola o Poplicula,  significava amico del popolo. La provocatio ad populum ammetteva la possibilità, per chi fosse stato condannato a morte, di ottenere la trasformazione della pena capitale in altra pena mediante il giudizio popolare. Scomparve definitivamente nel periodo dell’impero.

[2] l’attuale Alise Sainte Reine in Borgogna in Francia centro – occidentale.

[3] I Commentarii de bello Gallico descrivevano le operazioni militari in Gallia. Si compongono di otto libri, di cui sette sicuramente attribuibili a Cesare. L’ultimo fu scritto da Aulo Irzio, luogotenente di Cesare in Gallia.

Nei Commentarii de bello civili, invece, Cesare espose, in tre libri, i primi due anni dello scontro con Pompeo, dal passaggio del Rubicone alla sconfitta di Pompeo a Farsalo ed alla sua fuga in Egitto.

[4] La figura di Catone l’ Uticense assunse, fin dall’ antichità le proporzioni di un simbolo universale. La sua azione politica e la sua statura morale vennero esaltate, nel I secolo d.C., dal poeta Marco Anneo Lucano, nell’opera intitolata Pharsalia (o  Bellum civile), dove l’Uticense assurge a simbolo di fedeltà eroica e di libertà politica difese strenuamente, fino al gesto estremo del suicidio.

Nel Medioevo Catone, in quanto uomo giusto, severo, pio e coerente, divenne simbolo della libertà spirituale dell’uomo dalla schiavitù del peccato. Dante lo pose a custodia del Purgatorio, di quel regno, cioè, in cui le anime si liberano della loro condizione di peccato per poi divenire degne di accedere al Paradiso. In virtù della presenza di Catone, il Purgatorio diventa il regno della libertà. Non a caso Virgilio, per propiziare l’assenso di Catone al proseguimento del viaggio di Dante: Or ti piaccia gradir la sua venuta: / libertà va cercando, ch’è sì cara, / come ben sa chi per lei vita rifiuta. / Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara / in Utica la morte … (Purgatorio, I vv. 70 – 74).

Anche Dante, dunque, cercherà, infatti,  quella libertà per la quale Catone aveva sacrificato la sua vita. Una libertà morale che comprende anche la libertà politica e che si esprime attraverso la coerenza dei gesti e delle azioni.

 

Pompeo e Crasso

Pompeo e Crasso

La morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C., non placò i contrasti e le tensioni che scuotevano la società romana.

Dopo la scomparsa di Mario, molti suoi sostenitori si erano rifugiati in Spagna ed avevano ricostituito le loro forze attorno a Quinto Sertorio, un ex ufficiale di Mario che, tra l’ 83 e l’ 80 a.C., aveva istituito un governo autonomo con il consenso delle popolazioni locali. Nel 76 a.C. il Senato inviò in Spagna Pompeo Magno, di nobile famiglia italica[1], distintosi come luogotenente di Silla nella guerra civile contro Mario. Sertorio vinse più volte contro le truppe di Pompeo, prevalendo militarmente con le sue azioni di guerriglia sulla tattica troppo avventata e spregiudicata dell’avversario. Tuttavia, fu tradito da Marco Perperna, il suo maggiore collaboratore. Nel 72 a.C., quindi, Sertorio fu avvelenato durante un banchetto. In quello stesso anno la Spagna rientrò sotto il controllo romano.

                                       

Spartaco e la rivolta degli schiavi

In Italia Pompeo, insieme a Marco Licinio Crasso, affrontò le ultime fasi di una grave rivolta scoppiata nel 73 a.C.: quella degli schiavi e dei gladiatori. Questi ultimi erano schiavi di guerra e venivano costretti a combattere, per il divertimento del pubblico, nei ludi gladiatori o contro gli animali.

Questo nuovo fronte di guerra era iniziato con l’insurrezione degli schiavi della scuola di gladiatori di Capua contro le disumane condizioni di vita imposte loro dal lanista Lentulo Battiato.

Alla guida della rivolta si era posto Spartaco, uno schiavo proveniente dalla Tracia. Agli schiavi ribelli si erano uniti anche molti uomini liberi, scontenti delle loro condizioni economiche e, tra questi, in particolare, i piccoli contadini italici. L’esercito degli insorti, già forte di settantamila uomini, raggiunse le centocinquantamila unità. Spartaco inizialmente riportò diversi successi. Nel 71 a.C., però, i ribelli furono sconfitti da otto legioni guidate da Crasso in una battaglia combattutasi presso il fiume Sele, nella quale morirono 60.000 schiavi e lo stesso Spartaco. Sorte peggiore toccò a 6000 prigionieri che vennero crocefissi lungo la via Appia. Alla vittoria finale concorse anche Pompeo che stava tornando con le sue truppe dalla Spagna.

 

 

 

 

Il consolato di Pompeo e Crasso

I successi militari resero Pompeo e Crasso gli uomini più influenti della scena politica romana. Tra i due vi era una naturale rivalità politica: il primo, infatti, discendeva da una nobile famiglia del Piceno, il secondo, invece, era un importante esponente degli equites. Il Senato sperava che i due esponenti si combattessero e si neutralizzassero a vicenda. Ma così non fu: anzi, Pompeo e Crasso si allearono e si candidarono insieme al consolato per il 70 a.C., nonostante Pompeo non avesse ricoperto alcuna magistratura del cursus honorum.[2] Per guadagnare il consenso della plebe e di quei nobili moderati che si erano schierati contro Silla, Pompeo e Crasso, durante il consolato, smantellarono le leggi Cornelie, ripristinarono il potere di veto dei tribuni della plebe, il ruolo dei cavalieri nei tribunali, la censura abolita da Silla, nonché il ruolo degli equites nel sistema tributario delle province asiatiche. Allo scadere del mandato, Pompeo visse da privato cittadino fino al 67 a.C., quando gli venne conferito l’imperium infinitum per tre anni delle operazioni militari contro i pirati che infestavano le coste della Cilicia e del Mediterraneo, rendendo difficili i traffici marittimi da Roma e per Roma. Gli furono sufficienti solo tre mesi per porre fine alle incursioni dei pirati.

 

 

 

 

Nuova guerra mitridatica

Nel 66 a.C. Pompeo ottenne il comando di una seconda guerra contro Mitridate Eupatore. Il sovrano del Ponto si era impadronito del vicino regno di Bitinia, dopo che il re Nicomede III, morto nel 74 a.C. senza figli, aveva lasciato il regno in eredità al popolo romano.

Già nel 68 a.C. Roma aveva inviato delle truppe al comando di Lucio Licinio Lucullo. Questi, però, fu costretto ad abbandonare il comando per una insubordinazione dei suoi soldati. L’azione di Pompeo fu ancora una volta risolutrice, sia sul piano militare, sia su quello diplomatico. Su questo fronte, infatti, egli riuscì a dividere Mitridate e Tigrane, il re dell’Armenia che si era precedentemente alleato con l’Eupatore. Pompeo ottenne la vittoria definitiva nel 66 a.C., presso il fiume Halys, nell’odierna Turchia.

Tra il 64 ed il 62, Pompeo rese il Ponto, la Cilicia e la Siria province romane, mentre l’Armenia, la Cappadocia, la Galazia, la Colchide e la Giudea divennero stati vassalli di Roma. La Giudea era stata inglobata, dopo la morte di Alessandro Magno, nel Regno di Siria. Si era liberata dal giogo siriaco nel 168 a.C., sotto la dinastia degli Asmonei che avevano guidato la rivolta giudaica contro i Seleucidi.

 

Situazione a Roma durante l’assenza di Pompeo: la congiura di Catilina

Intanto, a Roma, corruzione e malcontento serpeggiavano un po’ dovunque. In questo contesto maturò la congiura di Catilina (108 – 62 a.C).

Lucio Sergio Catilina era nato da nobile famiglia nel 108 a.C. e aveva mosso i primi passi della sua carriera politica nelle file dei seguaci di Silla, dimostrando una grande brama di potere. Catilina aspirava al consolato, anche nella speranza di risolvere problemi economici personali. Una sua prima candidatura, nel 65, fu bocciata dal Senato perché sulla sua fedina penale gravava una denuncia per guadagni illeciti. Partecipò, quindi, ad un primo tentativo di congiura, che puntava all’assassinio dei consoli in carica quell’anno, cioè Lucio Manlio Torquato e Lucio Aurelio Cotta, ma questo piano eversivo fallì. Nel 63 Catilina si candidò nuovamente al consolato, appoggiato dalla plebe romana e da vecchi seguaci di Silla, poi caduti in disgrazia. Alla base del suo programma vi era la promessa di una più equa ripartizione delle terre dell’ager publicus e dei bottini di guerra. Ma fu sconfitto dal più grande oratore romano, Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a.C.). Catilina accusò Cicerone di brogli elettorali ed organizzò una nuova congiura. Cicerone, scoperte le prove dei piani di Catilina, lo accusò pubblicamente in Senato, pronunciando le orazioni passate alla storia con il nome di Catilinarie. Fece arrestare molti congiurati e li fece giustiziare illegalmente, senza concedere loro il beneficio della provocatio ad populum. Catilina ripiegò verso l’Etruria dove continuò a combattere, allestendo un proprio esercito. Morì eroicamente a Pistoia, nel 62 a.C., nel corso degli scontri con l’esercito romano.

Come Caio Mario, anche Cicerone era un homo novus della politica romana. Egli, però, non fu un generale, ma un uomo di cultura e sosteneva gli ideali e gli interessi della nobiltà senatoria. Forte del grande prestigio personale acquisito, Cicerone cercò di promuovere un progetto politico fondato sulla concordia ordinum, cioè sull’accordo di tutti i ceti sociali e di tutte le fazioni politiche. L’oratore aveva individuato in Pompeo la figura più adatta per realizzare questo disegno. Tuttavia molti esponenti della classe senatoria diffidavano di Pompeo, timorosi che egli mirasse ad un potere personale e dispotico.

Il ritorno di Pompeo a Roma

Pompeo tornò dall’Oriente nel 62 a.C.. Giunto a Brindisi, aveva chiesto di poter entrare trionfalmente a Roma con il suo esercito, ma il Senato oppose un deciso rifiuto, dal momento che ciò avrebbe violato la norma sillana relativa al pomerium. Pompeo, contrariamente alle aspettative congedò l’esercito e si avviò verso Roma accompagnato solo da una folla di civili. A Roma, però, dovette subire un altro rifiuto del Senato. Questa volta il generale si vide negare la ratifica di tutti gli ordinamenti politici introdotti in Asia, delle alleanze, nonché della concessione del secondo consolato e  della distribuzione di terre per i suoi veterani. Fu in seguito al rifiuto opposto dal Senato che Pompeo passò dalla parte dei cavalieri e dei populares.


[1] Gneo Pompeo Magno (106 – 48 a.C.) apparteneva alla gens Pompeia, di tradizione rurale e plebea che solo da pochi decenni aveva raggiunto il lignaggio della nobiltà. Suo padre, Pompeo Strabone, era stato il primo della sua famiglia ad accedere, come homo novus, ai gradi più alti del cursus honorum romano. Era diventato console nell’89, durante la guerra sociale. In quel contesto si era distinto nella lotta contro gli alleati italici del Nord e del centro dell’Italia. Si era fatto inoltre promotore, sempre nell’ 89, della Lex Pompeia de Transpadanis, che prevedeva la concessione del diritto latino ai Transpadani. Il diritto latino (in latino: ius Latii o Latinitas o Latium) era una condizione giuridica intermedia tra lo stato di non cittadino e la piena cittadinanza romana. Secondo alcuni studiosi, fu proprio Strabone  a proporre a Roma di estendere il diritto latino anche ad altri alleati italici.

[2] Il cursus honorum prevedeva, come tappe iniziali, la questura, l’edilità e la pretura. Poteva diventare tribuno della plebe chi fosse già stato questore  ed edile. Gli ex consoli potevano accedere alla censura o alla dittatura.

Il primo passo era quello di Questore (quaestor). I candidati dovevano avere almeno 30 anni. I patrizi potevano anticipare la loro candidatura di due anni, per questa come per la altre cariche. I questori si occupavano dell’ amministrazione finanziaria di Roma oppure si ponevano al seguito dei governatori. L’elezione a questore comportava automaticamente l’accesso al Senato.

A 36 anni, gli ex questori potevano candidarsi  per la carica di Edile (aedilis). Gli edili erano solitamente due patrizi e due plebei. Questo passaggio era facoltativo.

I Pretori (Praetor) dovevano aver compiuto almeno 39 anni. Principalmente avevano responsabilità giudiziarie a Roma. Tuttavia potevano anche comandare una legione e avere l’incarico di governare, alla fine del loro mandato, province non assegnate ai consoli.

La carica di Console (consul) era la più prestigiosa e la più importante di tutte. L’età minima per accedervi era di 42 anni (con la riforma di Augusto fu abbassata a 33 anni). I nomi dei due consoli eletti identificavano l’anno. I consoli erano responsabili dell’azione politica, del comando di eserciti di grandi dimensioni e governavano, alla fine del loro mandato, province importanti. Un secondo mandato come console poteva essere tentato solo dopo un intervallo di 10 anni.

L’ufficio di Censore (censor) era l’unico con una durata di diciotto mesi anziché dodici. I censori venivano eletti ogni cinque anni ed erano responsabili dello vita morale dello Stato. Selezionavano i membri del Senato e potevano decretarne l’espulsione, la causa più frequente era l’indebitamento eccessivo di un membro del Senato. Si occupavano anche dei grandi lavori pubblici.

La carica di Tribuno della plebe era un passo importante nella carriera politica di un plebeo, anche se non faceva parte del cursus honorum. La sua rilevanza era dovuta all’assoluta inviolabilità della sua persona (tale norma sacra fu violata solo nella circostanza dell’assassinio di Tiberio  Gracco).

Altre importanti cariche Romane, al di fuori del cursus honorum, erano il Governatore (gubernator) (Proconsole), il Pontefice massimo (pontifex maximus), ed il Princeps senatus (presidente del Senato).

 

Mario e Silla

Guerra contro Giugurta e ascesa di Mario

Il regno di Numidia, corrispondente all’attuale Algeria orientale, era stato scosso da un’aspra lotta di potere dopo la morte del re Micipsa, tradizionale alleato di Roma. Questi aveva due figli, Aderbale ed Iempsale, ed un nipote, Giugurta, ai quali aveva lasciato in eredità il regno. Giugurta non volle condividere il trono con i cugini: appoggiato dall’aristocrazia romana, nel 112 a.C., si impadronì del potere, uccise Iempsale e provocò la fuga di Aderbale. Inoltre, occupò la capitale Cirta (corrispondente all’odierna Costantina, ad est di Algeri) e massacrò insieme alla popolazione locale ed un nutrito gruppo di mercanti italici e romani che svolgevano le loro attività in quella regione. Nonostante questo grave episodio,  il Senato fu, inizialmente, riluttante a reagire, anche perché in quello stesso periodo l’Italia settentrionale era minacciata dalle aggressioni dei Cimbri e dei Teutoni, popolazioni di area germanica. Gli equites, tuttavia, fecero pressioni sull’aristocrazia senatoria dando vita ad una forte mobilitazione delle masse popolari. Il tribuno della plebe Caio Memmio accusò il Senato di non voler combattere contro Giugurta perché corrotti dal suo denaro. Per tutte queste ragioni, il Senato fu costretto a dichiarare guerra a Giugurta.

Il conflitto iniziò nel 111 a.C., ma nella prima fase le operazioni militari furono mal gestite, al punto che i populares accusarono gli aristocratici di essersi lasciati ancora una volta corrompere dall’oro giugurtino.

Infatti, le truppe romane, guidate del console Lucio Calpurnio Bestia, invasero nel 111 a.C. il territorio di Giugurta Il console, però, venne rapidamente a patti con i nemici, anche per ragioni tattiche e militari, dal momento che la fanteria pesante dei Romani non fu in grado di fronteggiare l’assalto della cavalleria leggera dei Numidi.

 

Nel 110 a.C., la guerra continuò sotto la guida del console Spurio Postumio Albino, ma anche in questo caso in modo assai poco efficace. Questi fu, pertanto, sostituito dal fratello Aulo Postumio Albino.

Aulo fu sconfitto e l’esercito romano fu costretto a passare sotto le lance incrociate. Questa  pesante umiliazione, che richiamava alla memoria l’episodio delle forche caudine, offrì ai populares nuovi argomenti di lotta politica. Il tribuno Gaio Manilio fece istituire un tribunale speciale, affidato a giudici scelti tra le file degli equites, e riuscì a far processare e condannare molti senatori per corruzione. Una prima svolta si ebbe nel 109 a.C. con il console Quinto Cecilio Metello. Questi conquistò anche la capitale Cirta e sconfisse il re.

 

La svolta decisiva al conflitto fu impressa da Caio Mario. Questi fu eletto console per la prima volta nel 107 ed ottenne dal popolo l’affidamento della direzione della guerra. Mario, aiutato dal suo questore Lucio Cornelio Silla, condusse a buon fine le operazioni militari, anche grazie all’alleanza con Bocco re della Mauritania (odierni Marocco e Algeria occidentale) e catturò Giugurta, conducendolo, nel 105, prigioniero a Roma, dove fu giustiziato l’anno seguente.

 

Sallustio (86 – 35 a.C.), nella sua opera intitolata Bellum Iugurthinum, analizza le cause e le vicende di questo conflitto. Ecco che cosa dice in un passo della sua monografia:

La guerra contro Giugurta: le cause

(5, 1 – 3)

 

Sto per narrare la guerra che il popolo romano ha combattuto con il re dei Numidi Giugurta, in primo luogo perché fu duratura, sanguinosa e con alterne vicende, poi perché allora per la prima volta si combatté contro la superbia della nobiltà. E questo conflitto  destabilizzò le leggi divine ed umane e giunse a tal punto di furore che alle passioni civili seguirono la guerra e la devastazione dell’Italia. Ma prima di iniziare questa narrazione  riprenderò fatti precedenti affinché tutte le cose più importanti risultino sempre più evidenti.

 

Sallustio, in pratica, afferma che le ragioni che lo hanno spinto a raccontare la guerra giugurtina sono due: 1) l’atrocità e la durata del conflitto; 2) la caratterizzazione della guerra come scontro tra nobili e populares.

 

Tuttavia, l’interpretazione di Sallustio, centrata esclusivamente su criteri moralistici,  offre una ricostruzione solo parziale delle ragioni che furono alla base sia della riluttanza dei nobili romani, sia delle pressioni, sul versante politico opposto, dei mercanti e dei populares.

 

La nobilitas senatoria, maggiormente impegnata nella gestione del latifondo e della proprietà terriera, non era interessata ad una ulteriore politica espansionistica in Africa, anche perché, come sappiamo, i confini della Penisola erano minacciati dai Cimbri e dai Teutoni. Pertanto, essa riteneva secondario lo scontro con Giugurta, indipendentemente  degli episodi di corruzione che effettivamente ci furono.

 

Al contrario, i ceti mercantili e finanziari vedevano nell’Africa settentrionale (e soprattutto nella sua posizione strategica sul mare) una regione di straordinaria importanza per la conduzione delle loro attività economiche. Inoltre, i territori africani avrebbero potuto essere sfruttati per la deduzione di nuove colonie e si sarebbe potuto far fronte, in tal modo, sia al problema della eccessiva concentrazione di abitanti nelle città italiche, sia all’esigenza di offrire ai nuovi poveri un possibile sbocco economico attraverso la concessione di nuove terre da coltivare.

 

 

CAIO  MARIO (157 a.C. – 86 a.C.)

 

Nel panorama politico e sociale di Roma, Caio Mario costituì una novità assoluta. Rappresentò, infatti, un esempio emblematico di quello che potremmo definire un homo novus, un “uomo nuovo”, un “self made man”, un plebeo asceso alla massima carica della Res publica senza aver avuto, nella propria famiglia, dei predecessori.

 

La vittoria contro Giugurta fu per Caio Mario un vero e proprio trampolino di lancio per la sua ascesa politica e militare.

 

Mario, inoltre, prima di partire per l’Africa, aveva attuato, forte del consenso popolare, una riforma dell’esercito che aveva sancito la possibilità di arruolarsi su base volontaria, senza alcun limite per il reddito, consentendo, in tal modo, l’accesso anche ai nullatenenti. Si avvalsero di questa riforma soprattutto i cittadini che appartenevano alle ultime classi sociali, che vedevano nell’impegno militare e nei bottini di guerra un modo per risollevare le proprie condizioni economiche.

 

Nasceva, con tale riforma, un vero e proprio esercito di mestiere, costituito da soldati stipendiati da un generale. Un esercito siffatto, però, si sarebbe fondato non più sull’obbedienza dei soldati allo Stato, ma al singolo generale e ciò avrebbe spianato la strada alle future guerre civili.

 

La popolarità di Mario aumentò ulteriormente, in seguito alle vittorie da lui riportate contro i Cimbri ed i Teutoni tra il 102 ed il 101 a.C. .

 

I Cimbri, nel 105 avevano sbaragliato un grosso esercito romano ad Arausio (Orange), nella Gallia Narbonese, infliggendo  ai Romani quella che fu definita la più grande sconfitta militare dopo la battaglia di Canne. I Cimbri avrebbero potuto agevolmente attraversare le Alpi e dilagare in Italia. Tuttavia, essi desistettero da tale proposito temendo che tale percorso potesse rivelarsi irto di ostacoli e che la stessa potenza romana avrebbe potuto mettere a serio rischio la loro avanzata nella Penisola. Così, essi penetrarono nella Spagna e nella Gallia, dove si allearono con i Teutoni.

 

Lo scontro con i Romani fu, in realtà, solo posticipato di qualche anno. I Romani, infatti, ebbero tutto il tempo per riorganizzare le truppe sotto la guida di Mario, che riuscì a ricoprire la carica di console per ben sette volte. Così, nel 102 a.C., il console sconfisse definitivamente i Teutoni ad Acque Sestie, (Aix – en – Provence, a nord di Marsiglia) ed i Cimbri, nel 101 a.C., ai Campi Raudi, presso il luogo in cui il fiume Sesia confluisce nel Po, in territorio vercellese. L’eco di queste due vittorie fu talmente vasta che Mario fu denominato terzo fondatore di Roma, dopo Romolo e Camillo.

Il Senato, per evitare rischi futuri, decise di consolidare la presenza oltre le Alpi attraverso l’organizzazione della provincia della Gallia Transalpina

Mario e Silla

Il Senato vide nel nobile Lucio Cornelio Silla, che con Mario aveva collaborato nella guerra giugurtina, una valida risposta allo strapotere acquisito dal console.

La prima grande occasione di scontro fu offerta, come vedremo, dalla guerra sociale combattutasi tra il 90 e l’88 a.C. .

Questo conflitto fu chiamato così perché vedeva i socii, cioè gli alleati italici di Roma insorgere contro l’Urbe dopo che il senato romano rifiutò di concedere loro la cittadinanza romana. Essi avevano sperato nel disegno riformatore del tribuno Marco Livio Druso (figlio del Marco Livio Druso che aveva operato contro Caio Gracco nel 121 a. C.), che li aveva appoggiati nella loro richiesta. Nel 91 a. C., Livio Druso aveva proposto la concessione della cittadinanza romana agli italici.

Come al tempo dei Gracchi, la plebe urbana, sobillata dagli abili mestatori dell’aristocrazia, si oppose alla proposta del tribuno. Isolato, Druso fu ucciso da un sicario e ciò provocò la rivolta degli Italici che avevano ormai capito che non avrebbero mai ottenuto la cittadinanza se non attraverso l’uso della forza.

Alla base del conflitto c’erano delle motivazioni molto serie: 1) gli alleati erano stati e continuavano ad essere fondamentali per le conquiste militari romane; 2) nonostante il loro ruolo, venivano costantemente tagliati fuori da ogni processo decisionale e dai vertici militari; 3) gli Italici collaboravano con i Romani nella politica di “sfruttamento” delle province, ma sempre in posizione subordinata; 4) gli Italici erano tagliati fuori dai benefici della redistribuzione dell’agro pubblico.

Gli insorti, organizzati in una vera e propria lega, dettero vita ad uno Stato indipendente (Italia o Viteliu, secondo la forma osca)e stabilirono la capitale nei pressi di Corfinio (provincia di L’Aquila), dando alla città il nome Italica. Lo scontro durò due anni, al termine dei quali il Senato, preoccupato per ragioni economiche e per i disordini che stavano accadendo in Oriente, decise di accogliere le richieste degli alleati, concedendo loro la cittadinanza romana (88 a.C.). Prima che si giungesse a tale risultato, i morti da entrambe le parti furono molto numerosi. Roma riuscì a piegare gli insorti proprio grazie alle concessioni fatte nei confronti di chi avesse posto fine alle ostilità. In tal modo, mano a mano che i socii ponevano fine agli scontri, ottenevano la tanto agognata cittadinanza. Roma, in pratica, vinse la guerra, paradossalmente, cedendo a tutte le richieste avanzate dai rivoltosi.

La guerra mitridatica

Nella guerra sociale e nella campagna militare contro Giugurta si era distinto il nobile Lucio Cornelio Silla. Il giovane Silla sembrava rubare la scena al più anziano Mario, grazie alla sua risolutezza ed alla sua forza militare

L’Oriente, che tanto preoccupava in quegli anni Roma, divenne il terreno di scontro più forte tra Mario e Silla. Nell’88 a.C., Roma dovette occuparsi di quanto stava accadendo nel Ponto, sul Mar Nero. Qui Mitridate VI, re del Ponto, aveva creato un’alleanza delle città greche e di tutti i territori ostili al dominio romano, ordinando anche lo sterminio di tutti i Romani che vivevano in quelle regioni. Mitridate fu considerato come un liberatore in Macedonia e in Grecia. Inizialmente, il Senato affidò il comando militare delle operazioni a Silla. Egli si trovava già verso Nola ed era pronto per guidare l’esercito romano in Oriente, ma l’assemblea della plebe, sollecitata da Mario, tolse a Silla il comando e lo affidò allo stesso Mario. Silla marciò contro la capitale, Mario fu sconfitto alle porte della città e dovette rifugiarsi in Africa. Mitridate fu sconfitto da Silla nell’ 85 a.C. Negli anni dell’impegno di Silla in Oriente, i populares erano riusciti a riportare Mario al potere, ma la sua morte improvvisa nell’86 a.C., durante il settimo consolato, portò i suoi sostenitori allo sbando, esponendoli alla sconfitta, quando Silla fece ritorno a Roma. Dopo la morte di Mario, Silla, infatti, sbaragliò Mariani nella battaglia di Porta Collina dell’82 a.C.. Concentrò i pieni poteri nelle sue mani, accrescendo il ruolo dell’aristocrazia senatoria, svuotando di significato la carica di tribuno della plebe, separando il potere civile da quello militare, ampliando la linea del pomerium e facendo compilare apposite liste di proscrizione, contro gli avversari che potevano essere uccisi come nemici pubblici. Nel 79 a.C. si ritirò a vita privata e morì l’anno successivo.

Le Leggi Cornelie prevedevano:

1) aumento dei senatori da 300 a 600;

2) abolizione della censura per la carica senatoria;

3) approvazione preventiva da parte del Senato delle proposte delle assemblee;

4) forte ridimensionamento del potere degli equites nelle giurie per i processi, con la creazione di tribunali composti da soli senatori;

5) divieto per i tribuni della plebe di convocare il popolo, di parlare alle assemblee e di candidarsi a cariche pubbliche;

6) separazione tra potere civile e militare, di modo che i pretori e i consoli in carica  restassero in Italia per occuparsi, rispettivamente, della giustizia e della politica. Solo in caso di prolungamento del mandato, come proconsoli o propretori, potevano governare le province ed essere a capo di eserciti;

7) ampliamento del pomerio della cinta esterna di Roma fino al Rubicone, per impedire a chiunque di entrare nella città alla guida di un esercito.

Silla precursore dell’impero

Dopo la morte di Silla, nel 78  a.C., la costituzione oligarchica rimase in vigore ed il Senato, formalmente, ebbe nelle sue mani il governo della città. Tuttavia l’evoluzione politica e, soprattutto, militare fu tale che i poteri si sarebbero inevitabilmente concentrati nelle mani di un singolo capo militare, che avrebbe esercitato il dominio assoluto, come era già accaduto con Silla e come sarebbe accaduto da Cesare in poi. Per questo motivo, Silla fu definito un precursore dell’impero.

Alla faccia dell’equità

 
Dal sito di tuttoscuola http://www.tuttoscuola.com/cgi-local/disp.cgi?ID=23042
Alla faccia dell’equità
La manovra dei sacrifici? Non per la casta degli intoccabili
Per gli insegnanti un taglio dell’11%, per i sottosegretari del 6%, per i dirigenti del 2,5%

L’intervento messo in atto dal Governo per proteggere la nostra economia dalle speculazioni sui mercati finanziari chiede sacrifici un po’ a tutti. A partire dai ministri, dai parlamentari e dai grand commis di Stato, sui cui stipendi è stato previsto un taglio del 10%.

Un segnale dal forte valore simbolico (l’effetto quantitativo è limitato per il basso numero di soggetti coinvolti) che ha incontrato un consenso, per una volta, bipartisan: la prima a sacrificarsi deve essere la classe dirigente, la "casta", per usare una definizione di moda. "Mal comune, mezzo gaudio", si potrebbe dire.

Ma guardando nei meccanismi di dettaglio della manovra si scopre qualcosa di inaspettato (forse anche a chi ha dato l’ok alle misure): il sacrificio richiesto alla "casta" è in proporzione ben minore di quello chiesto ad altre categorie, come i dipendenti pubblici.

Tuttoscuola ha analizzato cosa accadrà nel comparto della scuola, partendo dal personale dipendente fino ad arrivare ai sottosegretari (per quanto riguarda il ministro, essendo anche parlamentare, bisognerà attendere le deliberazioni annunciate dai presidenti di Camera e Senato al termine dell’iter parlamentare di conversione in legge del decreto sulla manovra economica).

Ecco l’impatto in ordine gerarchico in termini di riduzione percentuale rispetto al salario che si sarebbe avuto nel 2011 senza la manovra, e a seguire le spiegazioni. Una piramide rovesciata (e sproporzionata) che pone un problema di equità di intervento.

Ruolo

Riduzione % media

Sottosegretario

-6,0%

Capi dipartimento

-5,6%

Dirigenti ministeriali

-2,5%

Personale dipendente (docenti, personale amministrativo, bidelli, etc)*

-11 / -15%

* quello colpito dal blocco dello scatto di anzianità (circa il 50% del totale) oltre che del contratto

Per il personale un taglio del 11% in media (con punte del 15%)

Docenti, dirigenti scolastici, personale amministrativo, bidelli vengono colpiti dalla manovra su tre fronti: blocco del contratto collettivo nazionale, congelamento degli scatti di anzianità, indennità di buonuscita. Vediamo gli effetti.

1) Il blocco del contratto collettivo nazionale, che avrebbe dovuto attivarsi da quest’anno, determinerà il congelamento della retribuzione attuale di tutto il personale (circa un milione e 100 mila dipendenti, di cui 880 mila di ruolo), con una perdita media stimabile intorno ai mille euro annui per dipendente rispetto a quanto avrebbero guadagnato tra un anno senza questo blocco.

2) Il blocco degli scatti di anzianità per il prossimo triennio interesserà circa metà del personale con contratto a tempo indeterminato (330 mila docenti e 75 mila unità di personale Ata per complessive 405 mila persone, che non avranno il passaggio di posizione stipendiale (gradone), previsto ogni 6 anni.

Il blocco per queste persone si tradurrà in perdite medie di circa duemila euro lordi annui (180 euro mensili), ma con picchi più elevati per taluni profili secondo la posizione stipendiale attualmente in godimento: il mancato aumento stipendiale sarà infatti molto pesante per chi aveva già l’anzianità utile per scattare al gradone successivo dal 2011 e più leggera a decrescere per chi l’anzianità utile la raggiungerà nei due anni successivi.

Vediamo qualche esempio. I prof. delle superiori con 20 anni di carriera avrebbero avuto diritto, con lo scatto automatico di gradone, ad un aumento di quasi 3 mila euro annui (2.987,26 annui pari a 281 mensili); i direttori dei servizi amministrativi (DSGA) con 27 anni di carriera avrebbero avuto diritto ad uno scatto di importo annuo di 2.554,64 euro (212 mensili); o, ancora, i prof. di scuola media con 14 anni di carriera avrebbero avuto diritto ad uno scatto annuo di 2.178,54 (181 mensili).

Nel caso estremo di queste figure professionali che avrebbero maturato il passaggio proprio dal 2011, il mancato aumento si confermerà per tutti e tre gli anni del triennio, raggiungendo alla fine del blocco, per qualcuno, un mancato introito complessivo di quasi 9 mila euro.

3) Il congelamento della retribuzione e degli scatti di anzianità si ripercuoterà sulla pensione e sull’indennità di buonuscita (il Tfr dei dipendenti pubblici), con un effetto negativo variabile a seconda dell’anzianità contributiva e del profilo professionale, e toccherà negli anni tutto il personale.

E ora facciamo un po’ di somme.

Anche lasciando da parte l’effetto sull’indennità di buonuscita e sulla pensione, che si sentirà solo al momento dell’uscita dal servizio, la quota aggiuntiva di stipendio che un insegnante avrebbe guadagnato nel 2011 prima di questa manovra (e che ora viene bloccata) sarebbe stata in media di 3 mila euro annui. Considerato che la retribuzione media attuale è di 24 mila euro all’anno e che con il previsto aumento di 3 mila euro avrebbe raggiunto nel 2011 i 27 mila euro, il taglio è quindi pari all’11%.

In particolare, un prof. di scuola media con 14 anni di carriera avrà una perdita del 12% rispetto allo stipendio in godimento (valore scatto mancato 2.178,54 euro annui, valore blocco del contratto di circa 1.000 euro annui, per una perdita totale di circa 3.200 euro annui su uno stipendio annuo di 23.444,75 che sarebbe arrivato a circa 26.600 euro); un prof. delle superiori con 20 anni di carriera ha una perdita che sfiora il 15%; un DSGA con 27 anni di carriera ha una perdita intorno al 12% del suo stipendio attuale.

Il taglio netto per i manager pubblici si ferma al 5%

Il taglio del 10% degli stipendi dei manager pubblici riguarda non l’intero emolumento, bensì soltanto una quota di stipendio al di sopra di un certo importo (150 mila euro). Tra i 90 e i 150 mila il taglio sarà solo del 5%, mentre per la quota di stipendio fino a 90 mila euro non ci sarà alcun taglio. La percentuale dei tagli sull’intera retribuzione, quindi, diventa di gran lunga inferiore a quel 10% di cui si è parlato.

Uno stipendio attuale di un manager pubblico dell’Amministrazione scolastica che sia pari a 250 mila euro annui si riduce a 237 mila (taglio complessivo del 5,2%); uno stipendio attuale di 200 mila si riduce a 192 mila (taglio complessivo del 4%); uno stipendio attuale di 100 mila si riduce a 99.500 (taglio complessivo dello 0,5%).


APPUNTI DI STORIA QUARTA ED ULTIMA PARTE: DAI NORMANNI IN ITALIA AL CONCORDATO DI WORMS

I Normanni in Italia meridionale

Come si è visto, Ottone I e i suoi due successori cercarono di estendere il potere anche in Italia meridionale. In quest’area, fino ai primi decenni dell’ XI secolo, regnava una certa instabilità politica determinata dalla debolezza della presenza bizantina, messa a dura prova dalle incursioni dei musulmani e dalle intemperanze dei potentati longobardi della Campania.

Una prima svolta si ebbe agli inizi dell’ XI secolo. Nel 1009, le città pugliesi di Bari, Trani e Bitonto insorsero contro la rigida politica fiscale delle autorità bizantine preposte al governo della regione. La rivolta fu appoggiata da alcuni principi longobardi e non fu osteggiata dal papa Sergio IV. In una prima fase sembrava che i rivoltosi fossero destinati a coronare con il successo la loro azione politica. Ma il nuovo governatore bizantino Basilio riconquistò le posizioni perdute. Tra i rivoltosi vi fu Melo di Bari che, nel 1011, riuscì a sfuggire alla repressione bizantina per poi recarsi in Germania, nel 1015, presso l’imperatore Enrico II (di cui, forse, era parente) per chiedergli sostegno contro i Bizantini. Anche in questo caso, però, le autorità bizantine ebbero la meglio, nel 1018, e Melo si rifugiò in Germania dove morì nel 1020. Nel corso di questi avvenimenti, gruppi di mercenari normanni cominciarono ad insediarsi nell’Italia meridionale. Tra il 1027 ed il 1030 uno dei capi dei Normanni, Rainolfo Drengot, ottenne dal duca di Napoli Sergio IV in feudo la Contea di Aversa, come premio della lealtà dimostrata negli anni precedenti. Fu la prima di una serie di concessioni territoriali ad esponenti normanni e, sicuramente, fu il primo possesso statale normanno in Italia.

Negli anni successivi si distinse, tra i Normanni, soprattutto il gruppo familiare degli Altavilla (Hauteville in francese). Nel 1043 Guglielmo Braccio di Ferro occupò la Contea di Melfi. Suo fratello, Roberto il Guiscardo (cioè “l’astuto”), giunto in Italia nel 1047, rafforzò la presenza normanna nella Penisola e sconfisse, presso Civitate del Friuli, le truppe del Papa (Leone IX), catturandolo, nel 1053, e rendendolo suo prigioniero. Il Papa non poté fare altro che riconoscere i territori normanni della Contea di Puglia e del Principato di Capua. Nel 1059 il nuovo Papa Niccolò II concesse a Roberto il Guiscardo, in qualità di suo vassallo, il Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia, con il triplice risultato di autorizzare Roberto ad annientare la residua presenza bizantina, ad occupare nuovi territori e ad attaccare la Sicilia occupata dai Musulmani.

Nel giro di alcuni decenni l’Italia meridionale fu occupata dai Normanni e, intorno al 1091, Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, completò l’opera sconfiggendo i Musulmani di Sicilia ed occupando, in qualità di conte di Sicilia, l’isola.

Nel XII secolo, Ruggero II, figlio del Ruggero che aveva conquistato la Sicilia, dette vita al Regno di Sicilia, unificando nella sua corona l’isola e l’Italia Meridionale e collocando la sua corte a Palermo. Il regno normanno assunse i tratti di una monarchia feudale dal forte potere centrale. Il regno venne diviso in circoscrizioni a ciascuna delle quali era preposto un giustiziere, al quale spettava l’amministrazione della giustizia, e un camerario, che si occupava delle riscossione dei tributi. Anche se continuarono a resistere delle ampie autonomie territoriali, quali Montecassino, Cava dei Tirreni ecc., l’intera popolazione del nostro Meridione si ritrovò sotto la giurisdizione normanna, soprattutto sul piano tributario e fiscale. Malgrado le autonomie territoriali avessero un ampio margine di libertà sul piano amministrativo, le decisioni più importanti spettarono sempre al sovrano normanno.

Se il regno normanno unificò sotto un’unica corona l’Italia meridionale, occorre anche dire che proprio il centralismo normanno impedì che prendesse piede anche nel Sud l’importante esperienza dei Comuni che, in quegli stessi anni, stava caratterizzando l’Italia centro – settentrionale.    

 

Crisi della Chiesa

Il papato, tra IX e X secolo, visse un periodo di crisi dovuta sia a fattori esterni che interni.

Le cause esterne furono sostanzialmente due:

a)     L’aristocrazia romana aveva ripetutamente interferito nella elezione dei pontefici, condizionandone anche la politica.

b)     Il Privilegio Ottoniano aveva sottoposto l’autorità del Papa a quella dell’Imperatore.

La causa interna era legata all’alto grado di corruzione che aveva da tempo contaminato la Chiesa e che si manifestava essenzialmente, ma non esclusivamente, attraverso la simonia e il concubinato.

La simonia era la vendita delle cariche ecclesiastiche (vescovo – abate o anche semplice parroco) a persone che non erano spinte da una vera e propria vocazione religiosa, ma da meri interessi economici, collegati anche alla possibilità di gestire rendite o feudi. A loro volta, coloro che avevano pagato la carica ecclesiastica si prefissavano di recuperare la somma versata facendo pagare alla gente comune i sacramenti, le funzioni religiose e le indulgenze per i morti.

Il concubinato era, invece, la convivenza degli ecclesiastici con delle donne, che spesso sfociava nella clerogamia, cioè nel matrimonio dei preti, nonostante l’obbligo del celibato imposto dalla Chiesa.

 

La reazione a questo stato di cose non tardò ad arrivare e si manifestò all’interno della stessa istituzione ecclesiastica.

Sorsero, infatti dei movimenti che puntavano, dal basso, ad una profonda riforma della Chiesa, allo scopo di ricondurla alla purezza e semplicità delle origini.

Tra i centri propulsori di questo movimento riformatore vi fu il monastero benedettino di Cluny, in Borgogna. I monaci cluniacensi, pur seguendo la regola benedettina improntata sulla massima “ora et labora”, introdussero un nuovo modello di vita monastica,  privilegiando particolarmente l’aspetto liturgico e la preghiera rispetto al lavoro manuale, al punto da arrivare a celebrare fino a 200 salmi al giorno. I cluniacensi istituirono la celebrazione dei defunti il 2 novembre, poi estesa a tutta la cristianità.

Il monastero di Cluny fu posto direttamente alle dipendenze del Papa, in modo da non sottostare alle autorità ecclesiastiche e laiche locali.

L’iniziativa riformatrice cluniacense riaffermò il ritorno alla purezza e alla semplicità evangelica e fu presa a modello anche da altri ordini religiosi che all’esigenza di un ritorno della Chiesa alla purezza delle origini associavano anche la riaffermazione del valore del lavoro manuale contro i vizi e la corruzione della vita mondana.

Importante fu anche il monachesimo eremitico che ruotava attorno all’ordine dei certosini, fondato a Grenoble con il monastero denominato Grande chartreuse, nel 1084. I certosini vivevano nelle grandi abbazie denominate certose (come quella di Padula), ma conducevano gran parte della loro giornata isolati in preghiera.

Significativa fu anche l’esperienza dei monaci cistercensi, così denominati dall’abbazia di Citeaux, fondata in Borgogna nel 1098. Essi ripresero in pieno l’antica regola di San Benedetto “ora et labora”, ridussero il tempo dedicato alle preghiere, abbracciarono il lavoro agricolo e fecero una scelta di campo a favore di una vita povera e semplice.

I movimenti riformatori sorti all’interno della Chiesa impressero una forte spinta moralizzatrice e favorirono la nascita di altri movimenti riformatori esterni alla Chiesa. Tra questi, ricordiamo il movimento della patarìa, sorto a Milano e diffusosi in altri centri dell’Italia centro – settentrionale tra il 1056 ed il 1075. I seguaci, prevalentemente artigiani e mercanti, vennero definiti, con una denominazione di origine incerta, patarini,  organizzarono una serie di rivolte popolari per contestare l’arcivescovo di Milano, Guido da Velate, accusato di simonia, per aver ottenuto la carica arcivescovile illecitamente dall’imperatore Enrico III, di corruzione e di concubinato.

Questi ed altri movimenti popolari analoghi avevano in comune l’ispirazione pauperistica (da pauper – pauperis = povero), cioè la richiesta che la Chiesa facesse proprio l’ideale evangelico della povertà e dell’umiltà delle origini.

In questo quadro si inserì anche la rottura definitiva tra la Chiesa di Roma (quella d’Occidente) e la Chiesa di Costantinopoli (quella d’Oriente). Quest’ultima non volle accettare la superiorità della Chiesa di Roma e determinò, nel 1054, lo SCISMA d’Oriente, cioè la separazione della Cristianità orientale, i cui rappresentanti si definirono “ortodossi”, cioè seguaci della “vera dottrina”.

 

Dalla crisi della Chiesa alla lotta per le investiture  

La corruzione e la debolezza della Chiesa cattolica culminarono, nel 1045, nella vendita, ad opera del papa Benedetto IX, del seggio pontificio al successore Gregorio VI.

Uno scandalo inaudito, di fronte al quale l’imperatore Enrico III di Franconia decise di intervenire imponendo al soglio pontificio, come pontefice, il vescovo tedesco Clemente II, sostenitore dei movimenti riformatori pauperistici.

Seguendo quanto era stato sancito del “Privilegio di Ottone”, Enrico III cercò di ripristinare l’autorevolezza della Chiesa Cattolica attraverso l’imposizione di un pontefice adatto a questo scopo. Tuttavia, questo intervento ebbe conseguenze pesanti nell’ambito dei rapporti tra impero e papato. Lo stesso pontefice che Enrico aveva imposto sul trono, come anche i suoi successori Damaso II (1047 – 1048) e Leone IX (1049 – 1054), anche costoro di nazionalità tedesca, ritennero che l’unico modo per porre fine alla crisi della Chiesa fosse il recupero della piena autonomia e indipendenza del papato dal potere dell’imperatore, rendendo la Chiesa il più possibile libera da ogni sorta di influenza esterna. Si affermò gradualmente l’idea della libertas Ecclesiae, in base alla quale i laici non potevano assolutamente intervenire nell’assegnazione delle cariche ecclesiastiche. Questo doveva valere sia per i nobili laici sia per l’imperatore. Era il rifiuto più netto del sistema ottoniano dei vescovi – conte.

Lo scontro tra Papato ed Impero si acuì con il Concilio Lateranense del 1059, quando il pontefice Niccolò II, al fine di evitare ogni interferenza esterna nella scelta dei papi, decretò che, da quel momento in poi, i pontefici dovessero essere eletti solo dai cardinali. Fino a quel momento il papa era sempre stato eletto per acclamazione del popolo e del “basso clero” romano che, però, potevano essere facilmente strumentalizzati dalla nobiltà. Niccolò II stabilì anche che nessun ecclesiastico potesse essere nominato da un laico: i nobili, i sovrani e lo stesso imperatore si vedevano così privati della possibilità di attribuire benefici ecclesiastici e fu praticamente abrogato il Privilegio di Ottone.

 

Da questo momento, aspra divenne la cosiddetta lotta per le investiture. Lo scontro più aspro ci fu tra il papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana, intransigente sostenitore della riforma e della ripresa del prestigio della Chiesa, 1073 – 1085) e l’imperatore Enrico IV di Franconia (1056 – 1106).

Gregorio VII, nel 1075, promulgò il Dictatus papae, con cui il pontefice affermava la superiorità del Papa sull’imperatore e reclamava, di conseguenza, il diritto di scomunicare e destituire un imperatore o un qualunque altro sovrano, qualora costui si fosse rivelato moralmente indegno ed avesse danneggiato gli interessi della Chiesa e della comunità ecclesiastica.

 

Forte fu la reazione di Enrico IV: egli, nel 1076, convocò a Worms un concilio di vescovi tedeschi in cui dichiarò decaduto il papa. Gregorio VII reagì a sua volta scomunicando l’imperatore, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà nei suoi confronti. La scomunica, pertanto, non avrebbe avuto soltanto conseguenze sul piano religioso, ma anche e soprattutto sul piano politico: di ciò fu consapevole Enrico IV che, per evitare la perdita del suo potere, implorò il perdono del Papa, facendo una dura ed umiliante penitenza all’esterno del castello di Canossa[1], nell’attuale Emilia Romagna, dove il papa era ospitato dalla contessa Matilde. Enrico IV attese per tre giorni al freddo ed in mezzo alla neve, finché non ottenne il perdono del Papa che ritirò la scomunica, anche grazie alla mediazione di Matilde, imparentata con l’imperatore, e dell’abate Ugo di Cluny.

Si trattò, tuttavia, solo di una tregua e le ostilità ripresero subito dopo. Nel 1080, infatti, Enrico discese in Italia, destituì Gregorio VII e nominò pontefice l’arcivescovo di Ravenna, Guilberto, che assunse il nome di Clemente III, dal quale si fece incoronare imperatore. Enrico costrinse Gregorio VII a fuggire presso i Normanni a Salerno, dove morì nel 1085.

Morto anche Enrico IV, nel 1106, lo scontro si attenuò con il suo successore, il figlio Enrico V (1106 – 1125) che, nel 1122, raggiunse un’intesa con il papa Callisto II.

L’accordo fu formalizzato nel Concordato di Worms. Tale accordo prevedeva che la nomina dei vescovi spettasse al Papa, al di fuori di qualsiasi ingerenza laica e imperiale. Poteva esserci, però, per i vescovi una duplice investitura: quella religiosa e quella laico – temporale, poiché l’imperatore poteva conferire loro beni e cariche politiche.

In Italia i vescovi avrebbero, però, dovuto ricevere prima l’investitura religiosa da parte del Papa e poi quella laica dal parte del sovrano o dell’imperatore. In Germania, invece, l’investitura laica avrebbe preceduto quella religiosa. In tal modo, il papato era sciolto da ogni forma di tutela e di interferenza imperiale ma, nello stessi tempo, l’imperatore, in Germania, poteva ancora intervenire, sul piano politico, nella scelta delle gerarchie ecclesiastiche. Formalmente, si trattò di un successo della Chiesa, poiché si sanciva che il potere politico non poteva intervenire nell’investitura dei vescovi e degli abati. Tuttavia, soprattutto in Germania, l’Imperatore avrebbe continuato ad influenzare la scelta dei candidati alla designazione vescovile. L’accordo di Worms ebbe come risultato quello di rafforzare l’autorità pontificia in Italia, dove l’investitura ecclesiastica precedeva per importanza quella laica, e l’autorità imperiale in Germania, dove l’investitura laica prevaleva su quella religiosa. Tuttavia, i contrasti tra Papato ed Impero non cessarono ed influenzarono a lungo anche la lotta politica in Europa e i Italia, con la nascita delle due grandi fazioni dei Ghibellini, così chiamati dai signori del castello di Weibling, in Sassonia, che parteggiavano per l’imperatore, e dei Guelfi, che prendevano la denominazione Welf, il duca di Baviera che si fece sostenitore della “libertà della Chiesa Romana”.

 

 

 


[1]Ancora oggi è usata la locuzione: “andare a Canossa” in riferimento a chi, avendo riconosciuto i propri errori, si umilia o compie un formale atto di contrizione per essere perdonato.

La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), fu contessa, duchessa e marchesa. Matilde fu una potente feudataria. Sostenne con vigore Il Papato nella lotta per le investiture; fu una figura femminile di primissimo piano in un’epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore ed arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa.  Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. Fu incoronata, nel 1111, presso il Castello di Bianello (Reggio Emilia) dall’imperatore Enrico V, figlio di Enrico IV, con il titolo di Regina d’Italia e vicaria papale.

Dopo la sua morte attorno a Matilde si creò un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio descrivendola come una contessa dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede.

 

 

 

APPUNTI DI STORIA TERZA PARTE: IL REGNO D’ITALIA E OTTONE I

Il Regno d’Italia

Contrariamente a quanto avveniva in Inghilterra e in Francia, l’Italia era caratterizzata da una eccessiva frammentazione. Dopo la morte di Carlo il Grosso (888), il Regno d’Italia era stato assegnato a Berengario I, marchese del Friuli. Tuttavia, nell’891, fu destituito da Guido da Spoleto che regnò fino all’894. Questi fece incoronare imperatore il proprio figlio, Lamberto da Spoleto, dal Papa Formoso (891 – 896) che, però, alcuni anni dopo, con un voltafaccia clamoroso, incoronò imperatore il re di Germania Arnolfo di Carinzia. Il pontefice morì nell’ 896. L’anno successivo, Lamberto riprese il controllo della situazione ed obbligò il nuovo pontefice, Stefano VI, da lui stesso imposto al soglio papale, a riesumare il corpo di Formoso e di condurlo in giudizio in un macabro processo post mortem. Il cadavere di Formoso fu collocato, in posizione da seduto, sul trono nella sala del Concilio a San Giovanni in Laterano e gli fu “concesso” anche un avvocato. Tra le accuse che gli vennero rivolte, vi fu quella di corruzione e di ambizione sfrenata. Fu dichiarata nulla la sua elezione e vennero invalidate tutte le sue decisioni, anche in materia di ordinazioni cardinalizie e vescovili. Al cadavere furono strappate le vesti sacre e furono tagliate le tre dita con cui aveva, in vita, impartito le benedizioni.

Sinodo del cadavere (o Concilio cadaverico), Jean-Paul Laurens (1870), Nantes, Musée des Beaux-Arts.

Stefano VI,  a sinistra, punta il dito contro il cadavere di Formoso, “seduto” sul trono.

Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Il suo cadavere fu trascinato fuori dalla folla e fu per due volte buttato nel Tevere. Questo episodio è passato alla storia come il sinodo del cadavere, ed è testimoniato anche dal dipinto del 1870 di Jean – Paul Laurens[1]. Successivamente, Formoso fu riabilitato dai pontefici Teodoro II (morto nell’897) e Sergio III (904 – 911). In seguito, le controversie dinastiche in Italia si protrassero e videro avvicendarsi al trono vari sovrani. Gli ultimi furono Ugo da Provenza (926 – 947), suo figlio Lotario (947 – 950) e Berengario II (950 – 962). Berengario II salì al trono grazie al re di Germania Ottone I di Sassonia. Questo evento avrebbe di lì a qualche anno portato all’annessione del regno d’Italia a quello di Germania.

Ottone I e il Sacro Romano Impero Germanico

In Germania, nel 919, si era affermata la dinastia di Sassonia con Enrico I, detto l’Uccellatore, per la sua passione della caccia con il falcone, come si può vedere nel dipinto di Hermann Vogel del 1911, in cui Enrico viene incoronato durante una battuta di caccia.

Alla morte di Enrico, successe al trono il figlio Ottone (936 – 973). Per contrastare i tentativi autonomistici dei feudatari e per accaparrarsi le simpatie dell’episcopato, Ottone creò delle potenti signorie feudali affidate non a laici, ma a vescovi e ad altri esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. Si trattava dei cosiddetti vescovi – conti. Con questa mossa, Enrico ottenne il duplice risultato di neutralizzare le spinte centrifughe della nobiltà locale e di assicurarsi la fedeltà di feudatari ecclesiastici leali e capaci.

Il 10 agosto del 955 nella battaglia di Lechfeld, in Germania, Ottone sconfisse definitivamente gli Ungari.

Moltissimi prigionieri di guerra vennero uccisi o rimandati in patria al cospetto del loro sovrano Taksony d’Ungheria con il naso e le orecchie mozzate.

Sul campo di battaglia i nobili germanici, esultanti per la vittoria, sollevarono sui loro scudi Ottone proclamandolo loro imperatore. Alcuni anni dopo, ancora forte di questa vittoria Ottone si recò a Roma e si fece incoronare dal pontefice stesso. Nel frattempo i magiari si convertirono al Cristianesimo. Le incursioni ungare in Europa potevano dirsi concluse.

Nel 962 Ottone si fece incoronare imperatore dal pontefice Giovanni XII (955 – 963). Tra i suoi primi atti vi fu la promulgazione del Privilegio Ottoniano, con il quale l’imperatore riconosceva alla Chiesa e al Papa le proprietà terriere e le prerogative ecclesiastiche, ma si imponeva allo stesso pontefice di giurare fedeltà all’imperatore, una volta eletto dal clero romano. Inoltre, Ottone riservò a se stesso la prerogativa della nomina  dei vescovi. Ai vescovi nominati dal re venivano concessi dei feudi e, così, diventavano a tutti gli effetti dei vescovi – conti. Tale imposizione aveva un indubbio vantaggio pratico, oltre che politico: i vescovi – conti erano celibi e, pertanto, alla loro morte i feudi sarebbero sicuramente ritornati all’imperatore. Una nuova versione del cesaropapismo che avrebbe, di lì a poco, scatenato uno scontro furibondo tra papato e impero per il riconoscimento del primato politico. Nel Privilegio Ottoniano si vietava ai papi anche di incoronare imperatori che non fossero di origine germanica. Il Sacro Romano Impero Germanico si differenziava notevolmente dall’impero carolingio per le seguenti ragioni:

a)     aveva un’estensione territoriale molto più ridotta, dal momento che non comprendeva la Francia ed era circoscritto alla Germania e all’Italia centro – settentrionale.

b)     L’impero carolingio era nato sulla base dell’accordo tra le due massime autorità (Carlo Magno e Leone III). L’impero germanico è il frutto della subordinazione della Chiesa e dell’Episcopato al potere imperiale.

c)     L’impero di Carlo Magno nacque dall’esigenza di difendere l’Europa cristiana dal pericolo islamico. Quello di Ottone nasce dalla necessità del sovrano di ricondurre all’obbedienza la feudalità ribelle attraverso la restaurazione dell’autorità imperiale.

 

Il Sacro Romano Impero di nazione germanica durerà fino al 1806, quando Napoleone destituirà Francesco II.

Ottone II (973 – 983) cercò di proseguire la politica espansionistica del padre nell’Italia meridionale, dove persisteva ancora una debole presenza bizantina, ma senza risultati.

 

Fallimentare si sarebbe rivelato anche il tentativo di Ottone III (983 – 1002) che non riuscì a realizzare il sogno della renovatio imperii su basi cristiane e incontrò notevoli resistenze sia nella nobiltà germanica che nella nostra Penisola. Ottone III morì nel 1002, all’età di ventidue anni, senza lasciare eredi.

 

A Ottone III successe Enrico II di Baviera (1002 – 1024) che, però, preferì rinunciare al titolo imperiale, accontentandosi del titolo di re di Germania.

L’autorità imperiale fu ripristinata da Corrado II il Salico (1024 – 1039), fondatore della dinastia di Franconia.[1]

Corrado II dovette, però, fronteggiare la rivolta dei feudatari minori (i valvassori) che chiedevano l’estensione dell’ereditarietà dei feudi anche ai territori da loro controllati. A Milano ci fu un vero e proprio scontro armato tra la grande nobiltà, già avvantaggiata dal capitolare di Quierzy dell’877, e i valvassori, appoggiati dall’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano. Corrado, nel 1037, promulgò la Constitutio de feudis, con cui rese ereditari anche i feudi minori.

La pacificazione definitiva di Milano, però, ci fu solo nel 1045, con l’imperatore Enrico III che concesse al popolo milanese (cioè la componente dei cittadini benestanti, ma non nobili), che aveva chiesto maggiori poteri, di partecipare al governo di Milano con propri rappresentanti. 

Questa concessione segnò l’inizio della positiva esperienza politica dei comuni dell’Italia centro – settentrionale.


[1] La Franconia, colonizzata dai Franchi alla fine del VII secolo, corrisponde alla zona dove oggi si trova Francoforte, cioè dove il fiume Meno confluisce nel Reno.


[1] pittore francese vissuto tra il 1838 ed il 1921.

 

APPUNTI DI STORIA – SECONDA PARTE: LA CAVALLERIA- LA SITUAZIONE IN EUROPA e in Inghilterra

APPUNTI DI STORIA SECONDA PARTE

Dalla Storia alla Letteratura: dai bellatores ai poemi cavallereschi

I bellatores costituirono la cavalleria, termine con cui si indicava il gruppo dei guerrieri di professione appartenenti alle classi sociali più elevate. I cavalieri, spesso idealizzati come “eroi”, aiutavano il principe o il signore da cui ricevevano l’investitura a difendere il popolo da attacchi nemici, ma anche da imboscate ordite da traditori interni, e a mantenere l’ordine sociale. A partire dal secolo XI, la Chiesa trasformò la cavalleria in una sorta di Militia Christi, cioè un “esercito di Cristo”, all’interno del quale il singolo cavaliere assurgeva al ruolo di miles Christi.

I cavalieri, infatti, ebbero il compito di difendere la fede cristiana ed i luoghi sacri ad essa legati. Questa funzione sacra e religiosa della cavalleria troverà la sua più importante realizzazione nelle Crociate, cioè nelle spedizioni militari organizzate a partire dall’XI secolo per la conquista di Gerusalemme e del Sacro Sepolcro caduti nelle mani dei Turchi (la prima crociata si ebbe tra il 1095 ed il 1099 e fu indetta dal papa Urbano II. Il termine “Crociate” deriva dal simbolo della croce che i soldati avevano come vessillo). A partire da questo periodo nacquero, in seno alla cavalleria, anche alcuni importanti ordini religiosi e militari:

         l’Ordine di San Lazzaro (preposto alla cura dei lebbrosi)

         l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, conosciuti anche come Cavalieri di Rodi e, in seguito, come Cavalieri di Malta (preposto alla cura dei pellegrini che si dirigevano nella Terra Santa)

         l’Ordine dei Templari (preposti alla sicurezza dei pellegrini che si recavano in Terra Santa per visitare i luoghi sacri)

         Ordine dei Cavalieri Teutonici, fondato in Palestina intorno al 1191.

Tutte queste associazioni di cavalieri, oltre che conquistare e difendere i luoghi sacri ed aiutare i pellegrini che andavano a visitarli, avevano anche il compito di curare i feriti e coloro che si ammalavano durante le Crociate o i pellegrinaggi. L’intervento della Chiesa, volto a rendere la Cavalleria una Militia Christi, fu molto importante perché pose fine alle violenze ed alle scorribande dei cavalieri, ponendoli al servizio dell’intera popolazione e, soprattutto, dei più deboli. Per questo motivo, la gente cominciò a considerare la Cavalleria come un qualcosa di meraviglioso e i cavalieri apparivano forti, coraggiosi, ma soprattutto generosi e leali.

Sorsero, attorno ad essi, numerose leggende avventurose ed eroiche e, in varie parti d’Europa, si svilupparono molti esempi di letteratura cavalleresca, cioè di composizioni in versi, anche piuttosto estese, che narravano le magnifiche ed intrepide gesta di eroici cavalieri. In Francia, ad esempio, nacquero le Chansons de geste, cioè “Canzoni di gesta” eroiche. Opere simili si affermarono in altre regioni europee.

Le diverse leggende costituirono la “fonte” primaria della letteratura cavalleresca, nell’ambito della quale possiamo individuare tre grandi gruppi o cicli :

a)    Ciclo Carolingio, in cui si rievocano le gesta eroiche dei cavalieri di Carlo Magno

b)    Ciclo Bretone o arturiano, di cui fa parte la leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda

c)     Ciclo Classico, ispirato alle leggende degli eroi omerici e dell’antichità classica

d)    In Spagna e in Germania si affermarono due importantissime opere: il “Cantare del mio Cid” e “La Canzone dei Nibelunghi”.

Diventare cavaliere non significava solo imbracciare le armi, ma implicava anche l’adesione ad un codice morale ed ideale di comportamento fondato sulla lealtà, sul coraggio e sulla generosità verso i più bisognosi. Tra le virtù del “cavaliere cortese” assunse un significato particolare l’amore, inteso come devozione nei confronti di una donna nobile e irraggiungibile. Un amore platonico, riservato, casto, nel nome del quale il cavaliere era disposto a compiere azioni nobili e valorose pur di conquistare il cuore della donna amata. Così, nel Ciclo bretone, Lancillotto è innamorato segretamente di Ginevra, ma continua a servire fedelmente il suo signore, il re Artù. Tra i due sentimenti (la devozione per re Artù e l’amore per Ginevra) non c’è incompatibilità, in quanto l’amore per la regina è puro e spirituale, sprona il cavaliere a nobili imprese e ne purifica l’animo.

Il nuovo volto dell’Europa e la nascita dei nuovi regni cristiani

Dopo le ultime invasioni, in Europa si affermarono nuovi regni cristiani: nell’ Est europeo si affermarono il regno di Ungheria, il regno di Polonia, il regno di Bulgaria e il regno di Russia, che ebbe come primo nucleo l’area del principato di Kiev e che subì l’influenza dei Bizantini, sul piano religioso ed economico. Nel Nord Europa si rafforzarono i regni già cristianizzati di Danimarca, Svezia e Norvegia. Il regno danese con Canuto il Grande (994 – 1035) conquistò, nel 1015, l’Inghilterra e, nel 1028, assunse anche la corona della Norvegia. I regni cristiani nell’est e nel nord dell’Europa protessero il continente da nuove invasioni e contribuirono a conferirgli quella connotazione etnica e geo – politica che assume ancora oggi. Nella penisola iberica, all’inizio del IX secolo, sotto il controllo dei musulmani si erano consolidati, nell’area centro – meridionale, il califfato di Cordova ed il regno di Granada; cristiani erano, invece, il regno di Leon, la Contea del Portogallo (distaccatasi dal regno di Leon alla fine del IX secolo), nell’area nord – occidentale, il regno di Castiglia, il regno di Navarra e il regno di Aragona, in prossimità dei Pirenei, nell’area centro settentrionale e nord – orientale, la Contea di Barcellona, poi conquistata dal regno di Aragona.  I regni cristiani iberici, tra il secolo IX e X, effettuarono delle incursioni nell’area islamizzata della regione. Gli effetti furono particolarmente evidenti nel corso del secolo XI, anche a seguito della debolezza politica del Califfato di Cordova. Ebbe così inizio la prima fase di quella che è stata definita la Reconquista, che si sarebbe protratta per diversi secoli, fino al 2 gennaio 1492 quando Ferdinando II di Aragona e Isabella I di Castiglia si impossessarono dell’ultimo baluardo islamico, il regno di Granada, unificando in unico stato i diversi regni spagnoli. Il territorio di Navarra venne annesso alla Spagna alcuni anni dopo, nel 1512. La situazione in Francia: dopo la morte di Carlo il Semplice, provocata nel 922 da una congiura di feudatari, ci furono diversi anni di anarchia e caos fino al 987, quando salì al potere Ugo Capeto (987 – 996) fondatore della dinastia capetingia. Tuttavia, anche in Francia, come altrove, il potere del re era fieramente contrastato dalla nobiltà locale. Le diverse signorie territoriali, come la contea di Bretagna, la contea di Provenza, il ducato di Normandia e il ducato di Borgogna, continuarono a mantenere una forte autonomia rispetto al potere centrale. Sarà solo a partire dal 1108, con i re taumaturghi, così definiti perché si riteneva che avessero il potere di far guarire le persone, in quanto incoronati e unti dal Signore, si ebbe un rafforzamento del potere centrale ai danni delle signorie feudali. (Luigi VI e Luigi VII). La situazione in Inghilterra: dopo la parentesi di Canuto il Grande (1015 – 1035), nel 1042, i sovrani anglosassoni ripresero il potere con Edoardo il Confessore (1042 –  1066), figlio del sovrano Etelredo l’Impreparato (che aveva combattuto contro Canuto il Grande) e di Emma di Normandia.

Figura 6: Sant’Edoardo III il Confessore (1002 – 1066). Fu venerato dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana. Beatificazione: Canonizzazione 1161, da Papa Alessandro III. Santuario principale Abbazia di Westminster, Londra.Ricorrenza 13 ottobre, 5 gennaio. Patrono di Re; matrimoni difficili; sposi separati; famiglia reale inglese

Dopo la sua morte, successe al trono il cognato Aroldo II. Guglielmo, nipote di Edoardo il Confessore e duca di Normandia, pretese per sé la corona inglese. Così, nel 1066, Guglielmo combatté contro Aroldo, sconfiggendolo nella battaglia di Hastings. Per questo successo fu definito Il Conquistatore. Regnò dal 1066 al 1087, introducendo nella monarchia inglese le usanze francesi e normanne, tra cui i rapporti vassallatico – beneficiari. Guglielmo rafforzò l’autorità del potere centrale, dividendo il territorio in contee, ponendo, però, gli sceriffi sotto il controllo di magistrati di nomina e fiducia regia, definiti giustizieri.

 

 

 

Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia (1035 – 1087) e re di Inghilterra (1035 – 1087). Ritratto immaginario risalente al 1620

Il potere monarchico viene ulteriormente rafforzato, nel corso del XII secolo, dal sovrano di origine francese Enrico II il Plantageneto (1154 – 1189) che provvide a rafforzare il suo potere anche in Francia.

 

Storia I parte: concetto di Medioevo – feudalesimo – nuova dimensione geo – politica e sociale

Il concetto di Medioevo

Il termine Medioevo indica età di mezzo ed è una definizione che risale alla tradizione umanistica, i cui rappresentanti vedevano nell’epoca precedente alla loro uno strappo rispetto al mondo classico. Il Medioevo, in sostanza, rappresentava quel lungo intervallo di circa dieci secoli tra l’Antichità e l’inizio dell’età moderna. Al termine si associò una connotazione negativa, sia da parte degli intellettuali umanisti sia da parte degli illuministi. Questi ultimi, in particolare, vedevano nell’età di mezzo una fase di oscurantismo e di oblio della ragione, determinato dai fanatismi e dai dogmatismi religiosi. Oggi, invece, la storiografia ha notevolmente rivalutato quest’epoca, vedendo in essa una fase storica importante, densa di processi politici e sociali che furono alla base del successivo costituirsi degli Stati nazionali europei. L’Europa dell’Alto Medioevo, caratterizzata dal proliferare dei regni romano – barbarici e, in seguito, dalla restauratio imperii carolingia, sarà il luogo in cui si fonderanno e si armonizzeranno (spesso a prezzo di conflitti e di incomprensioni) la storica e grande eredità greco – romana con la civiltà delle popolazioni germaniche del Nord. Tale fusione avverrà, prevalentemente, intorno alla comune adesione al Cattolicesimo.

 

Il feudalesimo e il villaggio feudale

L’esigenza fondamentale di Carlo Magno e dei sovrani carolingi successivi fu quella di

evitare che la nobiltà locale potesse prendere il sopravvento rispetto al potere centrale. Per tale ragione, Carlo Magno decise di riprendere un’antica usanza della tradizione franca fondata sul vassaticum, o vassallaggio, attraverso il quale il signore riconduceva il vassallo alla fedeltà nei suoi confronti, in cambio della concessione di un feudo, o beneficio, in genere un possedimento terriero. Il feudalesimo, come sistema centralizzato di potere, nasce dunque con Carlo Magno.

Questa forma di organizzazione, che troverà la sua piena maturazione intorno all’anno Mille, è stato definito dagli storici sistema vassallatico – beneficiario o feudale. Il sistema di relazioni interpersonali fu tale che, con il passare del tempo, i vassalli ebbero, come loro sottoposti, i valvassori e questi ultimi i valvassini.

L’efficacia del sistema era legata alla revocabilità del feudo: il signore poteva riprendersi il feudo o dopo la morte del vassallo o, in caso di gravi motivi, anche quando il vassallo era ancora in vita. Era proprio il timore di perdere il beneficio ottenuto a rinsaldare i legami tra vassallo e signore.

L’investitura feudale

Il termine “feudalesimo” risale alla radice germanica “fehu[1] che significa bestiame.

Dal punto di vista economico, infatti, il feudalesimo era fondato sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame e presupponeva l’esistenza di una forte aristocrazia terriera detentrice del potere politico, di quello economico e di quello giudiziario.

Il sistema vassallatico era un patto reciproco tra signore e vassallo ed implicava anche un vincolo di carattere morale, oltre che economico e politico. Piuttosto articolata e complessa era anche la cerimonia rituale dell’investitura che possiamo delineare attraverso le seguenti fasi:
 
 1: il giuramento ed il gesto rituale dell’ immixtio manuum in una miniatura del XIV secolo.
 

1)     il nuovo vassallo si inginocchiava di fronte all’imperatore

2)     poneva le mani giunte in quelle del signore, secondo il gesto simbolico dell’ immixtio manuum, o intreccio della mani

3)     attraverso una breve formula, il vassallo si riconosceva “uomo” dell’imperatore (homo, da cui deriva la parola “omaggio”)

4)     all’omaggio e al giuramento di fedeltà faceva seguito l’ investitura: il signore consegnava al vassallo un oggetto, simbolo del potere feudale, come uno scettro, un bastone, una zolla di terra, un guanto o un anello.

Il vassallo, accolto nella “famiglia” del sovrano, doveva, come un figlio e più di un figlio, garantire obbedienza, sostegno e lealtà al suo signore. Quest’ultimo, però, doveva garantire al suo sottoposto la massima protezione attraverso il potere del “mundio”, difenderlo anche con le armi, se fosse stato necessario, ma punirlo severamente, come un padre deve fare con il proprio figlio, se il vassallo lo avesse tradito. Il giuramento di fedeltà aveva un carattere sacro: il feudatario che lo avesse violato veniva emarginato dalla comunità ed era bollato con l’infamante denominazione di “fellone”, un marchio che lo disonorava per sempre, privandolo di ogni diritto.

Rapporti di vassallaggio potevano essere realizzati tra i membri della società anche a livelli diversi da quello che vincolava il vassallo al sovrano. Possiamo così parlare di feudi e di feudatari maggiori, con riferimento ai vassalli che ricevevano l’investitura direttamente dal re. Ma questi, soprattutto nel caso in cui non fossero stati in grado di amministrare direttamente i terreni loro concessi, potevano nominare ed “investire” anche dei feudatari minori, definiti “valvassori” che, a loro volta, potevano nominare altri feudatari minori, detti “valvassini”.

 

 
 
 
 

Il sistema curtense
L’organizzazione feudale fondava le sue basi economiche sulle nuove strutture di produzione determinatesi nel campo dell’agricoltura, settore preponderante.

 

Figura 4: il villaggio feudale con la curtis. Si notino la "pars dominica", o terra padronale, e la "pars massaricia", o parte colonica.

 

La struttura fondamentale era rappresentata dalla curtis, o villa. La curtis rientrava nell’ambito della grande proprietà fondiaria che poteva appartenere o al sovrano o ai nobili o alla Chiesa. Essa si componeva di due parti principali: la pars dominica, e la pars massaricia.

La pars dominica era gestita direttamente dal signore e comprendeva la dimora del signore, gli alloggi dei servi, le stalle, le cantine, i magazzini, i laboratori, i ponti e i forni. La pars dominica costituiva anche la “riserva” del signore. Essa poteva includere anche ampie distese di pascoli e boschi e poteva essere coltivata da servi prebendari che, in cambio, ricevevano il vitto.

La pars massaricia era un insieme di poderi di non grandi dimensioni, detti mansi, la cui coltivazione era affidata ai servi casati, così definiti perché abitavano in una loro casa. La pars massaricia poteva essere anche data in affitto a contadini, o coloni, di libera condizione che, però, in cambio, dovevano corrispondere un canone in natura e / o in danaro e, spesso, dovevano assicurare delle giornate lavorative, dette corvées[2].

L’agricoltura veniva praticata con tecniche piuttosto semplici e rudimentali. Dei campi potevano essere lavorati per diversi anni consecutivi per poi essere lasciati a lungo a riposo, per far recuperare loro la fertilità del suolo.

L’economia curtense si basava prevalentemente sull’autosufficienza e sull’autoconsumo per la comunità. Ciò ha spinto, in passato, molti studiosi a parlare di economia chiusa. Tuttavia, non si è escluso che, in alcuni casi, si verificassero degli scambi, o in moneta o sotto forma di baratto, proprio lì dove tale autosufficienza non poteva essere raggiunta o lì dove vi fosse un’eccedenza di prodotti tale da consentirne la commercializzazione o lo scambio con altri prodotti, soprattutto per quelli dell’artigianato. Per questo motivo, la concezione del sistema curtense come modello di economia chiusa è stato in parte superato.

 

I presupposti del feudalesimo

Il feudalesimo trova le sue radici nei presupposti economici e sociali preesistenti, afferenti sia alla tradizione romana del Tardo Impero, sia al costume germanico.

Nelle antiche ville dei latifondi romani il proprietario, protetto dai suoi fedeli, imponeva la sua ferrea volontà su tutti coloro che si trovassero sotto la sua dipendenza. Nei momenti più critici dell’impero, ogni villa costituì un mondo economicamente chiuso ed autosufficiente, uno spazio economico e sociale entro il quale i proprietari, a guisa di veri e propri signorotti, godevano di un potere molto rilevante.

 

Presso i popoli germanici era invalsa l’usanza che il sovrano distribuisse terre ai loro più stretti collaboratori. I beneficiati avevano obblighi di lealtà nei confronti del re ma, a loro volta, potevano contare sulle prestazioni e sui tributi da parte dei loro sottoposti.

 

Dopo Carlo Magno, i feudatari cominciarono ad imporre sempre di più la loro tendenza all’autogoverno, soprattutto nei momenti di maggiore debolezza del potere centrale. Essi, infatti, dettero presto vita ad una lunga lotta per eliminare la “revocabilità” del feudo avuto in investitura, al fine di poterlo lasciare in eredità ai figli. Inizialmente, essi incontrarono la ferma resistenza dei sovrani, poiché la revocabilità del feudo era la garanzia più ampia della lealtà dei vassalli. Tuttavia, nell’ 877 Carlo il Calvo dovette accontentare le richieste dei feudatari, rendendo, con il Capitolare di Quierzy, ereditari i feudi maggiori. Il 28 maggio del 1037, infine, l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico Corrado II sancì, con la Constitutio de feudis, l’ereditarietà dei feudi minori, cioè di quelli di minore estensione e importanza, concessi dai vassalli ai valvassori e da questi ai valvassini.

 Occorre anche sottolineare che, a partire da Carlo Magno, furono concessi feudi anche ai prelati delle sfere più alte della Chiesa, come gli abati e i vescovi. Per questo motivo, accanto alla nobiltà laica, si affermò anche la nobiltà ecclesiastica e ciò accrebbe ulteriormente i possedimenti ed il potere della Chiesa.  

 

La nuova dimensione storica e geo – politica

Sul piano storico – politico, l’età medievale vede lo spostamento del teatro d’azione dal Mediterraneo all’Europa centro – occidentale e, in quello che un tempo era lo spazio unitario dell’impero romano, l’affermarsi di tre grandi civiltà di riferimento: l’Oriente, l’Occidente, l’Islam.

Nell’area centro – occidentale, un’altra forza politica si costituisce e spesso si confronta con il regno franco e, in seguito, con l’impero: il papato. L’impero carolingio, sorto anche sull’ideale della renovatio imperii, si fonda sulla fusione tra la civiltà romana e quella germanica e, in virtù dell’appoggio determinante della Chiesa, si configura come un corpo politico e religioso allo stesso tempo. Il pontefice può contare, nella nostra Penisola, sul cosiddetto patrimonio di San Pietro, vale a dire sul controllo dei territori compresi tra il Lazio e la Romagna, compresi quelli che, facendo inizialmente parte dell’esarcato bizantino, furono conquistati dai Longobardi e poi sottratti ai Longobardi e donati alla Chiesa. Fanno parte di questa vasta area territoriale anche le zone intorno a Narni e a Sutri, concesse al Papa Gregorio II dal sovrano longobardo Liutprando, nel 728.

 

Le ultime invasioni in Europa

Per l’Europa cristiana il pericolo delle invasioni non era limitato alle incursioni degli Arabi. Nuovi gruppi fecero la loro comparsa nel continente tra il IX ed il X secolo:

         gli Ungari, provenienti dall’Asia centrale, si insediarono in Pannonia e, tra l’896 ed il 955, effettuarono numerose incursioni nelle campagne della Germania, della Francia, dell’Italia settentrionale, della Campania e della Puglia. Queste invasioni non erano legate a scopi espansionistici, ma miravano esclusivamente alla ricerca di bottino. Dopo questa parentesi, anche a causa della resistenza opposta dai popoli invasi, gli Ungari si ritirarono definitivamente in Pannonia, regione che da loro prese il nome di Ungheria. Si trasformarono in sedentari e cercarono di avere rapporti pacifici con gli Stati occidentali. Convertitisi al cristianesimo, nel 1001 il loro capo, Stefano, fu incoronato re di Ungheria dal Papa Silvestro II.

         I Normanni, o Vichinghi, erano popolazioni germaniche, Norvegesi, Svedesi, Danesi, che per ragioni di sovrappopolamento, si spostarono dai loro nuclei originari in diverse direzioni. Nell’VIII secolo i primi gruppi, definiti Vareghi, avevano attraversato le steppe della Russia per stanziarsi lungo il Mar Caspio (tra il Sud della Russia e l’Iran) e lungo il Mar Nero (tra Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia), in regioni che appartenevano a Costantinopoli. Nell’886 assediarono, senza espugnarla, anche Costantinopoli. Nell’ 874 avevano occupato l’Islanda. Da qui, con Erik il Rosso nel 985, gruppi di vichinghi si spingeranno verso la Groenlandia e le coste del Labrador. Proprio i Vichinghi, nell’ 887, assestarono il colpo fatale all’impero Carolingio, con l’assedio di Parigi. Carlo il Grosso, che aveva riunificato le corone di Francia, Germania e Italia, pagò un ingente tributo ai Vichinghi affinché non occupassero la città. I nobili non videro di buon occhio questo atteggiamento e lo deposero. Gli scontri con i Franchi proseguirono, finché, nel 911, Carlo il Semplice non riconobbe al capo dei Vichinghi, Rollone, il titolo di duca, dopo che gruppi di normanni avevano occupato la regione del Nord della Francia che da loro avrebbe preso il nome di Normandia. Nell’ XI secolo i Normanni fecero nuove incursioni in Italia e in Inghilterra.

         I Saraceni, attaccarono l’Europa da Sud, dirigendosi dalla Spagna, dalla Corsica, dalle Baleari verso la Provenza e l’Italia. Gruppi di Saraceni dal nord – Africa attaccarono la Sicilia e l’Italia meridionale. La Sicilia fu conquistata, nonostante la resistenza dei Bizantini, tra l’827 e il 902. La conquista della Sicilia consentì per oltre un secolo agli Arabi di controllare il Mediterraneo.

L’incastellamento

Per fronteggiare queste ondate di invasioni, i signori feudali europei organizzarono la difesa dei propri territori attraverso la costruzione di castelli, con le fortezze e le torri che ancora oggi costituiscono il simbolo del Medioevo. Col tempo, i castelli da semplice costruzioni difensive si trasformarono in veri e propri centri di potere dei signori feudali. La proliferazione dei castelli, dunque, determinò il progressivo indebolimento del potere centrale a tutto vantaggio dei potenti signori locali che ebbero modo di estendere la loro egemonia e la loro volontà di potenza sulle popolazioni locali. Queste ultime, precedentemente disperse nelle campagne, cominciarono sempre di più a dare vita ad insediamenti in prossimità degli stessi castelli. Appena fuori delle mura del castello, furono impiantati gli orti, i vigneti e gli alberi da frutto. Il territorio assunse una fisionomia del tutto nuova. L’autonomia dei potentati locali fu riconosciuta, come si è visto, da Carlo il Calvo con il Capitolare di Quierzy, nell’ 877 (che rese ereditari i feudi maggiori) e da Corrado II il Salico, nel 1037, con la Constitutio de feudis (che sanciva l’ereditarietà anche dei feudi minori).

 

La tripartizione della società  nell’Alto Medioevo nella “teoria dei tre ordini”

La struttura sociale si rispecchiava nella tripartizione delle società teorizzata dal vescovo francese Adalberone di Laon (947 – 1030) nella “teoria dei tre ordini”, con riferimento ai tre principali ordini o gruppi sociali. Essa prevedeva la suddivisione della società nei seguenti ordini:

         oratores, cioè coloro che pregano: gli ecclesiastici

         bellatores, cioè coloro che combattono: i guerrieri

         laboratores, cioè coloro che lavorano: i contadini

Questa tripartizione, che non poteva essere messa in discussione perché era considerata necessaria, in quanto voluta dallo stesso Dio, faceva riferimento alle funzioni sociali svolte da ciascuno dei tre gruppi. I laboratores  producevano il cibo e, quindi, garantivano il sostentamento anche degli altri due gruppi sociali, oltre che di se stessi; i bellatores combattevano in difesa dello Stato e, quindi, garantivano la sicurezza a se stessi e agli altri; gli oratores, con le loro preghiere facevano sì che la protezione divina fosse garantita a se stessi e agli altri due ordini. Adalberone di Laon collocò gli oratores, cioè il clero, al primo posto della gerarchia sociale in quanto la religione aveva un ruolo preponderante e perché si riteneva che Dio avesse affidato loro non solo il compito di gestire e di amministrare le funzioni sacre, ma anche quello di insegnare agli uomini la fede cristiana. Gli oratores, in genere, non svolgevano lavori manuali. Importante era anche la funzione dei bellatores, identificati da Adalberone nella nobiltà guerriera e cavalleresca. Una nobiltà che poteva comprendere i sovrani, i duchi, i marchesi, i conti. Possiamo aggiungere che, mentre in passato l’arruolamento dei guerrieri avveniva anche tra le persone umili, durante il feudalesimo il monopolio dell’attività militare fu assunto dai nobili, in genere dai vassalli che combattevano al fianco del loro signore. Solo gli aristocratici, infatti, potevano permettersi il costo dell’equipaggiamento richiesto e la possibilità di procurarsi un cavallo, le armi, gli elmi, ecc. In tal modo, il gruppo sociale della nobiltà combattente, o della nobiltà guerriera, diventò sempre più elitario e ristretto e assunse la denominazione di “cavalleria”.   

I laboratores, posti alla base della piramide sociale, comprendevano contadini, artigiani, mercanti e funzionari statali. Ai contadini e ai servi della gleba toccavano i lavori più faticosi, ma essi erano ugualmente importanti per Adalberone, in quanto senza di loro i rappresentanti degli altri due gruppi sociali non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni.

Occorre dire, però, che la struttura teorizzata dal vescovo di Laon si fondava su una visione parziale e incompleta della società feudale, una visione che non teneva conto del profilarsi, all’interno delle città, di un gruppo intermedio, cioè della borghesia, i cui rappresentanti erano bottegai, artigiani, mercanti e banchieri. 

 

 


[1] La parola è connessa anche con il latino pecus, che si ritrova in italiano in pecora e in pecuniario. Il termine germanico è entrato anche in italiano nella sola espressione pagare il fio, "fare ammenda" e quindi "avere la pena meritata").

[2] Dal latino: “corrogata” = opera richiesta. Le corvées, in pratica, coincidevano con le prestazioni lavorative gratuite che i coloni di libera condizione della pars massaricia erano tenuti ad assicurare nella pars dominica.

 

Teseo e il Minotauro – I Romani restituiscono la libertà alla Grecia

Teseo uccide il Minotauro

Minosse, re di Creta, combatté contro gli Ateniesi. Dopo che ebbe sconfitto i nemici, il crudele re impose un tributo: “Ogni anno – disse – consegnerete sette giovani Ateniesi al Minotauro, il mostro feroce che io ho rinchiuso in un inestricabile labirinto”. Il mostro divorava tutti i giovani, ma Teseo eroe forte e coraggioso, venne a conoscenza di una scelleratezza così grave e volle liberare il popolo degli Ateniesi dalla sciagura. Giunse nell’isola di Creta e (infiammò di amore Arianna) fece innamorare di sé Arianna, la figlia di Minosse, per entrare con l’aiuto della fanciulla nel labirinto ed uccidere coraggiosamente il Minotauro. Poi riavvolse il filo che aveva ricevuto da Arianna e che aveva legato alla porta di ingresso del labirinto: così ritrovò l’uscita e fuggì dal labirinto e dall’isola di Creta e portò con sé la fedele fanciulla.  

 

I Romani restituiscono la libertà alla Grecia

Dopo la vittoria del console Tito Quinzio Flaminino sui Macedoni, tutti i popoli della Grecia si riunirono a Corinto per i Giochi Istmici. Quando tutti ebbero preso posto, avanzò al centro dell’arena un araldo con un trombettiere per annunciare subito lo spettacolo con un canto solenne. Il trombettiere fece fare silenzio con la tromba e l’araldo così annunciò ad alta voce: "Il senato ed il popolo romano e Tito Quinzio Flaminino, console e generale, dopo aver sconfitto i Macedoni, ordinano che siano liberi, autonomi con le proprie leggi, i Corinzi, i Focesi, i Locresi, l’isola di Eubea, i Tessali, gli Achei e tutti i popoli (greci)". Grandissima fu la gioia di tutti per (questo) annuncio. Con grande clamore e riconoscenza (gli spettatori)richiamarono l’araldo al centro (dell’arena) affinché annunciasse una seconda volte le stesse cose.

La suola comincerà un’altra volta il 1 ottobre?

Inizio della scuola posticipato al 30 settembre?
 
 
Scuola, Pdl: stop all’inizio anticipato
"Anno scolastico parta dopo il 30 settembre"

La proposta è del senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa: il ddl composto da un solo articolo. "Ci sarebbero positivi risvolti economici"

ROMA – Una proposta che piacerà alla maggior parte degli studenti: stop all’inizio anticipato dell’anno scolastico perché "provoca la anticipata chiusura della stagione estiva anche rispetto al ciclo meteorologico". E questo "determina per le regioni a vocazione balneare un conseguente accorciamento della stagione turistica, con cadute occupazionali e reddituali". A chiedere di tornare agli Anni ’60, almeno per quel che riguarda la data di inizio dell’anno scolastico, è il senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa, che ha presentato in tal senso un disegno di legge a palazzo Madama.

Si tratta di uno dei più brevi provvedimenti che la storia della legislazione repubblicana ricordi. Il ddl, infatti, è composto di un solo articolo, con appena 16 parole: "Per le scuole di ogni ordine e grado l’anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre".

Un "ragionamento" su come modificare le vacanze scolastiche si può anche fare, "ma basta con leggi e decreti che non che non nascano dalla condivisione con la società civile". E’ preoccupata di salvare le "povere vacanze delle famiglie italiane", Angela Nava del coordinamento genitori democratici, commentando il ddl presentato dal Pdl al Senato per spostare al 30 settembre l’inizio dell’anno scolastico. "Come associazione – ha detto – non possiamo essere soggetti agli umori di chi presenta provvedimenti che modificano la pianificazione delle povere vacanze degli italiani. Un ragionamento si può fare in modo disteso, con la condivisione, se si vuole rilanciare il turismo". Ma, ha ricordato Nava, quando si modifica il calendario scolastico bisogna tenere presente anche che si è di fronte ad una coperta troppo corta: "il clima non è favorevole e soprattutto l’edilizia scolastica antiquata non consente di andare oltre i primi di giugno con le lezioni".

(23 maggio 2010)

 

e dal sito http://www.tuttoscuola.com/cgi-local/disp.cgi?ID=22936

 

A volte ritornano
Ritornano i remigini?


Fino al 1977, la scuola cominciava il primo ottobre, giorno dedicato a San Remigio.

L’Antoniano di Bologna aveva denominato gli alunni che per la prima volta andavano a scuola "Remigini", in onore proprio del Santo del 1° ottobre.

L’avvio dell’anno scolastico è stato portato, con una serie di provvedimenti successivi, al 1° settembre.

Da allora, qualche nostalgico delle vacanze estive e qualche promotore turistico tentano il ritorno al passato.

L’ultimo tentativo è stato promosso dall’onorevole Rutelli alla fine della precedente legislatura, nello sforzo di coordinare i calendari scolastici regionali nella prioritaria attenzione alle esigenze dell’industria turistica.

Un veto politico fece naufragare quella proposta.

Ora qualcuno ci riprova: non è un gruppo, non è un partito, ma un singolo deputato, il senatore Costa, che se ne è uscito con una proposta secca e perentoria per un ritorno dell’avvio dell’anno scolastico al 1° ottobre.

Il senatore Costa ha presentato la sua proposta (un solo articolo di 16 parole) per un ritorno all’antico, per rispettare le condizioni meteorologiche e turistiche del nostro paese.

La sorprendente iniziativa (con scarsa prospettiva di accoglimento) farà sicuramente felici gli studenti di tutti gli ordini di scuola e gli operatori turistici.

Meno soddisfatte, certamente, le famiglie che non saprebbero dove sistemare i figli.


tuttoscuola.com lunedì 24 maggio 2010

 

Una nuova settimana

Una nuova settimana!!

Una nuova, imprevedibile, settimana è appena cominciata!

Che sia una settimana piena di grandi cose positive e di piccole sorprese per me e per tutti voi!

In bocca al lupo a tutti coloro che devono sostenere prove, colloqui o impegni importanti!!!

Le due bisacce dei difetti umani

 

 

I nostri e gli altrui difetti… Le due bisacce

Giove ci ha imposto due bisacce: ha collocato quella piena dei propri difetti dietro la schiena. Ha appeso davanti al nostro petto quella carica dei difetti altrui. Perciò non possiamo vedere i nostri mali, ma appena gli altri sbagliano, subito siamo pronti a criticarli.
(Fedro, 4 10)….