Fatti non foste…: il grande Ulisse dantesco

 
 
Il grande Ulisse dantesco  (Inferno, canto XXVI, vv. 85 – 142)
 
 

Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori, e disse: "Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

me più d’un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ’l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov’Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati", dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec’io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".

 

Dante e Virgilio si trovano nell’ottavo cerchio, nel luogo in cui vengono castigati, tra gli altri, i consiglieri fraudolenti. Costoro, secondo la legge del contrappasso, sono avvolti in una lingua di fuoco, proprio perché nella vita terrena ricorsero alla lingua e alla parola per tramare inganni. In questo girone sono collocati anche Ulisse e Diomede che avevano aiutato i Greci a sconfiggere Troia con l’inganno.

 

L’Ulisse dantesco è il simbolo della sete di conoscenza che travalica i limiti imposti da Dio al sapere umano. 

Ulisse è condannato non soltanto per l’inganno del cavallo di Troia, ma soprattutto per il suo "folle volo" , cioè per il suo tentativo di esplorare il mondo sconosciuto, al di là delle colonne d’Ercole. Il "viaggio di Ulisse" rappresenta, contrariamente a quello di Dante, un percorso di conoscenza non voluto e non approvato da Dio.

 

Egli, dunque, non è più l’omerico eroe valoroso in battaglia, bensì la personificazione del desiderio degli uomini di scoprire tutto ciò che non può essere compreso dalla mente umana.

 

Dante, impegnato in un viaggio della conoscenza voluto e guidato da Dio, non può evitare di condannare Ulisse per la sua presunzione di poter superare i limiti imposti allo scibile umano, ma, nello stesso tempo, non può fare a meno di mettere in risalto, ed implicitamente di elogiarlo, il suo "ardore …. a divenir del mondo esperto…".

 

Così, l’ultimo viaggio di Ulisse assume una duplice connotazione: 1) diventa metafora del folle volo dal noto all’ignoto, dal conoscibile a ciò che non DEVE essere conosciuto, dall’essere al non essere; 2) diventa anche metafora del viaggio verso un nuovo mondo da esplorare, caratterizzandosi sempre di più come un’icona della scienza e dell’esperienza. Per questo sarà rivalutato nell’età umanistico – rinascimentale.

 

Emblema, nell’età ellenistico – romana, della sapienza e della virtù, Ulisse diventa di volta in volta (anche nel Werther) il simbolo di ansia e di ricerca affannosa, l’emblema dell’uomo che aspira a trovare un "ubi consistam", l’immagine di un uomo proteso verso la vana ricerca di una verità superiore, oppure, come possiamo vedere in Joyce, l’esempio dell’"eroe viaggiatore" alla vana ricerca  di  un senso da dare alla vita.

 

Omero ha esaltato Ulisse, ma Dante lo ha reso grande ed immortale con questa sua memorabile terzine di cui tutti dovremmo tener conto: 

 

"Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza"

 

 

 

 

 

 
 

Ugo Foscolo

Posto qui degli appunti su Ugo Foscolo. (Attenzione, sono solo delle "riflessioni", ma niente di particolarmente pretenzioso e di esaustivo, anche perché riguardano solo una parte della produzione foscoliana!)

 

UGO FOSCOLO   

 

Cenni biografici

 

Ugo Foscolo nacque a Zante, un’isola greca appartenente alla Repubblica Veneta, nel 1778. Fece i suoi primi studi a Spalato, per poi trasferirsi a Venezia con la famiglia.

Entrò a contatto con i letterati più illustri del tempo e, soprattutto, assunse come esempi e maestri ideali le figure del Parini e dell’Alfieri.

Divenuto un convinto sostenitore delle idee giacobine e rivoluzionarie, ripose forti aspettative, come un po’ tutti gli intellettuali del tempo, nell’arrivo di Napoleone in Italia e compose anche un’ode “A Bonaparte liberatore”, agli inizi del 1797, seguita poi da edizioni e rifacimenti successivi. Tuttavia dovette provare una profonda delusione nel vedere che anche il futuro imperatore francese si comportò in Italia come un dominatore, piuttosto  come un liberatore. Ciò avvenne soprattutto in seguito al Trattato di Campoformio, nell’ottobre 1797, con cui Napoleone cedette Venezia all’Austria. Negli anni seguenti, il poeta dimorò in varie città italiane e in Francia e cominciò a scrivere anche le sue opere maggiori: ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS,  i Sonetti, le due Odi neoclassiche e il carme DEI SEPOLCRI. Nel 1815 abbandonò definitivamente l’Italia per stabilirsi in Inghilterra, dove morì, a Turnhan Green, nel 1827.

 

IL PENSIERO: IL CUPO PESSIMISMO DELL’ORTIS

 

Il pensiero del Foscolo è influenzato dalle teorie materialistiche e meccanicistiche dell’Illuminismo, in base alle quali il mondo è interamente regolato da leggi meccaniche, per cui la materia di cui esso è composto è sottoposta ad un continuo  processo di trasformazione e di distruzione. Non troviamo alcun fine ideale, alcuna provvidenza divina come principi ispiratori dello svolgimento della vita terrena. Anzi, anche l’uomo, in quanto materia, è sottoposto alle stesse leggi di trasformazione e di distruzione: nasce, cresce, si trasforma, poi, concluso il suo ciclo biologico si dissolve, si annulla come ogni altra materia che compone l’Universo. Non c’è alcuna possibilità di guadagnare una vita ultraterrena, in quanto non esiste un’anima immortale. Al di là della vita c’è il dissolvimento totale, o, per dirla con il Foscolo, il “nulla eterno”.

Questa concezione materialistica, la sconfitta degli ideali rivoluzionari e la profonda delusione storico – politica seguita al Trattato di Campoformio, spingono il poeta verso un profondo pessimismo, 

 

Il materialismo e l’esaltazione della ragione, erano stati alla base dell’ottimismo dei filosofi illuministi e della loro fiducia nella possibililtà di liberare l’uomo dalle paure della morte e dell’aldilà. Ma non potevano costituire motivo di gioia e di serenità  per uno spirito romantico, o preromantico, come il Foscolo. Per il poeta, infatti, tale visione della realtà rendeva l’uomo ostaggio della sua materia e vane ed inutili le sofferenze alle quali egli inevitabilmente era sottoposto, quindi si configurava essenzialmente come causa di pessimismo e di dolore.

Pessimismo e dolore alimentati proprio dalla ragione, considerata dal Foscolo, dono malvagio della natura, in quanto ha svelato all’uomo la triste ed amara realtà dell’esistenza. Proprio la ragione, infatti, ha, per il Foscolo, la colpa di aver messo a nudo le storture e la dura realtà della vita.

 

LE ILLUSIONI  RENDONO LA VITA DEGNA DI ESSERE VISSUTA

 

Il momento più cupo del pessimismo foscoliano coincide con la stesura dell’Ortis e si ravvisa nella protesta estrema rappresentata dal suicidio, inteso come liberazione dal dolore, oltre che come gesto di ribellione verso la natura che ha spinto l’individuo all’infelicità: è meglio non nascere, sembra pensare il Foscolo, o, comunque, porre fine alla vita il più presto possibile. Il suicidio di Jacopo Ortis segna, nello stesso tempo, il momento più desolante del pessimismo foscoliano, ma anche una sua parziale attenuazione. Il cuore avverte il bisogno di credere in valori e in ideali che se pure sono effimeri, dal punto di vista della ragione, consentono comunque di evadere dalla triste realtà e permettono al genio umano di esprimersi.

Sono i valori delle illusioni, come l’amore, la patria, la bellezza e la poesia che hanno almeno un valore consolatorio. A ciò contribuisce in modo determinante la fiducia in valori che rendono l’esistenza degna di essere vissuta. Sono valori universali, quali la gloria, la bellezza, la patria, l’amore, la libertà che i filosofi non esiterebbero a definire “illusioni”, ma che costituiscono per il poeta dei validi motivi per continuare a vivere in modo degno e significativo la propria esistenza. In particolare, la gloria, la regina delle illusioni, costituisce per Foscolo l’unico mezzo di sopravvivenza ideale dopo la morte. Essa spinge l’uomo a compiere azioni nobili ed eroiche che ne legheranno per sempre il ricordo ai posteri, che lo renderanno immortale agli occhi non solo dei familiari, ma dell’umanità intera. A loro volta, affermerà lo scrittore nel Carme dei Sepolcri, le tombe degli uomini illustri e gloriosi spingeranno animi altrettanto forti ed eroici a compiere nuove azioni degne di lode e di memoria (“ A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti…. E bella / e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta ” Dei Sepolcri, vv 151 sgg.). Quella foscoliana, dunque, non è certamente la fede in un’anima immortale, ma, se così possiamo dire, in un animo reso immortale da nobili e generose imprese.

 

ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

 

E’ un romanzo epistolare con forti valenze autobiografiche: contiene delle lettere scritte dal personaggio Jacopo Ortis all’amico Lorenzo Alderani e ricoprono un periodo di tempo che va dall’11 ottobre 1797 al 26 marzo 1799.

Jacopo è un giovane nutrito di ideali patriottici e per questo è perseguitato dalla polizia austriaca, dopo la cessione di Venezia all’Austria. Rifugiatosi presso i Colli Euganei (presso Padova),  egli si innamora di Teresa, donna che però è gia stata promessa in moglie al nobile Odoardo. A questo punto il protagonista sceglie un volontario esilio ed erra per varie città italiane: a Milano incontra Parini, suo maestro spirituale. La constatazione delle tristi condizioni politiche in cui versano le città italiane accentuano in lui il pessimismo. Venuto a sapere del matrimonio di Teresa, avvertendo che è caduta anche l’ultima delle illusioni, Jacopo si uccide.

 

Nell’Ortis, dunque, la narrazione procede attraverso una serie di lettere scritte dal protagonista all’amico Lorenzo. Modello letterario principale è l’opera di Goethe I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER, nonché altri romanzi come la Nouvelle Eloise di Rousseau, del cui nome Jacopo sembra una trascrizione italiana.

Motivo centrale del Werther è il suicidio di un giovane intellettuale per vicende legate ad un amore impossibile per una donna, Lotte, già promessa in sposa ad Alberto. Molti sono i punti in comune con l’Ortis, ma numerose sono anche le differenze: entrambi i “fidanzati” ufficiali sono dei nobili e rappresentano il tipico modello dell’uomo tutto ragione dell’Illuminismo, mentre gli “amanti”, cioè Werther e Jacopo, rappresentano già una nuova mentalità dominata dal sentimento, dall’istinto e dalla passione e che appare più vicina allo spirito romantico.

In entrambi i casi si tratta di un amore impossibile, perché si inquadra in un conflitto sociale di ben difficile soluzione.

Eppure, accanto a queste analogie, si riscontrano anche delle sostanziali differenze: nel romanzo del Goethe la vicenda resta legata al piano personale e individuale: l’artista borghese non viene accettato né dallo stesso mondo sociale a cui appartiene, radicato nella tipica mentalità razionalistica settecentesca, né dalla chiusa e ristretta aristocrazia, che difende a denti stretti i suoi privilegi.

Jacopo, invece, non combatte solo contro un chiuso ambiente sociale, il suo dramma ed il suo conflitto assumono anche delle precise e chiare connotazioni politiche: la delusione amorosa viene così ad inserirsi in un dramma più ampio, nella profonda delusione politica provata da chi è consapevole di essere un “senza patria”, un “exsul immeritus”. Non a caso l’incipit del romanzo foscoliano è “Il sacrificio della patria nostra è consumato”.

Questa profonda differenza col modello goethiano può senz’altro spiegarsi col fatto che il Werther fu composto prima della Rivoluzione Francese, mentre l’Ortis viene scritto, nelle sua varie stesure, tra il 1796 ed il 1817. In quest’opera troviamo, dunque, la delusione politica per l’Italia napoleonica e per il regime tirannico ed oppressivo imposto dall’Austria. Tramutata la libertà in tirannide e caduta anche l’ultima delle illusioni, a Jacopo non resta che il suicidio, la morte materialisticamente intesa  come dissoluzione totale e nulla eterno

Il dramma di Werther, dunque, è individuale, in quanto corrisponde alla storia d’amore impossibile per Lotte, ed anche di carattere sociale, in quanto egli non si identifica più con la classe sociale di provenienza, la borghesia, fino alle radici dominata e “inquinata” dal culto della razionalità, dell’ordine e dal calcolo. Ma l’artista borghese viene anche respinto dall’aristocrazia, classe dominante a quel tempo, ma chiusa nella difesa dei suoi privilegi.

Sul dramma dell’Ortis, invece, profonda influenza esercitano gli avvenimenti storici e politici. Sullo sfondo, infatti, troviamo il quadro politico delineatosi con l’Italia napoleonica e con la delusione dei patrioti e dei democratici italiani, nata dal vedere tradite tutte le speranze riposte in Napoleone.. La disperazione di Jacopo Ortis, dunque, a differenza del Werther, trae origine dalla delusione rivoluzionaria, dalla libertà trasformata in tirannide, dalla presa di coscienza che, ormai, la via indicata dalla Rivoluzione Francese non è più realizzabile in Italia. E’ un conflitto, quello dell’Ortis, con la Storia e con le politica del temp, in cui, poi, si inserisce certamente anche la delusione amorosa e sentimentale. Per questo, Ortis non trova vie d’uscita alternative al suicidio, alla morte intesa come distruzione totale e come “nulla eterno”. La conclusione del romanzo, dunque, sembra approdare verso termini nichilistici e appare segnata da un profondo pessimismo. Tuttavia, già in quest’opera, troviamo una serie di valori positivi, che si identificano negli affetti familiari, nella cultura, nella poesia, nell’amore e che vengono dal poeta definiti illusioni, quelle  illusioni, tra cui troviamo gli affetti familiari, l’amore, la patria e la gloria, che permettono di superare il triste corso della storia.

I due poli lungo cui si snoda la trama narrativa sono, allora, da un lato, il pessimismo dell’autore che trova riscontro negli eventi storici, dall’altro, i valori positivi delle illusioni.

Gli altri temi presenti sono:

1) l’esilio, visto come necessità politica, ma anche come segno di isolamento e di rivolta; 2) la morte vista o come estremo atto di protesta o come evento liberatore; 3) il titanismo, cioè il motivo alfieriano dell’eroe che lotta contro il dispotismo.

 

L’Ortis contiene, in germe, tutti gli elementi della futura poetica del Foscolo. L’autore introduce in Italia il “romanzo epistolare”. Tuttavia, a differenza della “Nouvelle Eloise” e del Werther, nell’Ortis non troviamo un forte interesse per l’intreccio e per il racconto. Al contrario, sembra di assistere ad un lungo monologo in cui Jacopo/Foscolo confessa le proprie passioni ed inserisce le sue meditazioni filosofiche. Sintassi e lingua, in genere, sono di tono elevato, il periodare non di rado è costruito secondo procedimenti di antitesi e simmetrie e notevole è anche l’enfasi retorica.

Del romanzo vi sono diverse stesure: un primo abbozzo era contenuto in LAURA LETTERE, del 1796. La prima redazione dell’Ortis, invece, risale al 1797, ma questa stesura restò incompiuta, in quanto lo scrittore decise di combattere contro gli eserciti austro-russi che avevano costituito, assieme alla Turchia e al Re di Napoli, la seconda coalizione antifrancese, nel 1799, dopo la campagna napoleonica in Egitto che si era conclusa con la distruzione delle navi francesi ad Abukir da parte dell’esercito inglese guidato dal generale Horatio Nelson. Il romanzo fu poi rivisto, nel 1802, dallo stesso Foscolo e pubblicato con numerose e sostanziali modifiche. Le ultime due ristampe risalgono rispettivamente al 1816 (Zurigo) e al 1817 (Londra).

 

 

I SONETTI (12 in tutto) furono composti tra il 1802 e il 1803.

Essi sono assai più vicini alla spiritualità romantica o preromatica che caratterizzava la scrittura dell’Ortis. I componimenti più belli sono senz’altro “Alla sera”, “A Zacinto” e “In morte del fratello Giovanni”. I temi fondamentali erano già presenti nel romanzo epistolare e sembrano riprodurre lo schema bipolare nichilismo/morte vs illusioni e valorizzazione del significato della vita attraverso il recupero di valori positivi, come la morte rasseneratrice, gli affetti familiari, il sepolcro come “corrispondenza di amorosi sensi”,il conflitto con il “reo tempo presente”, la dimensione eroica in cui il poeta si proietta, che ricorda gli atteggiamenti titanici di Ortis, il “nulla eterno” come unica alternativa alla disperazione, l’esilio come condizione politica e come modello di vita inevitabile per le circostanze storiche dell’epoca, il motivo della “lacrimata sepoltura” e il rapporto con la terra materna o, infine,  il valore eternatore della poesia.

 

Tutti questi temi verranno poi ampiamente ripresi ed approfonditi nei SEPOLCRI.

 

In merito all’origine e alla struttura del sonetto, possiamo ricordare che questa forma metrica compare per la prima volta in Italia nella prima metà del Duecento, con la Scuola Poetica siciliana. Esso, in genere, si compone di 14 versi endecasillabi divisi in quattro strofe di due quartine e due terzine. All’interno delle quartine ci poteva essere rima alternata ABAB oppure rima incrociata, ABBA ABBA, mentre nelle terzine si potevano avere diversi schemi metrici (CDE CDE, oppure CDC CDC, oppure CDC DCD).  Il termine “sonetto” potrebbe derivare dalla parola provenzale “sonet”, con cui nella letteratura provenzale si indicava un componimento accompagnato dalla musica, mentre successivamente il termine avrebbe poi designato la forma metrica particolare di cui ci stiamo occupando. Il primo a impiegare il sonetto fu il poeta Jacopo da Lentini.

Rispetto alla equilibrata ed armonica struttura classsica di questa forma metrica, in cui, ad esempio, la struttura sintattica spesso coincideva con la struttura metrica delle strofe e troviamo un distacco tra le due quartine e le due terzine, nel sonetto foscoliano spesso il periodo può assorbire le prime due quartine e la terzine che segue, contiene un numero assai maggiore di enjambements.

 

A ZACINTO

 

I principali temi affrontati sono: la lontananza dalla patria, l’identificazione metaforica Zacinto/grembo materno, la rievocazione mitologica di Venere come esempio di figura materna, la rievocazione di Omero e della figura di Ulisse esule, la consapevolezza della diversità dell’esilio di Ulisse rispetto al proprio: Ulisse “baciò la sua petrosa Itaca”, mentre “per noi il fato ha imposto un’illacrimata sepoltura”.

Le parole – chiave del componimento sono: “sacre sponde” “giacque”, “Zacinto mia”, “isole feconde”, “inclito verso”, “l’acque fatali”, “diverso esiglio”, “figlio”, “materna mia terra” “illacrimata sepoltura”.

Il sonetto presenta una struttura circolare: si apre con il motivo della lontananza dalla patria, che non potrà mai più essere rivista dal poeta e si conclude con lo stesso motivo, espresso nella terzina finale in forma più concisa, ma non per questo meno efficace.

Dal punto di vista dei nuclei tematici principali, il componimento può essere suddiviso in due sequenze: la prima, comprendente i vv 1-11, contiene la consapevolezza del poeta di non poter più rivedere la sua Zacinto, dove visse da fanciullo. Il ricordo della patria rievoca nella sua mente la bellezza del mare ed il mito di Venere, che nacque dalle acque del mare e che viene considerata la dea fecondatrice della natura e come dea dell’amore, secondo uno schema già presente nella tradizione classica latina e greca e soprattutto in Lucrezio, nonché la poesia di Omero che esaltò la bellezza di quell’isola e narrò le vicende di Ulisse e il suo “diverso esiglio”. Tuttavia, l’eroe greco riuscì a ritornare in patria e a riconquistare l’affetto dei suoi cari. Proprio il ricordo di Ulisse riporta il pensiero del poeta a se stesso e gli fa avvertire l’analogia del suo destino con quello dell’eroe: entrambi perseguitati da una sorte crudele e nemica. Eppure,  per il poeta, per il novello Ulisse altro non si prospetta se non la morte in terra straniera, l’illacrimata sepoltura non confortata dal ricordo dei cari.

Dal punto di vista sintattico e stilistico, spiccano la nutrita serie di figure retoriche e di enjambements e la presenza di un lunghissimo periodo che unisce le prime due quartine alla prima terzina e che forma un unico blocco sintattico per i vv 9-11. Questa struttura contravviene alle regole classiche del sonetto, in cui, in genere, c’era esatta corrispondenza tra struttura sintattica e struttura strofica. L’impiego così frequente di enjambements e questo periodare così ampio sono specchio fedele dello stato d’animo del poeta, del suo spirito tormentato: i numerosi enjambements e i frequenti nessi sintattici (come, ad esempio, “ove”, “che”, “e”, “onde”, “di colui che”, “per cui” conferiscono al periodare un ritmo ininterrotto. Nelle prime tre strofe c’è perfetta circolarità. Come possiamo vedere dai versi “Né più mai toccherò le sacre sponde / baciò la sua petrosa Itaca Ulisse, il tema espresso nell’incipit è ripreso per contrasto nell’ultimo verso della prima terzina, così come si può anche notare che i l’ultimo verso della prima quartina e l’ultimo verso della seconda quartina contengono l’immagine delle acque del mare, sia pur riferiti a contesti diversi. Zacinto e Venere, entrambe, sorgono dalle acque, per cui l’acqua è intimamente connessa con l’immagine materna e con l’immagine della vita. L’idea dell’acqua è dunque un motivo centrale del sonetto e compare in varie espressioni, come “onde”, “mar”, “sponde”, “illacrimata”, dove si presuppone il concetto della mancanza di acqua, di liquido e quindi l’assenza dell’acqua richiama esplicitamente l’assenza della vita e l’idea della morte. Anche  la struttura delle rime si richiama, fonologicamente, alle acque: onde – sponde – feconde – fronde; acque  – giacque  nacquetacque.

 

Il raffronto tra Ulisse e Foscolo, introdotto dal primo e dall’ultimo verso della prima sequenza, ci consente di avvertire una chiara contrapposizione tra i due personaggi:

 ULISSE  E  FOSCOLO SONO ENTRAMBI “ESULI” PER VOLONTA’

                          DEL FATO,

                                    TUTTAVIA                                           
       ULISSE                                                                      FOSCOLO

 

riproduce il codice classico dell’eroe    riproduce il nuovo codice romantico

in balia dei venti e delle tempeste,          dell’eroe "negativo", ribelle e appassionato

ma che alla fine conclude                         che non riesce a concludere in modo felice

positivamente le sue peregrinazioni.       le sue peregrinazioni. I viaggi ed il continuo 

                                                                    peregrinare del poeta simboleggiano in pieno

                                             lo smarrimento e l’inquietudine degli spiriti

                                                                     romantici. Il nuovo eroe si sente sradicato
                                                                     dalla società ed appare condannato alla

                                                                     sconfitta e all’isolamento.

 

Elementi classici: rievocazioni mitologiche, Ulisse-eroe classico, arcaismi, riproduzione del periodare latino con frequenti iperbati ed anastrofi.

Elementi romantici: eroe negativo, condizione di exsul immeritus, illacrimata sepoltura, esaltazione del genio di Omero, errare e vagabondare senza un punto di approdo, la morte in terre lontane e sconosciute, senso di isolamento e di sconfitta.

 

IN MORTE DEL FRATELLO GIOVANNI
Foscolo compose questo sonetto nel 1802, in ricordo del fratello Giovanni Dionigi, ufficiale dell’esercito cisalpino, uccisosi l’8 dicembre del 1801,  a causa di un debito di gioco.

Dei sonetti, “In morte del fratello Giovanni” è senza dubbio il più ricco di temi e di immagini: esso, d’altro canto, riprende motivi e problematiche già incontrate nella produzione letteraria del Foscolo, dall’Ortis in poi. Ritroviamo, in questi versi, il motivo dell’esilio e dell’illacrimata sepoltura, già presente in “A Zacinto”, l’identificazione metaforica sera-morte-quiete, già vista in “ Alla sera ”, i temi degli affetti familiari, della figura materna e dell’Ulissismo.

Di nuovo, drammaticamente nuovo, abbiamo il tema della giovinezza bruscamente interrotta, l’immagine della madre mesta, unico mezzo di ricongiungimento familiare che parla di Ugo al “cenere muto” di Giovanni Dionigi, quindi la visione della tomba come luogo di “corrispondenza d’amorosi sensi” che unisce i vivi ai defunti.

Il componimento ruota attorno a tre grandi figure: l’io poetico, il fratello (nel cui destino Ugo si immedesima), la madre mesta, spettatrice attonita di tante sventure familiari.

 

Esso presenta una struttura circolare che ruota attorno a due motivi principali in forte opposizione tra loro: A) l’esilio  /  B) la tomba, luogo di simbolico ricongiungimento del nucleo familiare del poeta, di cui funge da tramite la madre mesta che parla al “cenere muto” di Giovanni delle sventure del figlio lontano.

 

La condizione precaria e angosciosa del poeta è, anche qui, come in “A Zacinto”, quella dell’ exsul immeritus, di un senza patria che sembra trovare nella morte l’unico porto di quiete  che, però, conscio di dover morire in terra straniera, nutre almeno la speranza, l’unica che gli resti, che le sue ossa siano restituite all’affetto e all’abbraccio della madre.  Questa contrapposizione tematica si avverte chiaramente già nella prima strofa, nell’antitesi “tua pietra” – “fior de’tuoi gentili anni caduto”. Un contrasto tra un passato lontano ed un presente che prefigura per il poeta una irreversibile condizione di isolamento, di sradicamento, di precarietà storica ed esistenziale allo stesso tempo.

 

Il “reo tempo presente” è richiamato attraverso la mitologica rievocazione degli “avversi Numi” che, a sua volta, costituisce un’eco della tradizione epica omerica e virgiliana. Basta pensare a Odisseo / Ulisse, costretto a peregrinare senza meta dall’ira di Poseidone, oppure ad Enea, sbattuto su lidi lontani dall’ira e dall’invidia di Giunone.

 

Ecco che riaffiora il motivo dell’eroe romantico, sconfitto dalla situazione storica ed esistenziale rappresentata dagli avversi Numi, dal destino crudele e malvagio, da una forza sovrannaturale contro cui non si può vincere.

 

Allora, la morte è l’unico rifugio possibile, l’unica speranza di pace e di quiete che resta al poeta. Sembra un ritorno alle conclusioni del sonetto “Alla sera”, ma, in realtà, notevoli sono le differenze.

In quel componimento la morte è vista essenzialmente come “nulla eterno”, come annullamento totale, come negazione della vita. In questo sonetto, invece, essa diventa, paradossalmente, simbolo di legame con la vita, di quel ricongiungimento con il nucleo familiare  che al Foscolo ancora vivente è negato. In questo caso essa presuppone una “lacrimata” sepoltura, resa probabile dall’illusione, o dalla speranza che genti straniere restituiscano le ossa del novello Ulisse  al petto della madre. La morte assume un’immagine positiva, diventando, proprio attraverso il motivo della lacrimata sepoltura, illusione di sopravvivenza nel ricordo dei vivi. 

 

Un’attenta analisi dei versi permette di rilevare in che modo si strutturi nel componimento questa contrapposizione tra i due temi principali e come in essi altri di volta in volta si inseriscano:

 

        A : vv. 1-2: (Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente,) : tema dell’ esilio, che occupa l’intero verso iniziale e la prima metà del successivo.

        B : Vv. 3-4: ( me vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio, gemendo /  il fior de’ tuoi gentili anni caduto): la tomba del fratello, sede del simbolico ricongiungimento familiare.

        B : Vv. 5-6: La madre che “or sol, suo dì tardo traendo, / parla di me col tuo cenere muto”   diviene il tramite del suddetto ricongiungimento.

        A:  Vv. 7-10: (ma io…furon tempesta): torna il motivo dell’esilio, riaffiora l’ulissismo, il tema dell’exsul immeritus, si avvertono reminiscenze omeriche e virgiliane nell’espressione “avversi Numi”.

 

Il verso 11 ci consente di cogliere l’identificazione del poeta con il fratello: anch’egli, come Giovanni, invoca la pace della morte.

 

Il verso successivo è, forse, il più drammatico del componimento, mentre i due versi finali ci riconducono ai due motivi principali del sonetto, alle tematiche sviluppate nelle due quartine: l’esilio e gli affetti familiari.

 

Spiccano, dal punto di vista retorico e stilistico, le allitterazioni dei suoni /s/, /r/, /t/, /d/, che sottolineano il motivo del dolore della morte e  del tormento dell’esistenza. Abbiamo poi, oltre alle immagini metaforiche già analizzate ( giovinezza troncata – fiore caduto,  avversi Numi – destino crudele, tempesta – vita angosciosa, morte – pace, ultimo porto e rifugio), una metonimia, al v. 3: pietra = tomba, impiegata per accentuare il contrasto morte – vita, pietra (simbolo della morte, dell’assenza di vita) – fior (emblema di vita e di giovinezza), la sineddoche “palme” (parte per il tutto), l’uso frequente dei possessivi, che accentua la nostalgia del poeta per la sua famiglia e la sua patria e il dolore per la lontananza dai luoghi più cari .

 

Dal punto di vista sintattico, il componimento presenta una struttura ben bilanciata tra paratassi e ipotassi. Dal punto di vista metrico, inoltre, esso si compone di quattro strofe a rima alternata e appare più lineare rispetto agli altri sonetti esaminati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                       

Archiloco

Archiloco fu uno dei più famosi poeti della letteratura greca arcaica.
Visse nel VII secolo a.C. ed è oggi considerato l’iniziatore della poesia  giambica.
Nativo di Paro, isola delle Cicladi, sull’Egeo, si trasferì con il padre Telesicle a Taso, a sud della costa tracia, per prendere parte alla fondazione di una nuova colonia. Qui dovette adattarsi a vivere in condizioni disagiate e, spinto sia da motivazioni economiche, legate allo stesso suo sostentamento, sia dalla necessità di difendere la colonia dagli attacchi di alcune popolazioni della Tracia, intraprese la dura professione del soldato mercenario. La sua vita fu molto segnata dalla storia d’amore con Neobule promessa in sposa al poeta dal padre di lei Licambe, che poi, però, venne meno alla parola data. Questa vicenda trova uno spazio non irrilevante nella produzione poetica archilochea e viene rappresentata con toni polemici tanto accesi, nei confronti di Licambe e della sua famiglia, da spingere lo stesso Licambe e la figlia al suicidio. E, in effetti, il suo carattere fu piuttosto impetuoso ed indomito. Questo aspetto della sua personalità traspare con chiarezza nei suoi versi (la produzione archilochea giunta fino a noi consta di 140 frammenti di varia estensione), improntati al biasimo (ψόγoς), all’invettiva mordace (la iambikè idéa) ed all’ enipé (ingiuria). Tra i temi trattati spicca l’individualità del poeta, posta in chiave centrale nei suoi componimenti, come attestano questi versi: (Archiloco, fr. 128 W.)
 
    Animo, animo mio, sconvolto da sventure senza rimedio
     sorgi, opponi il petto ai nemici e difenditi;
     non indietreggiare di fronte alle loro insidie.
     E, se vinci, non inorgoglirti in pubblico,
     se sei vinto, non piangere prostrato in casa.
     Godi delle gioie, ma non troppo, e nel dolore per le sventura
     non perdere il senso della misura.
     Riconosci quale ritmo domina gli uomini.
 
In questo componimento, presentato nella traduzione di G. Tarditi, il poeta sembra colloquiare con se stesso. Impiegando diverse metafore, ispirate al linguaggio militare (cfr. versi sottolineati), egli incoraggia il suo animo a "combattere" contro gli ostacoli e gli imprevisti della vita. Il testo, poi, si chiude con un invito a ricercare una forma di equilibrio e a  non travalicare i confini della moderazione e della misura. E’ la filosofia dell’antichissimo precetto delfico "medén àgan", del "niente di troppo" e del "gnoti sautòn", cioé del "conosci te stesso". 
 
 
Altri temi affrontati da Archiloco sono: a) il ripudio, anticonfomista, della gloria, della ricchezza e del potere; b) il rovesciamento dell’ideale della kalokagathia, dell’eroe prestante e generoso, tipicamente omerico (fr. 114 W); c) il senso della realtà che lo spinge, nel corso della guerra, ormai data per persa, contro i Sai (popolazione della Tracia) ad abbondonare lo scudo vicino ad un cespuglio (fr. 5 W.), come testimoniano i seguenti esempi:
 
a) Non mi interessa una vita come quella del ricchissimo Gige
      e mai ne ho provato invidia: non aspiro
      ad azioni divine, né desidero un grande potere:
      queste cose son lontane dai miei occhi
                                                                                  (Archiloco, fr. 19 W.)
 
 
b) Non mi piace un comandante d’alta statura, né piantato a gambe larghe,
      né fiero dei suoi riccioli o ben rasato:
      me ne andrebbe bene uno piccolo, con le gambe
      storte a vedersi: però ben saldo sui piedi, pieno di cuore.
                                                                                               
                                                                                   (Archiloco, fr.114 W)
 
 
c) Qualcuno dei Sai si fa bello del mio scudo, che accanto a un cespuglio,
      arma senza difetto, ho dovuto abbandonare. 
      Però ho salvato me stesso: che m’importa di quello scudo?
      Al diavolo! Me ne procurerò uno non peggiore
 
                                                                                    (Archiloco, fr. 5 W).
 
Altri temi importanti sono la riflessione sui disagi dell’esistenza umana e l’amore. Non mancano  "favole", o racconti paradigmatici, che mirano a fornire degli esempi morali di vita.
 
Dal punto di vista stilistico, Archiloco, si ispira alla tradizione poetica, anche omerica, ma ne varia i moduli espressivi e linguistici. Archiloco, però, resta famoso soprattutto per l’uso del giambo e di un tipo di poesia fortemente polemica ed aggressiva che, alcuni secoli dopo, il poeta latino Orazio imiterà negli Epodi.                   
 
 
 
 
 
 

Il malato immaginario

 
 
Giovedì, 29 novembre 2007, abbiamo assistito al Teatro Nuovo di Salerno alla commedia di Molière "Il malato immaginario".
 
La rappresentazione, diretta dal prof. De Cristofaro, a me, profano di teatro e di critica teatrale, è parsa nel complesso buona e fedele al testo di Molière.
 
Bella l’idea di rendere Pulcinella (presente, nel testo originale, solo negli intermezzi musicali) un personaggio di primo piano della commedia.
 
La cosa che ho condiviso di meno, però, è stata la presentazione del figlio del dottore, che Argante vorrebbe imporre alla figlia come marito, e dello stesso padre di lui. Credo che una rappresentazione più fedele, con la presentazione del figlio del dottore come una persona impacciata ed imbranata, anche nel parlare, avrebbe reso più divertente questa parte della commedia.
 
Che cosa ne pensate?

ipse dixit

 
 
 
 
 
Citazioni letterarie
 
 
 
dal  "Carme in morte di Carlo Imbonati" di Alessandro Manzoni
 
 
 

Sentir , riprese , e meditar: di poco

esser contento: da la meta mai

non torcer gli occhi, conservar la mano

pura e la mente: de le umane cose

tanto sperimentar, quanto ti basti

per non curarle: non ti far mai servo:

non far tregua coi vili: il santo Vero

mai non tradir: né proferir mai verbo,
che plauda al vizio, o la virtù derida.
 

 

 

Languore

 
 
          LANGUORE (PAUL  VERLAINE)
       
        Sono l’impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d’oro.
 
        Soletta l’anima soffre di noia densa il cuore.
Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
O non potervi, debole e così lento ai propositi,
e non volervi far fiorire un po’ quest’esistenza!
 
       O non potervi , o non volervi un po’ morire!
Ah! Tutto è bevuto!  Non ridi più, Batillo?
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!
 
      Solo, un poema un po’ fatuo che si getta alle fiamme,
solo, uno schiavo un po’ frivolo che vi dimentica,
solo, un tedio d’un non so che attaccato all’anima!
 
 
Una bella poesia di Paul Verlaine, scrittore del Decadentismo francese. Un sonetto emblematico della letteratura della crisi, in cui l’autore stabilisce un’analogia tra se stesso e la la "fine della decadenza" dell’Impero romano. Una netta reazione contro la fiducia positivistica nei cosiddetti miti del progresso sociale ed il suo conseguente trionfalismo. I  temi  affrontati ruotano attorno al concetto del "languore" dell’anima: 1) il senso della precarietà  e della malattia della società che porta alla passiva indifferenza verso gli eventi storici; 2) la poesia concepita come espressione di un profondo senso di sfiducia e di indolente languore. Non essendoci più messaggi morali o sociali da dare, essa diviene un puro artificio, diventando, così, il simbolo più evidente della crisi; 3) il tema della solitudine e della noia; 4)la vanificazione di ogni prospettiva di carattere intellettuale e il disgusto per il passato.
 
 

Interminati spazi…

 
Giunti al terzo giorno di vita del blog, una riflessione, però breve, data l’ora e l’afa, sul suo titolo si impone, o quanto meno, se non si impone, non sembra comunque inopportuna.
 
"INTERMINATI SPAZI …. E SOVRUMANI SILENZI E PROFONDISSIMA QUIETE IO NEL PENSIER MI FINGO ",  costituiscono, come è noto, i versi 4-7 dell’idillio leopardiano "L’infinito ". Un componimento che evidenzia non solo la grande sensibilità del poeta di Recanati, ma anche la capacità di immaginare un infinito, sia spaziale che temporale che coinvolge in particolare i sensi della vista e dell’udito, e di concepirlo come un grande mare nel quale al poeta risulta dolce   naufragare.  Egli riesce, così, ad "evadere" dalla realtà, immaginando con l’animo e la mente quel che con la vista non riesce a vedere, dando libero sfogo alla sua fantasia e riuscendo a trovare quel piacere infinito  che il mondo reale e, soprattutto, l’angusta realtà del suo natio borgo selvaggio  non possono offrirgli. E’, questo, un modo chiaro e netto per rifiutare i ristretti margini della "sua vita presente".
 
E una sorta di mare magnum è,oggi, la rete. Le risorse del web, e tra queste anche i blog, ci consentono di ampliare a dismisura ed in un solo attimo i confini delle nostra conoscenza, di comunicare con tutti a qualunque latitudine del mondo. E’, insomma, un modo per uscire dagli angusti steccati della realtà che che ci circonda e per viaggiare, oltre che attraverso il computer, anche con la mente e con l’immaginazione. Un altro motivo per cui ho scelto di citare questi versi è perché questo componimento è, secondo me, uno dei più belli della nostra letteratura.
  
Infine, Leopardi, come Foscolo ed altri scrittori dell’Ottocento e del Novecento, è un grande!!!