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Un mondo di servizi digitali per accompagnare ragazze e ragazzi nel percorso di crescita, per aiutarli a fare scelte consapevoli e a coltivare e far emergere i loro talenti
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Spesso, ci intestardiamo, ci inaridiamo e diventiamo duri nei confronti degli altri, come avviene nel passo odierno del Vangelo di Marco, in cui i Nazareni, ottenebrati dalla loro superbia, non riescono a cogliere la straordinaria novità di cui Gesù si fa portatore.
Quante volte, anche noi, ci ostiniamo a vedere solo il male nelle persone? Quante volte, ancora oggi, l’orgoglio fine a se stesso, il pregiudizio, l’invidia e il rancore offuscano la nostra mente? Quante volte diventiamo ottusi e insensibili, proprio come gli abitanti di Nazaret, che non accolgono Gesù e il suo disegno di salvezza?
Quando ciò avviene, significa che siamo contagiati da una malattia infida e insidiosa, da una “patologia cardiaca” che rischia di ridurci allo stadio di “malati terminali”: la “sclerocardia”, la durezza del cuore, la malattia dell’“impietrimento” mentale e spirituale di coloro che “posseggono un cuore di pietra e la “testa dura” (Papa Francesco). È una malattia interiore che corrode, distrugge e uccide il nostro spirito; un terribile cancro invisibile che attanaglia le “cellule” della nostra anima e si diffonde con “devastanti metastasi” nel nostro cervello, soffocandolo con le sue insormontabili barriere mentali.
Un solo “dottore” potrà curarci da tutto ciò: Cristo, medico dell’anima e del corpo. Se ci affideremo totalmente a lui, saremo salvati, proprio come quei pochi malati che, a Nazaret, credettero veramente in Gesù, e furono da lui guariti (Egli “impose le mani a pochi malati e li guarì”).
Chiediamo con forza allo Spirito Santo di sciogliere il nostro cuore, affinché, affrancati dalla schiavitù dell’orgoglio, del rancore, del pregiudizio e dell’invidia, possiamo finalmente volgere il nostro sguardo verso ciò che veramente conta: Gesù, unica nostra forza, unico nostro motivo di vanto e di orgoglio, unica nostra salvezza, unico nostro e sommo bene! Seguiamo Cristo con spirito libero e umile, affinché possiamo amare gli altri con “il cuore di Dio”.

Foto tratta dal sito https://nicolacostanzo.wordpress.com/2016/08/01/nessuno-e-profeta-in-patria-ancor-piu-se-la-terra-in-questione-si-chiama-sicilia/
(riflessioni sulle letture di oggi 28/05/2024)

“Carissimi, sulla salvezza indagarono e scrutarono i profeti che preannunciavano la grazia a voi destinata” (1Pt, 1-10).
La salvezza a cui Pietro fa riferimento è quella delle anime, la redenzione offertaci da Gesù con la sua passione, morte e resurrezione, preannunciata dai profeti. Il riferimento ai profeti “ispirati dallo spirito di Cristo” evidenzia, inoltre, l’armonia e la comunione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra la vecchia e la nuova alleanza.
Il tratto di unione è dato dallo “spirito di Cristo”, sì, proprio quello Spirito Santo, il Paraclito inviato dal Signore nel giorno di Pentecoste sulla Chiesa nascente.
L’apostolo Pietro ci rassicura e ci incoraggia, ma, nello stesso tempo, ci invita ad essere sobri e temperanti e ad affrontare anche le prove e le sofferenze che possono presentarsi lungo il cammino della nostra esistenza.
Attraverso queste prove, infatti, noi possiamo purificarci e risplendere di maggior luce alla presenza del Dio della luce, proprio come l’oro viene purificato e temprato dal fuoco.
Certo, questo significa anche dover abbracciare una croce che può sembrarci difficile da portare. Eppure, al nostro fianco, accanto a ciascuno di noi, c’è un “Cireneo” speciale che può aiutarci a sopportarne il peso: quel “Cireneo” è Gesù, l’Emmanuele, il “Dio con noi” e il “Dio in noi” che ci invita a metterci sotto il suo giogo dolce e soave, ad abbandonarci a lui con la tranquillità di figli.
Il nostro tenero, sincero e filiale “abbandono” al Signore ci garantirà quelle meraviglie che il Signore compie per ogni uomo e per le quali possiamo e dobbiamo ringraziarlo con lo splendido canto di lode che troviamo nel salmo 97.
Il tema della salvezza è presente anche nel passo odierno del Vangelo (Mc 10,28-31), in cui, alle parole di Pietro, Gesù risponde affermando che porsi alla sua sequela può comportare sacrifici, tribolazioni, prove, sofferenze, ma anche una straordinaria ricompensa. Sì, il Signore ci renderà il centuplo e ci offrirà la salvezza, unica vera meta alla quale dobbiamo aspirare.
Se ci sforzeremo di essere santi, lo sguardo di Gesù si poserà su ciascuno di noi ed egli non smetterà di amarci. Gesù non aspetta altro che questo. Per questo ci chiama con la sua vocazione speciale. E noi, a nostra volta, non dobbiamo fare altro che lasciarci pervadere dalla sua presenza e sottometterci al suo giogo dolce e soave, rendendoci, così, meritevoli della sua ricompensa.
Facciamo nostre le parole di San Giovanni Paolo II: “aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo, alla sua salvatrice potestà”. Se noi apriremo le porte del nostro cuore a Cristo, egli aprirà a noi le porte del suo amore e la sua Parola sarà “lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino”.
……………..
«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna” … (San. Giovanni Paolo II, domenica 22 ottobre 1978, all’inizio del Pontificato di Giovanni Paolo II)».

Riflessioni sulla liturgia di oggi, 2 maggio 2024
Oggi la Chiesa celebra la memoria di Sant’Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa, convinto e tenace difensore della fede autentica in un periodo in cui essa era messa a dura prova dall’eresia ariana che, negando la natura divina di Cristo e, quindi, l’uguaglianza e la consustanzialità del Padre e del Figlio, metteva in discussione lo stesso disegno salvifico del Padre per le redenzione dell’umanità attraverso il Figlio.
Le questioni poste in essere da Ario furono affrontate, in particolare, nel Concilio di Nicea del 325 da cui scaturì il “Credo” niceno.
Di “concilio” si può, tuttavia, parlare già con il passo odierno degli Atti (15, 7-21): è il Concilio di Gerusalemme, tenutosi intorno al 49, sul tema che si ricollega al v. 5 dello stesso capitolo, in cui alcuni farisei convertitisi alla religione cristiana affermano che la salvezza è subordinata alla circoncisione.
Paolo e Barnaba, che da Antiochia sono venuti a Gerusalemme proprio per discutere su tale questione, affermano, in linea con la visione di Pietro, che la salvezza e il perdono dei peccati sono il frutto dall’opera di Dio mediante la fede degli uomini e la grazia del Signore Gesù Cristo.
Il Concilio, a cui partecipano Paolo, Barnaba, Pietro e Giacomo, approda alla conclusione che la vera “circoncisione” richiesta da Dio è la “circoncisione dei cuori”. L’uomo è puro per la fede e per la sua capacità di testimoniare il Vangelo.
Pietro, in particolare, afferma: “Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro” (Atti 15, 8-11).
Tale purezza , però, deve essere rafforzata, secondo la visione dell’apostolo Giacomo, con il rispetto di alcuni divieti, già presenti nella legge Mosaica, tra cui quello di astenersi dal culto degli idoli, dalle religioni false, dalle unioni illegittime e dal mangiare cibi impuri, come la carne di animali che avevano ancora il sangue al loro interno. Il sangue, infatti, è il simbolo della vita e, come prescritto già dalla legge mosaica, deve essere offerto al Signore.
Giacomo media tra la posizione di Pietro e quella dei farisei convertiti. Questi ultimi, sconfitti in merito al principio della circoncisione, segnano, in qualche modo, un punto a loro favore con l’imposizione l’obbligo di osservare altri importanti divieti già presenti nella Legge di Mosè.
Così, se da un lato, non si impongono ai pagani convertiti regole “irricevibili” (la circoncisione era considerata dai pagani, già in età classica, un’usanza inammissibile), dall’altro si prescrivono loro alcune regole fondamentali che devono essere rispettate da ogni fedele cristiano.
Una novità straordinaria, quella della salvezza universale donata da Cristo a tutti i popoli, che affonda le sue radici nel passo del Salmo di oggi (95, 1-3, 10):
Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite le sue meraviglie.
Dite tra i popoli: «Il Signore regna!».
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.
Il canto nuovo è la novità del Vangelo, il cui messaggio è universale e, dunque, può e deve essere “cantato” da tutti i popoli della terra.
La decisione assunta dal Concilio di Gerusalemme è perfettamente in linea con quanto predicato nel passo del vangelo di oggi (Gv 15, 9-11), in cui l’evangelista ci invita ad osservare i comandamenti per rimanere sempre radicati nell’amore di Cristo. Solo così potremo contribuire a far nascere una vita e un’umanità nuove.
L’amore che Gesù ci chiede, tuttavia, è totalizzante ed anche esigente, come leggiamo nei versetti immediatamente successivi a quelli che ci vengono proposti oggi dal Lezionario. Cristo ci esorta ad amarci reciprocamente, come lui ha amato noi, e a offrire la nostra vita per gli amici, mettendo a disposizione il nostro tempo per aiutare chi si affida a noi.
Ecco le parole di Gesù che ritroviamo Gv 15, 12-15 ” Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.
Riflettiamo, dunque, su quanto oggi ha da dirci la Parola di Dio e preghiamo lo Spirito Santo affinché ci aiuti a rimanere sempre nell’amore di Cristo, rispettando concretamente il suo più nuovo e più grande comandamento.
Possiamo senz’altro vedere nella parole di Giacomo l’azione sapiente, equilibrata e, proprio per questo, unificante dello Spirito Santo. Quello del Concilio di Gerusalemme può, dunque, costituire, proprio grazie all’azione di Giacomo, uno straordinario esempio di apertura verso al mondo o, come diremmo noi oggi, di dialogo ecumenico.
A Gerusalemme si afferma in maniera irreversibile e definitiva il modello della Chiesa universale che aveva mosso i suoi primi passi ad Antiochia, in Siria, dove, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani (Atti 11, 19-26).

Il passo odierno del vangelo, tratto da Giovanni, 14, 27-31, ci parla della pace di Cristo. Essa è radicalmente diversa da quella degli uomini. La pace che Gesù ci dona non è semplicemente assenza di guerra, non è legata alle circostanze e, soprattutto, non scade. Cristo è fedele sempre, siamo noi a tradirlo e, talvolta, ad abbandonarlo. La vera fede consiste nel legarsi indissolubilmente alla Parola e alla persona di Gesù. Così, quando ci troveremo in balia delle tempeste, se avremo fiducia in Lui, sapremo affrontare e superare ogni pericolo. Con Gesù non possiamo e non dobbiamo avere paura.
Il nostro quotidiano atto di fede in Lui implica, di contro, una vera e propria disobbedienza alla paura, perché la pace di Cristo è presente nei nostri cuori quando, pur fra tanti problemi e fra tante angosce, sappiamo di non essere mai soli! D’altronde, “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8, 31-39).
Aggrappiamoci a Gesù: grazie a lui si realizza quell’umanità nuova e riconciliata con Dio a cui possiamo e dobbiamo aspirare! Gesù è la vera pace di cui il mondo, soprattutto oggi, ha così tanto bisogno. Possiamo ottenere questo dono straordinario se ci lasceremo guidare dal Signore per mezzo dello Spirito Santo e se sapremo cambiare radicalmente la nostra vita. Solo così, infatti, potremo “andare con gioia incontro al Signore” che ci dice: “Alzatevi, andiamo via di qui”.
Accogliamo, dunque, l’invito di Gesù e cerchiamo con fiducia la vera pace in Lui. Non stanchiamoci mai di lodare il Signore, come ci chiede il Salmo 144, e di chiedergli sempre “donaci la tua pace, o Signore!”. In Lui troveremo la vera pace, perché “Ubi Deus, ibi pax (Dove c’è Dio, lì c’è la pace)!
Con i giovani e, in particolare, con gli studenti, bisogna essere autorevoli, non autoritari. Autorevolezza sempre, autoritarismo mai. Gli …”ismi” sono sempre molto pericolosi e possono produrre drammatiche “allergie” alla democrazia!



“Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,13-21)
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Il passo del Vangelo di Luca che, oggi, la Liturgia ci ha proposto, ci fa riflettere su un aspetto molto importante: Gesù ci indica il giusto atteggiamento da osservare verso i beni terreni.
Lo spunto per questa importante riflessione gli è offerto da un tale che, tra la folla, interviene e rivolge al Signore una richiesta ben precisa: “Di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”.
Questo anonimo personaggio spera in una risposta affermativa, ma Gesù rifiuta di farsi giudice di faccende legate ai beni terreni e vede nel suo interlocutore un uomo dal cuore appesantito e intristito dall’eccessivo attaccamento alle ricchezze di questo mondo. Così invita quel personaggio (ma, al contempo, anche tutti noi) a superare la logica dell’attaccamento alle ricchezze, a tenersi lontano da ogni forma di avidità e di cupidigia, nella consapevolezza che la vita di ciascuno non dipende da ciò che si possiede.
Questa esortazione è accompagnata da una parabola, quella di un uomo ricco che, avendo ottenuto un raccolto abbondante, al di là di ogni più rosea previsione e aspettativa, preso dall’euforia, si lancia a fare progetti a lungo termine per il futuro: costruire nuovi magazzini più grandi, per depositarvi il suo grano e tutte le sue ricchezze (una sorta di Zio Paperone ante litteram), riposarsi, mangiare, bere darsi alla pazza gioia per tutto il resto della propria vita.
Eppure, ecco che, in quello stesso momento, sente una voce che gli dice: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. È la voce del Signore che lo mette in guardia sul fatto che presto, molto presto, dovrà rendere a Dio la propria vita e lasciare su questa terra tutto ciò che ha accumulato.
Ed è proprio così! Gesù, come sappiamo, non condanna la ricchezza in sé, ma, piuttosto, l’utilizzo che se ne fa. La ricchezza non può essere un fine, quanto uno strumento, un mezzo per realizzare opere buone e gradite a Dio.
Non è vietato avere delle speranze, desiderare qualcosa di meglio per se stessi e per la propria famiglia. I desideri umani, però, se non sono guidati e controllati dallo Spirito Santo, rischiano di degenerare nell’avidità e nella cupidigia, frutto di quella mentalità che induce gli uomini a pensare di dover vivere sempre e soltanto qui, su questa terra, padroni di ricchezze sempre più grandi. Spinti da questo modo di pensare, quasi ci si convince, stoltamente, di essere padroni del tempo e della vita e si incatena il cuore a cose davvero insignificanti, rispetto a quella che dovrebbe essere la vera ricchezza.
Questo rischio può riguardare anche noi. Anche noi corriamo il pericolo di pensare, una volta acquisite determinate sicurezze, di potercene stare oziosi, di poter mangiare, bere e darci alla pazza gioia, nella falsa illusione che ormai abbiamo tutto ciò che ci serve.
Eppure, come scriveva Francesco Petrarca nel sonetto proemiale del suo Canzoniere scriveva “quanto piace al mondo è breve sogno”.
“Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”, leggiamo nella parte finale del vangelo. Per questo, il Signore ci invita ad abbandonare ogni forma di avidità e di cupidigia. Rischiamo di fare male i nostri conti, di sbagliare verso gli uomini, ma soprattutto verso Dio, che ci chiede semplicemente di metterci alla sua sequela e di orientare verso di lui la nostra vita.
Il ricco di questa parabola quale grande errore ha commesso? Ha pensato solo alla felicità terrena, ma si è dimenticato della felicità eterna alla quale ciascuno di noi è chiamato.
Ecco perché, come abbiamo letto nella prima parte del vangelo odierno, Gesù non vuole immischiarsi nelle faccende dell’eredità dei due fratelli. Troppo spesso, proprio in queste circostanze, emerge, talora in modo anche violento, l’attaccamento al denaro e agli interessi terreni. Da questa logica scaturiscono tutti i problemi: i contrasti nelle famiglie e tra le famiglie, le contese all’interno di uno Stato, le inimicizie tra gli Stati e tra i popoli e, dunque, tutte queste guerre da cui il mondo oggi è sempre più e drammaticamente colpito ed afflitto. “Quella casa appartiene a me!”; “quel mobile, quella sedia, quel quadro devo averli io, non certo tu!”; “non toccare quell’orologio era di mio nonno e lo aveva promesso a me!”.
Invischiati in questi ragionamenti, rischiamo di perdere di vista il nostro vero obiettivo, la nostra vera ricchezza a cui dobbiamo tendere. La nostra vera vita non è quaggiù, ma lassù, dove troveremo la vera ricchezza e i veri beni.
Certo, siamo umano ed è facile cadere in tentazione, ma, ogni volta che siamo allettati da falsi desideri, preghiamo e teniamo sempre a mente ciò che diceva P. Pio: “la preghiera calma i turbamenti dell’anima, assopisce la collera, scaccia la gelosia, spegne la cupidigia, diminuisce e inaridisce l’attaccamento ai beni di questa terra, procura allo spirito una pace profonda…” (Pensieri di padre Pio)
Certo, quando verrà il momento di restituire la vita a Dio, non potremo portare con noi il bancomat o la carta di credito, ce ne andremo “nudi”, come nudi siamo venuti in questo mondo.
Potremo portare con noi soltanto una “valigia”: quella delle opere buone che saremo riusciti o che non saremo riusciti a realizzare, della carità e dell’amore che avremo dimostrato o che non avremo dimostrato al nostro prossimo. Più questa valigia sarà colma e pesante e maggiore sarà la possibilità che Dio ci dica: “Vieni, servo buono e fedele: prendi parte alla gioia del tuo Signore”.
Amen

L’Immagine è tratta dal sito https://www.facebook.com/…/a.108266…/182045760071061/…
LA DONNA CANANEA (DOMENICA 20 AGOSTO 2023) – XX DOMENICA DEL T.O. – ANNO A –
Il Vangelo di oggi inizia con una indicazione geografica, riferendo che Gesù con i suoi si trova nella terra di Canaan, al di fuori dei confini di Israele.
Il Signore lascia un segno della sua messianicità anche in questa terra segnata dal paganesimo. E lo fa con un nuovo miracolo.
È una donna la protagonista di questo miracolo. Questa donna, avendo sentito la fama dei prodigi di Gesù gli si fa incontro e con tutte le sue forze gli grida la sua necessità: la guarigione della figlia tormentata dallo spirito impuro di un demonio.
In questa donna possiamo vedere gli stessi sentimenti e lo stesso stato d’animo di una madre che si rivolge al Signore e gli chiede di aiutare il proprio figlio in difficoltà, colpito da una malattia o afflitto da un qualche problema di difficile soluzione.
Eppure, sorprendente è l’indifferenza di Gesù nei confronti di questa richiesta. Egli è insensibile al grido di dolore di quella madre.
Come mai?
È davvero strano, se pensiamo che in altri brani del Vangelo il cuore di Cristo ha sempre avuto compassione per le necessità degli altri e questa compassione lo ha sempre spinto ad aiutarli.
Gesù sembra comportarsi in modo provocatorio: leggiamo nel Vangelo “ma egli non le rivolse neppure una parola”. Finanche i discepoli, infastiditi dall’insistenza della donna, si sorprendono e, stupiti, gli dicono: “esaudiscila, non vedi come ti grida dietro?”.
La reazione infastidita dei discepoli mette a nudo l’apparente indifferenza di Gesù.
Egli risponde affermando che la salvezza appartiene a un popolo prescelto, quello di Israele, ed egli è stato inviato dal Padre suo alla Casa di Israele. Per questo dice: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.
Il pane rappresenta la salvezza, cioè il dono di grazia portato da Cristo, e i cagnolini, nel linguaggio del tempo, erano le persone impure, coloro che non appartenevano al popolo, quindi tutti i pagani.
Ma la donna non si offende e, soprattutto, non desiste e ribatte affermando: “È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Gesù, allora, ammirato dalla tenacia di quella madre cananea, lascia ora trasparire nel suo volto, apparentemente duro, un dolce e rassicurante sorriso.
Così, il Signore, a sua volta, risponde: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri” e, in quello stesso momento, la figlia fu guarita.
Se Gesù sottolinea che la salvezza passa per il popolo eletto, la risposta della donna evidenzia, invece, l’universalità o, come si direbbe oggi, la cattolicità di questo dono che non si limita solo al popolo di Israele, ma che raggiunge tutti gli uomini di buona volontà, cioè tutti coloro si aprono alla grazia di Cristo e che ne accolgono il Vangelo con fede.
Il messaggio fondamentale del passo odierno del vangelo è che la “condicio sine qua non” per ottenere la salvezza non è l’appartenenza ad un popolo, ma è la fede. È la fede, quindi, che ci salva! Per questo Gesù in un passo nel Vangelo di Marco con grande chiarezza afferma: “chi crederà e sarà battezzato” sarà salvo.
Ma che cos’è la fede? Che cosa significa “credere”?
Secondo una suggestiva etimologia latina, “credere” deriva dall’espressione “cor dare”, cioè “dare il cuore”. Dunque, “credere” vuol dire “dare il cuore a Cristo”, affidarsi totalmente a Lui e credere incessantemente nella sua onnipotenza.
E noi a chi affidiamo il nostro cuore? Alle creature o al Creatore? Agli uomini o a Dio?
La donna cananea ha scelto di affidarsi al Signore e non è rimasta delusa!
Imitiamola e anche noi sperimenteremo la benevolenza e l’onnipotenza di Dio e sicuramente anche a noi il Signore, un giorno, dirà: “grande è la tua fede!”.
L’immagine è tratta dal sito: https://www.facebook.com/1954moreno.33/posts/domenica-16-agosto-2020xx-domenica-to-anno-a-dal-vangelo-secondo-matteo-1521-28-/3233565606692927/