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Numeri scolastici: ANCHE IL NUMERO VUOLE LA SUA PARTE
= [ 7/5 – 3/5 – 4/5 ] : (-4/6) – ( 1/2 – 1/2) =
In matematica il minimo comune multiplo (mcm) di due interi a e b è il più piccolo intero positivo che è multiplo sia di a che di b. Se non esiste un intero positivo con queste proprietà, cioè se a = 0 o b = 0, allora mcm(a, b) è definito uguale a zero.
Il minimo comune multiplo è uno strumento utile per determinare la somma o sottrazione di due frazioni: in questo caso il denominatore della frazione risultante è il minimo comune multiplo delle due date. Ad esempio, nella somma
il denominatore è mcm(21, 6) = 42.
Se a e b non sono entrambi nulli, il minimo comune multiplo può essere calcolato usando il massimo comun divisore (MCD) di a e b e la formula seguente:
Quindi, l’algoritmo di Euclide per il MCD fornisce anche un veloce algoritmo per il calcolo del mcm. Ritornando all’esempio precedente,
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Calcolo efficiente del mcm [modifica]
La formula
è adeguata per calcolare il mcm per piccoli numeri.
Poiché (ab)/c = a(b/c) = (a/c)b, è possibile calcolare il mcm usando la formula precedente in modo più efficiente, dapprima utilizzando il fatto che b/c o a/c sono più semplici da calcolare rispetto al divisione tra il prodotto ab e c: il fatto che c sia multiplo sia di a che di b consente di semplificare completamente il fattore c dalla frazione a/c oppure da b/c, prima di effettuare il prodotto ab.
Allora il mcm si può calcolare o così:
oppure così:
In questo modo, l’esempio precedente diventa:
Anche se i numeri sono grandi e non sono facilmente scomponibili in fattori, il MCD può essere calcolato velocemente usando l’algoritmo di Euclide.
Come ricordarsi di semplificare prima di moltiplicare [modifica]
Il metodo che segue rende impossibile dimenticarsi di semplificare prima di moltiplicare. Verrà illustrato con un esempio: come trovare il mcm(12, 8).
- Si deve ridurre ai minimi termini la frazione avente come numeratore e denominatore i due numeri di cui si deve trovare il minimo comune multiplo:
- Si esegue la "moltiplicazione a croce":
- Il prodotto 12 × 2 = 8 × 3 è il mcm: 24.
Metodo di calcolo alternativo [modifica]
Il teorema fondamentale dell’aritmetica afferma che ogni intero maggiore di 1 può essere scritto in un modo unico come prodotto di fattori primi. I numeri primi possono essere considerati come "atomi" che, combinati insieme, producono un numero composto.
Per esempio:
Il numero composto 90 è costituito da un atomo uguale al numero primo 2, due atomi uguali al numero primo 3 e un atomo uguale al numero primo 5.
Si può usare questo teorema per trovare facilmente il mcm di un gruppo di numeri.
Per esempio: calcolare il mcm(45, 120, 75).
Il mcm è il numero composto da tutti i fattori primi dei numeri dati, presi una sola volta con il massimo esponente. Quindi
Questo è il metodo che di solito viene insegnato nella scuola italiana.
Esempi
- Calcolo di mcm(3, 5, 7 ):
- i tre numeri sono primi, quindi
- mcm(3,5,7)=3·5·7=105
- Calcolo di mcm(7, 8, 20):
- i numeri non primi devono essere scomposti in fattori primi
- 7=7
- 8=2·2·2=2³
- 20=2·2·5=2²·5
- 8=2·2·2=2³
- allora il mcm risulta
- mcm(7,8,20)=7·2³·5=280.
- il fattore primo 2 è stato preso con esponente massimo 3.
Analogamente si ragiona se si vuole eseguire il mcm tra espressioni algebriche: si procede alla scomposizione in fattori (monomi, binomi, trinomi…, comunque espressioni algebriche non trasformabili in prodotto di espressioni algebriche di grado inferiore) primi tra loro e si ricava il mcm tra le espressioni algebriche applicando la stessa definizione data per i numeri, ricordando che mcm(4a,bc) non è detto che sia 4abc.
Esempio:
- Calcolo di mcm(2np, (p+q)², 4n²(q+p)³).
- Le espressioni sono già indicate come prodotti di espressioni algebriche semplici e allora il loro mcm risulta
- mcm(2np, (p+q)², 4n²(q+p)³)=mcm(4,n²,p,(p+q)³)
- Calcolo di mcm(x³, ab(x²-2x+1), (1-x)).
Si ha che
- x³= x³
- ab(x²-2x+1) = ab(x-1)² = ab(1-x)²
- (1-x)= -(x-1).
- E quindi il mcm in questo caso è
- mcm(x³, ab(x²-2x+1), (1-x))=mcm(ab,x³(1-x)²) =mcm(ab,x³(x-1)²)
GRAVE IL POLIZIOTTO FERITO A PARMA
UN AGENTE DELLA POLIZIA FERITO A PARMA
I SOLITI IGNOBILI TEPPISTI ROVINANO L’ULTIMA GIORNATA DELLA SERIE A
ARTICOLO DAL SITO: http://www.corriere.it/sport/08_maggio_18/tardini_parma_c6b82152-24c3-11dd-80ae-00144f486ba6.shtml
GRAVE IL POLIZIOTTO FERITO A PARMA!!
Ricoverato nel reparto di chirurgia d’urgenza in ospedale di Parma per lesioni multiple alla milza
Poliziotto in gravi condizioni a Parma
per gli scontri con gli ultràs interisti
Ma non corre pericolo di vita. Scontri tra supporter nerazzurri e gialloblù e anche con la polizia
PARMA – È ricoverato in gravi condizioni nel reparto di chirurgia d’urgenza dell’ospedale di Parma per lesioni multiple alla milza un poliziotto di 28 anni, rimasto ferito durante gli scontri che hanno preceduto la partita fra Parma e Inter. Per fortuna la sua vita non è in pericolo. Sono due, in tutto, gli agenti rimasti feriti: l’altro, colpito da un sasso che ha sfondato il vetro di un furgone, ha riportato lievi lesioni. Se la caverà in dieci giorni.
TIFOSI – Fra i tifosi feriti, un interista 21enne che si è bucato una mano scavalcando un cancello e tre parmigiani: due di loro , uno di 47 e uno di 34 anni, sono stati colpiti alla testa. Il terzo è stato ferito alle mani. Dopo la partita i tifosi dell’Inter, per festeggiare, hanno devastato l’asilo «Fantasia» in via Pezzani, a fianco dell’ingresso della curva ospiti. Hanno spaccato le finestre, rotto i vetri e divelto alcuni alberi: nello spazio esterno della scuola materna sono state divelte panchine, rotto un gazebo, e spaccato l’impianto di illuminazione. E’ stata anche forzata una finestra.
OPERATORE TV PARMA– E al termine dell’incontro fra Parma e Inter un cameraman di Tv Parma è stato aggredito a calci e pugni da alcuni tifosi nerazzurri. All’esterno dello stadio l’operatore stava iniziando a fare alcune riprese dei festeggiamenti, quando alle spalle è stato raggiunto da alcuni «tifosi» che prima hanno cercato di strappargli dalle mani la telecamera, poi lo hanno aggredito colpendolo anche con dei bastoni. L’operatore è riuscito alla fine a fuggire, grazie anche all’intervento della polizia.
PRIMA DELLA PARTITA – Già prima del fischio d’inizio c’erano stato scontri tra ultrà nerazzurri e la polizia prima di Parma-Inter. Dopo l’arrivo del pullman dell’Inter, quando qualche tifoso nerazzurro ha cercato di entrare nello stadio senza biglietto. Sono volate bottiglie e fumogeni e polizia e carabinieri, sotto un vero e proprio diluvio, hanno risposto con alcune cariche. Alla fine il bilancio è di cinque feriti, compreso un poliziotto che stava guidando un furgone che è stato sfondato. Tutti sono stati portati all’ospedale di Parma per essere medicati, ma nessuno è in gravi condizioni.
PRIMI DISORDINI – Le prime avvisaglie dei disordini si erano avute qualche ora prima quando alcune centinaia di tifosi dell’Inter, circa 500 secondo la polizia, si erano radunati fuori dallo stadio. Un gruppo era riuscito a scavalcare le transenne dello stadio e ad entrare, pur senza biglietto. Mentre alcune migliaia di tifosi interisti avevano incominciato a intonare cori di sostegno alla loro squadra e avevano acceso qualche fumogeno.
SCONTRI TRA TIFOSI – Successivamente uno scontro tra gruppetti di tifosi del Parma e dell’Inter è avvenuto in viale duca Alessandro, a 500 metri dal Tardini. Alcuni supporter nerazzurri che si erano radunati in piazzale Volta, avvicinandosi allo stadio, hanno ingaggiato tafferugli con tifosi gialloblù. La situazione è stata riportata alla normalità dall’intervento di alcune pattuglie della polizia che erano in sosta di fronte al Tardini. Ma ci sono preoccupazioni perchè gli scontri sono avvenuti nelle vicinanze di un cantiere per il ripristino del manto stradale dove alcuni tifosi avrebbero preso dei sassi.
MILLE TIFOSI NERAZZURRI NELLO STADIO – Sono circa mille i tifosi dell’Inter presenti all’interno dello stadio Tardini nonostante il divieto imposto loro dal prefetto di Parma, Paolo Scarpis. Gli ultrà dell’Inter sono radunati nel settore di fianco a quello normalmente destinato alla curva ospite e sono quindi a diretto contatto con il resto degli spettatori dello stadio. Fra le bandiere nerazzurre spunta anche uno striscione con la scritta «Vergogna» e in piccolo «Lega, Figc, Stampa, Tv» firma dei destinatari dello striscione.
CATANIA – Da registrare qualche intemperanza tra i tifosi anche a Catania, dove è in programma l’altra gara decisiva del campionato, quella fra la squadra siciliana contro la Roma, il pullman dei giallorossi è stato danneggiato all’ingresso allo stadio: il finestrino dal lato dell’autista è stato mandato in frantumi.
autorizzazioni per Siracusa
E domani….
Inter campione. alla Roma non riesce il miracolo.
OPERAZIONE BANCHI PULITI
importante leggere, per Siracusa
Orestea
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
L’Orestea è una trilogia (formata dalle tragedie Agamennone, Coefore, Eumenidi e seguita dal dramma satiresco Proteo, oggi perduto) con cui Eschilo vinse gli agoni tragici (ossia concorsi per rappresentazioni teatrali) di Atene, chiamati Grandi Dionisie, nel 458 a.C.. Delle trilogie di tutto il teatro greco classico, è l’unica che ci sia pervenuta per intero. Le tragedie che la compongono rappresentano, in tre episodi, un’unica storia, le cui radici affondano nella tradizione mitica dell’antica Grecia: l’assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitemnestra, la vendetta del loro figlio Oreste, che uccide la madre, la follia del matricida e la sua redenzione finale ad opera del tribunale dell’Areopago.
Indice[mostra] |
Agamennone [modifica]
| Agamennone | |
| di Eschilo
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| Tragedia
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Clitennestra esitante prima di colpire Agamennone (dipinto di P.N.Guérin, 1819) | |
| Titolo originale | Αγαμέμνων |
| Lingua originale | Greco antico |
| Versioni dell’autore in altre lingue | {{{Lingua2}}} |
| Genere | |
| Fonti letterarie | {{{Soggetto}}} |
| Ambientazione | Argo, Grecia |
| Composto nel | |
| Prima assoluta | 458 a.C. |
| Teatro: | Teatro di Dioniso, Atene |
| Prima rappresentazione italiana | |
| Teatro: | |
| Premi | Vittoria alle Grandi Dionisie del 458 a.C. |
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Versioni successive
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Personaggi:
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| Autografo: | {{{Autografo}}} |
| Trasposizioni operistiche | |
| Riduzioni cinematografiche | |
| Visita il Foyer | |
Agamennone, alla partenza per la guerra non ha venti favorevoli e quindi per propiziarsi gli dèi (in particolare Diana dea dei venti) aveva fatto uccidere la figlia Ifigenia, di bellezza eccezionale.
In realtà Ifigenia viene sostituita con una cerva all’ultimo momento e trasportata in terre lontane dalla dea Artemide, ma questo nessuno lo viene a sapere. Si alzano i venti, la flotta alza le vele. Clitennestra decide la vendetta, convincendo il cugino del marito, Egisto, suo amante, ad aiutarla in tale impresa. La prima tragedia della serie narra quindi dell’omicidio di questi e di Cassandra, di ritorno dalla Guerra di Troia, da parte della moglie Clitennestra, che con l’aiuto di Egisto cattura con una rete e uccide il marito.
Prologo (vv. 1-39): Il monologo della sentinella appostata sul tetto della casa degli Atridi (per ordine della stessa Clitemnestra) che veglia da quasi un anno aspettando il segnale luminoso che annuncerà la caduta di Troia e quindi il ritorno di Agamennone. Si lamenta delle fatiche che sopporta ormai da molto quando avvista il segnale ed esce per avvisare la regina.
Parodo (vv. 40-257): entra il coro, formato dai vecchi di Argo, che si chiede se Agamennone stia davvero tornando e rievoca gli antefatti della spedizione. Viene narrato il prodigio nefasto delle due aquile (gli Atridi) che uccidono una lepre pregna (Troia), interpretato correttamente da Calcante, come la guerra contro Troia e l’ira di Artemide. C’è poi il cosiddetto "inno a Zeus" (vv. 160-183). Continua la narrazione con la descrizione della flotta achea bloccata in Aulide, del dissidio interno di Agamennone che poi si convince a sacrificare la figlia e dello struggente sacrificio.
Primo episodio (vv. 258-354): Clitennestra entra in scena, il coro inizia un dialogo con lei chiedendole se è vero che Troia è caduta o se sia solo un sogno della regina. Clitennestra spiega tutto il percorso del segnale luminoso da Troia ad Argo poi esce.
Primo stasimo (vv. 355-488): il coro intona un inno a Zeus che è lodato come colui che punisce chi infrange la Giustizia, si parla del ratto di Elena, della punizione che colpirà i Troiani e dei morti della guerra, infine il coro dubita se la voce del ritorno sia vera.
Secondo episodio (vv. 503-680): entra in scena l’araldo che dopo aver invocato la terra patria e gli dèi dà notizia che Troia è caduta e che Agamennone sta tornando. È interrogato dal coro e riporta i disagi della guerra che però è finita con la vittoria achea. C’è poi un breve intervento di Clitemnestra che entra ed esce subito dopo (vv. 587-614): afferma di aver avuto ragione sul segnale e di voler aspettare il marito che in questo tempo ha servito con fedeltà. Il coro chiede poi notizie di Menelao e l’araldo afferma che la flotta al ritorno era stata colpita da una tempesta e che avevano perso le sue tracce, ma non dispera della sua sorte.
Secondo stasimo (vv. 681-781): il coro fa una riflessione sul nome di Elena (come “distruttrice di navi”), la paragona ad un leoncino allevato in una casa e che cresciuto ne causa la rovina (l’arrivo di Elena a Troia) e riflette sulla dike e sulla ate.
Terzo episodio (vv. 782-975): entrano su un carro Agamennone e Cassandra. Il coro si rivolge al re dicendogli che saprà riconoscere i sudditi che gli sono stati fedeli. Agamennone ringrazia gli dèi per la felice impresa. Entra Clitennestra che si presenta come sposa fedele che ha duramente sofferto durante l’assenza del marito e gli chiede di entrare a casa calpestando tappeti di porpora ( che stanno a significare il suo imminente omicidio: lo scorrere del suo sangue ). Agamennone è infastidito dal dilungarsi di Clitemnestra e dal cerimoniale che vuole imporre. Clitennestra lo convince con ambigue parole a fare come lei vuole.
Terzo stasimo (vv. 976-1034): il coro ha sentore di morte.
Quarto episodio (vv. 1035-1330): Clitennestra entra per convincere Cassandra ad entrare, ma quella non risponde e lei riesce. Cassandra poi scende dal carro e vede la pietra di Apollo Agyieus e comincia a lanciare oscure grida ad Apollo, lamentando poi le disgrazie sue e della sua città. La profetessa presagisce un nuovo dolore che colpirà la già delittuosa casa di Atreo: Agamennone sarà ucciso da Clitennestra nella vasca da bagno. Il coro prima non capisce intervenendo con sporadiche battute, poi inizia a comprendere. Cassandra poi descrive meglio le sciagure passate degli Atridi, la storia di come è diventata profetessa, preannuncia il delitto che compirà Clitennestra e profetizza la vendetta di Oreste. Quindi esce.
Quarto stasimo (vv. 1331-1371): il coro sente provenire da dentro la casa le grida di Agamennone colpito a morte e i vari corifei si interrogano su cosa fare, quando esce Clitemnestra con accanto i cadaveri del marito e di Cassandra.
Esodo (vv. 1371-1673): Clitennestra entra trionfale dichiarando il suo omicidio e la giustizia che lei stessa ha portato, vendicando la morte di Ifigenia e l’oltraggio che Agamennone le ha arrecato portando a casa Cassandra. Il coro auspica di morire, maledice Elena e Clitennestra, si lamenta per la sorte toccata al re e se avrà un funerale. Entra Egisto con alcune guardie del corpo che esulta per la fine del re e per aver quindi vendicato gli oltraggi subiti dal padre Tieste. Il coro lo maledice ed Egisto lo minaccia con la prigione e la fame, essendo lui il nuovo signore di Argo. Il coro invoca il ritorno di Oreste ed Egisto dà alle guardie l’ordine di intervenire, ma sono bloccate da Clitennestra che non vuole che venga versato altro sangue. Clitennestra ed Egisto con vicino i cadaveri si beano della loro vittoria, mentre il coro esce di scena.
Wikisource contiene il testo completo in greco antico della tragedia Agamennone
Coefore [modifica]
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| Coefore | |
| di Eschilo
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| Tragedia
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Pilade e Oreste (dipinto di François Bouchot) | |
| Titolo originale | Χοηφόροι |
| Lingua originale | Greco antico |
| Versioni dell’autore in altre lingue | {{{Lingua2}}} |
| Genere | |
| Fonti letterarie | {{{Soggetto}}} |
| Ambientazione | Argo, Grecia |
| Composto nel | |
| Prima assoluta | 458 a.C. |
| Teatro: | Teatro di Dioniso, Atene |
| Prima rappresentazione italiana | |
| Teatro: | |
| Premi | Vittoria alle Grandi Dionisie del 458 a.C. |
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Versioni successive
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Personaggi:
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| Autografo: | {{{Autografo}}} |
| Trasposizioni operistiche | |
| Riduzioni cinematografiche | |
| Visita il Foyer | |
La seconda tragedia prende il nome dalle portatrici di libagioni, le coefore, che si recano alla tomba di Agamennone.
Dopo che Clitennestra ha ucciso il marito, è il figlio Oreste che vuole vendicarsi della madre. Nel prologo, Oreste, accompagnato da Pilade, giunge presso la tomba del padre Agamennone, davanti al palazzo di Argo.
Entrano in scena Elettra e le donne del Coro: a loro Clitennestra, sconvolta da un sogno (partoriva un serpente che le mordeva il seno succhiando, così, latte e sangue), ha ordinato di offrire libagioni al defunto.
Elettra invoca il dio Hermes, chiedendo pietà per sé e per il fratello Oreste, mentre le coefore la esortano anche a chiedere che venga un dio o un uomo capace di vendicare l’omicidio di Agamennone: Egisto e Clitennestra non meritano altro che la morte. Intanto Oreste si era già recato sulla tomba del padre. Se ne accorse solo Elettra che notò vicino alla tomba di Agamennone le impronte del fratello e sulla tomba un ciuffo dei suoi capelli.
A quel punto Oreste, che si era nascosto nel cimitero, si mostra, e i due fratelli, dopo qualche esitazione, si riconoscono, e Oreste spiega come sia stato il dio Apollo a ordinargli di vendicare il padre uccidendo Clitennestra, e proprio per questo scopo Oreste è tornato. I due invocano l’anima del padre perché li protegga, mentre si accingono a compiere la vendetta.
Oreste espone il suo piano, al quale dà esecuzione subitanea. Si presenta alla madre, che non lo riconosce, con la notizia della propria morte. Clitennestra appare triste (difficile dire se è tristezza vera o simulata), e manda a chiamare Egisto. Quando questi sopraggiunge, Oreste lo uccide e in successione anche la madre, che invano vuole risvegliargli la pietà, ricordandogli di quando si prendeva cura di lui da bambino.
La terribile vendetta è compiuta, ma appena ciò accade, appaiono le terribili Erinni, dee vendicatrici dei delitti. Spaventato, Oreste fugge inseguito da esse.
Eumenidi [modifica]
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| Eumenidi | |
| di Eschilo
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| Tragedia
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Oreste inseguito dalle Erinni ("Il rimorso di Oreste", di W.Bouguereau, 1862) | |
| Titolo originale | Ευμενίδες |
| Lingua originale | Greco antico |
| Versioni dell’autore in altre lingue | {{{Lingua2}}} |
| Genere | |
| Fonti letterarie | {{{Soggetto}}} |
| Ambientazione | Delfi, poi Acropoli di Atene, Grecia |
| Composto nel | |
| Prima assoluta | 458 a.C. |
| Teatro: | Teatro di Dioniso, Atene |
| Prima rappresentazione italiana | |
| Teatro: | |
| Premi | Vittoria alle Grandi Dionisie del 458 a.C. |
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Versioni successive
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Personaggi:
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| Autografo: | {{{Autografo}}} |
| Trasposizioni operistiche | |
| Riduzioni cinematografiche | |
| Visita il Foyer | |
Braccato dalle Erinni per il matricidio, Oreste chiede aiuto ad Apollo, che lo invia ad Atene, dove – gli promette – troverà la soluzione ai suoi problemi. Là, grazie all’intervento di Atena, le Erinni accettano di sottoporre il caso ad una giuria ateniese di dodici membri, che è una premonizione di ciò che successivamente diventerà l’Areopago. Durante il giudizio avviene il colpo di scena: le Erinni, dee della vendetta di sangue, sostengono che, se Oreste non verrà condannato, nella città chiunque si riterrà libero di compiere ogni tipo di atto per la propria vendetta. Apollo e Atena sostengono che i due omicidi sono ben diversi per gravità. Il figlio ha lo stesso sangue del padre perché da lui generato e quindi aveva il diritto di vendicarsi.
Il tribunale giunge ad un verdetto pari di sei a favore e sei contro. Sarà la decisione finale, spettante ad Atena, a salvare Oreste. Temendo la vendetta delle Erinni sulla città, Atena le convince a diventare Eumenidi, ovvero divinità della giustizia anziché della vendetta, che è arbitraria e opinabile.
Nella tragedia Eschilo promuove sotto forma di allegoria il modello democratico ateniese: l’Areopago che viene a decidere – al posto delle Erinni, vendicatrici dei delitti tra consanguinei – della sorte di Oreste rappresenta infatti la nuova giustizia ateniese che si viene a sostituire alla precedente giustizia privata e tribale di cui il φθόνος δίκαιος, l’"omicidio giusto", costituisce un esempio. Un tipo di "promozione" simile è presente anche nelle Supplici.
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appunti di storia: da Odoacre alla fine del regno longobardo
I regni romano – barbarici e la situazione in Italia
All’inizio del VI secolo i regni che si crearono in Europa furono i seguenti:
– Il regno dei Vandali (Tunisia, Algeria, Sardegna, Corsica, Isole Baleari)
– Il regno dei Visigoti (Spagna, Gallia meridionale)
– Il regno dei Burgundi (valle del Rodano)
– Il regno dei Franchi (Gallia centro – settentrionale)
– Il regno degli Svevi (area nord – occidentale della Penisola iberica, poi successivamente, insieme ad altre popolazioni occuparono la Baviera)
– Il regno degli Ostrogoti (in Italia)
– Il regno degli Alamanni, nella Gallia compresa tra i Franchi e i Burgundi
– Gli stanziamenti di Angli, Juti e Sassoni in Britannia (le antiche popolazioni britanniche furono costrette a migrare in Gallia, nella regione della Bretagna che da loro prese il nome.
Questi regni furono definiti romano – barbarici per due ragioni:
1. i barbari, pur conservando le proprie tradizioni, mantennero le leggi romane vigenti;
2. questi regni si formarono sui territori occupati dall’Impero romano e nel loro apparato amministrativo non mancarono esponenti del vecchio mondo romano.
I nuovi regni mostrarono una stabilità maggiore nelle aree in cui si era registrata una più forte integrazione tra romani e barbari e in cui si era avuta la conversione dei barbari al cattolicesimo (Visigoti e Franchi).
Si ebbe, invece, una marcata instabilità nei territori in cui perdurò la distinzione tra i barbari e le popolazioni locali (presso i regni dei Vandali, degli Ostrogoti e degli Svevi).
L’Italia, da Odoacre (capo degli Eruli) a Teodorico
Nel 476 Odoacre, il capo degli Eruli, aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre mantenne il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico, in Sicilia e in Dalmazia suscitò la preoccupazione ed il malcontento dello stesso Zenone, il quale consentì al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista che si protrasse dal 488 al 494.
Teodorico riportò la vittoria decisiva su Odoacre nella battaglia di Verona (489) e, dopo un lungo assedio a Ravenna, lo fece uccidere.
Con Teodorico abbiamo il secondo regno romano – barbarico nella nostra penisola.
In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Tuttavia, estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino. Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.
In politica interna, Teodorico si sforzò di realizzare una fusione tra Romani e Goti e puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio.
La convivenza tra barbari e romani fu organizzata anche attraverso la ripartizione delle specifiche competenze: i barbari mantennero il diritto all’uso delle armi (con la conseguente completa germanizzazione dell’impero), ai Romani furono affidate, invece, le attività economiche ed amministrative. La dicotomia tra Romani e Barbari riguardò anche l’aspetto etnico e culturale, dal momento che le due componenti continuarono a mantenere le proprie tradizioni e la propria identità. Fu anche lasciata in vigore una legge del 370 che vietava i matrimoni misti tra barbari e romani.
Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici.
Teodorico cercò anche di mantenere una posizione neutrale nella disputa che opponeva Roma e Costantinopoli in merito al monofisismo, cioè alla dottrina, sostenuta dai sovrani orientali, che vedeva in Cristo la sola natura divina.
Importante fu l’editto di Teodorico (redatto tra il 493 ed il 526), con il quale il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano. Esso prevedeva anche che in caso di contrasti giuridici con i Romani sarebbe stato designato un magistrato speciale, affiancato da un prudens romano. Notevole fu l’impegno del sovrano sul versante delle opere pubbliche, soprattutto a Roma, a Pavia, a Ravenna e a Verona.
Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione italica non poté realizzarsi per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi: gli Ostrogoti, infatti, erano ariani ed i Romani cattolici.
Così, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, nel 523, un decreto contro gli ariani, che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, poi, fallito questo tentativo, per tutta risposta, mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, quali lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae.
Teodorico morì nell’agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore, nel 527, Giustiniano, nipote di Giustino.
Amalasunta fu ostacolata in questo tipo di politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.
Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.
L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti.
La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni di combattimenti, con la prima guerra gotica (dal 535 al 540, durante la quale Belisario sconfisse Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti (Teodato era stato ucciso nel 536 durante gli scontri) e con una seconda guerra gotica (dal 544 al 553, dopo che Totila, il nuovo re degli Ostrogoti era riuscito a ricnquistare l’Italia).
Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (L’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse il re dei Goti Teia, eletto nel 553.
Così, l’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino, sottoposta ad una pesante politica fiscale. Nella penisola, alcune aree, tuttavia, si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione
I longobardi in Italia
Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), ampia parte della Toscana, Spoleto, Benevento, Salerno. D’altro canto, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravemma, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna.
Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Analogamente, furono sequestrati molti beni eccelesiastici del clero.
Quella dei Longobardi, inoltre, era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi.
La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldii che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.
Frammentazione politica e territoriale
La struttura della società longobarda accentuava per sua natura i contrasti tra i diversi capi militari.
Subito dopo l’invasione, i Longobardi abolirono i precedenti ordinamenti amministrativi di tradizione romana e divisero il territorio in trentasei ducati, retti da capi militari, definiti duchi. Alle loro dipendenze c’erano i gastaldi che vivevano nelle campagne e controllavano la produzione agricola. Gli abitanti vennero costretti al ruolo di tributari. Questi trentasei ducati si trasformarono, col tempo, in principati ereditari e vennero assumendo una sempre più marcata autonomia rispetto al potere centrale del re.
Ne scaturì un periodo di anarchia che fece seguito all’uccisione, intorno al 572, di re Alboino e, dopo qualche anno (intorno al 574) del suo successore Clefi.
Morto anche questo sovrano, vi fu un decennio di interregno, durante il quale i ducati governarono in piena autonomia, dando però inizio anche ad una serie di lotte per il controllo del territorio.
La situazione si sbloccò solo a partire dal 584, con l’elezione a re di Autari, figlio di Clefi e marito della celebre Teodolinda, principessa dei Bavari. L’azione della principessa fu decisiva nel processo di civilizzazione del popolo longobardo. Occorre anche dire che Autari fu un profondo ammiratore della civiltà latina e questo giovò non poco all’integrazione con la popolazione locale.
Autari ridiede forza e potere alla monarchia e consolidò la presenza longobarda in Italia ai danni dei Bizantini. Sei anni dopo la sua ascesa al potere, però, egli morì e succedette al trono Agilulfo, che regnò dal 591 al 616. Dietro l’influenza di Teodolinda, che andò in sposa anche al nuovo re, Agilulfo si convertì al cattolicesimo e fece battezzare il proprio figlio, Adaloaldo, direttamente dal Papa Gregorio Magno, secondo il rito cattolico e non secondo quello ariano. Questa scelta implicò la conversione di gran parte del popolo longobardo al cattolicesimo e concorse alla normalizzazione dei rapporti con la Chiesa. Analogamente, l’abbandono della fede ariana di gran parte del popolo longobardo consentì di avviare rapporti più sereni anche con l’impero d’Oriente, che riconobbe ufficialmente il potere longobardo in Italia.
Dal 636 al 652 regnò uno dei più illustri sovrani: Rotari, famoso soprattutto per il suo editto.
Sotto Rotari, i Longobardi videro notevolmente consolidata la loro posizione in Veneto, in Liguria, a Spoleto e nel ducato di Benevento. Si ebbe anche un notevole raffgorzamento del potere centrale e, soprattutto, più profonda si fece l’integrazione con la popolazione romana.
Nel 643 Rotari emanò il suo editto che, pur mantenendo invariate alcune istituzioni germaniche, come quella della vendetta privata (faida), introdusse anche delle soluzioni alternative, quali il guidrigildo, cioè il risarcimento in denaro o in bestiame. Le nuove leggi codificate dall’Editto di Rotari avevano, però, valore per la parte germanica della popolazione, mentre per quella locale rimase in vigore il diritto romano.
La politica longobarda mutò notevolmente con il re Liutprando (712 – 744) e, in seguito, con il re Astolfo (749 – 756).
Liutprando, infatti, mosso dal desiderio di unificare la penisola sotto il proprio dominio, attaccò i territori bizantini, poi rivolse la sua attenzione al ducato di Roma che era governato formalmente dai Bizantini ma, in realtà, veniva controllato dal Papa.
La politica inaugurata da Liutprando nei confronti dei Bizantini fu in larga misura giustificata da un editto emanato, nel 726, dall’imperatore d’Oriente Leone III l’Isaurico. Questi, per difendere la religione cristiana dalle accuse di idolatria mosse dagli Arabi e per evitare che essa potesse effettivamente assumere questa tendenza, ordinò, con il suddetto editto del 726, la distruzione di tutte le immagini sacre, provocando tumulti un po’ dovunque, in oriente, ma anche in Italia.
Per tale ragione, Liutprando occupà l’Esarcato e la stessa Ravenna, avanzando poi in territorio romano, a Narni e Sutri (vicino Viterbo).
Il papa Gregorio II intraprese delle trattative diplomatiche con Liutprando. Difatti, non solo lo distolse dal progetto di occupare Roma, ma riuscì anche a persuaderlo a consegnargli il castello di Sutri ed altri possedimenti del Lazio meridionale.
Questo avvenimento, ricordato dagli storici come la donazione di Sutri (728), fu di straordinaria importanza perché segnò, di fatto, il riconoscimento ufficiale, da parte del re longobardo, della sovranità territoriale del Papa e, quindi, del potere temporale della Chiesa. Un evento che avrebbe segnato la storia nei secoli successivi, in quanto determinò il costituirsi dello Sato pontificio che durò fino al 1870 e fu poi ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi nelle più ridotte proporzioni che coincidono con l’odierna Città del Vaticano.
La fine del regno longobardo
Dopo l’accordo sancito tra il Papato e il re Liutprando, i Longobardi, con il re Astolfo (749 – 756), proseguirono la loro politica espansionistica, conquistando la città di Ravenna ed avvicinandosi pericolosamente alla zona intorno a Roma.
Per far fronte al nuovo pericolo, il papa Stefano II chiese l’intervento dei re dei Franchi Pipino il Breve, assicurandosene la protezione non solo per allontanare un pericolo militare, quale la minaccia di invasione di Astolfo, ma anche per la prospettiva, a medio termine, dell’assunzione del controllo da parte della Chiesa romana dei possedimenti bizantini nella nostra penisola.
Pertanto, tra il 755 ed il 756, ci furono due importanti spedizioni militari dei Franchi in Italia, per ridimensionare la forza territoriale dei Longobardi, togliendo loro i territori delle Marche e della Romagna che non furono restituiti ai Bizantini, ma furono concessi in dono alla Chiesa insieme al territorio del Lazio.
Pipino il Breve morì nel 768 e la scomparsa prematura del figlio Carlomanno, rese erede universale l’altro figlio, Carlo, poi detto Carlo Magno per le sue imprese.
Nel 773 Carlo portò i Franchi ad intervenire nuovamente in Italia sempre su richiesta della Chiesa, ancora attaccata dai Longobardi.
A capo dei Longobardi era il re Desiderio e con lui, precedentemente, Carlo aveva stipulato un accordo suggellato dal suo matrimonio con Ermengarda, la figlia di Desiderio.
Nel 773, dunque, dopo aver ripudiato la donna, Carlo scese in Italia, espugnò Pavia e sconfisse in maniera definitiva, a Verona, Desiderio e suo figlio Adelchi. Nel 774, dopo aver inglobato i territori longobardi tra i suoi domini, Carlo aggiunse al titolo di re dei Franchi quello di re dei Longobardi.
Aveva fine, in tal modo, il terzo regno romano – barbarico sorto nel nostro Paese (dopo quello di Odoacre e quello di Teodorico), durato dal 568 al 774.
Nel 785 i Franchi attaccarono anche i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Dodici anni dopo, nel 797, i Bizantini dovettero cedere a Carlo l’Istria e il Ducato di Benevento.
I Franchi, da Clodoveo a Carlo Magno
I Franchi erano una tribù germanica entrata nell’Impero Romano con lo status giuridico di foederati, fondando un regno che, attraverso varie modificazioni, sarebbe durato per molto tempo.
Il termine franchi rimanda al concetto della libertà, Difatti, Franchi significava uomini liberi. In origine, al loro interno, essi erano suddivisi tra Franchi Salii (insediati presso il fiume Sala, oggi noto con la denominazione di Jssl, in Olanda) e in Franchi Ripuarii, o Renani, stanziati presso le città di Treviri e Colonia.
Inizialmente sorta come piccola tribù lungo il territorio del Reno, essa riuscì rapidamente a consolidarsi, fino a costituire una confederazione di tribù.
Negli ultimi anni del V secolo, nell’area di Tourmai, in Belgio, salì al trono il re Clodoveo (481 – 511), discendente dal leggendario re Meroveo, da cui ebbe origine la dinastia dei merovingi. Clodoveo dette un assetto unitario alle varie popolazioni franche e tra la fine del V secolo e l’inizio del VI secolo sconfisse Alamanni e Visigoti.
Fondamentale fu per Clodoveo, dopo lo scontro con gli Alamanni, la conversione al cattolicesimo, cui seguì quella di gran parte della popolazione. La sua conversione fu voluta fortemente dalla moglie Clotilde, di fede cattolica, e favorì l’integrazione tra i Franchi ed i Gallo – romani che rappresentavano il 98% della popolazione. I Franchi adottarono la lingua delle popolazione di origine romana. Sul piano politico, Clodoveo collaborò con l’aristocrazia gallo – romana (sia laica che ecclesiastica) per controllare in modo più ferreo i territori conquistati, ma anche la nomina dei vescovi.
Nel 510 Clodoveo fece codificare in forma scritta le leggi franche, note con il nome di Lex salica. Questa legge, che prende la denominazione dai Franchi Salii, vietava la vendetta personale, stabilendo della ammende in proporzione alla gravità del reato ed alla classe sociale di appartenenza. Ad esempio, l’omicidio di un non franco era punito con una multa di 67 scellini, l’assassinio di un franco di libera condizione era sanzionato con un’ammenda di 200 scellini.
La legge salica, inoltre, proibiva le successioni femminili al trono nei territori delle terre saliche, ma non lo vietava espressamente per le successioni in altre regioni non saliche controllate dai Franchi.
Alla morte di Clodoveo, nel 511, il regno fu diviso tra i suoi figli in Aquitania (in Francia sud – occidentale), Austrasia (il più potente dei quattro regni merovingi), Burgundia e Neustria.
I quattro figli maschi di Clodoveo divisero il regno in altrettante regioni, che negli anni successivi vennero rafforzate da conquiste verso oriente e verso sud. Neustria e Aquitania andarono a Cariberto, Austrasia, Alvernia e Provenza a Sigiberto I, Borgogna (al confine col regno di Burgundia) a Gontrano e la regione attorno a Tournai a Chilperico I.
La suddivisione del regno, foriera di numerosi conflitti dinastici, fu riconosciuta ufficialmente solo nel 614.
La monarchia merovingia entrò in crisi tra il VI ed il VII secolo a causa dei conflitti che opponevano l’aristocrazia locale al potere regio centrale. Così, indebolitasi la figura dei re, il potere regio venne assunto dai maestri di palazzo. Tra costoro spiccò la personalità di Pipino di Héristal, che fu il primo esponente della nuova dinastia dei Carolingi, divenuto, nel 687, l’unico signore del regno dei Franchi. Alla sua morte, la carica di maestro di palazzo, o maggiordomo, fu ereditata, nel 714, da Carlo Martello (piccolo Marte) che consolidò il regno dei Franchi e che nel 732, a Poitiers (Francia centrale), frenò l’avanzata degli Arabi in Occidente. Alla sua morte, nel 741, il regno fu diviso tra i due figli Carlomanno e Pipino il Breve. Carlomanno ottenne l’Austrasia, l’Alamannia e la Turingia, Pipino il Breve, invece, ottenne la Neustria, la Borgogna e la Provenza.
Tuttavia, nel 743, le proteste all’interno del regno indussero i due figli di Carlo Martello a restaurare l’unità del regno, portando sul trono l’ultimo esponente della monarchia merovingia, Childerico III. Dopo il ritiro dalla scena politica di Carlomanno (che trascorse il resto della sua vita in un convento), Pipino il Breve riuscì ad impadronirsi del titolo regio e depose, nel 752, Childerico, sostituendolo alla guida del regno dei Franchi. Con lui ebbe inizio la dinasti carolingia. Il papa Stefano II riconobbe il nuovo sovrano ottenendone, come si è visto, nel 754, l’appoggio contro la politica espansionistica del sovrano longobardo Astolfo.
Nel 768, ormai vicino alla morte, Pipino divise il regno tra i suoi due figli Carlomanno e Carlo.
Carlomanno, fautore di una politica non belligerante verso i Longobardi, morì tre anni dopo e Carlo si proclamò unico signore del regno (771). Nel 773 Carlo, invocato dal nuovo papa Adriano I, discese in Italia contro re Desiderio.
Burgundia
FINALMENTE, GIORNATA PROFICUA CON TEST DI LATINO CORRETTI.
che fai…
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio piú grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sí pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
spesso quand’io ti miro
star cosí muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
Cosí meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma piú perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
se tu parlar sapessi, io chiederei:
– Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale
Un breve commento di Stefano "Solegemello" (26-1-2003)
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Questa pagina, diciamolo subito, nulla vuole dire più di quello che è stato già detto da persone molto più autorevoli di me. La grandezza della poesia Leopardiana è ormai ampiamente celebrata. Questa pagina è in realtà molto personale. "Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia" è infatti la poesia che più di tutte mi ha colpito e a distanza di anni dai miei studi liceali ancora mantiene su di me un grande fascino. E’ la poesia del dubbio e delle domande esistenziali, è la poesia della piccolezza dell’uomo di fronte alla natura e al suo destino.
E’ stato detto spesso che Giacomo Leopardi è il poeta dei giovani, penso che questo risponda a verità. C’è qualcuno che non si è mai chiesto, in special modo nella "linea d’ombra" della propria vita, "chi sono? cosa ci faccio qui?", magari osservando le stelle e riflettendo sul senso delle cose ?
(…)"e quando miro in cielo arder le stelle;/dico fra me pensando: a che tante facelle?/
che fa l’aria infinita, e quel profondo/ infinito seren? che vuol dir questa/
solitudine immensa? ed io che sono?"/
Ed ancora che senso ha tutto questo nel disegno complessivo dell’esistenza? Che senso ha il cielo infinito e la bellezza eterna del mondo, qual’è la meta dell’uomo "in questa solitudine immensa?"(…) "Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? dimmi: ove tende/
questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?"/Solo la natura, dice il poeta, solo la luna, forse conosce il significato di tutto questo, della vita della morte, dell’avvicendarsi infinito del giorno, della notte, del tempo. Il verso "del tacito infinito andar del tempo" è stato giustamente definito un verso "infinito" : in poche parole è raffigurata l’umanità tutta : uomini, stagioni, storie, Settecento, Ottocento, Novecento, secoli e secoli ancora, accomunati dallo stesso destino: confrontarsi con un mondo incomprensibile, privo di qualsiasi finalità.
(…) "Pur tu, solinga, eterna peregrina,/ che sí pensosa sei, tu forse intendi,/
questo viver terreno,/ il patir nostro, il sospirar, che sia;/ che sia questo morir, questo supremo/ scolorar del sembiante,/ e perir dalla terra, e venir meno/ ad ogni usata, amante compagnia./
E tu certo comprendi/ il perché delle cose, e vedi il frutto/ del mattin, della sera,/ del tacito, infinito andar del tempo."/Unica ma impossibile consolazione sarebbe per il pastore protagonista e "voce" di questa lirica, , per il poeta stesso, in definitiva per tutti noi, volare sopra le nubi e raggiungere le stelle, riuscire a contarle ad una ad una, diventare come il lampo veloce.
(…)"Forse s’avess’io l’ale/ da volar su le nubi,/ e noverar le stelle ad una ad una,/ o come il tuono errar di giogo in giogo,/ piú felice sarei, dolce mia greggia,/ piú felice sarei, candida luna."/
E’ un canto triste quello del pastore, un canto di "pessimismo cosmico" come è stato definito. Non c’è scampo per l’uomo e neppure per gli animali solo per un attimo tenuti fuori dal disegno maligno della natura.
E’ stato detto molto di Giacomo Leopardi, il suo pessimismo è stato spesso messo in relazione con la propria personale, infelice, condizione esistenziale. Credo che sia questa una lettura davvero riduttiva e sciocca: il canto del pastore è il canto del poeta ma i suoi punti interogativi sono le riflessioni dell’uomo di fronte all’esistenza. Quelle domande retoriche e quella "solitudine immensa" riguardano tutti. Nessuno escluso.
Stefano "Solegemello" (26-1-2003)
IL CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
di Baldo Bruno ANALISI TESTUALE http://utenti.lycos.it/braldobr35/index-169.htmlIl Canto Notturno è un momento chiave per capire lo sviluppo del pensiero e della poesia leopardiana. Leopardi è spinto a considerare , utilizzando la figura di un pastore errante, la costitutiva infelicità dell’intero genere umano e anzi di tutti gli esseri viventi. Nel paesaggio asiatico , desolato e stepposo , sovrastato dalla misteriosa vastità del cielo stellato, un pastore interroga la luna sul perché delle cose e sul senso del destino umano. Ma le sue domande non trovano risposta, e il silenzio del cielo sconfinato gli conferma ciò che già sapeva, cioè che la ragione è insufficiente a comprendere il mistero delle cose e dell’esistenza universale.
Scegliendo una figura umile come protagonista della lirica, Leopardi vuole dimostrare come tutti, ricchi o poveri, intellettuali o analfabeti, si pongono le stesse domande senza risposta sul significato della vita e sull’esistenza del male ; anzi, sulle labbra di un semplice pastore questi interrogativi acquistano una forza particolare, primordiale e assoluta, che esprime la "radice" comune della condizione umana.Il pastore assimila la propria vita(vv.21-38) alla corsa affannosa di un vecchio infermo verso la morte. L’immagine del vecchierello risale al Petrarca , ma lui utilizza le sue fonti mutandone o rovesciandone il significato originario : in Petrarca il vecchio compie un pio pellegrinaggio a Roma .Il pastore immagina(vv.61-78) che la luna , contemplando dal cielo lo spettacolo della vita terrena , possa vedere ciò che al pastore appare misterioso ; la luna , infatti , dovrebbe essere in qualche modo consapevole di ciò che l’uomo ignora. La bellezza della primavera e del cielo stellato devono giovare a qualcuno, non possono essere semplici apparenze di un universo indifferente. Ma lo sconforto emerge nell’ammissione finale, in cui i dubbi fiduciosi lasciano spazio a una certezza terribile : a me la vita è male . Il pastore (vv.105.132) si rivolge anche alla sua greggia, che invidia in quanto essa , a differenza dell’uomo , sente la vita solo istante per istante , dimentica subito ogni stento e così non soffre “la noia”. La noia per Leopardi è manifestamente un male , l’annoiarsi in una felicità.Dunque la vita è semplicemente un male e , quando l’uomo sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo , vuol dire che avverte la noia. Infine nella mente del pastore (vv.133-143) balena una possibile felicità in una condizione di vita diversa , quella degli uccelli, molto diversa dalla sua ; ma subito a questa immaginazione succede l’idea che in qualsiasi forma o stato la vita è un male. Il Canto Notturno si distingue dagli altri “ grandi idilli” : viene meno la poesia della “rimembranza” e il paesaggio non è più quello familiare di Recanati ,ma un paesaggio remoto ed astratto , solo la luna e i deserti. La quarta strofa è ricca di moduli caratteristici del linguaggio dell’infinito, dal lessico alla sintassi e alla metrica : v.61 solinga, eterna peregrina ; v.72 tacito , infinito andar del tempo ; v.87 l’aria infinita ,e quel profondo infinito seren ; v.88 questa solitudine immensa. Questo moduli suggeriscono il senso di un “infinito” , in cui sembra dolce naufragare , anche se soggetto a quella legge di patimento e di morte dalla quale gli uomini sono oppressi. L’andamento del canto sembra voler riprodurre quello di una litania religiosa o di una antichissima nenia. Tra gli elementi che creano tale impressione si pone la sintassi volutamente semplice, che solo in due passi tesi verso una conclusione fortemente negativa colloca il verbo in fondo al periodo. Fitta è la trama di ripetizioni : v.1 che fai…che fai ; vv. 1,16,18 dimmi…Dimmi…dimmi ; vv. 1,16 luna…luna ; di rime : vv.1-3 fai/ vai ; vv. 5,7 paga/ vaga ; vv.. 6,8 calli / valli ; di assonanze : vv. 3,4 Sorgi / posi ; vv. 12,13 vede / erbe ; di allitterazioni : vv.16,19 vale…vita…vostra vita a voi…ove…vagar mio breve .
La rima costante in -ale che conclude in tutte le strofe l’allocuzione alla luna e nella quinta strofa al gregge , spesso sottolinea sentenze che suonano come proprie di una sapienza antica : vv. 37,38 tale / è la vita mortale ; v.104 a me la vita è male .Biografia sintetica
tratta dal sito di Alberto Piantorna suGiacomo Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno 1798, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici; Tra il 1809 e il 1815 si dedicò anima e corpo allo studio formandosi una solida base classica. Visse a Roma nel 1822-23 poi a Recanati, nel 1825 a Milano per curare le opere di Cicerone, poi a Bologna, nel 1827, a Firenze dove conobbe Manzoni, in seguito sarà a Pisa e nel 1828 di nuovo a Recanati (comunque sua residenza più stabile e fonte di molte sue liriche: il "natio borgo selvaggio",ndr). Gli ultimi anni li trascorse a Firenze e a Napoli. Sul Romanticismo espresse il suo punto di vista ne: "Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana in risposta a quella di M.me Stael" per opporsi all’invito di riprendere i modelli della letteratura nordica perché rifiutava la poesia di imitazione e suggeriva di attingere ai classici (non corrotti dalla civiltà).
Poi nel "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica" (1818), ribadì il rifiuto dell’imitazione della poesia classica e dell’abuso della mitologia, osservando anche che la poesia patetica e sentimentale era già nota agli antichi e sarebbe poi diventata una dolorosa necessita` per i moderni che si sono allontanati dalla natura. Condannava invece il gusto dell’orrido e della rappresentazione realistica.
Per Leopardi non avrebbe potuto esistere una poesia epica perché non esisterebbero le illusioni sulla quale dovrebbe fondarsi.
Il tema del Leopardi e` la caducità della vita e con le sue liriche si riallaccia a tutta la tradizione che va dai latini al Petrarca e al Tasso e allo stesso Foscolo (per il quale pero` ci sono le illusioni a compensare la decadenza).
La serenità per L. e` solo la quiete tra due dolori ("La quiete dopo la tempesta"), oppure il ricordo del tempo giovanile ("Alla luna"; "A Silvia").
Durante il periodo chiamato del "Pessimismo storico" (1819-1823), ispirandosi a Rousseau (felicita` dello stato di natura), sosteneva che "la ragione e` nemica della natura", la natura e` "madre benigna" che nutriva gli antichi di generose illusioni mentre la ragione e` piccola, causa dei mali e dell’infelicita` dell’uomo nella società moderna.
A questo periodo risalgono "I piccoli idilli", che comprendono anche "L’infinito" e "Alla Luna" e le "Canzoni filosofiche e del suicidio".
Poi comincia il periodo del "Pessimismo cosmico" (1823-1825), al contrario del periodo precedente riteneva ora che il dolore non fosse più determinato dalla razionalità umana ma fosse connaturato alla stessa natura dell’uomo che cercherebbe di evitare il dolore senza potergli sfuggire. La natura diventava quindi "madre matrigna", nemica dell’uomo che obbedisce alla legge materialista di creazione – distruzione – riproduzione. Il dolore non è più "storico" ma "cosmico". A questa epoca risale per esempio il "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia".
Leopardi si trovava in contrasto con l’Ottocento da lui definito "secolo superbo e sciocco" troppo fiducioso in un progresso che non porterà a felicità e invitava gli uomini ad unirsi per combattere i mali della natura ("la solidal catena" de "La ginestra").
Di questo periodo le opere: i "Grandi idilli", "Le operette morali"(1824)
Infine l’ultima fase di Leopardi: (1831-1836), un amore inquieto gli ispirò le liriche d’amore, il "Ciclo di aspasia" . L’ultimo impegno lo rivolse alla poesia sociale "La ginestra".
Muore a Napoli il 14 giugno 1837.