Il “Commentariolum petitionis”: una guida per le elezioni consolari — Studia Humanitatis – παιδεία

Il Commentariolum petitionis, attribuito a Quinto Tullio Cicerone, costituisce un documento di eccezionale importanza, un vero e proprio manuale su come vincere le elezioni. L’autore fornisce al fratello Marco, candidatosi per il consolato del 63 a.C., una serie di consigli e raccomandazioni, descrivendo nei minimi dettagli ogni comportamento e gesto che avrebbe dovuto tenere nei […]

Il “Commentariolum petitionis”: una guida per le elezioni consolari — Studia Humanitatis – παιδεία

Storia greca e letteratura greca tardo-antica: “Per un’introduzione al Rhetor di Coricio di Gaza(op. XLII [decl. 12] F./R.)Per un’introduzione al Rhetor di Coricio di Gaza(op. XLII [decl. 12] F./R.)”.

Storia della letteratura: Naturalismo e Verismo – Verga (prima parte) – Cliccando qui sul titolo è possibile aprire l’articolo e visualizzare il file in pdf.

Qui di seguito degli appunti sul Naturalismo e sul Verismo, con riferimento agli scrittori francesi e alle novelle del Verga.

La poesia lirica greca e latina (Letteratura greca-Storia dell’arte-Letteratura latina)

via La poesia lirica greca e latina (Letteratura greca-Storia dell’arte-Letteratura latina)

IL TEATRO GRECO: RITO COLLETTIVO ED INSTRUMENTUM REGNI

Il teatro greco: un rito collettivo per lo Stato e dello Stato

Il teatro, nell´Atene del V secolo a.C., assumeva un valore sacrale ed un´importanza notevole, sia sul piano culturale che su quello politico e sociale. I generi teatrali rappresentati erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco.

Quest´ultimo era così definito perché il coro era formato da attori travestiti da satiri, cioè da divinità legate al culto dionisiaco, di aspetto per metà umano e per metà caprino. Le rappresentazioni avvenivano durante le festività delle Lenee (nel periodo di gennaio – febbraio), delle “Grandi Dionisie”, o “Dionisie urbane” (nel periodo di marzo – aprile), e delle “Piccole Dionisie”, o “Dionisie Rurali” (nel mese di dicembre). Notevole era la platea di spettatori: Platone, nel “Simposio”, attesta che nell´anno 416 a.C. più di 30.000 spettatori assistettero alle rappresentazioni andate in scena durante le Grandi Dionisie. La tragedia era caratterizzata da un finale luttuoso e ruotava attorno alle vicende di sovrani che, all´apice della loro gloria, sprofondavano, per la loro arroganza e per le loro colpe, nel baratro della rovina. La materia era tratta generalmente dal mito, eccezion fatta per i “Persiani” di Eschilo, incentrata sulla seconda guerra persiana, che costituisce l´unico dramma di argomento storico che conosciamo e la più antica opera teatrale a noi pervenuta.

La commedia si concludeva con un lieto fine e mirava a suscitare il riso e l´ilarità degli spettatori. I maggiori autori di tragedie e di drammi satireschi furono Eschilo, Sofocle ed Euripide. I più celebri scrittori di commedie furono Aristofane e Menandro.

Contrariamente alla tragedia greca, che cominciò a tramontare già nel V secolo a.C., dopo la morte di Euripide, la commedia preservò la sua vitalità fino alla metà del III secolo a.C.. I commediografi, infatti, seppero adeguarsi ai mutamenti politici e culturali ed alle tipologie del pubblico di riferimento. L´evoluzione del genere comico si articolò in tre fasi: 1) – La Commedia Antica, Ἀρχαία (Archàia) che abbracciò in particolare il V ed il IV secolo a.C.; 2) – La Commedia di mezzo, ο Μέση (Mèse) che si protrasse fino al 323 a.C.; 3) – La Commedia Nuova, ο Νέα (Nea), che percorse l´intera età ellenistica. Nella fase dell´Archàia, Aristofane metteva sulla scena eventi e personaggi legati alla realtà sociale e politica del suo tempo. I contenuti delle commedie erano generalmente politici e fondati sulla satira e sull´attacco personale contro le autorità e le persone più in vista, secondo il principio della parresìa (cioè della piena libertà di parola) e dell’onomastí komodéin (cioè dell´attacco nominale).

La Commedia Antica si sviluppò nel periodo di maggiore splendore della democrazia ateniese, in cui i cittadini erano pienamente coinvolti nelle scelte politiche della loro città. In seguito, però, la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, l´imporsi del breve regime dei Trenta Tiranni e, infine, l´instaurazione di una nuova democrazia (che fu tale solo di nome, non più di fatto), allontanarono sempre di più gli Ateniesi dalla politica. Pertanto, anche la Commedia cominciò a diversificarsi e, nella Mèse, i cui maggiori rappresentanti furono Antifane, Anassandride ed Alessi, ci si orientò verso contenuti più “disimpegnati”, attinti dal mito.

La trasformazione si completò nell´età ellenistica, una fase in cui i centri del potere non erano più le assemblee, ma i palazzi dei sovrani. Venne meno quella stessa ragion d´essere del πολίτης (polìtes) che aveva caratterizzato in modo originale la polis greca, e quella ateniese in particolare, rispetto alle città-stato mesopotamiche ed orientali. I commediografi si trovarono di fronte ad un nuovo pubblico di riferimento, composto non più da cittadini, ma da sudditi. Nella fase della Commedia Nuova, il cui maggior rappresentante fu Menandro, i contenuti si adeguarono alla nuova realtà e le vicende rappresentate riguardarono esclusivamente la sfera individuale e sentimentale degli uomini. Gli sviluppi della Commedia furono tali soprattutto perché il teatro greco agì sempre da vera e propria cassa di risonanza della vita politica, sociale e culturale del tempo. Ciò si verificò non solo per la commedia, ma anche per la tragedia. Se è vero, infatti, che questo genere teatrale si ispirava fondamentalmente al mito, è, d´altra parte, innegabile che le vicende rappresentate costituivano una vera e propria metafora dei problemi e della situazione dell´Atene del V secolo. Gli atti e le empietà dei protagonisti delle tragedie erano identificabili con i comportamenti più turpi ed abietti di cui qualunque uomo, in ogni epoca ed in ogni circostanza, quindi anche nell’Atene del V secolo, avrebbe potuto macchiarsi. Per questo motivo, il pubblico si immedesimava nelle vicende dei personaggi e, attraverso la visione del dolore e delle sciagure dei protagonisti, capiva l´importanza di evitare determinate azioni. Ne scaturiva un processo educativo che Aristotele definiva “catarsi”, o “purificazione”, che si realizzava attraverso il principio del πάθει μάθος (pàthei màthos), cioé (“apprendimento attraverso il dolore”).

Le sofferenze e le pene patite dai protagonisti delle tragedie convincevano, inoltre, i cittadini dell´esistenza di un ordine divino superiore, compiuto e immutabile, a garanzia del quale vi erano le leggi dello Stato e le autorità costituite. Destabilizzare lo status quo significava, dunque, sovvertire quello stesso ordine superiore e, quindi, incorrere nella tremenda punizione divina. Sotto questo aspetto, è facile notare come il teatro greco avesse non soltanto una valenza culturale ed educativa, ma, soprattutto, una funzione politica normalizzatrice e di controllo che lo caratterizzava anche come “instrumentum regni”, ovvero, strumento di potere.

Seconda prova maturità classica – Platone: Socrate e la politica.

Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca

M492 – ESAME DI STATO DI LICEO CLASSICO

CORSO DI ORDINAMENTO

Versione dal GRECO

Socrate e la politica

Ἐγὼ γάρ, ὦ ἄνδρες ᾿Αθηναῖοι, ἄλλην μὲν ἀρχὴν οὐδεμίαν πώποτε ἦρξα ἐν τῇ πόλει, ἐβούλευσα δέ• καὶ ἔτυχεν ἡμῶν ἡ φυλὴ Ἀντιοχὶς πρυτανεύουσα ὅτε ὑμεῖς τοὺς δέκα στρατηγοὺς τοὺς οὐκ ἀνελομένους τοὺς ἐκ τῆς ναυμαχίας ἐβουλεύσασθε ἁθρόους κρίνειν, παρανόμως, ὡς ἐν τῷ ὑστέρῳ χρόνῳ πᾶσιν ὑμῖν ἔδοξεν. Τότ’ ἐγὼ μόνος τῶν πρυτάνεων ἠναντιώθην ὑμῖν μηδὲν ποιεῖν παρὰ τοὺς νόμους καὶ ἐναντία ἐψηφισάμην• καὶ ἑτοίμων ὄντων ἐνδεικνύναι με καὶ ἀπάγειν τῶν ῥητόρων, καὶ ὑμῶν κελευόντων καὶ βοώντων, μετὰ τοῦ νόμου καὶ τοῦ δικαίου ᾤμην μᾶλλόν με δεῖν διακινδυνεύειν ἢ μεθ’ ὑμῶν γενέσθαι μὴ δίκαια βουλευομένων, φοβηθέντα δεσμὸν ἢ θάνατον. Καὶ ταῦτα μὲν ἦν ἔτι δημοκρατουμένης τῆς πόλεως• ἐπειδὴ δὲ ὀλιγαρχία ἐγένετο, οἱ τριάκοντα αὖ μεταπεμψάμενοί με πέμπτον αὐτὸν εἰς τὴν θόλον προσέταξαν ἀγαγεῖν ἐκ Σαλαμῖνος Λέοντα τὸν Σαλαμίνιον ἵνα ἀποθάνοι• οἷα δὴ καὶ ἄλλοις ἐκεῖνοι πολλοῖς πολλὰ προσέταττον, βουλόμενοι ὡς πλείστους ἀναπλῆσαι αἰτιῶν. Τότε μέντοι ἐγὼ οὐ λόγῳ ἀλλ’ ἔργῳ αὖ ἐνεδειξάμην ὅτι ἐμοὶ θανάτου μὲν μέλει, εἰ μὴ ἀγροικότερον ἦν εἰπεῖν, οὐδ’ ὁτιοῦν, τοῦ δὲ μηδὲν ἄδικον μηδ’ ἀνόσιον ἐργάζεσθαι, τούτου δὲ τὸ πᾶν μέλει. Ἐμὲ γὰρ ἐκείνη ἡ ἀρχὴ οὐκ ἐξέπληξεν, οὕτως ἰσχυρὰ οὖσα, ὥστε ἄδικόν τι ἐργάσασθαι, ἀλλ’ ἐπειδὴ ἐκ τῆς θόλου ἐξήλθομεν, οἱ μὲν τέτταρες ᾤχοντο εἰς Σαλαμῖνα καὶ ἤγαγον Λέοντα, ἐγὼ δὲ ᾠχόμην ἀπιὼν οἴκαδε.

                                                                                                                                                                                    PLATONE

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Durata massima della prova: 4 ore.

È consentito soltanto l’uso del dizionario di greco.

Non è consentito lasciare l’Istituto prima che siano trascorse 3 ore dalla dettaura del tema.

 
 

La traduzione proposta dal Corriere della Sera al sito: http://www.corriere.it/cronache/speciali/2010/maturita/notizie/23-giugno-seconda-classico-gusmini_b8c79872-7ea1-11df-b520-00144f02aabe.shtml

 

«Infatti, o ateniesi, io non ho mai esercitato nessuna carica in città, solo una volta sono stato membro della Bulé; e la mia tribù Antiochide aveva la pritania quando decideste di processare insieme – illegittimamente, come poi riconosceste tutti voi – i dieci strateghi che non avevano soccorso i naufraghi della battaglia navale. In quel frangente, io solo fra i pritani mi opposi perché non faceste nulla contro la legge, e votai contro. E mentre c’erano politicanti pronti a denunciarmi e a trascinarmi in giudizio e voi davate ordini e li incitavate, io pensavo che per me fosse meglio correre rischi schierandomi con la legge e la giustizia, piuttosto che, per paura della prigione o della morte, con voi, che stavate deliberando contro la legge. E questo accadde quando c’era ancora la democrazia; ma quando si affermò l’oligarchia, i trenta mi mandarono a chiamare al Tholos con altri quattro, e ci ordinarono di andare a prelevare da Salamina Leonte di Salamina, per mandarlo a morte; e molti ordini del genere ne diedero a molti altri, per coinvolgere nei loro crimini più persone possibili. Ma anche allora provai, non a parole ma coi fatti, che della morte non m’importa – se non è troppo rozzo dirla così – un bel niente, mentre non fare nulla di illegale né di empio, questo sì m’importa. E difatti quel governo, per quanto duro, non riuscì a spaventarmi tanto da farmi compiere un crimine: quando uscimmo dal Tholos, gli altri quattro andarono a Salamina a prendere Leonte, mentre io me ne tornai a casa».

Franca Gusmini
(Liceo Classico «Tito Livio», Milano)
23 giugno 2010

fatti non foste a viver come bruti!!!

Il grande Ulisse dantesco
(Inf. canto XXVI, vv. 55 sgg)
 
 
Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».

«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ‘l priego vaglia mille,

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».

 
 

Per dilettarsi, spesso,

Per dilettarsi, spesso, le ciurme catturano…. 
 
L’albatros (il poeta albatro)
 
Baudelaire

 
Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
qui suivent, indolents compagnons de voyage,
le navire glissant sur les gouffres amers.
A peine les ont-ils déposés sur les planches,
que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
comme des avirons traîner à côté d’eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!
Le Poëte est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
exilé sur le sol au milieu des huées,
ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

………………………………………

Spesso, per dilettarsi, gli uomini della ciurma
catturano gli albatros, grandi uccelli marini
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli amari flutti .

Appena deposti sulle assi della tolda
questi re dell’azzurro, maldestri e vergognosi
lasciano pietosamente le .grandi ali bianche
trascinarsi come remi accanto a sè.

Quant’è’è goffo e fiacco questo viaggiatore alato!
Lui, prima così bello, quant’è comico e brutto!
Uno tormenta il suo becco con un mozzicone acceso,
l’altro mima, zoppicando, l’infermo che volava.

Il Poeta assomiglia al principe delle nubi
che sfida la tempesta e sbeffeggia l’arciere;
esiliato al suolo in mezzo al baccano
le sue ali di gigante gli impediscono il cammino.

Uomo del mio tempo

UOMO DEL MIO TEMPO.

(S. Quasimodo)

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

(dal sito:” http://www.italialibri.net/opere/uomodelmiotempo.html)

Il tema della poesia è l’immutabilità della natura umana, rimasta uguale a quella dell’uomo «della pietra e della fionda», fatta di istinti, di pulsioni, di sentimenti e di egoismo, è rimasta uguale fino a oggi, anche se la scienza ha fatto passi da giganti. La scienza ha perfezionato le armi che portano la morte ai fratelli. Alcuni uomini, presi dalla volontà di potenza, ancora oggi scatenano guerre che portano lutti e sofferenza alle popolazioni civili. La civiltà ha solo mutato le condizioni di guerra: dalla fionda si è passati ai carri armati, e agli aerei [e ai missili, aggiungeremmo noi ndr.] che seminano la morte. L’uomo del nostro tempo, afferma il poeta, ha perduto ogni considerazione dei fratelli e ha dimenticato la solidarietà e la religione che lo trattengono dalla violenza. E rimasto uguale all’uomo che, attratto il fratello in un campo, lo ha ucciso. Di nuovo l’uomo del nostro tempo tradisce oggi il fratello. E la menzogna di allora è arrivata fino all’uomo del nostro tempo. Di fronte alla menzogna e all’inganno i giovani di oggi, i figli, farebbero bene a rinnegare i padri che portano la guerra: le loro tombe giacciono in una terra desolata, gli avvoltoi rodono il loro cuore e il vento sparge nell’aria l’odore dei loro cadaveri”.

«E’ un implacabile atto d’accusa contro la ferocia – bestiale e razionale ad un tempo – a cui si sono abbandonati gli uomini nella seconda guerra mondiale. Agli occhi del poeta appare un’umanità mostruosa che inizia il suo cammino con il più belluino dei suoi gesti: il fratricidio. Non solo non è mutato nulla da allora, ma l’uomo ha mirato a perfezionare sempre di più le armi dello sterminio; ha rivestito la guerra di ideali, legittimando perfino gli assassini. La cosiddetta “ civiltà”, quindi, invece di rendere gli uomini più buoni, li lasciò fermi nei loro istinti di primitivi, di uomini-belva, alla barbarie di Caino. Ma le nuove generazioni devono ora avere il coraggio di vergognarsi dei loro padri e di dimenticarli, piuttosto che vergognarsi di essere uomini, e devono sostituire, finalmente la legge di Caino con quella di Cristo». (A. Frattini, Poeti italiani del XX secolo pagina 670).

È la constatazione della crudeltà dell’uomo che a distanza di tanti secoli è rimasto uguale a se stesso: primitivo, ferino, bestiale, crudele, istintivo, irriflessivo, selvaggio, spietato, al pari di quando per uccidere si serviva di strumenti approssimativi. Il progresso della civiltà non è servito a farne un uomo migliore e oggi si costruiscono armi sempre più intelligenti, destinate alla distruzioni di interi popoli. L’uomo del nostro tempo ha perduto l’amore, la solidarietà verso gli altri uomini e ha perduto la religione che invita gli uomini ad amare gli altri uomini e magari a sacrificarsi per essi come ha fatto Gesù Cristo che si è immolato per salvare la terra dal peccato e dal male. Ecco il commento di B. Panebianco:

« Nella prima parte il poeta esprime le sue considerazioni nei confronti del progresso: l’uomo contemporaneo è brutale come nell’età delle caverne, ha solo perfezionato i suoi strumenti distruttivi, rendendoli sempre più sofisticati. La civiltà è senza amore e senza Cristo, l’odore dell’odio e del sangue fraterno si sprigiona dalle origini fino ad oggi e l’uomo continua ad uccidere, versando altro sangue. Poi il poeta invita le nuove generazioni a dimenticare le violenze dei padri , le cui tombe sono ricoperte dalle ceneri delle distruzioni che loro stessi hanno provocato: occorre essere uomini migliori per costruire un futuro di pace e d’amore». (da Moduli di educazione letteraria pagina B157).

Ogni verso scorre veloce fino alla fine. Le parole sono prese dal linguaggio comune ma sono costruite su molte figure retoriche – sinestesia (odore sangue) analogia (nuvole di sangue) –, su richiami biblici e su richiami storici che innalzano la poesia a un linguaggio poetico efficace e tagliente. Molto bello l’appello finale nel quale il poeta condanna i padri che scatenano le guerre a danno dei figli. È compito dei figli rinnegare i padri che portano sciagure e guerre. Ecco il bel giudizio di Francesco Puccio sul finale della poesia:

« Nei confronti dell’uomo del suo tempo, come di ogni tempo, la cui unica religione è quella di uccidere il fratello, non c’è imperativo etico che imponga ai figli di seguire le orme dei padri. Dall’angoscia allo sdegno, all’ammonizione, all’esortazione finale, la voce del poeta si leva calda e accorata: che i figli non si sentano fratelli di Caino e che abbiano il coraggio di non ereditare il freddo testamento di morte lasciato dal fratricida e che purtroppo si è luttuosamente trasmesso alle generazioni ad essi precedenti, resistendo agli attacchi del tempo e ad ogni forma di pietà: che essi rinneghino la lezione dei padri intrisa dell’acre odore del sangue che si solleva da terra come una nuvola: che pongano fine ad ogni atto devozionale nei confronti delle tombe degli avi, dissacrate e assunte a testimonianza della barbarie perpretata». (pagina 600).

 

Un ospite è venuto

Un ospite è venuto (Rabindranath Ragore, scrittore e poeta cantore anche dell’indipendenza dell’India. Fu proprio lui a definire Gandhi "MAHATMA", cioé "GRANDE ANIMA" . )
 
 
Un ospite è venuto
alla porta dell’anima.
 
O mio cuore
innalza un canto di gioia!
Il silenzio del cielo azzurro,
la tenerezza della rugiada
risuonino nelle corde
del mio liuto.
 
Unisciti al ritmo
dei campi dorati,
il canto voli sulle limpide acque
del fiume in piena.
 
Guarda con esultanza
a Chi è venuto;
apri la porta
e corri fuori con lui.

“Mio fratello aviatore”… contro le guerre!!!

Mio fratello aviatore (Bertolt Brecht)

Avevo un fratello aviatore.

Un giorno, la cartolina.

Fece i bagagli, e via,

lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.

Il popolo nostro ha bisogno

di spazio; e prendersi terre su terre,

da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che s’è conquistato

è sui monti del Guadarrama.

E’ di lunghezza un metro e ottanta,

uno e cinquanta di profondità.

La poesia risale al 1937, al tempo della guerra civile spagnola. Ben presto si ritrovano coinvolti nel conflitto giovani e meno giovani di altre nazioni europee.

Francia e Russia sostengono il fronte di sinistra, mentre italiani e tedeschi appoggiano la Falange di destra. Il poeta, tedesco esule in Danimarca, immagina di aver lasciato in Germania un fratello che viene, insieme a tanti altri, richiamato dal regime di Hitler alle armi per combattere in Spagna al fianco dei fascisti.

Le autorità tedesche promettono ai soldati in partenza altro spazio vitale e “terre su terre”. Invece, afferma il poeta, lo spazio “conquistato” dal “fratello aviatore” “si estende” per un metro e ottanta di lunghezza ed uno e cinquanta di profondità. Non è, dunque, lo “spazio vitale”, ma lo “spazio mortale”. E’ lo spazio scavato nel terreno per la tomba del soldato morto a causa di una guerra assurda e crudele.

Una chiara condanna politica del nazionalismo, dell’imperialismo e delle guerre in generale.

Una condanna che è molto, ma molto attuale!!!!

 

Ognuno sta.. ed è subito sera.

Ed è subito sera (S. Quasimodo)
 
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera.
 
Tre versi, questi di Quasimodo, dedicati alla caducità della vita e caratterizzati da un profondo pessimismo che ruota attorno alla sensazione della solitudine e della incomunicabilità.
 
Nel v.1 il pronome ognuno e l’espressione al cuor della terra alludono ad una condizione universale, oltre le singole esperienze e la specifica situazione storica. L’uomo, infatti, crede di trovarsi al centro della terra, ma, in realtà, acquisisce subito la consapevolezza della caducità della vita umana e del suo destino di solitudine.
 
Nel v.2, l’espressione trafitto da un raggio di sole contiene una metafora: quella dell’uomo illuminato, ma anche trafitto, quindi ferito, da un raggio di sole, cioè da uno spiraglio di luce che, però, subito svanisce, rendendo ancora più evidente il senso della caducità della vita. Anche per questo motivo, il sole non illumina e non riscalda, ma trafigge e ferisce!
 
Nel v. 3, l’espressione ed è subito sera contiene la metafora della sera della vita, cioè della morte.
 
Spicca nella breve poesia il contrasto, da un lato, tra la dilatazione dello spazio e del tempo, che rappresentano la condizione universale della vita umana, e la rapidità, dall’altro, con cui, fulminea, giunge la "sera".
Accentuano questo contrasto le allitterazioni nelle parole sta  solo (seguito da due parole monosillabiche "sul" – "cuor")  sul e le somiglianze foniche (e, nel secondo esempio qui citato, una vera e propria assonanze) solo  sole / terra  sera.
 
Uno scenario, quello evocato dalla trama fono – simbolica di questo testo, in cui il poeta constata amaramente che tutto passa velocemente e che, pertanto, è subito sera.
 

La guerra dei poeti: “Non verremo alla mèta ad uno ad uno” (paul éluard)

 

La guerra dei poeti (II)

 
Paul Èluard (poeta francese vissuto tra il 1895 ed il 1952, iscritto al Partito Comunista francese ed attivo esponente della Resistenza contro l’occupazione nazista)
 
 
Non verremo alla mèta ad uno ad uno
 
Non verremo alla mèta ad uno ad uno,
Ma a due a due. Se ci conosceremo
A due a due, noi ci conosceremo
Tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
Un giorno rideranno
Della leggenda nera dove un uomo
Lacrima in solitudine
 
 
                                   _______________________
 
 
Il poeta scrive questa poesia nel 1946 e questi versi risentono dell’esperienza vissuta nella Resistenza antinazista  e dell’amore per la sua compagna, che muore proprio in quello stesso anno.
 
La mèta è l’obiettivo della realizzazione di una società ideale fondata sulla giustizia , sulla libertà e sulla fratellanza.
 
L’espressione "a due a due" si riferisce all’amore di coppia, ma più in generale al superamento dell’egoismo e dell’individualismo
 
"I figli" = i posteri
 
"leggenda nera"= si riferisce al periodo storico della seconda guerra mondiale, vissuto dal poeta ed esprime anche la speranza che in una società futura ideale i giorni vissuti dal poeta, pieni di odio, di guerra e di furore, possano essere ricordati come una "leggenda nera", come un qualcosa di funesto che non sarà destinato a ripetersi più.
 
In questo ipotetico futuro ideale, dunque,  il dualismo ("due a due") prevarrà sull’egoismo e con esso si diffonderanno ovunque la fratellanza e la solidarietà. 
 
Il finale della poesia è sicuramente ad effetto: l’immagine "leggenda nera" e l’antitesi "rideranno…. lacrima" sottolineano in modo efficace il contrasto tra il presente funesto, dominato dall’egoismo e dall’odio, ed il domani ideale, dualistico e felice.
 
Il poeta, dunque, sembra preconizzare una sorte di Pasqua, di resurrezione dell’animo umano ed una sua rigenerazione in un futuro e in un mondo migliori!!! 

I poeti e la guerra (1)

Generali
(Archiloco, frammento 114 – traduzione di Giovanni Tarditi)
 
Generali
 
Non mi piace un generale gigantesco, gambe larghe,
tutto fiero dei suoi ricci, glabro a forza di rasoi,
io lo voglio piccoletto; gli si notino le gambe
storte, ma si regga in piedi saldamente, tutto cuore.
 
In questo frammento Archiloco di Paro, poeta vissuto nel VII secolo a.C., contesta il modello tradizionale, omerico ed aristocratico, del soldato e del generale. Il poeta, in particolare, disprezza il modello dell’eroe prestante e vanitoso,  preferendo un condottiero brutto e "tozzo", anche con le gambe storte, ma coraggioso ed in grado di combattere.
 
Il mondo militare e guerriero di Archiloco non è più, dunque, quello dei grandi eroi omerici, ma quello dei soldati e degli eserciti impegnati non in singoli duelli, ma in lunghe, estenuanti e sanguinose battaglie.
 
E’ da notare che Archiloco scelse come forma metrica il giambo. Esso era costituito dalla succesione di una sillaba breve e da una sillaba lunga e prendeva l’accento sulla seconda sillaba.
 
Il giambo consentiva di spaziare dall’invettiva al turpiloquio, dalla satira sociale  a quella politica.
 
I versi erano recitati spesso nei simposi o banchetti. Le parole erano pronunciate attraverso la parakataloghé, cioé l’elemento recitativo ed erano accompagnate da uno strumento a corda (la lira) o a fiato (il flauto, detto in greco aulòs). 
 

Se io fossi

S’i’ fosse fuoco 
 
S’i’ fosse fuoco, arderei ‘l mondo
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio mandereil’en profondo;
 
 
s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo,
ché tutti cristiani imbrigherei;
s’i’ fossi ‘mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.
 
 
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente farìa da mi’ madre.
 
 
S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.
 
Poesia dai toni provocatori e burleschi, anche se non sempre condivisibili, del grande poeta senese Cecco Angiolieri, i cui testi, appartenenti al filone della letteratura medievale comico – realistica, si contrappongono alla lirica stilnovistica.
 
 
 
 
Il grande Fabrizio De Andrè ci ha lasciato una sua versione cantata di
questi versi dell’Angiolieri. La possiamo ascoltare in questo video animato.