Organizzazione dell’Impero di Carlo Magno e sua dissoluzione

Organizzazione dell’impero

Il Sacro Romano Impero comprendeva un’ampia parte dell’Europa occidentale. Esso fu suddiviso in conteemarche e ducati. Le contee erano sottoposte al governo dei conti che avevano poteri amministrativi, civili e militari. La loro azione era tenuta sotto osservazione dai missi dominici, una sorta di ispettori inviati dal sovrano nelle diverse contee con funzioni di controllo. I missi, che garantivano il rapporto tra centro e periferia, viaggiavano sempre in coppia: uno dei due era un ecclesiastico. In tal modo, venivano controllati e garantiti gli interessi territoriali ed amministrativi dell’Impero e quelli della Chiesa. Il sovrano conferì donazioni e privilegi ai conti, sia per ricompensarli della loro azione governativa ed amministrativa, sia per tenerli legati a sé. I conti, a loro volta, avevano dei loro fedeli o, se vogliamo, dei loro sottoposti a cui affidavano incarichi particolari. Si gettano, in tal modo, le premesse per l’affermazione del feudalesimo e del suo sistema vassallatico. Le marche erano le circoscrizioni, più ampie delle contee, dei territori di confine, come quello della marca di Spagna. Erano governate dai markgraf, cioè dai marchesi. I ducati erano distretti abitati dalle popolazioni più recalcitranti e caratterizzati da un forte “nazionalismo”. Erano governati dai duchi. Conti e marchesi non percepivano uno stipendio fisso. Il sovrano concedeva loro delle terre, come si è già detto, a cui poteva aggiungersi la possibilità di percepire un terzo del reddito prodotto dalla regione posta sotto la loro giurisdizione. Il servizio militare era esercitato per lo più dai proprietari: il nerbo era composto dai cavalieri. I soldati dovevano provvedere da soli al loro equipaggiamento ed il reclutamento era praticato in base alla ricchezza e alle proprietà possedute. Il Capitulare missorum de exercitu promovendo decretava “Ogni uomo libero che possiede quattro mansi (40 ettari) di terra abitati sia come proprietario che come beneficiario di un signore, si prepari e venga al quartier militare col suo signore, se lo ha, oppure con il conte. Chi possiede tre mansi si associ a chi ne possiede uno solo e gli dia i mezzi per l’equipaggiamento in modo che questi possa prestare servizio per entrambi. Chi possiede soltanto due mansi, si unisca ad un altro possessore di due mansi e uno di loro, equipaggiato a spese dell’altro, vada a prestare il servizio. A chi possiede soltanto un manso si associno altri tre della sua stessa condizione e gli forniscano l’equipaggiamento; egli soltanto sarà reclutato, e coloro che avranno fatte le spese rimarranno a casa”. Da ciò si può comprendere che la proprietà di 4 mansi di terra era la base economica per l’arruolamento e che, pertanto, non tutti potevano accedervi. Carlo promosse anche una grande politica culturale, mirata alla rinascita della cultura e delle scuole in tutti i territori dell’impero. Presso la Corte, ad Aquisgrana, fu istituita la Schola Palatina, presieduta dal monaco anglosassone Alcuino da York. Questo importante centro culturale riunì attorno a sé illustri uomini di cultura, tra i quali Paolo Diacono, monaco, storico e poeta longobardo in lingua latina. Tra le sue opere ricordiamo la monumentale Historia Langobardorum che in sei libri rievocava le vicende dei Longobardi dall’epoca di re Alboino fino alla morte di Liutprando, avvenuta nel 744. Altre scuole vennero istituite nelle cattedrali e nei conventi. Erano aperte anche ai laici. Vi si potevano studiare le sette arti liberali del Trivio e del Quadrivio. Le arti del Trivio, che precedevano quelle del Quadrivio nel percorso di studi, erano la grammatica (cioè l’insegnamento della lingua latina), la retorica (cioè l’arte di scrivere un discorso e di pronunciarlo in pubblico) e la dialettica (cioè la filosofia). Le arti del Quadrivio erano l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica. Le prime tre erano dette artes sermocinales, le ultime quattro, invece, erano definite artes reales. Più in generale, con le espressioni arti liberali ci si riferiva alle attività che richiedevano uno sforzo intellettivo, in contrapposizione alle arti meccaniche, che implicavano uno sforzo fisico e manuale. Con il Capitulare de litteris colendis Carlo promulgò la riforma dell’insegnamento. Con la riforma della cultura Carlo Magno si prefiggeva di formare

1)     un clero colto, capace di leggere la Sacra Scrittura in latino e anche le opere dei Padri della Chiesa, tutte in lingua latina

2)     dei funzionari istruiti, che sapessero scrivere in modo corretto gli atti ufficiali per i quali si usava ancora il latino

3)     una base linguistica e culturale per unificare una popolazione formata dalla mescolanza di tanti popoli diversi.

L’azione educativa fu affidata alla Chiesa. Un punto del capitolare recitava: Che i preti aprano scuole nei borghi e nei villaggi. Se un fedele vuole inviare loro i suoi figli per farli istruire, essi non dovranno rifiutarsi di riceverli e di istruirli. E che essi non chiedano, per questa attività, nessun compenso e non accettino niente, se non ciò che sarà loro offerto spontaneamente per amicizia”. Venne anche semplificata la scrittura, con l’introduzione della minuscola carolina. La politica culturale di Carlo promosse anche la produzione e la diffusione dei libri, resa possibile da monaci esperti nell’arte della ricopiatura e della miniatura. Possiamo vedere in questi atti una vera e propria ansia di rinnovamento e di promozione della cultura che, non a torto, ha spinto molti storici a parlare di rinascenza carolingia.

La dissoluzione dell’Impero carolingio

Carlo Magno, nell’806, aveva provveduto a dividere l’impero fra i suoi tre figli, Carlo, Ludovico il Pio, Pipino. Morti prematuramente Carlo e Pipino, Ludovico il Pio rimase l’unico erede e governò dall’814 all’840.

Tra i suoi primi atti di governo vi fu, nell’817, la cosiddetta Ordinatio imperii, con cui proclamò suo unico successore al trono il figlio primogenito Lotario, assegnandogli il titolo di imperatore, assegnandogli anche l’Italia. Agli altri due figli, Pipino e Ludovico il Germanico, diede rispettivamente il Regno di Aquitania e il Regno di Baviera.[1] La tensione si accentuò ulteriormente quando Ludovico il Pio volle inserire tra i suoi eredi anche il figlio illegittimo Carlo il Calvo.

Dopo la morte di Pipino (838) e di Ludovico il Pio (840), si giunse ad un accordo tra i contendenti rimasti. Con il Giuramento di Strasburgo (842) Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo posero fine alle ostilità. L’intesa fu approvata, nell’843, anche da Lotario e fu suggellata dal trattato di Verdun. L’accordo prevedeva che a Lotario sarebbero andati il titolo di Imperatore (ormai poco più che simbolico), il Regno d’Italia e la regione che sarà poi definita Lotaringia, compresa tra i fiumi Reno e Loira. Carlo il Calvo avrebbe avuto il Regno di Francia, Ludovico il Germanico, invece, il Regno di Germania.

 

Questa spartizione segnò il declino dell’impero carolingio, ma pose anche le basi del costituirsi delle tre principali “nazionalità” europee del tempo: quella italiana, quella francese e quella germanica.

La dinastia carolingia si estinse definitivamente nell’887 con Carlo il Grosso. Questi, nell’884 aveva riunificato sotto il suo potere l’Italia, la Francia e la Germania. Ma per la sua incapacità di governare, messa a dura prova dalle incursioni dei Normanni, fu costretto a lasciare il trono nell’887. Si ebbe, in tal modo, la definitiva spartizione dei territori dell’impero. Il titolo imperiale ed il Regno di Germania furono affidati ad Arnolfo di Carinzia, figlio di Carlomanno di Baviera, nato a sua volta da Ludovico il Germanico.  Il Regno di Francia fu assegnato a Oddone di Angers, mentre il Regno d’Italia andò a Berengario I, marchese del Friuli.

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[1] L’Ordinatio imperii si scontrava con quella che per molto tempo era stata per i Franchi la concezione patrimoniale del potere. In base a tale concezione, il regno veniva considerato patrimonio della famiglia, non del primogenito, e andava diviso, dopo la morte del sovrano, tra tutti i figli 

 

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

I Franchi da Clodoveo a Carlo Magno

In Gallia, una delle regioni più ricche dell’Occidente, si era costituito il Regno dei Franchi. I Franchi erano una popolazione germanica, comparsa intorno al III secolo d.C. sulle rive del fiume Reno, inizialmente divisa in tribù, guidate da capi militari, stanziatesi lungo i corsi dei fiumi Meno[1] e Reno[2]. Il termine  Franchi rimandava al concetto della libertà, e significava uomini liberi. I guerrieri franchi avevano impressionato i Romani per la loro alta statura, per i capelli rossi e per i lunghi baffi. Furono insediati presso la foce del Reno (in Gallia settentrionale) da Giuliano l’Apostata (361 – 363) e furono dall’imperatore integrati nell’Impero Romano con lo status giuridico di foederati. In quest’area della Gallia settentrionale si formarono due principali gruppi tribali: i Franchi Salii e i Franchi Ripuarii, o Renani[3].

Clodoveo (481 – 511), divenuto re negli ultimi anni del V secolo, diede alle tribù dei Franchi un primo importante assetto unitario e tra la fine del V secolo e l’inizio del VI secolo sconfisse Alamanni e Visigoti. Clodoveo apparteneva alla dinastia dei Merovingi, così chiamata dal capostipite Meroveo[4] (448 – 457).

Fondamentale fu per Clodoveo, dopo lo scontro con gli Alamanni, la conversione sua personale e del suo popolo al cattolicesimo, facilitata dal fatto che i Franchi erano ancora pagani. La conversione, voluta fortemente dalla moglie Clotilde, di fede cattolica, favorì l’integrazione tra i Franchi ed la popolazione Gallo – romana che rappresentava il 98% della popolazione.

In ambito politico, Clodoveo collaborò con l’aristocrazia gallo – romana (sia laica che ecclesiastica) per controllare in modo più ferreo non solo i territori conquistati.

Nel 510 Clodoveo fece codificare in forma scritta le leggi franche, note con il nome di Lex salica.[5] La legge salica proibiva anche le successioni femminili al trono nei territori delle terre saliche, ma non lo vietava espressamente per le successioni in altre regioni non saliche controllate dai Franchi.

Alla morte di Clodoveo, nel 511, il regno fu diviso tra i suoi figli in

1)    Neustria (tra il fiume Schelda e Loira) lungo la Senna, nella Gallia nord – occidentale. Parigi ne era la città principale.

2)  Austrasia, ad Est, lungo le valli della Mosa, della Mosella e del Reno, comprendente tutta la Gallia nord – orientale. I suoi centri principali erano Reims e Metz.

3)     Aquitania, in Francia centro e sud – occidentale, con capitale Poitiers.

4)     Borgogna, in Francia centro meridionale e sud – orientale, tra la Loira e il Rodano. Mâcon, Chalon, Sens, Auxerre, Tonnerre, Nevers erano i centri principali.

La monarchia merovingia entrò in crisi tra il VI ed il VII secolo a causa dei conflitti che opponevano l’aristocrazia locale al potere regio centrale. La figura dei re si indebolì sempre di più ed il potere venne esercitato dai maestri di palazzo. Inizialmente, costoro erano responsabili dell’amministrazione delle terre e del fisco e assistevano il re nell’esercizio del potere. Gradualmente, però, i maestri di palazzo finirono con il sostituirsi ai re[6], il cui ruolo divenne puramente simbolico. Tra i maestri di palazzo si distinse la personalità di Pipino  di Héristal,[7] che fu il primo esponente della dinastia dei Carolingi[8].

Pipino di Héristal divenne, nel 687, l’unico signore del regno dei Franchi, avendo riunificato sotto il suo potere i regni di Neustria e di Austrasia.

 

Nel 714, dopo la sua morte, la carica di maestro di palazzo, o maggiordomo, fu assunta da  Carlo Martello (piccolo Marte), figlio naturale di Pipino, che consolidò il regno dei Franchi. 

 

Nel 732, a Poitiers, Carlo Martello frenò l’avanzata degli Arabi[9] in Occidente[10].

Questo evento lo contraddistinse come paladino della cristianità.

Alla sua morte, nel 741, il regno fu diviso tra i due figli Carlomanno e Pipino il Breve. Carlomanno ottenne l’Austrasia, l’Alamannia e la Turingia, Pipino il Breve, invece, ottenne la Neustria, la Borgogna e la Provenza.

 

Tuttavia, nel 743, le proteste all’interno del regno indussero i due figli di Carlo Martello a restaurare l’unità del regno e a portare sul trono l’ultimo esponente della monarchia merovingia, Childerico III.

Dopo il ritiro dalla scena politica di Carlomanno, Pipino il Breve riuscì ad impadronirsi del titolo regio e depose, nel 752, Childerico, di cui era il maestro di palazzo, sostituendolo alla guida del regno dei Franchi (cfr. note 6 – 7). Il papa Stefano II riconobbe il nuovo sovrano ottenendone, nel 754, l’appoggio contro la politica espansionistica del sovrano longobardo Astolfo.

 

Nel 768, ormai vicino alla morte, Pipino divise il regno tra i suoi due figli Carlomanno e Carlo. Carlomanno, fautore di una politica non belligerante verso i Longobardi, morì tre anni dopo e Carlo si proclamò unico signore del regno (771). Nel 773 Carlo, invocato dal nuovo papa Adriano I, discese in Italia contro re Desiderio.

 

Carlo Magno e le sue campagne militari

 

Carlo governò, come re, dal 771 e, come imperatore, dall’800 fino all’814. Per la sue conquiste fu definito Carolus Magnus, Carlo il Grande, o Carlo Magno.

 

I fronti di guerra sui quali Carlo si impegnò furono quelli contro:

1)     I Sassoni nella Germania nord – orientale

2)     Gli Arabi in Spagna

3)     Gli Avari, in Pannonia a sud del Danubio

4)     I Longobardi in Italia

 

La guerra con i Sassoni si protrasse dal 772 all’ 805. I Sassoni erano una popolazione pagana della Germania settentrionale. Essi furono, però, piegati e convertiti definitivamente al cristianesimo solo nell’804. Nel 784 Carlo sconfisse anche i Frisoni che erano stanziati nell’attuale Olanda. La campagna militare contro i musulmani di Spagna iniziò nel 776 e durò circa un ventennio, al termine del quale Carlo riuscì a sottrarre agli Arabi, nell’ 801, solo la porzione di territorio compresa tra i Pirenei ed il fiume Ebro, area in cui costituì la marca di Spagna. In questo contesto rientra il celebre episodio dell’imboscata di Roncisvalle, del 778, in cui perse la vita Orlando, il più grande paladino di Carlo Magno. Questo episodio, anche se di non primaria importanza, entrò di diritto nell’epopea franca e fu tramandato oralmente e, poi, per iscritto, nelle epoche successive.

Carlo, infine, tra il 795 ed il 796, sottomise e convertì al cristianesimo gli Avari, popolo proveniente dall’Asia centrale ed insediatosi tra l’Austria e il Friuli.

L’imposizione della conversione al cristianesimo  caratterizzò in senso fortemente religioso l’espansionismo franco – carolingio. Ciò dipese sia da ragioni legate all’opportunità di mantenere buoni rapporti con la Chiesa, sia da ragioni di carattere strettamente personale: Carlo fu effettivamente un fervente cattolico. Anzi, come scrisse il monaco inglese Alcuino di York (735 – 804), fu cattolico per la fede, re per il potere, pontefice per la predicazione. Il sovrano, tuttavia, contrariamente a quanto accadeva a Bisanzio, non confuse mai il potere politico con quello spirituale e si presentò sempre come un fedele paladino e servitore della Chiesa.

 

Carlo imperatore del Sacro Romano Impero

 

La svolta per la storia europea e per quella personale di Carlo ci fu nel Natale dell’800. Durante la messa del giorno di Natale di quell’anno, infatti, Carlo venne incoronato e proclamato imperatore dal pontefice Leone III a Roma nella Basilica di San Pietro.

Nasceva, così, per volontà di Leone III e di Carlo, il Sacro Romano Impero che si ricollegava idealmente al glorioso impero romano d’Occidente dissoltosi nel 476.

 

L’evento fu tanto più straordinario, in quanto per la prima volta, dal 476 d.C., il titolo di imperatore dei Romani venne assunto non dal sovrano di Bisanzio, ma da un monarca occidentale. Le fonti franche ed il biografo Eginardo sostengono che Carlo fu sorpreso ed addirittura contrariato per la sua incoronazione imperiale, tuttavia l’evento fu concordato e preparato con cura dal re carolingio e dal pontefice. Tra le due personalità, del resto, si erano stabiliti dei rapporti che andavano al di là della sfera meramente politica. Difatti, Leone III, eletto nel 795, proveniva da umili origini e ciò lo aveva messo in contrasto con l’aristocrazia e con il clero. Nel 799, durante una processione, Leone fu addirittura disarcionato dal suo cavallo. Fu catturato da alcuni congiurati, che cercarono di cavargli gli occhi e di strappargli la lingua per renderlo inadatto a svolgere il suo ruolo, riuscì miracolosamente a fuggire e fu ospitato da Carlo a Paderbon, in Sassonia, dove in quel periodo stava combattendo. È probabile, dunque, che dietro la proclamazione imperiale di Carlo ad opera del papa vi fosse anche la necessità per il pontefice di sdebitarsi con il suo salvatore. Tuttavia, al di là dei rapporti personali, con questo gesto Leone rafforzò la sua posizione, sia perché si smarcava definitivamente dall’influenza bizantina, avendo egli stesso proclamato un nuovo imperatore d’Occidente, sia perché da quel momento l’investitura imperiale sarebbe stata concessa da un pontefice. In pratica, questo rituale indicava che il potere imperiale discendeva da Dio e dal suo più alto rappresentante sulla Terra, cioè il Papa. Venne consolidata e ufficializzata, in tal modo, quell’influenza che già in passato il pontefice aveva esercitato anche in ambito politico e militare. Si costituirono, così, i due grandi poteri universali che avrebbero dominato, spesso scontrandosi, la storia europea durante tutto il Medioevo. Carlo, da parte sua, assumendo l’autorità imperiale, si poneva in aperto contrasto con l’imperatore d’Oriente. A quel tempo, però, il trono era ricoperto da una donna: Irene, madre di Costantino VI, di cui teneva la reggenza.  Solo nell’ 812 l’imperatore bizantino, Michele I, riconoscerà Carlo Magno come imperatore e augusto, ma non come imperatore dei Romani. In cambio Carlo assunse l’impegno di non occupare Venezia e di porre fine alle ostilità nei confronti degli interessi bizantini in Veneto, Istria e Dalmazia. L’intesa fu ratificata con il Trattato di Aquisgrana.

 


note al testo

 

[1] Lungo, 524 km. È un affluente destro del Reno, percorre la Germania  da est ad Ovest.

[2] Lungo 1232 km. Il nome deriva da una radice indoeuropea che significa scorrere. Con il Danubio costituiva il confine settentrionale dell’Impero Romano. Segna, oggi, il confine tra Germania, Olanda, Svizzera e Francia.

[3] Il termine Salii potrebbe derivare dal nome di un lago salato olandese (provenienti dal lago salato Issel (Salato). L’intera zona circostante, infatti, è definita Saaland: Terra del sale. Il termine Ripuarii  indica, invece, i Franchi che abitarono lungo il medio corso del Reno, stanziati presso le città di Treviri e Colonia e deriva da ripa.

[4] Su Meroveo, il fondatore della dinastia da cui sarebbe derivato il glorioso regno dei Franchi, non ci sono molte notizie e la sua stessa origine è avvolta nel mistero. Secondo una leggenda, Meroveo nacque da un mostro marino, chiamato quinotauro.

[5] Questa legge, che prende la denominazione dai Franchi Salii, vietava la vendetta personale, stabilendo della ammende in proporzione alla gravità del reato ed alla classe sociale di appartenenza. Ad esempio, l’omicidio di un non franco era punito con una multa di 67 scellini, l’assassinio di un franco di libera condizione era sanzionato con un’ammenda di 200 scellini.

[6] I sovrani di questa fase storica sono stati definiti « rois fainéants », cioè re fannulloni. Questa espressione fu coniata da Eginardo, biografo di Carlo Magno, vissuto tra il 775 e l’ 840. L’epoca dei re fannulloni si protrasse dal 639 con il re  Dagoberto I al 751 con il re Childerico III. Questi fu spodestato e fatto arrestare dal suo maggiordomo Pipino il Breve.

[7] Pipino di Héristal era chiamato anche Pipino II, poiché fu il secondo dei tre Maestri di palazzo a portare questo nome, dopo Pipino di Landen e prima di Pipino il Breve (dinastia dei Pipinidi).

[8] Sarà chiamata così da Carolus, cioè dal nome di Carlo Magno che ne fu il più autorevole rappresentante.

[9] Dopo aver cercato senza successo, tra il 668 – 669, di conquistare Costantinopoli, gli Arabi avviarono una massiccia campagna di espansione in Occidente. Intorno al 670, iniziò la conquista dell’Africa Settentrionale. Nel 711, un esercito guidato da Tariq ibn Ziyad, governatore di Tangeri, avviò l’occupazione della Spagna, che fu realizzata in cinque anni. Lo Stretto di Gibilterra, che segna il confine tra la Spagna e l’Africa settentrionale, prende il nome dall’espressione Djebel Tariq, “montagna, o terra, di Tariq”.

[10] L’espansione araba durò dal 632 al 750 e avvenne in due fasi: la prima fase si svolse sotto la guida dei califfi elettivi. L’ultimo dei califfi fu Alì (656 – 661). Alla sua morte l’Islam si divise in Sciiti e Sunniti. La seconda fase avvenne sotto la dinastia degli Omayyadi.

Nella prima fase, gli Arabi si mossero verso il Vicino Oriente, l’Egitto e la Persia. Ad una ad una, capitolarono città importanti come Damasco, Gerusalemme e Ctesifonte (capitale della Persia).

Il primo califfo, Abu Bakr (632 – 634), sconfisse le truppe bizantine stanziate in Siria. Il suo successore, Omar (644 – 634), completò la conquista della Siria. Poi occupò l’Egitto e la Palestina (che appartenevano all’impero bizantino) e la Mesopotamia (che apparteneva ai Persiani). L’impero persiano fu definitivamente sottomesso nel 651 dal terzo califfo, Othman (644 – 656), che occupò anche la costa settentrionale dell’Africa fino alla città di Tripoli.

Fu più volte attaccata anche Costantinopoli, ma senza successo. Nella seconda fase (661 – 750), gli Arabi occuparono l’Asia, il Nord Africa e la Spagna. 

Appunti di Storia parte seconda: i Longobardi in Italia e l’avvento di Carlo Magno

I longobardi in Italia

 

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), occupando importanti città come Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano. Dopo qualche anno fu conquistata anche Pavia, che divenne la capitale del regno. Conquistarono anche ampia parte della Toscana, nonché Spoleto, Benevento e Salerno. Tuttavia, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.

La nuova situazione politica, che vedeva la nostra Penisola divisa tra aree longobarde e aree bizantine, fu ratificata nel 603 con il riconoscimento ufficiale della Romània, cioè della parte bizantina, e della Longobardia, da cui deriva il nome dell’attuale Lombardia. La capitale dell’esarcato bizantino continuò ad essere Ravenna. I Bizantini controllavano anche le città di Ancona, Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini (la pentapoli adriatica) e Gubbio, Jesi, Cagli, Fossombrone e Urbino (la pentapoli dell’entroterra).

 

 

 

Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni ecclesiastici del clero.

 

Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.

 

La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

 

Frammentazione politica e territoriale

 

La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.

Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.

 

Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574), del suo successore Clefi.

 

 

 

 

 

Uccisione di Alboino 

 

 

Morto anche Clefi, vi fu un decennio di interregno,  durante il quale i duchi governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.

 

La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.

 

 

  La regina Teodolinda

 

  

I domini longobardi dopo la morte di Agilulfo

Al nord Agilulfo conquistò anche Parma, Piacenza, Padova, Monselice, Este, Cremona e Mantova. Nel Meridione i duchi di Spoleto e Benevento ampliavano i domini longobardi.

 

Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.

 

Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto. Rotari era stato preceduto da Arioaldo, che aveva governato dopo Adaloaldo dal 626 al 636.

 

Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole rafforzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.

 

Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.

 

I domini longobardi alla morte di Rotari (652)

Nel 636 ad Arioaldo successe l’ariano Rotari, duca di Brescia, che regnò fino al 652 e conquistò quasi tutta l’Italia settentrionale, occupando Oderzo e la Liguria. La sua memoria è legata al celebre Editto, promulgato nel 643, che codificava le norme germaniche, ma introduceva anche significative novità (come la sostituzione della faida con il guidrigildo).

 

La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).

Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.

 

La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.

 

Per tale ragione, Liutprando occupò l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).

Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.

 

Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.

 

 

 

 

 

La fine del regno longobardo

 

Dopo l’accordo sancito tra il Papato e il re Liutprando, i Longobardi, con il re Astolfo (749 – 756), proseguirono la loro politica espansionistica, conquistando la città di Ravenna ed avvicinandosi pericolosamente alla zona intorno a Roma.

 

Per far fronte al nuovo pericolo, il papa Stefano II chiese l’intervento del re dei Franchi Pipino il Breve, assicurandosene la protezione non solo per allontanare un pericolo militare, quale la minaccia di invasione di Astolfo, ma anche per la prospettiva, a medio termine, dell’assunzione del controllo da parte della Chiesa romana dei possedimenti bizantini nella nostra penisola.

 

 

 

 I domini longobardi raggiunsero la loro massima estensione dopo le conquiste di Astolfo (751)

 

Pertanto, tra il 755 ed il 756, ci furono due importanti spedizioni militari dei Franchi in Italia, per ridimensionare la forza territoriale dei Longobardi, togliendo loro i territori delle Marche e della Romagna che non furono restituiti ai Bizantini, ma furono concessi in dono alla Chiesa insieme al territorio del Lazio.

 

Pipino il Breve morì nel 768 e la scomparsa prematura del figlio Carlomanno, rese erede universale l’altro figlio, Carlo, poi detto Carlo Magno per le sue imprese.

 

Nel 773 Carlo portò i Franchi ad intervenire nuovamente in Italia sempre su richiesta della Chiesa, ancora attaccata dai Longobardi.

 

A capo dei Longobardi era il re Desiderio e con lui, precedentemente, Carlo aveva stipulato un accordo suggellato dal suo matrimonio con Ermengarda, la figlia di Desiderio.

 

Nel 773, dunque, dopo aver ripudiato la donna, Carlo scese in Italia, espugnò Pavia e sconfisse in maniera definitiva, a Verona, Desiderio e suo figlio Adelchi. Nel 774, dopo aver inglobato i territori longobardi tra i suoi domini, Carlo aggiunse al titolo di re dei Franchi quello di re dei Longobardi.

 

 

Ritratto di Carlo Magno

Da "Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, ossia Storia delle Città, dei Borghi, Comuni, Castelli, ecc. Fino AI Tempi Moderni" per cura di Cesare Cantù e d’Altri letterati, Milano, Corona e Caimi Editori, 1858.

 

 

 

Aveva fine, in tal modo, il terzo regno romano – barbarico sorto nel nostro Paese (dopo quello di Odoacre e quello di Teodorico), durato dal 568 al 774.

 

Nel 785 i Franchi attaccarono anche i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Dodici anni dopo, nel 797, i Bizantini dovettero cedere a Carlo l’Istria e il Ducato di Benevento.

Appunti di Storia parte prima: impero bizantino – guerra greco – gotica

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che caratterizzarono l’impero d’Occidente.

In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente vanno ricercate essenzialmente nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Oltre a ciò, bisogna considerare altri aspetti non meno importanti:

 

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta dallo stesso Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molto tempo, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco. Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Di tale liquido combustibile faceva parte anche il petrolio, ma dovevano esserci anche altre sostanze

 

 

                                       

 

 

 

Il fuoco greco consentì ai Bizantini di difendersi per decenni dagli attacchi nemici, fino all’invenzione della polvere da sparo. 

 

L’imperatore bizantino e i rapporti con la Chiesa

 

L’impero bizantino si estendeva dall’Egitto al Danubio, dalla Siria al Mar Nero.

L’imperatore acquisì caratteri di onnipotenza ed era venerato come un sole che illuminava con la sua presenza tutta l’umanità. La figura imperiale era venerata da tutti gli strati della società, con un rituale che culminava nella proskynesis. Il palazzo imperiale era considerato sacro. Sacri erano anche i vestiti di porpora, simbolo del potere imperiale. La porpora stessa divenne emblema della grandezza dell’imperatore per discendenza diretta, al punto che l’imperatore poteva essere definito Porfirogenito, cioè “nato nella porpora”. L’origine di questa espressione è anche da ricollegare al fatto che esisteva nella residenza imperiale di Costantinopoli la Sala della Porpora in cui la moglie dell’imperatore dava alla luce i figli destinati a guidare l’Impero. Anche per queste ragioni, l’imperatore venne accentrando nelle sue mani poteri sempre più vasti che afferivano non soltanto alla sfera politica, ma anche a quella religiosa ed ecclesiastica, di cui si vantava di essere l’autorità più alta e rappresentativa. Per questo motivo, l’imperatore assunse il pieno controllo dell’organizzazione e delle strutture ecclesiastiche. Si affermò, così, il cesaropapismo, cioè il potere sacro e religioso dell’imperatore, considerato come il massimo rappresentante di Dio sulla Terra.

 

Giustiniano

Giustiniano dominò la scena politica bizantina dal 527 al 565. La sua azione politica fu legata al progetto di restaurazione dell’impero romano e delle sue vecchie frontiere. Progetto che non contrastava necessariamente con la mutata situazione storico – politica dei regni romano – germanici, in quanto Giustiniano considerava i sovrani germanici non come re autonomi, ma come delegati dall’imperatore stesso a governare nei territori occidentali dell’Impero.  Il suo progetto politico era legato inscindibilmente alla sua visione religiosa: il concetto di impero veniva a coincidere con il concetto di mondo cristiano. Il tutto nel quadro di quella visione cesaropapista che concentrava nelle mani del sovrano il potere temporale e quello spirituale.

In  quanto rappresentante della Chiesa, Giustiniano intervenne nelle controversia teologica che opponeva da tempo i nestoriani ai monofisiti. I nestoriani, seguaci del patriarca di Costantinopoli Nestorio (428 – 431), credevano nella compresenza in Cristo di due nature distinte, quella umana e quella divina. I monofisiti, invece, attribuivano a Gesù la sola natura divina. Giustiniano cercò di mediare tra le due posizioni e, consapevole del fatto che i monofisiti erano molto forti in aree importanti dell’impero, quali la Siria e l’Egitto ed avevano anche il consenso della moglie Teodora, condannò in parte, nel 544, la dottrina nestoriana nell’ Editto dei Tre Capitoli

 

 

 

La riconquista dell’Occidente e la situazione in Italia

Nel 533, grazie all’azione militare del generale Belisario, Giustiniano in un solo anno riuscì a porre fine, in Africa, al regno dei Vandali che era stato costituito nel 429 da Genserico.

Intanto, in Italia, nel 476, Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che iniziò nel 488 e si concluse nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

 

Con Teodorico (493 – 526) abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.

In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.

La convivenza tra Barbari e Romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i Barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dei territori dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.

 

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.

Importante fu l’editto di Teodorico, databile tra il 493 ed il 526, con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.

 

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.

Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, contro gli ariani, nel 523, un decreto che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, ma poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.

 

Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.

 

Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.

 

Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

 

Guerra gotica e annessione dell’Italia all’impero bizantino: la Prammatica sanzione

L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.

La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni, in due fasi. La prima guerra gotica durò dal 535 al 540: Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri). La seconda fase fu combattuta dal 544 al 55 contro Totila (541 – 552), il nuovo re degli Ostrogoti, che era riuscito a riconquistare l’Italia.

 

Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse Teia, che fu re dei Goti, tra il 552 ed il 553, dopo la morte di Totila.

Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. L’annessione fu suggellata, nel 554, con l’emanazione, da parte di Giustiniano, della Prammatica sanzione, con cui si estendeva alla nostra Penisola la legislazione imperiale e si istituivano nuovi assetti amministrativi. L’Italia, inoltre fu trasformata in una prefettura dell’impero bizantino. Nel 567, un anno prima della discesa dei Longobardi in Italia, la Prefettura d’Italia fu trasformata in esarcato, con capitale Ravenna. La Prammatica sanzione prevedeva, tra le altre cose, la restituzione alla Chiesa cattolica delle terre confiscate, la divisione dell’Italia in distretti amministrativi, a cui venne preposto un iudex, l’affidamento dell’amministrazione militare a un dux, una drastica politica di tagli alla spesa pubblica e di forte imposizione fiscale.  Nella penisola, tuttavia, crebbe il malcontento soprattutto per la politica economica e alcune aree si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

 

Il Corpus iuris civilis di Giustiniano

Il Corpus è un’ imponente raccolta, in dodici libri, delle leggi imperiali.

È così suddiviso:

1)      Digesta (chiamati anche Pandectae), in  50 libri, in cui troviamo i frammenti di opere di giuristi romani.  

2)     Institutiones, opera didattica in 4 libri destinata agli studioso del diritto.

3)     Codex in cui troviamo una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano in poi.

4)     Novellae Constitutiones contenenti le costituzioni emanate da Giustiniano.

 

Le prime tre parti del Corpus sono scritte in latino mentre l’ultima parte, quella delle Novellae Constitutiones, è composta in greco.

Il pastore e le pecore

Scrivo la traduzione della versione di greco svolta stamattina in classe…. così potete controllare meglio nell’attesa di vedere le correzioni e i voti!

 

Il pastore e le pecore

 

Un pastore (spinge) conduce le pecore in un bosco. Quando vede un albero pieno di ghiande, prendendo il mantello lo distende a terra sotto l’albero; in seguito, volendo far cadere i frutti, (vi) sale sopra. I rami scrollati vigorosamente lasciano cadere i frutti: le pecore, vedendo abbondanza di cibo, subito mangiano non solo le ghiande, ma anche il mantello. Quando il pastore scende e vede l’accaduto, sdegnandosi, dice: “Bestie maledette, agli altri voi date lana per le vesti, a me che vi nutro portate via anche il mantello”.

Così alcuni (tra) gli uomini, che (per ignoranza) inavvertitamente fanno del bene agli estranei, compiono azioni cattive contro i familiari.

Un’amara realtà!

 
Ecco il testo che condivido in pieno
 
 

Premi ai docenti meritevoli: lettera al Ministro.

 

Caro Ministro Gelmini,

la ringraziamo per il suo impegno teso a ricercare le modalità più idonee per premiare i docenti meritevoli, ma ci permettiamo di farle presente che non siamo interessati.

Certamente tra i docenti italiani, come succede in tutte le categoria professionali, ma forse meno che nelle altre categorie, si annida una quota parte di incompetenti. Siamo anche disposti ad ammettere che tra i docenti ce ne siano alcuni non all’altezza della loro funzione. Ma le possiamo garantire, gentile Ministro, che la stragrande maggioranza dei docenti italiani è “meritevole” per antonomasia. E’ meritevole quando entra in classe per svolgere con onestà ed abnegazione il proprio lavoro, magari in condizioni difficili, in cambio di una retribuzione  da sempre inadeguata e carente. E’ meritevole quando cerca di sopperire con la fantasia alle croniche carenze di bilancio. E’ meritevole quando ignora gli insulti e il dileggio nei confronti della categoria di certi media e la scarsa considerazione sociale di cui gode. Questa scarsa considerazione sociale, non si creda, arriva anche in aula, e a volte fair play ed eleganza non bastano a sconfiggere la maleducazione o la denigrazione ignorante.

E allora gentile Mariastella, ora anche mamma, anziché pensare ad inattuabili sistemi premiali, non graditi e non voluti, la preghiamo di rivolgere il pensiero alle tante mamme, sue e nostre colleghe precarie, che tra qualche mese si ritroveranno nell’impossibilità di provvedere al sostentamento dei propri figli. Non dica che non è un problema del suo Ministero, perché la scuola peggiorerà molto senza di loro. La preghiamo inoltre di rivolgere l’attenzione alle condizioni di difficoltà in cui versano le nostre scuole, dove anche l’acquisto dei più banali sussidi didattici e per la pulizia personale degli allievi, comincia a diventare un serio problema. Infine, se avanzasse qualche euro, le ricordiamo che l’obiettivo di retribuire “tutti” gli insegnanti italiani con retribuzioni dignitose, analoghe a quelle degli altri docenti europei, resta per noi un’aspirazione ampiamente condivisa.

Cordiali saluti

Maria Carmela Lapadula

Cinzia Piccinini

Flora Villani

28 aprile 2010 – Associazione Professione Insegnante

RESISTENZA, IGNORANZA E MALAFEDE

Oggi, 25 aprile, anniversario della Liberazione dalla dittatura nazifascista. L’Italia si liberò dal nazifascismo con il contributo degli Americani, ma anche con il grande e convinto impegno dei PARTIGIANI. Qualcuno in Provincia di Salerno non ha citato il contributo della Resistenza partigiana, o perché è ignorante in Storia o perché è in malafede… O, magari, perché è in malafede, ed è anche ignorante in Storia!!
 
ORA  E  SEMPRE  RESISTENZA!!

Achille e Priamo

Achille e Priamo
 
Quando ricevette la funesta notizia della morte di Patroclo, Achille uscì fuori dalle fortificazioni, emise un triste urlo e suscitò terrore tra tutti i Troiani; ritornò immediatamente in battaglia con l’esercito e provocò un’ingente strage tra i nemici (di nemici). In seguito, sfidò a duello Ettore, l’uccisore di Patroclo, eliminò l’avversario e, dopo aver legato il corpo al carro, lo trascinò tra la polvere insanguinata fino alla tenda. Allora Priamo, l’anziano re dei Troiani, con il favore delle tenebre (con l’aiuto della notte), si diresse alla tenda di Achille attraverso l’accampamento dei Greci . Il vecchio aveva Mercurio come compagno: il dio protesse il re con una fitta nebbia e lo guidò sano e salvo attraverso (le armi) il campo militare dei Greci. Quando giunse alla tenda di Achille, Priamo si prostrò al suolo, offrì doni di grande valore e con voce supplichevole chiese il corpo del figlio per la sepoltura. Le commoventi parole del vecchio smossero l’animo di Achille: infatti lo sguardo di Priamo gli fece ricordare il volto del padre; inoltre, anche su Achille incombeva un triste destino. Perciò il Pelide accolse con generosità Priamo, gli restituì il corpo del figlio e lasciò tornare il vecchio sano e salvo nella città .

I figli di Edipo: Eteocle e Polinice

I figli di Edipo: Eteocle e Polinice
 
Morendo molti uomini in battaglia, stando a cuore ad entrambi gli eserciti porre fine alle stragi (alle morti), Eteocle e Polinice, nati dal padre Edipo e dalla madre Giocasta, combattono in duello per il regno ed infine muoiono. Creonte, impossessandosi del regno dei Tebani, abbandonava insepolti i morti degli Argivi e, ordinando che nessuno li seppellisse, poneva delle guardie affinché i corpi non fossero portati via. Antigone, una delle figlie di Edipo, sottraendo di nascosto il corpo di Polinice, lo seppelliva e, (poiché) quando Creonte la scoprì, venne (veniva) sepolta viva  nel sepolcro di Polinice. Adrasto, giungendo ad Atene come supplice, chiedeva il sostegno degli Ateniesi per seppellire i morti. Gli Ateniesi, organizzando una spedizione militare con Teseo, conquistarono (conquistano) Tebe e seppellirono (seppellivano) i morti.

Discussione su Dalla caduta dell’Impero Romano ai Longobardi

 

Ripropongo questo articolo

Dalla caduta dell’Impero Romano ai Longobardi

Gli ultimi cento anni dell’Impero

Teodosio, eletto nel 379, assunse il potere in una situazione molto critica per la stabilità dell’impero, caratterizzata da nuove massicce ondate di barbari: Unni, Visigoti, Ostrogoti e Vandali

Gli Unni costituivano un gruppo di popolazioni nomadi di origine mongolica. La loro economia si basava sull’allevamento del bestiame e sul nomadismo. Per i loro spostamenti si avvalevano del cavallo. In ambito militare, inoltre, proprio la cavalleria potentissima e temutissima consentiva loro di compiere incursioni rapide ed efficaci nei territori limitrofi. Essi trasmisero l’uso dei cavalli nel combattimento anche ai Germani e ai Goti con i quali erano entrati in contatto a partire dal IV secolo. Nel quinto secolo essi furono capeggiati da Attila, definito il flagello di Dio.

Intorno al 376, i Visigoti (Westgothen o Goti dell’Ovest  poiché si erano stanziati ad ovest del fiume Dnestr, distinti dagli Ostrogoti, o Ostgothen, o “goti dell’est”, ad est del medesimo fiume) furono spinti dalle incursioni degli Unni ad occupare la Tracia (un territorio dell’impero), chiedendo l’autorizzazione a risiedervi in cambio della difesa della regione. L’accordo fu raggiunto rapidamente, ma durò pochi mesi: nel 377, infatti, a causa delle vessazioni a cui i Romani sottoponevano i Visigoti, si giunse ad uno scontro aperto tra le due componenti. Il conflitto culminò nella battaglia di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia) del 378, in cui l’imperatore Valente fu sconfitto ed ucciso. Teodosio dovette concedere ai Goti dell’Ovest lo statuto di federati nell’impero, con l’obbligo di militare nell’esercito romano. Fu un ulteriore passo verso la barbarizzazione dell’esercito e verso l’inesorabile declino dell’impero.

Lo storico Ammiano Marcellino definì quella battaglia un disastro, le cui conseguenze pesarono a lungo sui destini dello Stato. L’importanza della battaglia di Adrianopoli fu anche di carattere politico: i Visigoti ottennero, come foederati il permesso di risiedere all’interno dei confini imperiali in cambio dell’impegno di combattere al fianco dell’esercito romano. Ma l’idea che dei barbari potessero lealmente difendere lo Stato romano contro altri barbari si sarebbe rivelata illusoria. Anzi, possiamo dire che con la sconfitta romana ad Adrianopoli fu distrutta la frontiera orientale dell’impero romano.

Nel 395, dopo la morte di Teodosio, l’impero fu diviso tra i figli Arcadio (al quale fu riservato l’Oriente) ed Onorio che ebbe l’Occidente. In particolare, Onorio era ancora un bambino di dieci anni quando assunse il regno e, per questo, fu posto sotto la reggenza del generale Stilicone. Nel 401 Onorio spostò la capitale da Milano a Ravenna, in ragione della vicinanza al mare, utile per i rifornimenti.

Nove anni dopo, nel 410, i Visigoti, guidati dal re Alarico, dopo aver invaso l’Italia nel 408, saccheggiarono la città di Roma.Tra il 434 ed il 454 si distinse la figura dell’ultimo grande generale dell’impero romano: Ezio.  Nel 451 Ezio sconfisse ai Campi Catalaunici (odierna Chalons sur Marne) gli Unni capeggiati da Attila e provenienti dalle steppe della Russia. Attila si rifugiò in Pannonia, ma l’anno seguente marciò contro l’Italia, saccheggiando Padova,  Verona e Milano. Solo l’intervento di papa Leone I riuscì a salvare Roma dall’invasione. Il pontefice, infatti, inviò a Governolo (in provincia di Mantova) un’ambasceria con ricchi doni per persuadere il nemico a recedere dall’idea di attaccare Roma. Leone ebbe buon gioco nel ridurre Attila a più miti consigli, anche perché le forze degli Unni erano state colpite da una peste di grandi proporzioni che li indebolì notevolmente. Il ruolo giocato dal Pontefice fu di grande rilevanza e contribuì a rendere il Papato l’unica istituzione credibile ed in grado di garantire sicurezza.

Il popolo degli Unni era rimasto diviso in clan fino al termine del III secolo d.C.. Attila,  vissuto tra il 400 ed il 456 aveva costituito un grande impero che si estendeva dalla Mongolia all’Europa.

La vittoria romana ai Campi Catalaunici (in Francia nord orientale) del 451 fu l’ultima grande vittoria di un generale romano. Il senato considerò Ezio il difensore della libertà di Roma, ma il fatto che egli, per fermare dei barbari, si fosse servito di altri barbari dimostra che l’impero era ormai privo di una sua propria valida difesa.

Il nuovo sacco di Roma

Tuttavia, l’antica capitale dell’impero non fu risparmiata da una nuova invasione nel 455 d.C..

Nel 454 erano stati uccisi sia Ezio che l’imperatore Valentiniano III. Il territorio fu, così, più facilmente esposto alle invasioni dei Vandali guidati dal re Genserico.

Gli ultimi due decenni furono caratterizzati dai cosiddetti imperatori – fantoccio: spesso a farla da padroni erano i generali che non di rado eliminavano dal trono il sovrano di turno e vi collocavano persone di loro fiducia. Nel 475 il generale goto Oreste cacciò dalla penisola l’imperatore Giulio Nepote e pose sul trono il proprio giovanissimo figlio Romolo Augusto (o Augustolo, come soprannome). Oreste aveva potuto ribellarsi a Nepote grazie all’apporto di mercenari germanici. Questi, nel 476, pretesero in cambio degli aiuti militari concessi, un terzo delle terre italiche. Poiché la richiesta fu rifiutata, essi guidati da Odoacre uccisero Oreste e mandarono in esilio Romolo Augustolo a Capo Miseno (vicino Napoli).

Odoacre governò l’Italia con il titolo di patrizio ed inviò le insegne militari a Zenone, imperatore d’Oriente.

 

 

 

I regni romano – barbarici e la situazione in Italia

 All’inizio del VI secolo i regni che si crearono in Europa furono i seguenti:

–         Il regno dei Vandali   (Tunisia, Algeria, Sardegna, Corsica, Isole Baleari)

–         Il regno dei Visigoti   (Spagna, Gallia meridionale)

–         Il regno dei Burgundi (valle del Rodano)

–         Il regno dei Franchi    (Gallia centro – settentrionale)

–         Il regno degli Svevi    (area nord – occidentale della Penisola iberica, che

          successivamente insieme ad altre popolazioni occuparono la Baviera)

–         Il regno degli Ostrogoti (in Italia)

–         Il regno degli Alamanni, nella Gallia compresa tra i Franchi e i Burgundi

–         Gli stanziamenti di Angli, Juti e Sassoni in Britannia (le antiche popolazioni 

          britanniche furono costrette a migrare in Gallia, nella regione della Bretagna

          che da loro prese il nome).

 Questi regni furono definiti romano – barbarici per due ragioni:

1.    i barbari, pur conservando le proprie tradizioni, mantennero le leggi romane vigenti;

2.    questi regni si formarono sui territori occupati dall’Impero romano e nel loro 

       apparato amministrativo non mancarono esponenti del vecchio mondo romano.

I nuovi regni mostrarono una stabilità maggiore nelle aree in cui si creò una più forte integrazione tra romani e barbari e in cui si ebbe la conversione dei barbari al cattolicesimo (Visigoti e Franchi).

Si registrò, al contrario, una marcata instabilità nei territori in cui perdurò la distinzione tra i barbari e le popolazioni locali (presso i regni dei Vandali, degli Ostrogoti e degli Svevi).

 

L’Italia, da Odoacre (capo degli Eruli) a Teodorico

Nel 476 Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che si protrasse dal 488 al 494.

Teodorico riportò la vittoria decisiva su Odoacre nella battaglia di Verona (489) e, dopo un lungo assedio a Ravenna, lo fece uccidere.

Con Teodorico abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.

In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.

La convivenza tra barbari e romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dei territori dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.

Teodorico cercò anche di mantenere una posizione neutrale nella disputa che opponeva Roma e Costantinopoli in merito al monofisismo, cioè alla dottrina, sostenuta dai sovrani orientali, che vedeva in Cristo la sola natura divina.

Importante fu l’editto di Teodorico (redatto tra il 493 ed il 526), con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.

Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, nel 523, un decreto contro gli ariani, che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.

Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.

Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.

Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.

La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni di combattimenti, con la prima guerra gotica (dal 535 al 540, durante la quale Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri) e con una seconda guerra gotica (dal 544 al 553, dopo che Totila, il nuovo re degli Ostrogoti era riuscito a riconquistare l’Italia).

Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse il re dei Goti Teia, eletto nel 553.

Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. Nella penisola, alcune aree, tuttavia, si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

 

I longobardi in Italia

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), ampia parte della Toscana, Spoleto, Benevento, Salerno. D’altro canto, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.

Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni ecclesiastici del clero.

Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.

La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

 

Frammentazione politica e territoriale

La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.

Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.

Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574) del suo successore Clefi.

Morto anche questo sovrano, vi fu un decennio di interregno,  durante il quale i ducati governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.

La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.

Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.

Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto.

Rotari era stato preceduto da Arioaldo, che aveva governato dopo Adaloaldo dal 626 al 636.

Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole rafforzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.  Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.

La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).

Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.

 La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.

 Per tale ragione, Liutprando occupò l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).  Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.

 

Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.

 

La fine del regno longobardo

Dopo l’accordo sancito tra il Papato e il re Liutprando, i Longobardi, con il re Astolfo (749 – 756), proseguirono la loro politica espansionistica, conquistando la città di Ravenna ed avvicinandosi pericolosamente alla zona intorno a Roma.

Per far fronte al nuovo pericolo, il papa Stefano II chiese l’intervento dei re dei Franchi Pipino il Breve, assicurandosene la protezione non solo per allontanare un pericolo militare, quale la minaccia di invasione di Astolfo, ma anche per la prospettiva, a medio termine, dell’assunzione del controllo da parte della Chiesa romana dei possedimenti bizantini nella nostra penisola.

Pertanto, tra il 755 ed il 756, ci furono due importanti spedizioni militari dei Franchi in Italia, per ridimensionare la forza territoriale dei Longobardi, togliendo loro i territori delle Marche e della Romagna che non furono restituiti ai Bizantini, ma furono concessi in dono alla Chiesa insieme al territorio del Lazio.

Pipino il Breve morì nel 768 e la scomparsa prematura del figlio Carlomanno, rese erede universale l’altro figlio, Carlo, poi detto Carlo Magno per le sue imprese.

Nel 773 Carlo portò i Franchi ad intervenire nuovamente in Italia sempre su richiesta della Chiesa, ancora attaccata dai Longobardi.

A capo dei Longobardi era il re Desiderio e con lui, precedentemente, Carlo aveva stipulato un accordo suggellato dal suo matrimonio con Ermengarda, la figlia di Desiderio.

Nel 773, dunque, dopo aver ripudiato la donna, Carlo scese in Italia, espugnò Pavia e sconfisse in maniera definitiva, a Verona, Desiderio e suo figlio Adelchi. Nel 774, dopo aver inglobato i territori longobardi tra i suoi domini, Carlo aggiunse al titolo di re dei Franchi quello di re dei Longobardi.

Aveva fine, in tal modo, il terzo regno romano – barbarico sorto nel nostro Paese (dopo quello di Odoacre e quello di Teodorico), durato dal 568 al 774.

Nel 785 i Franchi attaccarono anche i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Dodici anni dopo, nel 797, i Bizantini dovettero cedere a Carlo l’Istria e il Ducato di Benevento.

 

I Franchi, da Clodoveo a Carlo Magno

I Franchi erano una tribù germanica entrata nell’Impero Romano con lo status giuridico di foederati, fondando un regno che, attraverso varie modificazioni, sarebbe durato per molto tempo.

Il termine  franchi rimanda al concetto della libertà, Difatti, Franchi significava uomini liberi. In origine, al loro interno, essi erano suddivisi tra Franchi Salii (insediati presso il fiume Sala, oggi noto con la denominazione di Jssl, in Olanda) e in Franchi Ripuarii, o Renani, stanziati presso le città di Treviri e Colonia.

Inizialmente sorta come piccola tribù lungo il territorio del Reno, essa riuscì rapidamente a consolidarsi, fino a costituire una confederazione di tribù.

Negli ultimi anni del V secolo, nell’area di Tourmai, in Belgio, salì al trono il re Clodoveo (481 – 511), discendente dal leggendario re Meroveo, da cui ebbe origine la dinastia dei merovingi. Clodoveo dette un assetto unitario alle varie popolazioni franche e tra la fine del V secolo e l’inizio del VI secolo sconfisse Alamanni e Visigoti.

Fondamentale fu per Clodoveo, dopo lo scontro con gli Alamanni, la conversione al cattolicesimo, cui seguì quella di gran parte della popolazione. La sua conversione fu voluta fortemente dalla moglie Clotilde, di fede cattolica, e favorì l’integrazione tra i Franchi ed i Gallo – romani che rappresentavano il 98% della popolazione. I Franchi adottarono la lingua delle popolazione di origine romana. Sul piano politico, Clodoveo collaborò con l’aristocrazia gallo – romana (sia laica che ecclesiastica) per controllare in modo più ferreo i territori conquistati, ma anche la nomina dei vescovi.

Nel 510 Clodoveo fece codificare in forma scritta le leggi franche, note con il nome di Lex salica. Questa legge, che prende la denominazione dai Franchi Salii, vietava la vendetta personale, stabilendo della ammende in proporzione alla gravità del reato ed alla classe sociale di appartenenza. Ad esempio, l’omicidio di un non franco era punito con una multa di 67 scellini, l’assassinio di un franco di libera condizione era sanzionato con un’ammenda di 200 scellini.

La legge salica, inoltre, proibiva le successioni femminili al trono nei territori delle terre saliche, ma non lo vietava espressamente per le successioni in altre regioni non saliche controllate dai Franchi.

Alla morte di Clodoveo, nel 511, il regno fu diviso tra i suoi figli in Aquitania (in Francia sud – occidentale), Austrasia (il più potente dei quattro regni merovingi), Burgundia  e Neustria.

I quattro figli maschi di Clodoveo divisero il regno in altrettante regioni, che negli anni successivi vennero rafforzate da conquiste verso oriente e verso sud. Neustria e Aquitania andarono a Cariberto, Austrasia, Alvernia e Provenza a Sigiberto I, Borgogna (al confine col regno di Burgundia) a Gontrano e la regione attorno a Tournai a Chilperico I.

La suddivisione del regno, foriera di numerosi conflitti dinastici, fu riconosciuta ufficialmente solo nel 614.

La monarchia merovingia entrò in crisi tra il VI ed il VII secolo a causa dei conflitti che opponevano l’aristocrazia locale al potere regio centrale. Così, indebolitasi la figura dei re, il potere regio venne assunto dai maestri di palazzo. Tra costoro spiccò la personalità di Pipino di Héristal, che fu il primo esponente della nuova dinastia dei Carolingi, divenuto, nel 687, l’unico signore del regno dei Franchi. Alla sua morte, la carica di maestro di palazzo, o maggiordomo, fu ereditata, nel 714, da Carlo Martello (piccolo Marte) che consolidò il regno dei Franchi e che nel 732, a Poitiers (Francia centrale), frenò l’avanzata degli Arabi in Occidente. Alla sua morte, nel 741, il regno fu diviso tra i due figli Carlomanno e Pipino il Breve. Carlomanno ottenne l’Austrasia, l’Alamannia e la Turingia, Pipino il Breve, invece, ottenne la Neustria, la Borgogna e la Provenza.

Tuttavia, nel 743, le proteste all’interno del regno indussero i due figli di Carlo Martello a restaurare l’unità del regno, portando sul trono l’ultimo esponente della monarchia merovingia, Childerico III. Dopo il ritiro dalla scena politica di Carlomanno (che trascorse il resto della sua vita in un convento), Pipino il Breve riuscì ad impadronirsi del titolo regio e depose, nel 752, Childerico, sostituendolo alla guida del regno dei Franchi. Con lui ebbe inizio la dinasti carolingia. Il papa Stefano II riconobbe il nuovo sovrano ottenendone, come si è visto, nel 754, l’appoggio contro la politica espansionistica del sovrano longobardo Astolfo.

Nel 768, ormai vicino alla morte, Pipino divise il regno tra i suoi due figli Carlomanno e Carlo.

Carlomanno, fautore di una politica non belligerante verso i Longobardi, morì tre anni dopo e Carlo si proclamò unico signore del regno (771). Nel 773 Carlo, invocato dal nuovo papa Adriano I, discese in Italia contro re Desiderio.

Discussione su L’oracolo di Apollo a Delfi

 

 

 
Un potentissimo "mezzo di comunicazione" dell’antichità, posto nel centro del mondo (ripropongo un mio post di tre anni fa)
 
L’oracolo di Apollo a Delfi
 
 
 
Potremmo considerarlo a tutti gli effetti il primo grande esempio di "banca dati" universale al mondo. L’oracolo di Delfi, infatti, era il principale centro di informazione e di comunicazione non solo per la Grecia, ma per il mondo intero. Da ogni parte del globo vi giungevano uomini e personalità di spicco per chiedere informazioni su eventi già accaduti o, nella maggior parte dei casi, su eventi futuri e su scelte da compiere a livello individuale o collettivo. Numerosi erano gli ex voto lasciati nel santuario per benefici ricevuti. Il dio manifestava la sua volontà attraverso la Pizia, una sacerdotessa prescelta tra le fanciulle  del luogo, che, dopo essersi purificata con l’acqua della fonte Castalia e dopo aver masticato foglie di alloro, accedeva all’adyton, la cella sotterranea del tempio. Qui, caduta in stato di trance, ispirata dal dio Apollo, parlava in sua vece, formulando responsi generalmente ambigui e di non facile interpretazione. Possiamo ricordare, ad esempio, il responso tramandato dai Romani: "ibis redibis non morieris in bello", che, a seconda della punteggiatura poteva essere interpretato: "ibis, redibis, non morieris in bello" oppure "ibis, redibis non, morieris in bello", cioé: "andrai, ritornerai, non morirai in guerra", ma anche "andrai, non ritornerai, morirai in guerra".
 
 
 
 
 
 
La storia di questo santuario è antichissima ed avvincente. Il mito narra che Zeus, desiderando trovare il centro del mondo, avesse fatto volare da due punti opposti della Terra due aquile. Esse si "incrociarono" nella regione del Parnaso, a Delfi, nella Focide, che da allora i Greci considerarono l’omphalos, l’ombelico del mondo. Il santuario di Apollo soppiantò quello più antico consacrato a Gea (la Terra), al cui culto erano associati i figli Themis (la Giustizia) e Pitone (dall’aspetto di serpente). Pochi giorni dopo la sua nascita nell’isola di Delo, Apollo giunse a Delfi per impossessarsi dell’oracolo, uccidendo Pitone che custodiva il santuario di Gea. Costretto da Zeus a fuggire, il dio vi fece ritorno sotto forma di delfino con dei marinai cretesi che poi "promosse" al rango di sacerdoti  del tempio, assumendo lui stesso l’epiteto di Pitico, in memoria di Pitone.
Il santuario di Delfi fu chiuso definitivamente tra il 381 ed il 394 d.C. da Teodosio , ma già una ventina di anni prima, come riferisce la tradizione, esso aveva profetizzato la sua fine imminente ai legati dell’imperatore Giuliano l’Apostata che, intorno al 362 – 363 d.C., mosso dal disegno di restaurare il paganesimo e di riportarlo agli antichi splendori, fece interrogare l’oracolo, anche al fine di garantirsene il sostegno. Il dio, però, freddò le sue ambizioni, rispondendo più o meno così: "Dite al re che sono crollate le corti sfarzose, che Febo Apollo non abita più qui, che il dio non ha più riparo. Ditegli pure che l’albero profetico si è essiccato e che l’acqua che gorgogliava non parla più", rimarcando, in tal modo, lo sgretolamento inarrestabile e definitivo di un’epoca grandiosa e straordinaria, quella del paganesimo ed, in generale, del mondo antico, che si era riconosciuto idealmente, e non solo, in questo luogo misterioso ed affascinante allo stesso tempo.  
 
 

Stratagemma da Demarato

Lo stratagemma di Demarato

Gli Spartani vengono a sapere per primi che i Persiani si apprestavano a marciare contro la Grecia. Vengono a saperlo così. Demarato era esule presso i Persiani e non era benevolo verso gli Spartani, ma vuole (letteralmente: "decide") ugualmente segnalare il pericolo incombente. Comunicare era difficile in quanto le strade del regno erano sorvegliate. Demarato, dunque, prende una tavoletta e raschia la cera, scrive poi sul legno la decisione di Serse e quindi scioglie la cera sulle lettere. Così le guardie delle strade non procuravano molestie a chi la portava e la tavoletta giunge a Sparta. Gli Spartani osservano la tavoletta  priva di lettere e si meravigliano. Solo Gorgo, la moglie di Leonida, comprende lo stratagemma e consiglia di raschiare la cera. Gli Spartani obbediscono e trovano il messaggio (le lettere incise) e (lo) mandano a leggere agli altri Greci. 

Reagiamo!!!

 
Stasera, 25 marzo 2010, su Current TV (canale 130 di Sky) e su Repubblica TV (digitale terrestre) è in onda RAI PER UNA NOTTE con Santoro, Lerner, Floris, Travaglio! La televisione si aggiorna e, avvalendosi di canali alternativi, visibili in tutta Italia, riesce ad aggirare la vergognosa censura di stampo puramente stalinista, voluta dai satrapi del potere.
 
Non so come andranno queste elezioni, ma almeno stasera i satrapi del potere vengono colpiti dal boomerang delle loro stesse vergognose azioni! Italiani, reagiamo!! Altrimenti si comincia col chiudere le trasmissioni scomode per un mese e poi …. chissà come andrà a finire!
Reagiamo in maniera democratica, nel modo più democratico possibile, usando il nostro voto in modo intelligente!

Infliggiamo una clamorosa sconfitta elettorale ai satrapi del potere! I satrapi se ne tornino nell’antica Persia! Noi non siamo sudditi, noi siamo cittadini!

Per amore del mio popolo

Per amore del mio popolo

dal sito http://www.dongiuseppediana.it/default1.asp?active_page_id=223

Il documento diffuso a natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana da don Peppino Diana e dai parroci della forania di Casal di Principe

PER AMORE DEL MIO POPOLO

Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra

La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche

E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.

Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.

Dio ci chiama ad essere profeti.

– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello

Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”

Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;

Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).

Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”. 
 

Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta – Villa Literno; M.S.S. Assunta – Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO )

Dal principato adottivo a Diocleziano

L’impero romano nel II secolo d.C.

Il principato adottivo

Dopo la morte di Domiziano, nel 96 d.C., il Senato riuscì a riprendere il controllo della situazione e ad imporre un suo candidato che individuò nella figura di Marco Cocceio Nerva, un anziano esponente dell’aristocrazia senatoria. Il Senato stabilì anche che la successione imperiale dovesse avvenire attraverso il sistema dell’adozione e non più attraverso la trasmissione ereditaria del potere. Nerva si dimostrò molto rispettoso degli equilibri politici e governò con moderazione e saggezza, instaurando un clima di maggiore serenità e ponendo fine ai processi contro gli oppositori politici. Nerva, nel 97 d.C., adottò come suo successore un comandante militare: il generale spagnolo Marco Ulpio Traiano, che si era distinto nella guida delle legioni imperiali in Germania. Questa decisione fu determinata anche dall’esigenza di ottenere il favore dell’esercito. La scelta di Traiano fu la prima positiva conseguenza del cambiamento importante che si era avviato nella politica romana con il passaggio dalla successione ereditaria al principato adottivo. Fu una novità di grande rilievo che assicurò almeno un secolo di prosperità, definito dai critici come il beatissimum saeculum, il secolo d’oro dell’impero. Fu una novità significativa soprattutto perché il sistema ereditario non garantiva che il nuovo imperatore fosse realmente capace di ricoprire questo ruolo. Inoltre, l’estinzione della dinastia regnante avrebbe comportato il rischio di una guerra civile perché l’esercito ed il Senato avrebbero cercato di  imporre entrambi un proprio candidato. Al contrario, il metodo dell’adozione, cardine del nuovo principato adottivo, consentiva all’imperatore in carica di scegliere come suo successore il migliore ed il più capace dei suoi collaboratori, non necessariamente dello stesso ambito familiare. Non è un caso se, nel 180 d.C., con il ripristino della successione ereditaria che consentirà a Marco Aurelio di favorire il figlio Commodo, l’impero ripiomberà di nuovo nella buia atmosfera del dispotismo, del caos e dell’inefficienza.

 

L’età degli Antonini: Traiano (98 – 117) , Adriano (117 – 138) e Antonino Pio (138 – 161), Marco Aurelio (161 – 180), Commodo (180 – 192)

Con Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo abbiamo l’età degli Antonini, che prende il nome da Antonino Pio. Il fatto che questa stagione politica prenda il nome dal terzultimo degli imperatori, anziché dal primo, ci consente di paragonare la “dinastia” degli Antonini ad un’opera drammaturgica costituita da un prologo (Nerva), quattro atti (Traiano, Adriano, Antonino e Marco Aurelio) e da un tragico epilogo (Commodo). Tale definizione è stata, dunque, convenzionalmente coniata dagli storici per indicare un lungo periodo della storia imperiale, quello che va dal 98 al 180 d.C., che fu caratterizzato da alcuni tratti comuni, quali la difesa dei confini, fatta eccezione per Traiano, la lunga stabilità politica, il rapporto più equilibrato tra potere imperiale e Senato, lo sviluppo dei traffici commerciali ed una più marcata diffusione della cultura romana nelle province.

Traiano (98 – 117)

Nel 98 d.C., alla morte naturale di Nerva, Traiano, originario della città di Italica in Spagna, prese dunque il potere. Fu il primo imperatore non originario della nostra Penisola e ciò segnò un ulteriore importante cambiamento nella romanizzazione delle province che ora apparivano in grado di fornire esse stesse i quadri dirigenti dell’impero romano. Traiano evidenziò fin dal principio grande equilibrio e sensibilità politica, introducendo una forma di monarchia illuminata che potremmo definire costituzionale, in quanto l’imperatore governava con la collaborazione di altri poteri, come il Senato ed i comizi, ai quali vennero restituite le specifiche prerogative. Per questo Traiano viene ricordato, anche da Plinio il Giovane, come modello ideale di sovrano e come optimus princeps (1), nonché come l’ultimo grande conquistatore romano. Tra il 101 ed il 106, infatti, conquistò la Dacia, cioè l’attuale Romania (Stato che ancora oggi conserva nella sua denominazione i segni tangibili della civiltà e della cultura di Roma) e l’Arabia nord – occidentale. La conquista della Dacia venne vista come un grande successo dal momento che, nell’89 d.C., sotto Domiziano, i Daci avevano imposto a Roma una pace disonorevole (2). Il loro re Decebalo fu umiliato e tutta la Dacia, peraltro ricca di risorse minerarie, fu ridotta a nuova provincia (3). Testimonianza importante di questo trionfo è, ancora oggi, la Colonna Traiana. Le ricchezze conquistate con la sottomissione della Dacia vennero utilizzate per nuove conquiste militari: in primo luogo, sempre nel 106 d.C., quella dell’Arabia.

Questa regione era chiamata anche Arabia Petrea da Petra, la sua località più importante (4).  Tra il 115 ed il 117, Traiano si dedicò con successo alla conquista dei Parti, campagna che si concluse con la conquista della stessa capitale Ctesifonte e di Babilonia. Furono quindi create due nuove province: quella della Mesopotamia, a sud del fiume Tigri, e quella dell’Assiria a nord dello stesso. Per questo, Traiano fu anche definito Parthicus Maximus. In quello stesso periodo, tuttavia, scoppiò nell’impero una violenta rivolta delle comunità giudaiche di Palestina, Cirene, Cipro e di Alessandria. Traiano morì in Cilicia, nel 117, durante la preparazione di alcune operazioni militari. La rivolta giudaica fu repressa nel sangue, ma presto le conquiste di Traiano in Oriente si sarebbero rivelate insicure ed instabili.

 

Sul piano dell’amministrazione civile, Traiano, che si avvalse della collaborazione di grandi personalità, come ad esempio Plinio il Giovane e Dione di Prusa, controllò con zelo i bilanci cittadini, servendosi dell’ausilio di appositi curatori dei conti, detti loghistai. Accrebbe il numero dei senatori provenienti dalle province, ma fece in modo che almeno un terzo delle loro proprietà e dei loro investimenti fosse concentrato in Italia, affinché reputassero l’Italia e Roma come la loro patria. Rese più efficiente l’istituto degli alimenta, già introdotto da Nerva, grazie al quale gli agricoltori potevano ottenere prestiti con tassi di interesse bassi e lo Stato poteva, con gli interessi riscossi, elargire delle sovvenzioni pubbliche alle famiglie più povere e bisognose. Verso i cristiani fu meno intollerante dei suoi predecessori. Notevole fu l’impegno profuso da Traiano nella realizzazione delle opere pubbliche. Ricordiamo il Foro Traiano e la Basilica Ulpia del 112, la Colonna Traiana (5) del 113 d.C., i porti di Ancona, Civitavecchia ed Ostia, nonché la creazione di strade importanti, come quella dal Ponto Eusino alle Gallie.

 

Publio Elio Adriano (117 – 138)

Con Adriano ( 117 – 138), cugino di Traiano, si chiuse il ciclo delle grandi conquiste e si puntò ad una politica di difesa e di consolidamento dei confini. In Oriente il nuovo imperatore abbandonò, contro le aspettative dell’esercito, le conquiste partiche realizzate da Traiano. Lo stesso avrebbe fatto anche il suo successore, Antonino Pio (138 – 161 d.C.).

In Occidente, invece, Adriano puntò a rafforzare la difesa della Britannia, contro le incursioni delle tribù dei Briganti (nome che potrebbe derivare da quello della dea celtica Briganzia o Brigid) e dei Caledoni attraverso la costruzione del Vallo di Adriano, a cui si aggiunse, nell’area danubiana, un’altra fortificazione innalzata a difesa delle proprietà agricole dei veterani di guerra. Il Vallo di Adriano costituiva un vero e proprio limes. In passato il concetto di limes indicava una linea di confine destinata a spostarsi progressivamente più avanti in ragione delle nuove conquiste territoriali. Con Adriano, invece, questo termine assumeva delle caratteristiche difensive ed indicava che la spinta propulsiva ed espansionistica dell’impero era ormai terminata.

 

  • Sul piano interno, Adriano avviò una politica di capillare burocratizzazione, sostituendo l’apparato fondato sui liberti con funzionari di origine non servile inquadrati in percorsi di carriere ben definiti. In pratica, la burocrazia venne affidata alla sola classe degli equites che, in tal modo, divennero veri e propri “impiegati” statali.
  • Avviò anche una forte politica di decentramento, conferendo alle province una maggiore autonomia amministrativa. Adriano si interessò personalmente delle condizioni di vita nelle province, dove dimorò spesso nel corso dei suoi viaggi che lo tennero lontano da Roma per ben dodici anni sui ventuno anni di regno.
  • Cancellò le ormai vecchie istituzioni repubblicane e ne accentrò le prerogative nel Consilium principis.
  • Realizzò diverse opere pubbliche, come il tempio di Venere (vicino al Colosseo), la Mole Adriana, una tomba monumentale, poi usata nel Medioevo come fortezza, oggi nota con il nome di Castel S.Angelo, e la Villa Adriana a Tivoli.

 

Antonino  Pio (138 – 161)

Nel 138 Adriano prescelse come suo successore Tito Aurelio Fulvio Antonino, in seguito definito Pio per la sua religiosità, per la sua tolleranza e per la sua rettitudine. Come già accaduto per il suo predecessore, anche Antonino Pio, in politica estera, puntò alla difesa dei confini, piuttosto che al loro ampliamento, facendo costruire un altro vallo in Britannia, poco più a Nord di quello di Adriano, in Scozia. Antonino Pio governò mantenendo buoni rapporti con il Senato. Qualche mese prima di morire, nel 161, l’imperatore individuò nel genero Marco Aurelio il proprio successore.

Marco Aurelio Antonino (161 – 180)

Nel periodo di Marco Aurelio l’impero cominciò ad avvertire i primi segni della crisi soprattutto a causa di due fattori fondamentali:

–          la minaccia dei barbari ai confini dell’impero

–          una duratura, terribile epidemia di peste che decimò, secondo gli storici, la metà della popolazione dell’impero.

Consapevole della estrema difficoltà di governare un impero così grande e in circostanze così difficili, Marco Aurelio associò al trono il fratello adottivo Lucio Vero (161 – 169), di nove anni più giovane, introducendo, per la prima volta, una forma di diarchia al vertice dell’impero. Tuttavia, Lucio Vero non si dimostrò all’altezza della situazione e, per giunta, morì prematuramente nel 169 d.C. .

I primi anni del regno di Marco Aurelio furono caratterizzati dallo scontro con i Parti, popolazione asiatica con la quale Roma, dal 53 a.C., aveva instaurato un difficile clima di convivenza oscillante tra momenti di pace e momenti di guerra. I Parti trovarono, tra il 161 ed il 162, una strenua resistenza nelle truppe di Roma. Le forze militari di Marco Aurelio avrebbero inferto la sconfitta definitiva a questa popolazione se l’improvviso evento della peste bubbonica non avesse decimato le truppe romane e, con esse, anche gran parte della popolazione.

Un altro grave fronte di guerra per Roma si era aperto, in quegli stessi anni, lungo il confine danubiano a seguito delle pressioni dei Quadi e dei Marcomanni. Queste tribù germaniche dilagarono nei Balcani per poi penetrare in Italia, dove misero a ferro e a fuoco la città veneta di Aquileia (Verona), mentre altri barbari saccheggiavano le aree dell’Asia Minore e della Grecia. Fu lo stesso Marco Aurelio a guidare la controffensiva romana. Nel 175, dopo lunghe ed estenuanti battaglie, ottenne una grande vittoria che costrinse i popoli germanici a stipulare la pace. Tuttavia, si trattò solo di una tregua di due anni: le ostilità ripresero nel 177 d.C. . Marco Aurelio si accingeva a dare alle tribù dei Quadi e dei Marcomanni il colpo di grazia, ma anche in questo caso un evento imprevisto impedì che l’impero ottenesse un risultato così importante: colpito dalla peste, Marco Aurelio perse la vita nel 180 d.C..

  

Commodo (180 – 192)

Con Marco Aurelio si concluse l’era del principato adottivo inaugurato nel 98 d.C. da Nerva. Alla morte di Lucio Vero, infatti, Marco Aurelio aveva associato al trono il figlio Commodo, ripristinando, in tal modo, il principio della successione ereditaria. Salito al potere all’età di diciotto anni, Commodo si dimostrò subito incapace di governare. Strinse in primo luogo una pace affrettata con i Quadi e i Marcomanni. In seguito, si disinteressò totalmente delle vicende politiche dell’impero. Come Nerone, si propose di guadagnarsi il favore della plebe romana con elargizioni e azioni demagogiche. A guisa di un novello Ercole, si esibiva nelle arene e nei circhi con una clava e con la pelle di leone. Incurante dell’aggravarsi della crisi militare, Commodo continuò ad esibirsi in spettacoli e a manifestare atteggiamenti sempre più autoritari che gli procurarono l’avversione dell’aristocrazia senatoria. Con Commodo termina l’età d’oro dell’impero, quel beatissimum saeculum che era iniziato con la nomina di Nerva e con l’avvento degli Antonini.

Commodo fu ucciso nel 192 d.C. dalla sua concubina Marcia.

Si riaprì ancora una volta la questione della successione. Abbiamo visto che nei primi due secoli dell’impero furono sperimentati diversi metodi di successione: l’acclamazione da parte dei soldati di un imperatore che poi veniva ufficialmente riconosciuto dal Senato, la successione ereditaria (con Tito e Domiziano), la designazione da parte del Senato (con Nerva), l’adozione (da Traiano a Marco Aurelio) e, infine, di nuovo la successione ereditaria (con Commodo). Il metodo migliore si è rivelato quello legato al principato adottivo. Ma, probabilmente, la sua affermazione era legata anche al fatto che gli imperatori che si erano avvalsi dell’adozione per scegliere il successore non avevano figli. Questi, infatti, avrebbero preteso il trono o, comunque, avrebbero potuto impugnare  l’adozione e la scelta di un successore estraneo alla famiglia. Fu per questa ragione, forse, che Marco Aurelio volle che fosse il figlio Commodo a subentrare a lui nella gestione del potere. Come si può vedere, nessuno dei metodi di successione utilizzati tra il I ed il II secolo d.C. erano pienamente in grado di allontanare del tutto il pericolo dell’instabilità politica e ad evitare la crisi in cui lo Stato romano piombò nel III secolo d.C. . La crisi si acuì nella fase finale della dominazione dei Severi ed in quella immediatamente successiva.

La dinastia dei Severi

Dopo la morte di Commodo, si ebbe un periodo di instabilità che vide la contesa per il potere tra Pertinace (prefetto della guardia pretoriana di Commodo), Pescennio Nigro (comandante delle legioni di Siria), Clodio Albino (comandante delle legioni in Britannia) ed il governatore della Pannonia Lucio Settimio Severo. Quest’ultimo riuscì ad affermarsi nel 193 e governò fino al 211 d.C. . Nativo di Leptis Magna (un po’ più ad est dell’odierna Tripoli), Lucio Settimio Severo cercò, in primo luogo di attuare una riorganizzazione dell’impero, soprattutto nelle zone di confine, attraverso l’estensione del corpo (e dell’influenza) dei legionari, a danno del corpo dei pretoriani,  giudicato come la causa principale dell’instabilità. La riforma militare di Severo si tradusse, però, in una progressiva germanizzazione dei posti – chiave non solo nell’ambito militare, ma anche, più in generale, in quello amministrativo e politico. La cittadinanza scattava automaticamente all’atto stesso dell’arruolamento nell’esercito. Un fattore di impoverimento, soprattutto dell’agricoltura, fu il provvedimento dell’annona militare, cioè l’obbligo per tutti i proprietari di terreni di dare allo Stato una quantità prestabilita del raccolto, al fine di provvedere al vettovagliamento delle truppe. Non si trattava di una percentuale variabile in ragione del raccolto annuale, ma di una quota fissa, da rispettare in ogni caso, anche qualora il raccolto fosse stato più scarso. Ciò provocò un progressivo impoverimento dell’agricoltura, anche perché molti agricoltori si videro costretti ad abbandonare le terre e a trasferirsi in città. Inoltre, sempre sul piano della politica interna, Settimio Severo provvide a designare come suo successore il figlio tredicenne Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, al quale affiancò l’altro figlio Geta. Nell’ottica di indebolire la residua autorità del senato, Settimio favorì il ceto equestre, equiparò all’Italia le altre province dell’impero ed impose una vera e propria monarchia militare, spingendo per la prima volta il senato a riconoscere la sua sconfitta.

Sul piano militare, rafforzò i confini nell’area dei Parti e della Britannia, dove, però, incontrò la morte, ad Eboracum (York), nel tentativo di sedare una rivolta degli stessi Britanni, nel 211 d.C. . Egli aveva precedentemente contenuto le avanzate dei Caledoni al di là del Vallo di Adriano ed aveva provveduto alla realizzazione di una nuova fortificazione più a nord.

A Lucio Settimio Severo successe il figlio Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, che  fece uccidere il fratello Geta.

Molto importante fu, nel 212, la sua Constitutio  Antoniniana, o anche editto di Caracalla, con cui venne estesa la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero. Il provvedimento, che segnò il compimento del processo di parificazione dell’impero e della sua romanizzazione, nacque da ragioni economiche. Infatti, l’allargamento della cittadinanza comportava l’estensione del pagamento delle imposte di successione e delle tasse sull’affrancamento degli schiavi che Augusto aveva introdotto per i soli Romani. Caracalla morì nel 217 d.C., per mano dei suoi soldati, nel corso di una campagna contro i Parti. A lui, nel 218, succedette il nipote Elagabalo (o Eliogabalo), che governò fino al 222. Questi introdusse il culto del dio – sole El Gabal, venerato in Siria. Dedicò a questa divinità splendidi templi e massimi onori. Un’influenza eccessiva durante il suo impero fu esercitata dalla madre Soemia che, fatto mai accaduto nella storia di Roma, pretese ed ottenne di partecipare alle riunioni del Senato. Questa ed altre stranezze spinsero i pretoriani, nel 222 d.C., ad uccidere l’imperatore e sua madre. L’ultimo della dinastia dei Severi fu Alessandro Severo (222 – 235). Salito al trono all’età di 14 anni circa, Alessandro Severo, cugino di Elagabalo, governò per i primi anni assicurando un periodo di pace. Nel 227, però, il re dei Parti Artabano V venne deposto ed ucciso da Ardashir, rappresentante della dinastia sasanide dei Persiani. Alessandro Severo, che nel nome e nelle imprese intendeva rinnovare la gloria del grande Alessandro Magno, guidò, tra il 230 ed il 233, una spedizione militare contro i Persiani (nel tentativo di emulare la grande impresa di Alessandro Magno contro Dario III nel IV sec. a.C.. Ricordiamo, in proposito, la battaglia presso il fiume Granico, nel 334 a.C, la battaglia di Isso e la fuga di Dario, nel 333 a.C., la battaglia di Gaugamela, nel 331 a.C.). Ma gli esiti furono ben più modesti: Alessandro Severo ottenne qualche pallido successo, ma dovette subire gravi perdite militari ed umane. Nel 234 Alessandro Severo intraprese una campagna militare contro la tribù germanica degli Alamanni (o Alemanni) che avevano attaccato i confini dell’impero, oltrepassando il Reno e il Danubio. Alessandro trovò la morte tra il 18 e il 19 marzo del 235 a Mogontiacum (Magonza) insieme alla madre, in un ammutinamento probabilmente capeggiato da Massimino Trace, un generale della Tracia, che si assicurò il trono.

La crisi del III secolo d.C.

 Introduzione

Come si è già detto, l’impero romano del II e, soprattutto, del III secolo d.C. propone, come novità principale, l’integrazione di tutti i popoli e di tutti i paesi del Mediterraneo entro un unico grande organismo unitario, secondo un progetto ed una visione politica, definitisi gradualmente, già a partire dal I secolo d.C. con l’imperatore Claudio.

Tuttavia, ciò non contribuì a portare, soprattutto a lungo termine, pace e stabilità nei territori controllati da Roma. Molti segnali di crisi si profilavano all’orizzonte, soprattutto sul piano economico, ambito nel quale le possibilità di un miglioramento venivano fortemente soffocate dalla mancanza di un vero e proprio progresso tecnico. Per comprendere meglio il senso di tale affermazione, è sufficiente prendere in considerazione quanto avveniva nel campo dell’agricoltura, in cui il sistema dello schiavismo determinava un forte ristagno nelle tecniche di lavorazione e di produzione.

In ambito culturale, il diffondersi della filosofia stoica e di altre correnti filosofiche manifestavano un altro aspetto della crisi che attraversava l’impero in questo periodo. La sfiducia nelle “risorse puramente umane” spingeva molti romani ad abbandonare la religione tradizionale per abbracciare culti mistici che implicavano un più intimo contatto con la divinità come speranza di salvezza. Non c’è da stupirsi,  pertanto, che in tale contesto trovasse amplissima diffusione il Cristianesimo che sovvertiva alla radice i valori tradizionali e preannunciava un vero e proprio “rovesciamento delle gerarchie”. La nuova religione lasciava sperare che in una vita ultraterrena i poveri ed i perseguitati sarebbero stati rinfrancati dalla grazia divina, mentre i potenti della terra sarebbero stati puniti per le colpe commesse in vita. Il Cristianesimo, dunque, veniva percepito sempre di più come la religione dei poveri, dei bisognosi e degli ultimi cosa che, peraltro, lo rendeva, più di altre religioni, esposto alle persecuzioni dei Romani.

Infatti l’impero, che era stato sempre tollerante nei confronti dei popoli e dei loro culti religiosi, ricorse ad una politica sempre più persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo. Ciò soprattutto perché il Cristianesimo, oltre che come religione degli ultimi, si presentava anche come la religione dell’uomo e non dello Stato. I cristiani, pur riconoscendo in pieno l’autorità politica, non solo rifiutavano la venerazione dell’imperatore come dio in terra, ma tendevano a scardinare quello che era un pilastro fondamentale dell’economia romana, cioè lo schiavismo, in quanto gli schiavi, al pari di tutti gli uomini, venivano considerati figli di Dio e, come tali, andavano trattati al pari di tutti gli altri figli di Dio.

L’economia dell’impero

Nei primi tre secoli dopo la nascita di Cristo, come si è già detto, l’impero inquadrò in un organismo unitario tutti i Paesi del Mediterraneo, cercò di promuovere un’amministrazione più giusta nelle province e segnò un record senza precedenti della sua durata e della sua estensione, ben maggiori di quella, ad esempio, soprattutto sul piano temporale, dello stesso impero di Alessandro Magno.

Come oggi parliamo di area del dollaro o dell’euro, allo stesso modo in quei tempi si sarebbe potuto parlare di area del denario (la moneta romana); sul piano linguistico, il latino in Occidente e il greco in oriente avrebbero potuto considerarsi alla stessa stregua dell’inglese di oggi.

Tuttavia, accanto a questi punti di forza, riscontriamo anche degli importanti elementi di debolezza, ravvisabili nei seguenti fattori:

1)   l’eccessiva concentrazione di popolazione, spesso improduttiva, nelle città.

2)   Gli acquisti, sempre più frequenti e consistenti, di merci di lusso dai mercati dell’Estremo Oriente, pagati con moneta pregiata, in modo tale da determinare una progressiva mancanza di oro e di argento, la coniazione di monete con un potere di acquisto sempre più basso e, quindi, un notevole aumento dell’inflazione.

3)   Il forte ristagno, come si è detto, del progresso tecnico e l’insufficienza produttiva, da considerare come effetti negativi dell’economia fondata sul sistema dello schiavismo. Gli schiavi, infatti, tendevano generalmente a lavorare il meno possibile e nel peggiore dei modi, nonostante il timore delle punizioni. In un tale contesto, pertanto, non avrebbe avuto senso dedicarsi (finanziandone le attività) all’invenzione di nuovi e più raffinati attrezzi e strumenti, anche perché l’uso maldestro da parte degli schiavi avrebbe potuto metterli rapidamente fuori combattimento.

4)   Il “parassitismo di massa” che caratterizzava, oltre agli schiavi, un po’ tutti gli strati sociali più poveri della popolazione.

 A questi fattori dobbiamo aggiungerne altri che riguardano più specificamente i mutati rapporti economici tra l’Italia e le province.

La nostra penisola, che in passato aveva costituito la spina dorsale dell’economia imperiale, aveva fin dal I secolo d.C. evidenziato profondi segnali di crisi che investivano soprattutto l’agricoltura, il cui sviluppo era stato frenato dal perdurare del latifondismo a discapito della media e piccola proprietà contadina. Del resto, quello del latifondo era una questione già presa in seria considerazione dai Gracchi. Era stata poi oggetto delle riforme di Cesare, di Augusto e della politica economica di altri imperatori, ma nessun risultato sostanziale e, soprattutto, duraturo era stato conseguito. La stessa distribuzione di appezzamenti di terreno ai veterani non aveva sortito grandi effetti, in quanto i nuovi padroni o rivendevano subito i terreni o, comunque, ne affidavano la lavorazione agli schiavi senza curarsene più di tanto. Il lavoro schiavile, inoltre, metteva in ginocchio i cosiddetti “lavoratori liberi”, favorendone l’aumento della disoccupazione. Lo scrittore Giunio Moderato Columella, vissuto nel I secolo d.C., lamentava che i Romani abbandonavano “l’agricoltura allo schiavo più inetto, come ad un boia per il castigo, mentre i nostri antenati vi impiegavano la gente migliore nel migliore dei modi”. Non bisogna quindi stupirsi se anche per i prodotti agricoli, come più in generale per tutte le merci, in un regime di libera circolazione non caratterizzato da misure protezionistiche, la penisola italica e la stessa Roma si fossero presto venute a trovare a dover subire la concorrenza agguerrita delle province, sia d’Occidente che d’Oriente. Ad esempio, la Gallia era diventata una grande esportatrice di olio. Questi mutati rapporti economici fra l’Italia e le province spinsero imperatori come Vespasiano ad ampliare le maglie della classe dirigente alle classi sociali più ricche della Gallia e della Spagna, oppure imperatori come Nerva e Traiano a promuovere provvedimenti in favore delle famiglie più povere e dei contadini italici, oppure imperatori come Caracalla ad estendere, con la  Costitutio Antoniniana, ricordata anche come Editto di Caracalla, la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero, esclusi i dediticii, cioè le popolazioni rurali.

Religione nell’impero tra I e III secolo d.C.

Molti imperatori, tra cui principalmente Augusto, avevano cercato di ridare slancio e vitalità alla religione tradizionale. Tuttavia essi dovettero arrendersi di fronte al fatto che un sentimento o una professione religiosa non possono essere promossi o imposti da provvedimenti legislativi se non coinvolgono in pieno la spiritualità degli uomini. E tale spiritualità era talmente lontana dai riti della religione ufficiale da percorrere le strade totalmente diverse dello stoicismo, da un  lato, e delle correnti mistiche (fondate sull’apporto degli “iniziati”) dall’altro.

Lo stoicismo aveva introdotto il concetto di una provvidenza divina che regge l’universo ed aveva vincolato l’uomo al rispetto di precisi canoni etici nelle proprie azioni. I culti misterici orientali, in particolar modo quelli di Cibele, la Grande Madre, di Iside e Osiride e, soprattutto, quello persiano di Mitra, identificato con il dio Sole in lotta contro il male, erano accomunati allo stoicismo e, per certi aspetti, al cristianesimo dal fatto che nascevano dall’esigenza di un più intimo rapporto tra i fedeli e la divinità, nonché da un desiderio di purificazione personale tale da consentire una speranza di salvezza. Gli uomini si rivolgevano al “divino” che era alla base di questi nuovi culti religiosi soprattutto perché avvertivano in pieno l’incapacità di trovare da soli una via di uscita ad una crisi che non era solo economica e politica, ma anche spirituale e culturale.

La diffusione del Cristianesimo

In tale contesto maturò la diffusione del Cristianesimo e del messaggio di Cristo.

Esso si rivolgeva soprattutto ai poveri e agli umili e, come si può evincere dal famoso Discorso della montagna (il discorso delle beatitudini), riportato nel Vangelo di Luca, aveva un valore talmente eversivo, in termini di rovesciamento delle gerarchie sociali, da essere subito visto con diffidenza dalle classi dirigenti romane. Alla diffusione della Buona Novella diede, tra gli altri, un contributo decisivo Paolo di Tarso. Questi, nativo di Tarso in Cilicia, era stato inizialmente ostile ai cristiani, salvo poi convertirsi alla religione cristiana  nel 34 d.C.. Da quel momento si dedicò con passione alla predicazione e alla diffusione della nuova religione. Fu decapitato nei pressi di Roma, lungo la Via Ostiense, al tempo di Nerone.

Le prime comunità di cristiani si formarono tra il I ed il II secolo d.C. e trovarono seguaci soprattutto tra le classi medie e quelle meno abbienti. Ogni comunità era guidata dagli anziani, definiti presbyteroi, e dai “sorveglianti”, chiamati episcopoi. La predicazione e l’applicazione del messaggio di Gesù trovavano piena e concreta realizzazione nell’assistenza ai poveri e ai malati. Cominceranno, ben presto, a crearsi legami tra le diverse comunità dei fedeli, in Oriente e in Occidente e cominciò a costituirsi la Chiesa come struttura organizzata. Il punto di forza e di coesione delle comunità cristiane era dato dal fatto che la loro fede non si offuscava neppure dinanzi alle persecuzioni violente di cui molti furono vittime.

Se al tempo di Nerone la persecuzione anticristiana fu alimentata dal desiderio dell’imperatore di allontanare da sé la rabbia del popolo per l’incendio di Roma, la politica di intolleranza dei successivi imperatori deve essere ricondotta alla netta dicotomia operata dai cristiani tra autorità politica e autorità religiosa, secondo la celebre frase di Gesù Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio.

 

Anarchia militare

Alle frontiere imperiali, come si è visto, incalzavano diverse popolazioni, tra cui quelle degli Alamanni (lungo il Reno), quelle dominate dalla dinastia dei Sasànidi, o Sassanidi (lungo il territorio dei Parti) e dalla dinastia degli Arsàcidi (nell’area persiana). Alessandro Severo aveva cercato di difendere le aree maggiormente esposte agli attacchi delle popolazioni confinanti, ma la sua abitudine a patteggiare e a mercanteggiare con i nemici gli costarono il risentimento dell’esercito e la stessa sua uccisione.

Nel periodo che va dal 235 al 268 si ebbe un periodo di grave disordine ed instabilità che siamo soliti definire anarchia militare, caratterizzata dallo strapotere dell’esercito in una situazione di vuoto e di instabilità in termini di potere centrale e politico. Diversi furono gli imperatori di questo periodo: il primo fu  Giulio Vero Massimino (detto Massimino il Trace), che governò dal 235 al 238, anno in cui fu assassinato dai suoi legionari.

Benché fosse inviso al Senato e a gran parte della popolazione, Massimino il Trace riuscì a governare per qualche anno, grazie alla sua riconosciuta esperienza militare, di cui l’impero in questa fase di grande pericolo aveva certamente bisogno. Massimino ottenne importanti successi lungo il Reno e il Danubio contro le popolazioni germaniche. Tuttavia, i crescenti sforzi militari richiesero un notevole aggravio della pressione fiscale ai danni dei contribuenti. I cittadini, soprattutto gli aristocratici, non furono disposti a finanziare le guerre con le nuove tasse imposte da Massimino. Per questo ci furono diverse rivolte dentro e fuori l’Italia, finché Massimino il Trace non venne ucciso dai suoi legionari presso Aquileia.

Con Massimino il Trace si ebbe anche una nuova e più sistematica persecuzione dei Cristiani ai quali lo Stato confiscò anche molti beni che andarono a rimpinguare l’erario pubblico.

A lui successe il dodicenne Gordiano III che regnò per alcuni anni, fino al 244 d.C., con il sostegno del suocero, prefetto del pretorio, la cui morte mise poi a repentaglio lo stesso impero di Gordiano. Per cinque anni, dal 244 al 249, governò Filippo l’Arabo. A lui toccò, il 21 aprile 248, celebrare il primo millenario della fondazione di Roma. Questi venne, però, ucciso da Decio, generale delle truppe della Pannonia, che governò dal 249 al 251. Decio dovette fronteggiare i Goti e i Persiani. Morì nel 251, combattendo contro i Goti. Dopo ulteriori avvicendamenti si giunse all’impero di Valeriano (253 – 260). Valeriano, che associò a sé il figlio Gallieno, attaccò i Persiani, ma fu catturato e fatto prigioniero dal loro re Shapur. Mai, fino a questo momento, era successo che un imperatore romano cadesse prigioniero in mano nemica. Morto Valeriano, il figlio Gallieno governò, come imperatore unico, dal 260 al 268. Anche Gallieno, però, morì violentemente, vittima di una congiura. Sotto il suo regno, le tendenze separatistiche delle province si esasperarono. Infatti, l’impero si trovò diviso in tre parti: oltre a quello “ufficiale” guidato da Roma, in Oriente, si costituì, sotto la guida della regina Zenobia, il Regno autonomo di Palmira, attorno alla città omonima, comprendente il territorio della Siria, della Palestina e della Mesopotamia; in Occidente, invece, sorse, sotto la guida del generale Postumo, il Regno autonomo delle Gallie comprendente Gallia, Spagna e Britannia.

Deceduto Gallieno, governò, dal 268 al 270, M. Aurelio Claudio, chiamato Gotico per una sua vittoria sui Goti. Questo imperatore morì di peste. Poi fu la volta di Aureliano, dal 270 al 275. Questi restaurò l’unità dell’impero in Asia e nelle Gallie e difese l’Italia da un’invasione di barbari. Per fronteggiare il pericolo di nuovi attacchi, Aureliano fece costruire attorno alla città di Roma delle poderose mura difensive, dette mura aureliane. Oltre ad aver ricostituito l’unità dell’impero, Aureliano riuscì anche a ridare prestigio alla figura del sovrano attraverso la divinizzazione del monarca, considerato come tramite tra uomini e divinità, associando il culto del dio Sole a quello dell’imperatore. Il culto introdotto da Aureliano si ispirava all’analogo tentativo intrapreso, tra il 218 ei 222, da Elagabalo (per i Romani Eliogabalo) di imporre ai Romani un culto di tipo monoteistico di origine siriaca che, però, gli costò il risentimento dei pretoriani che nel 222 lo uccisero. Eliogabalo era successo a Caracalla, in quanto si era fatto credere suo figlio. In realtà, egli era un sacerdote assiro del dio Sole, Elagabal, di cui assunse il nome.  Alla morte di Aureliano, nel 275, seguì un altro decennio di instabilità e di anarchia. La svolta si ebbe nel 285, con l’ascesa al potere dell’imperatore illirico Valerio Diocleziano (285 – 305).

Diocleziano (285 – 305)

Acclamato imperatore dall’esercito nel 284 d.C., Diocleziano ottenne effettivamente il potere nell’estate del 285, dopo aver sconfitto le truppe del generale Carino. Egli, consapevole dell’impossibilità di governare stabilmente l’impero da solo, suddivise in più persone il potere imperiale. Così, scelse in primo luogo un collega, che individuò in Marco Aurelio Massimiano. Tenne per sé l’Oriente e diede all’altro Augusto la parte occidentale dell’impero. Alcuni anni dopo, nel 293, entrambi gli Augusti scelsero due “Cesari” e, cioè, Costanzo I Cloro, come Cesare di Massimiano, Caio Galerio, come Cesare di Diocleziano. In tal modo nacque la tetrarchia che segnava, mutatis mutandis, il ritorno al criterio di successione basato sulla scelta del migliore, come ai tempi di Nerva. Molto importante fu, inoltre, la riforma amministrativa di Diocleziano. Essa prevedeva:

a) il ridimensionamento territoriale delle province ed il loro incremento in termini numerici;

b) il raggruppamento delle novantasei nuove province in 12 diocesi, rette da vicari con compiti di amministrazione della giustizia e di riscossione delle imposte;

c) riforma fiscale, contestuale alla divisione dell’impero in 12 diocesi, caratterizzata dall’introduzione del tributo di capitazione con cui si calcolava, anche in rapporto al patrimonio, quanto dovesse pagare allo Stato ciascun abitante dell’impero.  

c) il raggruppamento delle diocesi in quattro prefetture, corrispondenti alle quattro regioni dell’impero assegnate ai tetrarchi, vale a dire, l’Oriente, con l’Asia, la Tracia e l’Egitto (Diocleziano); la Grecia, la Macedonia e l’Illiria (Galerio, Cesare di Diocleziano); Italia, isole italiche e Africa (Massimiano); Britannia, Gallia, Spagna e una parte della Mauritania (Costanzo I Cloro, Cesare di Massimiano). Ne scaturì anche la suddivisione del potere militare, affidato a un dux, e del potere civile, affidato a un prefetto. Rientravano, come unità più piccole, nella suddivisione territoriale ed amministrativa dell’impero quelle dei Municipia, governati dalle curie, i cui membri, definiti curiales, avevano il compito di riscuotere le imposte previste, rischiando di pagare di tasca propria i proventi non riscossi. Molti cercarono di rifiutare questo incarico così gravoso, ma Diocleziano resa tale carica ereditaria, così come fece per i soldati, per i contadini e per tutti coloro che erano impegnati in mestieri o professioni, creando, in tal modo, delle classi sociali chiuse e, nel caso dei contadini, gettando le premesse per il costituirsi della servitù della gleba. Molto importante fu anche la riforma dell’esercito, di cui venne accresciuto il numero delle legioni e vennero suddivisi i reparti in limitanei (quelli di confine stanziati nelle province, che dovevano anche coltivare i territori occupati) e in comitatensi (quelli dislocati in punti strategici e costituiti dai comitatus, gruppi di manovra in grado di intervenire rapidamente, ovunque fosse stato necessario). Mancando una vera e propria leva volontaria ed essendo insufficienti le risorse della leva militare ereditaria, Diocleziano obbligò i proprietari terrieri a fornire uomini per l’esercito o, in alternativa, a pagare, come forma di “permuta”, una somma di danaro. Ma nell’uno e nell’altro caso l’esercito fu danneggiato: infatti, nel caso di arruolamento di uomini sottratti al lavoro dei campi, non esperti e demotivati, l’esercito vedeva peggiorare notevolmente la qualità dell’addestramento militare. Invece, nel caso della “permuta”, occorreva sopperire alla mancanza di manodopera militare con soldati arruolati tra i barbari. In ogni caso, dunque, l’esercito ne sarebbe uscito indebolito. La trasformazione delle classi sociali in “caste” chiuse rispondeva all’esigenza di conferire maggiore stabilità alle forze produttrici dell’impero. In questa logica, dunque, rientrava anche la nuova definizione dei clarissimi (l’antico ordine senatorio degli optimates), chiamati ad amministrare la burocrazia statale; dei perfectissimi (o cavalieri); dei curiales, cioè coloro che erano costretti a tramandare di padre in figlio la loro professione di esattori.

  

Diocleziano e la crisi economica

L’imperatore affrontò la crisi economica cercando di frenare anche il costante aumento dei prezzi attraverso l’emanazione, nel 301, dell’editto dei prezzi con cui si stabiliva il prezzo massimo delle merci. Tuttavia questo provvedimento, volto a calmierare, cioè a contenere i prezzi, si rivelò, tuttavia, inidoneo, dal momento che tutte le merci incluse nel provvedimento vennero ritirate dal mercato ufficiale per essere immesse successivamente sul mercato nero, cioè su un mercato clandestino con prezzi molto più elevati.

Con Diocleziano si ebbe anche l’ultima delle grandi persecuzioni contro i Cristiani che, tuttavia, pur provocando molte vittime tra i cristiani, non riuscì nell’intento di eliminare la cristianità dall’impero.

 


(1) titolo che gli derivò anche dall’essere considerato rappresentante sulla terra di Giove Ottimo Massimo.

(2) In politica estera Domiziano si era limitato a rafforzare i confini dell’impero. Si segnalano, tuttavia, la campagna militare contro la Britannia, condotta dal generale Gneo Giulio Agricola, quella contro le popolazioni del Reno, nonché la creazione delle nuove province della Germania superiore e della Germania inferiore. La Germania superiore comprendeva i territori dell’attuale Svizzera, Germania e Francia. La Germania inferiore comprendeva Paesi Bassi e Germania occidentale. Gli insediamenti principali della regione erano Bonna (Bonn), Castra Vetera (Xanten), Trajectum ad Rhenum (Utrecht), e Colonia Agrippinensis (Colonia), la capitale della provincia. Altro successo di Domiziano era stato il consolidamento del limes, cioè della cinta muraria fortificata che Vespasiano aveva fatto innalzare, come costruzione difensiva, attorno al territorio compreso tra il Reno e il Danubio. Diversamente erano andate le cose in Europa orientale, dove Domiziano aveva subito una pesante sconfitta in Dacia (attuale Romania). I Daci avevano ottenuto dai Romani l’indipendenza in cambio del sostegno militare nella difesa dei confini dell’impero in quell’area. Questa concessione era stata considerata dagli avversari di Domiziano un compromesso al ribasso e rese piuttosto traballante la posizione politica del principe.

(3) Le campagne militari di Traiano contro i Daci erano state due: la prima, tra il 101 ed il 102 d.C., ebbe come esito la riduzione della Dacia a stato vassallo di Roma. La seconda, tra il 105 ed il 106 d.C., vide la trasformazione di questa regione in provincia romana.

(4) La denominazione di questa località deriva da πέτρα, che in greco significa roccia. Era una città in cui l’uomo, fin dalla preistoria, aveva usato le caverne naturali a scopo abitativo, posta a circa 250 km a Sud di Amman, la capitale della Giordania. Il suo nome semitico era Reqem o Raqmu (« la Variopinta »).

(5)La Colonna Traiana, formidabile mezzo di propaganda politica e militare, fu realizzata per celebrare il trionfo dacico. La narrazione si sviluppa per un’altezza di 38 metri e per una lunghezza complessiva di quasi 200 metri. Alla sommità della colonna troviamo la statua di Traiano, andata perduta nel Medioevo e ricostruita nel 1587 all’epoca di papa Sisto V. Il fusto della colonna è caratterizzato  da un fregio a rilievo che rievoca i momenti più importanti della vittoria di Traiano sui Daci tra il 101 – 102 ed il 105 – 106. Il fregio, nel quale sono state contate circa 2500 figure, pare simile ad un rotolo che si dipana lungo il fusto della colonna.