Dio è un vasaio paziente che non ci scarta mai: nelle Sue mani ogni cambiamento è possibile.Anche oggi siamo invitati a compiere un grande atto di fiducia nei confronti della misericordia e della pazienza del Signore. La prima lettura (Geremia 18, 1-6) e il vangelo (Matteo 13, 47-53) ci rivelano come Dio opera nella storia e nel cuore di ciascuno di noi. Il profeta Geremia, osservando un vasaio che rimodella un vaso guastato senza gettare l’argilla, ci mostra l’immagine della nostra vita spirituale. Spesso ci sentiamo rovinati da fallimenti e peccati, ma Dio è l’artigiano paziente che non ci scarta. Egli continua a plasmarci sul tornio della sua grazia, chiedendoci solo di rimanere docili e malleabili nelle sue mani. Questa pazienza risalta nel Vangelo attraverso la parabola della rete che raccoglie ogni genere di pesci. La Chiesa è uno spazio aperto a tutti e la selezione avverrà solo alla fine. Questo ci insegna a non giudicare frettolosamente. Spesso nei rapporti quotidiani siamo giudici impazienti pronti a scartare chi sbaglia. Dio invece mette una virgola dove noi metteremmo un punto: vede l’argilla da accarezzare e offre a chiunque il tempo per cambiare. Questa sapienza ci trasforma in “scribi divenuti discepoli del Regno”, capaci di trarre dal tesoro della Parola cose antiche e cose nuove. Non usiamo più la legge come un codice rigido per condannare, ma come uno scrigno di misericordia che valorizza la nostra storia passata e accoglie le novità della grazia. Finché la rete è ancora in mare, e fino a quando l’argilla si trova sul tornio, ogni cambiamento è possibile e nulla è perduto. Chiediamo oggi la grazia di non giudicare, di imitare la pazienza di Dio e di guardare alle nostre fragilità con speranza, certi di essere un’opera d’arte incompiuta ma custodita da un Padre che ci ama immensamente. Amen.Immagine tratta dal sito https://www.diocesitn.it/clero/2017/10/13/nelle-mani-del-vasaio/

La liturgia di oggi ci apre le porte della casa di Betania, il luogo dell’amicizia e del ristoro di Gesù. Giovanni nella Prima Lettura ci esorta all’amore vicendevole: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio… Dio è amore» (1Gv 4,7.8). Questo amore divino è gratuito e si manifesta concretamente nelle relazioni e nell’ospitalità quotidiana, proprio come quella che i tre fratelli di Betania, Lazzaro, Marta e Maria, offrivano a Gesù. Ma come si vive, concretamente, questo amore?Nel primo dei due testi alternativi del Vangelo (Luca 10,38-42) vediamo Marta interamente assorta neii servizi della casa. È mossa da una generosità autentica, ma si lascia prendere dall’affanno e dall’ agitazione interiore. Quante volte capita anche a noi? Pensiamo a un genitore che corre tutto il giorno per non far mancare nulla ai figli, o a chiunque sia sommerso da tante cose da organizzare. Quando l’azione non è accompagnata dall’ascolto di Dio, diventiamo nervosi, ci sentiamo soli e iniziamo a giudicare chi ci sta accanto, esattamente come Marta che si lamenta di Maria. Gesù, ricordandoci che «di una cosa sola c’è bisogno», non condanna il lavoro, ma ci invita a ritrovare la priorità: sedersi ai suoi piedi, come Maria, per ricaricare il cuore con la sua Parola. L’amore vero per gli altri nasce solo se prima ci lasciamo amare da Dio.Tuttavia, lo spirito di Betania non si ferma alla quiete della casa. Il secondo testo del Vangelo (Giovanni 11,19-27) ci conduce in uno scenario completamente diverso: la casa è avvolta dal lutto per la morte di Lazzaro. Qui ritroviamo le due sorelle dinanzi alla prova più dura. E proprio qui avviene un capovolgimento straordinario. Marta, la donna che prima era bloccata nell’affanno del servizio, diventa la donna di una fede straordinaria. Corre incontro a Gesù nel dolore e pronuncia una delle più grandi professioni di fede di tutto il Nuovo Testamento: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27).Questo legame tra i due vangeli e la prima lettura è formidabile. L’amore di Dio non ci mette al sicuro da lacrime o fatiche. Ma l’ascolto assiduo della Parola (scelta da Maria) e l’adorazione di Gesù impreziosiscono il nostro servizio quotidiano (incarnato da Marta) con una fede che ci fortifica sempre, in tutte le situazioni, anche quelle più spiacevoli. Quando affrontiamo un fallimento lavorativo, una malattia o la perdita di una persona cara, la fede di Marta ci sprona a gridare: “Signore, anche ora io so che Tu sei il Signore della mia vita”.Oggi la Chiesa celebra i tre fratelli, Marta, Maria e Lazzaro in un’unica memoria. Soprattutto, il vangelo ci insegna che non dobbiamo scegliere tra l’essere Marta o l’essere Maria: possiamo e dobbiamo essere entrambe, operosi, come Marta, nel servizio ai fratelli, disponibili e sensibili all’ascolto del Signore, come Maria.Chiediamo oggi la grazia di saper accogliere Gesù in ogni situazione: nella calma delle nostre stanze, nell’affanno del lavoro e nel buio del dolore, certi che, come afferma Giovanni, chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui (1Gv 4,16). Amen.Immagine tratta da https://www.parrocchiasanbenedetto.org/2023/07/29-luglio-2023-memoria-dei-santi-marta-maria-e-lazzaro-amici-del-signore/

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Gesù non chiede niente di impossibile. Coltiva i tuoi talenti e testimonia il Vangelo con gioia!

Cento, sessanta o trenta per uno: ogni frutto è prezioso quando nasce da un cuore che ascolta.

In base ai nostri talenti e carismi, possiamo fruttare il cento, il sessanta o il trenta per uno. A Dio non importa la quantità, ma la qualità e la spontaneità delle nostre opere. Mettiamoci in ascolto e testimoniamo con gioia la nostra adesione al Vangelo.

La Parola è seme: accoglila con il cuore, e porterà frutto!

Immagine tratta dal sito https://worshipleader.com/worship/the-new-song-of-gratitude/

Oltre il fuoco di paglia: metti radici profonde nel tuo cammino di fede per non fermarti a metà gara

Il terreno sassoso ci riconduce all’incostanza del “fuoco di paglia”. È tipico di chi parte a tutta velocità per poi fermarsi esausto a metà gara. Accogliere il Vangelo richiede radici profonde per non farsi bloccare al primo ostacolo. Alimentiamo la fede ogni giorno per superare le difficoltà della vita.

La trappola della superficialità (e come vincerla con il silenzio interiore)

Nella parabola del seminatore la strada rappresenta il terreno della superficialità e dell’aridità spirituale. Solo con il silenzio interiore riusciremo a farci permeare dalla grazia divina. Custodiamo la Parola, allontanando il maligno, sempre pronto a “rubare ciò che è stato seminato” e spegnendo le preoccupazioni e il frastuono del mondo.

Il seminatore al tramonto – Vincent Van Gogh

Immagine tratta dal sito https://lanuovabq.it/it/la-parabola-del-seminatore-un-tema-caro-a-van-gogh

Chiamati ad essere bravi seminatori per diventare “luce del mondo”

Nel Vangelo (Mt 13, 18-23) Gesù ci presenta la parabola del seminatore, evidenziando come i quattro terreni su cui cade il seme riflettano altrettante disposizioni del nostro cuore di fronte all’azione di Dio.

Il primo terreno è la strada che rappresenta la superficialità legata alle preoccupazioni del mondo che calpestano la Parola e riducono la fede a pura esteriorità. Non è una questione di incapacità intellettuale, ma una vera e propria aridità spirituale che scaturisce dalla mancanza di silenzio interiore che non permette al nostro cuore di lasciarsi permeare dalla grazia divina.

Il terreno sassoso rimanda, invece, all’incostanza del “fuoco di paglia”, tipica di chi accoglie la Parola con entusiasmo ma, non avendo radici profonde, al primo ostacolo si blocca, proprio come un corridore che, all’inizio della gara, parte a tutta velocità per poi fermarsi esausto a metà gara.

Abbiamo, poi, i rovi, che simboleggiano gli affanni del mondo e la seduzione delle ricchezze e soffocano la Parola, ostacolando il germoglio della fede. Infine, possiamo trovare il terreno fertile che incarna l’animo maturo e consapevole di chi sa mettersi in ascolto del vangelo. Questo terreno fertile può trovare spazio anche nel nostro cuore, se, con le nostre azioni e con il nostro entusiasmo, riusciremo a far fruttare il seme della Parola di Dio! Ed è veramente consolante sapere che Gesù non ci chiede poi tanto! In base alle nostre capacità, ai nostri talenti e ai nostri carismi, possiamo far fruttare quel seme il cento, il sessanta o anche solamente il trenta per uno. Tanto o poco che sia, a Gesù non importa! Piuttosto che alla quantità, Egli guarda alla qualità e alla spontaneità delle nostre opere e del nostro agire.

Siamo chiamati anche noi a diventare dei bravi seminatori e a far crescere nei cuori di chi ci circonda i frutti dolci e salutari della Parola divina, così da risplendere come vera “luce del mondo” attraverso la nostra testimonianza. E non rattristiamoci se vedremo che i tre quarti del nostro lavoro andranno dispersi. Lasciamoci confortare dalla certezza che almeno la quarta parte darà i frutti desiderati perché avremo saputo rendere buono e fertile il “terreno” della nostra evangelizzazione. Chiediamo al Signore Gesù di donarci il silenzio interiore per far attecchire pienamente in noi la Sua Parola. Trasformi la nostra vita in un terreno fertile e infonda nei nostri cuori il coraggio di essere fiduciosi ed entusiasti seminatori del Vangelo.

Foto tratta dal sito https://www.donguido.it/la-parola-del-giorno-ascoltate…/

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