“Mio fratello aviatore”… contro le guerre!!!
Mio fratello aviatore (Bertolt Brecht)
Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.
Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio; e prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.
E lo spazio che s’è conquistato
è sui monti del Guadarrama.
E’ di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.
La poesia risale al 1937, al tempo della guerra civile spagnola. Ben presto si ritrovano coinvolti nel conflitto giovani e meno giovani di altre nazioni europee.
Francia e Russia sostengono il fronte di sinistra, mentre italiani e tedeschi appoggiano la Falange di destra. Il poeta, tedesco esule in Danimarca, immagina di aver lasciato in Germania un fratello che viene, insieme a tanti altri, richiamato dal regime di Hitler alle armi per combattere in Spagna al fianco dei fascisti.
Le autorità tedesche promettono ai soldati in partenza altro spazio vitale e “terre su terre”. Invece, afferma il poeta, lo spazio “conquistato” dal “fratello aviatore” “si estende” per un metro e ottanta di lunghezza ed uno e cinquanta di profondità. Non è, dunque, lo “spazio vitale”, ma lo “spazio mortale”. E’ lo spazio scavato nel terreno per la tomba del soldato morto a causa di una guerra assurda e crudele.
Una chiara condanna politica del nazionalismo, dell’imperialismo e delle guerre in generale.
Una condanna che è molto, ma molto attuale!!!!
help me IMPORTANTE!!!
Discussione su AIUTIAMO UN PICCOLO ANGELO
Citazione
AIUTATE FRANCESCO!!!!!
aiutate il piccolo francesco!!!!visitate il sito creato x lui dai genitori,ha tanto bisogno di aiuto,siate solidali e fate una donazione anche piccola ma fatela..ecco il sito x le informazioni necessarie e x conoscere il problema del piccolo francesco.grazie ancora.
Un gatto spettacolare
Ognuno sta.. ed è subito sera.
In attesa che venga domani…carpe diem
Nell’attesa che venga (il) domani, "cogli l’attimo"!!!
Carpe diem, cogli l’attimo
Carpe diem (lett. "Cogli il giorno", generalmente tradotta con l’espressione "Cogli l’attimo", anche se la traduzione più appropriata sarebbe "Vivi il presente" (non pensando al futuro).
Si tratta di una locuzione tratta dai Carmina del poeta latino Orazio (odi 1, 11, 8). Viene di norma citata in questa forma abbreviata, anche se sarebbe opportuno completarla con il seguito del verso oraziano: "quam minimum credula postero" ("confidando il meno possibile nel domani
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: cogli l’attimo, non pensare a domani.
"Spesso male interpretata e identificata con un gretto opportunismo o con il più gaudente edonismo, la «filosofia» oraziana del carpe diem si fonda sulla razionale considerazione che all’uomo non è dato di conoscere il futuro, né tanto meno di determinarlo. Solo sul presente l’uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi il suo agire, che, in ogni sua manifestazione, deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro.
Si tratta di una «filosofia» che pone in primo piano la libertà dell’uomo nel gestire la propria vita, un invito a essere responsabili del proprio tempo, perché, come dice il Poeta stesso nel verso precedente, "Dum loquimur, fugerit invida aetas" ("Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già passato")."
TRICARICO: “MUSICA” e “VITA TRANQUILLA”
Teatro degli…. (falce martello e la stella d’Italia)
aspettami
Pasquetta
Il lunedì dell’Angelo (detto anche lunedì di Pasqua oppure Pasquetta) è il giorno dopo la Pasqua
Prende il nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro dell’angelo con le donne accorse al sepolcro. Invece Pasquetta è il termine laico indicare questo giorno. In generale il termine "Pasquetta" indica il lunedì dopo la Pasqua.
Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salome andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il corpo di Gesù. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mt 28,5-6). E aggiunse: "Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli", e si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.
Il lunedì dell’Angelo è giorno dell’ottava di Pasqua, ma non è giorno di precetto per i cattolici, cosa che comporterebbe l’obbligo di partecipare alla santa messa.
Civilmente il lunedì di Pasqua è un giorno festivo, introdotto dallo Stato italiano nel dopoguerra, e che è stato creato per allungare la festa della Pasqua, in modo da rendere quel giorno più festoso e sereno, senza il pensiero incombente del lavoro dell’indomani, così come è avvenuto per il 26 dicembre, indomani di Natale.
Il lunedì dell’Angelo, in Italia, è un giorno di festa che generalmente si trascorre insieme a parenti o amici con una tradizionale gita o scampagnata, pic-nic sull’erba e attività all’aperto. Una interpretazione di questa tradizione potrebbe essere che si voglia ricordare i discepoli diretti ad Emmaus. Infatti, lo stesso giorno della Resurrezione, Gesù appare a due discepoli in cammino verso Emmaus a pochi chilometri da Gerusalemme: per ricordare quel viaggio dei due discepoli si trascorrerebbe, dunque, il giorno di Pasquetta facendo una passeggiata o una scampagnata "fuori le mura" o "fuori porta".
Il grande e mitico Jeeg Robot
Jeeg robot d’acciaio
E’ una delle immagini di quello che io considero il più bello dei cartoni animati degli anni ’80: sto parlando di Jeeg Robot d’Acciaio!!!
Chi ricorda la vicenda?
Sicuramente i miei coetanei, ma non penso soltanto loro, visto che la sigla di questo mitico telefilm ancora imperversa nelle suonerie dei cellulari.
Una sequenza del telefilm Un’altra scena del cartone animato
La sigla iniziale di JEEG ROBOT I NEMICI DI JEEG: LA REGINA HIMIKA
E I MOSTRI DELLA ROCCIA
Durante uno scavo archeologico, il Professor Shiba rinviene una campana di bronzo appartenente ad un’antica civiltà scomparsa da moltissimo tempo. Sulla campana vi sono antichissime incisioni che la fanno risalire a una civiltà del passato, tanto avanzata tecnologicamente quanto malvagia, che si sarebbe presto risvegliata anche in questo millennio. Proprio in questi giorni Hiroshi, figlio del professore, a soli tre giorni di vita, viene coinvolto in un’esplosione che lo riduce in fin di vita. Il professore allora decide di tentare un esperimento: sfruttando le potenzialità della campana di bronzo riesce ad usarla come sorgente elettromagnetica, miniaturizza il manufatto e lo nasconde nel petto del figlio. Ciò permetterà a Hiroshi di avere in futuro poteri fuori dal comune.
25 anni dopo la scoperta, le profezie della campana diventano realtà. Il malvagio popolo Aniba si risveglia dal lungo sonno. La perfida regina Himika, al comando di un numerosissimo esercito di soldati, rivendica la sua sovranità sul territorio giapponese e si dichiara disposta a tutto pur di riavere ciò che considera suo.
Himika vuole recuperare la campana di bronzo che custodisce un preziosissimo segreto, e che ora si trova nelle mani del professor Shiba. I seguaci di Himika, fermano il professore, al fine di estorcergli i segreti della campana, ma durante la colluttazione lo uccidono facendolo cadere da un burrone. Miwa, l’assistente di Shiba, lo trova morente sul burrone e lo riporta dal figlio Hiroshi, giusto in tempo per consegnargli un paio di guanti e un ciondolo, l’occorrente per trasformarsi in Jeeg, il robot d’acciaio, l’unica valida difesa terrestre contro la minaccia dell’impero Yamatai.
Il professore trasferisce la propria "coscienza" in un elaboratore elettronico della Base Antiatomica, la sede dei suoi esperimenti e svela al figlio il suo destino e la sua abilità speciale che gli consente di trasformarsi nella testa di Jeeg, un potente robot. Jeeg però necessita dei componenti, che verranno agganciati alla testa grazie all’energia elettromagnetica presente nel corpo di Hiroshi e lanciati dalla navetta Big Shooter, pilotata da Miwa, l’assistente del professore. Inizia così il lungo scontro fra la Terra e il popolo Aniba.
Dopo moltissimi scontri Himika riesce ad impossessarsi del segreto della campana, ma per ironia della sorte, quel segreto segnerà la fine della regina. Il Grande Imperatore del Drago, evocato dalle proprietà della campana, uccide infatti Himika e sottomette con la forza il suo popolo, muovendo, con mostri ben pèiù temibili, alla conquista della Terra.
Il suo più fedele generale è Flora, una donna di origine terrestre che dopo essersi più volte scontrata con Hiroshi, arriverà ad innamorarsi di lui e lo aiuterà, pagando però con la vita. Alla fine, dopo una dura battaglia nella quale Hiroshi sta per soccombere, il professor Shiba sacrifica la sua esistenza elettronica contro l’astronave di Himika, mentre il Grande Imperatore dopo un estenuante corpo a corpo con Jeeg viene ucciso grazie ai potenti missili perforanti del robot d’acciaio. Grazie al robot magnetico, la Terra si avvia verso un periodo di pace.
Ora altre foto relative anche alle armi di jeeg: (tra queste: il doppio maglio perforante, Antares e il raggio protonico!!)
I poeti e la guerra
I poeti e la guerra: la guerra di Piero
La guerra di Piero, canzone celeberrima dell’inizio degli anni 1960, è il racconto al contempo dolce e triste della contradditorietà e stupidità della guerra, fatto dal punto di vista di chi l’ha vissuta in prima persona, un semplice soldato. Riporto qui di seguito il testo della canzone.
Il video è tratto da Youtube. Il testo e il commento postati sotto il video sono tratti dal sito: http://www.letteratour.it/altro/A01deandF01.htm
La guerra di Piero La guerra di Piero, rivisitazione di
(Fabrizio De Andrè) Adriano Celentano
La guerra di Piero (Fabrizio De Andrè)
Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.
«Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati,
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente».
Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve;
Il vento ti sputa in faccia la neve.
Fermati Piero, fermati adesso,
lascia che il vento ti passi un po’ addosso,
Dei morti in battaglia ti porti la voce:
"Chi diede la vita ebbe in cambio una croce".
Ma tu non la udisti e il tempo passava
Con le stagioni, a passo di giava,
Ed arrivasti a passar la frontiera
In un bel giorno di primavera.
E mentre marciavi con l’animo in spalla
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore.
Sparagli Piero, sparagli ora,
E dopo un colpo sparagli ancora,
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere a terra a coprire il suo sangue.
«E se gli sparo in fronte o nel cuore,
Soltanto il tempo avrà per morire,
Ma il tempo a me resterà per vedere,
Vedere gli occhi di un uomo che muore».
E mentre gli usi questa premura,
Quello si volta, ti vede, ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia.
Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato ritorno.
«Ninetta mia, a crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio,
Ninetta bella, dritto all’inferno
Avrei preferito andarci d’inverno».
E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi il fucile,
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole.
Dormi sepolto in campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.
SCHEMA METRICO
Canzone di 13 strofe; ogni strofa è composta da 4 endecasillabi. Rime spesso baciate!
NARRAZIONE
Come un vero e proprio racconto, abbiamo qui essenzialmente due voci: quella del narratore e quella del protagonista.
Il narratore è esterno e parla in terza persona, ma in alcuni momenti entra nella narrazione con le sue esortazioni («Fermati Piero», «Sparagli Piero»), immedesimandosi nella situazione e perciò provocando anche un maggior coinvolgimento nel lettore/ascoltatore. Il discorso riportato di Piero, che si trova in tre strofe (strofa 2, 8 e 11), rende più tangibile la figura di Piero (che altrimenti rimarrebbe un semplice soldato-fantasma in mezzo a molti altri) accentuando così il coinvolgimento del lettore/ascoltatore.
RITMO
Oltre ad essere musicata, questa canzone presenta a livello testuale numerose ripetizioni che le danno un ritmo particolare e che sottolineano nel testo i passaggi più carichi di significato e di emotività.
Così, ad esempio, nella strofa 8, in cui si riporta il discorso centrale di Piero (se sparo a quel soldato io vedrò morire un uomo), si ripetono per due volte le espressioni: "il tempo" e "vedere". Il tempo infatti è protagonista della situazione: mentre Piero si sofferma a riflettere sul fatto che proprio il tempo darà a lui la possibilità di vedere un uomo che muore, egli perde irrimediabilmente tempo e dà così modo all’altro di agire. Infatti, a differenza della strofa 8 che con le sue ripetizioni scandisce un tempo assai lento, la strofa 9, quella in cui l’altro soldato agisce senza perdere tempo, si muove su un ritmo veloce, spesso per asindeto: "si volta, ti vede, ha paura".
Campi semantici e antitesi
– la morte: il dormire sepolto, l’ombra dei fossi, i cadaveri dei soldati, l’inverno, i morti in battaglia, la croce, i colpi da sparare, il vedere un uomo che muore, le parole gelate.
– la vita: il grano, i papaveri rossi, i lucci argentati, la primavera, la figura dell’amata (Ninetta).
– il tempo: il fermarsi, il tempo che passa, il passare delle stagioni, il tempo che rimane per vedere, il non-ritorno dalla morte.
L’antitesi principale sulla quale si costruisce la poesia è quella tra la morte e la vita, dove ogni elemento appartenente al campo semantico dell’uno si trova in prossimità e in contrasto con gli elementi del campo semantico dell’altro. Tra i due termini, il tempo costituisce il tramite o la separazione, talvolta come mezzo di passaggio dalla vita alla morte (la perdita di tempo di Piero che è causa della sua morte), talatra come confine invalicabile tra i due mondi («ti accorgesti in un solo momento che (…) non ci sarebbe stato ritorno»).
